giovedì 25 luglio 2013

Sfottò a Dall'Osso, malato di sclerosi multipla». Il M5s accusa Pd e Scelta civica

Il Mattino

ROMA - «I vergognosi sfottò a Matteo Dall'Osso». È questo il titolo di un post a firma della deputata M5S Giulia Di Vita che compare sul blog di Beppe Grillo e in cui si denuncia che, «all'una di notte» - durante la seduta-fiume alla Camera - il deputato M5S Dall'Osso, affetto da sclerosi multipla, nel corso del suo intervento in Aula è stato oggetto di «battutine» da parte degli «umani colleghi dagli scranni di Pd e Scelta Civica».



CatturaLe accuse. Dall'Osso aveva «appena fatto il suo intervento in Aula, è l'una di notte, è stata una giornata pesante per tutti, figuriamoci per lui, mentre leggeva il suo discorso ha perso il filo, può capitare a chiunque», si legge sul post del blog di Grillo, nel quale si denuncia come «gli umani colleghi dagli scranni di Pd e Scelta Civica hanno cominciato a fare battutine sulla sua difficoltà, «dategli il foglio giusto!», ripetevano le sue parole balbettando a sfottò, mormoravano, ridevano, lo guardavano divertiti». Poi, «avvisati dello stato di Matteo qualcuno ha chiesto scusa per la palese, vergognosa, indecente, schifosa, indecorosa gaffe. L'arte dell'ipocrisia. Signori, ci troviamo a lavorare con questa gente. Come possono stupire gli scempi che stanno facendo al Paese e la costante indifferenza per i cittadini italiani più deboli?», scrive ancora la deputata Di Vita riportando le parole pronunciate dallo stesso Dall'Osso al termine del suo intervento: «E come dissero tre violoncellisti sul Titanic mentre stava affondando 'è stato un piacere suonare con voi'. «Ma anche no», è la postilla della Di Vita.




La replica di Scelta civica. «Nessun deputato del gruppo Scelta civica si è permesso di offendere o anche solo irridere il deputato Matteo Dall'Osso. L'uso denigratorio degli handicap o anche solo delle caratteristiche fisiche di una persona non appartiene -e mai apparterrà- alla cultura di Scelta Civica». È quanto si legge in una nota del Gruppo. «Respingiamo dunque al mittente il tentativo meschino di strumentalizzare il tema della disabilità solo per alimentare una volgare polemica politica con cui screditarci. Invitiamo il M5s e chi lo guida a non ricorrere mai più a mezzucci indegni e lesivi della dignità delle persone affette da handicap, oltre che del decoro del Parlamento».
 
giovedì 25 luglio 2013 - 14:17   Ultimo aggiornamento: 15:59

Spagna, deraglia il treno dei pellegrini: 80 morti e 178 feriti, 36 gravi

Il Messaggero

Il convoglio ha imboccato una curva a 110 km/h oltre il limite. Dal Brasile arriva anche il cordoglio di Papa Francesco che invita a pregare per le vittime e i feriti


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MADRID - Sale a 80 morti e 145 feriti di cui 36 gravi il bilancio del deragliamento del treno dei pellegrini alle porte della città di Santiago di Compostela. Tutte le vittime sono state identificate. Molti dei feriti sono stranieri: delle 178 persone portate all'ospedale 95 sono ancora ricoverate, di cui 36, compresi quattro bambini, sono gravi. Il presidente del Consiglio, Enrico Letta, ha inviato al primo ministro spagnolo, Mariano Rajoy, una lettera di condoglianze.

Si teme ci fossero italiani a bordo. Tra i passeggeri del treno 8217 ci sarebbe almeno un italiano, secondo quanto riferiscono fonti spagnole. Sono in corso verifiche sulla sua identità e su quanto potrebbe essergli accaduto. Secondo El Mundo on line sul treno vi sarebbe stato un gruppo di giovani italiani, ma la circostanza non trova ancora alcuna conferma ufficiale. «Il nostro ambasciatore Pietro Sebastiani è sul posto con il console onorario per verificare di persona l'eventuale presenza di italiani». Hanno riferito all'Adnkronos fonti della Farnesina. «Al momento non ci risulta - precisano dal ministero degli Esteri - come invece riportato da fonti stampa, la presenza di un gruppo di italiani. Le autorità locali non hanno ancora stilato la lista delle vittime».

La dinamica. Intanto dalle prime testimonianze e dai primi rilievi dei tecnici sembra che la velocità del treno al momento dell'incidente fosse di 190 chilometri orari, in un tratto dove il limite sembra sia di 80. Il treno deragliato era un convoglio dell'Alta Velocità, ma la linea ferroviaria e il resto dell'infrastruttura, in quel tratto, non erano idonei per l'alta velocità. Errore umano dunque dovuto all'alta velocità: è questa l'ipotesi che prende corpo con il passare delle ore sulla causa del deragliamento del treno dell'alta velocità vicino a Santiago de Compostela. Il conducente del convoglio - secondo El Pais - avrebbe ammesso di aver preso la curva a velocità elevata. L'uomo, che è rimasto illeso, non avrebbe spiegato i motivi.

La scatola nera. La certezza di quanto è successo si avrà andando a vedere i dati della scatola nera. «Ci sarà registrato tutto» ha detto Giorgio Diana, il direttore del centro di ricerca di Ingegneria del Vento del Politecnico di Milano, che comunque è convinto sia stato causato da una «velocità troppo elevata» dovuta a «un errore umano».

Il lieve ritardo. Il treno aveva un ritardo di cinque minuti. Lo hanno reso noto ai media alcuni tecnici i quali, però, hanno escluso che possa essere questo il motivo dell'alta velocità. «Non si violano le norme per recuperare una manciata di secondi - ha affermato un tecnico intervistato dalla tv Antenna 3 -. Nessun macchinista commetterebbe un errore così madornale. Esistono dei protocolli precisi anche per queste evenienze». Secondo le informazioni dell'intervistato, il treno «Avila 151» aveva superato proprio ieri mattina una serie di collaudi e revisioni ed era tornato in servizio per il viaggio Madrid-Ferrel, partendo alle 15 dalla stazione Chamartin della capitale.

Il macchinista sotto choc. «Andavo a 190 all'ora. Spero che non ci siano morti perchè me li porterei sulla coscienza. Sono umano, sono umano...»: è questo il contenuto di una comunicazione via radio dalla cabina del treno tra uno dei due macchinisti e la stazione pochi istanti dopo il deragliamento. Il limite previsto in quel tratto è di 80 km/h. Il conducente, un macchinista di 52 anni con molta esperienza, non ha spiegato il motivo di una velocità così elevata, oltre il doppio di quella prevista in quel tratto, 80 km/h.

Il limite è previsto perchè la curva è «chiusa» e si trova subito dopo l'uscita di un tunnel, alla fine di diversi chilometri di rettilineo. Una persona che partecipò nel 2011 al viaggio inaugurale della tratta ha riferito ai media che in corrispondenza della curva il treno ebbe come un sussulto, mentre per gli 80 chilometri precedenti era rimasto stabile. I tecnici della procura, delle ferrovie e del ministero sono al lavoro per accertare le cause che hanno determinato la tragedia: se si tratti di un errore umano, di un guasto tecnico oppure di una coincidenza di entrambe le cose. Il conducente è stato messo sotto inchiesta formale. Lo ha reso noto un tribunale spagnolo.

Le testimonianze. Il treno «andava molto veloce e alla curva ha cominciato a girarsi, mentre i vagoni sono finiti una sopra l'altro». A parlare ai media locali è Ricardo Montesco, uno dei superstiti del convoglio ad alta velocità deragliato ieri sera a poca distanza dalla stazione di Santiago de Compostela, in Spagna. Il racconto è quello di uno scenario da «girone dantesco», come lo ha descritto il presidente della giunta regionale della Galizia, Alberto Nunez Fijoo. Ma fra i testimoni, anche se c'è chi dice di aver sentito un'esplosione (probabilmente il boato dell'urto), nessuno sembra ipotizzare un attentato.

                                                                 Primo piano - Tragedia di Santiago, le immagini choc del treno...


«In nessun momento ho pensato che si trattasse di un attentato. Quando il treno ha imboccato la curva ho avuto la netta sensazione che stesse andando troppo veloce e poi c'è stato il deragliamento», insiste Sergio, un altro passeggero reduce dall'incubo, mentre da Madrid anche il governo Rajoy fa sapere di propendere per la pista dell'incidente. «Un sacco di gente è finita schiacciata sul fondo», riprende Ricardo Montesco, raccontando il terrore vissuto quando ha capito, cercando di districarsi con altri fra le lamiere, che il suo vagone «stava bruciando». «Ho visto molti cadaveri», è la conclusione ad occhi sbarrati. Per la Spagna si tratta dell'incidente più grave della storia ferroviaria moderna: il solo precedente paragonabile risale al 1980, quando un treno in viaggio fra Madrid e Valencia fu protagonista di un incidente in cui morirono 27 persone.

Ma per qualche minuto qualcuno ha rivissuto addirittura la memoria degli attentati della strage di Madrid dell'11 marzo 2004, quando - allora sì per mano del terrorismo - i morti furono 191 e i feriti centinaia. Un contesto diverso a quello di Santiago e tuttavia con immagini di morte non così lontane. «Ho dinanzi agli occhi la scena di una catastrofe», ha riferito al Pais online un altro viaggiatore, mentre un suo compagno di sventura ha descritto la sensazione di «una serie di giri della morte» vissuti a bordo di un vagone dopo il deragliamento. Altri stentano a ricordare le fasi dell'incidente, ma raccontano di essersi ritrovati, dopo quella curva fatale e l'uscita dai binari, «circondati di fumo e di cadaveri».

Udita un'esplosione prima del deragliamento. Mari, una donna che abita vicino al luogo del disastro e che è corsa fra i primi a prestare soccorso, ha detto a sua volta alla radio Cadena Ser d'aver assistito alla scena mentre stendeva i panni. E stata lei a raccontare di aver sentito «un'esplosione» e visto poi un ammasso «di polvere e rovine». «Mio Dio - ha esclamato con voce rotta - quanti morti».

