martedì 30 luglio 2013

Mozzico, il bastardino che da tre anni aspetta la sua padrona al cimitero di Fabrica di Roma

Il Messaggero

di Luciano Costantini

VITERBO - «Mozzico» ha gli occhi spenti, smorzati da una tristezza infinita per la fine di un amore che, probabilmente, soltanto gli animali possono provare. 



Cattura«Mozzico» è un meticcio maschio di sette anni, neppure troppo attraente, di colore improbabile: qualcosa di indefinito tra il nero ed il marrone. Solo una larga striatura bianca sotto il collo, contenuto in un vecchio collare in cuoio. «Mozzico» se ne sta lì, acciambellato su uno spicchio di terra accanto ad un’edicola che vende fiori e lumini per i cari estinti. Venti metri, non di più dall’ingresso del cimitero di Fabrica di Roma. «Mozzico» sta lì da mesi, ormai da quasi tre anni, ad attendere qualcuno che non arriverà più perché la sua padrona, Antonella, da tempo ha lasciato il mondo. Ma «Mozzico» non ci crede, immagina che Antonella arriverà da un giorno all’altro. Oggi c’è solo la speranza, per lui la certezza, di credere che il ritorno non è lontano.

«Viene qui tutti i giorni - racconta con grande tenerezza la fioraia - anzi fino a qualche settimana addietro andava ad accovacciarsi accanto alla tomba di Antonella...laggiù - indica con un mano - dove ci sono i posti a terra. Adesso, spesso si ferma qui anche se talvolta allunga il percorso...Praticamente non salta un giorno». La signora Antonella è deceduta nell’agosto di tre anni fa e da allora, quotidianamente, con il sole, con la pioggia, con il vento, «Mozzico» torna al cimitero sperando di incontrare di nuovo la sua padrona. E diventato un po’ il ”cocco” di tutti: raccoglie simpatie e carezze, magari anche qualche crocchetta. Non un guaito, non un gesto di insofferenza. Ti guarda con occhi che neppure riescono a misurare la profondità del suo dolore. Anche se con un po’ di immaginazione, potresti scorgere nel suo tenero sguardo la speranza che solo un animale può ospitare.


Martedì 30 Luglio 2013 - 12:10
Ultimo aggiornamento: 13:58

Cantù, Kyenge ospite del Consiglio comunale I leghisti escono per protesta

Corriere della sera

I due consiglieri hanno abbandonata l'aula. La replica del ministro: «La libertà è sacra»

Cattura
Nuova polemica leghista con la ministra dell'Integrazione Cecile Kyenge, ospite di una seduta del Consiglio comunale di Cantù su invito del sindaco Claudio Bizzozero. Prima che la ministra fosse accolta nell'aula, i due consiglieri della Lega Nord Alessandro Brianza e Edgardo Arosio, con l'ex leghista Giorgio Masocco, sono usciti per protesta.



DIRITTO DI REPLICA - Ai giornalisti i consiglieri hanno spiegato di non aver ottenuto il diritto di replica a quello che avrebbe detto Kyenge. Questa sera il ministro avrà il primo confronto pubblico con un dirigente della Lega Nord sul tema dell'immigrazione. Dopo il suo discorso al Consiglio comunale di Cantù, è infatti attesa dall'altra parte del paese brianzolo per un intervento alla festa lombarda del Pd, dove in serata avrà appunto un dibattito in pubblico con il sindaco di Varese, Attilio Fontana

IL COMMENTO DEL MINISTRO - «La libertà è sacra», ha detto il ministro commentando l'uscita dei consiglieri leghisti durante il suo discorso al Consiglio comunale di Cantù, rispondendo ai giornalisti prima del dibattito col leghista Attilio Fontana alla festa del Pd lombardo.

29 luglio 2013 | 22:51





Kyenge, nuove offese razziste. E un veronese: pronti alle armi

Corriere della sera


Il consigliere provinciale di Padova Draghi di fatto paragona il ministro a un gorilla. Zaia: «Episodio più grave degli altri»

Cattura
VENEZIA - La foto della Ministra Cecile Kyenge con la scritta sopra «Dino dammi un Crodino» a richiamare il gorilla di una pubblicità televisiva. È il post - denuncia la deputata del Pd Giulia Narduolo - che Andrea Draghi, assessore leghista alla sicurezza del Comune di Montagnana e Consigliere Provinciale, avrebbe postato qualche giorno fa sulla sua pagina Facebook. «Stamane - dice - quando mi è giunta tramite un conoscente la foto del post dell'assessore Draghi, ho pensato: ecco, ci risiamo.

Dopo gli insulti di Calderoli, di Stival, l'augurio di venire stuprata fatto da una consigliera di quartiere di Padova, gli attacchi di Forza Nuova, il lancio di banane da parte di un evidente squilibrato durante una Festa Democratica e altro ancora, Cecile Kyenge subisce un'altra volgare e becera aggressione e dopo agli oranghi e alle scimmie, viene paragonata ad un gorilla. Un'offesa, è chiaro, dovuta più alla stupidità di certe persone piuttosto che al colore della pelle della Kyenge».

E a Verona un altro caso. In vista dell'arrivo del ministro, la polizia sta svolgendo servizi di prevenzione, nel corso dei quali è stata fatta una perquisizione nell'abitazione di D.S., 61 anni. Sul proprio profilo di Facebook, l'uomo, secondo quanto riscontrato dalla Digos, il 26 luglio aveva «postato» un messaggio in cui dichiarava di essere pronti ad accogliere la «ministra negra» con delle armi. Stamani, inoltre, sempre sullo stesso account del social network, «condividendo» una foto raffigurante la ministra seguita dalla frase «Kyenge? No grazie!», era stato inserito un ulteriore messaggio offensivo e minaccioso.

Gli accertamenti dalla Digos hanno così permesso di individuare nel 61enne colui chi aveva lanciato in rete le minacce. Pertanto la polizia, coordinata dalla locale Procura della Repubblica scaligera, ha rintracciato sul luogo di lavoro l'indagato perquisendolo. Gli è stato inoltre trovato addosso l'Iphone utilizzato per scrivere sul web le minacce contro la parlamentare. L'uomo, alla presenza del suo legale, ha giustificato il proprio gesto collegandolo ad un recente furto nella sua abitazione che avrebbe detto essere stato compiuto da cittadini extracomunitari. Avendo ammesso le proprie colpe e non avendo trovato armi nella sua abitazione, l'uomo è stato denunciato per diffamazione e minacce pluriaggravate, anche dalla discriminazione razziale.

È netta la condanna del governatore del Veneto Luca Zaia in merito alla notizia che il consigliere provinciale leghista Andrea Draghi avrebbe postato una foto del ministro Cecile Kyenge e una frase tratta da una pubblicità che ha per protagonista un gorilla. «Un atto, che se confermato - ha detto Zaia, interpellato all'Ansa -, è da condannare senza se e senza nella maniera più assoluta. Questo signore si scusi e tolga la foto dal suo profilo Facebook. Il partito prenda immediatamente le distanze e i provvedimenti del caso». «Questo fatto - ha aggiunto - lo considero più grave degli altri perchè avviene dopo una serie di fatti e polemiche che avrebbero dovuto far capire anche a chi finge di non capire che queste offese appaiono intollerabili e sono estranee al confronto e alla dialettica politica».



Tutti contro Cecile Kyenge, contestazioni e insulti razzisti (27/07/2013)

Kyenge: «Insulti oltre l'attacco personale» (15/07/2013)

29 luglio 2013

Kyenge: «Basta attacchi nei miei confronti o non vado alla festa della Lega Nord»

Corriere della sera

La ministro attesa alla Festa del Carroccio a Milano Marittima: «Maroni fermi gli attacchi o non parteciperò»
Cattura
«Se Maroni non fermerà gli attacchi dei militanti della Lega non parteciperò alla conferenza prevista in occasione della Festa della Lega a Milano Marittima ad agosto». Lo dichiara il ministro Cecile Kyenge, in occasione della presentazione, a Roma, dello schema del Piano nazionale d'azione contro il razzismo.

«RISPETTO» - «Pur avendo idee diverse» ha spiegato il ministro, le persone e le forze politiche si devono «confrontare sulle idee e non attraverso insulti o pure e semplici sceneggiate come quella avvenuta ieri presso l'area consiliare del Comune di Cantù». «La mia disponibilità al dialogo - ha aggiunto il ministro - è sempre stata piena e convinta, non rifuggendo a nessun confronto, anche aspro, ma sempre nel pieno rispetto dell'altro. Con questo spirito ho accettato volentieri di confrontarmi con il governatore Zaia alla Festa della Lega Nord dell'Emilia Romagna a Milano Marittima il prossimo 3 agosto. Ma ritengo che io possa mantenere questo impegno solo se fin da subito il segretario nazionale della Lega Nord, Roberto Maroni, faccia appello ai suoi militanti, ai suoi dirigenti affinchè cessino immediatamente questi continui attacchi alla mia persona, attacchi che oltre a ferire la sottoscritta, feriscono la coscienza civile della maggioranza di questo Paese».

ULTIMATUM - «Se questo non avverrà, o se da qui ai giorni che ci separano all'appuntamento di Milano Marittima, continueranno attacchi contro la mia persona di pari virulenza, mi troverò costretta a declinare l'invito».

