giovedì 18 luglio 2013

Nuovi insulti contro la Kyenge, un assessore leghista su Facebook “Guardate, sembra una scimmia”

La Stampa

Agostino Pedrali posta una foto della ministra accanto a quella di un orango sotto la didascalia “Separate alla nascita”. Ira del Pd «Gli vengano revocate le deleghe»


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La foto di Cecile Kyenge e quella di una scimmia, sotto la didascalia “Separate alla nascita”. Nuova bufera su un esponente della Lega Nord dopo gli insulti di Roberto Calderoli che aveva paragonato il ministro per l’Integrazione a un «orango»: l’assessore ai Servizi sociali del Comune di Coccaglio, in provincia di Brescia, Agostino Pedrali, ha “postato” l’immagine offensiva sul suo profilo Facebook. «Dite quello che volete, ma non assomiglia a un orango.

Dai guardate bene», scrive Pedrali, a commento della foto. La foto è stata pubblicata in mattinata: dopo che la notizia è stata ripresa dai media locali, Pedrali ha “corretto il tiro”, facendo notare che la frase “dite quello che volete, ma non assomiglia ad un orango” non è seguita da un punto di domanda: la «frase è affermativa», scrive in un commento, postato intorno alle 15. «L’invito è a guardare bene, perché NON assomiglia a un orango», spiega. La correzione non è bastata al Pd lombardo che, in una nota, chiede al sindaco di Coccaglio di revocare «immediatamente le deleghe all’assessore Pedrali».

«Chi ostenta idee razziste non può rappresentare le istituzioni», commenta il consigliere regionale, Gian Antonio Girelli. «Maroni ha le sue responsabilità per queste sparate - aggiunge Girelli -, perché non ha obbligato Calderoli alle dimissioni e ha implicitamente derubricato le frasi razziste a semplice marachella. Con la sua indulgenza su Calderoli, Maroni ha di fatto dato la stura alle posizioni più becere. Con il razzismo non si scherza, occorrono provvedimenti esemplari, non finte retromarce». 

Pirateria musicale per 8 italiani su 10

Corriere della sera

I dati in una ricerca commissionata da Spotify: «Scaricati file illegali dal 77% delle connessioni residenziali»

MILANO - I pirati italiani navigano a gonfie vele. Spotify, il servizio di musica in streaming che nei giorni scorsi ha suscitato clamore per le critiche di Tom Yorke, ha pubblicato uno studio legato al download illegale di file musicali, un'abitudine che qui in Italia è un vero e proprio fenomeno culturale. Al punto che la ricerca, incentrata sul fenomeno nei Paesi Bassi, ha preso il nostro Paese come pietra di paragone. Un paragone in negativo.

CatturaTENDENZA DIFFUSA - Lo studio parla di «tendenza diffusa», notando come «10.7 milioni di indirizzi IP italiani hanno scaricato musica illegalmente nel 2012». In altre parole 77 connessioni residenziali su 100 (in totale sono 13,9 milioni) non hanno resistito alla tentazione di impossessarsi gratuitamente dei file. Chi lo fa poi è restio a redimersi: il 66% di chi ha scaricato musica pirata tra gennaio e giugno 2012 lo ha rifatto anche tra luglio e dicembre.


PAESE DI PIRATI - Le cifre, messe così, sono impressionanti. A livello quantitativo invece si scopre che solo il 20% delle connessioni attive scarica un solo file l'anno, la maggioranza – il 38% - tra i due e i cinque file, il 31% tra i 6 e i 15, mentre una connessione su dieci va oltre i sedici, con una media di 25 file annui. Insomma, la pirateria va alla grande e va detto che questi dati sono parziali. Vengono infatti da Musicmetric che misura il solo download tramite torrent senza considerare i "rip" da YouTube e i cyberlockers, i siti da cui si scarica direttamente. Ma sono numeri che possiamo prendere per affidabili visto che i torrent nel nostro Paese rappresentano la maggior parte dei download illegali.

