domenica 28 luglio 2013

Brescia, la Provincia dà l'ok al referendum per l'indipendenza della Lombardia

Libero

La proposta è passata con il voto della Lega Nord, del Pdl e di Fratelli d'Italia: per la prima volta i lombardi si consultano sull'autodeterminazione


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"Padania libera". Un famoso slogan della Lega Nord può diventare realtà. La Provincia di Brescia ha dato l'ok ad un referendum per chiedere l'autodeterminazione della Lombardia. La proposta, è arrivata dal gruppo della Lega Nord che ha raccolto il voto favorevole del Pdl e di Fratelli d’Italia. Dunque i bresciani per primi potranno indire un referendum per scegliere tra l'indipendenza della Lombardia o la storica convivenza con lo Stato italiano.

Svolta storica - "Si tratta di una data storica per la nostra terra. Per la prima volta un ente istituzionale si esprime in modo favorevole alla promozione di un referendum popolare attraverso cui i cittadini lombardi possano liberamente esprimersi in merito all’indipendenza della regione", afferma Fabio Rolfi, consigliere regionale della Lega Nord e segretario provinciale bresciano del Carroccio. La mozione approvata dal consiglio provinciale è abbastanza chiara e afferma "la facoltà del popolo lombardo di invocare e rivendicare il diritto alla verifica referendaria, in modi e forme legali e democratiche, dell’atto di annessione della Lombardia all’ordinamento statutale italiano a seguito delle guerre risorgimentali”.

Testo vincolante - Il testo impegna il presidente della Provincia e il presidente del consiglio provinciale a “sostenere con ogni mezzo a disposizione del Consiglio provinciale e della Giunta provinciale, quell’insieme di iniziative spontanee che mirano ad ottenere l’indizione della consultazione referendaria al fine di accertare la volontà del popolo lombardo in ordine alla propria autodeterminazione”.  Insomma il referendum si deve fare. E' la prima volta che si va al voto per una proprosta del genere. Fino ad ora le spinte secessioniste erano incanalte con iniziative di gruppi di cittadini in forma privata o movimentista. Ora la questione sull'indipendenza della Lombardia potrebbe arrivare alle urne. E il risultato non è scontato.


 (I.S.)

Cervia, lancio di banane contro Kyenge Lei: “C’è la crisi, è triste sprecare il cibo”

La Stampa

Macabra azione di Forza Nuova: manichini insanguinati nel parco, poi il blitz durante l’intervento

ravenna


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Prima i manichini insanguinati nel parco. Poi il lancio di banane durante il comizio. A Cervia, nel Ravennate, si scatena l’odio xenofobo contro il ministro Cecile Kyenge. 
La prima azione è firmata da Forza Nuova. Nella notte tra giovedì e venerdì nella centrale piazza del paese sono stati abbandonati alcuni fantocci vestiti con giubbotti scuri e jeans, imbrattati sul petto di vernice color rosso sangue e corredati da cartelli e volantini con la scritta «L’immigrazione uccide - No ius soli». 

A sera il secondo blitz, denunciato dalla stessa Kyenge su Twitter: «Lancio banane durante l’intervento». «Con la gente che muore di fame e la crisi sprecare cibo così è triste», è stata la risposta del ministro. È accaduto che una persona non ancora identificata ha lanciato un paio di banane all’indirizzo del ministro mentre in serata parlava sul palco della Festa del Pd a Cervia. I frutti non hanno raggiunto il palco, ricadendo tra la prima e la seconda fila di spettatori. Il ministro ha definito il gesto «uno schiaffo alla povertà» e «uno spreco di cibo».

Il New York Times dedica un articolo (e un grafico) al gesticolare degli italiani

Corriere della sera

L'autorevole quotidiano statunitense passa in rassegna la nostra abitudine di muovere le mani per farci capire meglio

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Gli italiani gesticolano. E parecchio. Il New York Times dedica un lungo pezzo alla nostra abitudine di muovere le mani mentre parliamo. E attraverso un grafico animato passa in rassegna tutti i significati dei nostri gesti.

FILOSOFI E DOTTORI - Fa sorridere vedere i movimenti che siamo abituati a compiere tutti i giorni, senza rendercene nemmeno conto, passati in rassegna con occhio scientifico. Sull'autorevole quotidiano statunitense l'autrice dell'articolo Rachel Donadio spiega che chi muove la mano da sinistra a destra tenendo pollice e indice uniti vuole dire «Perfetto!». Pollice e indice a elle stanno invece per «Niente», mentre la mano passata sotto il mento esprime disinteresse. A un occhio disattento il pezzo potrebbe sembrare una guida pratica per americani in visita in Italia. Ma c'è di più. La nostra teatralità diventa anche oggetto di discussione con accademici e studiosi, come la docente di psicologia Isabella Poggi che ha mappato ben 250 gesti. E per sottolineare l'importanza dell'argomento chi scrive il pezzo tira addirittura in ballo il filosofo Giambattista Vico che individuava nella gestualità italiana una forma primitiva di linguaggio.

ANDREOTTI E BOSSI - Italiani istrionici e bizzarri? Il New York Times non dimentica di citare i nostri politici ricordando il dito teso di Umberto Bossi e il movimento delle mani tipico di Giulio Andreotti. E non mancano nemmeno spiegazioni sul motivo che sta alla base della nostra abitudine. Nessun giudizio. «Vogliono attirare l'attenzione», è la sentenza. Unica dimenticanza è forse la citazione di una delle scene più riuscite del regista americano Quentin Tarantino. Difficile infatti non pensare a Brad Pitt, alias Tenente Aldo Reine, che in «Inglorious Basterds» inizia a gesticolare in modo esilarante per fingersi siciliano pur senza conoscere la nostra lingua. Ovviamente l'articolo di Rachel Donadio è stato accolto con grande ironia in Italia. Su Twitter c'è chi scherza «Il Nyt pubblica un video che traduce i nostri gesti mentre parliamo. Pur di non sentirci parlare in inglese impareranno a gesticolare». Ma c'è anche chi storce il naso e si sente offeso dall'analisi sentendo puzza di razzismo e di stereotipi. Su un aspetto però sono tutti d'accordo. Dobbiamo ammetterlo, gesticoliamo di continuo. E non ce ne accorgiamo nemmeno.



A Short Lexicon of Italian Gestures

For Italians, it comes naturally. But what do they mean when they talk with their hands?
Many things. Roll over the images to learn a few classic gestures. Related Article »



Perfect!