30 luglio 2013 | 13:36

Da solo a salvare una ragazza: gli altri filmavano con i cellulari»

Corriere della sera

L'autista viaggiava alcuni metri dietro la ventitrenne coinvolta in uno schianto a Osio Sotto. «La soccorrevo, tutti guardavano e nessuno mi aiutava». Poi la beffa: furgone sequestrato e alcoltest


Cattura
Quando ha visto la ragazza a terra che non respirava, per una frazione di secondo è tornato indietro di 20 anni. In quell'istante come allora si è trovato davanti a un bivio: soccorrere o aspettare che qualcun altro lo facesse. Per la seconda volta ha imboccato la prima strada. Flavio Volpi, 56 anni, di Nembro, tecnico degli impianti della birra, è l'uomo che è sceso dal suo furgone e si è precipitato a soccorrere Jessica L., 23 anni, di Boltiere, che venerdì l'altro si è schiantata con la sua Fiat 500 contro una Bmw, a Osio Sotto. Un botto tremendo. È grave, in ospedale, sedata, ma l'intervento di Volpi in attesa dell'arrivo dell'ambulanza le ha salvato la vita.

1
Bene. Non del tutto. Perché a fronte del suo gesto, l'uomo si è ritrovato in un groviglio di beffe. La prima. Il suo furgone, mezzo di lavoro, è rimasto sotto sequestro per una settimana. Una ruota dell'auto della giovane ha colpito il portellone e, quindi, di fatto Volpi è risultato coinvolto nell'incidente. Così ha dovuto prendere un avvocato per chiedere il dissequestro del mezzo. Ce l'ha fatta. Ma per una settimana è andato avanti e indietro per mezza provincia con la sua automobile. Non solo. Il giorno dell'incidente la polizia locale gli ha fatto i test dell'alcol e della droga: negativi.

Dettagli, questi, sui cui lui, faccia da buono, donatore Avis, sostenitore Aido, ipovedente per un infortunio sul lavoro avvenuto anni fa (un tubo gli scoppiò in faccia), passa sopra. Pazienza, cose che capitano. Procedure ingessate. Invece non riesce ad accettare che nessuno sia intervenuto per aiutarlo, lì con quella ragazza a terra, gravissima, una brutta ferita alla testa che sanguinava, i capelli che sentivano di bruciato come se stessero prendendo fuoco da un momento all'altro e l'asfalto invaso dalla benzina fuoriuscita dal serbatoio rotto dell'automobile.

Anzi, quando si è girato per invocare aiuto con lo sguardo a una cinquantina di persone rimaste lì ad assistere alla scena, ha notato che qualcuno riprendeva con il telefonino, «come se stessero assistendo a uno spettacolo, ma si può?», dice. E quando qualche giorno dopo, al bar, ha raccontato che cosa gli era accaduto mica ha trovato comprensione. Tutt'altro. Gli hanno quasi dato del matto perché era intervenuto. Lui sbotta: «Ma poteva essere la figlia di chiunque di noi. Come si faceva a non intervenire? Sono corso verso la sua auto.

I finestrini erano giù. Lei non c'era. L'ho vista a terra, sull'asfalto, sbalzata fuori dall'abitacolo. Attorno si è fatto un capannello di 50-60 persone, ma nessuna si è fatta avanti. E almeno un paio avevano in mano il telefonino, lo tenevano basso per non farsi vedere, ma sono sicuro che stessero fotografando o filmando. Mi sono detto "ma va, va" e mi sono rigirato pensando solo al bene della ragazza». Si è ricordato le manovre memorizzate 6-7 anni prima, guardando i soccorritori del 118. «C'era stato uno scontro auto-bici proprio fuori da casa mia. Avevo visto uno di loro estrarre la lingua del ferito per farlo respirare». Così ha fatto con Jessica: «Rantolava, era chiaro che non respirava.

Poi l'ho tenuta immobile con l'aiuto dell'automobilista contro cui era finita nel caso avesse delle fratture. Ci siamo fermati lì, giustamente. Solo il necessario. Nel frattempo è arrivata l'ambulanza». Vent'anni fa, invece, Volti caricò una ragazza ferita in auto e la portò in ospedale. Rischiò di finire sotto accusa: «Erano le 18 di novembre, c'era buio e percorrevo una strada deserta di Bianzano. L'ho trovata sul ciglio della strada. Era scivolata sulla ghiaia all'altezza di una curva cieca con il motorino Ciao. Non c'erano i telefonini cellulari.

Come facevo a chiamare i soccorsi? La giovane era ferita alla tempia. Alla fine l'ho caricata in auto e l'ho portata in ospedale. Mi hanno sottoposto a una settimana di fermo di polizia. Insomma, non potevo muovermi da casa, in attesa che si capisse se il mio gesto le aveva procurato danni». È finito tutto bene. Ma certo che venerdì ha pensato a quella volta. Intervenire o non intervenire?  Ma Volpi dà l'idea di essere una di quelle persone che non fa troppi conti quando di mezzo c'è qualcuno che ha bisogno. «È giovane, dovevo fare qualcosa, nella vita qualcuno deve pur prendersi delle responsabilità - racconta -.

Mi sono detto che non potevo lasciarla lì». Arrivato il 118, lui ha fatto un passo indietro e a quel punto le emozioni gli sono piombate addosso: «Ho chiamato mia moglie e poi per la tensione sono scoppiato a piangere. Non mi vergogno a dirglielo». Paura, rabbia, adrenalina. Passate. Ma la delusione è rimasta per quelle persone che sono rimaste a guardare. Peggio ancora nei giorni successivi: «Ma pensi, quando ne ho parlato in giro, mi dicevano "io non l'avrei mai toccata" oppure "no, no, non raccontarmi niente". Ho capito che il 99% delle persone non sarebbe mai intervenuto. Insomma, quasi quasi sono passato per stupido. Ma voglio che si sappia che ci sono persone disposte ad aiutare, che per gli altri darebbero la vita».

Ma il riscatto per lui è arrivato sabato sera, quando è andato in ospedale a trovare la ragazza. Lì si è imbattuto nella mamma, nel compagno e negli amici di Jessica. Loro lo stavano cercando dal giorno dell'incidente «ma avevano un numero di cellulare sbagliato». Commozione. Tanta emozione. Diversa da quel misto di paura, adrenalina e poi delusione, del giorno dell'incidente. Abbracci, ringraziamenti, abbracci. «L'ho vista, sì che l'ho vista - racconta Volpi riferendosi alla ragazza -. In ospedale hanno detto alla mamma che ho salvato la figlia. Lei mi ha portato nella stanza della figlia. Ho detto alla ragazza "sai, io ero lì vicino a te". Anche la madre le ha parlato. Le ha sussusrrato "c'è qui il tuo angelo custode". Lei ha aperto gli occhi e poi li ha richiusi. Per me questa è stata una grande emozione ed è stata anche una soddisfazione. Ho già dimenticato quella delusione di quel giorno e di quelli successivi».

30 luglio 2013 | 12:03

Il mistero dei giganti, nuovi fondi e scavi a 70 anni dal ritrovamento delle mega statue

Il Messaggero
di Fabio Isman

In Sardegna gli archeologi tornano nei dintorni di Cabras per risolvere uno dei più grandi enigmi dell’antichità


Cattura
ROMA - Forse si risolverà, finalmente, uno tra i più grandi enigmi dell’archeologia in Italia. E si capirà qualcosa in più di una delle maggiori scoperte avvenute nel Mediterraneo negli ultimi 40 anni: sono stati stanziati 200 mila euro, per scavare nelle campagne di Cabras, verso Oristano in Sardegna, dove, nel 1974, furono trovati i Giganti di Monte Prama. Un complesso senza pari: 5.200 frammenti e 10 tonnellate di peso, da cui sono state ricomposte forse le più antiche statue a tutto tondo dell’intero Mediterraneo; 24 tra guerrieri, arcieri e pugili in arenarie, alti quasi due metri, con modelli di antichissimi nuraghi. Trovate 15 teste e 22 busti, che, si ritiene, risalgano forse a otto secoli prima di Cristo. La cui origine resta tra i grandi enigmi dell’antichità.

LA VICENDA La penisola del Sinis, su cui Fenici eressero la loro Tharros, non è lontana. Due contadini urtano in qualcosa e (brava gente) danno l’allarme. Fino a poco tempo fa, gli scopritori non avevano ancora ricevuto il premio di rinvenimento; chissà, forse sarà pagato ai loro nipoti, ma intanto intervengono i due massimi archeologi sardi d’allora, Enrico Atzeni e Giovanni Lilliu; nascono una serie di scavi d’urgenza. E si trovano pietre accantonate da anni: non valutate mai da nessuno. Erano vicino a 33 tombe a pozzetto affiancate (lo racconta Carlo Tronchetti, che intervenne allora), prive di corredo: solo un misterioso scarabeo egizio. E qui, inizia l’assurdo. Tutto è portato a Cagliari e vi giace per ben 32 anni: pochi frammenti esposti. Finché, nel 2007, non parte il restauro, al nuovo centro regionale di Sassari: lì, per la prima volta pochissimo tempo fa, i Giganti sono esposti nella loro interezza, così come li hanno ricomposti.

LE IPOTESI Nelle 32 tombe, c’erano resti maschili e femminili: uno per pozzetto, dai 13 ai 50 anni. Ma i Giganti sono successivi. Hanno naso e sopracciglia marcati; gli occhi sono cerchi concentrici incisi; le bocche, fessure. Sono tutti eretti, su basi di quattro lati. Hanno linee a zig zag incise sui corpi, trecce a rilievo; un arciere, ancora con tracce di colore rosso. I pugili, con un’arma sull’avambraccio; due guerrieri, con uno scudo tondo; un elmo cornuto. Risultano impossibili i paragoni: non esiste nulla di simile. Chi li ipotizza «frutto», forse, di un santuario non lontano; chi le guardie di una tomba principesca mai ritrovata. Sono 44 statue misteriosissime, intere o in frammenti.