Il Governo della Galizia ha proclamato sette giorni di lutto per le vittime, il cui numero è salito a 78. Lo ha comunicato il presidente, Alberto Nunez Feijo. Intanto oggi alle 12 per un minuto si bloccheranno tutte le attività pubbliche. «Nessuna parola è sufficiente per esprimere il nostro dolore», ha detto Feijo in una breve conferenza stampa.

Re Juan Carlos di Spagna e il principe ereditario Felipe sospendono le loro attività ufficiali «per lutto», dopo l'incidente ferroviario in Galizia, costato la vita a 78 persone. Lo riferisce un portavoce della famiglia reale.

Il premier spagnolo, Mariano Rajoy, nato proprio a Santiago di Compostela, si è recato sul luogo della tragedia. Rajoy è arrivato sul posto insieme al capo del governo regionale della Galizia, Alberto Nunez-Feijoo, ed il ministro dello Sviluppo, Ana Pastor, oltre ad altre autorità. Il presidente del governo spagnolo ha detto che sono in corso due inchieste sull'incidente ferroviario: una giudiziaria a e una della commissione sugli incidenti ferroviari del ministro delle infrastrutture. «Adesso la cosa più importante è identificare le vittime - ha detto il premier spagnolo - Non è facile, sarà un lavoro lungo, ma le famiglie non possono vivere in una situazione di incertezza. Alcune delle vittime sono state già identificate e le famiglie avvertite».

Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha inviato a sua maestà Juan Carlos I, re di Spagna, il seguente messaggio: «Ho appreso con sgomento del pesantissimo bilancio di vittime e feriti provocato dall'incidente ferroviario occorso a Santiago di Compostela». «In questo momento di dolore l'Italia si stringe all'amica nazione spagnola con rinnovata, fraterna vicinanza e solidarietà. La prego, Maestà, di farsi interprete di questi sinceri sentimenti di cordoglio presso le famiglie delle vittime e tutto il popolo spagnolo», conclude il capo dello Stato.

L'Unione Europea ha espresso «profonda tristezza per il terribile incidente» di Santiago de Compostela. «La gravità dell'incidente, la morte di così tante persone ed il numero dei feriti sono una tragedia per la Spagna e per la Galizia e mi suscitano una profonda emozione», ha scritto in un messaggio al premier spagnolo Mariano Rajoy il presidente della Commissione europea Jose Manuel Barroso, che ha trasmesso le proprie condoglianze e la propria «vicinanza e solidarietà» alle famiglie delle vittime. «Sono profondamente rattristato dalla notizia dell'incidente a Santiago de Compostela», ha detto il presidente del Parlamento europeo Martin Schulz, che ha fatto le condoglianze ai famigliari ed amici delle vittime e ha espresso «gratitudine ai tanti soccorritori e volontari che hanno lavorato instancabilmente per aiutare a salvare così tante vite».

Il cordoglio di Papa Francesco. Anche il Pontefice si unisce al dolore delle famiglie delle vittime dell'incidente ferroviario avvenuto in Spagna. «Il Papa - ha riferito il portavoce del Vaticano, Federico Lombardi, da Rio de Janeiro, dove si trova con il pontefice per la Giornata Mondiale della Gioventù - è stato informato dell'incidente e naturalmente si unisce al dolore delle famiglie delle vittime». Papa Francesco, ha aggiunto Lombardi, «invita a vivere con fede questo momento di dolore». Il portavoce del Vaticano, dopo avere chiesto un minuto di silenzio prima di una conferenza stampa, ha ricordato che l'incidente è avvenuto alla vigilia della festa religiosa in cui a Santiago di Compostela si celebra il santo patrono e ha detto che questo rende l'incidente «particolarmente doloroso», dato che molti dei feriti, sicuramente, erano pellegrini che si recavano nella città.

L'esperto: in Italia non potrebbe succedere. «Credo sia stato un errore umano», un'incidente dovuto «all'eccessiva velocità» e «nell'alta velocità nostra non sarebbe successo». Così Giorgio Diana (il docente emerito del Politecnico di Milano, direttore del Centro di ricerche della galleria del vento, che fu consulente tecnico d'ufficio nel caso del deragliamento del Pendolino a Piacenza nel 1997) ha parlato dell'incidente ferroviario come quello accaduto ieri a Santiago De Compostela, dove un treno dell'alta velocità è deragliato causando la morte di oltre 70 persone. «Ci sono tutti dei segnali che vengono trasmessi a bordo treno che controllano la velocità del treno - ha detto all'ANSA - e se si supera quella velocità interviene la frenatura automatica». «I passeggeri italiani - ha aggiunto - possono stare tranquilli».


i soccorsi, i feriti e i morti sul luogo dell'incidente a Sabtiago de Compostela


Treno deragliato in Spagna a Santiago de Compostela: i soccorsi e i feriti


Giovedì 25 Luglio 2013 - 08:23
Ultimo aggiornamento: 16:28




Il macchinista che amava scherzare sulla velocità : «Se mi beccasse la polizia...»

Corriere della sera
Pubblicava post con tachimetri fermi sui 200 orarie diceva: «Non posso andare più forte»

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Amava scherzare sulla sua passione per la velocità sui social media: lazzi e spacconate che, nel giorno della tragedia ferroviaria più grave della storia recente di Spagna, suonano davvero sinistri.
TACHIMETRI SUI 200- Francisco José Garzón Amo, esperto macchinista 52enne che guidava il treno deragliato in curva a Santiago de Compostela (80 morti accertati finora), qualche mese fa pubblicò questo post su Facebook (ora cancellato): una foto in bella vista con il tachimetro fermo sui 200 chilometri orari, quasi al limite delle sue possibilità.

«FREENA»- «Freeeena che vai troppo veloce» gli dice un utente. Al che Garzon (da trent'anni in servizio alla Renfe, le ferrovie dello stato di Madrid, ora indagato per l'incidente) risponde «Sono al limite non posso andare di più». «Ma se vai a 200» gli dice di nuovo l'altro. E lui: «Ma il tachimetro non è truccato». Alla conversazione si aggiunge un terzo: «Se ti becca la Guardia Civil (la polizia spagnola) rimani senza punti». Garzon rilancia con una battuta, scritta in maiuscolo: «Che bello sarebbe andare in parallelo alla Guardia Civil e superarli facendo saltare l'autovelox. Ah ah, che bella multa per Renfe».

25 luglio 2013 | 17:37








Spagna, indagato il macchinista: «Andavamo a 190 km orari»

Corriere della sera
Ferito e sotto shock: «E' deragliato, che posso farci?»

Il conducente del treno deragliato vicino a Santiago de Compostela è stato messo sotto inchiesta formale: lo ha reso noto un tribunale spagnolo. Secondo il quotidiano El Pais , che in mattinata aveva pubblicato la trascrizione della conversazione di uno dei macchinisti mentre, intrappolato tra le lamiere della cabina, parlava via radio con la stazione, il treno deragliato a Santiago de Compostela andava a una velocità di almeno 190 km orari. «Siamo umani, siamo umani», continuava a ripetere l'uomo, aggiungendo poi: «Spero di non avere morti sulla coscienza». Il macchinista Francisco José Garzón del Amo si aggirava spaurito e ferito tra i rottami dei vagoni, secondo quando riporta invece La Voz de Galicia, ripetendo: «È deragliato, è deragliato, che posso fare?».

LIMITE A 80 KM - In un primo momento il macchinista citato da El Pais aveva raccontato che il treno andava a 200 km orari, ma poi ha affermato di aver preso la curva alla velocità di 190 km orari. Che resta più del doppio della velocità consentita in quel punto, che era di 80 km orari: è una curva molto stretta e complicata da affrontare. El Pais sottolinea che per il momento non sono noti i motivi che hanno spinto i conduttori del treno a superare i limiti di velocità imposti in quel punto. Secondo la Renfe, la compagnia ferroviaria di Stato, il treno «non aveva problemi di natura tecnica» ed aveva «superato il test di un'ispezione in mattinata». Francisco José Garzón del Amo ha 52 anni e lavora per la compagnia da 30 anni: l'uomo è risultato negativo al test dell'alcolemia.

«CONOSCEVA IL PERCORSO» - Il segretario generale dei Trasporti del sindacato UGT, Michel Angel Cilleros, ha affermato che «una catastrofe così si deve a più fattori, non a una causa unica». Assicurando che il macchinista Francisco José Garzón del Amo «non era una persona nuova: conosceva il percorso, dove passava regolarmente dalla sua inaugurazione nel 2011 ad oggi».


25 luglio 2013 | 15:40

Copyright digitale, l’Agcom ci riprova Le nuove regole sul diritto d’autore

La Stampa

L’Autorità ha presentato un nuovo testo con le misure per combattere la pirateria online. Un tentativo analogo era fallito nel 2012. Ora 60 giorni per reazioni e commenti


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L’Agcom ci riprova sul copyright digitale. L’autorità ha varato un nuovo regolamento sul diritto d’autore online che mira a contrastare in maniera netta il fenomeno della pirateria digitale, soprattutto per quello che riguarda la musica e i film. Un tentativo che aveva cercato di portare a termine anche il precedente consiglio dell’Agcom, un anno fa, provocando una valanga di contestazioni per quelle che venivano interpretate come «censure» alla libertà della Rete.

Stavolta l’Autorità presieduta da Angelo Marcello Cardani prevede un iter che scatterà solo su richiesta del soggetto legittimato (e quindi non d’ufficio) e durerà solo 10 giorni, al termine dei quali - se la violazione risulterà accertata - scatterà l’ordine di rimozione dei contenuti rivolto agli Internet Service Provider. L’obiettivo dichiarato dall’Agcom è quello di prendere di mira le violazioni con fini di lucro e la pirateria «massiva» online, escludendo invece dal perimetro d’intervento gli utenti finali (downloaders) e il cosiddetto “peer-to-peer”. Il testo sarà posto in consultazione per 60 giorni e prevede anche un parere della Commissione europea. Se i tempi verranno rispettati, il regolamento potrebbe entrare in vigore all’inizio del 2014.