What in God’s name
are you saying?

Nothing.

I don’t care.

Those two get along.

It wasn’t me or
I don’t know.

Someone talks too much.

Get out of here.

Slow down or
keep calm.

Don’t worry,
I’ll take care of it.

Why in God’s name
did you/I do it?

To be afraid.
By XAQUÍN G.V. and SERGIO PEÇANHA; photographs by GIANNI CIPRIANO for THE NEW YORK TIMES.

Marta Serafini
@martaserafini1 luglio 2013 | 21:16

Pillole di Storia: cadetti o garibaldini? Rispondi alle domande di Gigi Di Fiore

Il Mattino


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Un gioco ma anche un’occasione per ripescare dalla memoria nozioni dimenticate o - perché no - per apprenderne di nuove. È il senso del quiz a risposte multiple che per l’intero periodo di pubblicazione dell’inserto estivo, proponiamo in queste pagine. Dieci domande sugli argomenti più disparati, la cui compilazione abbiamo affidato a giornalisti e intellettuali napoletani. Oggi tocca a tutti gli appassionati di storia che, grazie ai quesiti preparati da Gigi Di Fiore, potranno divertirsi mettendo alla prova la loro conoscenza. Anche in vacanza, durante il meritato relax in spiaggia o in montagna, a pochi passi da casa o in giro per il mondo, vale la pena valutare non solo la cultura, ma anche la curiosità e la voglia di conoscenza.

1)Come venivano chiamati i gendarmi borbonici in Sicilia dopo lo sbarco di Garibaldi? a) I feroci.
b) I conigli.
c) I fetusi.
d) I sorci.

2)Quale regina introdusse l'arte della ceramica a Capodimonte? a) Maria Sofia di Baviera.
b) Maria Amalia di Sassonia.
c) Maria Carolina d'Austria.
d) Maria Cristina di Savoia.

3)Come si chiamava il militare che tentò di uccidere Ferdinando II di Borbone? a) Carlo Poerio, intraprendente ufficiale liberale.
b) Enrico Cosenz, prima di lasciare il regno.
c) Agesilao Milano, militare di origini albanesi.
d) Alessandro Nunziante.

4)Come si chiamava il comandante delle navi che a Marsala esitò a bombardare i garibaldini? a) Enrico Cossovich, che passò subito con Garibaldi.
b) Amilcare Anguissola, che era già in contatto con Cavour.
c) Luigi di Borbone conte dell'Aquila.
d) Guglielmo Acton, che fu poi processato a Ischia.

5)Come si chiamava il corso Vittorio Emanuele? a) Via Immacolata nuova, in onore della Madonna.
b) Corso Capodimonte, perchè non lontano dalla reggia.
c) Corso Maria Teresa, in onore della moglie di Ferdinando II.
d) Corso Maria Isabella, in onore della regina madre di Ferdinando II.

6)Chi era l'unico ministro napoletano nel primo governo presieduto da Cavour? a) Carlo Poerio, il patriota martire del processo alla setta Unità italiana.
b) Vittorio Imbriani, allievo di De Sanctis e figlio dell'esule Paolo Emilio.
c) Liborio Romano, premiato per aver mantenuto i rapporti con Cavour.
d) Francesco De Sanctis, esule a Torino.

7)Vero che la prima cattedra di economia fu istituita a Napoli? a) Sì, fu affidata ad Antonio Genovesi nel 1755.
b) Vero, fu istituita nel regno di Ferdinando IV e affidata ad Antonio Scialoja.
c) Falso, un'invenzione della pubblicistica revisionista.
d) No, la prima cattedra di economia fu istituita a Torino, durante il regno di Carlo Felice di Savoia.

8)Di dove era il barone Sigismondo di Castromediano? a) Era nato a Benevento e fu coinvolto ingiustamente nel processo del 1851.
b) Era della provincia di Lecce.
c) Era un nobile torinese, mai imprigionato a Napoli.
d) Nacque a Salerno.

9)Chi ha scritto che «Lo Stato italiano fu una dittatura che seppellì vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono di infamare con il marchio di briganti?» a) Gennaro De Crescenzo.
b) Franco Molfese.
c) Antonio Gramsci.
d) Carlo Levi.

10)Vero che, tra i condannati a morte per aver preso parte alla Repubblica Partenopea nel 1799, ci fu un ex Nunziatella? a) No, Ferdinando IV chiuse la Nunziatella subito dopo la rivoluzione francese.
b) Sì, fu Raffaele De Montemayor.
c) Sì, fu il giovane Emanuele De Deo.
d) No, tutti gli ex allievi della Nunziatella furono graziati dal re.

In 10 anni di patente a punti ne sono sfumati 85 milioni

La Stampa

I più falcidiati sono gli “under 20”. Le donne più brave gli uomini



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È entrata in vigore il primo luglio 2003: sono trascorsi dunque dieci anni da quando la Patente a punti entrò in `servizio permanente effettivo´. E insieme alla dotazione iniziale di 20 punti, prese corpo immediatamente l’angoscia di perderli e dover rifare gli esami. Subito si studiarono i soliti sistemi per aggirare la normativa: al volante dell’auto nei pressi della discoteca di Riccione alle 4 di notte c’era il nonno, la moto giapponese da 300 km/h di velocità e 130 in prima marcia la guidava la mamma “over 60”, e via inventando l’impossibile.

Fino al 31 dicembre scorso - spiega un’indagine dell’Asaps, l’associazione sostenitori della Polstrada - i punti persi dai 37.634.404 patentati italiani sono stati 85.604.842, con una media di 2,275 punti sottratti per ogni patente. I giovani sotto i 20 anni sono quelli che hanno perso il maggior numero, con 6,497 punti di media (ma per loro nei primi tre anni valgono doppio), 3,390 fino a 24 anni, 2,638 nella fascia da 30 a 34 anni. Poi si va nella media nazionale per le altre fasce. Record minimo di punti pagati gli ultrasettantenni con 1,176 punti (compresi quelli di qualche nipote).

Le donne sono state più brave: con il 43,67% di patenti hanno perso il 25,44% del totale dei punti, mentre gli uomini, con il 56,33% di patenti, hanno lasciato alle forze di polizia il 74,56% del tesoretto perso. Le violazioni più gettonate sono le solite: al primo posto la velocità (complici autovelox e misuratori vari), poi le cinture di sicurezza, l’attraversamento semaforico con il rosso e l’uso del cellulare alla guida. «La patente a punti ha funzionato - sottolinea il presidente Asaps, Giordano Biserni - insieme però alle norme antialcol più severe e all’incremento dei controlli con l’etilometro».

