venerdì 19 luglio 2013

All'asta su eBay la vera «Lista di Schindler»

Corriere della sera

La copia dattiloscritta del documento all'incanto online. Base di partenza: 3 milioni di euro

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Dalle 3 del mattino di venerdì, ora italiana, è all'asta su eBay una delle quattro copie originali della lista di Schindler, l'elenco di 801 ebrei salvati dallo sterminio dall'imprenditore tedesco Oskar Schindler. Quella lista resa celebre dal film magistrale di Spielberg (e dal libro da cui la pellicola è tratta, di Thomas Keneally) .

LA COPIA DI «STERN» - Di più, si tratta dell'originale in possesso della famiglia di Itzhak Stern, il contabile polacco che tenne i conti della fabbrica di Schindler e di conseguenza della sua lista di operai da salvare. Da Hirsch Krischer a Kief Jarun, tutti gli 801 nomi sono lì, lungo 14 pagine dattiloscritte. Sgualcite dal tempo, un po' spiegazzate, ma sono lì. La base d'asta è di 3 milioni di dollari e al momento non risultano giunte offerte (l'utente deve essere pre-approvato dal venditore). Le offerte saranno accettate per dieci giorni.

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LA CERTIFICAZIONE - A vendere l'oggetto, secondo il New York Post, sono due collezionisti, Gary Zimet ed Eric Gazin, che agirebbero per conto di un altro collezionista che ha voluto rimanere anonimo. Gazin è il presidente di Auction Cause, un'azienda specializzata in raccolte fondi attraverso eBay (e non solo). Zimet ha invece raccontato che la copia di Itzhak Stern, che era già stata messa all'asta nel 2010, è stata venduta dal nipote del contabile, Nathan Stern, all'attuale proprietario, che ora intende metterla all'asta. Il nipote di Stern fornirà una certificazione della veridicità del contenuto al vincitore dell'asta.

LE ALTRE COPIE - Due delle altre tre copie della lista si trovano allo Yad Vashem, il museo israeliano del Memoriale dell'Olocausto, mentre l'altra si trova al museo dell'Olocausto di Washington. Una di queste era stata rinvenuta nel 1999 in una valigia dimenticata in una soffitta tedesca.

19 luglio 2013 | 18:51

Non solo Dolce e Gabbana, la giunta Pisapia ai privati è sempre ostile

Corriere della sera

di Fabrizio De Pasquale, consigliere Pdl


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Più tasse per tutti, poco presidio contro la delinquenza e il degrado , lavori pubblici fermi al 2011 e scarsa manutenzione della città . Queste sono le critiche che muovo a Pisapia. Ma c’è una cosa che mi fa imbestialire ogni giorno come cittadino e come consigliere comunale: stiamo negando il futuro a Milano.

Quale futuro può avere una metropoli dove ogni attività imprenditoriale ,commerciale, professionale autonoma é vista con sospetto ( di evasione fiscale o di collusione), dove ogni iniziativa privata deve passare al vaglio di vigili, uffici, commissioni ; dove ogni piccolo o grande investimento deve superare una barriera di regolamenti, ordinanze, delibere che hanno l’unica finalità di bloccarlo.

Non è la lettura di un nostalgico liberale. E’ la analisi di chi ama l’identità dinamica e creativa di Milano, un luogo che ha creato ricchezza e lavoro per generazioni grazie all’iniziativa privata di migliaia di imprese, di artigiani, di commercianti. La ricchezza di questa cittaà non e’ mai derivata da finanziamenti statali ne da posti di lavoro sovvenzionati dal pubblico.

Ma questa è invece la cultura di chi ci governa. Pensano che le start up nascano perché il Comune fa il bando, immaginano un piano regolatore ( PGT) dove i proprietari e i costruttori sono costretti a fare edilizia sociale col risultato che non si costruisce né case di lusso né quelle popolari. Vogliono spostare la movida per decreto, ignorano il contributo del volontariato e dell’associazionismo, mentre confidano ciecamente nella decisione politica. Sospettano di profitti indebiti ogni attività commerciale, dalla moda di lusso alla festa di quartiere, senza capire che oggi è questa la grande leva che sorregge l’ex capitale industriale degli anni 50. Addirittura non si può puntare sulla ricerca ( il Cerba) perché consuma il Parco Sud.

Tutte le attività private vengono appesantite da nuovi regolamenti ( dal gelato alla pubblicità sessista), di valutazioni discrezionali e poi vengono taglieggiate da un prelievo fiscale comunale ( che si aggiunge a quello statale) che ci costa 600 milioni in più dell’epoca Moratti. In cambio di cosa? Qualche pista ciclabile, microfinanziamenti discutibili ad associazioni e circoli, campi Rom , biotestamento e unioni di fatto, domeniche a spasso e area C: altro vi sfido  a ricordare.
Che faranno i nostri figli? Andranno in bici tutto il giorno ? Che futuro ha una città che criminalizza la mobilità, l’edilizia, la scuola, la sanità , la ricerca quando a questi termini si accompagna l’aggettivo “privata” ?

Come Scientology ha "inquinato" Internet

Corriere della sera

Vent'anni di interventi online da parte della chiesa di Tom Cruise per modificare la propria immagine e fare adepti

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MILANO – «Chiedo a ognuno di voi aiuto e il favore di postare su internet messaggi positivi su Scientology (almeno una volta a settimana, anche più se avete piacere)»: era il maggio 1994, quasi vent’anni fa, e in tempi lontani dai social, dalla diffusione capillare dei blog, in cui l’accesso alla Rete era per pochi, Elaine Siegel, allora rappresentante dell’Office of public affairs della Chiesa più criticata al mondo indirizzava questa email ad alcuni dei rappresentanti della sua organizzazione. Obiettivo: arginare le voci negative e contrarie e diffondere – soprattutto tra i newsgroup – parole positive su Scientology. Iniziava così un ventennio di interventi in Rete di quella che solo qualche settimana fa veniva giudicata “acerrima nemica della libertà di espressione” dalla Electronic Frontier Foundation, responsabile di aver manipolato, negli anni, contenuti e informazioni online a suo favore, coinvolgendo tutti i mostri sacri dell’informazione, da Wikipedia in poi. Vent’anni che oggi, in un interessante reportage che ne ricostruisce la storia, la Bbc ripercorre tappa per tappa.

1LA FINE DEGLI ANNI NOVANTA – Quella mail non fu un caso isolato e anzi, le reazioni della Church of Scientology International (Csi) andarono ben oltre. Nel 1995 infatti, alcuni degli utenti (tra cui fuoriusciti dalla comunità religiosa) che scrivevano liberamente all’interno del newsgroup alt.religion.scientology smontandone contenuti e modi, furono perquisiti all’interno delle loro abitazioni. Grazie all’aiuto delle autorità locali di polizia la Csi arrivò a sequestrare i loro computer e a denunciarli, appellandosi soprattutto alla pubblicazione di materiali a tema Scientology protetti da copyright. Da lì all’appoggio al Digital Millennium Copyright Act (il Dmca, divenuto legge a fine 1998 sotto la presidenza Clinton), la criticata legge americana a protezione del diritto d’autore in Rete e sui supporti digitali, il passo fu breve: si dice infatti che l’organizzazione, insieme con i grandi dell’entertainment, fu molto attiva nell’azione di lobbying per far approvare rapidamente il testo nella sua prima versione. Appellandosi proprio al Dmca, Scientology riuscì in diversi casi a obbligare i provider a bandire siti e utenti. Fu una ecatombe e il cimitero di pagine web cancellate e fatte chiudere cresceva mese per mese. Tutti o quasi, tranne uno, forse il più popolare: Xenu.net, nato in Norvegia, dal 1996 sfuggiva ai dettami della legge americana e continuava a pubblicare documenti che smontano le teorie della chiesa dei Tom Cruise.

2IL CASO GOOGLE – Sempre a cavallo con l’anno Duemila, ecco un altro episodio degno di nota: i responsabili di Scientology chiesero ufficialmente a Google una scrematura del loro algoritmo sui risultati di ricerca. Nello specifico, la richiesta (condita poi anche da lettere ufficiali di avvocati, che elencavano le pagine da bandire) riguardava ogni contenuto pubblicato in Rete che andasse in qualche modo a ledere la credibilità della chiesa. Brin, che oggi racconta di non avere registrazioni di quell’incontro, scese a qualche compromesso (impedendo l’accesso ai siti americani, ma lasciando per esempio vivi i link alle pagine fuori dagli Usa) e oggi il suo settore advertising lavora molto con Csi, se non altro per via dell’enorme esborso pubblicitario che l’organizzazione offre ogni giorno con banner sui siti di tutto il mondo.