L’Autorità, informa una nota, ha «inteso contemperare la tutela del diritto d’autore con alcuni diritti fondamentali, quali la libertà di manifestazione del pensiero e di informazione, il diritto di accesso ad internet, il diritto alla privacy». «La procedura di enforcement proposta, pur svolgendosi in tempi brevi, rispetta il principio del contraddittorio - sottolinea ancora l’Agcom - in modo da consentire a tutti i soggetti interessati di far valere le proprie ragioni». È previsto che il procedimento dinanzi all’Autorità «possa essere avviato solo su istanza del soggetto legittimato, non d’ufficio, e dopo aver rivolto, senza esito positivo, una richiesta di rimozione al gestore della pagina internet».

Le misure messe a consultazione «sono quelle previste dal decreto legislativo n. 70/2003 - rimozione selettiva o disabilitazione dell’accesso ai contenuti illeciti - e saranno improntate a gradualità e proporzionalità, tenendo conto della gravità della violazione e della localizzazione del server».

 L’intervento dell’Agcom «si fonda comunque sul convincimento che la lotta all’illegalità non possa limitarsi all’opera di contrasto, ma debba essere accompagnata da una serie di azioni positive di importanza cruciale: la promozione dell’offerta legale, l’informazione e l’educazione dei consumatori, essenziali per creare una «cultura della legalità» nella fruizione dei contenuti». In quest’ottica l’Autorità ritiene che «il fenomeno della pirateria possa ridursi anche grazie a strumenti che favoriscano l’accesso legale alle opere digitali». 

Tre arresti per gli attacchi informatici ai siti di polizia e Tribunale di Milano

La Stampa

Stretta sui cracker di “LndTm 2013” raffica di sequestri in tutta Italia


Cattura
La Polizia Postale e delle Comunicazioni ha eseguito 3 arresti e denunciato una persona per i reati di accesso abusivo a sistemi informatici e di danneggiamento di informazioni, dati e programmi informatici.Le indagini del personale del CNAIPC (Centro Nazionale Anticrimine Informatico per la Protezione delle Infrastrutture Critiche) hanno permesso di identificare i membri di un gruppo di “cracker” nota come “LndTm 2013”, resosi responsabile lo scorso febbraio di diversi attacchi in danno dei sistemi informatici di siti istituzionali e aziendali, tra i quali quelli del tribunale di Milano e della Polizia Penitenziaria. 

Durante l’operazione, svolta in diverse città italiane, sono stati sequestrati numerosi personal computer e altri dispositivi utilizzati per commettere gli attacchi. Determinante, in tale contesto, è stato il ruolo del personale del CNAIPIC del Servizio Polizia Postale e delle Comunicazioni impegnato per mesi in indagini di polizia giudiziaria e in attività di open source intelligence (osint) attraverso cui si è risaliti all’identificazione dei soggetti che si celavano dietro il nickname del gruppo.

Un decalogo anti-afa dal ministero della Salute

La Stampa

Come mangiare, bere e vestirsi in questi giorni di caldo torrido
roma


Cattura
Cosa mangiare, come vestirsi, quando uscire, e altre precauzioni per combattere il caldo torrido in arrivo nelle città italiane. Il ministero della Salute ha diffuso un decalogo anti-afa, 10 semplici regole che servono a limitare l’esposizione alle alte temperature, facilitare il raffreddamento del corpo, evitare il rischio di disidratazione e proteggere la salute delle persone più fragili.

 
1.Uscire di casa nelle ore meno calde della giornata
Evitare di uscire all’aria aperta nelle ore più calde, cioè dalle ore 11.00 alle 18.00. Se si deve uscire è importante proteggere il capo con un cappello di colore chiaro e gli occhi con occhiali da sole; inoltre è opportuno proteggere le parti del corpo esposte al sole con creme solari ad alto fattore protettivo.

2.Indossare un abbigliamento adeguato e leggero
Sia in casa che all’aperto, è opportuno indossare abiti leggeri, non aderenti, preferibilmente di fibre naturali per assorbire meglio il sudore e permettere la traspirazione della cute.

3.Rinfrescare l’ambiente domestico e di lavoro
Utilizzare schermature, tapparelle e persiane chiuse, alle finestre esposte al sole. Chiudere le finestre durante il giorno e aprirle durante le ore più fresche della giornata (la sera e la notte), per consentire il ricambio dell’aria interna con aria esterna più fresca. Se si utilizza l’aria condizionata, ricordarsi che questo efficace strumento va utilizzato adottando alcune precauzioni per evitare conseguenze sulla salute e eccessivi consumi energetici. In particolare, si raccomanda di utilizzarli preferibilmente in presenza di elevate temperature ambientali, di mantenere la temperatura tra i 24°C - 26°C, evitando grandi sbalzi rispetto all’esterno; è importante coprirsi nel passaggio da un ambiente caldo ad uno più freddo; infine si raccomanda di evitare l’uso contemporaneo di elettrodomestici che producono calore e consumo di energia di e di non trascurare la manutenzione dell’impianto e la pulizia regolare dei filtri.

4. Ridurre la temperatura corporea
Fare bagni e docce con acqua tiepida o bagnarsi viso e braccia con acqua fresca; può essere utile anche porre un panno bagnato sulla nuca. 

5.Ridurre il livello di attività fisica
Nelle ore più calde della giornata evitare di praticare all’aperto attività fisica intensa o lavori pesanti 

6.Bere con regolarità ed alimentarsi in maniera corretta
Quando fa molto caldo si perdono liquidi e sali minerali con la sudorazione intensa, per questo motivo occorre bere almeno 2 litri di acqua al giorno (salvo diversa indicazione del medico curante). Gli anziani ed i bambini sono particolarmente a rischio di disidratazione. Evitare di bere alcolici e limitare l’assunzione di bevande gassate o troppo fredde. Mangiare preferibilmente cibi leggeri e con alto contenuto di acqua (insalata e frutta). Porre particolare attenzione alla conservazione degli alimenti ed evitare di lasciarli all’aperto per più di 2 ore.

7.Conservare correttamente i farmaci
ILeggere attentamente le modalità di conservazione riportate sulle confezioni dei farmaci e conservare tutti i farmaci nella loro confezione, lontano da fonti di calore e da irradiazione solare diretta. Conservare in frigorifero i farmaci per i quali è prevista una Temperatura di conservazione non superiore ai 25-30°C.

8.Adottare alcune precauzioni se si esce in macchina
Quando si deve entrare in un’auto parcheggiata al sole è necessario aprire i finestrini e gli sportelli prima di sedersi nella vettura, quindi iniziare il viaggio a finestrini aperti o utilizzare il sistema di climatizzazione. Prestare attenzione nel sistemare i bambini sui seggiolini di sicurezza, verificare che non siano surriscaldati. Quando si parcheggia la macchina non lasciare mai, nemmeno per pochi minuti, persone o animali nell’abitacolo. Attenzione! non si deve lasciare per nessun motivo un bambino solo in macchina: nei bambini è alto il rischio di morte per ipertermia (colpo di calore).

Quando si trasporta un bambino sul sedile posteriore dell’auto, è opportuno lasciare i propri oggetti personali (borsa, telefono, valigetta, ecc.) sul sedile posteriore, vicino al piccolo. Quest’abitudine può aiutare a non dimenticare, quando si esce dalla macchina, che si è trasportato un bambino con se; inoltre è bene porre gli oggetti personali del bambino (pannolini, borse e biberon) sul sedile anteriore, in modo che aiutino a ricordarsi della presenza del bambino in macchina. Se vedi un bambino solo in macchina chiama immediatamente il 112 o il 113. 

9.Adottare precauzioni particolari
Quando arriva il gran caldo, le persone anziane, con patologie croniche (cardiovascolari, respiratorie, neurologiche, diabete ecc) e le persone che assumono farmaci, devono osservare alcune precauzioni particolari: consultare il medico per un eventuale aggiustamento della terapia e della frequenza dei controlli clinici e di laboratorio (ad esempio per i diabetici è consigliabile aumentare la frequenza dei controlli glicemici); segnalare al medico qualsiasi malessere, anche lieve, che si manifesta durante la terapia farmacologica; non sospendere mai di propria iniziativa la terapia in corso.

10. Sorvegliare e prendersi cura delle persone più fragili
Nei periodi prolungati di caldo intenso, prestare attenzione a familiari o vicini di casa molto anziani, specialmente se vivono da soli e, ove possibile, aiutarli a svolgere alcune piccole faccende, come fare la spesa, ritirare i farmaci in farmacia, ecc.. Segnalare ai servizi socio-sanitari eventuali situazioni che necessitano di un intervento, come persone che vivono in situazioni di grave indigenza o di pericolo per la salute (come le persone che vivono per strada).

L'imprenditore «illuminato» che dà lavoro ai malati di tumore

Corrriere della sera

Conciliare cure oncologiche e produttività non è un'utopia

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«Per favore scriva che sono solo un imprenditore. Faccio il mio lavoro e bado al profitto, com'è naturale che sia. Racconto la mia storia per far capire che assumere e far lavorare i malati di cancro in azienda è possibile, con soddisfazione di tutti». Marco Bartoletti, 51 anni, fiorentino, è presidente e proprietario di un gruppo di otto aziende che fa capo alla BB Holding, società operante nel settore dell'alta moda dal 2000. In occasione dell'ottava Giornata nazionale del malato oncologico, indetta dalla Favo (la Federazione italiana delle associazioni di volontariato in oncologia), gli è stato consegnato il Cedro d'Oro, riconoscimento assegnato ogni anno a personalità che, in ambito istituzionale, politico, giornalistico o volontaristico, si sono distinte per sensibilità e per l'esempio e il contributo che hanno dato nella lotta contro il cancro. Bartoletti, come recita la motivazione del premio, è un «imprenditore illuminato, che ha trasformato l’utopia del lavoro per i malati di cancro in realtà».

Potrebbe essere naturale supporre che la sua sensibilità possa essere dovuta a vicende personali che l'abbiano reso particolarmente attento nei confronti di chi si trova a dover affrontare un tumore. E invece no. «Non ho malati oncologici in famiglia, per fortuna — ribatte Bartoletti —. Mia madre se la cava bene, ho due figli sani, nessun dramma che mi abbia "illuminato". La realtà è molto semplice: se nella società esistono le persone malate di cancro, come si può pensare che non esistano in un'azienda? E visto che esistono, perché discriminarle, quando basta organizzarsi per dare una mano a chi è in difficoltà?». Bartoletti, i malati, li tratta come tutti gli altri: li assume, se crede abbiano un curriculum adeguato al profilo che sta cercando; li promuove quando se lo meritano; non blocca e non incoraggia carriere senza buone ragioni; non li "invita" a prendersi pause, part-time o prepensionamenti non desiderati.