I modelli di nuraghi riportano a una civiltà fiorita dal 1600 al 1200 a.C.: nella zona, ne sono stati ritrovati oltre cento, uno per chilometro quadrato; e i modelli sono di tutti i tipi. C’è perfino chi sbaglia e si spinge perfino a datarli dal X al IX secolo prima della nostra era. Chi nota richiami all’Etruria arcaica, chi li vede orientalizzanti. Capezzoli e un gonnellino fanno immaginare giochi sacri in onore del defunto. Negli arcieri, più varianti. Il Pugilatore pare analogo a un bronzetto di Dorgali. «Questi kolossoi sono un episodio chiave della storia dell’arte mondiale», spiega un altro archeologo di Sassari, Marcello Madau.

I LUOGHI
«La ricerca, sul sito che ha restituito le statue, deve ancora percorrere tanto cammino», diceva, tempo fa, Attilio Mastino, archeologo e rettore dell’Università di Sassari. E finalmente, da settembre si scaverà di nuovo, sperando «di trovare i pezzi che mancano per aiutarci a capire cosa sono queste statue», come dice il soprintendente Marco Minoja. C’è anche una struttura incerta in zona, ancora da capire. L’area appartiene ancora a una Confraternita: l’accordo con la Diocesi rende possibile la campagna d’indagine; e alla struttura ecclesiastica andrà copia dei quaderni di scavo. Sarà usato anche il georadar.

Insomma, dopo che per 30 anni i Giganti sono rimasti in magazzino, e a 70 da quando sono stati ritrovati, si inizierà finalmente a cercare di comprendere che cosa veramente sono. Ma le polemiche non mancano. Per esempio, la Soprintendenza ha deciso di non tenere unito questo complesso, ma di esporne al museo di Cagliari alcune parti, e le altre in un luogo, ancora da costruire, in zona. Per molti, separarli non ha senso. Il restauro è stato complicatissimo, e onore a chi, al centro di Li Punti, ci si è misurato: pulire, ricercare i punti di attacco, pensare a come rimetterli in piedi. I Pugilatori sono 16, scuvo curvo rettangolare sulla testa; gli Arcieri, cinque; il Guerriero è il più raffinato. La caccia a che cosa siano, e di che epoca, è forse appena cominciata.


Martedì 30 Luglio 2013 - 10:48

Kyenge, nuovo insulto dalla Lega Paragonata al gorilla della pubblicità

Il Messaggero

La denuncia del Pd: assessore leghista di un comune del padovano pubblica foto offensiva su Facebook


ROMA - La foto della Ministra Cecile Kyenge con la scritta sopra "Dino dammi un Crodino" a richiamare il gorilla della pubblicità. È il post - denuncia la deputata del Pd Giulia Narduolo - che Andrea Draghi, assessore leghista alla sicurezza del comune di Montagnana e consigliere provinciale di Padova, avrebbe postato qualche giorno fa sulla sua pagina Facebook.


Cattura«Stamane - dice Narduolo - quando mi è giunta tramite un conoscente la foto del post dell'assessore Draghi, ho pensato: ecco, ci risiamo. Dopo gli insulti di Calderoli, di Stival, l'augurio di venire stuprata fatto da una consigliera di quartiere di Padova, gli attacchi di Forza Nuova, il lancio di banane da parte di un evidente squilibrato durante una Festa Democratica e altro ancora, Cecile Kyenge subisce un'altra volgare e becera aggressione e dopo agli oranghi e alle scimmie, viene paragonata ad un gorilla. Un'offesa, è chiaro, dovuta più alla stupidità di certe persone piuttosto che al colore della pelle della Kyenge».

«Si tratta di un genere di insulti - prosegue Narduolo - che neanche più negli stadi è permesso, e non si capisce per quale motivo sia consentito rimanere all'interno delle Istituzioni a chi li compie, in questo caso Andrea Draghi. Ecco perché invito la sindaca di Montagnana, Loredana Borghesan, a ritirare immediatamente le deleghe dell'assessore e alla presidente della Provincia di Padova, Barbara Degani, a stigmatizzare e condannare con fermezza il comportamento di un consigliere della sua maggioranza. Insomma, dimostrino con i fatti di non essere come lui».

Netta la condanna del governatore del Veneto Luca Zaia. «Un atto, che se confermato - ha detto Zaia - è da condannare senza se e senza nella maniera più assoluta. Questo signore si scusi e tolga la foto dal suo profilo Facebook. Il partito prenda immediatamente le distanze e i provvedimenti del caso. Questo fatto - ha aggiunto - lo considero più grave degli altri perché avviene dopo una serie di fatti e polemiche che avrebbero dovuto far capire anche a chi finge di non capire che queste offese appaiono intollerabili e sono estranee alconfronto e alla dialettica politica».

L'assessore «è all'estero», si è limitato invece a dire il sindaco di Montagnana, Loredana Borghesan. «È partito ieri - precisa -. Appena riuscirò a sentirlo chiarirò la questione con lui». «Sono insulti razzisti inaccettabili, espressioni di inciviltà lontani anni luce dallo spirito di accoglienza della nostra regione. Queste affermazioni lasciano esterrefatti. La Lega continua a danneggiare l'immagine del Veneto». È la reazione del senatore padovano dell'Udc Antonio De Poli. «Non possiamo che esprimere la solidarietà dei veneti al ministro Kyenge - afferma - che, con grande nobiltà d'animo, si è sempre tirata fuori dalle polemiche sterili lanciate in queste ultime settimane. Se la notizia dovesse essere confermata sarebbe auspicabile un passo indietro del consigliere Draghi».


Lunedì 29 Luglio 2013 - 18:40

Bancomat, predatori hi-tech a caccia dei Pin Sgominate cinque organizzazioni di romeni

Corriere della sera

Pochi secondi per installare lo «skimmer» che clona la tessera magnetica e la mini-telecamera che spia il «Pin»


Cattura
Tutta una recita: in realtà, funziona come un pit stop. L'arte delinquenziale della clonazione prevede coordinazione, velocità, rispetto di ruoli e tempi. La solitamente bella ragazza all'esterno attende l'uscita del finto fidanzato per ingannare e indebolire gli occhi, la memoria, soprattutto il sesto senso di eventuali clienti in coda; nel frattempo lui, appunto il finto fidanzato, entrato nel bancomat, si sarà concesso al massimo 50-55 secondi per simulare un normale prelievo, appiccicare lo skimmer e installare una telecamerina. Serviranno, i due apparecchi, per recuperare i codici Pin e copiare le carte di credito.

Attorno a queste scene che preferibilmente avvengono nel deserto del centro città tra il venerdì sera e il sabato mattina negli sportelli bancomat più frequentati da cittadini, lavoratori, turisti (ovvero via Torino, le zone di San Babila e piazza Diaz, via Manzoni, il Quadrilatero, Brera) non girano armi. E nemmeno ci sono regolamenti di conti; e ancora meno c'è uno scontro feroce per il potere. Eppure ballano un sacco di soldi.

PREDATORI ROMENI - Già cinque, da inizio anno, i casi e i cartelli criminali scoperti dal commissariato di polizia Centro. Sono romeni, i predatori. Nessun'altra nazionalità: i romeni detengono il monopolio. Base rigorosa fuori Milano (in Piemonte). Sempre meglio star lontani dal luogo del delitto. Semmai qua bazzicano quei giovani che formano le finte coppie. Semplice pura manovalanza arruolata per l'occasione. Ai vertici delle organizzazioni ci sono gli esecutori materiali degli apparecchi, i cervelli fini. Lauree in ingegneria, laboratori nascosti in anonimi paesi per realizzare l'apparecchiatura. Potenti investimenti di denaro per migliorare la strumentazione di lavoro.

Su questi predoni, a Torino c'era già un fascicolo della squadra Mobile che negli ultimi mesi si è ingrandito proprio grazie alle trasferte milanesi e alle indagini dei colleghi del commissariato Centro. Dove ricordano ancora bene gli esordi nel settore di una banda italo-albanese. Una ventina d'anni fa. La banda, in verità, risparmiò da subito su fantasia e ingegno. Infatti i risultati furono limitati. Che cosa facevano? Si limitavano a ostruire la boccuccia sputasoldi, il cliente vedeva che nonostante l'ordine di prelievo le banconote non uscivano e se ne andava tranquillo convinto d'una mancata erogazione. Via il cliente, comparivano i balordi che pescavano le banconote incastrate. Tempi davvero lontani. E altro che malviventi: erano dei dilettanti.



LA COPIA DEI DATI - I romeni hanno studiato, studiato e studiato fino a distanziare aspiranti emulatori. Le macchine degli sportelli bancomat hanno tutto sommato identica forma, indipendentemente dai singoli istituti di credito. I falsari prendono il modello più diffuso. E plasmano gli skimmer. Lo skimmer è una mascherina, inserita in coincidenza della feritoia di inserimento della tessera. La mascherina custodisce un circuito elettronico per copiare e inviare i dati delle carte di credito che man mano vi passano.