DUEMILA, WIKIPEDIA E WIKILEAKS – In questo excursus, ecco coinvolto anche Julian Assange e i documenti segreti svelati dalla sua Wikileaks: era il 2008, il sito era ancora in beta, e Assange venne citato a giudizio da Scientology per via dei documenti compromettenti da lui pubblicati. Fu – raccontano le cronache – forse la prima grande sfida per questo sito, che Assange però non considerò, perseverando anzi nello svelare nuovi materiali su Csi. Sempre nel 2008, anche Anonymous ebbe a che fare con la Church of Scientology: dopo aver pubblicato un video-critica (usando l’immagine dell’attore Tom Cruise, oggi considerato il numero 2 al mondo dell’organizzazione), la chiesa tentò in ogni modo di fermarlo e per tutta risposta nacque il famoso “Project Chanology”, un movimento di protesta condito da diversi attacchi informatici per denunciare la lesione della libertà della Rete da parte della chiesa americana. L’anno seguente, era il 2009, ecco un altro passaggio miliare: Wikipedia bandì ufficialmente i rappresentanti della chiesa dalla lista dei suoi contributors. Era la prima volta nella storia dell’enciclopedia collettiva che a una organizzazione veniva impedito di editare articoli, ma i casi di manomissione dei testi negli anni erano cresciuti esponenzialmente.

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ANNO 2013: CAMBIAMENTO DI ROTTA? – Dopo il divorzio tra Cruise e Katy Holmes dell’estate scorsa per motivi anche religiosi si dice che il numero di adepti sia sceso, e che si stiano moltiplicando le testimonianze dei fuoriusciti rispetto alle pratiche di questa religione. Proprio per questo motivo l’organizzazione sta ora cercando di usare la Rete per continuare a pubblicizzare il suo messaggio. Lo ha fatto per esempio nel corso dell’ultimo Superbowl, quando ha pagato fior di milioni di dollari per comparire tra le pubblicità nel corso della finale, garantendosi quasi 62 milioni di contatti solo su YouTube nel mese di febbraio. E anche le strategie punitive sembrano rientrate, almeno a quanto dichiara l’attuale portavoce ufficiale di Csi, Karin Pouw, che prende le distanze da quella email di quasi vent’anni fa. Per il momento però – pubblicità a parte – non sembra che esista una vera strategia. Anzi, ai tempi dei social network, il solo credo sembra quello di studiare nuovi modi per censurare, senza farsi vedere.

19 luglio 2013 | 11:21

RojaDirecta, sequestro preventivo

Corriere della sera

Disposto dal Gip di Milano Ghinetti, era stato richiesto dalla Procura dopo gli esposti di Rti e della Lega Calcio

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MILANO - Il gip di Milano, Andrea Ghinetti, ha disposto il sequestro preventivo del famoso sito "pirata" spagnolo Rojadirecta, che trasmette partite di calcio in streaming. Il sequestro era stato richiesto dalla Procura dopo gli esposti di Rti e della Lega Calcio. I legali del sito, gli avvocati Fulvio Sarzana, Giuseppe Vaciago e Giovanni Maria Riccio, però, hanno già presentato ricorso al Tribunale del Riesame per chiedere il dissequestro.


19 luglio 2013 | 12:32

Gorgonzola, il pirata della strada che ha ucciso Beatrice Papetti va ai domiciliari

Luisa De Montis - Ven, 19/07/2013 - 12:19

Il gip di Milano ha disposto gli arresti domiciliari per Gabardi El Habib, il pirata della strada che il 10 luglio ha travolto e ucciso a Gorgonzola (Milano) la 16enne Beatrice Papetti

Il gip di Milano ha disposto gli arresti domiciliari per Gabardi El Habib, il pirata della strada che il 10 luglio ha travolto e ucciso a Gorgonzola (Milano) la 16enne Beatrice Papetti.


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Una settimana dopo l’investimento, l’uomo si era costituito ai carabinieri ed era stato portato in carcere. Dopo l’arresto, il pm di Milano, Laura Pedio, titolare delle indagini condotte dai carabinieri, aveva chiesto il carcere come misura cautelare per il marocchino, mentre la difesa, con l’avvocato Giovanni Marchese, aveva chiesto i domiciliari, spiegando anche che l’uomo "non è un pirata della strada".

Il gip di Milano, Alessandro Santangelo, dopo l’ interrogatorio di garanzia di ieri nel quale l’uomo ha risposto alle domande, ha deciso per gli arresti domiciliari, perché, da quanto si è saputo, è una misura idonea a garantire le esigenze cautelari: principalmente il pericolo di reiterazione del reato e poi quelli di fuga e di inquinamento probatorio. L’uomo, infatti, è accusato di omicidio, ma nella forma colposa e c’è da dire anche che l’altro reato contestato, l’omissione di soccorso, non prevede la misura cautelare.

I manoscritti di Giovanni Verga tornano a casa dopo 80 anni

Corriere della sera

Erano stati sottratti da uno studioso siciliano negli anni Trenta e di recente erano stati messi all'asta


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ROMA - Per oltre ottant'anni hanno cercato di recuperare i manoscritti (romanzi e novelle), le lettere autografe, le bozze, i disegni e gli appunti del loro illustre parente, Giovanni Verga. Prezioso materiale, che comprende anche decine di microfilm con le riproduzioni di lettere e manoscritti, che appartengono al Fondo Verghiano e che hanno un valore stimato in quattro milioni di euro. Ora i familiari, e soprattutto il nipote dello scrittore, hanno ottenuto una prima vittoria: i carabinieri del Reparto tutela patrimonio artistico hanno sequestrato tutta la produzione, che comprende 36 manoscritti originali, fra Roma e Pavia.

LO STUDIOSO - Denunciata una donna di 76 anni, A.P., figlia di uno studioso di Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina, al quale negli anni Trenta il figlio di Verga aveva consegnato il materiale senza poi riaverlo mai indietro. A casa della settantenne sono stati anche trovati oggetti antichi provenienti da scavi clandestini. E' accusata di ricettazione e appropriazione indebita.

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INTERROGAZIONI PARLAMENTARI - L’operazione, coordinata dal procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e dal pm Laura Condemi, è scattata al termine delle indagini iniziate nel 2012 che ha ripercorso i fatti fin da quando Giovanni Verga Patriarca (il figlio dello scrittore) perse i documenti. Nel corso degli anni a nulla sono servite alcune interrogazioni parlamentari, dal 1957 al 1977, sull’esproprio per ragioni di pubblica utilità dei beni trattenuti dallo studioso, considerato di altissimo valore per il patrimonio culturale nazionale.

LA CAUSA- Nel 1975, dopo varie azioni legali, Pietro Verga, nipote dello scrittore, vinse la causa davanti al Tribunale di Catania: la sentenza gli attribuì il possesso legale di tutti i manoscritti del nonno, sia quelli formalmente notificati sia la parte più consistente, ma il continuo rifiuto dello studioso di fare l’esatto inventario dei beni creò ancora difficoltà.


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89 MILIONI DI LIRE - Tre anni più tardi Verga offrì in vendita al comune di Catania l’intero corpo delle carte Verga, incluse le opere non ancora notificate, ma fu poi la Regione Sicilia ad accettare la proposta entrando pero' in possesso solo di una piccola parte del materiale per 89 milioni di lire. Da allora, il Comune di Catania e gli eredi Verga si sono ancora impegnati per ottenere la restituzione dei beni dalla figlia dello studioso, nel frattempo deceduto.

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PAGINE ALL'ASTA - La vicenda ha un improvviso impulso quando la Soprintendenza ai Beni Librai della Regione Lombardia ha individuato un Fondo verghiano proposto in vendita presso una casa d’aste proprio dalla figlia dello studioso e lo ha dichiarato di interesse culturale disponendone contemporaneamente, accertato il precario stato di conservazione delle carte, lo spostamento e il deposito temporaneo presso il Centro di ricerca del Fondo manoscritti dell’Università di Pavia (dove è tuttora custodito dopo il successivo sequestro penale dei carabinieri).

19 luglio 2013 | 11:12

Sgarbi alla Boldrini: "Vai in spiaggia col burka"

Libero

Il critico d'arte contesta la presidente della Camera per la crociata contro il programma: "Se fosse coerente..."


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Vittorio Sgarbi attacca Laura Boldrini. Al critico d'arte non è andato giù lo stop a Miss Italia in Rai sponsorizzato dalla presidente della Camera. Così Sgarbi provoca la Boldrini: "E' sempre elegante e seriosa, non vuole far dimenticare le sue origini. Se ne frega dei ruoli di garanzia. Questa volta ha voluto vieppiù dimostrare la propria dignità di donna senza paura: 'Non mandare in onda Miss Italia su Rai Uno è una scelta di civiltà'. Perfino Fiorello si è ribellato. Cosa c'entra Miss Italia con la civiltà che la escluderebbe? Si può discutere il format televisivo non l'istituzione".

Talebana Boldrini
-  E fin qui Sgarbi, elegantemente, mostra il suo dissenso. Ma ad un certo punto sbotta e va giù duro: "Mentre è controversa la libertà di indossare il burka, è certa la libertà di voler esibire la bellezza del corpo in una competizione di bellezza. La talebana Boldrini non usa il bikini?" Vittorio è una furia e immagina lady Montecitorio al mare: "Va in spiaggia nascondendo le forme del suo corpo per esibire la sua luminosa intelligenza? E il mondo gay che si esprime nei variopinti Gay pride, tra mille fisiche provocazioni, contrasta virtuose scelte di civiltà?", scrive Sgarbi su il Giornale.

