giovedì 1 agosto 2013

Processo Mediaset, la Cassazione conferma la condanna a 4 anni di carcere

Sergio Rame - Gio, 01/08/2013 - 19:46

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Dopo vent'anni è arrivato il giorno della sentenza. Dopo quasi sette ore di camera di consiglio, la Suprema Corte conferma la condanna a 4 anni di carcere. Annullata l'interdizione dai pubblici uffici che dovrà essere ricalcolata.


È il giorno della sentenza al processo sui diritti tv Mediaset. La Corte di Cassazione è chiamata a esprimersi su Silvio Berlusconi che è stato condannato dalla Corte d'Appello a quattro anni di reclusione per frode fiscale e a cinque di interdizione dai pubblici uffici. 

Dalle 12.30 i giudici della Suprema Corte, presieduta da Antonio Esposito, sono ritirati in camera di consiglio per emettere il verdetto che presumibilmente dovrebbe arrivare non più tardi delle 20.

Oltre 10 anni di "scontri" giuridici e politici, prima del verdetto della Cassazione. Il Cavaliere attende il verdetto a Palazzo Grazioli. Dopo che l’accusa ha chiesto la conferma della condanna per Berlusconi ma la riduzione da cinque a tre anni della pena accessoria dell’interdizione, ieri in Cassazione la parola è passata alle difese. "Manca nel tessuto della sentenza un elemento probatorio che Berlusconi possa aver partecipato al reato proprio", ha detto uno dei due legali del Cavaliere, Niccolò Ghedini, aggiungendo che è stato un processo in cui "non c’è stata data possibilità di difenderci". "Ormai - ha chiosato - è diventato il mio incubo notturno". "Nessuna prova è stata raccolta su ingerenze di Berlusconi nella gestione di Mediaset dal 1995 ad oggi" è la convinzione dell’avvocato Franco Coppi che ieri pomeriggio, per quasi due ore, ha evidenziato gli interrogativi disseminati lungo i 94 motivi di ricorso alla Suprema corte.
Secondo Coppi, la sentenza d’appello "muove da un pregiudizio", cioè che "ci sia un meccanismo truffaldino ideato negli anni Ottanta, che sia stato ideato da Berlusconi". "Ma il reato non c’è", ha detto chiedendo quindi l’annullamento della sentenza o un nuovo processo d’appello per derubricare il reato. Ora la parola passa ai giudici della Suprema Corte. Gli ermellini sono chiamati a vagliare i ricorsi presentati contro le condanne inflitte dai giudici del merito al leader del Pdl, agli ex manager di Mediaset, Daniele Lorenzano (tre anni e otto mesi) e Gabriella Galetto (un anno e due mesi), e al produttore cinematografico Frank Agrama che è stato condannato a tre anni.

Il ritratto delle toghe al processo Mediaset: ecco chi giudica il Cav

Rachele Nenzi - Gio, 01/08/2013 - 16:18

Ecco i magistrati della Corte di Cassazione che sono chiamati a emettere il verdetto Mediaset

Un collegio di magistrati di lungo corso e di tendenze moderate, tutti nati in Campania e Puglia, e un sostituto procuratore generale sardo con dichiarate simpatie per la corrente conservatrice dei giudici della quale è stato anche leader.


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Questo il "ritratto" dei magistrati della Corte di Cassazione che sono chiamati a emettere il verdetto Mediaset e che hanno avuto come "antagonisti" il professor Franco Coppi, il "principe dei penalisti", e l’avvocato e parlamentare del Pdl Nicolò Ghedini, che difende l’ex premier Silvio Berlusconi dal 1998.

ANTONIO ESPOSITO

Nato a Sarno il 18 dicembre 1940. In magistratura dal 1965, in Cassazione dal 1985. Presidente della Seconda sezione penale. Colto da lapsus aveva dato appuntamento per il verdetto Mediaset al primo agosto 2014. Nel 2011 ha condannato Totò Cuffaro e poi gli ha riconosciuto di "aver accettato il verdetto con rispetto" dando "una lezione per tutti, in tempi così burrascosi intorno alla giustizia".

AMEDEO FRANCO

Beneventano di Cerreto Sannita, è nato il nove agosto 1943. Magistrato dal 1974. In Cassazione dal 1994. In servizio alla Terza sezione penale competente per i reati tributari, per la sua specializzazione ha svolto la relazione dell’udienza Mediaset in più di due ore di maratona oratoria. Scriverà le motivazioni del verdetto. Era nel collegio che ha confermato l’assoluzione del Cav per Mediatrade.

CLAUDIO D’ISA

Nato a Napoli il 28 aprile del 1949, vive a Piano di Sorrento, dove è un "animatore" del Rotary Club per quanto riguarda convegni sulla legalità e contro il crimine organizzato. Veste la toga dal 1975. Presta servizio alla Quarta sezione penale della Cassazione ed è anche componente della Commissione tributaria regionale della Campania. Non ha mai proferito parola durante l’udienza Mediaset.

ERCOLE APRILE

Leccese nato il primo ottobre 1961, in magistratura dal 1989. Giudice nella sua città, poi approdato alla Suprema Corte. Anche lui "muto" per tutta l’udienza.

GIUSEPPE DE MARZO

Classe 1964, il più giovane del collegio. Nato a Bari, in servizio dal 1991. Ha iniziato a Taranto. Anche lui non ha mai parlato durante l’udienza.

ANTONIO MURA

Ribattezzato dai media durante l’udienza Mediaset come il Cary Grant del Palazzaccio per la sua avvenenza. È nato a Sassari il 14 novembre del 1954. Togato dal 1984, in Cassazione dal 1994. Uomo di spicco della Procura, ex leader di Magistratura Indipendente. Ha definito Berlusconi come "l'ideatore di un sistema truffaldino", ha chiesto la conferma della condanna principale e la riduzione da cinque a tre dell’interdizione dai pubblici uffici.

FRANCO COPPI

Nato a Tripoli il 29 ottobre 1938, è considerato il migliore avvocato penalista. A lungo e fino al 2011, ordinario di diritto penale all’Università di Roma La Sapienza. Democristiano non pentito, da giovane voleva fare il pittore. La passione per i bei quadri gli è rimasta. Tra i suoi maggiori successi professionali la difesa di Giulio Andreotti e quella di Raniero Busco, prosciolto dal delitto di Via Poma. Tra i suoi clienti, Antonio Fazio e Gianni De Gennaro. "Il dottor Berlusconi doveva essere assolto fin dal primo grado", ha detto

NICCOLÒ GHEDINI

Nato a Padova il 22 dicembre 1959, entra nello studio del penalista Piero Longo. Ha partecipato alla difesa di Marco Furlan, uno dei due serial killer che si firmava Ludvig. Negli anni Settanta milita nel Fronte della Gioventù, poi passa al Partito Liberale. A metà anni Novanta, è segretario dell’Unione delle Camere Penali quando Gaetano Pecorella ne è presidente. Difende Berlusconi da quasi sedici anni, è onorevole dal 2001. "Il processo Mediaset è il mio incubo notturno", ha detto nell’arringa in Cassazione.

Farmacia da viaggio: ecco il kit da tenere in valigia

Il Messaggero

I medicinali a portata di mano per non rovinarsi le vacanze
 

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Insonnia, scottature, contusioni, dermatiti, raffreddori, mal di gola, mal di testa o mal di denti: sono tanti i problemi di salute che possono rovinarci le vacanze, specialmente se ci troviamo a centinaia di chilometri lontano da casa o in luoghi isolati e non sappiamo come risolverli. Al momento di fare la valigia, quindi, è consigliabile (anche solo per scaramanzia) portare un kit di medicinali utili, naturalmente tenendo conto del tipo di vacanza che si è scelto di fare. Ovviamente prima di partire va controllato se nella meta del nostro viaggio ci sono problemi sanitari particolari o se sono obbligatorie o consigliate vaccinazioni specifiche. Sul sito della Farnasina 'Viaggiare Sicuri’ (www.viaggiaresicuri.mae.aci.it) si possono trovare tutte le informazioni del caso.

Per le vaccinazioni ci si può recare presso il centro vaccinazioni internazionali della Asl di competenza. Rincuora invece lo studio realizzato da Anifa (Associazione nazionale dell'industria farmaceutica dell'automedicazione), secondo cui quasi tutti gli italiani, per la precisione l'80%, non parte senza avere con sé un kit di medicinali essenziali,

Ma quali farmaci non devono mancare nella valigia delle vacanze? Un analgesico, utile per mal di testa, mal di denti, dolori alla schiena, un antipiretico (tachipirina o un suo equivalente a base di paracetamolo), un antiinfiammatorio, un antinausea, un farmaco contro l’acidità di stomaco, un antidiarroico, fermenti lattici ( meglio se stabili a temperatura ambiente) per prevenire dissenteria, ma anche un blando lassativo e un antibiotico ad ampio spettro.

E ancora, un antistaminico in compresse e in pomata, una crema per le infezioni, prodotti per la tosse, un collirio decongestionante, così come la melatonina per favorire il sonno, spesso disturbato dal fuso orario diverso. Prima di usarli, però, è necessario leggere con attenzione il foglietto illustrativo, utilizzare il farmaco per pochi giorni e, in assenza di miglioramenti, rivolgersi al medico.