NON SOLO SPOTIFY - Chiaramente la ricetta offerta da Spotify per arginare il fenomeno è, senza sorpresa, Spotify stesso. Nel confronto con i Paesi Bassi, lo studio rileva come «se la pirateria diminuisse a 27 IP ogni 100 connessioni anche in Italia – come è già successo nei Paesi Bassi dopo l’arrivo di Spotify –, verrebbero scaricati illegalmente 47 milioni di file in meno». La Fimi, Federazione Industria Musicale Italiana, però non è completamente d'accordo. «L’arrivo in Italia del servizio in streaming offerto da Spotify ha fortemente accresciuto il valore dell’intero mercato musicale, aumentando le possibilità di fruizione per gli utenti e innovando questo settore in modo tale da offrire una sempre migliore offerta legale in alternativa alla pirateria», si legge nel comunicato che commenta lo studio. Ma «l’aumento delle possibilità date dell’offerta legale, però, non è sufficiente a ridurre quella illegale».

BLOCCARE I SITI - Secondo la federazione infatti «l’unica possibilità di contrastare la pirateria e le numerose forme di lucro che spesso cela, è l’integrazione di una ricca e variegata offerta con delle forme di tutela legale». Tra queste il blocco dei siti che diffondono i torrent come Pirate Bay, Torrent Reactor, KickassTorrent. Anche se il blocco è parziale e facilmente aggirabile infatti, la Fimi dopo lo stop ha registrato un calo degli utilizzatori di BitTorrent di 600 mila unità.

NON FA SEMPRE MALE - Va detto per correttezza che non sempre il download illegale danneggia la musica. Il 22 marzo scorso uno studio svolto per conto della Commissione Europea da un suo organo tecnico, il Joint Research Centre, aveva rivelato come «la pirateria musicale digitale non dovrebbe essere considerata una crescente preoccupazione per i detentori di copyright (…). Sembra che gran parte della musica consumata illegalmente dagli individui del nostro campione (16 mila utenti tra Italia, Germania, Francia, Spagna e Gran Bretagna) non sarebbe comunque stata acquistata, anche nel caso in cui non fossero stati disponibili i siti di download illegale».


18 luglio 2013 | 17:32

Odio e razzismo sui social network, Kyenge annuncia nuovi strumenti legislativi

Corriere della sera

Il ministro rilancia la proposta di Boldrini. La rabbia degli utenti: «Non ha senso, Calderoli non l'ha insultata in rete»

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Si torna a parlare di social network, odio e insulti. Già, perché è polemica dopo un tweet del ministro per l'Integrazione Cécile Kyenge, che annuncia: «Stiamo studiando nuovi strumenti legislativi per prevenire e reprimere l'istigazione all'odio razziale anche su internet e i social network».

PAURA E PREGIUDIZI - Il ministro - che nei giorni scorsi è stata bersaglio di insulti razzisti da parte del vicepresidente del Senato Roberto Calderoli - riprende un discorso lanciato dal presidente della Camera Laura Boldrini che già a suo tempo aveva fatto parecchio discutere. L'idea sarebbe infatti quella di sanzionare e limitare l'uso dei social network per insultare e minacciare (qui, il nostro sondaggio). Kyenge, intervenendo alla presentazione, al Cnel, del rapporto sugli indici di integrazione degli immigrati in Italia, ha spiegato «che l'istigazione all'odio sta aumentando soprattutto attraverso Internet e i social network: serve un cambio culturale per sgomberare il campo da paure e pregiudizi».

ANONIMATO IN RETE - Già, peccato che, come era stato fatto notare da più parti a Boldrini, non solo non esistono dati per fare una simile affermazione. Ma l'unico modo per raggiungere questo obiettivo sarebbe abolire l'anonimato in rete, andando così a minare uno dei principi fondamentali della rete. E cioè, la libertà. Come dire che per punire un gruppo di scalmanati si va a colpire la libertà di tutti. E se Boldrini a suo tempo aveva specificato di non aver mai parlato di censura, ora che Kyenge rilancia l'idea, su Twitter in tanti l'attaccano. Da chi le fa notare che gli strumenti per segnalare e bloccare gli utenti che insultano ci sono già, a chi le chiede maggiore chiarezza sugli strumenti legislativi, passando per chi le fa notare come Calderoli non l'abbia insultata su internet ma in pubblico, fino a chi le intima di non dire «sciocchezze». il tono dei cinguettii non è certo clemente. Insomma, se Boldrini aveva posto il problema a proposito degli insulti alle donne e agli attacchi di tipo sessista, anche la proposta di Kyenge - che sembra invece puntare a contenere le offese di tipo razzista - l'idea che lo Stato regolamenti i social network proprio non va giù.

