sabato 27 luglio 2013

Alla ricerca dell'iPad (Mini) perduto

Corriere della sera

Racconto di un'avventura psico-tecnologica

Testimonianza raccolta da Isolaria Pacifico @isopaci:
Trascrivo il concitato racconto che mi ha fatto un amico appena sceso dall’aereo. L’ha definita un’avventura psico-tecnologica
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Sono stato due giorni all’estero per un convegno. La sera prima che partissi, mi hanno regalato un iPad-mini. L’ho acceso, impostato e sono partito tutto contento per il mio viaggio col nuovo giocattolo. Due giorni di convegno e poi vado all’aeroporto, in taxi con un collega greco, per riprendere il volo per casa. Check-in, coda, controlli di sicurezza, gate. Attesa dell’imbarco. Panico! Non ho più l’iPad. Sono certo di averlo avuto in taxi, di averlo messo nella borsa. O forse in tasca. O forse è rimasto sul sedile.

Per fortuna ho più di un’ora di anticipo sul decollo. Torno ai controlli: spiego, racconto, chiedo. Sono gentilissimi. Mi fanno entrare in una saletta a lato, recuperano le registrazioni dei passaggi sotto i raggi X, e pazientemente ripercorriamo insieme tutte le borse passate più o meno quando è passata la mia. Sensazione di straniamento e di voyeurismo, tutte queste radiografie di borse (che noia, peraltro, tutte uguali). Finché scorre la mia. Come faccio a riconoscerla, non so. Ma il tablet non si vede.
Mi dicono che potrebbe essere nascosto sotto qualcosa (ma come? e i raggi? e i controlli? e la sicurezza?) oppure, in effetti, non essere stato nella borsa.

Mi lasciano tornare indietro, corro al check-in (per fortuna gioco a tennis due-tre volte a settimana, benedetta sia la mania!), rispiego tutto ma non ci sono più le hostess di prima, non sanno non ricordano e non hanno visto. Il taxi. Recuperare il taxi. Chiamo il collega greco, che mi connette con la sua segretaria a Londra (ah, le multinazionali!), che mi connette con la compagnia di taxi, che recupera il tassista. Che dice sì, che ricorda la corsa ma no, che non ha trovato l’iPad. Torno accaldato e sconsolato dal check-in ai controlli e al gate. Estremo tentativo, chiamo il tecnico della mia azienda a Roma, metti caso che abbia un’idea, lui che di queste diavolerie se ne intende.

La risposta è semplice: se avevo lasciato tutti i settaggi di default, Apple mi ha di sicuro, automaticamente e senza che me ne accorgessi, registrato a «Find my iPhone», il servizio iCloud con cui si ritrovano tablet e telefonini perduti. Il tecnico da Roma mi aiuta a recuperare dati e password, si connette. E lo vede. Vede il mio iPad-mini nuovo di zecca, solitario e smarrito, palpitare in qualche luogo dell’aeroporto invocando il mio nome. Per fortuna ho l’iPhone. Per fortuna gioco a tennis. Ripercorro trafelato i meandri dell’aerostazione, inseguendo un pallino sul telefono e guidato in viva voce dal signor Sulu, sull’Enterprise, che dal maxischermo segue ogni mio passo (o meglio, ogni passo del mio telefono) per ricongiungermi al tablet.

Forse non sono il capitano Kirk, sono Pacman. Sembra che l’oggetto smarrito sia ancora al banco del check-in. Impossibile, ci sono appena stato! Forse al piano di sopra, o al piano di sotto, in un punto esattamente corrispondente. Seguo il segnale, spronato da Sulu. Intanto, al gate chiamano il mio imbarco. Attraverso rampe, sale, corridoi, raggiungo di nuovo il banco del check-in quando… maledetto Pacman: il puntino lampeggiante sul mio smartphone comincia a muoversi. È davanti a me, cammina davanti a me - o sopra di me o sotto di me, ma nella mia stessa direzione. Sulu, sei sicuro che non stiamo seguendo il mio telefono? no no, capitano: vedo bene i due segnali, quasi sovrapposti ma distinti.

Al gate stanno terminando l’imbarco. Tra poco mi troverò davanti alla scelta: inseguire il puntino luminoso o correre a prendere l’aereo e affrontare la delusione del regalo perduto. Corridoi, rampe, sale, controlli, code, permesso, scusi scusi, entschuldigung, excusez-moi pardon, rampe, sale, corridoi. Ultima chiamata. Beffardo il puntino luminoso continua a precedermi di pochi passi. Ma è troppo tardi. Carta d’imbarco, passaporto, iPhone, fiatone e desolazione: eccomi al gate. La hostess, sorridente e luminosa, mi porge un oggetto: «Il suo tablet, signore. L’abbiamo ritrovato al banco del check-in e gliel’abbiamo riportato qui. Buon volo, signore, e non dimentichi di spegnere il telefono e altri apparecchi collegati in rete».