In spiaggia col burka - E ancora: "E i trans che si truccano da donne, inseguendo un fantasma di bellezza femminile minacciano la civiltà? Miss Italia è una piccola parte della storia d'Italia che in tempi di povertà, nei quali la bellezza femminile fu ingenua consolazione e qualche volta ricatto". Infine arriva il consiglio alla presidente della Camera: "Signora Boldrini, questa estate non si metta il bikini. Vada in spiaggia col burka. Per solidarietà con le ragazze musulmane che non possono partecipare a Miss Italia". La Boldrini seguirà il consiglio di Vittorio?



(I.S.)

Bronte 1860, c’era Nelson alle origini del massacro

La Stampa

Una storica inglese ricostruisce la strage di contadini nel feudo donato 61 anni prima all’ammiraglio

masolino d’amico


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Nel 1860 il paesino etneo di Bronte era tra i luoghi più depressi di tutta la Sicilia, ma quando, incoraggiati dalle notizie dello sbarco dei Mille, i contadini affamati si provarono a occupare le terre, la loro ribellione fu sanguinosamente repressa dagli stessi garibaldini, pronti a schierarsi con l'ordine costituito. L'episodio è stato rievocato, più o meno polemicamente, più volte, anche in una pellicola di Florestano Vancini del 1972 (Bronte, cronaca di un massacro), che la Rai dopo averla commissionata come serie di tre puntate mandò in onda una volta sola, in veste ridotta e in un giorno diverso da quelli in cui abitualmente si trasmettevano film. Oggi il libro di una storica inglese, Lucy Riall - Under the Volcano - Revolution in a Sicilian Town (Oxford University Press) - ricostruisce con eccellente documentazione la vicenda, i cui antecedenti e il cui seguito sembrano istruttivi almeno quanto il fatto stesso.

Tutto ebbe inizio molti anni prima del 1860, addirittura nel 1799. In quell'anno re Ferdinando - III di Sicilia, IV di Napoli e I delle Due Sicilie -, minacciato dall'avanzata delle truppe francesi, fuggì a Palermo a bordo della nave da guerra dell'ammiraglio Nelson; e una volta tratto in salvo ricompensò grandiosamente il suo salvatore nominandolo duca di Bronte e regalandogli in quel luogo una ampia tenuta, che comprendeva il paesino stesso e il convento in disuso di Maniace.

Nelson non vide mai il suo feudo, ma prima di morire a Trafalgar fece in tempo a vagheggiare di stabilirvisi un giorno con la sua amante Lady Hamilton. Il dono passò poi ai suoi discendenti Bridport, che, pur continuando a tenersi alla larga dal luogo, si fregiarono del titolo. A quanto pare «Bronte» suonava bene; così quando si trasferì in Inghilterra per farvi carriera un oscuro ma ambizioso parroco irlandese cambiò proprio in «Bronte» il suo cognome poco nobile - si chiamava Patrick Brunty - scrivendolo con una dieresi sulla e finale per garantirsi che fosse pronunciato bisillabo; ed è come Brontë che le tre grandi romanziere sue figlie diventarono famose.

Occupando le terre di Bronte, i contadini del 1860 reagivano dunque a un caso di assenteismo ancora più clamoroso di quello vigente in altri latifondi: qui i proprietari erano addirittura stranieri che nessuno aveva mai visto. Ma l'Inghilterra era una potente nazione da tenersi amica, tanto più in quel momento. Così a reprimere la sommossa fu mandato il più energico e il meno scrupoloso dei conquistatori, ovvero Nino Bixio. La Riall lo tratta meglio di altri cronisti, attribuendogli anche un certo rammarico per l'azione compiuta, ma non tace sui suoi metodi spicci, che comportarono la fucilazione di cinque insorti scelti senza troppo discriminare (tra loro c'erano lo scemo del villaggio e l'avvocato liberale Niccolò Lombardo, che aveva tentato di calmare le acque).

Dopodiché Bronte rimase a disposizione dei suoi lontani e invisibili padroni inglesi ancora per un altro secolo. Solo negli anni 1930 il quinto Duca si trasferì sul posto e tentò di impiantarvi un'attività; D. H. Lawrence, che lo incontrò durante il suo viaggio in Sicilia, lo descrisse come un cretino. Né lui né i suoi successori comunque si mescolarono mai alla popolazione locale. Da ultimo, nel 1969, lo Stato italiano acquistò la proprietà. Oggi il latifondo è un parco pubblico, e Bronte si autodefinisce non senza fierezza la «capitale mondiale del pistacchio».

Il campione “diverso” ostaggio di Hitler

La Stampa

La gloria spezzata di von Cramm
paolo brusorio


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«Gioca come giocherebbe Dio». Un dio in pantaloni lunghi e bianchi, omosessuale, fedele alla patria anche se dalla Patria è stato prima esaltato e poi braccato. Gottfried von Cramm, la sua vita in fondo spericolata e «la più bella partita di tennis di tutti i tempi». C’è questo e molto altro in Terribile Splendore, titolo che si porta nell’ossimoro non solo il racconto di un match e di un uomo, ma anche di un arco tra le guerre teso dalle vite di tre fuoriclasse della racchetta, von Cramm, Donald Budge e Bill Tilden. Esistenze parallele destinate però a incrociarsi. 

Segnate dalla traccia di una pallina da tennis, dove si impastano rispetto, onore, amore, sofferenza e tragedia in un crescendo il cui epicentro è la finale di Wimbledon, ma le cui onde si propagano senza limiti. 20 luglio 1937, Donald Budge e Gottfried von Cramm sono i migliori tennisti al mondo e si ritrovano nel tempio color smeraldo per un incontro di coppa Davis. Budge per gli Stati Uniti, von Cramm per la Germania. Il primo sente Bing Crosby («datemi un suo disco e io smetto con il tennis»), gioca da fenomeno ma litiga con l’eleganza. Von Cramm invece: sofisticato, aristrocratico, gira per i tornei leggendo le guide Baedeker. In palio c’è la finale: il loro incontro decide chi sfiderà la Gran Bretagna. In tribuna c’è una persona che soffre più di altre, è Bill Tilden.

Il più grande prima di diventare tennista professionista. E anche dopo in fondo. Americano, consigliere segreto della squadra tedesca. Fa il tifo per il nemico quindi, non lo può dire. Non dice nemmeno di essere omosessuale, il mondo lo scoprirà più avanti e lui pagherà sulla propria pelle questa rivelazione. E’ il tennis dove si regalano punti o set pur di rimediare alle sviste degli arbitri, dove i giocatori in rigorosi pantaloni lunghi bevono tè ai bordi di campo o brandy per tenere a bada l’asma. Ma quel pomeriggio l’aria è pesante nel cielo sopra Londra, ci sono quindicimila persone in delirio prima ancora che il Centre Court venga calpestato dai due eroi.

Sanno, quei quindicimila, che sotto i loro occhi sta per srotolarsi uno spettacolo indimenticabile. Ma ignorano molto altro. Che von Cramm è perseguitato da fantasmi, incubi e SS. In Germania il nazismo è una macchia d’olio, le leggi razziali una spira che toglie il respiro alla libertà, Hitler non ancora quel pazzo tanto da incontrare l’ammirazione di una buona parte dell’aristocrazia inglese. Ma la tenaglia della dittatura sta lentamente stringendo chi non riconosce la grandezza del suo Furher. Von Cramm tra questi. Potrebbe essere, e lo è infatti, il miglior prodotto di esportazione del regime: bello, atletico, vincente.

Se solo fosse allineato. Se solo non fosse omosessuale. Lo sa la Gestapo e lui pagherà con il carcere un’esistenza passata a nascondere la propria vita. Perde i compagni di squadra e gli amanti stritolati dalla follia nazista, mai però l’orgoglio. Anche quello di difendere una nazione che finirà per togliergli la patente di eroe. Rappresentava la Germania hitleriana, incarnava ideali ariani e virili. Ma era altro. «Gioco per la mia vita. I nazisti sanno cosa penso di loro e sanno di me. Finchè resto il numero uno di Germania e continuo a vincere non mi toccheranno. Ma devo continuare a vincere». E’ la condanna di Gottfried von Cramm, il suo terribile splendore. 

Cane veglia per due giorni il corpo del padrone morto dopo malore nei boschi

Il Giorno

A scoprire il cadavere è stata una agente di polizia. Lì, al fianco del corpo inerte dell'uomo, c'era il suo cane, fermo al suo fianco da ore. Il quattrozampe adesso si trova in canile, in attesa di una nuova famiglia, alla quale donare il suo grande, immenso, cuore

Varese, 18 luglio 2013


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Cane veglia per due giorni il corpo del padrone morto per un malore. La vicenda che ha commosso un intero paese, arriva da Brezzo di Bedero, piccolo comune del Varesotto di mille anime dove tutti si conoscono. L'uomo, quarant'anni, è morto nei boschi, mentre si trovava in compagnia del suo cane. A scoprire il cadavere è stata una agente di polizia. Lì, al fianco del corpo inerte dell'uomo, c'era il suo quattrozampe, fermo al suo fianco da ore. L'animale, nel disperato tentativo di "difendere" il suo padrone, ha anche porso la donna per impedirle di avvicinarsi.