I dati dei clienti sono catturati e parcheggiati in una memoria; oppure viaggiano, attraverso il sistema di trasmissione bluetooth, in direzione degli stessi predoni che attendono posizionati vicino al bancomat. Prassi consueta delle bande è evitare l'ingordigia: procedono con parsimonia nei colpi per non accelerare le reazioni e le denunce di troppi derubati. Non raro è poi l'abbinamento allo skimmer di una telecamerina occultata che registra il codice digitato. Ora, va da sé l'inevitabile spazio finale, dato l'argomento, da dedicare alle possibili contromisure.

MAGHI DELLA CLONAZIONE - Ma esistono contromisure? Possiamo accorgerci di uno skimmer? È difficile. Specie se, e con queste bande è capitato, le opere sono di qualità e le apparenze ingannano. A esempio l'ultimo romeno mago della clonazione: collo taurino, gonfi muscoli allenati in palestra, un bestione con l'aria da riscossione crediti e non certo da scienziato qual' era, chino sui computer e con nelle dita la sensibilità d'un chirurgo per assemblare invisibili fili elettrici, generare processori, trasferire migliaia di euro. A proposito, mai abbiamo l'esatto ammontare dei colpi delle bande. C'è il cliente che s'accorge dell'ammanco sul conto e chi no, c'è il tonto e il lesto ma tanto poco cambia, i bottini sono subito prontamente trasferiti su conti all'estero.

30 luglio 2013 | 8:28

La fabbrica modello di flessibilità per conciliare lavoro e famiglia: 130 operaie e 50 turni diversi

Corriere della sera

L'amministratore delegato: «In cambio chiediamo al personale il massimo della qualità»


Cattura
All'Atelier Aimée gli abiti da sposa vengono tagliati su misura per la clientela e così anche gli orari di lavoro per i 130 dipendenti, quasi tutte donne. Le sarte vanno e vengono dalla fabbrica potendo contare sul massimo della flessibilità, in modo che i tempi del lavoro e quelli della vita familiare non siano in guerra tra loro. L'esperimento avviato quattro anni fa sta funzionando e trasforma la fabbrica di Castiglione delle Stiviere in una case history unica nel suo genere: l'Atelier fornisce puntualmente i suoi manufatti a spose di tutto il mondo e al tempo stesso garantisce 50 tipi di orario di lavoro diversi ai suoi dipendenti.

ORARI IPER FLESSIBILI - L'equazione impossibile è riuscita a Mathias Kissing (cognome intonato al tipo di prodotto quant'altri mai), amministratore delegato dell'Atelier Aimée: «Con i nostri abiti contribuiamo alla nascita di nuove famiglie, con gli orari di lavoro facciamo in modo di farle funzionare al meglio» sintetizza con una vena di ironia la filosofia aziendale che ha portato alla rivoluzione dei tempi di lavoro. Alle spalle c'è un accordo sottoscritto con il sindacato ma soprattutto un dialogo continuo tra personale e vertici aziendali per far combaciare esigenze della produzione ed esigenze personali.

Quello che ne esce è un quadro inimmaginabile nella tradizionale fabbrica fordista: ogni dipendente concorda l'orario di ingresso in fabbrica, l'orario di uscita, può accedere temporaneamente al part time e poi riprendere il full time sempre secondo una tabella «taylor made». Ci sono i figli da accompagnare a scuola, i genitori anziani da assistere, l'esigenza improvvisa a cui fare fronte: tutto si aggiusta, si riprende, si ricuce proprio come se fosse un tessuto di raso. Sul monte delle ore lavorate viene poi calcolato il salario mensile.

ORGANIZZAZIONE DEL LAVORO - «Noi siamo pronti a concedere il massimo della flessibilità a favore delle nostre lavoratrici - puntualizza Kissing -, ma in cambio abbiamo chiesto il massimo della professionalità; le consegne devono essere rispettate e questo comporta una particolare organizzazione del lavoro. Ogni operaia deve essere in grado di svolgere più fasi della lavorazione, queste devono essere interscambiabili in ogni momento e garantire sempre il top della qualità.

Mi rendo conto che la nostra è una situazione privilegiata: laddove è una macchina a dettare i tempi di produzione, tutto questo non sarebbe possibile. Qui a Castiglione possiamo ancora permetterci di governare noi le macchine».L'esplorazione di nuove frontiere nelle relazioni con il personale non è una novità per l'Atelier Aimée: dall'87 i dipendenti godono di una partecipazione agli utili e nel '93 è stato sottoscritto un codice etico. Adesso l'obiettivo è allargare l'esperienza ad altri luoghi di lavoro della zona, proprio per dar vita a una «rete» legata alla conciliazione e all'organizzazione della giornata.

FAVOREVOLE IL SINDACATO - «Raramente abbiamo trovato una sensibilità simile verso le esigenze dei lavoratori - confessa dal canto suo Massimo Marchini, segretario della Cgil di Mantova - e l'esperimento dell'orario superflessibile ci trova naturalmente più che favorevoli; anzi, il sindacato ha assecondato una proposta che è partita dall'azienda stessa. Il risultato è positivo per entrambi i fronti perché le lavoratrici si sentono motivate e considerate in un ambiente di lavoro come quello. La provincia di Mantova, del resto, è tra le prime d'Italia in fatto di progetti che hanno provato a conciliare i tempi della famiglia e quelli della fabbrica; ma altrove quasi sempre l'esperimento è subordinato alla concessione di finanziamenti particolari, esauriti i quali l'esperienza il più delle volte viene meno».

30 luglio 2013 | 9:05

Rosa, l’incubo di vivere con uno stalker

La Stampa

La storia di una donna che ha denunciato il marito: “Mi aspetto di tutto, non ha nulla da perdere”

laura preite


Cattura
«Ho paura, lui è una persona che non è abituata a perdere, le denunce lo hanno incattivito ancora di più, è un uomo capace di tutto». A parlare è una donna che ha ripetutamente denunciato il marito per stalking e maltrattamenti. Da un anno vive le conseguenze delle sue scelte coraggiose che l’hanno esposta ancor di più ai ricatti e alle minacce dell’uomo. Due figli, adolescenti, la chiamiamo Rosa anche se non è il suo vero nome. Quando ci sarà la sentenza per l’affidamento della figlia, aggiungerà il suo nome a questa storia «per aiutare altre persone», ma fino ad allora c’è l’anonimato. 

«Me lo ritrovo dappertutto, nonostante il decreto del giudice che ha vietato che lui si avvicini a meno di 500 metri, è sempre nel parcheggio dove lavoro» racconta Rosa. Ricostruisce le denunce: «L’anno scorso, prima dell’estate, decisi di lasciarlo, erano due anni che non lavorava più. Non contribuiva più alle spese, pretendeva sempre primo e secondo in tavola. A casa tutto doveva essere come diceva lui: i bimbi non dovevano accendere la luce, il televisore... Mio figlio più grande l’ha sempre chiamato, da che era piccolo, ’maiale’ e ’pezzo di merda’. Mi rubava i soldi e io lavoravo come una schiava. Ha incominciato a perseguitarmi, mi diceva che mi avrebbe denunciato perché lasciavo i figli a casa da soli». Lei lavora per due, iniziando alle 5 del mattino e finendo alle 8 di sera, finché decide di dire basta, di chiedere la separazione e di denunciarlo.

Questa storia è ancora più complicata perché c’è un’adolescente che i servizi sociali, scelti dal tribunale, hanno deciso debba vedere il padre, nonostante la ragazza non sia d’accordo. Così Rosa è nell’angolo: le assistenti sociali le hanno detto che non può continuare a denunciare l’ex marito (nonostante le violazioni del decreto di allontanamento e le minacce) perché influenzerebbe il rapporto che stanno cercando di costruire tra lui e la figlia. Lei le ascolta, teme davvero che gliela possano togliere, anche se lei vuole stare con la madre.

«Non capisco la legge italiana: perché una ragazza di 14 anni non è libera di decidere chi sono le persone da vedere? Loro (gli assistenti, ndr) conoscono tutta la situazione, che lui vede la figlia per avere notizie di me e hanno capito che non cambierà. Perseguita anche la bambina: la aspetta fuori da scuola, grida all’autobus perché lei scenda. Ha perso un anno per via di questa situazione. La legge dovrebbe tutelare chi è più debole, non chi fa finta di essere più debole». 

Poi ci sono le violenze fisiche continue, da sempre. Prima delle denunce infatti, ci sono stati altri sei interventi dei Carabinieri che però hanno sempre minimizzato l’accaduto. «Ricordo il momento in cui mia figlia ha deciso che non dovevo più dormire con lui. Di notte, mi sono sentita tirare per i capelli. Mi ha tirato giù dal letto per i capelli e trascinato fino in cucina, dicendomi che doveva parlare e che io dovevo ascoltarlo perché ero sua moglie e aveva tutto il diritto di decidere il modo e l’ora in cui dovevamo parlare.

Poi una mattina stavo andando a lavoro, mi ferma, mi dice ’se esci da quella porta ti ammazzo’. Mi ha dato una botta dietro la schiena. Sono cascata, mi sono rialzata. Mi ha dato un altro calcio, così forte all’altezza del femore che ho perso l’equilibrio. L’ho guardato e l’unica cosa che mi è uscita è stata ’mi fai pena’. Ormai ero rassegnata a prendere botte da lui. ‘Poi facciamo i conti stasera’ mi ha detto». Aspetta quattro giorni per andare al pronto soccorso, sarà lo stesso ispettore che ha raccolto le sue denunce a consigliarla di farlo. Le conseguenze alla gamba sono irreversibili. 