Serie A, ecco il nuovo pallone aumenta la precisione di traiettoria

Il Mattino


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Nike e Lega Serie A hanno presentato il pallone ufficiale della stagione 2013-2014: un design dalle geometrie blu caratterizza il 'Nike Incyte Serie A Official Ball'. Il pallone debutterà in Italia in occasione della finale di Supercoppa Tim 2013 Juventus-Lazio. Il nuovo pallone Nike sarà utilizzato nel corso della stagione 2013-2014 sui campi di Serie A Tim, Tim Cup, Supercoppa Tim e delle competizioni Primavera Tim, ed è il risultato di una serie di studi condotti da Nike in collaborazione con le migliori squadre e i più abili giocatori al mondo.

È stato realizzato un prodotto innovativo in grado di garantire la miglior performance possibile agli atleti. Nike fornisce il pallone ufficiale ai più importanti campionati del mondo tra cui Serie A, Premier League, Liga e Campeonato Brasileiro.Tra le principali caratteristiche tecniche: la tecnologia RaDaR (Rapid Decision and Response - Decisione e risposta rapida) consente di vedere meglio il pallone e la sua traiettoria. La nuova grafica geometrica e l'introduzione di una gamma di colori - che vanno dall'azzurro al blu di persia sino al blu notte - rendono il pallone più visibile ai giocatori, consentendo di reagire più rapidamente.

L'innovativo sistema di struttura a cinque strati garantisce una distribuzione uniforme della pressione su tutta la superficie del pallone per un migliore tocco e controllo. L'elevata elasticità dello strato di superficie consente di imprimere maggiore potenza e velocità al pallone mentre le micro-scanalature della superficie ne migliorano la stabilità in volo e garantiscono una maggiore precisione di traiettoria.

Design, le dodici migliori idee degli ultimi 100 anni

Corriere della sera



CatturaIn occasione della Giornata internazionale dell'industrial design, la Cnn ha chiesto a 12 esperti di individuare le idee più significative e meglio riuscite degli ultimi 100 anni. Nella magica dozzina ci sono ben quattro oggetti tecnologici. Due sono di Apple. Come il Macintosh (1984), nella foto





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Death Valley rovente, temperatura a 54°. Il record è di oltre 56 gradi: risale al 1913

Il Messaggero


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Cinquantaquattro gradi centigradi. A tanto è arrivato il termometro nella Death Valley in California. Si tratta della seconda pià alta temperatura mai registrata sulla terra. Il record, che appartiene alla stessa valle, risale al 10 luglio 1913 quando si toccarono i 56,7 gradi.

L'ondata di caldo torrido che ha investito molti stati americani sta provocando allarme anche in Arizona, nell'aeroporto di Phoenix dove la temperatura, 47 gradi, potrebbe provocare problemi ai grani jet in decollo.


Nella Death Valley la temperatura sfiora il 54 gradi

Là dove c'era la foresta ora c'è l'olio da snack A Sumatra bruciano le torbiere

Corriere della sera

Obiettivo: far posto alle piantagioni di palma da cui si ricavano i grassi delle merendine. Per lo stop serve l'aiuto dell'Occidente

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Distributore automatico di merendine in un’azienda occidentale. Tarallucci, crackers, biscotti di cioccolato, wafer al riso soffiato, patatine. Su cinque snack, cinque citano fra gli ingredienti “oli e grassi vegetali”. Nome generico dietro cui, probabilmente, si cela anche l’olio di palma, usato pure come biocarburante e in vari detersivi, shampoo, cosmetici, in particolare nei saponi, perché permette di ottenere un prodotto molto solido, di rapida essiccazione e che si consuma lentamente. È l’olio vegetale più usato al mondo, dopo quello di soia: coltivarlo costa poco e ha un’altissima resa. Un singolo ettaro può produrre fino a sette tonnellate di olio, molto più di quanto si riesca a estrarre da altre colture di semi oleosi come mais, soia, colza.

INCENDI DOLOSI - Isola di Sumatra, Indonesia. Da giugno a settembre, nella stagione secca, ogni anno qui si consuma un triste rituale: incendi dolosi appiccati nelle foreste per far posto a sconfinate piantagioni di palma da acacia, da cui si estrae la polpa di cellulosa per la produzione di carta, oppure di una particolare varietà di palma, che produce un grosso frutto rosso ricco di olio, la palma da olio appunto. Incendi accesi da mano umana che spesso si trasformano in roghi fuori da ogni controllo. Migliaia di ettari di vegetazione tropicale vanno in fumo così, ogni anno, creando enormi nuvole di cenere e polvere che arrivano fino a Singapore, Malesia, Taiwan e altri Paesi vicini, rendendo l’aria irrespirabile per centinaia di chilometri. Come hanno dimostrato le scioccanti immagini satellitari diramate in giugno. Per giorni Singapore è stata avvolta da una densa caligine che ha spinto la popolazione a barricarsi in casa o girare con la mascherina e le centraline dell’inquinamento dell’aria, che misurano le famigerate polveri sottili in atmosfera, sono schizzate da 75 a 401 (Pollutant Standard Index), “rischio letale per anziani e malati”.