Ecco, in sintesi, quello che non dovremmo mai dimenticare, anche se bisogna ricordare che ogni tipo di vacanza ha il suo kit di farmaci ideale.

Disinfettante e cerotti
Una caduta accidentale o un taglio possono capitare in vacanza, per questo è bene portare in valigia un disinfettante, garze sterili e cerotti. I disinfettanti vanno applicati direttamente sulla ferita, dopo aver pulito con acqua la pelle circostante e avere rimosso eventuali tracce di sporco.

Colluttori, pastiglie e spray per la gola
Pastiglie da sciogliere in bocca, spray e collutori aiutano a disinfettare la gola e a combattere le forme più lievi di mal di gola, che si fa sentire in estate per i frequenti sbalzi di temperatura, entrando e uscendo da locali con aria condizionata.

Antistaminici per allergie, eritema o dermatiti
L’eccessiva esposizione al sole o il contatto con alcune sostanze possono causare reazioni allergiche. Gli antistaminici sono farmaci in grado di bloccare l’azione dell’istamina, la sostanza che scatena l’infiammazione e che causa i sintomi tipici di una reazione allergica (prurito, orticaria, eritema, problemi gastrointestinali). Gli antistaminici devono essere usati solo per bloccare la reazione allergica e per periodi di tempo limitati, inoltre possono dare sonnolenza o interferire con altri farmaci, per questo occorre chiedere consiglio al medico prima di partire.

Lassativi anti stitichezza
Il cambio di ritmi e di abitudini alimentari può causare problemi di stitichezza e per ovviare esistono diversi tipi di lassativi, la cui scelta deve essere fatta in base alle proprie esigenze. Tutti i lassativi devono essere utilizzati per periodi brevi (qualche giorno al massimo), altrimenti si rischia l’assuefazione. A volte può bastare inserire frutta, verdura e liquidi nella dieta.

Antiacidi contro il mal di stomaco Lo stress del viaggio, il cambiamento di abitudini alimentari e la stanchezza possono causare difficoltà digestive, bruciore, acidità. L’acidità di stomaco si combatte con gli antiacidi che la neutralizzano, o con gli antisecretori anti H2 che riducono la produzione di sostanze acide.

Antidolorifici
Un mal di testa improvviso, un ascesso ai denti, dolori mestruali, febbre e influenza sono compagni di viaggio alquanto sgraditi. Per questo conviene sempre portare con sé farmaci che alleviano il dolore, ma che sono anche in grado di abbassare la febbre. Gli antidolorifici possono essere utilizzati anche sotto forma di creme o cerotti che rilasciano il principio attivo nel caso di dolori localizzati, mentre quelli per bocca devono sempre essere presi a stomaco pieno.

Melatonina e valeriana per jet lag e insonnia
Quando si fa un viaggio che comporta un cambio notevole di fuso orario, le difficoltà a dormire non tardano ad arrivare. I primi giorni si fatica a prendere sonno, ci si sveglia spesso di notte, si ha mal di testa, ci si sente irritabili.Per attenuare questi disagi la melatonina è utile perché regola il ritmo sonno-veglia. Anche la valeriana, che ha un’azione rilassante e aiuta a dormire, serve a battere sul tempo l’insonnia: deve essere presa solo per pochi giorni, tutte le sere prima di andare a dormire.
Sul sito della Società italiana di medicina dei viaggi e delle migrazioni, www.simvim.it, si trovano tutte le indicazioni utili sulla farmacia da viaggio.

F35, il Tar non ferma l’acquisto

La Stampa


I giudici: “Non tocca a noi sindacare sulle scelte di natura politica”



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Il Tar del Lazio ha respinto la richiesta del Codacons di sospendere il contratto di acquisito degli F35 da parte dell’Italia. Scrivono i giudici nell’ordinanza: «a prescindere dai profili relativi alla legittimazione attiva appare configurabile la natura politica degli atti impugnati e dunque la loro conseguente insindacabilità da parte del giudice amministrativo».

Il ministro della Difesa, Mario Mauro, durante una audizione al Senato davanti alle commissioni congiunte di Difesa, Esteri e Politiche europee, ha ricordato ieri che «Si dice che se ci ritiriamo dal programma degli F35 non avremo penali né sprechi di denaro pubblico. Ma abbiamo già speso 3 miliardi e mezzo di euro per la portaerei Cavour che dovrebbe ospitare gli F35 a decollo verticale. Allora non capiremmmo per quale ragione abbiamo speso quei soldi»




Viaggio nella fabbrica degli F35 “A luglio il via alla produzione”
La Stampa

Cameri, mille addetti e 60 aziende per gli aerei da guerra: un ritorno di 14,6 miliardi

niccolò zancan
inviato a cameri


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È diventato una specie di tormentone italiano: «Basterebbe tagliare sugli F35...». Polemiche, promesse elettorali, calcoli di risparmio pubblico, ipotesi alternative. Poi uno arriva a Cameri, si guarda intorno e scopre che tutto è già deciso e firmato da tempo. C’è persino una data: 18 luglio 2013. Quel giorno, in questo stabilimento nuovo di zecca, costato oltre 700 milioni di euro, incomincerà il lavoro per assemblare il primo aereo da guerra di ultima generazione. Il famoso F35, appunto. Non solo ali e pezzi sofisticati della fusoliera. Proprio i primi cinque caccia interamente montati in Italia. Dovranno essere pronti entro il 2015, come da contratto. Serviranno per addestrare i piloti europei nelle basi degli Stati Uniti. Il sesto velivolo in produzione, sempre a Cameri, sarà il primo «operativo» nei cieli italiani. Data di consegna 2016. Quando entrerà ufficialmente in servizio per l’Aeronautica militare. Verrebbe da chiedersi: di cosa stavamo parlando? 

«Non spetta a noi entrare nel merito delle polemiche che ci sono state in questi mesi - dice il generale Giuseppe Lupoli, della direzione armamenti aeronautici - ci adeguiamo alle decisioni che la politica prenderà. Ma adesso il nostro compito è portare avanti questo progetto per le attività che sono già state contrattualizzate. Non si arriva a questo punto nel giro di due mesi...». Lo dice senza supponenza, facendo strada verso uno dei dieci capannoni giganteschi nati sui prati a fianco dell’aeroporto militare: «I vari governi che si sono succeduti hanno già investito 2,5 miliardi di dollari nel programma F35 - spiega - se un domani dovessero prendere delle decisioni drastiche in senso contrario, quei soldi andrebbero persi». Non a caso la stampa è stata convocata qui oggi. 

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È un tentativo di fare chiarezza. Di mettere a confronto, molto empiricamente, le parole di questi mesi con le gru che stanno lavorando giorno e notte. È come se ci fosse una sfasatura. E così, fra un martello pneumatico e una pressa di precisione, il generale sfodera una serie di dati altisonanti: «Il programma prevede di costruire 3 mila F35 nei prossimi 15 anni per tutti i Paesi partner. Ne sono già stati ordinati cento. Quello di Cameri sarà il secondo stabilimento per importanza produttiva nel mondo. Assembleremo pezzi americani, inglesi, italiani e prossimamente turchi.

A pieno regime, arriveremo alla capacità di 2 velivoli e 6 ali al mese. Se il programma andrà avanti, dopo la fase di produzione, ci sarà quella di manutenzione, riparazione e aggiornamento. Per un totale di 42 anni di lavoro garantito. Solo qui a Cameri mille addetti, senza contare l’indotto. Più di sessanta aziende coinvolte». L’ultimo dato, e viene ripetuto addirittura due volte, è questo: «Noi prevediamo un ritorno economico di 14,6 miliardi». 

Qui siamo. Di fronte a questa scelta, che nei fatti sembra già presa. Per dire, il programma F35 viene riverificato ogni anno per numeri di produzione. Ma l’americana Loockeed ha già firmato con Alenia un accordo di sei anni. Disattenderlo significherebbe inceppare la catena produttiva. «Ne deriverebbero penalità operative, finanziarie e sociali», dice il generale Lupoli. Dunque, nell’intenzioni, l’Italia costruisce per tutti e compra novanta F35 per la sua Aeronautica militare. Questo è il piano. 

Solo su una cifra, il generale è cauto. Il costo di ogni singolo aereo per le tasche degli italiani. «Varia sensibilmente fra la prima e l’ultima fase produttiva - spiega Lupoli - quando tutto gira al meglio. Quindi ha senso solo il costo medio per velivolo». Ci riproviamo: può essere meno evasivo? «Per il prezzo di quest’anno siamo in trattativa. Nel 2019 un F35 a decollo orizzontale dovrebbe costare 65 milioni». Non deve essere un caso che si sia parlato molto più di opportunità occupazionali che di strategie militari. Più di industria, che di difesa.