Un rapporto profondo e viscerale. Come quello che lagava il cane di razza Akita, il celebre Hachiko al suo padrone, Hidesaburō Ueno. Dopo la morte di Ueno il cane si recò ogni giorno, per quasi dieci anni, ad attenderlo, invano, alla stazione in cui l'uomo prendeva il treno per recarsi al lavoro. Una storia struggente portata alla ribalta sul grande schermo con il film interpretato da Richard Gere. Ma non è l'unico esempio di fedeltà assoluta: pochi mesi fa l'intera Italia si era commossa per la storia di Tommy, che per settimane ha aspetatto la padrona nella chiesa a San Maria Assunta a San Donaci (Brindisi), dove tutti i giorni andavano a messa uno affianco all'altro.

Il cane di Brezzo di Bedero ora si trova in canile. Per consentire il recupero del corpo del padrone è stato necessario l'intervento di un accalappiacani, che ha portato l’animale in una struttura adatta ad ospitarlo, in attesa di un'adozione. Il quattrozampe adesso è in attesa di una nuova famiglia, alla quale donare il suo grande, immenso, cuore.

di C. D.

La caduta del Duce Ecco le rivelazioni sul grande complotto

Giordano Bruno Guerri - Ven, 19/07/2013 - 08:25

In onda su Raitre un documentario sulla fine del fascismo. Con molte testimonianze inedite

I l 25 luglio 1943 è certamente uno degli argomenti più abusati della storiografia e della filmografia documentaristica, ancora a settanta anni dai fatti: la caduta di una dittatura ultraventennale - per via di complotti intrecciati e tuttora misteriosi - e la mancanza di documentazione certa sono ingredienti di sicuro effetto per un'analisi che non avrà mai fine.


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Tuttavia, tassello dopo tassello, nuova acquisizione dopo nuova acquisizione, è possibile avvicinarsi alla verità. Il mio professore universitario, Gianfranco Bianchi, dedicò metà della sua vita a quella giornata con un volume (Perché e come cadde il fascismo, Mursia 1970) ancora utile, ma che potrebbe trarre nuova linfa dal documentario che sarà possibile vedere stasera su Raitre, alle 21, nel programma La grande Storia: anche il documento cinematografico e fotografico può contenere ricerche storiche originali e dare un contributo utile per una ricostruzione accurata. L'autore, Fabio Toncelli, ha già raggiunto ottimi risultati in questa direzione con Ortona 1943. Un natale di sangue (2008) e con Liberate il Duce! (2010).

Il nuovo documentario, che non trascura l'uso di effetti cinematografici e la ricostruzione degli anni precedenti, si intitola Mussolini, 25 luglio 1943: la caduta, e inizia con la testimonianza di Armando Bettiol, all'epoca giovane antifascista del Partito d'Azione. Nel luglio del '43 Bettiol fece parte di una congiura - una delle tante in quei mesi - per assassinare Mussolini e Hitler durante il loro incontro (splendide le foto a colori, inedite, ritrovate in Germania) a Feltre, il 19 luglio. Bettiol, deceduto da poco, non ne aveva mai parlato in televisione e racconta che, a suo parere, l'operazione fu annullata per l'opposizione del Vaticano: la curia temeva passaggi traumatici che avrebbero favorito le forze clandestine meglio organizzate, ovvero i comunisti.

Scopriamo oggi anche che dell'operazione era a conoscenza l'uomo che avrebbe sostituito il Duce alla guida del Paese: Pietro Badoglio. Il generale appare in un'altra scoperta avvenuta durante le ricerche per il documentario, un episodio che conferma il clima ambiguo di quel periodo. Pochi giorni prima del 25 luglio, a Grazzano, si incontrarono Pietro Badoglio e Rodolfo Graziani, che dopo poche settimane diventeranno acerrimi nemici. Lo scopo, ovviamente, era parlare degli scenari che si stavano preparando.

Complotto dietro complotto, anche il ruolo del Vaticano appare sempre più importante. Un altro testimone che finora non aveva mai parlato o scritto, nonostante i tentativi fatti da Renzo De Felice per convincerlo, è monsignor Giovanni Catti, che nel dopoguerra fu amico e confessore di Dino Grandi, il gerarca protagonista del 25 luglio, il «grande traditore» secondo la tradizione fascista. Catti rivela che ci fu una lunghissima udienza - una mattinata intera - di Grandi con Pio XII. Il prelato non sa datarla con precisione, ma ricorda il contenuto dell'incontro, che gli ha raccontato Grandi: fuori confessione perché c'era poco da confessare, trattandosi degli argomenti più ovvi, ovvero la difficile situazione dell'Italia e come uscirne.

Il documento più clamoroso e inedito sarebbe, se autentico, un manoscritto intitolato Verbale della seduta del Gran Consiglio del 25 luglio. Mussolini infatti non volle ammettere alla seduta uno stenografo. Il clima descritto nel verbale, burrascoso fino a sfiorare la rissa o addirittura la sparatoria, contraddice molti dei ricordi dei partecipanti, ma lo stesso Toncelli avanza legittimi dubbi sull'autenticità del documento. Anche i falsi, però, hanno un loro interesse: chi lo ha scritto? quando? a quale scopo? Un altro spunto di grande interesse è l'atteggiamento dei tedeschi di fronte ai preparativi per defenestrare Mussolini.

Che ne fossero al corrente è fuori di dubbio, e fra l'altro viene mostrato un documento del 17 luglio in cui si avverte Himmler che Badoglio sta per sostituire il duce. Perché i tedeschi non intervennero per sostenere Mussolini? La tesi di Toncelli - avvincente ma non dimostrabile - è che Hitler, in seguito all'incontro di Feltre, considerò che la caduta di Mussolini avrebbe fatto comodo alla Germania: il documentario riporta due testimonianze secondo cui il Führer, aveva esattamente previsto (o progettato?) gli eventi che sarebbero avvenuti in Italia, dalla caduta del fascismo fino alla Repubblica di Salò.

Particolarmente interessante è l'atteggiamento di Benito Mussolini. Una importante acquisizione del filmato è la registrazione integrale, ritrovata in un archivio tedesco, del discorso del duce da Radio Monaco il 18 settembre del '43, pochi giorni dopo la liberazione dal Gran Sasso. Il quadro finale, sebbene indiziario, è abbastanza chiaro: Mussolini, come più volte è stato ipotizzato, era al corrente di quanto si andava preparando, persino del ruolo che Grandi avrebbe giocato nel Gran Consiglio: ne avevano addirittura parlato. E, a questo proposito, viene riportata una testimonianza del generale Albert Kesserling. Allora perché il duce non evitò la sua caduta? Il documentario avanza l'ipotesi, sconcertante ma non nuovissima, che lo stesso Mussolini «complottasse» contro se stesso, tentando di manovrare il gioco. Vecchissimo è invece il tentativo di paragonare, nel finale, gli eventi di allora con quelli di oggi: un tentativo che non riesce mai bene se, invece di una conclusione, è un presupposto.

www.giordanobrunoguerri.it

Quella firma che cambia la storia della città

SCop - Gio, 18/07/2013 - 07:13


È poco più che uno scarabocchio quello di Alberto Artioli in calce alla lettera che autorizza il Comune a sostituire i massetti con l'asfalto in piazzale Baracca.


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Eppure è una firma tutt'altro che di ordinaria amministrazione: mette fine all'età della pietra. Una storia che parte da lontano. Sulla quale i milanesi si dividono tra nostalgici e rottamatori (del pavé e simili). E dove invece destra e sinistra di Palazzo Marino trovano terreno comune. Era il 2002 e Albertini-sindaco diceva: «Il mio auspicio è che il pavé sia limitato ai luoghi monumentali, Abbiamo già proposto di sostituirlo con l'asfalto ma dobbiamo fare i conti con i precisi vincoli imposti dalla Soprintendenza». Dieci anni dopo (a marzo 2013) quei vincoli non sono più tanto vincolanti.

Ed è proprio lui il sovrintendente Artioli che dice di essere disposto ad «aprire una valutazione su dove va conservato il pavé, come il centro storico», riconoscendo che «il mantenimento non ha un valore a prescindere, ma anzi costituisce elemento di rischio». Detto fatto. In tre mesi, la sua non è più solo un'idea astratta ma un provvedimento che parte da piazzale Baracca. Nell'occasione il sovrintendente ricordava «il bellissimo studio presentato da De Corato, una parte della pavimentazione era stata anche rimossa ed è conservata in deposito. Riapriamo pure una discussione, siamo disposti a diminuire la percentuale di pavé, dove è già degradato al 90% ed è in aree non monumentali, per concentrare le risorse sulla manutenzione dei masselli nel centro storico».

Nel 2006 l'ex vicesindaco Riccardo De Corato con delega all'Arredo urbano aveva consegnato infatti nelle mani della Soprintendenza un dettagliatissimo «Piano pietra» dove aveva schedato i 520mila metri quadri di masselli in granito, i 157mila cubetti in porfido e i 15mila ciottoli. Ogni anno il Comune spende circa un milione nella manutenzione stradale, ai «tempi d'oro» si arrivava anche a 3-4 milioni, ora con la spending review la giunta Pisapia è stata costretta a tagliare anche su questa voce. Nel 2012 ci cono state circa tremila cause per richiesta di risarcimento da parte di automobilisti, ciclisti e scooteristi tanto che Palazzo Marino tra vecchi rimborsi e polizza, nel 2012 ha dovuto investire 6 milioni di euro.