«E da questo comportamento traggo profitto — ribadisce —. Non è una soluzione antieconomica, non provoca danni all'attività. Anzi, una volta trovata la modalità d'impiego adeguata al singolo caso, ho dei vantaggi perché queste persone s'impegnano di più, fanno ogni giorno del loro meglio. E finiscono per essere dei lavoratori migliori rispetto a chi è sano ma svogliato». Non è difficile intuire quanto sia determinante il lavoro per chi si trova a combattere la battaglia contro il cancro. Nelle giornate stravolte dalla malattia e dalle cure, conservare il posto in un’azienda è un fondamentale sostegno economico e psicologico. È conservare la propria dignità. «Stando ai dati che abbiamo raccolto — sottolinea Elisabetta Iannelli, segretario generale Favo — tre malati su quattro vogliono continuare a lavorare ed essere parte attiva della società. E questo ora è spesso possibile già pochi mesi dopo la diagnosi».

In Italia 2 milioni e 250 mila persone vivono con una diagnosi di tumore, ogni anno circa 270 mila cittadini sono colpiti dal cancro e sono oltre 700 mila i malati in età lavorativa, tra i 18 e i 65 anni. «Oggi la metà circa dei malati riesce a guarire, con o senza conseguenze invalidanti. Dell'altro 50 per cento, una buona parte convive con una malattia cronica — dice Francesco De Lorenzo, presidente Favo, che prima di consegnare a Bartoletti il riconoscimento ha fatto una visita alla sua azienda, in Toscana —. Leggi, diritti e tutele lavorative per i malati di cancro e per chi li assiste esistono: bisogna conoscerli e farli applicare, senza incappare nelle lungaggini burocratiche». Se purtroppo, statistiche alla mano, appare in crescita il numero di pazienti e caregiver che si vedono licenziati o degradati, alla BB Holding di Calenzano, l’azienda di Bartoletti, si cercano soluzioni che possano soddisfare le necessità del lavoratore e dell'impresa.

La BB è un'azienda meccanica di precisione che produce accessori di alta qualità, realizzati nei materiali più vari (acciaio, alluminio, ottone, legno, plastica) per i più grandi marchi di moda italiani e stranieri. Tutto il ciclo produttivo è curato, dalla progettazione e realizzazione del prototipo, sino all’industrializzazione e alla realizzazione del prodotto finale su larga scala, secondo le specifiche del cliente. «Dobbiamo soddisfare in tempi brevi qualsiasi richiesta, mantenendo in ogni caso uno standard qualitativo elevato — spiega Bartoletti —. Risolvere problemi, qui, è all'ordine del giorno. E con i dipendenti adotto lo stesso principio. Un giovane padre operaio, dopo l'operazione per tumore non poteva tornare in officina, perché le sue condizioni fisiche non glielo permettevano. Era disperato al pensiero di restare a casa: per lo stipendio, per la sua dignità, per quell'idea di "malattia" che il rimanere senza lavoro avrebbe trasferito ai figli adolescenti. C'è voluto un po', non è stato semplice, ma alla fine gli abbiamo trovato un posto negli uffici che fosse compatibile con il suo diploma di terza media.

Ora abbiamo archivi cartacei molto più ordinati e funzionali, per tutti». Difficoltà superate, anche nel caso di quell’elettricista 47 enne che era rimasto disoccupato a causa del tumore, e che si è rivolto a Bartoletti seguendo il tam tam di voci che riferivano di quell’imprenditore che faceva lavorare anche i malati. Bartoletti gli ha dato un contratto fresco in mano, poi l’ha mandato a curarsi. «Qui facciamo prodotti hi tech di lusso, non saprei che farmene di un elettricista — ricorda di avergli spiegato l’imprenditore —. Ma, dopo quelle parole, ho visto la disperazione di quell’uomo e gli ho detto che ci avrei pensato. Così, mi è venuto in mente che un piccolo contratto di manutenzione per i tanti lavoretti che ci sono da fare tra i nostri capannoni e uffici potevo anche farglielo.

Ha accettato la mia proposta ed è entrato in ospedale più sereno». Ogni giorno una diagnosi di tumore cambia la vita a qualcuno, che si presenta spaventato al suo capo per esporre le proprie difficoltà, per gli orari, per i permessi che dovrà chiedere, per le mansioni che non sa se potrà più sostenere... Per Bartoletti è normale trovare il modo di aggirare gli ostacoli che la nuova condizione di malattia frapporrà tra quella persona e il suo lavoro. E la sua strategia pare abbia successo, visto che riesce a mantenere il proprio fatturato di 40 milioni di euro e i 250 dipendenti, sani o malati che siano.

25 luglio 2013 | 12:46

Ha ucciso tre persone a colpi di piccone: non andrà in carcere

Libero

Mada Kabobo è stato ritenuto dalla perizia psichiatrica "incapace di intendere e di volere". Potrebbe addirittura non finire sotto processo


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"Incapace di intendere e di volere". Per questo, Mada Kabobo non farà nemmeno un giorno di carcere. E' "Il Giorno" a riportare l'esito delle perizie psichiatriche condotte sull'immigrato clandestino che la mattina dello scorso 11 maggio colpì con un piccone cinque passanti, ferendone due e ammazzandone tre nel quartiere milanese di Niguarda. Non solo: se Kabobo fosse anche giudicato incapace di "stare in giudizio", non metterebbe nemmeno piede in un'aula di giustizia per rispondere delle accuse che lo inchiodano al suo massacro: triplice omicidio volontario e lesioni volontarie.

Era stato il gip, poche ore dopo la strage, ad accogliere la richiesta di perizia formulata dal pm Isidoro Palma, tenuto conto che, dalle dichiarazioni rese dall'assassino in sede di convalida dell'arresto, nonchè dalla documentazione medica trasmessa dalla casa circondariale di San Vittore (dove Kabobo è al momento detenuto nel reparto psichiatrico) erano emersi "inequivocabili segni di una situazione di infermità mentale". A questo punto, se il ghanese sarà reputato incapace di intendere e di volere solo al momento del fatto, finirebbe in un ospedale psichiatrico. Ma se fosse ritenuto incapace di stare in giudizio (pur finendo comunque in qualche istituto) non dovrebbe nemmeno affrontare il giudizio. "Sento le voci, sono cattive" aveva detto il killer agli inquirenti. Molto pazzo o molto furbo. 

 Chi lo andrà raccontare ai parenti di Daniele Carella,  alessandro Carolè ed Ermanno Masini?




Chi è Mada Kabobo

Il picconatore ghanese libero per decorrenza dei termini

Il picconatore ghanese libero per decorrenza dei termini


Ecco le ultime ore del mostro prima di uccidere a picconate due passanti 

Ecco le ultime ore del mostro prima di uccidere a picconate due passanti


Strage del picconatore, muore il ragazzo dei giornali

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C'è il terzo morto del picconatore   Kabobo: "Ho sentito delle voci"  Sarà chiesta la perizia psichiatrica

C'è il terzo morto del picconatore  Kabobo: "Ho sentito delle voci" Sarà chiesta la perizia psichiatrica

L’insofferenza verso bisogni e tempi degli altri

La Stampa


Caro Direttore, assieme a mia figlia sono andata a fare la spesa e nel cercare una cassa vedo che quella rapida è in chiusura. Chiedo se riaprirà e la cassiera, una giovane donna, dice che deve prendere una medicina. Le dico che non ci sono problemi. Che aspetto. Dietro di me si accoda un’altra cliente alla quale spiego che la cassiera deve assumere un farmaco e lei si mette in coda e aspetta .

Dopo aver preso la medicina, la cassiera riprende immediatamente il lavoro e riapre la cassa accendendo il display. Le chiedo «Ha mal di testa signora?», lei risponde «Ho il Parkinson». Due parole che mi arrivano allo stomaco, subito. Nel frattempo la coda si allunga e due uomini, prima uno e poi l’altro, vengono a chiedere, con malo modo, se la cassa è aperta o chiusa. 

Intervengo e spiego a voce alta che la signora non sta bene e deve prendere un farmaco e che adesso ha ripreso ma i modi sono arroganti e insistenti. Di quelli che «... a loro non la si fa». Alla signora vengono le lacrime agli occhi e a me e mia figlia pure. Anche la cliente dietro di me si commuove.
Una volta pagato ho segnalato l’episodio, la maleducazione della gente e il momento di difficoltà della commessa all’ufficio clienti.

Che gente siamo? Che significato hanno la tolleranza, la solidarietà o solo il rispetto per gli altri? Facciamo grandi discorsi e ci sentiamo così buoni e solidali quando compriamo il fiore per la raccolta fondi ma non sappiamo rispettare o solo accettare che qualcuno, vicino a noi, possa star male.

Emanuela Bovolenta e Maddalena
 

Questa lettera è perfetta nella sua incisività e chiarezza, l’abbiamo scelta perché credo sia importante ricordare ogni giorno che non esistono soltanto i nostri tempi e i nostri bisogni, ma anche quelli delle persone che ci troviamo di fronte. Grazie per avere avuto voglia di scriverlo. 

Mario Calabresi

Dal seggiolino salva-bimbi allo zaino mangia-smog: le invenzioni dei ragazzi

Il Mattino


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Dal seggiolino per auto "salva bimbi" allo zaino "mangia smog", selezionate le nove finaliste di "Inv-factor – anche tu genio!", la competizione per studenti inventori organizzata da Consiglio nazionale delle ricerche e Rappresentanza in Italia della Commissione europea. Si conferma la grande capacità creativa dei ragazzi. Il 26 settembre la premiazione.


Le invenzioni in gara. Sono partiti da un fatto di cronaca che talvolta diventa tragedia, quello dei bambini dimenticati in auto, gli studenti dell’Isis Enrico Fermi di Bibbiena autori di "Ricordati di me. Seggiolino auto salva bimbi", una delle nove invenzioni finaliste del concorso "Inv-factor – anche tu genio!" organizzato dall’Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali del Consiglio nazionale delle ricerche (Irpps-Cnr) con la Rappresentanza in Italia della Commissione europea.