LA «BONIFICA» DELLE TORBIERE - Gli ecosistemi più minacciati dall’espansione delle piantagioni di palma da olio sono le torbiere, zone semipaludose su substrati di vegetazione decomposta (torba) che agisce come una spugna, assorbendo acqua e aiutando a prevenire le inondazioni. Un’enorme riserva di materiale organico che racchiude in sé grandi quantitativi di carbonio. Chi vuole sviluppare nuove piantagioni, spesso illegalmente, prima di tutto “secca” le torbiere costruendo canali di drenaggio, quindi “bonifica” il terreno appiccando il fuoco. Risultato: tonnellate di CO2 in atmosfera e animali selvatici costretti a migrare in tutta fretta; tra questi anche diversi esemplari di specie in via di estinzione come l’orango, il rinoceronte o la tigre di Sumatra.

IL COSTO AMBIENTALE - L’Indonesia è leader mondiale nella produzione di olio di palma. «Difficilmente rinuncerà ai profitti che ne derivano. Una volta piantato, l’albero tropicale può produrre frutti per più di 30 anni, fornendo occupazione tanto necessaria per le comunità rurali povere », conferma un report del Worldwatch Institute. «Ma ciò ha un costo altissimo, a livello ambientale. Le piantagioni spesso sostituiscono le foreste tropicali, uccidendo le specie in pericolo, sradicando le comunità locali e contribuendo al rilascio di gas clima-alteranti. Soprattutto a causa della produzione di olio di palma, l’Indonesia è il terzo Paese al mondo per emissioni di gas serra, dopo Stati Uniti e Cina». Secondo i dati dell’organizzazione ambientalista Greenpeace, la deforestazione e poi gli incendi causano ogni anno il rilascio in atmosfera di circa 1,8 miliardi di tonnellate di CO2.

CHI INQUINA PAGA? - La legge a protezione delle foreste in realtà c’è, ma non viene applicata correttamente; le concessioni vengono date spesso in modo poco trasparente e non esiste ancora un archivio dati preciso delle terre interessate alla deforestazione e alla salvaguardia ambientale, denuncia Greenpeace, che ha lanciato una campagna mediatica di respiro internazionale per sollevare il velo sulle responsabilità economiche e politiche dietro le grandi nuvole nere che invadono i cieli dell’Asia meridionale. «In Indonesia è stata fortunatamente rinnovata per altri due anni la moratoria che vieta di convertire in piantagioni le torbiere con strati di torba più profondi di tre metri ed esiste anche un organismo, il “Roundtable on sustainable palm oil” (RSPO) istituito nel 1997, che dovrebbe garantire e certificare la sostenibilità dell’olio prodotto dai suoi associati», spiega Chiara Campione, responsabile della Campagna foreste di Greenpeace Italia. «La legge c’è ma non viene rispettata. E la RSPO di fatto concede la certificazione anche a chi si comporta in maniera scorretta, secondo i nostri parametri. Noi chiediamo che espella almeno i produttori che hanno causato i recenti incendi forestali».

LA BATTAGLIA APERTA - Sulla questione, la battaglia è aperta. Greenpeace vanta una grande vittoria: l’anno scorso ha “convinto” la multinazionale cino-indonesiana della carta APP, parte del colosso Sinar Mas, ad adottare una politica di “deforestazione zero” lungo tutta la sua filiera e quando la Rainbow Warrior, nave ammiraglia degli “ecoguerrieri”, è arrivata a Giakarta, il presidente indonesiano Susilo Bambang Yudhoyono è salito a bordo per mandare un segnale di collaborazione con gli ambientalisti dopo anni di tensioni. «Ora bisogna che anche le altre multinazionali, produttrici di olio da palma, seguano l’esempio», sostengono i responsabili di Greenpeace, elencando i nomi dei presunti produttori “fuorilegge”: «Sime Darby, Wilmar International e IOI continuano a incendiare come se nulla fosse e anche la RSPO, l’ente certificatore, non vieta di fatto lo sviluppo di piantagioni sulla torba», si legge nel comunicato diffuso nelle settimane scorse.

I NUOVI IMPRENDITORI - La RSPO ribatte difendendo parzialmente le aziende del settore e rimbalzando la responsabilità dei roghi sulle aziende della carta: «L’80% degli incendi è avvenuto al di fuori delle piantagioni di palma da olio, molti nelle piantagioni di polpa di cellulosa e di carta. Speriamo che Greenpeace inizi ad applicare lo stesso rigore di vigilanza in questi settori». La disputa allontana, in realtà, l’attenzione da altri e meno visibili protagonisti dello scempio forestale in Indonesia. Mentre le grandi industrie del settore, sempre più sorvegliate dai mass media e dai governi, stanno lentamente abbandonando le pratiche più discutibili e le concessioni dubbie, si fanno strada “imprenditori” senza scrupolo di medio livello, pronti a rimpiazzare i big e a utilizzare la pratica del cosiddetto slash-and-burn, il taglia e brucia.