La star del baseball in fuga per la libertà

La Stampa

Cuba, il pitcher Siverio sparisce dall’hotel dell’Iowa dove si trovava con la sua squadra: «Non torno»

francesco semprini
new york


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Ha lasciato la sua stanza dello Sheraton Hotel di West Des Moines, nello Stato dell’Iowa, intorno alle dieci di notte, e con l’aiuto del buio si è allontanato senza destare alcun sospetto nel personale dell’albergo.

E’ iniziata così la «fuga per la libertà» di Misael Siverio, 24 enne giocatore professionista di baseball cubano, disposto in tutti i modi a lasciare la sua terra natale e con il sogno di giocare nella Major League a stelle e strisce. Il «pitcher» mancino, una vera promessa del campionato cubano, era partito da L’Avana alla volta degli Usa per disputare una serie di cinque partite tra le due nazionali, la prima delle quali era in programma questa sera al Principal Park, lo stadio degli «Iowa Cubs».

Ma il ritiro pre-partita è durato assai poco, per lasciare spazio al suo sogno di fuga e di realizzazione professionale. «Vivere la propria vita in maniera costretta non è facile, la mia è stata una scelta difficile, l’ho fatto per me e la mia carriera, ma anche per la mia famiglia», rivela Siverio al Nuovo Herald, giornale in lingua ispanica della Florida che lo ha contattato dopo la sua fuga. Ribadisce che il suo sogno «è farcela ad entrare nella Major League, ed ora in avanti farò tutto il possibile per centrare questo obiettivo». 

Siverio, che stava vivendo una delle stagioni più fortunate della storia del baseball cubano, è solo l’ultimo in ordine di tempo di una serie di professionisti dello sport che hanno deciso di scavalcare la barricata del regime, nonostante gli sforzi dell’Avana di dimostrare che i i suoi atleti, oltre ad essere bravi come quelli americani sono assai fedeli alla maglia della loro nazionale. Prima del lanciatore era stato Orlando «El Duque» Hernandez a fuggire in barca da Cuba, nel 1997, e più di recente era stata la volta di Yoenis Cespedes e Yasiel Puig.

Tutti hanno trovato asili in club sportivi degli Stati Uniti. Stessa sorte toccherà probabilmente a Siverio, la cui defezione arriva - ironia della sorte o tempismo perfetto, questo non è dato spaerlo - proprio nel giorno in cui il governo cubano annuncia che i giocatori di baseball dell’isola potranno essere ingaggiati da squadre estere. Una misura che segna la fine di oltre mezzo secolo di proibizione dello sport professionista. 

Russia, 5 anni al blogger anti-Putin Navalny subito arrestato in tribunale

La Stampa

Il legale, leader dell’opposizione e candidato a sindaco di Mosca, condannato per furto. La capitale blindata per scongiurare proteste Ashton: “Seri interrogativi sul rispetto dello stato di diritto”

anna zafesova


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«Cinque anni di carcere, la misura cautelare viene convertita in arresto con effetto immediato». Alexei Navalny si era presentato stamattina in aula portandosi dietro tutto il necessario in caso di arresto, ma forse né lui, né i suoi numerosi sostenitori ci avevano creduto. Durante le quasi quattro ore di lettura della sentenza nell’aula del tribunale di Kirov il leader dell’opposizione sotto processo per un contratto di vendita «illecita» di legname ha riso e scherzato, senza mai staccarsi dal suo iPhone per twittare (il penultimo messaggio prima della condanna era stato «Orrore, mi sta finendo la batteria»).

Un verdetto di colpevolezza era ovvio e scontato, come ha commentato pochi minuti dopo dal carcere Mikhail Khodorkovsky, finora il più famoso detenuto politico russo. Ma si sperava in una condanna con la condizionale. Anzi, in un certo senso Navalny la temeva: qualche mese fa aveva dipinto l’umiliante prospettiva di «vivere come sempre, andare nei locali la sera, ma non poter fare niente». Una condanna con condizionale per «appropriazione indebita» avrebbe permesso al Cremlino di presentare il più agguerrito blogger anti-corruzione come ladro, e di impedirgli di candidarsi alle elezioni, senza però trasformarlo in un eroe dietro le sbarre. A far pensare a questa ipotesi era stato anche il consenso delle autorità, qualche giorno fa, a Navalny a candidarsi a sindaco di Mosca l’’8 settembre, status che formalmente può conservare fino alla sentenza d’appello anche se parte del suo team vorrebbe ritirare ora la candidatura.

Invece ha prevalso, come sempre in Russia, la tentazione di mostrarsi inflessibili. Cinque anni, uno in meno di quanto chiesto dall’accusa, e manette in aula. Negli ultimi minuti della lettura, mentre il giudice Blinov snocciolava frasi come «colpevolezza provata», «reato grave», «affermazioni che il caso sia politicamente motivato infondate», l’atmosfera in aula è cambiata, diventando sempre più tesa. Allo choc della sentenza la moglie del coimputato Piotr Ofizerov è scoppiata a piangere, insieme a molti in aula, mentre Yulia Navalnaya – tacco alto, gonna scarlatta, i capelli biondi tirati indietro, i braccialetti di gomma con il nome di suo marito sui polsi – è rimasta impassibile, mentre suo marito lanciava l’ultimo tweet: «Va bene, non vi annoiate senza di me, e soprattutto non fate i pigri, il rospo non salterà giù dal tubo del petrolio da solo». Poi le manette, per venire portato alla prigione di Kirov, con il cellulare seguito dalla folla dei sostenitori. Yulia ha poi commentato: «Sapeva fin dall’inizio che la condanna sarebbe stata vera, era pronto».

Così è finita la storia del blogger Navalny ed è cominciata la storia del detenuto politico Navalny. Lo scontro cominciato un anno e mezzo fa nelle piazze di Mosca quasi come una festa, con le manifestazioni della «rivoluzione dei fighetti» alle quali si andava come a un party, è diventato un dramma. Stasera l’opposizione ha dato appuntamento a tutti nella piazza del Maneggio di Mosca, proprio davanti all’albergo dei ministri del G20, mentre la polizia ha già fatto sapere che non tollererà nessun raduno. Sarà il passaggio cruciale: se si presenteranno in poche centinaia, i soliti attivisti dei social network, Putin potrà regnare indisturbato fino al 2018 (Navalny sarà ancora in carcere) e forse oltre. Le proteste dell’Occidente – l’Alta rappresentante dell’Unione Europea per la politica estera Catherine Ashton ha già fatto sapere che la condanna di Navalny e Ofizerov suscita «preoccupazione» e solleva «seri interrogativi» sullo Stato di diritto in Russia, come se ci fossero ancora interrogativi, - non scalfiranno il Cremlino né turberanno un’opinione pubblica inerte. E la vera opposizione dovrà ancora nascere. 




Ecco l’ultimo post sul blog di Navalny
La Stampa

I pensieri dell’oppositore russo alla vigilia della sentenza

traduzione di anna zafesova


E’ una sensazione imbarazzante, dover scrivere qualcosa di molto significativo alla vigilia della sentenza di domani. Il problema di certo non è quello di caricare di significato parole e lettere. Questo per me è semplice. Il fatto è che la percezione varia tantissimo in base alla sentenza stessa.

Una situazione strana, vero?
Se Putin avrà paura e un innocente avrà, come verdetto ingiusto, una condanna con la condizionale, significa che “sono stato fortunato”. Se raccoglierà il coraggio e la condanna sarà reale, “sono sfortunato”

Nel secondo caso tutti mi vorranno bene e mi compatiranno. Qualcuno sicuramente girerà un clip che mostra come vengo condotto dalla scorta e lo accompagnerà con questa musica http://www.youtube.com/watch?v=t5ztscDxlhk&feature=youtu.be Su questo sfondo strappacuore nessun post può venire commentato se non con un “come lui ha giustamente detto”. Anche se vorrei far notare che mi piacerebbe molto che i tutti i miei possibili arresti e incarcerazioni avessero come accompagnamento visuale e musicale esclusivamente questo http://www.youtube.com/watch?v=f7i9pndzuW8&feature=youtu.be

Nel primo caso (“fortuna”) non succederà nulla di commuovente, anzi. I giornalisti scriveranno che “dopo l’annuncio della sentenza Navalny è andato nel bar di fronte e si è ordinato una birra con patatine fritte, che ha bevuto e mangiato fissando la tv”. Potete fidarvi di uno che invece di emozionarzi per il momento drammatico mangia patatine fritte? E’ dura, ovvio. Eppure vorrei dirvi qualcosa. Anzi, guardiamo le cose prendendo come esempio una nota vignetta.

L’immagine qui sotto è corretta?



E’ certamente corretta per l’idea principale “basta piagnucolare e spaventarsi in continuazione, bisogna organizzarsi e lavorare”. Ma è completamente sbagliata nelle proporzioni dei pesci.
Non stiamo affatto sfidando un pescione che va spaventato costruendone uno ancora più grosso.
Questo potere non è un pescione, è semmai un pesce-palla o un rospo latinoamericano che, alla vista del pericolo, si gonfia grazie alla tv che mostra anchorman-prostitute che raccontano bugie o strani personaggi dal Comitato per le indagini in uniforme blu, che borbottano che metteranno tutti dentro.
Chi possono mettere dentro? Vabbene, 20 persone, facciamo 50. Anche 100 se ce la mettono tutta.