Se nel 2002 si contavano ancora 265.402 incidenti con 6.980 morti e 378.492 feriti, nel 2011 siamo scesi al minimo storico di 205.638 incidenti (-22,5%), con 3.860 vittime (-44,7%) e 292.019 feriti (-22,8%). Il solo effetto annuncio sui giornali e tv nei primi sei mesi del 2003 produsse effetti notevoli. Oggi contiamo ancora comunque sulle strade 11 morti e 800 feriti al giorno’’. L’anello mancante ora, secondo Asaps e le associazioni Lorenzo Guarnieri e Gabriele Borgogni, «si chiama Omicidio stradale per chi uccide da ubriaco over 1,5 g/l o drogato, insieme all’ergastolo della patente, punti o non punti».

Da domani ai più disciplinati (o fortunati che non si sono imbattuti in un autovelox “facile”) verranno assegnati gli ultimi due punti di omaggio biennale, raggiungendo così il tetto massimo previsto di 30 punti. «Se volete sapere il saldo dei vostri punti - ricorda Biserni - basta chiamare l’ 848 782 782 del ministero dei Trasporti». 

In Sardegna la famiglia più longeva ora festeggia una nuova centenaria

La Stampa

I fratelli Melis hanno 818 anni in 9: sono nel «Guinness World Record»


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Resta ad una famiglia di Perdasdefogu il Guinnes World Record per il nucleo più longevo al mondo. Il primato, già attribuito l’anno scorso alla famiglia Melis con gli oltre 818 anni, questa volta, essendo i nove fratelli e sorelle ancora tutti vivi, aumenta a 828 anni. In paese si festeggerà, infatti, il primo secolo di vita anche di Claudia, la secondogenita. Sarà la sorella Consola, che il 22 agosto compirà ben 106 anni, a consegnarle cento rose rosse e cento ciclamini bianchi. Sarà una festa di popolo, fra riti religiosi, civili e tradizionali.

A completare il «gruppo straordinario» ci sono: Maria, 98 anni, Antonio 94, Concetta 93, Adolfo 90, Vitalio 87, Vitalia 82 e la più piccola, Mafalda, 79 anni; ognuno dei fratelli accompagnato da figli, nipoti, zii, cugini tutti a ricordare pezzi della saga di famiglia, iniziata con il matrimonio di Francesco Melis ed Eleonora Mameli. Anni di storia privata che con il Guinnes diventa storia di un paese e quindi storia di una terra, come quella sarda, che di centenari ne conta decine, forse centinaia. Esemplari umani che vengono studiati dalle università di tutto il mondo per capire come mai in questa parte di pianeta la vita dura così a lungo.

Anche una famiglia di Belluno, Perenzin, lo scorso anno ha rivendicato il record di longevità ma in quel caso i fratelli erano 10, mentre i sardi sono uno in meno con una media quindi per anziano più alta.

Mi rivendo l'usato (digitale)

Corriere della sera

L'esperienza di ReDigi per la musica, tra successo e cause legali. E l'imminente sbarco di Apple e Amazon

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Comprereste musica usata online? E magari libri? Film, videogames? Se per un’auto o un vestito il dubbio è legittimo, il vintage digitale non presenta rischi: ogni copia è identica all’originale, medesima qualità, niente polvere, nessuna ammaccatura, nessun segno del tempo. I giganti della Silicon Valley hanno subodorato l’affare e da qualche mese stanno affilando le armi e la tecnologia. Mentre produttori ed editori tradizionali si preparano a tempi bui e battaglie legali.

MUSICA USATA - Un «suk» del digitale, per ora, in Italia non c’è. Ma se si guarda oltreconfine si comprende subito che quella in arrivo è l’ennesima rivoluzione 2.0. A partire, ancora una volta, dalla musica. Finora abbiamo acquistato (o «scaricato») centinaia, migliaia di file mp3, che affollano la memoria di computer, telefoni, lettori digitali. Presto potremo stiparli tutti in una «nuvola», regalare o vendere i brani di cui ci siamo stancati, mettere ordine nei nostri «possedimenti». È quello che consente di fare ReDigi, start up americana che dal febbraio 2011 custodisce e vende – a pochi centesimi - file mp3 acquistati e già ascoltati dagli utenti. Sul sito www.redigi.com, scaricata una app, si possono archiviare i propri file, fruibili in streaming ovunque.

Un software scandaglia, verifica e individua i brani acquistati legalmente: solo questi potranno essere inseriti nel «Marketplace» e candidati alla vendita. Il proprietario del file riceve crediti per ogni transazione (i brani vengono venduti per circa 60 centesimi, contro i 99 di iTunes) e li utilizza per concludere nuovi affari. Raggiunto il tetto di 10 dollari, può anche scegliere di monetizzare il gruzzolo virtuale. Una volta passate di mano, le copie vengono rimosse dal computer dell’utente. «Gli artisti ricevono una percentuale per ogni vendita», assicurano i responsabili del sito. Che si prepara a sbarcare nel Vecchio Continente in grande stile, ampliando l’offerta a libri digitali, videogame, software e film.


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TERREMOTO LEGALE - Il modello di business, basato su una piccola trattenuta sulle transazioni (15 centesimi di dollaro ciascuna), è stato costruito da un imprenditore, John Ossenmacher, insieme a un docente del Mit, lavorando intorno a un’intuizione della figlia: creare un luogo virtuale dove condividere e donare i file non più utilizzati. Immediato il successo: a pochi giorni dal debutto, 11 milioni di brani caricati. Inevitabile il terremoto legale: ReDigi è stato accusato di violazione del copyright dalla Capitol Records (Emi) e ha ricevuto un primo stop dal tribunale di New York. In attesa della sentenza d’appello, l’imprenditore difende la bontà del sistema: «Le leggi sulla proprietà di tutto il mondo consentono di rivendere ciò di cui si entra in possesso legalmente».