Ma poi, alla fine, ci si arriva. Il generale Lupoli sostiene che comprare questi aerei da guerra quasi invisibili ai radar, con la vernice diversificata a millimetri per una resa ottimale, sia necessario: «Noi non usiamo auto vecchie di quarant’anni. I nostri attuali velivoli sono obsoleti. Non sostituirli, in prospettiva, ci taglierebbe fuori da tutto». E cosa dice dei problemi tecnici riscontrati nei primi F35 prodotti? «Normalissimi, quando si usano tecnologie completamente nuove. Ma non è emerso nulla che il lavoro degli ingegneri non possa risolvere. Infatti, il 18 luglio partiamo». Non esiste un piano B, insomma. Non lo dice in maniera così drastica, ma il punto pare proprio questo: o gli F35 o la fine dell’Aeronautica militare italiana. Liberi di scegliere. 

Non è razzismo, abbiamo aperto lefogne

Marcello Veneziani - Gio, 01/08/2013 - 14:29

 

Un tempo le cattiverie restavano nella testa di chi le pensava. Ora le fogne a cielo aperto trovano i social network che danno l'ebbrezza di una democrazia 24h per tutti

 

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No, non siamo diventati un popolo di razzisti, come allude invece la Cnn. Gli insulti dementi alla Kyenge nascono da un fenomeno nuovo, massiccio e virale: viviamo con le fogne a cielo aperto. Mi spiego. Un tempo gli umori deleteri, le cattiverie, i rancori restavano nella testa di chi li pensava o in famiglia, al più arrivavano al bar, al gruppo, o in contesti circoscritti nel tempo o nel luogo, come lo stadio o la piazza. Ora le fogne a cielo aperto trovano i blog, twitter, i social network, che danno l'ebbrezza di una democrazia nuda 24h per tutti. E on line risale la fogna del Paese. Una fogna che contagia e abbrutisce, che emana miasmi dalle chiaviche, invidie e risentimenti a lungo covati.

Seguite quel che scrive la Fogna nel web sui personaggi pubblici, inclusi noi che scriviamo; in mezzo a critiche intelligenti, elogi o commenti sciocchini, c'è un fiume di letame, insulti e narcisismi frustrati che s'ingrossa per via. Equivale alle intercettazioni dei potenti: se metti il viva voce all'intimo viene fuori la fogna. C'era anche prima, ma ora va in onda, in rete, in tribunale. Perciò dico: non siamo diventati razzisti, abbiamo solo aperto le cloache. E il rimedio non è spegnere l'audio o la rete, semmai educare (ma chi, dove?). Poi l'ideologia del momento seleziona gli insulti su cui indignarsi e costruire leggi, divieti e campagne e ignora gli altri. Ma gli insulti che più bruciano, diciamolo, sono quelli rivolti a te persona e non a te in quanto nero, donna, gay, ebreo o fascista.

Twitter, è record di richieste per la rimozione contenuti

Corriere della sera

Le segnalazioni sono aumentate del 76 per cento. In testa, quelle legate alla violazioni di copyright

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Aumentano le richieste di rimozione di contenuti da Twitter: addirittura, negli ultimi sei mesi, sarebbero salite del 76 per cento rispetto allo scorso anno quelle legate al copyright. Link, immagini, video che non piacciono alle aziende, alle associazioni che proteggono il diritto d’autore dei grandi gruppi editoriali e dell’intrattenimento mondiale. O ancora: tweet che diffamano, account sui quali vengono richieste informazioni circa la provenienza e i dati sensibili dell’utente stesso. È questo il panorama tracciato dall’ultimo rapporto sulla trasparenza del social da 140 caratteri, i cui dati sono stati pubblicati il 31 luglio 2013.

QUESTIONE DI COPYRIGHTDal 1 gennaio al 30 giugno 2013 le richieste di rimozione di materiali su Twitter per violazione del diritto d’autore sono state 5753: il 76 per cento in più rispetto al secondo semestre del 2012. Il totale riguarda oltre 22mila account diversi, 18mila tweet rimossi e quasi 4mila contenuti fatti scomparire dal social network dei cinguettii, per via di una violazione del DMCA, il Digital Millennium Copyright Act, la legge americana che protegge il diritto d’autore in Rete. Anche i dati di Google – che pubblica il suo rapporto sulla trasparenza a partire dal 2011, mentre Twitter lo fa dal 2012 – confermano come rispetto allo scorso anno l’attenzione al copyright si sia fatta pressante: nell’ultimo mese Big G ha ricevuto e rimosso dalle sue ricerche oltre 14 milioni di link considerati fuorilegge, segnalati da oltre 2mila enti o aziende diverse e riguardanti oltre 37mila domini internet. Si pensi che, l’ultima settimana di luglio dello scorso anno, le segnalazioni erano di poco sopra al milione, contro appunto i 14 milioni della scorsa settimana.

I RE DELLE RIMOZIONIA collezionare il maggior numero di richieste di rimozione, nel caso di Twitter, sono le grandi associazioni di categoria e le società che aiutano le aziende a monitorare le violazioni online: come Remove your media (su Twitter @removepiracy), gruppo americano che ha tra i suoi clienti molti dei grandi del cinema, dei videogiochi e del software, ma anche la RIAA, Recording Industry Association of America, il gruppo di interesse che segue le etichette musicali negli Stati Uniti. Nel caso di Google, la situazione è analoga ma all’ennesima potenza, visti i grandi numeri del motore di ricerca: qui i re delle segnalazioni si chiamano Bpi (unione delle etichette britanniche) e Degban, altra società impegnata a punire per conto delle aziende chi non rispetta il copyright (tanto che si usa dire “you’ve been degbanned”, sei stato degbannato, giocando sulla parola ban). A ruota, dopo di loro (che lo scorso mese hanno segnalato circa 3 milioni di URL da bandire a testa) vengono nuovamente la RIAA e tutte le grandi aziende dell’intrattenimento, da Fox a Paramount, da Disney a Warner Bros, intervallate dai grossi numeri di Microsoft, Adobe e molte aziende distributrici di software.

I DATI DEGLI UTENTI Sebbene i numeri siano inferiori, sono interessanti anche i dati che riguardano le richieste su singoli utenti: aziende e lobby, ma anche e soprattutto le pubbliche amministrazioni, chiedono ai social di svelare identità e fornire dati sensibili sui proprietari degli account. Per Twitter il fenomeno è soprattutto americano: su 1157 richieste, oltre 900 arrivano proprio dagli Usa. La motivazione è legata ai controlli antiterrorismo, ma anche a persone scomparse oltre ad alcuni casi richiesti dai giudici rispetto ai manifestanti di Occupy Wall Street. Per Google i numeri sono diversi, e i dati (aggiornati però solo a fine 2012) parlano di oltre 21mila richieste di informazioni personali a fine anno scorso, di cui 846 riguardano il nostro Paese.

1 agosto 2013 | 12:35

Quegli esodi all'alba per le ferie d'agosto

Corriere della sera

Chiusi uffici e negozi, si partiva tutti insieme. In Vespa sulle statali, gli imbarchi con posto-ponte. Scomodità e vacanze

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Racconto d'agosto I traghetti dalla Sardegna al continente navigano di notte, arrivano all'alba, partono al tramonto. Olbia è splendida a quell'ora: il sole basso sull'acqua scura, le navi bianche e le facce abbronzate. Se le partenze da Genova, Livorno e Civitavecchia sono spesso accaldate e nervose, i rientri sono sereni: anche i neonati, ho l'impressione, piangono con meno convinzione. Sembra che ogni persona, ogni coppia, ogni famiglia e ogni gruppo sia impegnato a redigere un sommario personale. I colori che ha visto, la gente che ha trovato, i profumi che ha imparato a riconoscere e sta per lasciare: elicriso e crema solare, fichi e vento, salmastro e birra Ichnusa.

Dura solo mezz'ora. Un saggio-omaggio del passato prossimo, per ricordarci cosa eravamo e cosa siamo diventati: una società mai abbastanza comoda, mai interamente soddisfatta, mai completamente tranquilla. Alle vacanze si applica il «paradosso del progresso», riassunto da Gregg Easterbrook in un libro dallo stesso nome: la constatazione che le condizioni di vita e i beni materiali non danno la felicità. Portano invece l'infelicità quando li si perde. La macchina della società occidentale non è fornita di marcia indietro: in estate diventa più evidente.

Quarant'anni fa, nel 1973, eravamo reduci da anni di crescita economica che oggi definiremmo cinese, e allora chiamavano italiana. Un connazionale su quattro aveva l'automobile; i treni estivi erano economici, affollati e chiassosi; i traghetti per la Sardegna si chiamavano «Canguro», un nome genuinamente allegro. Ricordo, per tutti gli anni Settanta, viaggi in Vespa lungo le statali, imbarco a Genova, posto-ponte per Olbia o Porto Torres, il che voleva dire dormire su un divano tra sconosciuti che giocavano a ramino, oppure sul ponte umido, tra selve di piedi. Era un rito efficace, pieno di un'euforia inconfessabile. Era l'inizio della scomodità, quindi della vacanza. Eravamo i figli di un'Italia ottimista, dotata di grande pazienza e carica di ragionevoli aspettative: e qualcosa c'è rimasto addosso, insieme alla voglia di raccontarlo.