«Acquistano terreni con contratti informali a livello di villaggio, aggirando così di fatto il sistema di concessioni governative su terre formalmente pubbliche», sostiene uno studio del Centro Agroforestale Mondiale. «Quindi impiegano forza lavoro non locale per “ripulire” il terreno e prepararlo alla coltivazione della palma da olio, illegalmente ». In questo clima confuso, gli incendi sull’isola di Sumatra, in particolare nella provincia di Riau, sono tutt’altro che spenti. «È molto probabile che si riproporranno periodi di roghi violentissimi come quelli del mese scorso», denuncia un report del World Resources Institute. «Gli incendi boschivi sono un problema endemico in Indonesia, che avrebbe bisogno di soluzioni complesse e coordinate».

LE COLPE DELL'OCCIDENTE - Di certo noi italiani non possiamo chiamarci fuori, anche se centinaia di migliaia di chilometri ci separano da quelle foreste. Siamo, infatti, uno dei principali consumatori di polpa di cellulosa dalla Cina (e quasi tutta la polpa di cellulosa commercializzata dai cinesi proviene dall’Indonesia) e terzi consumatori di olio di palma a livello europeo dopo Gran Bretagna e Olanda. Sugli scaffali dei nostri supermercati, come nei distributori automatici di snack o nelle profumerie, si accumulano prodotti industriali che contengono materie prime provenienti dalla distruzione delle foreste indonesiane. L’obiettivo di Greenpeace è proprio quello di ricostruire la filiera, il binario che collega la distruzione delle torbiere con i prodotti che finiscono nelle nostre case. Tentando poi di cambiare le politiche di acquisto di queste materie prime da parte dei grandi brand internazionali.

LA CAMPAGNA "DEFORESTAZIONE ZERO" - Come è già avvenuto per la filiera della carta, attraverso una campagna “deforestazione zero” che ha spinto gli editori a non comprare più polpa di cellulosa proveniente da “crimini forestali”, Greenpeace ora punta a spingere i brand della cosmetica e dell’alimentazione a ripulire i loro prodotti alla sorgente e quindi a fermare la “politica dello slash and burn”. Quando Unilever o Procter&Gamble, che commercializzano saponette, prodotti cosmetici e detersivi, hanno cancellato il contratto con le multinazionali più controverse dell’olio di palma, infatti, anche i produttori indonesiani hanno fatto marcia indietro. Insomma, la via più facile per spegnere gli incendi in Asia sembra essere la sensibilizzazione dei consumatori e delle aziende occidentali, quasi tutte ormai dotate di una politica di Corporate sustainability che si occupa dell’impatto delle proprie pratiche produttive. Torno al distributore di merendine. Prendo un’acqua e vado via.

26 luglio 2013 | 17:44

Le meduse invadono l'Elba Ecco come difendersi

Il Mattino


ROMA - Possono essere sgradite sorprese dopo un tuffo in mare. Sono le meduse, ormai una presenza sempre più diffusa nei mari italiani, dove sono già state avvistate in gran numero, in particolare nelle acque dell'Isola d'Elba. Le sostanze urticanti liberate dalle meduse possono provocare una reazione infiammatoria acuta, caratterizzata da eritema, gonfiore, vescicole e bolle, accompagnata da bruciore e sensazione di dolore.

Cattura«Una reazione dovuta all'effetto tossico diretto del liquido contenuto nei tentacoli di questi animali marini, ma niente panico. Basta seguire poche regole per evitare conseguenze più fastidiose», spiega Antonio Cristaudo, responsabile del servizio di dermatologia allergologica professionale e ambientale dell'Istituto dermatologico San Gallicano di Roma. Già lo scorso weekend un'invasione di meduse della specie noctiluca, ha colpito l'Isola d'Elba dove decine di bagnanti sono stati medicati dalla Croce Verde e un ragazzino di 13 anni, ustionato in più parti del corpo, ha dovuto ricorrere alle cure del pronto soccorso.

«Il "morso" della medusa - afferma Cristaudo - scatena una reazione infiammatoria che causa bruciore alla pelle, dolore e prurito. Ma, per certe specie, anche rarissimi 'shock' anafilattici. In genere la modalità d'intervento è la stessa che si utilizza contro un'infiammazione, ovvero optare per una crema antinfiammatoria cortisonica. Meglio usare questa agli antistaminici - osserva - che possono arrecare una reazione fotosensibile, soprattutto se poi si continua a prende il sole».

Ad essere più a rischio sono i bambini. Soprattutto la cute delle gambe, del viso e dei genitali, zone in cui la reazione può essere più dolorosa. «Queste irritazioni - aggiunge Cristaudo - durano a seconda dell'intensità del contatto con l'animale. Dopo l'intervento con la crema cortisonica bisogna stare attenti a non prendere il sole nelle zone colpite perchè altrimenti possono rimanere esiti pigmentali sulla pelle. Inoltre - suggerisce - non bisogna strofinarsi la bocca e gli occhi dopo il contatto urticante e non grattare la parte colpita».