Le tecnologie sono state selezionate da una giuria di esperti tra le 42 arrivate da istituti superiori di tutta Italia e le vincitrici saranno decretate il 26 settembre a Roma presso lo Spazio Europa. Il seggiolino può funzionare in autonomia oppure integrato all’impianto dell’auto. Per l’attivazione sono necessarie tre condizioni: bambino seduto nel seggiolino, motore spento, portiera del guidatore aperta. Appena il guidatore si alza, un dispositivo elettronico attiva una sequenza: lampeggiano le quattro frecce, si aprono i finestrini, si attiva una sirena e il combinatore invia una serie di messaggi a un telefono.

“Rimanendo nel campo dell’elettronica, "Automazione di una casa" è un modello domotico dell’Itis Vallauri di Velletri - spiega Rossella Palomba ricercatrice dell’Irpps-Cnr e coordinatrice di Inv Factor - che con un radiocomando costruito dai ragazzi automatizza antifurto con combinatore telefonico, irrigazione, impianto di illuminazione e caminetto luminoso. "Inductive desk" è invece un prototipo di scrivania hi-tech in grado di alimentare o ricaricare per induzione elettromagnetica il cellulare o l’i pad che vi sia appoggiato: la novità è dell’Istituto Fermi di Roma, che nella scorsa edizione ha meritato il terzo posto con "Street robot"".

I futuristici occhiali "Stark N1" dell’Iti Angioy di Catania possono sostituire smartphone e tablet grazie alle batterie agli ioni di litio e ai display oled trasparenti da utilizzare come lenti. Gli occhiali, con software Linux, consentono di vedere e incamerare dati osservati, riconoscere persone già incontrate, registrare la dinamica di un incidente quando si viaggia in macchina o in moto, telefonare con comando vocale.

Nell’elenco delle innovazioni ci sono poi l’Arpa a corde laser dell’Archimede di Sassari, lo "Smile sun" dell’Iis "Marconi" per illuminare piccole porzioni di spazio senza allaccio alla rete elettrica e la "Barella F16" dell’Itis "Leonardo da Vinci" di Parma, che riesce ad agevolare il trasferimento del paziente su un’altra barella dotata dello stesso meccanismo.

“A combattere l’inquinamento, ci hanno pensato le studentesse - conclude Rossella Palomba -. L’Iiss "Quinto Ennio" di Gallipoli ha messo a punto lo "zaino mangia smog" dotato di una superficie di nano particelle di To2 che cattura gli inquinanti e li trasforma con fotocatalisi in sostanze meno nocive. I nuovi materiali per l’edilizia, creati con scarti delle cave, leggeri, resistenti e a basso impatto ambientale, sono stati oggetto di indagine delle studentesse del "Marconi–Galletti" di Domodossola”.

La premiazione. Le tecnologie vincitrici saranno esposte a "Light: accendi la luce sulla scienza", manifestazione organizzata dall’Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali del Cnr in collaborazione con la Rappresentanza della Commissione, nell’ambito della ‘Notte europea dei ricercatori’, che si terrà al Planetario di Roma il 27 settembre.

“La sempre più vasta partecipazione e la straordinaria qualità dei lavori dei giovani ricercatori ci rassicurano sul futuro della ricerca in Italia e in Europa”, dichiara il direttore della Rappresentanza in Italia della Commissione europea, Lucio Battistotti.

mercoledì 17 luglio 2013 - 16:01   Ultimo aggiornamento: lunedì 22 luglio 2013 11:31

Chromecast: Google ci riprova con la tv

La Stampa

Dopo passati tentativi mal riusciti, sfida Apple Tv con una chiavetta che trasforma il televisore in «smart tv»

torino


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Cresce la battaglia di Google contro Apple e Amazon: insieme alla sfida all’iPad Mini e al Kindle Fire HD con la nuova versione del tablet Nexus 7 , dotato di sistema operativo Android aggiornato, durante un evento a San Francisco il colosso di Mountain View ha anche annunciato un concorrente a basso costo per Apple Tv: Chromecast.

Si tratta di dispositivo «dongle», ossia una chiavetta da inserire nella porta Hdmi del televisore per trasformarlo in una «smart tv» e fruire dello streaming multimediale da smartphone, tablet e computer. Già pronto per il mercato degli Stati Uniti, sarà venduto al prezzo di 35 dollari, ma ancora non si parla di lanci internazionali.
Chromecast rappresenta l’ultimo tentativo di Google di conquistare il settore televisivo, riassume il sito di Bbc , dopo una partnership con Sony, di scarso successo, che faceva seguito a una prima falsa partenza nel 2010, quando il servizio Google Tv è stato bloccato da diverse reti televisive e penalizzato dalla necessità di acquistare costoso hardware aggiuntivo.

Con la nuova periferica, Google sfrutta l’offerta di video da servizi come YouTube e Netflix e il wireless domestico per dialogare con apparecchi e sistemi operativi diversi, siano Android o iOS.
A differenza di altri dispositivi simili, come Apple Tv, il flusso di dati arriva direttamente dal «cloud», permettendo uno streaming di alta qualità e un impatto minore sulla durata della batteria.

(Agb)

Finanziamento ai partiti: una commedia

La Stampa
luca ricolfi

Da tanti anni seguo la politica, ma mai mi era capitato di assistere a una commedia come quella che, sotto i nostri occhi distratti, si sta svolgendo in questi ultimi giorni di luglio. Breve riassunto della commedia.


La posta in gioco, innanzitutto. C’è un disegno di legge governativo che non abolisce affatto il finanziamento pubblico dei partiti, ma si limita a ridurne progressivamente l’entità (mantenendolo in piedi fino al 2017) e ad affiancarlo già a partire dal 2015 sia con un nuovo meccanismo, il cosiddetto 2 per mille (il contribuente può decidere di destinare a un partito una parte delle tasse che paga), sia con una serie di agevolazioni (detrazioni sulle donazioni) e benefici «in natura» (spazi in tv, locali, etc.). Difficile prevedere, finché non saranno noti tutti i dettagli, se il nuovo meccanismo porterà ai partiti più o meno risorse di oggi (probabilmente qualcosa di meno), ma tutto si può dire tranne che la legge preveda l’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti, visto che questi ultimi continueranno ad assorbire considerevoli risorse pubbliche, anche se in forme diverse che in passato.

Ed ecco le parti in commedia. Il governo, abbastanza spudoratamente, finge che il suo disegno di legge abolisca il finanziamento pubblico dei partiti (il primo articolo del disegno di legge recita proprio così: «E’ abolito il finanziamento pubblico dei partiti»). Nonostante il disegno di legge sia molto «comprensivo» verso le esigenze di cassa dei partiti, questi ultimi non ci stanno e si mettono di traverso, inondando il Parlamento di emendamenti per lo più rivolti a meglio tutelare le esigenze di sopravvivenza dei partiti stessi, e che per ora hanno già ottenuto l’effetto di far saltare il percorso parlamentare previsto (notizia di queste ore). Ma anche i partiti, e in particolar modo i rispettivi tesorieri, recitano la loro parte in commedia: secondo loro gli emendamenti non servirebbero a difendere i privilegi dei partiti, bensì a salvare la democrazia (nientemeno!).

Ed ecco il colpo di scena: il disegno di legge governativo, che fino a ieri pareva fin troppo generoso con i partiti, diventa improvvisamente un baluardo anti-partitocratico, e il presidente del Consiglio Enrico Letta, con i suoi appelli (pardon: tweet) a non ritardare l’approvazione del disegno di legge, può ergersi come una sorta di Quintino Sella, austero e rigoroso difensore della cosa pubblica. Non è tutto, però. Nel marasma si inseriscono le parti in commedia minori. C’è chi, non pago che i partiti abbiano ancora almeno quattro anni di introiti generosi e garantiti, ha il coraggio di proporre la cassa integrazione per i dipendenti dei partiti, in un Paese in cui i lavoratori che non possono ricorrervi sono milioni e milioni. C’è chi, dentro Pd e Pdl, sembra essere davvero per l’abolizione (anziché per la riduzione) del finanziamento pubblico dei partiti, ma non osa fare una battaglia vera, a viso aperto e a muso duro, contro l’apparato del suo partito. E c’è chi, come il neo-segretario della Lega Maroni, rinuncia al finanziamento pubblico, ma non ora, se ne riparlerà nel 2014.

Insomma, nessuno fa quello che dice, e nessuno dice quello che fa. Con una sola eccezione, a quel che vedo: gli estremisti, anzi gli «opposti estremismi» dei talebani della partitocrazia e dei suoi nemici irriducibili. Solo loro non parlano con lingua biforcuta. Talebani della partitocrazia sono innanzitutto i tesorieri dei partiti, che hanno le idee chiarissime e difendono a spada tratta, senza imbarazzo e senza vergogna, sia il principio del finanziamento pubblico, sia l’idea che non debba essere solo simbolico. Nemici irriducibili della partitocrazia sono il movimento Cinque Stelle e i Radicali, che il finanziamento pubblico hanno dimostrato di volerlo abolire sul serio, non solo a parole. Il movimento Cinque Stelle ha già restituito 42 milioni di rimborsi elettorali, i radicali hanno già promosso due referendum (l’ultimo vinto nel 1993, ma aggirato dai partiti con il trucco dei «rimborsi»), e quanto al terzo stanno raccogliendo le firme.

Il lettore che mi ha seguito fin qui potrebbe pensare che io sia contrario al finanziamento pubblico dei partiti e sia per la sua piena e totale abolizione. In realtà, per quel poco che può interessare quel che penso io, la mia posizione è un po’ diversa, e si potrebbe riassumere in tre punti. Primo. Quello cui sono fermamente contrario non è il finanziamento pubblico, ma è lo stravolgimento della lingua italiana. Ho il massimo rispetto per tutte le posizioni, ma preferirei che venissero presentate per quello che sono, anziché essere mascherate dietro formule verbali volte a occultarne la sostanza. Il disegno di legge del governo è difendibilissimo, salvo il primo articolo, che io riformulerei così: anziché «E’ abolito il finanziamento pubblico dei partiti», scriverei «E’ mantenuto il finanziamento pubblico dei partiti, ma ne vengono modificati importi e meccanismi di erogazione».