Nel 1997 il Corriere pubblicò la serie «Trenta scrittori per l'estate». Avevo quarant'anni, l'età ideale per le prime prove di rimpianto. Scrissi il racconto delle nostre partenze familiari degli anni Sessanta, con la Lancia Appia seconda serie, quella con le portiere che si aprivano a salotto. Eravamo in sei, rigorosamente senza seggiolini e cinture di sicurezza: cinque in famiglia (papà, mamma, tre figli), più la tata, che era il nome con cui si chiamavano le baby-sitter quando ancora capivano l'italiano.

Ricordo che lasciavamo Crema un'ora prima dell'alba. Non ho mai saputo perché. La scusa ufficiale era che, in quel modo, avremmo evitato il caldo (ai tempi l'aria condizionata esisteva soltanto sulle automobili di James Bond). Ripensandoci, credo invece che la partenza nel buio fosse un modo di celebrare l'avvenimento, e dargli l'importanza che meritava. Alle dieci si parte per una gita; alle otto, per un fine settimana. Per le vacanze estive - con papà, mamma, sorella, fratellino, tata, valigie, provviste e plaid - le quattro del mattino erano l'unica ora possibile. Immota, drammatica. Se Shakespeare fosse andato in vacanza in Versilia passando per la Cisa, senza dubbio, sarebbe partito alle quattro del mattino.

Dalle molte lettere ricevute dopo quel racconto ho scoperto che due intere generazioni erano partite insieme a quell'ora improbabile: i nostri genitori sul sedile davanti, noi sul sedile dietro. Anteguerra e dopoguerra sullo stesso mezzo, uniti da una silenziosa eccitazione. Industrie, uffici e negozi chiudevano tutti insieme, quasi con sollievo, in una grande espirazione collettiva; le città si svuotavano; e si partiva. Si partiva prima dell'alba per poesia, per purezza, per prudenza. Senza una vera necessità. Oggi partiamo in orari ragionevoli; guidiamo auto fresche e sicure che non forano mai; ascoltiamo autoritari navigatori satellitari e controlliamo con il telefono orari, traffico e meteo. Mettete un italiano del 2013 su un'utilitaria del 1963 e si rivolgerà alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo. Piazzate un adolescente di oggi su una Vespa di ieri e i genitori grideranno allarmati. Non s'allarmano, invece, per la discoteca a Ibiza, dove i pericoli sono ben maggiori di un portapacchi instabile.

Degli anni Sessanta e Settanta noi ricordiamo gli odori, i sudori e i sapori: panini gommosi in viaggio, focacce oleose in spiaggia, cocco e bomboloni, l'acqua salata dopo il bagno. Che sapore di sale può sentire, oggi, chi scende a Forte dei Marmi per guardare i russi di notte e non trova neppure il tempo di entrare in mare? Non erano tutti saggi, i nostri genitori; ma erano consapevoli dell'importanza rituale dell'estate. Non avrebbero mai permesso che crisi o questioni politiche la rovinassero. L'estate era una tregua collettiva. La colonna sonora, oggi, è l'esito di un processo. Allora - pensate un po' - era una canzone.

Passammo l'estate su una spiaggia solitaria e ci arrivava l'eco di un cinema all'aperto e sulla sabbia un caldo tropicale dal mare. E nel pomeriggio quando il sole ci nutriva di tanto in tanto un grido copriva le distanze e l'aria delle cose diventava irreale.
Franco Battiato, quando canta Summer on a solitary beach , riassume un'esperienza comune agli italiani nati nei primi settant'anni del secolo scorso. Anche a coloro - ed erano parecchi - che alle spiagge solitarie preferivano quelle affollate di pettorali e bikini. Se siete giovani e, leggendo, avete provato un po' di invidia, non preoccupatevi: è normale. Vi è venuta voglia di cose semplici. Quelle che oggi tutti - voi e noi - cerchiamo di compensare con mille contatti, cento occasioni, stimoli continui.

Non è vietato passare l'estate incollati a Facebook, Twitter, WhatsApp o Ruzzle, a patto di considerare l'esperienza per quel che è: un anestetico. Uno dei racconti più belli, nei Sillabari di Goffredo Parise, s'intitola Grazia .  « Un giorno un uomo aveva appuntamento con una donna al caffè Florian, a Venezia, alle sette e mezzo di sera. Era l'inizio dell'estate, entrambi avevano un'età particolare, lui quaranta, lei trentacinque, in cui possono succedere molte cose nell'animo umano ma è meglio non succedano perché è tardi ed è inutile illudersi di tornare ragazzi. Tuttavia i due, forse senza saperlo, avevano molta voglia di tornare ragazzi e accettarono quel loro piccolo flirt appena incominciato come un gioco ma, sotto sotto, con una certa speranza ».

Queste cose normali - lo sappiamo tutti - d'estate succedono ancora; ma facciamo fatica addirittura a desiderarle. La semplicità ci appare un ripiego, e dovrebbe essere un obiettivo. Siamo confusi perfino nei desideri: vorremmo vacanze avventurose e ben organizzate, estati spericolate ma senza pericoli, situazioni eccezionali e prevedibili. In questo agosto meteorologicamente, socialmente, politicamente ed economicamente complicato, dovremmo imparare dai convalescenti. Per loro la normalità non è noia, ma riconquista e gioia.

1 agosto 2013 | 11:56

Eurodeputato, caro ci costi Guadagna 1 milione e 69 mila euro: un impiegato ci mette 45 anni di lavoro

Libero

Un nostro rappresentante a Strasburgo mette al sicuro, ogni mese, il 795% extra di chi ce l'ha mandato


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Un milione e 69 mila euro per sedere una legislatura su uno scranno a Strasburgo. A tanto ammonta il guadagno di un eurodeputato tra stipendio base, diarie, bonus, indennità giornaliere e di trasferta a fine mandato. Un bel malloppo che un impiegato medio italiano raggiunge dopo 45 anni di lavoro, un tedesco dopo 39. Ma a un bulgaro non basta un secolo di sacrifici, 108 anni. A un polacco, più di una vita, 78 anni.

Il confronto, riportato da Repubblica, è stato fatto dalla giornalista Anette Krönig e da un gruppo di statistici per il portale tedesco al servizio dei consumatori (preisvergleich. de), Bulgaria, Romania, Lituania, Lettonia, Polonia siano nelle prime cinque posizioni nella classifica dello spread tra i guadagni degli eletti e dei votanti. Un eurodeputato bulgaro, per dire, incassa il 2.051% in più del suo elettore. Quello rumeno, il 1.861%. E così via. Con divari pazzeschi. Su 27 paesi, l'Italia è circa a metà classifica, sedicesima dopo la Spagna. Un nostro rappresentante a Strasburgo mette al sicuro, ogni mese, il 795% extra di chi ce l'ha mandato. La Francia è diciottesima. La Germania ventiduesima.

Ma la raccolta dei rifiuti è davvero “differenziata”?

La Stampa

Spesso, nelle stazioni e negli aeroporti, il contenuto dei sacchetti della raccolta differenziata viene riversato nello stesso sacco indistinto

andrea bertaglio


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Che molte persone non siano ancora in grado di capire che dove c’è scritto “carta” va messa la carta e dove c’è scritto “plastica” la plastica, o che molti non siano ancora abituati alla raccolta differenziata è in qualche modo comprensibile, nonostante questa sia un fenomeno attivo da oltre vent’anni, in alcune zone. Del resto, per cambiare il proprio stile di vita o le proprie abitudini c’è chi ci mette una vita intera. 

I sacchetti di vari colori che vediamo in aeroporti e stazioni sono generalmente pieni di tutto. Tanto che viene da chiedersi: è così difficile mettere in un bidone una bottiglietta e nell’altro un giornale? Forse sì. Soprattutto se si inizia a pensare al mistero del destino di quei rifiuti che, nonostante l’apparente differenziazione, vengono spesso raccolti in modo “indifferenziato” nelle stazioni, negli aeroporti o in altri luoghi pubblici. Un fatto che può demotivare chiunque, inclusi coloro che vedono la necessità di separare una lattina da una buccia di banana.

Nell’arco di pochissimo tempo, infatti, ho visto addetti alle pulizie infilare senza troppe remore in un unico sacco grigio-nero i rifiuti provenienti dai vari sacchetti multicolor. Mi è successo prima in una stazione ferroviaria in provincia di Asti dove, dopo avere fatto notare al signore che stava riempiendo il sacco nero che avrebbe dovuto separare i rifiuti, mi sono sentito rispondere che quella era una stazione troppo piccola, e che quindi non faceva alcuna differenza. Poi, in un posto che era tutto tranne che piccolo: l’aeroporto di Milano Malpensa, dove la signora delle pulizie metteva con nonchalance (e davanti agli occhi abbastanza allibiti di alcuni turisti e uomini d’affari stranieri) tutto quello che trovava sul suo cammino. Inclusa ovviamente l’immondizia dei sacchetti colorati.