Per tenere il fenomeno della proliferazione delle meduse sotto controllo e sapere quel che avviene nel Meditarraneo, l'associazione Marevivo in collaborazione con la Commissione Internazionale per l'Esplorazione Scientifica del Mar Mediterraneo(Ciesm) ha avviato un progetto per una rete di osservatori sulle meduse «coinvolgendo sia la comunità scientifica sia gli osservatori 'casualì che, da una spiaggia o da un traghetto, possono diventare preziose vedette di meduse», ricorda Marevivo presentando il progetto.

«Abbiamo visto che le meduse possono arrivare all'improvviso e altrettanto all'improvviso scomparire - precisano gli specialisti di Marevivo - quasi mai queste apparizioni sono registrate scientificamente. La distribuzione e l'operatività dei biologi marini non è tale da poter apprezzare questi fenomeni in modo fedele. Le meduse, soprattutto quelle più grandi, sono ben visibili e le poche specie di importanza diretta per l'uomo sono facilmente identificabili. Tutti possono segnalarle. Magari corredando la segnalazione con una foto digitale, presa anche con un telefonino».

Cerco la verità sulla morte del nostro padre Tentorio"

La Stampa

La testimonianza del missionario del Pime Peter Geremia una vita in prima linea nell'aiuto ai poveri e contro ogni ingiustizia

Giorgio Bernardelli
Roma


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«Hanno tenuto fuori dall'inchiesta quelli che erano i sospettati numero uno: gli uomini della Bagani, la milizia paramilitare che protegge gli interessi degli affaristi e dei politici locali corrotti della zona. Quelli a cui l'opera di Tentorio per la difesa dei diritti dei manobo dava più fastidio».

Padre Peter Geremia, missionario del Pime, ha raccolto nell'Arakan Valley l'eredità dell'amico padre Fausto Tentorio, il missionario italiano ucciso il 17 ottobre 2011 per il suo impegno in favore delle popolazioni tribali in questo angolo dell'isola di Mindanao, nelle Filippine. Ha 74 anni e anche lui una lunga storia di battaglie per la difesa delle popolazioni dei villaggi, minacciati dalla sete di terra di imprenditori senza scrupoli. Ma oggi la sua frontiera numero è la verità sulla morte di padre Tentorio.

Con l'immancabile bandana sulla testa in questi giorni è in Italia per celebrare i suoi cinquant'anni di Messa; ma le carte di quell'inchiesta che - tra depistaggi e reticenze - a venti mesi di distanza non è andata oltre gli esecutori materiali del delitto, se le porta dietro con sé. Vuole che l'Italia sappia e si faccia sentire per sostenere una sete di giustizia che ha a che fare con il futuro dei tribali a Mindanao. Anche perché negli ultimi mesi è successo qualcosa di importante: sul caso Tentorio si è mossa la Commissione per i diritti umani delle Filippine che a maggio ha tenuto una serie di audizioni a Davao. E in quella sede sono finalmente emerse le lacune e i depistaggi dell'inchiesta sull'uccisione del missionario italiano.

«Già nell'aprile 2012 avevamo raccolto due testimonianze che chiamano in causa gli uomini della milizia e i militari per la morte di padre Fausto - racconta padre Geremia -. Le avevamo presentate al procuratore che indaga, ma poi non era successo nulla». Ora invece è stato nominato un nuovo procuratore che ha fissato un'udienza per il 23 luglio. E la speranza di padre Peter è che - dopo questo intervento - ora a quelle testimonianze sia dato il giusto peso.

Battaglia difficilissima in un posto come Mindanao, dove gli assassini hanno difensori potenti: politici locali che sulle terre dei tribali hanno interessi miliardari. «Una vita in cerca di guai», titola del resto proprio su padre Peter Geremia questa settimana la propria copertina il settimanale Credere. Come infatti racconta lui stesso alla rivista della San Paolo padre Peter ha già conosciuto per due volte il carcere: una prima negli anni Settanta per aver partecipato alle proteste dei lavoratori del Tondo a Manila (il quartiere povero che Paolo VI aveva visitato).

E poi - di nuovo - per essere stato accanto ai tribali di Mindanao nella loro lotta per la sopravvivenza mentre venivano lasciati letteralmente morire di fame, all'inizio degli anni Novanta. Nel mezzo - l'11 aprile 1985 - ha anche vissuto l'esperienza di un agguato che con ogni probabilità era destinato a lui. E che invece è costato la vita a un altro amico, il suo confratello del Pime padre Tullio Favali. Ma è davvero tremendamente lunga la lista dei missionari e degli attivisti per i diritti umani uccisi in questi anni a Mindanao per avere dato fastidio ai potenti di turno con le loro battaglie per le popolazioni indigene, proprio come fa da sempre padre Peter.

Ed è anche per questo che la battaglia per la verità su quanto accaduto a Tentorio è così importante. Tra il 2011 e il 2012 a Mindanao vi sono state ben sedici «esecuzioni extragiudiziali», espressione elegante con cui vengono definite le uccisioni di attivisti, tutti compiuti da bande paramilitari e rimasti impuniti. «La Commissione per i diritti umani, nelle sue conclusioni che verranno presentate a giorni, dovrebbe finalmente mettere il dito nella piaga della connivenza tra l'esercito e questi gruppi - spiega padre Geremia -. E se questo accadrà la morte di padre Fausto potrà segnare davvero una svolta per la gente alla quale ha donato la sua vita. Con la fede dei martiri - conclude il missionario -, guidati dallo Spirito di Cristo, noi cerchiamo la verità, la giustizia e la pace per la nostra gente. Che significa poi il Regno di Dio in terra come in cielo».