LA SENTENZA - In Europa, a preparare il terreno a un mercato dell’usato digitale è stata la Corte di Giustizia Europea, che un anno fa (in una causa tra la multinazionale del software Oracle e la tedesca UsedSoft) ha stabilito che chi vende un programma con la relativa licenza d’uso, non può opporsi alla sua successiva rivendita. Non è solo possibile vendere il proprio dvd, ossia il supporto fisico, di un videogame – hanno detto i giudici del Lussemburgo - ma anche un software scaricato da Internet. Basta che ne venga cancellata la copia dall’hard disk del venditore.

LICENZA D'USO - Una decisione che sembra già una risposta ai timori che si addensano attorno alla nascita dei mercati dell’usato. Anche se la Corte ha precisato che le sue sentenze non risolvono le controversie nazionali. «Spetta al giudice nazionale risolvere la causa conformemente alla decisione della Corte», conferma Paolo Lazzarini, avvocato milanese esperto di diritti di proprietà intellettuale. E alle leggi: «In Italia quelle sul diritto d’autore sono lacunose e andranno riviste e integrate, per tutelare gli interessi delle tante parti in gioco». Ma il principio varrà anche per gli ebook? «Oggi, quando acquisto un ebook in realtà non ne divento il proprietario, ho una licenza d’uso che mi dà la possibilità di godere del solo contenuto. Non lo posso vendere - prosegue Lazzarini -. Ma dopo questa sentenza sembra configurarsi un diritto di proprietà sulla copia del programma con il conseguente diritto per il consumatore di disporne liberamente».

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GLI E-BOOK - Potrò rivendere il contenuto di un libro che ho già letto, di un film che ho già visto, di una canzone che ho ascoltato più volte? Servirà un intervento del legislatore, per rispondere a queste domande. Intanto, a conferma che l’onda non è già più arrestabile, si sono mosse le «big A», Apple e Amazon. Entrambe hanno chiesto e ottenuto brevetti per la vendita di contenuti digitali usati. Pochi dettagli - in linea con la policy della casa - da parte di Amazon: «Rumors», dicono. Mentre si delineano i contorni di un progetto che consentirebbe all’utente di creare un magazzino personale di beni digitali, che potranno essere usati, venduti o ceduti ad altri: il file si cancellerebbe automaticamente dal deposito del cliente per passare a quello del nuovo utente, trasferendogli tutti i diritti. In cambio di denaro, è facile intuire, presumibilmente trasferito sulla carta di credito collegata all’account Amazon o forse anche in cambio di Amazon Coins, la valuta virtuale che l’azienda ha lanciato a inizio maggio negli Usa, per acquisti all’interno dello store.

I PROGETI DI APPLE - Un analogo brevetto di Apple dovrebbe prevedere un sistema in cui gli utenti possono vendere o regalare e-book, musica, film e software ad altri, sempre mediante il trasferimento del file nel portafogli di un altro utente, presumibilmente con il riconoscimento di una percentuale del prezzo all’ideatore, all’editore, al primo rivenditore, a seconda dei casi.

GRAN BAZAAR - È in vista un bazaar di grandi dimensioni: basta pensare alla quantità di downloads di iTunes (25 miliardi in dieci anni di vita) o agli scambi cui potrebbero dar vita i 200 milioni di clienti di Jeff Bezos. La Authors’ Guild americana ha già fatto sapere di temere un crollo del prezzo di vendita degli ebook nuovi, se si potranno trovare a prezzi stracciati sul mercato dell’usato nel giro di pochi giorni. «Per non pregiudicare le prospettive economiche e di crescita di chi crea e distribuisce, gli operatori dovranno prendere accordi con gli autori, riconoscendo loro un compenso. E inserire clausole nei contratti per regolare i passaggi, impedire vendite plurime o la perdita incontrollata dei contenuti», dice l’avvocato. E già all’orizzonte si prospetta un nuovo tema: il consumatore potrà scambiare copie digitali usate solo attraverso gli intermediari alla Amazon (sancendo così la nascita di oligopoli) o potrà fare da sé, dando vita a tante bancarelle improvvisate?

Antonella De Gregorio
28 giugno 2013 (modifica il 29 giugno 2013)

Il toscano Philip e Jefferson, rinasce il vigneto che stupì l’America

Corriere della sera

Era, come adesso, una questione di tasse, vino e felicità. Il fiorentino Philip Mazzei incarnava la definizione di viticoltore data da Hugh Johnson: «Agricoltore e artista, lavoratore e sognatore, edonista e masochista, alchimista e contabile». Alla fine del ’700 portò le viti europee nel Nuovo Mondo, diventò amico e sodale politico di Thomas Jefferson e contribuì alla stesura della Dichiarazione d’indipendenza.


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Duecentoquaranta anni dopo gli eredi di Mazzei e quelli di Jefferson si ritrovano in Virginia: il 3 luglio, a Monticello, dove tutto iniziò. Sarà creato un nuovo vigneto, con piante dalle tenute dei Mazzei: Fonterutoli (110 ettari nel Chianti classico, 36 biotipi di Sangiovese) e Belguardo (in Maremma). E sarà presentato un nuovo vino, il Philip: Cabernet Sauvignon chiantigiano e maremmano. «L’eredità di Philip come viticoltore visionario, pensatore liberale e cittadino del mondo — dice il suo discendente, Filippo Mazzei — è racchiusa nel carattere contemporaneo di questo nuovo vino». «Tutti gli uomini sono ugualmente liberi e indipendenti», scrive Philip negli anni della lotta politica con Jefferson. E il presidente raccoglie il concetto nella Dichiarazione d’indipendenza: «Tutti gli uomini sono creati uguali, essi sono dotati dal loro Creatore di alcuni diritti inalienabili, fra questi sono la vita, la libertà e la ricerca della felicità».

Quando Philip arriva in Virginia nel 1773, ricorda lo scrittore Hugh Johnson nel libro «Il vino» (Orme editori, 741 pagine, 48 euro), chi piantava viti europee andava incontro al disastro, morivano «a causa del clima rigido e degli insetti nocivi sempre pronti a dare il colpo di grazia». Jefferson ama il vino ed è convinto «che la sua mancanza spinga l’America verso i liquori forti». Si schiera con una legge che applica una tassa sui liquori ma esenta il vino (con una frase che dovrebbero leggere i favorevoli all’aumento dell’Iva per ora sospeso): «Come moralista ne sono lieto, è un errore considerare le tasse sul vino come tasse sui ricchi. Il vino è l’unico antidoto al flagello del whiskey». Ma bisognava però produrlo, e non solo importarlo.