Al di là del fastidio e della sensazione di presa per i fondelli che prova chi “spreca” il suo tempo a dividere il cellophane dalla rivista (grande sforzo, lo so), resta da capire se è solo una questione di ignoranza degli “operatori ecologici”, se questi non sono formati (o informati) in modo opportuno, o se non sono messi nelle condizioni di raccogliere separatamente i rifiuti (per mancanza di mezzi, tagli ai fondi e scuse del genere). Oppure se, perché no, dietro c’è un disegno ben preciso, dettato magari da quegli amministratori smaniosi (magari per interessi personali?) di far costruire nuovi “termovalorizzatori”, o fare convertire i cementifici in inceneritori a spese dei contribuenti.

La domanda sorge spontanea, visto quanto sta succedendo in un’Italia spesso in mano a persone dalle dubbie competenze o moralità. Un’Italia che, però, non riceve molto aiuto da una quantità eccessiva di suoi cittadini che, oltre a non sapere distinguere un colore dall’altro, sembrano non volere capire che certe scelte possono rendere la loro esistenza più sostenibile non solo a livello salutistico e ambientale, ma anche economico. 

@AndreaBertaglio

Mail, chat e ricerche su Internet Così l’Nsa spiava tutti i pc del mondo

La Stampa

Il quotidiano svela l’esistenza di Xkeyscore, un programma in grado di monitorare le azioni in Rete di qualsiasi utente. Gli Usa: «Dal 2008 abbiamo catturato di 300 terroristi»

federico guerrini


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Una delle affermazioni più controverse fatte da Edward Snowden, il leaker che ha rivelato al mondo l’esistenza dei più avanzati e capillari programmi di spionaggio mai realizzati dai servizi segreti americani (e non solo) era la seguente: “dalla mia scrivania potevo intercettare chiunque, da te al tuo commercialista, fino a un giudice federale e perfino al Presidente, conoscendo la sua email personale”. “Impossibile! Sta mentendo! - hanno strillato in coro politici del Congresso come il repubblicano Mike Rogers, presidente del comitato sull’Intelligence, e rappresentanti dell’Nsa. In realtà, pare che le cose stiano proprio così. 

È l’ultimo scoop del quotidiano britannico Guardian che, con una politica assai attenta di centellinamento del materiale a disposizione, sta cercando di tenere alta l’attenzione dell’opinione pubblica. Qualsiasi argomento a lungo andare stanca, lo sa bene chi fa il giornalista e il Datagate, che pur ha ottenuto risultati importanti – in un recentissimo sondaggio del Pew Center per la prima volta gli americani si sono detti più preoccupati della privacy che della sicurezza nazionale - non fa eccezione; le ultime rivelazioni del Guardian, riguardanti l’esistenza di un programma chiamato Xkeyscore, non hanno avuto lo stesso impatto delle precedenti. Eppure si tratta dello strumento di monitoraggio più pervasivo di cui finora si sia venuti a conoscenza. 

Stando a nuove slide interne della Nsa pubblicate dal giornale, Xkeyscore darebbe accesso a “praticamente qualsiasi cosa un utente tipo faccia su Internet”. In sostanza, si tratterebbe di un’interfaccia grafica per analisti, tramite cui personale anche di basso livello, come era lo stesso Snowden, potrebbe accedere a email personali, siti web visitati, metadati, chat private e messaggi su Facebook. Gli impiegati dell’Nsa avrebbero a disposizione una vasta gamma di scelte per interrogare i database online ed effettuare le ricerche: oltre che per indirizzo mail possono scoprire quello che fa un dato soggetto inserendo come parametri il suo numero di telefono, l’indirizzo Ip, tipo di browser utilizzato, parole chiave adoperate, lingua di navigazione, in modo da restringere od allargare la ricerca. 

Esempio: partendo dal nome di dominio di un certo sito Web sarebbe possibile risalire a tutti gli Ip dei visitatori, e da qui verificare se nell’elenco c’è l’indirizzo della persona che si sta monitorando. In una delle slide si afferma che, dal 2008 ad oggi, il programma avrebbe portato alla cattura di 300 terroristi. Non è chiaro come avverrebbe, dal punto di vista tecnico, il monitoraggio, ossia come gli analisti riescano a collegarsi online ed ottenere tutti questi dati. Vengono invece forniti alcuni dettagli su come i servizi segreti riescano a mantenersi sul piano della legalità, se non altro dal punto di vista formale. Ogni volta che un analista opera un’intercettazione non deve far altro che pescare l’apposita “giustificazione” da un menù a discesa, all’interno di un numero di opzioni preimpostate, e specificare la durata temporale dell’intercettazione. 

Teoricamente, prima di procedere gli analisti devono procurarsi un mandato soltanto nel caso monitorino cittadini americani; ci sono però delle zone grigie: comunicazioni di un cittadino americano che si trovi all’estero, o che dialoghi con una controparte estera. Nella pratica, non c’è niente, se non eventuali controlli interni, che impedisca a un qualsiasi funzionario di accedere a un contenuto a piacere. E in ogni caso, le tutele che valgono per i cittadini Usa non valgono per gli stranieri. Le informazioni raccolte vengono conservate generalmente per pochi giorni: il flusso di dati è tale da rendere impossibile archiviare tutto, ma pare che l’Nsa devi i contenuti particolarmente interessanti in un database separato, chiamato Pinwhale, che può contenere dati per un quinquennio. 

Da ultimo c’è da registrare la risposta rilasciata dall’Nsa a quanto pubblicato dal Guardian, in coda al pezzo del giornalista Glenn Greenwald: “Xkeyscore – afferma l’agenzia – fa parte di un sistema di raccolta legale di informazioni di intelligence dall’estero. Le accuse di un accesso capillare e incontrollato da parte degli analisti ai dati raccolti dall’Nsa sono semplicemente non vere. L’accesso è limitato soltanto al personale che richiede l’autorizzazione per un compito che gli è stato assegnato. Oltre a ciò ci sono molteplici controlli, tecnici, manuali e da parte di supervisori, all’interno del sistema, per impedire che si verifichino abusi deliberati”. 

Roccella Jonica e l’Aquila sono i “Comuni Ricicloni”

La Stampa

Il comune in provincia di Reggio Calabria si aggiudica il premio CONAI “Start Up”; a quello de L’Aquila la menzione speciale “Il riciclo non si ferma”

marco tedeschi


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Anche quest’anno CONAI, Consorzio Nazionale Imballaggi (consorzio privato senza fini di lucro costituito da oltre 1.100.000 aziende produttrici e utilizzatrici di imballaggi che è partner del Concorso «Comuni Ricicloni»), ha premiato i Comuni che si sono maggiormente distinti nella raccolta differenziata di qualità dei rifiuti di imballaggio.
Il premio “Start up” è stato vinto quest’anno dal Comune di Roccella Jonica che ha modificato il sistema di raccolta differenziata sul territorio comunale, passando, in un solo anno, dal 14% al 74% di raccolta differenziata dei rifiuti.

Dopo aver partecipato a un corso di formazione della Regione Calabria promosso da CONAI, il Comune ha ottenuto i finanziamenti messi a disposizione da un bando regionale per la realizzazione del Centro di Raccolta Comunale. CONAI ha inoltre collaborato con il Comune nell’ideazione e realizzazione di un nuovo servizio di raccolta “porta a porta” per tutte le frazioni: carta, vetro, multimateriale leggero (plastica e metalli), organico, indifferenziato, che è stato promosso attraverso un’importante campagna di comunicazione e accolto con grande entusiasmo da tutta la cittadinanza. Il Comune è riuscito a raccogliere il 74% dei rifiuti, riducendo in tal modo i costi di smaltimento in discarica di circa 200.000 euro e beneficiando dunque al massimo di tutte le opportunità offerte dall’Accordo ANCI-CONAI.

La menzione speciale “Il riciclo non si ferma” è stata assegnata invece al Comune de L’Aquila che, a partire dal 2010, ha sviluppato - anche grazie al supporto di CONAI - un piano per la riqualificazione del servizio di raccolta in un territorio ancora in difficoltà dopo il sisma del 2009. L’ideazione di un piano che ottimizzasse il sistema di raccolta differenziata è stata seguita, nel 2011, dall’implementazione del servizio stesso, che oggi raggiunge il 60% dei cittadini residenti.

Il sisma del 2009 ha comportato una significativa redistribuzione geografica della popolazione che ora è sparsa in 12 circoscrizioni su un territorio di 466 km, situazione che rende la raccolta dei rifiuti di imballaggio molto più complessa ed onerosa. CONAI ha voluto quindi premiare la forte determinazione e il continuo impegno delle istituzioni locali e dei cittadini aquilani nella riqualificazione della raccolta, nonostante le oggettive difficoltà che si sono trovati ad affrontare.
“CONAI ritiene importante conferire il premio nazionale “Comuni Ricicloni” alle realtà che meglio si sono distinte nella gestione sostenibile dei rifiuti urbani, in particolare dei rifiuti di imballaggio - ha commentato Walter Facciotto, Direttore generale CONAI.