Il Pulcino Pio è tornato, in versione Cha Cha Cha

La Stampa


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Il pulcino Pio è tornato. Dopo essere stato uno dei tormentoni più amati e odiati dell'estate 2012, il piccolo pennuto torna a essere protagonista in un nuovo singolo, questa volta in versione Cha Cha Cha. Pubblicato il 3 giugno scorso, il video sul web ha già raggiunto quasi 900mila visualizzazioni. E non è tutto: per i prossimi mesi è già prevista la pubblicazione di un album, “Pulcino Pio & friends”.


Asfalto e case tutte uguali così il Tibet diventa cinese

La Stampa

Rapporto di Hrw: villaggi cancellati, milioni di abitanti spostati, spie in ogni quartiere

ilaria maria sala
hong kong


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Più di due milioni di tibetani spostati contro la loro volontà verso nuove case di cemento. Centinaia di migliaia di nomadi tolti dalle praterie, e persuasi a vivere in casette a schiera lungo nuove strade asfaltate, dove abitano anche quadri di Partito, preposti a controllare che non nascano nuove insurrezioni anti-cinesi. 

Questa la situazione, dettagliata con dovizia di particolari da Human Rights Watch in un rapporto pubblicato oggi dal titolo «They say we should be grateful» («Dicono che dovremmo essere grati»), in cui è illustrato il modo capillare in cui l’intervento statale sull’altipiano tibetano sta modificando per sempre uno stile di vita secolare, senza che i diretti interessati abbiano modo di mettere parola sulla direzione che prende il loro presente e il loro futuro.

Dal 2006, dice Nicholas Bequelin di Human Rights Watch, «il governo cinese sta portando avanti una campagna chiamata di “costruzione dei nuovi villaggi socialisti” che prevede lo spostamento forzoso di centinaia di migliaia di tibetani, in villaggi costruiti secondo standard governativi dai quali non è previsto sgarro. I villaggi tibetani, abitati da secoli, sono stati distrutti e rasi al suolo, costringendo la popolazione a spostarsi poche centinaia di metri più in là nelle case di nuova costruzione». Non tutti i tibetani sono necessariamente contrari alla modernizzazione del loro stile di vita, precisa Bequelin: «Come tutti, trovano vantaggioso avere acqua corrente ed elettricità in casa, ma quello che è intollerabile è che ciò debba essere loro accessibile solo al costo del loro stile di vita e della loro cultura».

Le nuove case - simili a quelle che vengono costruite ai quattro angoli della Cina - sono «localizzate» solo da tetti dipinti alla tibetana, con strisce amaranto e qualche cerchio bianco lungo il cornicione, sono costruite secondo una versione standardizzata che non fa nessuno sconto alle condizioni climatiche locali, spesso estreme. Così, alle case dai muri spessi che mantenevano i locali freschi in estate e caldi in inverno, sono ora sostituiti muri sottili tutti uguali. «Il governo cinese ignora del tutto quell’autonomia che promise sulla carta ai tibetani», dice Bequelin, enfatizzando il punto più tragico della situazione:

«La totale impotenza tibetana davanti a un cambiamento sul quale non hanno alcun potere, per quanto il governo cinese continui a sostenere che le re-localizzazioni siano volontarie». Il governo cinese ha infatti deciso di procedere a un’eliminazione quasi totale del nomadismo in Cina di qui al 2015. Ed entro il 2014, altre 900 mila persone saranno sradicate dai loro villaggi e spostate nei «Nuovi villaggi socialisti», mentre nella regione del Qinghai, parte dell’altipiano tibetano, entro la fine dell’anno il totale di tibetani sedentarizzati arriverà a 413.000, secondo quanto stabilito dal rapporto di Hrw. 

«In un contesto già altamente repressivo, i tibetani non hanno modo di esprimere alcuna opposizione al progetto che ha portato a un impoverimento significativo delle popolazioni coinvolte: per quanto il governo cinese dica che le nuove case sono statali, abbiamo verificato che la maggior parte dei costi di costruzione sono imposti ai tibetani stessi, che non avevano mai chiesto di cambiare casa o di veder distrutta quella nella quale abitavano. Ora devono ora pagare le nuove abitazioni fino al 75%», commenta Bequelin. 

E davanti al crescente inasprirsi delle relazioni fra tibetani e cinesi dal 2008 – quando ci fu una sanguinosa insurrezione anti-cinese a Lhasa e in alcune altre regioni tibetane – ecco che è stato deciso di inviare in ognuno dei 5400 villaggi tibetani delle squadre di funzionari di Partito che dovranno «vivere, lavorare e mangiare insieme» agli abitanti locali, applicando politiche che, secondo Hrw, «stabiliscono un sistema di sorveglianza politica costante e violano i diritti civili, culturali, politici e religiosi dei tibetani». 