Secondo. Mi piacerebbe che chi appartiene a Pd e Pdl (i due partiti da cui dipende la sorte del governo) e dice di essere contrario al finanziamento pubblico, facesse una battaglia vera entro il suo partito, e dicesse in modo chiaro che non condivide il disegno di legge governativo. Mi incuriosisce, in particolare, la posizione di Matteo Renzi e dei suoi: avevo capito che fossero per una vera abolizione del finanziamento pubblico (un punto importante di dissenso con Bersani), ora pare invece che non siano contrari al disegno di legge governativo, e che si accontenterebbero di alcuni ritocchi, previsti in appositi emendamenti. Che cosa dobbiamo pensare? Renzi ha cambiato idea? O anche lui, semplicemente, non vuole disturbare il manovratore?

Infine, ultimo punto. Io sarei favorevole a un (modesto) finanziamento pubblico ai partiti. Ma non a questi partiti, e non in spregio a un referendum. Perciò avrei fatto l’esatto contrario del governo Letta. Anziché mantenere il finanziamento per qualche anno, promettendo una sua più o meno nebulosa rimodulazione futura, avrei invertito i tempi: azzeramento subito, ed eventuale reintroduzione se e quando avremo dei partiti decenti, e i cittadini avranno avuto modo di cambiare il loro giudizio su di essi, magari certificandolo con un nuovo referendum. Perché è vero che il finanziamento pubblico esiste in (quasi) tutta Europa, ma è anche vero che in nessun Paese europeo che si rispetti i partiti sono corrotti e clientelari come qui. Va bene essere europei, ma non va bene esserlo solo a metà.

Maiale con la stella di Davide, ira su Roger Waters

La Stampa

L'ex Pink Floyd accusato di antisemitismo


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Una stella di Davide rossa sul fianco del maiale volante di The Wall, l'opera rock dei Pink Floyd che Roger Waters sta portando in giro per il mondo, ed è bufera in Israele. A tal punto che il quotidiano Yediot Ahronot, uno dei più diffusi nel paese, si interroga se l'ex Pink Floyd sia solo profondamente critico della politica israeliana verso i palestinesi o se sia scivolato verso l'antisemitismo dopo che sabato, in un concerto al festival di Werchter, in Belgio, aveva esposto di fronte a 35mila spettatori un pallone nero con le sembianze di un maiale, sul quale spiccava una stella di Davide rossa. La sua sovraimpressione su un suino (quella che la Bibbia definisce "una bestia ripugnante ed impura") è particolarmente dolorosa per chi sia di estrazione culturale ebraica.

I "maiali volanti" cosparsi di scritte politiche sono una costante nei concerti di Waters, fin dall'epoca dei Pink Floyd. Ma ad attirare l'attenzione su questo particolare suino "modello 2013" è stato un israeliano residente in Belgio, Allon, che assisteva al concerto tenuto nel contesto del tour mondiale di "The Wall", che vuole essere un manifesto pacifista, contro tutte le dittature e contro le guerre


«Mi ero molto divertito fino al momento in cui ho visto la stella di Davide sul maiale elevato in aria» ha detto Allon al giornale. «L'unico simbolo religioso che vi compariva era quello ebraico. Oltre ai suoi consueti messaggi contro la guerra, questa volta Waters - secondo il giovane israeliano - ha manifestato anche un messaggio antisemita». La stampa belga, dando ampia copertura al concerto di Werchter, non parla del caso del maiale volante. Solo La Libre Belgique, cattolico e moderato, scrive che «con un'orgia di simboli, in un mix non sempre felice (Gesù, il comunismo, il sionismo e i negozi discount(!) criticati e messi sullo stesso piano), Waters ci dà una lezione politica.

Il servizio del giornale israeliano è accompagnato da una fotografia del suino volante. Accanto alla stella di Davide compaiono: il logo della compagnia petrolifera Shell; due martelli incrociati; e due scritte: "Tutto sarà Ok se continuerete a consumare", e "Cosa c'è che non va nella gente ?" Da tempo Waters si adopera per un boicottaggio culturale contro Israele per costringerlo a «mettere fine alla occupazione illegale delle terre palestinesi» e ad annullare il programma di insediamento nei Territori. Mesi fa Waters, ossessionato dalla guerre dopo avere perso da bambino il padre nello sbarco ad Anzio, ha anche cercato, invano, di dissuadere la cantante Alicia Keys dall'esibirsi in Israele argomentando che esiste un unico filo conduttore fra la lotta nel secolo scorso contro la segregazione dei Neri negli Stati Uniti, contro l'apartheid in Sudafrica e quella odierna contro «la occupazione delle terre palestinesi».

Ma, almeno agli occhi di Yediot Ahronot, la stella di Davide sul maiale volante esula con tutto ciò e ha uno sgradevole odore di antisemitismo. Ancora non è noto, in Israele, se queste critiche siano giunte nel frattempo a Waters  e se siano state commentate.

I vizi della merce facilmente riscontrabili escludono il diritto al risarcimento

La Stampa

I clienti si lamentano della scarsa qualità della merce, ma i vizi erano riscontrabili attraverso una semplice ispezione delle confezioni: la società committente non ha diritto ad alcun risarcimento. Ad affermarlo è la Cassazione con la sentenza 7765/13. 

Il caso


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Una società, con una serie di contratti, aveva appaltato ad un’altra ditta la roccatura di diversi quantitativi di rayon viscosa. In relazione a tale merce, però, aveva ricevuto lamentele e restituzioni da parte dei propri clienti, i quali accusavano la continua rottura del filo causato da una eccessiva presenza di oli. Per queste ragioni, la società committente chiedeva la risoluzione dei contratti e la restituzione dei corrispettivi pagati ovvero la riduzione, oltre al risarcimento danni.

L’eccessiva quantità di olio è la causa dei difetti della merce. In primo grado i giudici avevano accolto almeno la domanda di risarcimento danni. I giudici di appello, invece, respingevano tutte le richieste avanzate dall’attrice, affermando che essa era decaduta dalla garanzia, visto che aveva denunciato i vizi con una lettera inviata oltre il termine di 60 giorni dalla consegna della merce, tenuto anche conto – come accertato dal CTU – che i vizi riscontrati «non erano occulti, ma facilmente riscontrabili tramite l’ispezione o il controllo delle confezioni».

La committente presenta quindi ricorso per cassazione. Ma, anche in questa sede, le doglianze non vengono accolte. Infatti, se da un lato è vero che i vizi rilevati consistevano nel fatto che il filato, nel momento in cui veniva utilizzato, era soggetto a rottura, è altrettanto vero – chiarisce la Corte - che tale rottura era dovuta proprio all’eccessiva quantità di olio. Insomma, come accertato dai consulenti tecnici, i vizi della merce erano «facilmente individuabili tramite ispezione delle confezioni», in quanto i difetti «sono risultati evidenti dall’esame visivo dell’aspetto delle stesse confezioni e quindi non è vero che solo al momento dell’uso, o attraverso analisi chimiche, essi potevano essere rilevati».

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

La tredicenne violentata da Polanski si racconta. E mostra il suo volto

Corriere della sera

«Ho scritto la mia storia non con rabbia ma con l'obiettivo di ricercare me stessa»

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NEW YORK - Violentata nel 1977 da Roman Polanski a casa di Jack Nicholson, a Los Angeles, quando aveva appena 13 anni, Samantha Geimer rompe un silenzio durato 35 anni e pubblica un libro di memorie su quello stupro. Il racconto, The Girl: A life in the Shadow of Roman Polanski" (Una vita nell'ombra del celebre regista) uscirà tra due mesi ma già appare a molti una spregiudicata operazione commerciale. Samantha, però, la presenta come un viaggio alla ricerca della sua identità: «Sono più di una Sex Victim Girl : ho scritto la mia storia non con rabbia ma con l'obiettivo di ricercare me stessa».

La cosa forse più impressionante è che in questa operazione l'ormai 48enne vittima di Polanski ha scelto di mettere in copertina una foto scattata dallo stesso regista di Chinatown e Rosemary's Baby il 20 febbraio del '77, pochi giorni prima dello stupro. Che avvenne nella villa di Mulholland Drive dove era stata organizzata un'altra sessione fotografica per Samantha e altre modelle.

Condannato per quella violenza carnale e per aver somministrato alcol e droghe alla sua vittima, Polanski fuggì dagli Stati Uniti, dove non è più tornato. Inseguito da un mandato di cattura internazionale dell'Interpol valido in 188 Paesi, oggi il 79enne Polanski vive tra Francia e Svizzera. Il governo di Berna lo arrestò tre anni fa, ma poi decise di non consegnarlo alla giustizia americana.

Un caso scabroso, una violenza sicuramente imperdonabile, ma anche una vicenda dagli sviluppi tortuosi nel succedersi dei tentativi di Polanski di venire fuori. Lo stupro è stato anche materia di una causa civile nella quale il regista ha accettato di pagare alla sua vittima un indennizzo di mezzo milione di dollari (forse non tutti incassati da Samantha). L'avvocato della ragazza, Lawrence Silver, poi, ha combattuto una dura battaglia con Polanski per ottenere la restituzione di tutte le foto da lui fatte alla ragazza e dei relativi negativi: quelle foto che adesso sono finite nel libro, nella cui realizzazione è coinvolto lo stesso Silver.

Un'operazione commerciale di cui Polanski non avrà probabilmente da lamentarsi, visto che c'è qualcosa anche per lui: nel libro Samantha lo perdona e chiede, per lui, il non luogo a procedere.


25 luglio 2013 | 9:13

I grillini difendono la casta: "No al taglio della pensione"

Gianpaolo Iacobini - Gio, 25/07/2013 - 08:56

In Friuli Venezia Giulia niente battaglie contro i privilegi il casoLa Serracchiani vuol dimezzare il vitalizio dei consiglieri regionali e il M5S si oppone

I grillini cedono al fascino della casta. E in Friuli si oppongono all'abolizione del vitalizio, «un istituto previdenziale che equipara i politici ai normali lavoratori».