Il tribunale ci mette un anno per allontanare il marito da casa. Nel frattempo lui ha fatto sparire tutto l’oro di famiglia e anche i soldi per quel viaggio a Medjugorje, 2 euro alla volta dentro a un salvadanaio, che a una settimana dal viaggio, madre e figlia, scopriranno vuoto. Nessun viaggio, così come nessun alimento, nonostante un giudice abbia deciso diversamente.Oggi c’è solo paura e l’attesa per la sentenza di ottobre che decide sulla separazione, le violenze e l’affidamento della figlia:

«Ho paura di morire, di infilare la chiave nella serratura della macchina e saltare in aria. Mi aspetto di tutto ormai, è un uomo che non ha nulla da perdere, usa la figlia per i suoi scopi». Ci sono state le minacce di morte, ’Prima che finisce questa storia andrò in carcere per davvero ma ti toglierò dal mondo’ ‘il tuo bel faccino te lo sfregerò tutto’, ’ti metterò sulla sedia a rotelle’. Rosa è stata fermata per strada, mentre guidava, da due uomini: ‘bada a come ti comporti o finisci male’. Uno di questi ha chiesto l’amicizia alla figlia su Facebook: «Mi son sentita il sangue gelare, mia figlia mi ha inviato la sua foto, era lo stesso uomo».

Lui, il marito, ha sempre negato tutto, e continua a farlo. A ottobre scadrà il decreto che impedisce l’avvicinamento. Rosa e i suoi figli avranno ancora più paura. Guarda al futuro ma anche al passato: «Ho sempre creduto alla famiglia, per me il divorzio è un fallimento. Volevo fare la super donna, tenere insieme la famiglia, ma non ci sono riuscita. Tornassi indietro cercherei di far crescere i miei figli in modo diverso, non starei più zitta, mi difenderei. Parlerei con qualcuno, cercherei di cambiare la situazione. Invece, ho sempre solo messo le mani davanti al viso per non prendere le botte».

Hanno ucciso il mio Federico e rimetteranno la divisa senza nemmeno pentirsi”

La Stampa

La mamma di Aldrovandi: istituire il reato di tortura
raphaël zanotti
inviato a ferrara


Cattura
Calamite sul frigorifero, una vetrinetta strapiena di oggetti, fotografie, coppe sportive e in un angolo, vicino al grande tavolo, un televisore. Rigorosamente non al plasma. Una casa normale, come tante. A cui manca una sola cosa, da 8 anni: un ragazzo. Si chiamava Federico Aldrovandi, aveva 25 anni, è stato ucciso. E’ diventato un simbolo. Ma per Patrizia Moretti, la madre era ed è soprattutto un figlio, il suo, quello che manca a questa casa.

Oggi sarà un giorno speciale per la famiglia Aldrovandi. Questa mattina esce da carcere Paolo Forlani, l’ultimo dei 4 poliziotti condannati in via definitiva per aver ucciso Federico. Luca Pollastri, l’altro detenuto, è uscito sabato. Monica Segatto ieri ha terminato il suo periodo di domiciliari. Resta Enzo Pontani, ai domiciliari. Verrà presto liberato: ha solo iniziato la detenzione dopo gli altri. Poi, tutti e quattro, avranno finito di scontare la loro pena: 6 mesi. Loro, i poliziotti, dicono che è un’ingiustizia: gli unici in Italia, da oltre trent’anni, ad aver scontato per intero una pena per omicidio colposo (3 anni se li è mangiati l’indulto). 

Lei, Patrizia Moretti, riflette: «Sei mesi per aver ucciso qualcuno è sbagliato, ingiusto, doloroso e soprattutto inaccettabile - dice - E non perché sei mesi siano pochi, anche se sarebbe ipocrita dire che non lo siano. Ma perché sei mesi non sono bastati. Se il carcere dev’essere riabilitativo, come io credo, ebbene per queste persone non lo è stato: non si sono mai pentiti, non hanno mai avuto una parola di dispiacere per la morte di Federico. Mai».

Patrizia Moretti, la sua famiglia, gli amici, hanno combattuto 8 anni per avere ragione. E domani tutto questo sarà finito. Almeno penalmente. La paura più grande, oggi, per Patrizia è che quei 4 poliziotti tornino a vestire la divisa. Cosa possibilissima, quasi automatica. La commissione di disciplina ha già emesso il suo verdetto: sei mesi di sospensione. «A fine anno, tutti torneranno in servizio. Quattro poliziotti, armati, condannati per omicidio, torneranno per le strade con un buffetto e senza che nemmeno si siano resi conto di quello che hanno fatto».

Patrizia era preparata a questo giorno. «Sapevamo che sarebbe arrivato». Ma è amaro lo stesso. «E’ la cultura delle istituzioni che deve cambiare. Questi poliziotti sono stati protetti, è evidente. E questo mi fa male. Quel che invece mi rassicura è che l’opinione pubblica ha reagito. Anche se la giustizia ha fatto il suo corso, è la condanna dell’opinione pubblica ciò che più conta. Solo così riusciremo a cambiare la cultura nelle istituzioni».

La cultura e anche qualcos’altro. Oggi l’ultimo poliziotto che ha ucciso Federico uscirà dal carcere. Dopo sei mesi. Pena scontata. Patrizia sa che potrebbe riaccadere. E allora l’opinione pubblica non basta: «Chi può, istituisca il reato di tortura. Chi non lo vorrebbe istituire ha una sola ragione: evidentemente lo perpetra. E questo non è più accettabile».

La pace fra israeliani e palestinesi? Passa anche attraverso le startup

La Stampa

federico guerrini


Cattura
La pace fra israeliani e palestinesi? Passa anche attraverso la tecnologia. Esperti di hi-tech israeliani e imprenditori provenienti da Ramallah e dalla Cisgiordania si sono incontrati un centinaio di volte, negli ultimi anni nella “terra di nessuno”, una striscia di territorio vicino al Mar Morto che nessuno reclama e che funge da punto di incontro ideale per una serie di appuntamenti formativi organizzati da Cisco. La multinazionale americana sta investendo soldi e risorse per agevolare le occasioni di business fra le due parti e far sì che società israeliane (e non solo) affidino in outsourcing parte delle loro attività alle migliori startup palestinesi. Le sessioni di formazione durano dieci mesi e hanno un nome appropriato, Tamkeen.Net – laddove tamkeen è una parola araba che significa “rendere capace di” (empowerment, in lingua inglese) - e sono organizzate da un contractor locale, PosiTeam.

Finora ne sono state organizzate due: la prima si è conclusa a giugno
2012 e ha coinvolto una decina di società palestinesi, la seconda è partita a settembre dello stesso anno e ha coinvolto 15 partecipanti.Tutto è nato, racconta su Forbes il giornalista Richard Bear, da una viaggio di lavoro che il Ceo di Cisco, John Chambers, fece a Ramallah nel 2008. Chambers si offrì di mettere a disposizione dieci milioni di dollari per la crescita dell’industria hi-tech palestinese, ma non era chiaro come sarebbe stato meglio adoperare questa somma. Una donazione a fondo perduto? Una serie di interventi che aiutassero le società locali ad acquisire esperienza e professionalità per proporsi sul mercato internazionale? Su impulso degli stessi palestinesi,
la strada prescelta fu la seconda.

Ad alcune business unit della filiale israeliana di Cisco furono elargiti incentivi affinché dessero in outsourcing, per un certo periodo, parte delle loro attività di ricerca e sviluppo a società palestinesi. Se al termine della fase sperimentale fossero state soddisfatte del lavoro svolto, avrebbero rinnovato il contratto pagando di tasca loro. Cosa che, puntualmente, si verificò. Il problema è che solo poche società furono selezionate per il programma:

le altre, secondo quanto racconta Gai Hetzroni, manager di Cisco coinvolto nel progetto, non possedevano i necessari pre-requisiti.
“Parlavano inglese, ma non parlavano il linguaggio dell’hi-tech – ricorda il manager – Alcuni erano vestiti molto bene, dicevano “ciao” molto bene, mostravano un’immagine carina, ma non sapevano cosa fosse il project management, cosa fosse il software Agile o come gestire gruppi di ingegneri”. Avevano insomma, talento e voglia di fare, ma mancavano delle basi.

Per colmare questo gap sono nati programmi come Tamkeen.Net. Corsi intensivi dove si parla di sviluppo dei prodotti, di modelli di business, di marketing, ma anche di aspetti più tecnici legati all’organizzazione di una startup che voglia operare sul mercato internazionale. L’idea di fondo è quello di passare da una “Startup Nation” (Israele) a una “Startup Region”, sperando che l’effetto collaterale di una maggiore intesa a livello commerciale sia quello di creare legami, fiducia, a volte amicizie, fra due parti in lotta.

Sapendo benissimo che la politica è un’altra cosa e che per risolvere davvero un problema così annoso e radicato ci vorrà ben altro. Ma che qualsiasi piccolo contributo, anche mettere semplicemente attorno a un tavolo un ingegnere israeliano e un suo omologo palestinese, a discutere pacificamente di startup, è un passo avanti nella giusta direzione.

Letame, in Europa già utilizzato 8 mila anni fa

Corriere della sera

Spostato indietro di migliaia di anni l'impiego nei campi delle deiezioni animali. Con profonde implicazioni sociali

Cattura
Il letame era utilizzato dagli agricoltori europei già 8 mila anni fa, molto prima di quanto finora ritenuto. Lo affermano alcuni ricercatori dell'Università di Oxford guidati da Amy Boogard, secondo i quali già gli agricoltori del neolitico che vivevano in Europa avevano scoperto le qualità del letame per fertilizzare i campi, quindi molto prima dell'età del ferro finora indicata come la più antica a spargere le deiezioni degli animali domestici nei campi.