Una politica che non sembra essere stata in grado finora di portare a maggiore serenità il Tibet: dallo scorso anno, infatti, è salito a 119 il numero di tibetani che si sono dati alle fiamme, nel tentativo disperato di attirare l’attenzione del mondo sulle loro condizioni di vita sotto un sistema politico che preclude ogni forma di dialogo.

Mosca, adesso Stalin prende l’autobus

La Stampa

Non solo souvenir o statuette, ma busti in piazza, serial televisivi, libri sul dittatore

anna zafesova
MOSCA


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Il padre dei popoli guarda un po’ accigliato ma fiero, e ne ha delle buone ragioni: un busto di bronzo non lo riceveva in regalo da anni. Per di più inaugurato in pompa magna, non in un villaggetto sperduto, ma nel piazzale di Yakutsk, gelida capitale dei diamanti russi. Un ritorno in grande stile, proprio mentre a Mosca, in un chioschetto di souvenir all’interno della Duma, si scoprivano in vendita statuette del dittatore, piccole a 6 mila rubli (circa 150 euro), grandi addirittura a 30 mila. 
Busti, santini, manifesti, libri, fiction: nei due mesi intercorsi tra il 60simo anniversario della morte, il 5 marzo, e le celebrazioni per il giorno della Vittoria sul nazismo, il 9 maggio, Stalin ha fatto un ritorno trionfale nella vita dei russi.

Non più qualche nostalgico con le bandiere rosse, o bizzarri storici negazionisti, ma una riabilitazione nel mainstream della politica e della cultura. Da faraone onnipresente dal 1924 fino alla morte, a Innominabile della storia per mezzo secolo, dal XX congresso del 1956, l’uomo che sembrava il simbolo del male del 900 è tornato, con il suo famoso passo felpato. A Celiabinsk, negli Urali, circolano minibus con il ritratto di Stalin, a Volgograd – l’ex Stalingrado per la quale ogni anno riparte la campagna per restituirle il nome che portava durante la famosa battaglia – il volto baffuto del dittatore ha riempito pareti e mezzi pubblici.

La rete televisiva Ntv ha trasmesso un documentario in sei puntate dal titolo Stalin è con noi, dove ha riproposto la versione più classica dell’iconografia del «genio di tutti i tempi»: grande lettore, fine intellettuale, eccezionale statista e condottiero, che ha portato la Russia «dalla zappa alla bomba atomica» (e a nulla valgono gli sforzi degli storici di ricordare che questa frase attribuita a Churchill non era mai stata pronunciata).

Stalin occhieggia bonario dai teleschermi, in fiction patinate che riportano ai fasti dell’Urss, da Chkalov dedicata al grande pilota a Smersh, che decanta i successi del micidiale controspionaggio sovietico, noto più per aver mandato in Siberia migliaia di soldati colpevoli solo di essere caduti prigionieri dei tedeschi. Il liberale Leonid Gozman ha osato paragonare lo Smersh alle SS, ed è stato apostrofato da un editoriale del popolarissimo Komsomolskaya Pravda che si rammaricava perché i nazisti non avevano «fatto paralumi dagli avi dei liberali».

La pesantissima allusione al fatto che Gozman sia ebreo ha scandalizzato solo pochi intellettuali, mentre il partito del potere ne ha approfittato per aggiungere alla già lunga lista di leggi restrittive, che hanno colpito negli ultimi mesi Ong, oppositori e omosessuali, la proposta di punire con tre anni di carcere il «negazionismo sulla Grande guerra patriottica». In altre parole, discuterne le cause, come la spartizione dell’Europa nel patto Molotov-Ribbentrop, o sulle sue conseguenze come l’annessione dell’Europa dell’Est nel campo comunista, può costare la galera. 

E qui la riemersione di Stalin passa dall’anedottica all’attualità. Matvey Evseev, il deputato di Russia Unita – il partito putiniano monopolista del parlamento – che ha promosso l’inaugurazione del busto di Stalin a Yakutsk, sostiene che «non possiamo dimenticare la nostra storia, gli attacchi contro Stalin continuano perché è in corso l’aggressione ideologica contro la Russia, Se rinunciamo a Stalin rinunciamo alla nostra grandezza». Il sindaco Aysen Nikolaev, visibilmente imbarazzato, ha promesso simmetricamente un monumento alle vittime delle purghe, in una sorta di tardiva par condicio.

Ma la tragedia dei Gulag non è mai stata oggetto di un pentimento nazionale, e contemporaneamente il segretario del Pc Serghei Obukhov può dichiarare che «Stalin è il generalissimo della nostra vittoria», mentre in diverse università e licei arriva il discutissimo manuale di storia che, riducendo la portata dei crimini di Stalin, lo descrive come «un manager efficiente» del potere, in attesa della introduzione di un testo di storia «uniformato» auspicato recentemente da Vladimir Putin, per evitare la «distorsione del nostro passato».