Il terribile potenziale però finisce qui. 

E’ chiaro che non è molto piacevole trovarsi tra questi 20-50-100, ma nella vita capita di tutto. Succede anche che i pianoforti cadono in testa. Perciò il nostro compito è molto più semplice dei pesci della vignetta, non dobbiamo organizzarci contro uno squalo, ma contro un qualche rospo del Surinam che per caso si è seduto sul rubinetto del tubo del petrolio e si gonfia per la propria paura e, nello stesso tempo, gode perché questa paura viene scambiata per minaccia e grandezza.

Il problema è che il rospo non salterà giù dal rubinetto da solo. Bisognerebbe punzecchiarlo a lungo con un pastone, o prenderlo in mano avvolgendolo prima in un pezzo di carta. E’ proprio questo a richiedere organizzazione e lavoro. Per il momento il rospo vince grazie alla nostra pigrizia. Per tutti questi anni io insieme a voi ho imparato a organizzarci in condizioni di propaganda di Stato, intimidazione e assenza di mezzi.

Ho imparato qualcosa.

Oggi sappiamo raccogliere i soldi. Sono convinto che aiuterete la nostra Fondazione a raccoglierli nel caso le cose andassero male. Secondo le mie stime, la potenziale raccolta annuale di soldi dai cittadini per progetti politici non è meno di 300 milioni di rubli (10 milioni di dollari). Basta raccoglierli. Oggi lo fanno solo la nostra Fondazione e un paio di altre organizzazioni. Raccogliamo solo una minima parte di questo potenziale.

Oggi sappiamo come condurre indagini molto meglio di qualunque struttura incaricata di farlo.
Sappiamo trovare gli immobili e gli attivi dei cialtroni, e i loro permessi di soggiorno all’estero. 
Sappiamo fare, finanziare in maniera decentralizzata e pubblicare giornali. La prima edizione ormai ha superato un milione di copie, significa che possiamo fare anche 5-10 milioni ogni tre mesi se ci applicchiamo.
 
Sappiamo convocare grandi manifestazioni.
Sappiamo convocare grandi manifestazioni.
Sappiamo creare partiti. Partiti talmente veri e spaventosi per il potere che non vuole registrarli, nonostante la promessa della “liberalizzazione con abolizione di autorizzazione”. 
Sappiamo raccogliere 100 mila firme reali sotto le petizioni.
Sappiamo condurre elezioni oneste in internet e sappiamo ora come formare liste elettorali forti sulla base delle primarie, per qualunque campagna elettorale.

Adesso stiamo imparando a organizzare migliaia di volontari e senz’altro sapremo fare anche quello. Il nostro team già oggi è qualcosa di sconvolgente, nessuno ha fatto nulla di simile nella politica russa. Molti sono pronti ad aiutarci e lotteremo per conquistare sostegno maggiore.
Insomma, è chiaro cosa fare, è chiaro come fare, è chiaro con quali mezzi farlo. L’importante è raccogliere il coraggio, mettere da parte la pigrizia e farlo. In realtà non serve nemmeno una leadership particolare. Perciò la nostra situazione viene descritta meglio non dalla vignetta con i pesciolini, ma da questa:



Il primo ha paura, il secondo di più, ma poi per tutti gli altri non c’è nessuna paura, è tutto facile e il risultato è garantito. E qui passo al motivo per il quale mi sono messo a scrivere.
Lo sforzo comune garantisce il risultato, ma il comune si compone dell’individuale e del privato.
Non ci sono vasi comunicanti, non potere eclissarvi e rimanere in panchina mentre qualcuno fa il lavoro per voi. 

Semplicemente dovete capire: oltre a voi non c’è nessuno.
Nessuno è preoccupato da quello che accade nel Paese e nella città più di voi. 
Non ci sono meravigliosi volontari che verranno a fare il lavoro per voi. 
Non ci sono fantastici contributori di 500 rubli che verseranno i soldi nel momento in cui vi sentite troppo pigri per aprire l’internet-banking.
Non ci sono quelli che, come nella vignetta, si alzeranno al vostro posto.
Se siete arrivati al punto da leggere questo blog la prima linea siete voi.
Non c’è nessuno più consapevole e progredito.
Non c’è nessuno in cui possano sperare gli infelici, terrorizzati e raggirati milioni di russi. Sono stati meno fortunati di voi, e voi siete la loro speranza.
Non esiste una misteriosa organizzazione clandestina i cui volantini troverete al mattino con sorpresa. 
Non c’è l’uomo misterioso che arriverà e in silenzio correggerà tutto. Ma qualcuno pensa che siete voi. 
Nessuno è in grado di opporre resistenza più di voi. 
Il dovere di fronte agli altri, una volta che ci si rende conto di averlo, è una roba che non si può delegare.
Non c’è nessuno oltre a voi. 
Se state leggendo questo, la resistenza siete proprio voi.

 

 

Russia, rilasciato il blogger Navalny

Corriere della sera
Il leader dell'opposizione russa era stato condannato a cinque anni per frode e appropriazione indebita

 

Alexei Navalny, uno dei principali leader dell'opposizione russa, è stato scarcerato. La corte di Kirov, che ieri lo ha condannato per frode e appropriazione indebita, ha tuttavia sottolineato che la sua decisione odierna non cancella la condanna a cinque anni di carcere. Gli avvocati di Navalny, arrestato ieri in aula dopo la sentenza, hanno già preannunciato l'appello.


A MOSCA - Il blogger e leader dell'opposizione extra-parlamentare russa dovrà rimanere a Mosca e ha fatto sapere di non aver ancora deciso se correre alle elezioni per il sindaco della capitale russa, in programma a settembre. Sulla candidatura «una decisione sarà presa dopo il ritorno a Mosca e dopo che ne avrà discusso» con i coordinatori della campagna elettorale, ha spiegato Navalny.

19 luglio 2013 | 9:49

Finiscono in cenere i capolavori rubati

La Stampa

Bruciati in Romania i dipinti di Matisse, Picasso, Freud e Monet trafugati lo scorso ottobre in Olanda



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Sono finiti in cenere i dipinti di Matisse, Picasso e Monet rubati lo scorso ottobre dal museo Kunsthal di Rotterdam. A confermare un sospetto è il direttore del Museo Nazionale di Storia romeno. La madre di uno dei sospettati- arrestato all’inizio dell’anno con i tre complici- si sarebbe liberata dei quadri perché ormai impossibili da piazzare sul mercato. I quadri, del valore compreso tra i 50 e i 100 milioni di euro, sono “Testa di Arlecchino” di Pablo Picasso, “La lettrice in bianco e giallo” di di Henri Matisse, “Waterloo Bridge” e ”Charing Cross bridge” di Claude Monet, “Donna davanti una finestra aperta” di Paul Gauguin, “Autoritratto” di Van Meyer de Haan e “Donna con gli occhi chiusi” di Lucien Freud. Secondo il direttore del Museo di Bucarest però «servono ancora accertamenti». Chiaro però che, se tutto fosse confermato, «si tratterebbe di un crimine contro l’umanità».

L’inizio del processo è fissato per il 13 agosto prossimo. 

Foto: i quadri finiti in cenere

La triste fine delle sirene di guerra che salvarono Roma

Il Messaggero
di Laura Larcan

Il loro suono annunciava alla città l’arrivo dei bombardieri. Delle 51 ufficiali, installate negli anni ’30 e ’40, ne rimangono 23


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Lanciavano l’allarme per l’arrivo dei bombardieri sul cielo di Roma durante la seconda guerra mondiale. Ma oggi l’allarme è tutto per loro. È lo strano caso delle antiche sirene del sistema antiaereo, che sopravvivono dimenticate sui tetti dei palazzi privati e degli edifici istituzionali più alti di Roma, nella stessa originaria posizione in cui vennero montate oltre settant’anni fa in pieno conflitto bellico. Cimeli storici dalla forma a fungo, che qualche portiere liquida come «ferri vecchi» da buttare, e che corrono il rischio di essere rottamati e perduti per sempre. A minacciarli sono i lavori di ristrutturazione delle coperture degli edifici, ma soprattutto le installazioni delle moderne antenne, cui fanno gola proprio le terrazze più vertiginose della Capitale.

TRALICCI E PARABOLE Ad insidiare quelle che gli esperti considerano preziose testimonianze storiche e tecnologiche, sono i tanti tralicci per le moderne antenne della telefonia, compresi gli impianti delle parabole. In alcuni casi le sirene sono state demolite o smontate per far posto alle nuove strutture hi tech dell’etere, ma molto spesso le antenne del ventunesimo secolo si aggrappano direttamente al «corpo» a fungo della sirena, mettendo a dura prova la loro resistenza di «ferri» arrugginiti. Anche perché quattordici lustri alla mercé del tempo e del maltempo hanno lasciato i loro segni.