Philips, con alle spalle una famiglia di mercanti e distillatori attiva in Toscana da secoli, ha un’idea: a Londra, con due padri fondatori degli Stati Uniti, Benjamin Franklin e John Adams, progetta un maxi investimento: una piantagione in Virginia di 1.600 ettari con 10.000 viti da Champagne, Borgogna, Linguadoca, Nizza, Toscana, Napoli e Sicilia, Spagna, Portogallo; e poi olivi, alberi da frutto, gelsi. Non trova i finanziatori e parte egli stesso da Livorno per l’America, «con dieci viticoltori e la benedizione del Granduca di Toscana». Jefferson lo guida e gli fa conoscere gli uomini più importanti dell’epoca. Anche George Washington, al quale Mazzei scrive, dopo aver piantato viti su 400 acri: «Questo Paese è più adatto di qualunque altro che io conosca per la produzione di vino».

Una gelata stermina il vigneto, Philip non molla, assolda altri viticoltori toscani e fonda la prima Wine company, con Jefferson e Washington come soci. La passione politica prevale poi su quella per il vino, Mazzei diventa agente diplomatico della Virginia, gira il mondo cercando fondi, passando dalla rivoluzione americana a quella francese. Quindi, torna, anziano, a Pisa, dove muore. «È stato il primo immigrato italiano a promuovere relazioni politiche ed economica tra gli Stati Uniti e l’Italia», dice Filippo Mazzei. Sono diventate 24 le generazioni del vino dei Mazzei. Da Ser Lapo, il primo ad usare nel 1398 la parola Chianti per indicare vino da quella zona, ad oggi.

«Ma quello che rappresenta meglio visione e spirito di innovazione è Philip», racconta il suo discendente. La prima annata del vino dedicato all’antenato è la 2008. Sono state prodotte 2.500 casse. Duemila sono destinate al mercato statunitense dove saranno in vendita dal 4 luglio, l’Indipendence Day. «Un vino complesso, innovativo ed esotico — è la descrizione della famiglia — che si ispira ai valori della vita, della libertà e della felicità».

In Apnea fra sesso e suicidio

Corriere della sera

di Antonio Giuseppe Malafarina


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Apnea è un libro di Lorenzo Amurri (Fandango libri, 2013). Narrazione schietta, mozzafiato, di quanto accade all’autore dal giorno in cui sciando sbatte contro un pilone a quando, mesi dopo, si riappropria della sua vita. È un intreccio fra ospedali, scoperta della tetraplegia, sesso, tentativi di suicidio ed altri dettagli. C’è qualcosa che, disabili o meno, lega il sesso al suicidio? ‘O famo strano?

Lorenzo  ha molte conoscenze, una discreta disponibilità economica, una famiglia e una fidanzata splendida fuori e migliore dentro, tanto da non abbandonarlo mai. O quasi. Fanno all’amore, anzi, fanno sesso. Anche le persone disabili, e gravi, lo fanno.  I corpi s’avvolgono. I fiati si sommano. I sensi dilagano. Ognuno alla sua maniera. Come tutti. Non è che perché uno è immobile l’altro sia inerte. Se uno afferra le sensazioni con una cognizione diversa dagli altri che male c’è? Non è che il rapporto è uno a zero, dove lo zero sarebbe l’amante disabile che sembra partecipare poco per ragioni di mobilità, percezione o comprensione. Partecipa, eccome!

A suo modo. Anche se ha un senso del tatto diverso o nullo rispetto al perfetto funzionamento del corpo, lo dirà Lorenzo ed io sposo questa affermazione. Certo, forse diventa più una questione di testa, ma l’importante è star bene con sé stessi e col partner. Questo è l’oggetto del contendere. Le persone disabili non è che lo fanno strano, lo fanno e basta. Se vogliono lo fanno strano.

Molte volte non è neppure una questione, come dire, di disponibilità fisica. Non è che se una parte del proprio corpo non funziona bene non si può creare un’intesa fisica. La si crea lo stesso se entrambe le persone trovano una via per crearla. Se vogliono cercarla. La sessualità è complicità e questo, anche questo, è uguale per tutti. E, come per tutti, non è un diritto. È una possibilità, una facoltà, direi, ma non credo assolutamente che ci sia un diritto ad un rapporto fisico con gli altri.


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E non c’è neppure un diritto all’amore. L’amore è un sentimento e i sentimenti non possono essere sanciti da nessuna costituzione. Che, poi, per amare bisogna essere in due e come si fa per diritto ad obbligare l’altro ad amare? No, nessun diritto. A ognuno la responsabilità di riuscire a farsi amare e di amare. Non è facile. Non è facile per nulla e, soprattutto, quando una condizione umana quale è la disabilità finisce per recare pregiudizio. Si è così abituati a pensare che le persone disabili non possano in alcun modo avere un rapporto fisico o amoroso che le persone non disabili hanno paura.

Oddio, tutti i torti non ce li hanno perché vivere con una persona con disabilità, lo sanno bene molti genitori e compagni, può essere difficile: non si può andare in vacanza dove si vuole, si è vittima di improvvisi mancamenti di salute, i soldi non sono mai abbastanza… Però quando si ama si ama. L’amore, più del sesso, può portare ad altissime soddisfazioni per entrambi i partner.
L’amore è tensione verso la società e, in particolare, verso una persona. Questa stessa tensione, quando è vissuta male, può portare a istinti suicidi. Se, infatti, uno non riesce a sentirsi a proprio agio con gli altri e con se stesso perde autostima.

Si sente estromesso dalla collettività e questo – purtroppo ultimamente ne sentiamo spesso parlare – può portare con sé il desiderio di azzerare il tutto. Lecito pensarlo, metterlo in pratica assai meno.
Il suicidio di una persona non solo segnala il suo malessere, ma, proprio attraverso questo, indica che c’è un fallimento della società. Se uno desidera farla finita è perché, detto con parole semplici, ha ricevuto una botta dalla vita. Una brutta botta. Ora, o è stata la società a venir meno, e qui penso ai suicidi negli ultimi tempi a causa della crisi, o è stato un singolo che ci ha ferito. In questo caso il ruolo della società, secondo me, è a priori: non siamo stati in grado di formare le due persone coinvolte affinché l’evento non accadesse.