Che la Russia rimanga, come diceva una vecchia battuta, «un Paese dal passato imprevedibile», lo dimostrano anche i sondaggi. Dopo il minimo storico del 12% negli anni ’90, il Levada Zentr in questi giorni ha confermato il dittatore al primo posto, insieme a Leonid Brezhnev, nella classifica dei più grandi personaggi della storia russa.

Un risultato che secondo il direttore del centro demoscopico, Lev Gudkov, è indubbiamente legato alla propaganda putiniana. Putin ha respinto le critiche dei liberali: «Non penso che ci siano segni di stalinismo. La nostra società è cambiata e non permetterebbe una tale svolta». Ma, secondo un’inchiesta di un gruppo di giornalisti del sito Ura, la riapparizione di Stalin nell’immaginario russo non può essere addebitata soltanto alla nostalgia per l’ordine dopo decenni di caos post-sovietico.

Alcune fonti del Cremlino infatti sostengono che l’ondata di fiction, documentari e libri sia un preciso progetto degli spin-doctor putiniani, una «risposta alla protesta di quelli con l’iPhone», ha commentato un anonimo funzionario, riferendosi alla protesta di piazza dell’anno scorso. Putin all’epoca si era riconquistando il terzo mandato scommettendo sui suoi elettori più fedeli: i dipendenti statali, i militari, i pensionati, gli operai delle grandi fabbriche ex sovietiche, la popolazione rurale, insomma, l’elettorato più nostalgico.

E così, dopo una notevole esitazione, raccontano le fonti di Ura, avrebbe accettato di farsi cucire addosso il vestito di uno Stalin light, preferendolo ad alternative come Piotr Stolypin e Pietro il Grande. Ma Gudkov avverte anche che non potrà essere una risorsa politica infinita: tra i giovani un terzo non sa nemmeno chi sia Stalin, e un 59% considera la discussione su di lui «totalmente irrilevante».

Cinelli, le due ruote del design italiano

La Stampa


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Può una bicicletta diventare un oggetto di culto ed essere celebrata per il suo design innovativo? Se si parla di Cinelli decisamente sì; marchio storico del ciclismo italiano fonda le sue radici nel lontano 1947, grazie alle intuizioni del suo fondatore Cino Cinelli che mise a frutto le sue conoscenze da corridore per rendere la bicicletta un oggetto migliore. A lui dobbiamo il merito di aver introdotto, per primo, delle innovazioni che troviamo tuttora nella quotidianità delle nostre scampagnate in bici come: il manubrio in alluminio, la sella con lo scafo in plastica, i cinghietti fermapiede ed il primo pedale a sgancio rapido. Ma la storia incredibile di questa azienda non si ferma mai neppure quando nel 1978 viene affidata alle mani di Antonio Colombo, industriale leader nel settore dei tubi d'acciaio con la passione per la bicicletta, capace di trasmettere al marchio una visione più ampia ed internazionale.

Dalla creazione di modelli incredibili come Laser, primo ad abbandonare le classiche congiunzioni per far posto alla saldatura (Tig) ed unica bici italiana ad aver vinto un Compasso d'oro (1991) e oltre 28 medaglie d'oro in varie Olimpiadi e Campionati del Mondo; Rampichino, modello che ha portato il Mountain Bike in Italia, fino ad arrivare, per primi, a portare l'arte nel mondo della bicicletta. Fin dal 1980 si moltiplicano le collaborazioni con i più importanti designers e artisti da tutto il mondo: dalla Laser di Keith Haring, al logo Cinelli disegnato da Italo Lupi, fino alla Supercorsa in edizione limitata realizzata da Barry McGee, o agli accessori di Mike Giant, la bici d'artista è la più autentica ed esclusiva espressione del marchio Cinelli.

Ma tutto ciò non sarebbe mai stato possibile senza la passione per le due ruote, per il sacrificio e per il creare ciò che gli altri ancora non pensavano fosse realizzabile. Un'azienda che già nella sua mission è capace di raccontare tutto ciò che fa in una maniera talmente unica che solo a leggerla si capisce chi si ha davanti: " Applichiamo principi di Design ai nostri prodotti ma anche alla nostra azienda. Design non è "estetica". Design é forma, primo progetto, disegno, tecnologia, tecnica, materiali, innovazione, creatività, funzione, qualità, unicità, conoscenza, emozione. Vogliamo che ogni prodotto abbia un'Idea, perché se è una copia, non può essere Cinelli.

La strada per arrivare alla mission però, è lunga e non è facile. In Cinelli ci muoviamo con i tempi, sappiamo chi è Duchamp e Kurt Cobain, abbiamo letto Brera e Buzzati. Siamo curiosi: di arte, di musica, di design, di altri sport. Per noi Berghaus non è una nuova medicina, e Marc Newson o Philippe Starck non sono due calciatori. Le nostre radici sono a Milano: per molti versi un vantaggio. Saper cogliere quegli aspetti che hanno fatto della città un centro di cultura internazionale è basilare e ci aiuta nel perseguire il nostro obbiettivo."