Premiare l’impegno dei Comuni è doveroso perché l’organizzazione di un buon servizio di raccolta differenziata richiede volontà da parte dell’amministrazione pubblica e coinvolgimento da parte dei cittadini. Ci piace che, per una volta, emergano le “buone notizie”, gli esempi di chi amministra con responsabilità un “problema” che, se ben gestito, si può trasformare in una risorsa ambientale ed economica: ambientale perché la corretta gestione dei rifiuti favorisce la riduzione del ricorso alla discarica; economica perché l’impiego di materiali riciclati permette il risparmio di materie prime. Plauso, quindi, alla ventennale iniziativa di Legambiente che dà visibilità ai Comuni che si sono attivati per una gestione sostenibile dei rifiuti di imballaggio”.

Nell’arco di 15 anni di attività, il Sistema Consortile ha contribuito ad incrementare il recupero complessivo di acciaio, alluminio, carta, legno, plastica e vetro del 136%. Il salto di qualità è stato importante: si è registrata una crescita dei rifiuti avviati a recupero - da 33,2% a 75% - con una conseguente riduzione dei quantitativi di rifiuti di imballaggio destinati a smaltimento, diminuiti del 61%. In altre parole, oggi vengono recuperati 3 imballaggi su 4, erano 1 su 3 nel 1998.

I risultati di riciclo sono stati possibili grazie al lavoro che CONAI ha svolto e continua a svolgere sul territorio con i Comuni, attraverso l’Accordo quadro ANCI-CONAI, che promuove lo sviluppo della raccolta differenziata di qualità. Grazie alle convenzioni previste dall’Accordo, nel 2012 sono stati raccolti per essere avviati a riciclo oltre 3 milioni di tonnellate di rifiuti di imballaggio. A fronte dei conferimenti di materiali di imballaggio, sono stati riconosciuti dal Sistema Consortile oltre 312 milioni di euro (+7% rispetto all’anno precedente) di corrispettivi ai Comuni, con incrementi più significativi nelle Regioni del Centro e del Sud. La promozione della “qualità” della raccolta differenziata è perciò fondamentale. Migliore è la qualità della raccolta, infatti, maggiori saranno i risultati di riciclo successivi.

Meduse: un pericolo per i bagnanti

La Stampa


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Come tutte le estati , anche quest'anno si torna a parlare del pericolo per la balneazione rappresentato dalle meduse. Si tratta di organismi marini  invertebrati che possono rappresentare un pericolo per i bagnanti, perché i loro tentacoli sono provvisti di sostanze ad azione urticante, neurotossica e paralizzante,  liberate ed inoculate per contatto , direttamente nella cute tramite appositi filamenti.

La proliferazione delle meduse, molto evidente negli ultimi anni ,  sembrerebbe legata alla pesca intensiva di specie di pesci (tonni, pesce spada , etc) , loro predatori,  nonché alla eutrofizzazione dei mari, ed all'aumento di salinità dei mari legato a minor afflusso di acqua dolce, anche all'inizio della stagione estiva. Per fortuna alle nostre latitudini  non si trovano specie molto pericolose (la più rappresentata  e' la pelagia noctiluca, la comune medusa fosforescente del mediterraneo) ed in genere il tutto si risolve in una reazione locale eritemato pomfoide,bollosa, a volte con aspetti necrotici, a lenta risoluzione.

Non si possono per escludere reazioni orticariose diffuse e fenomeni anafilattici ed  comunque riportato qualche caso di shock. E' utile, dopo aver delicatamente allontanato gli eventuali frammenti  di tentacoli ancora adesi alla pelle, cercare di neutralizzare le tossine con soluzione di bicarbonato di sodio, versare abbondante acqua di mare calda fino a sopportazione (la tossina e' termolabile) ed assolutamente non strofinare la lesione per favorire la penetrazione di ulteriore veleno. Successivamente si può applicare una crema cortisonica.

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Si sconsiglia di esporre al sole per evitare iperpigmentazioni. Discussi, ma attualmente non consigliabili, le applicazioni di ammoniaca, acido acetico , urina(!), che potrebbero peggiorare la situazione. Parimenti da evitare il ghiaccio, alcool e l'acqua dolce, che addirittura favorirebbero ulteriore rilascio di tossine da parte di nematocisti non aperte. Non grattare e non applicare pietre o sabbia calda. Interessante un gel a base di cloruro di alluminio.

Ovviamente nei casi più gravi va allertato il 118. Si consiglia quindi di fare una piccola "esplorazione " prima di tuffarsi in acqua, e nel caso di contatto , di non perdere la calma e di riguadagnare la riva in maniera ordinata. La medusa può essere afferrata ed allontanata tenendola per la cappella superiore, in quanto essa  priva di sostante pericolose, facendo attenzione ai tentacoli , piuttosto lunghi.   Resta da considerare ovviamente una serie di possibili traumatismi ,esempio cadendo sugli scogli, che insieme alla puntura da riccio di mare , al contatto con anemoni , o a traumatismi causati da sabbia, attrezzature da spiaggia ,ed altro ancora, possono richiedere un intervento , che può andare dalla banale disinfezione a interventi più impegnativi.

Lontani per 14 anni, poi la separazione: nessun assegno di mantenimento

La Stampa

14 anni lontani, lui a casa con i figli, lei si fa un’altra vita acquistando un altro immobile. Ma l’intervenuta separazione personale pronunciata dal Tribunale non dà diritto all’assegno di mantenimento, anche perché la donna, visto il suo reddito, è autosufficiente. Questo è il caso affrontato dalla Cassazione con la sentenza 7954/13.


Il caso

 

CatturaIl Tribunale, nel pronunciare la separazione personale di due coniugi, assegnava all’uomo la casa familiare, all’epoca in comproprietà delle parti, e disponeva che ciascuno provvedesse al proprio mantenimento. I giudici di appello, invece, decidevano di revocare l’assegnazione della casa al marito, ribadendo tuttavia l’insussistenza dei requisiti per la concessione alla moglie del chiesto assegno di mantenimento. Insussistenza che veniva ribadita per ben due volte dai giudici territoriali. In pratica, dopo il primo ricorso per cassazione, dove gli Ermellini avevano affermato la necessità di prendere in considerazione il tenore di vita goduto in costanza di matrimonio, la Corte di appello aveva comunque ritenuto che la donna fosse autosufficiente.

I coniugi erano già separati di fatto da 14 anni. La separazione personale dei coniugi, infatti, era avvenuta 14 anni dopo la separazione di fatto tra le parti. La donna si era allontanata dalla casa coniugale e il marito aveva provveduto a pagare il mutuo, alle spese di utilizzazione dell’immobile, nonché al mantenimento e accadimento dei figli. Acclarata dunque, visto anche l’acquisto di altro immobile, l’autosufficienza economica della donna e la disponibilità di un reddito tale da garantirle sostanzialmente lo stesso regime di vita che aveva avuto durante la convivenza coniugale. Niente da fare quindi per la donna, anche perché i motivi presentati sono inammissibili, nemmeno dopo il secondo ricorso per cassazione.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Vendo il rame del cimitero prima che lo rubino tutto”

La Stampa

La resa del sindaco di Trofarello: ci sono stati due furti in 45 giorni così l’amministratore ha deciso di smontare la copertura e di metterla sul mercato per comprare la tettoia in plastica

giuseppe legato
trofarello


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Alla fine l’ha venduto lui, il rame. Troppi furti impuniti (due nell’ultimo mese e mezzo), troppi danni e lettere dei cittadini che gliele cantavano di santa ragione e lui sempre lì a metterci la faccia. “Perché quando scegli di fare questo lavoro - dice - lo metti in conto. Ci vuole pazienza, devi saper ascoltare e agire”. Appunto: agire. Gianfranco Visca, primo cittadino di Trofarello, è un sindaco previdente. Cosi proiettato al futuro (nonostante non abbia più l’età di un ragazzino) che, con le sue scelte, prova finanche ad anticipare i furti inarrestabili dei ladri di oro rosso. 

In tre settimane gli hanno praticamente smontato l’intera copertura della passerella del cimitero collinare.: “C’erano tre campate, due sono state visitate e spogliate a distanza di quindici giorni l’una dall’altra” racconta. “Cosi mi sono detto: prima o poi mi sveglio la mattina e trovo il lavoro completato. Si porteranno via anche la terza campata. Non è meglio che quel rame lo venda io?”. Detto, fatto. Ha chiamato gli operai del Comune a raccolta, ha spiegato in breve cosa volesse fare. E , alla fine, è andato lui dalle aziende smaltimento metalli a consegnare il rame sottratto a furto certo. Gli hanno dato 3374 euro, pagando 4,2 euro al chilogrammo. Come verranno spesi? Semplice: li verseremo sul capitolo per l’acquisto di una nuova copertura stavolta in plastica che scoraggi i ladri”. Il colpo, per una volta, non lo hanno fatto i malviventi. 