Comunque, nel suo libro Lorenzo le prova tutte per levarsi di mezzo e qui si vede come una persona con una pesante disabilità faccia fatica a raggiungere l’obiettivo. Mica ti puoi buttare sotto un treno della metropolitana?! Il più delle volte la metropolitana manco è accessibile. E via di questo passo. Allora che si fa, si aiuta a suicidarsi? Secondo me no. Si aiuta a non desiderare di suicidarsi. Fra sesso e suicidio c’è un legame sottile. Alcuni lo chiamano società, altri amore.

Microsoft miglior posto di lavoro in Europa Nessuna azienda italiana in classifica

Corriere della sera

Maggiordomi e massaggi, giochi e posti auto: le strategia delle aziende per conquistare la fiducia (e la produttività) dei lavoratori
Dal nostro inviato CORINNA DE CESARE


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DUBLINO - Ha perso il podio nel mondo ma continua ad essere il miglior posto di lavoro in Europa. È Microsoft la multinazionale che si aggiudica la medaglia d’oro della classifica Great Place to Work Europe, presentata giovedì sera alla Mansion House di Dublino. Il colosso di Redmond è stato premiato insieme ad Admiral Group e NetApp (secondo e terzo posto) per essersi distinto in tema di «valorizzazione e sviluppo dei dipendenti e work/life balance».

L’ASSENZA ITALIANA - Grande assente l’Italia. È la prima volta infatti, da quando esiste il ranking GPTW Europa (tre anni), che tra le prime 100 aziende non figura neanche una società italiana. Il peso della crisi? Il welfare aziendale ha i suoi costi, ma per essere un Best Place to Work, la strategia da adottare è una sola: investire sulle risorse umane. «Basta puntare alla felicità dei lavoratori» spiegano da GPTW. Facile a dirsi, più complicato da farsi, soprattutto se i temi da trattare sono flessibilità, equilibrio dei tempi tra casa e lavoro e meritocrazia. Questioni che continuano a scaturire dibattito nel nostro Paese.

LA PRODUTTIVITA’ - Eppure felicità dei dipendenti significa non solo maggiore produttività (in media +31%) ma anche, come spiegano alcune analisi economiche, una creatività tripla (rispetto ai lavoratori insoddisfatti). Dati a cui si aggiunge un’esigenza reale: la spesa pubblica a sostegno del welfare rimane concentrata su pensioni e sanità, e solo il 25% è destinato ai servizi di supporto alle famiglie. Ed è qui che entrano in gioco le società con politiche di welfare aziendale. Politiche che se ben strutturate, producono effetti positivi tangibili. «Maggiore è la soddisfazione al lavoro — spiega un report McKinsey — migliore è l’immagine aziendale e l’attaccamento al datore di lavoro. Il valore extra che produce il welfare aziendale può tradursi in un beneficio superiore fino al 70% rispetto al costo sostenuto». Alcune aziende (soprattutto multinazionali) lo hanno capito e fanno a gara per conquistarsi la fiducia dei dipendenti. Prima fra tutte Microsoft, che dopo essere stata superata (nella classifica GPTW mondiale) da Sas e Google, si è presa la rivincita a livello europeo.

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IL WELFARE - L’offerta dei migliori luoghi di lavoro europei va dagli orari flessibili ai permessi parentali no limits fino alla risoluzione di problemi personali con veri e propri maggiordomi aziendali. In alcuni casi, come in Microsoft, c’è anche l’assistenza medica gratuita per tutti i dipendenti (famiglia inclusa), oltre al mini-market e al take away da sfruttare prima di andar via dall’ufficio se non si ha tempo di preparare la cena. «Non l’ho solo studiato sui libri — racconta Luca Valerii, direttore risorse umane di Microsoft Italia — l’ho visto con i fatti: non ci può essere una sana produttività senza un benessere delle persone. Da noi con il welfare aziendale l’assenteismo si è azzerato, gli infortuni sul lavoro dimezzati e i costi sono ben compensati dai risultati raggiunti».

IL MINISTERO DEL DIVERTIMENTO - Information technology e telecomunicazioni i due grandi protagonisti della serata di premiazione irlandese visto che, secondo la graduatoria, è in questi due comparti che si concentra il 49% dei migliori posti di lavoro europei. Fa eccezione Admiral (assicurazioni) che nei suoi uffici ha persino istituito la figura del “Mof”, ministry of fun (ministero del divertimento) che si muove ogni mese da un dipartimento all’altro cercando di coinvolgere in maniera ironica i lavoratori. «Se le persone amano quello che fanno, lo fanno meglio. E se si divertono, lavorano ancora di più» spiega Milena Mondini de Focatiis, amministratore delegato di Conte.it, del gruppo Admiral.

I GIOCHI - Ecco allora la gara in pantofole in ufficio, la roulette di uova (tutte sode tranne una) o i massaggi di rilassamento per combattere lo stress. Ma anche iniziative di beneficenza e seminari per i neogenitori. I dirigenti Admiral non hanno benefits a priori: niente macchina aziendale o telefonino. Nè posto auto, che viene assegnato in base all’anzianità di servizio. «In questo modo compensiamo i costi. Ma la cosa più importante per noi — specifica Mondini de Focatiis — è l’approccio all’ascolto. Ascoltiamo i nostri dipendenti e le loro necessità coinvolgendoli in ogni processo decisionale». Una disponibilità, considerata evidentemente poco produttiva dalle aziende italiane, quest’anno totalmente assenti dal ranking europeo. «Noi abbiamo il capitale umano ma i capitalisti non lo sanno rispettare - spiega Roger Abravanel, autore del bestseller “Meritocrazia” - . Le aziende italiane spendono poco in formazione, sono prese da problemi di breve termine e credono che investire nelle risorse umane sia una perdita di tempo e denaro. Un gravissimo errore».

POSTI DI LAVORO - E al danno si aggiunge anche la beffa se si guarda la classifica dei Paesi per numero di nuovi posti di lavoro creati dalle 100 «Bestplace Europe 2013». Al primo gradino c’è la Germania (con oltre 5 mila nuovi posti di lavoro) ma all’ultimo c’è proprio l’Italia con 263 posti di lavoro in meno rispetto al 2012. Significa che per le 16 multinazionali in graduatoria presenti in Italia, l’anno scorso c’erano 263 persone in più rispetto a quest’anno. Licenziati, pensionati o comunque dipendenti mai rimpiazzati.
corinnadecesare

Così l'industria militare ha migliorato la nostra vita

Luca Pautasso - Ven, 28/06/2013 - 08:49

Il Parlamento è diviso sull'acquisto dei caccia, ma dimentica che grazie alla ricerca a scopi bellici sono nate numerose invenzioni

Una tra tutte, la carne in scatola. Il primo a trovarsi con la necessità di garantire per lunghi periodi i vettovagliamenti a intere armate dispiegate a migliaia di chilometri da casa, e senza possibilità di sufficienti approvvigionamenti sul posto, fu Napoleone.