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La lotta ai privilegi? Giusta e sacrosanta, quando i privilegi sono quelli degli altri. Gli eletti del Movimento 5 Stelle, una volta messo piede nei santuari della politica, hanno imparato in fretta la lezione. Almeno in Friuli Venezia Giulia, dove i pentastellati si sono schierati a difesa del vitalizio dei consiglieri regionali. Risultato? Il centrosinistra, che la soppressione dell'istituto l'aveva sbandierata in campagna elettorale, s'è spaccato. E la presidente della Regione, Debora Serracchiani, ne è uscita con l'immagine a pezzi, anche se per il momento l'intesa tiene.

Tutto è accaduto in seno alla Prima Commissione, quella che si occupa di finanze e bilancio, chiamata a esprimersi sulla proposta di legge recante disposizioni «in materia di trattamento economico dei consiglieri e degli assessori regionali». Al suo interno, l'articolo 33 recita secco: «Abolizione dell'istituto dell'assegno vitalizio». In Friuli, fino alla passata legislatura, ciascun consigliere regionale versava all'ente di previdenza il 19% dei propri compensi, ovvero 1.750 euro al mese. La Regione metteva il resto.

E già a 60 anni si aveva diritto a riscuotere una cedola mensile di 2.048 euro (lordi). In seguito la soglia d'età per iniziare a godere del vitalizio è stata innalzata a 66 anni e sono stati modificati i criteri di contribuzione: adesso si versa l'8,80% dell'indennità (905 euro sui 10.291,93 lordi), con la Regione che corrisponde 2.490 euro, il 24,20%, sulla scorta dei parametri Inps. E l'assegno mensile, quando matura, non supera gli 850 euro mensili lordi. Il fatto è che del vitalizio possono godere tutti, anche i consiglieri rimasti in carica per un solo mandato.

Un'anomalia rispetto alla quale, neppure un mese fa, sul blog del capo supremo Beppe Grillo i Cinquestelle friulani annunciavano d'aver presentato, nell'ambito di «un pacchetto di azioni per tagliare i costi della politica», la «rinuncia al vitalizio». In Commissione, però, la musica è cambiata. E la capogruppo grillina Elena Bianchi ha innestato la retromarcia. «Il vitalizio, così come vige attualmente - ha spiegato ai cronisti incuriositi dal ripensamento - è equiparato a quello dei normali lavoratori. Nulla di strano. La Serracchiani punta a tagliare i costi del 50%, mantenendo alti gli stipendi. Noi preferiamo conservare un istituto previdenziale piuttosto che ricevere 3.500 euro al mese di spese di rappresentanza».

Un consigliere del Pd e uno di Sel le hanno dato fiducia, disattendendo la linea di partito. Alla fine, a fatica, la Commissione ha dato il via libera al progetto di legge, ma il presidente Renzo Liva, nello scarno verbale ufficiale, non ha potuto fare a meno di segnalare, sconsolato, che «nel corso dell'articolata discussione è emersa l'esigenza di approfondire alcuni aspetti sulle conseguenze derivanti dall'abolizione del vitalizio».

La casta? C'è ancora. Adesso è a cinque stelle.

I misteri di Mussolini ormai rassegnato alla fine del fascismo

Francesco Perfetti - Gio, 25/07/2013 - 07:15

Sono ancora molti gli aspetti oscuri dei giorni che portarono alla caduta del regime. A partire dalle decisioni del Duce...

L a sala nella quale, poco dopo le 17 del 24 luglio 1943, ebbe inizio l'ultima riunione del Gran Consiglio del Fascismo dal 1939 non veniva più usata se non come stanza dove si sostava prima di essere ricevuti da Benito Mussolini nella sala del Mappamondo.


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Quel pomeriggio, predisposta per una riunione destinata a passare alla storia, essa non aveva acquistato nulla in solennità: era male arredata con un tavolo in legno compensato a ferro di cavallo e sedie di brutta fattura di stile cinquecentesco. Al centro il tavolo del Duce, più alto e coperto, davanti, da un drappo di velluto grigio azzurro. I membri presenti erano ventotto e si accomodarono quattordici per lato. Ha raccontato uno di essi, Alberto De Stefani in un memoriale scritto a caldo e ora ritrovato e pubblicato con il titolo Gran Consiglio, ultima seduta (Le Lettere, Firenze) che nel fatidico pomeriggio del 24 luglio, entrando in quel luogo «da quattro anni senza voce», si percepiva in tutti «un'angoscia opprimente e negli occhi di taluno la trepidazione dell'imprevedibile». C'erano, insomma, agitazione e preoccupazione: «Ci sentivamo sperduti, eppure dominati da una necessità imperiosa, più forte di noi, che non si sapeva da dove venisse».

La convocazione del Gran Consiglio era giunta a sorpresa, perché non si credeva che Mussolini avrebbe acceduto alla richiesta. Qualche mese prima, un senatore, Ettore Rotigliano, aveva promosso una raccolta di firme per ottenere che venisse convocata una «seduta segreta» del Senato nella quale il Capo del Governo avrebbe dovuto riferire sulla situazione militare e politica, ma l'iniziativa non aveva avuto seguito, bloccata proprio da Mussolini. Adesso, invece, il Duce aveva accettato che venisse riunito il supremo organo del regime. Perché? È il primo dei tanti misteri che circondano lo svilupparsi della vicenda che avrebbe messo la pietra tombale sul regime. Mussolini era al corrente dei maneggi di Grandi, allora presidente della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, e, probabilmente, anche delle manovre che, a diversi livelli, coinvolgevano la Corona, settori delle forze armate e ambienti dell'antifascismo e che trovavano alimento nella disastrosa situazione militare degli ultimi mesi.

A ridosso della riunione, il 22 luglio, anzi, egli aveva persino visto in anteprima, una bozza, presentatagli dallo stesso Grandi, dell'ordine del giorno che questi avrebbe voluto mettere in votazione. Non è da escludere che Mussolini fosse convinto di poter mettere i gerarchi dissidenti con le spalle al muro coinvolgendoli nelle responsabilità della guerra e che, dopo tutto, ritenesse utile restituire al Re il supremo comando militare per scaricare su di lui il peso dei disastri militari. In realtà, però, l'ordine del giorno Grandi era assai più dirompente proprio per il fatto di essere dibattuto in un organo che, pur non essendo il Parlamento, ne era diventato di fatto un surrogato: finiva per essere una mozione di sfiducia nei confronti del Capo del Governo.

Mussolini non se ne rese conto e non se ne resero conto neppure, con molta probabilità, molti di coloro che lo avevano sottoscritto. Esso offriva a Vittorio Emanuele III quel «pretesto costituzionale» che egli, con la sua pedanteria legalitaria, andava cercando da tempo. Il Re era ormai convinto della necessità di liquidare Mussolini. Questa idea era maturata dopo lo storico incontro di Feltre tra Mussolini e Hitler il 19 luglio 1943, ma era in gestazione da tempo, alimentata dai suggerimenti e dagli incontri con uomini politici della vecchia politica prefascista, da Vittorio Emanuele Orlando a Marcello Soleri fino a Ivanoe Bonomi, dalle pressioni di alcuni ambienti militari e dalle vellutate allusioni e dagli intrighi del ministro della Real Casa, il duca Pietro d'Acquarone. Proprio alla vigilia dell'ingresso dell'Italia in guerra, nel 1940, Vittorio Emanuele III aveva cercato, invano, grazie ai buoni uffici dello stesso d'Acquarone, di convincere Galeazzo Ciano a favorire il trapasso dei poteri attraverso una «soluzione morbida», che allora egli riteneva fosse accettabile anche dallo stesso Mussolini, fondata su una convocazione del Gran Consiglio che mettesse in minoranza il Duce.

Il comportamento del Re nei confronti di Grandi, alla vigilia del 25 luglio, fu cauto ma coerente. Negli incontri che ebbe con lui insistette sempre sulla necessità del «pretesto costituzionale» per poter intervenire e lo esortò ad «aver fiducia» nel suo sovrano. Grandi ne ricavò l'impressione di aver ottenuto «mano libera» per portare avanti il suo progetto che prevedeva non solo il ritorno allo Statuto e la fine della dittatura, ma anche la formazione di un governo presieduto da Caviglia con elementi tecnici e l'uscita immediata dell'Italia dal conflitto e l'apertura delle ostilità contro la Germania. La seduta del Gran Consiglio durò a lungo - dalle 17 alle 2,30 circa del mattino successivo con una breve interruzione verso la mezzanotte ed ebbe momenti di tensione testimoniati dai ricordi dei protagonisti.

Un verbale ne fu steso, il giorno dopo, presenti molti di coloro che approvarono l'o.d.g. Grandi, a casa di Federzoni ed è riportato in appendice al volume dello stesso Federzoni, Memorie di un condannato a morte (Le Lettere), scritto nel periodo della clandestinità dell'autore. Mussolini apparve, di volta in volta, battagliero o rassegnato. Avrebbe potuto contestare la «legittimità» della delibera del Gran Consiglio in questa materia, ma non lo fece. Si limitò a dire, al termine, che quella riunione aveva segnato la fine del regime. Perché? Un mistero, forse spiegabile con la convinzione che il Re lo avrebbe appoggiato o che si sarebbe limitato ad accettare il comando supremo delle forze armate lasciandolo al suo posto. Le cose non andarono così. Il Re lo fece arrestare. E fu, davvero, la fine del fascismo.

Priebke, quando il vincitore è fuori tempo massimo

Mario Cervi - Gio, 25/07/2013 - 09:11

In questa Italia, che scorda il suo passato, l’implacabile accusa all’ex SS ha il sapore della vendetta. Lui è ormai un relitto umano da consegnare alla fornace della Storia

Lunedì 29 luglio Erich Priebke compirà cent'anni, e questa ricorrenza susciterà sicuramente rievocazioni e commenti. I più, immagino dedicati al ruolo che l'ex capitano delle SS ebbe nell'orribile mattanza delle Fosse Ardeatine.


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Priebke è tuttora agli arresti domiciliari, se gli viene concessa qualche libertà - come quella d'andare al supermercato a far la spesa - subito si levano proteste. Il boia che fu agli ordini di Kappler - ma gli altri subordinati di Kappler vennero tutti assolti dal Tribunale militare di Roma nel 1948 per avere eseguito ordini superiori - non merita indulgenza. Per il suo remoto crimine non è consentita quella cancellazione di cui si sono giovati tanti assassini degli anni di piombo. Sì, la sorte di Priebke deve essere un monito contro le atrocità della guerra scatenata nel nome dell'aggressione e del razzismo. Anche se unico ormai - per motivi anagrafici - questo vegliardo impersona per molti tutto il male estremo che Hitler inflisse all'Europa, e che vide l'Italia associata a lungo e alacremente all'invasato di Berlino.