AZOTO-15 - La nuova ricerca, invece, ha trovato elevati livelli di azoto-15, un isotopo stabile dell'azoto abbondante nel letame, in grani di cereali e semi di legumi carbonizzati recuperati in tredici siti risalenti al neolitico in varie parti d'Europa. I risultati della ricerca sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Pnas e suggeriscono che gli agricoltori neolitici utilizzassero il letame prodotto dai loro animali d'allevamento come bovini, ovini e suini.

UNA NUOVA SOCIETÀ - L'utilizzo del letame implica anche un uso duraturo della terra arabile da coltivare, e quindi gli studiosi ipotizzano anche una società in grado di lasciare le terre lavorate ai propri discendenti. L'esatto opposto di quanto attualmente ritenuto dagli esperti di quel periodo: cioè che gli agricoltori europei del neolitico fossero soprattutto nomadi che disboscavano e bruciavano i terreni per creare spazi dove coltivare solo per breve tempo per poi trasferirsi da un'altra parte e proseguire con lo stesso metodo.

IMPLICAZIONI - Questo differente metodo di coltivazione inerente all'impiego di letame ha profonde implicazioni nel tipo di società esistente in Europa già nel 6 mila a. C. «Risale quindi a quel tempo la differenza sociale ed economica tra chi possedeva qualcosa e chi no», spiega Bogaard. La territorialità dei primi gruppi di agricoltori potrebbe spiegare anche eventi documentati di quel periodo che mostrano episodi di notevole violenza, come le sepolture di massa di Talheim, in Germania, risalenti al VI millennio a. C., dove sono stati rinvenuti 34 corpi di una comunità massacrata da assalitori con asce di pietra simili a zappe come quelle utilizzate per bonificare i campi.

30 luglio 2013 | 11:46

Profanata la tomba di Rino Gaetano l'appello della sorella del cantante: «Vi prego, restituitemi i monili rubati»

Il Mattino

ROMA - «Vi prego, restituite l'ukulele di marmo che ho fatto scolpire per mio fratello, è un oggetto che non ha mercato ma che per me ha un altissimo valore affettivo».



CatturaQuesto l'appello lanciato da Anna, la sorella di Rino Gaetano, ai malviventi che nella notte tra venerdì e sabato hanno saccheggiato la tomba del cantautore al cimitero romano del Verano, dove è seppellito dal 1981, quando trovò la morte in un terribile incidente stradale su via Nomentana, a due passi dalla sua abitazione. La notizia del saccheggio oggi è stata data dal Messaggero - con un articolo a firma di Enrico Gregori, giornalista del Messaggero e amico del cantante scomparso - Anna chiede aiuto anche al sindaco di Roma, Ignazio Marino: «Spero possa interessarsi della vicenda, anche come omaggio ad una persona che amava Roma, così come Roma amava lui». Anna Gaetano ha ancora la voce rotta dall'emozione, dopo aver saputo che alcuni ladri hanno saccheggiato la tomba del fratello, meta ogni giorno del pellegrinaggio di centinaia di fan e appassionati di Rino Gaetano.

«Sabato scorso non sono potuta andare al cimitero, come faccio di solito, per problemi di salute - spiega -, così una mia amica è andata al posto mio. Poco dopo mi ha chiamato in lacrime spiegandomi quello che era successo. I ladri hanno portato via un ukulele in marmo che avevo fatto scolpire per Rino, come quello con cui suonò al Festival di Sanremo, un quaderno con le dediche dei fan, alcuni vasi colorati e due posacenere, uno fiorito e uno a forma di chitarrina». «Non ho idea di chi sia stato - continua -, di certo però non qualche fan, che non avrebbe mai compiuto un gesto simile. Piuttosto un ladro, un malvivente. Mi hanno detto che ci sono le telecamere al Verano, speriamo abbiamo filmato il furto. Quegli oggetti non hanno un valore commerciale, ma piuttosto un valore affettivo inestimabile. Vi prego, restituiteli».

lunedì 29 luglio 2013 - 18:58



Saccheggiata la tomba di Rino Gaetano. Vandali al Verano: divelta dal loculo la chitarra di marmo

   Il Mattino
di Enrico Gregori


Cattura Croci, pupazzetti, fiori, arredi. I predatori del Verano, da sempre, non vanno tanto per il sottile pur di mettere le mani su macabri bottini. Questa volta i saccheggiatori hanno preso di mira la tomba dove dal 1981 riposa il cantautore Rino Gaetano. Lì, dove il pellegrinaggio di tre generazioni di fan è continuo. «Riquadro 119, piano terra, cappella quinta, loculo 10», rispondono automaticamente i custodi alle migliaia di persone che chiedono di Rino.

IL FURTO Ma tra la moltitudine di ammiratori, fedelissimi e amici, sabato mattina è spuntato qualche predone privo di scrupoli. Armato di un attrezzo da carpentiere, ha divelto il perno con il quale era fissata alla lapide una chitarra in marmo e ha rubato la riproduzione dello strumento che la sorella di Rino, Anna, commissionò a un artista pregandolo di ispirarsi all’ukulele con il quale il cantautore crotonese si era esibito nel 1978 al Festival di Sanremo e in numerose apparizione televisive. Ma non si tratta di un marmo qualunque, la sorella di Rino scelse l’afyon, una pietra di luminosità particolare. Sulla riproduzione, una scritta: ”sognare la realtà, vivere un sogno, cantare per non vivere niente”. I ladri hanno portato via anche un vecchio quaderno dove gli ammiratori del cantautore scrivevano frasi e pensieri dedicati all’artista. Qualcuno se n’è accorto e ha portato lì un nuovo quaderno. Nel 1981 il costo dell’opera in afyon fu di mezzo milione delle vecchie lire. Considerando quanto nel tempo sia cresciuto il mito di Rino Gaetano, qualche collezionista privo di scrupoli e con tanti soldi potrebbe sborsare una cifra considerevole pur di diventare proprietario del cimelio.

LE IPOTESI Il furto è avvenuto, molto probabilmente, sabato mattina. Prima sembra difficile, perché la tomba di Rino è mèta di un pellegrinaggio continuo. La maggior parte dei visitatori conosce quel loculo a memoria. Se fosse mancata la chitarrina, l’allarme sarebbe scattato immediatamente. «Questa mattina presenteremo la denuncia - dice l’avvocato Leopoldo Lombardi che rappresenta la famiglia Gaetano - Io non credo all’ipotesi dell’ammiratore feticista. Non mi meraviglierei se quell’oggetto finisse in vendita on-line o, peggio ancora, fosse usato per un’estorsione alla sorella di Rino. Si tratta di un reato grave, perché oltre al furto con destrezza scatta anche l’articolo 408 del codice penale in materia di vilipendio di tomba che prevede una pena da sei mesi a tre anni». Rino Gaetano era nato a Crotone il 29 ottobre del 1950. Perse la vita a due passi dalla sua casa di via Nomentana in un terribile incidente stradale all’alba del 2 giugno del 1981.
 
lunedì 29 luglio 2013 - 07:48   Ultimo aggiornamento: 18:59

Il detersivo per bucato? Me lo produco da solo

La Stampa

Inizia la collaborazione con Tuttogreen della Stampa Stefania Rossini, con idee, ricette e soluzioni per la vita quotidiana ecologiche e risparmiose

stefania rossini*


Cattura
Perché acquistare un detersivo liquido quando possiamo farcelo da noi? Abbiamo sempre meno tempo a disposizione per la vita frenetica che il mondo moderno ci costringe ad avere, ma chi ne fa le spese (non solo in termini economici) siamo sempre e comunque solo noi.

Allo stesso tempo, però, abbiamo ancora la possibilità di scelta, anche quando ci sembra che siano sempre gli altri a decidere per noi. Noi, artefici del nostro presente, che se solo lo volessimo potremmo ritagliarci quei piccoli spazi per realizzare quel che ci piace fare, o quel che ci serve. Noi, che se vogliamo possiamo realizzare con pochi centesimi di euro un detersivo per lavatrice da 2,5 litri, evitando di avvelenare con prodotti tossici la nostra pelle e soprattutto quella dei nostri piccoli, o di inquinare con plastica inutile. Facendoci in casa, ad esempio, un semplice detersivo, infatti, potremo riciclare lo stesso flacone di detersivo, riutilizzandolo per anni. Per non pensare a tutta l’acqua necessaria a produrre il detersivo liquido per lavatrice in commercio: tanta, troppa. Tanto vale ritagliarci uno spazio di pochi minuti al mese, e magari con il denaro risparmiato stare un poco di più con la nostra famiglia.

La ricetta
In una pentola di acciaio portare a bollore 2,5 litri di acqua. Aggiungere poi (come si vede in foto) 250g di sapone di Marsiglia grattugiato, con la grattugia delle carote per capirci meglio. In questo caso io ho utilizzato il sapone da me prodotto con questa ricetta , usando tranquillamente un buon sapone magari biologico. 
Fare sciogliere completamente il sapone a fiamma bassa, continuando a mescolare. Serviranno pochissimi minuti.
A questo punto, facendo attenzione a non scottarsi, procedere a frullare il composto con un semplice frullatore ad immersione, per un minuto circa.
Coprire con un coperchio e fare raffreddare. 
Il detersivo per lavatrice e a mano liquido è pronto dopo alcune ore di raffreddamento. Non ci resta che metterlo nel flacone ed utilizzarlo.
Un altro contenitore del tutto “ricicloso” sono le bottiglie di plastica dell’acqua. Io lo inserisco direttamente nell’oblò della lavatrice perché non è liquido come il detersivo in commercio, ma resta un tantino gelatinoso: circa due/tre tappi di flacone per carico. Ma regolatevi da voi a seconda della quantità di panni da lavare e da quanto sono sporchi.