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All'epoca delle sue campagne risalgono i primi passi in questo senso: come l'invenzione del metodo di conservazione ermetica dei cibi ad opera del francese Nicolas Appert. Negli anni '50 dell'800 l'esercito piemontese sperimenta l'utilizzo del «lesso in scatola» con il corpo di spedizione in Crimea. E a portare definitivamente la carne in scatola in Italia è un altro militare: il colonnello Ettore Chiarizia, nel 1929.

Cosa c'entrano Hiroshima e Nagasaki con le pentole antiaderenti? Se le forze armate statunitensi non avessero chiesto all'azienda chimica DuPont di cominciare a produrre grandi quantità di politetrafluoroetilene (il Teflon), necessario a costruire la prima bomba atomica della storia, oggi cucinare un'omelette sarebbe un'impresa più complicata. E per restare in tema di materiali di uso comune, c'è il nylon. Leggenda vuole che sia stato inventato per sopperire all'embargo imposto dal Giappone sulla seta cinese (con la quale, tra l'altro, si fabbricavano i paracadute) durante la II Guerra Mondiale. Il brevetto, in realtà, risale al 1938, ma senza le gigantesche commesse belliche americane non sarebbe forse diventato di uso così comune. E addio ai seducenti collant di Sofia Loren in Ieri, oggi, domani.

Ormai il navigatore satellitare è diventato un compagno di viaggio indispensabile, tanto da essere offerto di serie non solo sulle automobili, ma persino sugli smartphone. Ma il Global Positioning System (GPS) che permette di farlo funzionare è stato inventato nei primi anni '70 su commissione del Dipartimento della Difesa statunitense per scopi militari. Sempre a proposito di vacanze, se le marine militari non avessero dovuto dotare i propri incursori subacquei di respiratori per farli operare a lungo sott'acqua, avremmo potuto scordarci delle bombole ad ossigeno. E alle foto delle immersioni estive lungo la barriera corallina con cui far schiattare d'invidia i colleghi d'ufficio.

Fino all'avvento del satellite, è stato la spina dorsale di qualsiasi sistema di gestione, sorveglianza e controllo del traffico aereo e navale. E continua tutt'ora ad essere un elemento indispensabile. Ma senza la Seconda Guerra Mondiale di mezzo, che ha centuplicato gli sforzi per renderlo efficiente, il radar sarebbe forse rimasto una delle tante idee futuribili e mai realizzate partorite sin dai primi del '900 da menti geniali come Nikola Tesla e Guglielmo Marconi. Lo stesso dicasi per sonar ed ecoscandaglio, oggi indispensabili alle imbarcazioni per evitare scogli, secche o altri ostacoli in condizioni di oscurità o tempo avverso, ma nati dalla necessità di sviluppare contromisure efficaci alla guerra sottomarina.

Guerra e medicina. Anche alcuni dei più importanti passi avanti in campo medico, chirurgico e sanitario arrivano proprio dai campi di battaglia. Lo spiega molto bene il professor Giorgio Cosmacini nel suo libro intitolato appunto Guerra e medicina (Laterza, 2011). Si deve alla sanità militare napoleonica l'invenzione delle ambulanze e del concetto stesso di «pronto soccorso». La figura dell'infermiere professionale arriva invece dalla Guerra di Crimea. Ed è vedendo la carneficina della battaglia di Solferino che Henri Dunant concepisce l'idea della Croce Rossa Internazionale.
Mentre negli ospedali da campo della Grande Guerra che si applicarono con successo i principi dell'antisepsi. Senza contare l'elisoccorso, nato durante la Guerra di Corea, mentre durante quella delle Falkland la chirurgia d'urgenza compie enormi passi avanti nelle tecniche trasfusionali d'urgenza.

Quello che racconta la nostra voce quando chiamiamo un call center

Corriere della sera

Le conversazioni registrate e un algoritmo analizza le emozioni. In Italia la tecnologia per misurare la soddisfazione

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Nove su dieci quando chiamiamo un call center siamo arrabbiati. E nove su dieci non ci rendiamo conto che con una telefonata stiamo raccontando di noi molto più di quello che immaginiamo. Noi parliamo con l'operatore, gli esponiamo i nostri problemi e le nostre vicissitudini con il carro attrezzi che non arriva o con la Sim che ha deciso di piantarci in asso mentre stiamo per partire. Spesso imprechiamo e ci infuriamo. Non tutti sappiamo, però, che, mentre parliamo più o meno ad alta voce, dall'altra parte del filo le nostre parole vengono non solo registrate.

Ma, attraverso complessi algoritmi, vengono convertite in testo scritto e raccolte in database. La tecnica viene utilizzata dagli anni 90. Ora, però, il progresso permette di analizzare in modo meccanico anche il nostro stato d'animo. Sentiment analysis, la chiamano gli americani. Un'espressione evocativa, che indica il processo di rielaborazione delle parole, del loro significato e del tono di voce con cui vengono pronunciate. All'analisi semantica si affianca dunque quella emozionale. Così se diciamo «Ho un problema» con un timbro della voce abbastanza deciso, il computer non solo è in grado di capire il significato della frase. Ma è anche capace di associarvi un'emozione. Due armi potenti, che permettono alle aziende di valutare il grado di soddisfazione del cliente e di agire di conseguenza per correggere il tiro. E che valgono più di centinaia di analisi di mercato.

Un computer che ci legge nel pensiero? O, ancora peggio, i nostri sentimenti ridotti a un'emoticon allegra o triste? «In effetti può suonare così», spiega Paolo Traverso, direttore del Centro di ricerca sulla tecnologia della Fondazione Bruno Kessler, che lavora su queste tecnologie da vent'anni. «Ma c'è un aspetto che non va sottovalutato. Oggi possiamo con margini di errore davvero bassi valutare il grado di soddisfazione di un utente rispetto a un servizio. Andando poi a migliorarlo. E si pensi a quanto questo può giovare, ad esempio, alla pubblica amministrazione o alla sanità». Tecnologie di questo tipo però hanno costi alti e non è un caso che fino a oggi siano appannaggio dei privati.