L’ultimo caso eclatante è quello della sirena dell’edificio di viale XXI Aprile, che oggi fa da perno a grappoli di parabole. A lanciare l’Sos per questi singolari reperti della memoria di Roma è il Centro ricerche speleo archeologiche Sotterranei di Roma, presieduto da Marco Placidi, che ha intrapreso un lavoro sistematico di mappatura finalizzato a mettere a punto un progetto di censimento complessivo di tutto questo patrimonio disseminato sui tetti della città. «Quando abbiamo iniziato la caccia al tesoro ci siamo accorti che diverse sirene erano state frettolosamente già rottamate o rischiavano di esserlo a breve - racconta Lorenzo Grassi di Sotterranei di Roma - Ce lo hanno raccontato i portieri degli stabili, spesso infastiditi da quei ferri vecchi. In altri casi, invece, le sirene erano state scalzate dalle terrazze più alte della città per far posto ai moderni tralicci delle antenne per i telefonini».

IL CENSIMENTO «Così abbiamo pensato di lanciare un Sos per questi preziosi reperti - avverte Grassi - proponendo alla Sovrintendenza capitolina un censimento. L’obiettivo finale è di arrivare all'apposizione di un vincolo di salvaguardia come beni d’importanza storica». Dal canto suo la Sovrintendenza capitolina ha accolto il progetto. Si attende ora la convenzione. A lanciare l’idea era stato un esperimento di mappatura collettiva delle sirene, attraverso la raccolta di segnalazioni spontanee via web, promosso dal giornalista Mario Tedeschini-Lalli. L’associazione Sotterranei di Roma ha proseguito negli ultimi mesi con uno studio mirato sulle carte dell’Archivio centrale dello Stato, dove è stato ricostruito tutto il sistema di allarme antiaereo. Tra la fine degli anni ’30 e gli anni ’40 venivano installate un centinaio di sirene per la diffusione dell’allarme antiaereo, tutte collegate da «catenarie», e azionate da un comando centralizzato nei sotterranei del Viminale.

I TETTI FAMOSI Svettavano su edifici pubblici come Castel Sant’Angelo, Trinità dei Monti, Porta Pia, Ministero per la Pubblica istruzione, Grazia e Giustizia, Istituto superiore di sanità, e su palazzi privati. I documenti d’archivio ne indicavano 51 ufficiali, ma allo stato attuale del censimento solo 23 risultano ancora presenti. Dai Parioli, al quartiere Trieste. Due risultano traslocate: «Ce n’era una sulla caserma dei vigili del fuoco di via Marmorata che è custodita oggi nel museo storico dei vigili, l’altra stava sul tetto di una scuola di Monteverde, che è finita al Museo della stazione di Colonna». Il rischio di perderle per sempre è alto. «Se proprio il condominio vuole buttarle, almeno ce le affidino», rivendica Grassi. Il passo successivo è il museo.


Giovedì 18 Luglio 2013 - 09:14
Ultimo aggiornamento: 09:15

Pavia, il vescovo riconosce un miracolo. «Prodigiosa guarigione da un tumore»

Il Mattino

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PAVIA - Il vescovo di Pavia, mons. Giovanni Giudici, ha firmato il decreto che dichiara ufficialmente la guarigione «prodigiosa» di Danila Castelli, una donna di Bereguardo (Pavia) alla quale più di vent'anni fa i medici avevano tolto ormai ogni speranza in seguito ad un tumore. Invece dopo un viaggio a Lourdes avvenuto il 4 maggio 1989, guarì improvvisamente e senza una spiegazione scientifica plausibile. Il decreto del vescovo Giudici (inviato al vescovo di Lourdes) conclude così un lungo iter.

A darne notizia è il numero di questa settimana de 'il Ticino, il settimanale della diocesi di Pavia.
Nel decreto il vescovo Giudici, dopo aver preso atto della «relazione della Commissione diocesana costituita il 6 giugno 2013 per riesaminare il caso della guarigione della signora Danila Castelli, avvenuta a Lourdes il 4 maggio 1989 e dichiarata straordinaria dalla Commissione medica internazionale di Lourdes in data 19 novembre 2011», dichiara «il carattere «prodigioso-miracoloso» ed il valore di «segno» della guarigione della signora Danila Castelli, avvenuta a Lourdes per intercessione della Beata Vergine Maria».

Danila Castelli decise di affrontare nel maggio del 1989 un nuovo viaggio a Lourdes, credendo che fosse l'ultimo della sua vita dopo un calvario di otto anni durante i quali era stata sottoposta a otto interventi chirurgici per un tumore che sembrava averla ormai quasi completamente consumata. Invece dopo quel viaggio (durante il quale si abbandonò al 'bagnò nella grotta della Madonna) la donna si riprese in una maniera che i medici non sono mai riusciti a spiegare. «Questo decreto - commenta Danila Castelli - costituisce una grande occasione per ritrovare la freschezza della gioia di vivere con il Signore. È la riproposta di un cammino e arriva, come sempre, al momento perfetto perchè perfetti sono i tempi di Dio».

 
giovedì 18 luglio 2013 - 18:29

Il parroco detta il decalogo: in chiesa niente minigonna e ombelico scoperto

La Stampa
di Lorena Levorato

Il "galateo" è stato scritto dal prete di Codiverno di Vigonza: 6 regole fra le quali anche il rispetto del silenzio durante la messa


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PADOVA - Un richiamo al decoro e alla compostezza: no alle minigonne, ai pantaloni sopra al ginocchio, ai top con le spalline troppo sottili e agli ombelichi scoperti. Il parroco di Codiverno di Vigonza "bacchetta" i suoi fedeli scrivendo un sintetico, ma efficace, mini galateo estivo che ha fatto inserire anche sul fogliettino parrocchiale con gli avvisi della settimana.

D'altra parte si sa che con l'arrivo dell'estate, cresce la voglia di indossare abiti freschi e leggeri, che coprono poco. Ma non troppo. Soprattutto se si va in chiesa o in patronato. Da qui il messaggio e l'invito, semplice e diretto, che don Luca Nucibella, ha voluto rivolgere ai suoi parrocchiani, soprattutto a quelli più giovani, spesso abituati ad entrare in chiesa con pochi abiti addosso, che coprono l'essenziale, e proprio per questo poco adatti ad un luogo di preghiera e raccoglimento.

Ben lungi da voler essere un rimprovero, quello del prete della parrocchia della chiesa della Santissima Trinità, è un succinto promemoria con alcune indicazioni pratiche: sei regolette da osservare per il decoro ed il rispetto, anche degli altri. In cima alla lista il doveroso "silenzio in chiesa, soprattutto durante le celebrazioni; disporsi nel posto e nel modo che meglio aiutano la vera partecipazione". E poi c'è il richiamo esplicito a indossare abiti consoni e adeguati: "decoro e compostezza - scrive il parroco - della persona. Primo punto l’atteggiamento; poi l’abbigliamento: non indossare abiti come minigonne, pantaloni sopra il ginocchio, canottiere con la spalline troppo fine, top, scollature vertiginose, ombelichi scoperti".

Gli ultimi tre avvertimenti riguardano il rispetto per i libri dei canti ("da riporre nell'apposita mensola del banco"), e dei fogli della liturgia; il cellulare va tenuto spento; e non è bene accendere candele o fare devozioni durante una celebrazione liturgica". Niente prediche quindi, ma solo un consiglio "amichevole" per ricordare che in chiesa si va per pregare e non per mostrare il proprio corpo o per mandare sms col telefonino.

giovedì 18 luglio 2013 - 11:55   Ultimo aggiornamento: 19:01

Carlo, il "principe dei ladri": paga meno tasse dei suoi dipendenti

Eleonora Barbieri - Gio, 18/07/2013 - 17:00

L'erede al trono sotto accusa perché pagherebbe un'imposta troppo bassa sulle rendite del «Duchy of Cornwall», che l'anno scorso gli ha fruttato 19 milioni di sterline

Del resto sono l'unico vero incubo di tutti i sovrani inglesi, da secoli. E Carlo non è ancora re, ma ha già fatto la sua incursione nel campo del temibile: le tasse.


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O meglio, le tasse hanno invaso la sua esistenza, non sconvolgendola, figuriamoci, però insinuando dubbi e malumori fra i parlamentari del Regno e quindi fra la stampa sempre a caccia di argomenti contro l'esponente meno amato della Casa reale e quindi, alla fine, fra i sudditi. Il problema non sono le tasse che il principe paga, ma quelle che non paga: cioè, ne paga troppo poche, il ventiquattro per cento. Il resto della popolazione è costretto a versare molto di più, il trentasei. Fra chi contribuisce di più al fisco ci sono, per esempio, i dipendenti della sua proprietà, il Duchy of Cornwall, di cui fa parte anche la famosa azienda biologica del principe.