* mamma-blogger-ortolana, autrice del libro «Vivere in 5 con cinque euro al giorno». edito da ”L’età dell’acquario”. Scrive anche sul blog http://natural-mente-stefy.blogspot.it/

Documento contraffatto in dichiarazione? Risponde anche l’intermediario che lo ha trasmesso

La Stampa


Cattura
Una persona è condannata per aver contraffatto la certificazione di una ritenuta d’acconto, posta in dichiarazione a base di uno sgravio fiscale. A detta dell’indagato aveva svolto tale compito in via amicale: egli aveva fatto da intermediario nella trasmissione, per via telematica, della dichiarazione dei redditi di un terzo, da quest’ultimo predisposta in modello cartaceo. L’imputato rileva anche l’insussistenza del reato di falso sia sotto il profilo materiale che sotto quello soggettivo dato che da nessun elemento era emersa la riferibilità allo stesso della contraffazione, in assenza di alcun rapporto professionale con il terzo e dell’obbligo di tenuta delle scritture contabili del medesimo. La Cassazione – con la sentenza n. 32796 del 26 luglio 2013 – ha ritenuto infondato il ricorso rilevando come la motivazione dei giudici territoriali si presentava come congrua ed esaustiva rispetto alle risultanze probatorie.

Dalle dichiarazione dei funzionari dell’Agenzia delle Entrate, infatti, era emerso in modo univoco che l’istanza di sgravio era stata presentata dall’imputato e, pertanto, gli stessi avevano ritenuto che fosse stato lo stesso a porla in essere. Tesi avvalorata dal fatto che il terzo aveva rilevato in seguito l’assenza della propria firma nel foglio di accompagnamento della documentazione. Non sono state ritenute pertinenti le deduzioni svolte dalla Difesa dell’imputato con riferimento alla natura non professionale del rapporto intercorrente tra le parti, dal momento che oggetto della contestazione era la contraffazione della fattura e non la sussistenza di responsabilità del soggetto per l’errore rilevato nella dichiarazione dei redditi del terzo.


Fonte:
http://fiscopiu.it/news/documento-contraffatto-dichiarazione-risponde-anche-l-intermediario-che-lo-ha-trasmesso

L’uomo che visse con otto Presidenti

La Stampa

Da lavapiatti a fidato maggiordomo della Casa Bianca in “The Butler”. la storia esemplare di Eugene Allen

fulvia caprara
roma


Cattura
Lavare i piatti era stato il primo incarico, e nessuno, in quel giorno del 1952 in cui Eugene Allen mise per la prima volta piede alla Casa Bianca, avrebbe immaginato il futuro che attendeva il nuovo assunto. Nell’arco di oltre trent’anni, al servizio di ben otto capi degli Stati Uniti d’America, Allen, anzi «Gene» come preferiva chiamarlo il presidente Truman, sarebbe diventato, per i suoi datori di lavoro, una persona speciale, degna di stima, amicizia e particolare riconoscenza.

Un percorso di vita esemplare, quello di Allen, ricostruito, sul Washington Post, dal giornalista Wil Haygood nell’articolo alla base di The Butler, il nuovo film del regista di Precious Lee Daniels in uscita il 16 agosto in Usa, accompagnato dagli echi di un’ accesa querelle che vede contrapposte (per questioni di diritti) Warner Bros e Weinstein Company : «È un film - ha dichiarato il protagonista Forest Whitaker a Vanity Fair - sui diversi modi in cui si può esprimere la protesta. Il mio è un personaggio apparentemente conformista, capace però, con il suo modo di fare, di influenzare i pensieri dei presidenti presso cui lavora. Mio figlio, invece, è un attivista che si batte contro la discriminazione razziale e viene ripetutamente arrestato».

The Butler, insomma, non è solo la storia esemplare di un uomo di colore che riesce a mutare il corso di un destino segnato. La sua vicenda, come spiega l’articolo «A Butler well served by this election», ripercorre alcuni snodi fondamentali della battaglia anti razzista. Quando Eugene Allen, nato a Takoma Park, in Maryland, nel 1919, mise piede alla Casa Bianca, i neri non potevano utilizzare le stesse toilettes dei bianchi: «Non avevamo mai avuto niente - ha raccontato Allen a 89 anni -, ma io ho sempre sperato che le cose sarebbero migliorate».

Riservato, gentile, perfino meticoloso nello svolgimento delle sue mansioni, il maggiordomo Allen (che nel film si chiama Cecil Gaines), riuscì a migliorare in poco tempo la propria posizione professionale, passando dalla cucina alla dispensa, fino alle stanze private dei vari Presidenti in carica. Un ruolo che gli permise di confrontarsi non solo con le loro famiglie, ma anche con gli ospiti. Da Duke Ellington a Elvis Presley, da Sammy Davis a Martin Luther King che, una volta, durante una cena ufficiale, aveva chiesto espressamente di conoscere le persone di servizio impegnate alla Casa Bianca.

Il film, girato a New Orleans, costato circa 25 milioni di dollari, interpretato da un cast stellare, ricostruisce gli episodi cruciali di un’avventura umana vissuta in secondo piano, ma non per questo meno appassionante. D’altra parte la vita vera di Eugene Allen sembra scritta apposta per il cinema. Tra gli episodi più famosi quello legato alla morte di John Kennedy, nel 1963, quando, invitato dalla famiglia ai funerali, il maggiordomo rifiutò dicendo che preferiva restare al suo posto, impegnato nei preparativi per accoglier li al loro ritorno:

«Non ho mai mancato un giorno di lavoro», dichiarava Allen con orgoglio. Indimenticabile anche la volta in cui la first Lady Nancy Reagan (una Jane Fonda che nel film sembra la sua controfigura) gli chiese di partecipare a una cena di Stato insieme alla moglie (Oprah Winfrey per la prima volta non nel ruolo di se stessa). Nei panni dei presidenti si avvicendano John Cusack (Richard Nixon), Robin Williams (Dwight Eisenhower), Alan Rickman ( Ronald Reagan), Liev Schreiber (Lyndon B. Johnson) James Mardsen (John F. Kennedy).

Presente anche Obama (Orlando Eric Street), che volle Allen ai festeggiamenti per la sua prima elezione, decidendo di farlo entrare alla Casa Bianca con tutti gli onori, scortato da un picchetto dei Marines. In pensione dal 1986, fermissimo nel rifiutare qualunque proposta di libri autobiografici in cui avrebbe potuto svelare il dietro le quinte dei menage presidenziali, Allen, scomparso a 90 anni, nel 2010, aveva dichiarato che il giorno più bello della sua esistenza era stato proprio quello dell’insediamento di Barack Obama. Ogni tanto i sogni si avverano, non solo al cinema. 

Il catechismo secondo Mujica

La Stampa

yoani sanchez


Cattura
Il linguaggio diplomatico, anche se distante e calcolato, lascia intravedere tutti i cambiamenti di un’epoca. Ricordo che per anni è stato possibile prevedere ogni parola che i presidenti stranieri avrebbero detto una volta giunti a Cuba. Nel copione dei loro discorsi non poteva mancare il riferimento alla “inossidabile amicizia tra i nostri popoli…”. Inoltre veniva sempre messa in evidenza la piena sintonia tra i progetti politici del capo di Stato ospite e la sua controparte cubana. Il percorso era uno, i compagni di rotta non potevano allontanarsi di un millimetro, come appariva chiaro dalle loro dichiarazioni. Erano tempi in cui dovevamo apparire come un blocco compatto, privo di sfumature e differenze.

Tuttavia, da alcuni anni, le dichiarazioni di chi giunge sull’Isola su invito governativo non sono più le stesse. Si sentono pronunciare frasi come: “alcune cose ci dividono, ma preferiamo cercare ciò che ci unisce”. Le nuove dichiarazioni sostengono che “rappresentiamo una molteplicità” e che “lavoriamo a un progetto unitario, mantenendo le rispettive differenze”. Evidentemente, le relazioni bilaterali del ventunesimo secolo non possono più essere caratterizzate da un discorso unanime e monocromatico. È ormai di moda esibire la diversità, anche se nella pratica viene messa in atto una strategia di esclusione e di negazione delle differenze.

José Mujica ha compiuto un altro passo in avanti rispetto ai discorsi dei presidenti ricevuti nel Palazzo della Rivoluzione. Ha sottolineato che “prima dovevamo recitare lo stesso catechismo per essere uniti, mentre adesso, nonostante le differenze, riusciamo ugualmente a essere compatti”. Noi che ascoltavamo increduli il programma diffuso dalla televisione nazionale ci siamo chiesti immediatamente se la dottrina alla quale si riferiva il capo di Stato uruguayano fosse il marxismo o il comunismo.