Gestori telefonici, assicurazioni e simili ormai non possono fare a meno della sentiment analysis se vogliono essere competitivi. Non è un caso che le ricerche della Fondazione Bruno Kessler, messe in pratica dalla PerVoice, abbiano fatto gola ad Almawave, colosso del business intelligence attivo in Italia e in Brasile. «Gli ambiti di applicazione sono molteplici anche nel nostro Paese e siamo orgogliosi di essere i primi a offrire una piattaforma tutta a tecnologia italiana che integri il riconoscimento vocale, con la conversione in testo e l'analisi emozionale», spiega Valeria Sandei di Almawave. Un mercato dal potenziale enorme che apre la porta ai Big Data e da cui le grandi aziende non possono più prescindere.

In tempi di Datagate e di talpe in fuga, il pensiero però corre subito alla nostra privacy. O, a quel poco che ne rimane, mentre anche il nostro stato d'animo finisce alla mercé di un computer gestito da chissà chi. «In realtà nel caso della sentiment analysis nei call center il problema della privacy si pone fino a un certo punto», avverte Traverso. E il motivo è presto detto, leggi da rispettare a parte: «All'azienda non interessa sapere tanto chi ha detto cosa. È più utile conoscere il contenuto della telefonata o la provenienza geografica per poter agire di conseguenza su un particolare servizio o prodotto». «Anonimizzazione», si dice in gergo. Ma quello che le parole non dicono è che noi anonimi forse non lo saremo mai più.

Marta Serafini
@martaserafini28 giugno 2013 | 9:47

Paura di viaggiare: perché nasce e come si combatte

Corriere della sera

Con il termine agorafobia ora non si fa più solo riferimento al terrore degli spazi aperti

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MILANO - Quando, con l'estate il desiderio di viaggiare si fa più intenso chi soffre di un disturbo da attacchi di panico comincia a tremare: le situazioni tipiche del viaggio, come allontanarsi da casa, stare in mezzo agli altri, fare code agli sportelli, andare al ristorante, sono tra le situazioni che più frequentemente scatenano il panico. Il timore di queste situazioni e il loro evitamento fanno parte della cosiddetta agorafobia (GUARDA). «L'agorafobia è la condizione più frequentemente associata al disturbo di panico» spiega Giovanni Andrea Fava, professore di Terapia psicologica e psicofisiologia all'Università di Bologna, di Clinica psichiatrica alla State University di New York a Buffalo. Fava è autore di Il panico, appena pubblicato da Il Mulino, scritto in collaborazione con Elena Tomba, professoressa di Tecniche di valutazione testistica in psicologia clinica all'Università di Bologna).

IL DISTURBO - «Con il termine agorafobia oggi non si fa riferimento alla paura degli spazi aperti, ma a un disturbo caratterizzato dall'insorgere dell'ansia e del panico quando ci si trova in situazioni in cui si ha la sensazione di poter restare intrappolati. Sono situazioni che si presentano frequentemente durante gli spostamenti e i viaggi, per esempio quando si guida guidare in autostrada, si devono attraversare ponti, passare sotto dei tunnel, oppure salire su treni o aerei.

L'idea stessa di dover affrontare queste situazioni genera una specie di "paura della paura", la cosiddetta ansia anticipatoria, che porta chi soffre di questo disturbo a evitare un insieme complesso ed eterogeneo di situazioni. E la rinuncia ai viaggi è certamente una delle conseguenze che finisce per ripercuotersi anche sulla vita di coppia o familiare». A soffrire di questo disturbo sono soprattutto le donne, con una frequenza 2-4 volte superiore a quella degli uomini. La comparsa avviene di solito attorno ai 25 anni, mentre è difficile che si presentino nuovi casi dopo i 65 anni.

SINTOMI - Spesso chi soffre di questa patologia afferma che il primo attacco si è manifestato "a ciel sereno", senza precedenti problemi particolari di ansia. La paura che l'attacco si ripeta fa poi scattare il processo di evitamento che finisce per limitare molte attività. «Un attento esame psicologico consente di scoprire che l'evoluzione dei disturbi è invece alquanto diversa - spiega però Elena Tomba -. Infatti, nella maggior parte dei casi è possibile rilevare già prima di quell'attacco di panico la presenza di sintomi ansiosi e di ipocondria, o comunque una sensazione di malessere in concomitanza di determinate situazioni, come fare la coda o frequentare luoghi affollati».

I comportamenti di evitamento delle situazioni temute possono presentarsi attraverso il filtro di giustificazioni apparentemente razionali. Ad esempio, chi ha avuto un primo attacco di panico mentre guidava in autostrada, da quel momento dichiara di preferire la guida sulle strade normali per poter meglio osservare il panorama. Le giustificazioni rendono difficile anche per il terapeuta riuscire a cogliere gli specifici oggetti della fobia. «Questo accade anche perché il paziente agorafobico raramente riporta quelle che sono le situazioni fobiche che tende a evitare - aggiunge Tomba -, tutta l’attenzione del paziente è rivolta agli aspetti somatici della sofferenza, come i "giramenti di testa", la mancanza di respiro, le palpitazioni».

LE CAUSE - Una sintomatologia dovuta all'attivazione del sistema nervoso autonomo simpatico, normalmente riservata a vere condizioni di pericolo. A causa di una predisposizione genetica, ma anche di esperienze personali stressanti acute o croniche, in chi soffre di attacchi di panico l'attivazione del sistema nervoso simpatico, mediata da adrenalina e noradrenalina, si mette in moto anche a fronte di situazioni oggettivamente non pericolose, come quelle che si verificano nel corso di un normale viaggio.

«Le moderne tecniche di visualizzazione cerebrale hanno consentito di scoprire che in queste persone esistono alterazioni specifiche, ad esempio del locus ceruleus, un crocevia delle vie nervose che basano la loro trasmissione sulla noradrenalina oppure dell'amigdala - chiarisce Fava -. Dal locus ceruleus partono proiezioni nervose che vanno verso il cervelletto, e questo spiega l'insorgenza del tremore negli attacchi di panico. Altre vie nervose raggiungono aree che tengono sotto controllo la pressione arteriosa o la frequenza cardiaca ed è per ciò che durante gli attacchi si sperimenta la tachicardia. Va comunque chiarito che queste specifiche alterazioni nervose possono essere reversibili con il trattamento farmacologico o psicoterapico».

Danilo Di Diodoro