Il Duchy of Cornwall è proprio ciò che ha fatto indignare la commissione parlamentare che si occupa di questioni fiscali e conti pubblici (è lo stesso comitato che ha spulciato i registri di Google, Amazon e Starbucks): una proprietà che esiste dal 1337, che Edoardo III creò per suo figlio ed erede al trono, e che da allora è rimasta una specie di «garanzia» per i futuri sovrani del Regno. E che perciò, di secolo in secolo e di legge in legge, è arrivata a essere considerata, appunto, una «proprietà» e non

una «azienda», come ha spiegato l'avvocato del principe William Nye, al quale è toccato rispondere alle accuse mosse dai parlamentari (soprattutto laburisti). Sembra una cavillosità, ma dire che il Duchy «non è una corporation» è ciò che evita al principe di sborsare quanto i suoi sudditi: per esempio, lo scorso anno gli ha fruttato una rendita di 19 milioni di sterline, sulla quale ne ha versati 4,4 milioni di imposte. Bisogna dire che il Duchy prospera: vale, in totale, 763 milioni di sterline, oltre 879 milioni di euro e le rendite del 2012 sono aumentate del quattro per cento.

E questo anche grazie alle produzioni biologiche del principe, suo pallino da anni, fonte di prese in giro da parte dei tabloid e allo stesso tempo di ammirazione, perché comunque l'erede al trono di Elisabetta ci ha visto lungo, investendo fra i primi in un settore che si sarebbe rivelato uno dei business del nuovo millennio. Però - è questo che gli contestano i laburisti - tutto questo non si traduce nell'equità delle tasse da pagare al fisco, come tutti i cittadini, e specialmente in un periodo di crisi.

L'avvocato Nye ha spiegato che c'è un equivoco molto grosso, di base: il principe, quelle tasse, le paga «volontariamente», quindi non solo non sono poche, ma bisogna pure ringraziarlo. Anzi, Sua Altezza usa la rendita (i diciannove milioni in un anno) per sostenere le spese degli impegni pubblici suoi, di Camilla e dei figli Harry e William e di sua moglie Kate e, in prospettiva, anche del bebè di corte. Si capisce che se dovesse pagare più tasse, alla fine si ritorcerebbe contro i contribuenti stessi, che in qualche modo dovrebbero pur sopperire alle necessità della famigliola.

La presidente della commissione, la laburista Margaret Hodge ha messo sotto accusa la «giustizia» del regime fiscale privilegiato di Carlo. E ha fatto notare che bisognerebbe riflettere «se rispecchi o meno la realtà del mondo di oggi». Insomma se un'usanza nata nel quattordicesimo secolo - come ha sintetizzato un suo collega - non sia stata «trasformata in business». Fatto sta che le tasse, dopo tanti secoli, continuano a tormentare i sovrani inglesi. Perfino quando sono ancora aspiranti (da anni)...

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Padova, 68 anni dopo i funerali dei 4 piloti Raf

Corriere della sera

I resti di quattro militari furono ritrovati nel 2011



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Sepolti con tutti gli onori al cimitero militare di Padova, 68 anni dopo l'abbattimento del loro bombardiere della Raf, impegnato in Italia durante la II Guerra Mondiale. Due anni fa un gruppo di appassionati di archeologia aveva ritrovato il relitto dell'aereo e i resti dei quattro, tre inglesi e un australiano, a Copparo, in provincia di Ferrara.




Sepolti con tutti gli onori al cimitero militare di Padova, 68 anni dopo l'abbattimento del loro bombardiere della Raf, impegnato in Italia durante la II Guerra Mondiale. Due anni fa un gruppo di appassionati di archeologia aveva ritrovato il relitto dell'aereo e i resti dei quattro, tre inglesi e un australiano, a Copparo, in provincia di Ferrara. (Rcd - Corriere Tv)

Facebook compra l'azienda di uno scienziato italiano: «Fa il miglior software di debugging»

Corriere della sera

Il colosso Usa acquista la «Monoidics» di Dino Distefano giovane genio siciliano emigrato a Londra

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LONDRA - L’Italia entra nel «cervello» di Facebook. Parliamo del suo cervello tecnologico, dei suoi software, dei suoi algoritmi. Ed il merito di questo passaggio, di questa «conquista» (enfatizzando un po’) è di Dino Distefano il genio informatico che viene dalla provincia catanese (è di Biancavilla) ma è poi migrato a Londra perché per lui nelle università italiane non c’era posto.

L’ACQUISIZIONE – Cominciamo con l’ultimo capitolo della sua storia. Facebook ha comperato la «Monoidics», la start up che lo stesso ricercatore quarantenne, oggi docente alla Queen Mary University, ha fondato coi suoi amici e colleghi (Cristiano Calcagno un altro italiano, poi Peter O’Hearn e il coreano Hongseak Yang). E’ un team affiatato di scienziati che ha stabilito il suo quartier generale nell’East londinese, nella «Silicon Valley» londinese.

IL PROGRAMMA – Dino Distefano, che partendo dall’ «età della pietra» come ha sempre confessato, cioè dalla passione adolescenziale per il Commodore, è arrivato a guadagnarsi nel novembre scorso il premio più prestigioso della Royal Society, ha inventato e brevettato il «software dei software», ovvero quella «medicina» che consente di monitorare preventivamente i sistemi tecnologici, correggendo in tempo gli errori e impedendone il default.

 MONOIDICS – Il «software dei software», chiamato Infer, ha da subito attirato le attenzioni di grandi multinazionali del settore aerospaziale e automobilistico (ad esempio Airbus e Mitsubishi lo hanno adottato per rilevare i difetti dell’elettronica sui velivoli prima dell’accensione dei motori e degli impianti di frenata). Ora il colpo grosso.

FACEBOOK – Il colosso dei social network ha proposto alla Monoidcs l’accordo: vi compriamo, entrate e lavorate per noi nella nostra sede di Londra. Il motivo lo spiegano gli stessi responsabili di Facebook: «Monoidics produce il migliore software di analisi di altri software, in grado di identificare ed eliminare i bug. Ed è ciò che noi intendiamo utilizzare per le nostre applicazioni destinate ai dispositivi mobili».

LE CONSEGUENZE - In pratica, Facebook vuole eliminare i difetti riscontrati nella digitazione e nella consultazione del social network attraverso i cellulari e i tablet. Per farlo ha valutato e ha scelto: l’intero team dello scienziato Dino Distefano entra nella società di Mark Zuckerberg (i contenuti economici non sono ancora noti). Così in Facebook scorrerà sangue italiano, anche se di nostre eccellenze costrette alla fuga.

18 luglio 2013 | 20:25

Usa: Detroit dichiara la bancarotta

Corriere della sera

120 milioni di dollari di deficit: è la richiesta più grande mai presentata da una municipalità nella storia americana

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La città di Detroit, sede delle tre grandi case automobilistiche americane (Gm, Ford e Chrysler), ha presentato la richiesta di bancarotta. Si tratta - secondo la stampa Usa - della richiesta più grande mai presentata da una municipalità nella storia americana. La richiesta al giudice federale di accedere al Chapter 9 - che regola la bancarotta delle municipalità che possono chiedere assistenza per ristrutturare i propri debiti - è stata avanzata dal commissario straordinario di Detroit, Kevyn Orr, che ha dichiarato lo stato di insolvenza della città. Ed è stata approvata dal governatore del Michigan, Rick Snyder. Se approvata, la domanda permetterà al commissario straordinario di liquidare gli asset della città per soddisfare i creditori. La Casa Bianca ha fatto sapere che sta seguendo la situazione da vicino.

SPOPOLAMENTO - Dopo mesi di tentativi per scongiurarlo, si è arrivati a questo passo dopo che la sua industria, quella automobilistica, si era invece ripresa, invertendo tendenza. La città del Michigan da anni era alle prese con un dissesto finanziario che l'ha vista più volte ricorrere a prestiti per finanziare operazioni che non hanno prodotto i risultati sperati sul fronte delle entrate. A pesare c'è stata una cattiva gestione delle finanze pubbliche dovuta alla corruzione politica. Ma anche il duro colpo subìto dal mercato immobiliare e l'enorme calo della popolazione (dai 7 milioni di abitanti degli anni 50 ai 714 mila attuali tra il 2000 e il 2010) legato alla crisi economica che ha penalizzato anche il mercato dell'auto e l'immenso indotto che hanno fatto di Detroit la «Motor City» americana. Uno spopolamento, in particolare, che ha ridotto la base dei «contribuenti» al bilancio delle casse municipali senza che, contemporaneamente, si riducessero le spese pubbliche.

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COMMISSARIATA - Eppure mesi fa con un accordo firmato con le autorità statali si era sperato in un'azione efficace per rimettere in sesto le dissestate finanze della città, dopo che recenti stime avevano rivisto al rialzo le prospettive di deficit. E con l'agenzia Moody's che già nei mesi scorsi aveva rivisto al ribasso il rating della città, preannunciando la possibilità della procedura fallimentare. La città dei Big Three dell'auto aveva imboccato la strada del commissariamento nel dicembre scorso, dando il via alla verifica delle proprie finanze da parte dell'amministrazione dello Stato del Michigan. Ufficializzati così i problemi di liquidità dell'ex metropoli, era stata così ufficializzata l'emergenza fiscale, mettendo la situazione in mano a un commissario straordinario. Il deficit nel bilancio cittadino è stimato in oltre 380 milioni di dollari (290 milioni di euro), mentre Orr ha stimato i debiti di lungo periodo a oltre 14 miliardi di dollari, forse tra 17 e 20 miliardi.

18 luglio 2013 (modifica il 19 luglio 2013)