Secondo quel che adesso viene affermato, due presidenti possono stringersi la mano, cooperare, farsi fotografare insieme sorridenti, anche se hanno ideologie diverse o contrastanti. Una lezione di maturità, senza dubbio. Il problema - il grave problema - è che certe parole vengono pronunciate e pubblicate in una nazione dove i cittadini non possono avere altro “catechismo” se non quello imposto dal partito al potere. Un paese dove in maniera sistematica viene divisa la popolazione tra “rivoluzionari” e “traditori della patria”, sulla base di considerazioni puramente ideologiche.

Un’Isola dove i governanti fomentano l’odio politico tra la gente senza prendersi la responsabilità per quei semi d’intolleranza che seminano, irrigano e concimano coscientemente. La diplomazia cubana è così. Accetta di ascoltare da un ospite straniero frasi che non farebbe mai pronunciare a una persona nata in questa terra.


Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Napoli. Ztl, targhe coperte per beffare il varco elettronico

Il Mattino

La denuncia di Coppola: «Il territorio va presidiato occorre più attenzione»



È l’ennesima “trovata” di alcuni cittadini napoletani a seguito della sospensione, anche se momentanea, della ztl nelle strade principali del centro storico, piazza Dante e via Duomo. È il caso del varco Santa Sofia, ad angolo con via Carbonara, che conduce a Largo Donnaregina. È proprio qui che, da oltre due mesi, decine e decine di automobilisti riescono a farla franca davanti all’impianto della Napolipark e ad evitare lo scatto che immortalerebbe l’infrazione del codice stradale.


CatturaIn pratica una volta giunto all’altezza della telecamera, l’automobilista scende dal proprio veicolo, tira fuori dal cofano un asciugamano da mare, una coperta o un altro panno, e con questo copre la targa dell’auto per transitare davanti all’impianto senza essere multato.

Gli amministratori locali restano perplessi dalle segnalazioni di alcuni residenti. «Chiediamo un maggiore controllo del territorio – dice il presidente della IV municipalità Armando Coppola – in quanto oltre alle infrazioni legate alla ztl c’è anche il senso di marcia che viene quotidianamente violato dagli scooter; c’è bisogno di una presenza più costante di agenti che possano dissuadere i soliti furbetti ad infrangere le regole». Anche Armando Simeone, capogruppo di Sel del parlamentino di quartiere interviene sulla questione: «Il Comune crede di risanare le casse dell’amministrazione multando chi viola il divieto e non si accorge che questa situazione va avanti da mesi, un modo facile di aggirare l’ostacolo senza essere multati».

La soluzione, secondo Simeone ed il presidente Coppola, è quella di «presidiare la zona con agenti della polizia municipale in borghese, affinché i trasgressori vengano colti sul fatto. Solo così - affermano - il divieto sarà realmente rispettato». Ma alcuni cittadini cercano di alleggerire: «Questa ztl ci ha confuso le idee – dice una signora che abita in un basso in via Sofia – ed ormai non sappiamo più se siamo nel torto o nella ragione; i provvedimenti cambiano continuamente, non possiamo stare dietro a tutto questo».

Intanto proprio in via Duomo alcuni commercianti commentano la sospensione della ztl: «Ci sembra assurdo che a distanza di una settimana dall’entrata in vigore del nuovo dispositivo vi sia la presenza dei tabelloni che indicano i varchi ancora attivi sia in piazza Dante che in via Duomo; automobili e scooter sono nella totale confusione, la gente continua a transitare nei vicoletti per timore di ricevere una multa». E' assurdo - insistono i commercianti di zona - che per l’avvio di un simile provvedimento non venga previsto almeno all’ inizio una presenza più insistente di vigili urbani per dare spiegazioni alla cittadinanza e dirigere il traffico.

Ricordiamo che la sospensione della ztl nasce proprio dalle proteste dei commercianti contro il ritardo nell’entrata in vigore dei provvedimenti di modifica alla zona a traffico limitato del centro antico: «Piazza Dante e via Duomo avrebbero dovuto riaprire ai motocicli tutto il giorno ed alle auto dalle 18 alle 7 già a maggio, - aggiungono i commercianti - ma una serie di passaggi burocratici non hanno consentito al provvedimento di entrare in vigore». Per ora, in attesa di modifiche, resta l’accusa al Comune di Napoli di aver causato, con queste modifiche continue, una flessione negativa di consumi registrato negli ultimi tempi.

 
domenica 28 luglio 2013 - 10:45   Ultimo aggiornamento: 12:56

Il mitomane della banana: "Sono stato io". Ma nessuno crede a Vikingo

Libero

Davide Fabbri si autoaccusa del lancio dei frutti alla festa del Pd. Ma la Questura non gli crede


Cattura
Il mitomane della banana. Lui è Davide Fabbri, detto il "Vikingo" (qualcuno lo ricorderà per i consigli sessuali che elargisce a La Zanzara della premiata ditta Cruciani&Parenzo), che giura: "Ho lanciato io le banane alla Kyenge". Il Vikingo si riferisce all'episodio di venerdì sera, quando alla festa del Pd di Cervia, mentre parlava sul palco, sono state lanciate due banane all'indirizzo del ministro Cécile Kyenge.

Il signor Fabbri, in un volantino in cui invita i giornalisti a una conferenza stampa, si è attribuito il gesto. Spiergherà tutto, assicura, nell'incontro coi cronisti che si tiene a Predappio, davanti al cimitero dove è sepolto, scrive, "mio zio Benito Mussolini". Il Vikingo, in effetti, era presente nella piazza dove parlava la Kyenge, ma alcuni testimoni affermano che si sarebbe allontanato prima del lancio della banana. Anche questa circostanza ha portato la Questura a ritenere non attendibile la sua testimonianza.

Non solo cani, anche le tartarughe vengono abbandonate in estate

La Stampa

Oltre settecento gli esemplari ricoverati al Trasimeno


Cattura
Un “esercito” di tartarughe abbandonate. In soli tre anni si sono centuplicate. Dalle poche decine di esemplari che si contavano nel 2010, si è passati a oltre 700, ed oggi il Centro ittiogenico di Sant’Arcangelo di Magione, di proprietà della Provincia di Perugia, si conferma quanto mai il ricovero per eccellenza di tartarughe acquatiche sul panorama nazionale. Questi rettili sembrano aver trovato il loro luogo ideale per sopravvivere e riprodursi, dopo che i proprietari, per le ragioni più disparate, scelgono di liberarsene.

Il fenomeno dell’abbandono, argomento ricorrente nelle cronache estive, non interessa infatti solo i tradizionali animali da compagnia, ma sempre più si allarga fino a comprendere i rettili come le tartarughe che, nel crescere di dimensioni, diventano di difficile gestione all’interno degli ambienti domestici. Al Centro ittiogenico di Sant’Arcangelo, (da pochi anni anche fattoria didattica e appunto ricovero per tartarughe esotiche), afferiscono ormai esemplari da tutta Italia.

«La Provincia di Perugia -dichiara il presidente Marco Vinicio Guasticchi- da sempre attenta anche alla difesa dei diritti degli animali, cerca di svolgere questo compito a 360 gradi. Accanto alle campagne per combattere i fenomeni di randagismo, si è voluto dare una risposta concreta anche al problema dell’abbandono degli animali esotici, serio pericolo per la conservazione dell’ecosistema. Quello di Sant’Arcangelo, con personale qualificato e altamente competente, è un centro di eccellenza a livello nazionale, che si inserisce nel contesto di un’area, quella del lago Trasimeno, verso cui la Provincia indirizza molti dei suoi sforzi».

A rivolgersi alla struttura, diretta dall’ittiologo Mauro Natali, sono privati cittadini che, conservando l’amore per questi animali, ma impossibilitati a tenerli con sé, sanno di poter contare sulla professionalità del personale che sa bene come custodirli. Ma spesso sono anche le amministrazioni pubbliche di tutta Italia a inviare esemplari rinvenuti durante le bonifiche degli invasi pubblici, dove le tartarughe finiscono per mano di proprietari senza scrupoli. «La detenzione di giovani tartarughe acquatiche di varie specie come animali da compagnia è pratica comune -riferisce Natali- ma spesso l’acquirente non si rende conto della taglia che raggiungono in pochi anni, se allevate correttamente, e dei problemi che ne possono derivare».

È quindi frequente l’abbandono, ma trattandosi di specie esotiche questo può essere causa di danni ambientali. Nel caso di Trachemys scripta elegans, conosciuta anche come `tartaruga dalle orecchie rosse´, ci si trova inoltre di fronte a una specie protetta, di cui non è più consentito il libero commercio. L’impegno della Provincia di Perugia, attraverso il personale del Centro ittiogenico, nel prelevare e custodire gli esemplari abbandonati, va avanti da alcuni anni e viene svolto in collaborazione con il Corpo Forestale dello Stato (Ufficio Cites).

«Da una attività iniziata quasi casualmente - racconta ancora Natali - dopo il rinvenimento di alcune tartarughe nel lago, ci si è resi conto che con un minimo impegno, si poteva rendere un servizio importante, perché oltre alla tutela si garantiva la salvaguardia degli ambienti naturali dalla sempre negativa introduzione di specie esotiche». Le tartarughe del Centro vivono in grandi vasche all’aperto nei mesi estivi e in inverno, le più piccole in appositi spazi all’interno di una camera coibentata dove, grazie ad un impianto di filtraggio e riciclaggio dell’acqua e ad apposite lampade a raggi infrarossi per il riscaldamento, trascorrono i mesi più freddi. Sono inoltre soggette a controlli sanitari al fine di curare quelle che inevitabilmente si ammalano o arrivano al Centro con traumi di vario tipo.