Targa per Celentano La casa di via Gluck diventa un'icona degli ambientalisti

Elena Gaiardoni - Gio, 01/08/2013 - 07:07


Di «gente tranquilla che lavorava» oggi in via Gluck pare ne siano rimasti pochi esemplari. La strada che racconta «la storia di uno di noi», il ragazzo che sognava l'erba in mezzo alla città, oggi è fatta «di case fatiscenti, occupate per la maggior parte da extracomunitari che non pagano l'affitto. L'abitazione natale di Celentano è ancora più diroccata. Sono salito su quelle scale una volta sola, ma credo che non lo farei più. Mettono paura tanto sono malridotte» racconta Samuele Piscina, consigliere della Zona 2 per la Lega, che pianta una radice per il futuro nel cemento del presente: «perché sottopporre a vincolo architettonico questi edifici che se un giorno potranno essere ristrutturati dovranno valicare un ostacolo burocratico in più?».

La trovata del vincolo viene proprio dal Consiglio di Zona 2, che in «memoria» di Adriano chiede anche l'apposizione di una targa, così recitante: «Nel giorno d'Epifania del 1938, in questa casa una volta in mezzo al verde, è nato «il ragazzo della via Gluck», che ispirò la celebre ballata, vera storia di Adriano Celentano, germoglio della cultura ambientalista ed ecologista». Non a caso abbiamo scritto «in memoria» perché come annota Piscina: «In genere le targhe vengono posate quando la persona è morta, però so che Celentano è d'accordo, per cui contento lui... Ma ripeto il problema per noi non è la targa, quanto il vincolo». L'iter per entrambe le proposte sta procedendo, quindi può essere che la memoriale dicitura potrebbe apparire al numero 14 già in autunno.

Playboy, nessuna censura dallo "zio Sam" alla vendita delle riviste hot nelle basi militari

Il Messaggero

di Anna Guaita


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NEW YORK – Donne nude, molto nude. Ma non ci sono atti sessuali espliciti, e quindi Playboy, Penthouse e Nude possono continuare a essere venduti nelle edicole delle basi militari. I soldati di “zio Sam” non dovranno privarsi di quelle pagine popolate di bionde maggiorate e senza veli. La decisione in senso permissivo viene direttamente dal Dipartimento della Difesa, che era stato chiamato invece più volte da un gruppo conservatore ad effettare una censura più severa.

Il gruppo, Morality in Media, scrive da mesi al segretario della Difesa Chuck Hagel, ricordandogli che ultimamente nelle Forze Armate ci sono stati gravi scandali sessuali. A giudizio di questo gruppo, l’abbondanza di materiale erotico disponibile per i giovani soldati non fa che favorire stupri e aggressioni contro le donne-soldato, perché contribuisce a “creare un’atmosfera che tollera lo sfruttamento sessuale delle donne”. Nella protesta si citava il “Military Honor and Decency Act” del 1996, con cui veniva vietata nelle basi la vendita di pornografia “il cui il tema dominante sia la descrizione di nudità, incluso organi sessuali in attività escretiva”.

Per lungo tempo il Pentagono non ha risposto agli appelli di “Morality in Media”. Lunedì è giunta la decisione finale a firma del vice segretario della Difesa, Frederick Vollrath, secondo la quale le riviste in questione “non corrispondono alla descrizione di sessualmente esplicito secondo quanto definito dalla legge federale”. Dunque, pur mantenendo il divieto di materiale più “spinto”, le riviste di nudi patinati potranno continuare a comparire nei negozi e negli spacci militari. Ovviamente - per proteggere i bambini, o i clienti più pudichi - saranno relegate in un angolo, negli scaffali più alti, e infilate dentro buste di plastica che nascondono le copertine esplicite.

La risposta di ”Morality in Media” è stata durissima: “Sembra che il Pentagono non sia consapevole che si sono verificati molti casi di aggressioni sessuali nelle Forze Armate. Questa decisione permissiva dovrebbe farci ridere, se non fosse così tragica”.

Si può davvero mangiare fino a scoppiare?

Corriere della sera

In medicina sono riferiti casi di persone morte perché lo stomaco si è rotto sotto la pressione del troppo cibo

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MILANO - «Ha mangiato fino a scoppiare». Solo un modo di dire o può davvero succedere? Per quanto possa sembrare strano, la risposta è sì: anche se i casi sono rari, se non addirittura rarissimi, qualcuno è davvero passato a miglior vita per aver mangiato troppo. Lo racconta la rivista New Scientist, che ha raccolto le segnalazioni accertate di decessi per una rottura dello stomaco a partire dalla vicenda di uno svedese morto nell'aprile del 1891.

PRIMO CASO - Il Signor L., come è stato chiamato dal dottor Algot Key-Aberg che ne fece l'autopsia riferendo poi il caso alla comunità scientifica, aveva ingoiato una bottiglietta di pillole di oppio. Fu sottoposto a una lavanda gastrica durante la quale furono pompati diversi litri di liquido nel suo stomaco che, a un certo punto, si ruppe perché troppo pieno. Key-Alberg decise di indagare la questione e analizzò a fondo le capacità di distensione dello stomaco in trenta soggetti sottoposti ad autopsia; scoprì che se una persona è incapace di reagire correttamente ai segnali di "emergenza" che provengono da uno stomaco che si sta riempiendo troppo, ad esempio perché è sotto l'effetto dei narcotici come il signor L., l'organo non può contenere più di tre-quattro litri di liquido (sei-sette se il liquido è inserito lentamente).

In condizioni normali però i recettori presenti nello stomaco sotto stress per un pranzo troppo abbondante inviano segnali di sazietà al cervello, che ci "ordina" di smettere di mangiare e contemporaneamente fa rilassare la valvola fra esofago e stomaco: così un po' di aria può uscire dandoci sollievo, ma se ci intestardiamo a ingozzarci ancora i segnali di disagio diventano sempre più evidenti con dolore, nausea fino ad arrivare al vomito. Uno stomaco sano, in altri termini, prima di scoppiare ci costringe a rigurgitare tutto ciò che ci abbiamo introdotto "a forza".

CASI RECENTI - Eppure non mancano casi di persone che non erano sotto l'effetto di narcotici come il signor L., ma che sono decedute per aver mangiato troppo: nel 1929 fu pubblicato uno studio in cui si raccoglievano 14 casi, più di recente a Miami una donna malata di bulimia è stata trova morta con lo stomaco rotto. In tutte queste vittime il "colpo di grazia" dopo l'abbuffata pantagruelica è stato il bicarbonato di sodio, un po' a sorpresa visto che viene usato anche per digerire.

Il problema è che questa sostanza agisce riducendo l'acidità di stomaco ma anche creando gas che costringe a eruttare: negli sfortunati casi in cui il bicarbonato è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, il gas non è stato espulso e per colpa della notevole pressione che si è venuta a creare lo stomaco si è rotto. Oppure, come nel caso della donna statunitense, si è gonfiato talmente a dismisura da spingere il diaframma verso i polmoni così tanto e irrimediabilmente da soffocarla.

STOMACO - Ma allora, si sono chiesti i medici, quanto può essere riempito lo stomaco? E "mangiatori da competizione" si nasce o si può diventare? Nel 1984 una donna arrivata al pronto soccorso dell'ospedale di Liverpool ha forse consentito di trovare la risposta alla prima domanda: aveva una pancia evidentemente dilatata, simile a quella di una donna al nono mese di gravidanza stando alle note dei dottori, ma in breve si scoprì che il suo stomaco conteneva carne, uova, funghi, carote, un cavolfiore, pane, dieci pesche, quattro pere, due mele, quattro banane, susine, uva e latte per un totale di poco meno di nove chili di cibo.

Il suo stomaco si ruppe di lì a poco e la donna morì per la sepsi che ne derivò, ma evidentemente l'organo può essere riempito ben oltre i quattro litri ipotizzati da Key-Alberg. Così i ricercatori hanno messo sotto la lente i "mangiatori da competizione", quelli che in pochi minuti spazzolano quantità industriali di cibo. David Metz, gastroenterologo dell'università della Pennsylvania a Philadelphia, ha studiato Eater X, uno dei campioni di questa specialità, e un volontario con un normale appetito: a entrambi è stato chiesto di mangiare quanti più hot dog fosse loro possibile, assieme a un "contorno" di bario ad alta densità che ha consentito al medico di osservare quello che accadeva nel loro stomaco.

La sua teoria era che il mangiatore da competizione fosse in grado di svuotare lo stomaco più velocemente; si è scoperto che è vero il contrario, perché il volontario dopo sette salsicce ha alzato bandiera bianca ma in due ore aveva anche svuotato l'organo del 75 per cento, mentre Eater X aveva ingurgitato 36 hot dog e dopo lo stesso lasso di tempo si era svuotato di appena un quarto. «Aveva lo stomaco estremamente dilatato, a occupare la maggior parte dell'addome. Ma diceva di non sentire né dolore né nausea: non si sentiva neppure sazio», ha riferito Metz.

CAPACITÀ INNATA - Evidentemente Eater X ha un'abilità speciale: allora ghiottoni si nasce o si diventa? L'implicazione non è irrilevante, perché se chiunque può diventare un super-mangiatore significa che più ci si abbuffa, più ci si può abbuffare la volta successiva. La risposta, stando agli studi di Metz sui mangiatori da competizione, è che la verità sta in mezzo: «Poche persone al mondo, per quanto si possano "allenare", saranno mai in grado di mangiare sessanta hot dog: uno stomaco che abbia una capacità di distendersi superiore alla norma è un requisito essenziale, "scritto" nei geni.