La vicenda che - dopo un intervallo di mezzo secolo - ha portato Priebke a un ergastolo italiano fortemente voluto e bene o male ottenuto, non riguarda unicamente il relitto umano che si avvicina quietamente alla morte. La sua persona è poca cosa, anzi è niente se la si raffronta ai milioni di caduti che insanguinarono il suolo del nostro continente. Sì, come fosco campione d'una stagione atroce il vegliardo Erich può essere consegnato senza troppi indugi alla fornace della storia. Eppure in questo suo essere un solitario esemplare della malvagità umana è facile ravvisare un'ombra d'ingiustizia, la stessa che accompagnò il processo di Norimberga: dove il feroce Wiscinski, fedele e servile esecutore degli ordini di Stalin e organizzatore di processi farsa contro chi a Stalin era ritenuto ostile, vigilava affinché giustizia fosse fatta. E giustizia fu fatta, i gerarchi e capi militari nazisti che finirono sulla forca o si tolsero la vita ricevettero tutti - tranne forse il generale Jodl - una pena adeguata ai loro misfatti.

Priebke, fortunosamente riportato in Italia dopo che durante decenni era vissuto tranquillamente in Argentina, è anche lui, nel suo piccolo, un esempio di giustizia dei vincitori. Ai quali si è aggregata l'Italia che da complice del nazismo s'è trasformata in campionessa d'un antifascismo puro e duro. Nel nome del quale vuole fortissimamente che siano sanzionati i crimini di guerra - tranne i suoi - e ha fortissimamente voluto che a Priebke fosse inflitto il carcere perpetuo. In questi ultimi giorni alcuni lettori hanno riproposto i quesiti derivanti dall'attentato di via Rasella e dalla successiva rappresaglia tedesca: per lo più deplorando l'inutilità militare - con conseguenze tremende - di quell'azione. Non m'interessa di tornare sull'argomento. Considero queste polemiche, con i tempi grami che per ben altri motivi corrono, fuori tempo e fuori luogo.

Ormai fuori tempo e fuori luogo è anche Erich Priebke, ed evito di discettare sulla sua vicenda e sul metro con cui giudicarla: perché l'attende un giudizio ben più alto e ben più definitivo. Rilevo tuttavia che tra i vincitori non mancò qualche tipo piuttosto sbrigativo nel trattare i nemici prigionieri. E aggiungo che in questa Italia e in questo mondo da «scurdammoce 'o passato» l'implacabilità dell'accusa all'ex capitano delle SS ha un acre sapore di vendetta individuale per realizzare una vendetta collettiva. Priebke come titolare della malvagità umana. Né i precedenti di Priebke né l'opinione pubblica dell'Italia d'oggi legittimerebbero espressioni d'augurio per questo suo importante compleanno. Il capitano è al capolinea. Rispettiamo però questa sua ultima attesa.

Violentata per dieci minuti, stupratore libero «Non ha raggiunto l'orgasmo, non c'è reato»

Corriere della sera

L'aberrante motivazione con cui un ateneo americano ha evitato di perseguire l'autore di un'aggressione sessuale
 
Le autorità federali americane hanno aperto un'indagine su come la University of Southern California (Usc) gestisce i casi di aggressione sessuale, dopo che alcune studentesse hanno affermato che le loro denunce sono state di fatto respinte con vari pretesti, e in un caso addirittura con l'affermazione che, siccome il presunto rapitore non ha avuto un orgasmo durante la penetrazione, non si può parlare di reato.

I 14 CASI - Secondo quanto riferisce il popolare sito web BuzzFeed, il ministero dell'istruzione ha aperto un procedimento dopo che 14 studentesse hanno presentato denuncia contro la Usc; e in particolare una di esse ha raccontato di aver riferito al Dipartimento di sicurezza pubblica della Usc di essere stata violentata da un suo compagno, e dopo diversi mesi si è infine sentita rispondere che nè l'università, nè la polizia avrebbero perseguito il presunto stupratore, perchè questi «non ha avuto un orgasmo».

«FERITA E OLTRAGGIATA» - «Sono stata ferita. Sono stata oltraggiata. Sono stata violentata», ha affermato Mostov, aggiungendo che le autorità di sicurezza dell'ateneo erano «totalmente in errore quando hanno deciso che da cinque a dieci minuti di penetrazione forzata non rappresentano uno stupro perchè il mio stupratore era troppo ubriaco» per raggiungere l'orgasmo. Il codice penale della California, sottolinea BuzzFeed, stabilisce peraltro che qualsiasi penetrazione, anche minima, è sufficiente per parlare di stupro.

DENUNCE INASCOLTATE - Un'altra studentessa ha raccontato di avere lo scorso autunno denunciato alle autorità dell'università di essere stata violentata e di aver presentato anche delle registrazioni audio in cui il suo rapitore ammetteva le sue responsabilità, ma dopo sei mesi l'ateneo ha deciso di chiudere il caso, affermando che non aveva fornito prove a sufficienza. E i casi del genere sarebbero apparentemente molti di più tanto da spingere alcune studentesse a farsi ora avanti con una denuncia pubblica.

 (Fonte: Ansa)
24 luglio 2013 | 23:24

Dalla Novalesa a Londra con i miei codici miniati”

La Stampa
carlo grande

“È stato fondamentale l’apprendistato nell’abbazia”

torino


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Una biblioteca perduta, un monastero millenario sulle Alpi, un laboratorio di restauro di codici miniati: sembra una storia d’altri tempi invece è una vicenda modernissima, perché l’abbazia della Novalesa in valle Cenischia festeggia in questi giorni i quarant’anni dal ritorno dei monaci fra le antiche mura, da quando cioè venne acquistata dalla Provincia di Torino, affidata ai Benedettini e restaurata. Con loro fa festa, da Londra, uno dei ragazzi che proprio nel 1973 è nato e che proprio lì imparò a restaurare libri antichi: adesso è direttore del Laboratorio di restauro che digitalizza la collezione araba della British Library per la Biblioteca nazionale del Qatar e ha lavorato a uno dei più importanti progetti di restauro al mondo, quello del Codice Sinaitico.

Flavio Marzo era neonato quando entrò per la prima volta, in braccio alla madre, dentro la bellissima chiesa di Sant’Andrea e nella meravigliosa cappella di Sant’Eldrado, decorata con affreschi sontuosi e ammirata da visitatori di tutto il mondo. L’abbazia, fondata nel 726 da Abbone, signore franco di Susa e Maurienne per presidiare il valico del Moncenisio, era stata affidata già allora ai monaci benedettini. Nei secoli vide passare attraverso le Alpi eserciti, papi, re e imperatori: dedicata ai Santi Apostoli Pietro e Andrea, era tra le più importanti d’Europa, intorno all’anno Mille. Gli stupefacenti affreschi sono dell’XI secolo, all’abbazia il regista Fredo Valla ha dedicato il film «Una storia d’inverno», nel quale compare anche Flavio.

Bambino, alle elementari, prese a frequentare il convento da solo, affascinato dalla spiritualità e dalla cultura che spiravano da quel luogo: «Passeggiavo per ore intorno al monastero, fantasticavo del mondo nascosto dietro a quelle mura, speravo di incontrare un monaco e di farmi raccontare la vita che facevano. Quando li conobbi capii che erano persone straordinarie, dal punto di vista umano e religioso». Flavio prese a frequentare l’oratorio, la scuola di canto, infine cominciò a lavorare al restauro di codici e pergamene, giovane allievo del monaco veneziano Daniele Mazzucco: «Accade nei primi Anni Novanta, divenni apprendista restauratore. Il ragazzino confuso e un po’ troppo appassionato trovò un’ancora di salvataggio in quella comunità di Novalesa e in don Mazzucco, che per me è un secondo padre». 

Il senso di appartenenza non è mai venuto meno: in camera sua, a Londra, Flavio conserva gigantografie dei codici miniati e torna spesso tra gli amici di un tempo. Il balzo nella capitale è avvenuto per il restauro di una Bibbia del IV secolo, ma il bello doveva ancora venire: Flavio fa parte del gruppo che ha eseguito l’importantissimo restauro del Codice Sinaitico, la più antica copia del Nuovo Testamento, del IV secolo. È alla British Library, fu portato via dal Monte Sinai e passò in Russia: un frammento è rimasto a San Pietroburgo, un altro si trova a Lipsia e un altro ancora è stato scoperto sul Sinai. Gli studiosi hanno realizzato un sito per la consultazione integrale del codice (www.codexsinaiticus.org), anche se purtroppo metà del Vecchio Testamento è andata persa.

La parte conservata alla British Library è sostanziosa, quindi il gruppo coordina tutto il lavoro internazionale. Flavio, partito dal Comune di Novalesa e dall’abbazia, adesso gira tutto il mondo: «Quand’ero bambino in paese c’erano ancora quattro bar, oggi ne restano due. Capitava spesso che andando a comprare il gelato mi fermassi ad ascoltare i vecchi e i pastori che cantavano, spesso mi mettevo a cantare anch’io. Cantavo a San Giorio, con vecchi anarchici e vetero comunisti… Ricordo Natte, morto qualche anno fa di cirrosi, che mi ha insegnato l’“Internazionale” e “Addio Lugano bella”». Oggi continua a cantare, con un po’ di magone: «C’era da restare a bocca aperta: erano armonie eccezionali, improvvisazioni, cose che richiedono una grande capacità di ascolto e di umiltà».

Flavio ripete di aver avuto il grande dono di un lavoro che ha un’anima: «Ovunque sarò, in Inghilterra, Egitto o in Grecia, avrà sempre un cuore e non sarà mai solo un mestiere, perché è nato da un passato pieno di affetto e di tante lezioni di vita. Sono felice che ancora oggi ci sia chi lavora in monastero, come laico. Tenete duro, voglio dire a quei giovani: siete per il mondo esterno un’alternativa, dimostrate che le cose possono essere fatte con cuore, con anima e che così, anzi, vengono molto meglio».