Poi serve una pratica quotidiana perché, come dicono i grandi mangiatori che ho studiato, è anche una questione mentale: provano infatti l'istinto di vomitare, ma semplicemente lo ignorano, inghiottono e vanno avanti. E pare occorra molta più forza di volontà per fare questo che per smettere di mangiare quando ci si sente pieni, come facciamo e dovremmo fare tutti», conclude il gastroenterologo.

Ferie La storia dei legionari sulla pelle A Marsiglia in mostra i tatuaggi

La Stampa

Victor Ferreira è stato arruolato per 23 anni. Dopo il congedo ha iniziato a raccontare i suoi commilitoni attraverso ritratti. A ottobre uscirà anche un libro

alberto mattioli
CORRISPONDENTE DA PARIGI


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Il legionario te lo immagini tatuato. Perché è una roba da duri, e nella Legione straniera ce ne sono molti. Perché è roba da gente vissuta, e nella Legione ci si finisce appunto perché si è vissuto, e di solito perché si è vissuto un po’ troppo. E infine perché «nell’unica istituzione al mondo che ti regala la possibilità di ricominciare dall’inizio», come dice il suo comandante, il generale Christophe de Saint-Chamas, insomma di ripartire dal via, il tatuaggio è quel che resta della tua vita precedente o un segnale di adesione a quella nuova.

Per tutta l’estate, al Museo della Legione ad Aubagne, vicino a Marsiglia, una mostra fotografica racconta questo rapporto strano, forse contraddittorio ma sicuramente intenso, fra i «kepì bianchi» e la loro pelle. Titolo, appunto, «La Légion dans la peau», la Legione nella pelle. Il fotografo i legionari li conosce bene, perché è stato uno di loro per 23 anni. Si chiama Victor Ferreira, è portoghese di origine, è entrato nella Legione nel 1984 come semplice soldato e si è congedato da «adjont chef» nel 2007 «perché avevo degli altri progetti». Come appunto questa mostra che in ottobre diventerà anche un libro.

In caserma o in missione (ha fatto la Bosnia e la Costa d’Avorio), Ferreira non ha mai abbandonato la sua macchina fotografica. Poi, per due anni e mezzo, si è dedicato ai tatuaggi: 250 scatti «sui luoghi di lavoro» dei legonari, una strana, intrigante collezione di immagini a fior di pelle. «I tatuaggi - dice Ferreira - raccontano chi li porta». E magari anche la contraddizione che si diceva sopra. Quindi c’è l’inglese che si fa tatuare «Made in England» sulla schiena nello stesso giorno in cui ottiene la cittadinanza francese e la recluta che si fa incidere su un avanbraccio la parola «Honneur» e sull’altro «Fidelité», il motto della Legione (mentre per il resto dell’Armée è «Honneur et Patrie», perché, spiegava sempre il generale Saint-Chamas, «non possiamo chiedere a un uomo di avere due patrie»).

L’idea di questa serie, ha detto Ferreira a «Libération», gli è venuta quando ha scoperto sul petto di un caporalmaggiore un’immagine del Cristo con la scritta: «Come te, ho sofferto». E ha iniziato a chiedersi se le storie dei singoli che fanno la storia collettiva della Legione (e il suo mito che esiste e resiste anche oggi, in questa nostra epoca decisamente poco romantica) non potessero essere evocate attraverso i tatuaggi. «E’ l’incontro con l’uomo che mi interessa. Non il tatuaggio in sé, ma la storia che c’è dietro». Le sue fotografie, in effetti, la raccontano. Ma lei, monsieur Ferreira, è tatuato? Lui sorride: «Io no. Curiosamente, non ne ho mai sentito il bisogno».


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Leadership

La Stampa

yoani sanchez


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Noel rimette in sesto le pale di un ventilatore. Ha il suo piccolo laboratorio in un porticato del quartiere Cerro. Ripara ferri da stiro elettrici, frullatori, rimette a nuovo i motori obsoleti e quando capita anche le pentole per cuocere il riso e gli scaldabagni. Non è un lavoro che fa guadagnare molto. Parte dei clienti gli chiedono servizi a credito e dopo non si fanno più vedere; altri vogliono pagare a rate ma non finiscono di pagare. Tuttavia, oltre a un minimo sostentamento, quel lavoro procura a Noel un’esperienza unica. Ogni giorno, si trova a contatto con la gente, con molta gente. Parla, discute, gli raccontano cosa hanno trasmesso i programmi ripetuti dall’antenna parabolica illegale, soprattutto ascolta, apre gli orecchi e sente quel che gli dicono. Per questo motivo nella sua piccola stanza piena di grasso e cavi si è trasformato in un interprete di opinioni, in un leader nato, apprezzato per le sue capacità e rispettato per le sue parole.

Cuba è piena di gente come Noel, anonima, semplice, che conosce la realtà a un livello che nessun ministro potrebbe eguagliare, neppure ricorrendo ai consulenti più competenti. Persone che non si vedono sugli schermi televisivi e non sono un numero nelle parate, ma possiedono il carisma naturale e il giusto collegamento con la popolazione per guidare i cambiamenti. Per il momento conosciamo solo le persone con le quali cui abbiamo interagito e che abbiamo incontrato personalmente, ma sono molte di più. Non redigeranno mai un piattaforma politica, ma conoscono a menadito i problemi più urgenti che riguardano la nostra società. Non firmeranno una richiesta per esigere miglioramenti sul tema dei diritti umani, non apriranno un blog, non praticheranno il giornalismo indipendente o la giurisprudenza autonoma. La parola “attivista” li spaventa e chiamarli oppositori metterebbe fine alla vita che conducono adesso. Sono - senza bisogno di dirlo - tutto questo e molto di più. Sono cittadini coscienziosi, che hanno a cuore la situazione del loro paese.

Il futuro della nostra nazione sarà condizionato da cubani come questi. Vedremo arrivare alla sfera pubblica tante persone che oggi si trovano tra un ufficio e un laboratorio, davanti a un’aula o intenti a riempire moduli in qualche amministrazione statale. Quando capiranno che sarà possibile esprimere pubblicamente le loro opinioni, verranno fuori da ogni parte. Quando decideranno di fare quel passo sarà importante che non trovino diffidenza né volontà polemica, ma soltanto il nostro abbraccio. Perché mentre Noel ripara una pala rotta di un ventilatore, io sento che un giorno avrà anche la capacità di unire i pezzi divisi e in frantumi della nostra realtà. Metterà la stessa attenzione con cui attacca il materiale plastico e prepara il motore nella leadership sociale che domani potrà esibire.


Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

La sceicco di Abu Dhabi sfrutta il Manchester City per far dimenticare le violazioni dei diritti umani

Corriere della sera

di Monica Ricci Sargentini


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La famiglia dello sceicco Mansour bin Zayer al Nahyan (nella foto a sinistra), proprietario del Manchester City,utilizza il club inglese per  distrarre l’attenzione dell’opinione pubblica dalle violazioni dei diritti umani commesse negli Emirati Arabi. A denunciarlo sul britannico Guardian sono Amnesty International e Human Rights Watch. I Mansour hanno acquistato la squadra nel 2008 e da allora ci hanno speso circa un miliardo di sterline. Ma lo sceicco è una figura pubblica, vice premier degli Emirati, fratellastro del presidente e membro della famiglia che regna ad Abu Dhabi, uno degli sette Emirati che compongono lo Stato. Secondo Human Rights Watch  la proprietà del famoso club inglese permette ad Abu Dhabi “di costruirsi una immagine pubblica di uno Stato dinamico e progressista che allontana l’attenzione da quello che sta veramente succedendo nel Paese”.  Intanto negli Emirati si usa la mano pesante nei confronti di chi vuole fare politica e chiede le libertà basilari tipiche della democrazia.

L’anno scorso, infatti, erano stati arrestati 94 dissidenti, il processo si è concluso all’inizio di luglio con la condanna di 64 persone a pene severissime senza nessun diritto all’appello. Gli imputati erano giudicati per violazione dell’articolo 180 del codice penale che proibisce la fondazione, l’organizzazione e l’attività di qualunque gruppo miri a rovesciare il sistema politico del paese. Tra loro ci sono avvocati per i diritti umani come Mohamed al-Roken e Mohamed al-Mansoori che passeranno i prossimi dieci anni in cancere, ma anche giudici come Mohammed Saeed al-Abdouli, docenti universitari come il professor Hadef- al-Owais, e leader di gruppi studenteschi. Amnesty International e Human Rights Watch hanno protestato vivamente con le autorità, denunciandoil processo ingiusto, le pesanti condanne e le torture cui sono stati sottoposti i detenuti in carcere. Solo una minoranza della popolazione degli Emirati ha diritto di voto, nel Paese è ancora un crimine criticare il governo, appartenere a un sindacato o dare vita a un’organizzazione che non è autorizzata dal regime.