18 luglio 2013 | 16:40

Stefano Gabbana, insulti al Comune su Twitter

Corriere della sera

Lo sfogo dello stilista dopo alcune dichiarazioni dell'assessore D'Alfonso. Che replica: «Conversazione informale»


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E alla fine spunta pure il numero del cellulare dell'assessore. Quando tale Federico Giuliano, che si definisce attivo nel mondo di scouting, art direction, movies, storytelling, pubblica su Twitter il numero di telefono e l'e-mail dell’assessore al Commercio Franco D’Alfonso. La dura punizione dell’universo dei social network è dovuta a un peccato capitale: aver criticato Dolce&Gabbana per la condanna in primo grado per «omessa dichiarazione dei redditi».

LA RABBIA - Come riportato giovedì da alcuni quotidiani, infatti, l’amministratore aveva dichiarato, «a titolo personale», che «non bisognerebbe concedere spazi simbolo della città a personaggi famosi e marchi vip che hanno rimediato condanne per fatti particolarmente odiosi in questo momento di crisi economica come l’evasione fiscale». Una dichiarazione che ha scatenato la reazione su Twitter prima dell’interessato Stefano Gabbana, con una serie di cinguettii («Comune di Milano Fate schifo!!!» «Vergognatevi!!! Ignoranti» e «fate schifo e pietà!!!»), poi delle sue migliaia di follower tra cui avversari politici di D’Alfonso come l’ex assessore Alan Rizzi («condanna parole offensive e giustizialiste #d'alfonso inopportuno assessore commercio») e l’ex portavoce di Roberto Formigoni, Andrea Radic («Milano non è D’Alfonso, per fortuna»).

LA REPLICA - Pochi istanti dopo il tweet, arriva un comunicato di D’Alfonso in risposta al tam tam. «Oggi su alcuni organi di stampa è stata riportata una mia frase, non contenuta in un’intervista, ma estrapolata da una conversazione informale riguardante argomenti generali, che non esprimeva certo l’opinione dell’Amministrazione. Preciso che da parte mia c’è l’assoluto rispetto del principio costituzionale della presunzione di innocenza fino ad una sentenza definitiva. Il garantismo è un principio universale che vale per tutti. Auspico quindi che nel procedimento in corso Dolce e Gabbana chiariscano la loro posizione».

Stefano Gabbana attacca il Comune su Twitter Stefano Gabbana attacca il Comune su Twitter Stefano Gabbana attacca il Comune su Twitter Stefano Gabbana attacca il Comune su Twitter Stefano Gabbana attacca il Comune su Twitter

I FOLLOWER - Durante la mattina, senza sosta, si erano susseguiti i tweet degli aficionados del marchio più famoso, ferito dalle dichiarazioni di D’Alfonso. Ecco alcuni esempi. Marcello Saponaro attacca: «Io penso che @giulianopisapia dovrebbe revocare l'incarico a Franco D'Alfonso. Nuoce gravemente a Milano e alla sua Giunta». Seguito da Federico Illuzzi: «Dopo le stupidate dell'assessore D'Alfonso oggi shopping selvaggio da #dolcegabbana». E se Nunzia Verde provoca: «Ma chi è D’Alfonso», Giovanni Volpe rilancia: «Forse D’Alfonso veste Armani. Povera moda italiana». Oppure Nicolò Mardegan (@nicolomardegan3h) che consiglia infine a Gabbana di «chiedere risarcimento danni all'assessore che diffama voi e noi milanesi che amiamo la moda».

IL FATTO – Il 19 giugno i due stilisti di D&G sono stati condannati in primo grado dal Tribunale di Milano a un anno e 8 mesi di carcere per «omessa dichiarazione dei redditi» e al pagamento di 500 mila euro all’Agenzia delle Entrate, p
arte civile. I due avrebbero evaso 416 milioni di euro a testa oltre a 200 milioni riferiti alla società Gado con sede in Lussemburgo.

18 luglio 2013 | 16:09

Facebook diventa un Monopoly Così il social si trasforma in gioco da tavolo

Corriere della sera

Un designer americano ha ripensato il più noto tra i giochi da tavola, cambiando le sue regole con le azioni di Facebook

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MILANO – E se Facebook si trasformasse in uno di quei vecchi giochi da tavolo con dadi da tirare, pedine da muovere sul tabellone e cartoncini da pescare? Un artista e designer americano si è divertito a ripensare il più classico tra questi – il Monopoly – sostituendo casette e vie, imprevisti e probabilità, con le azioni più comuni che il social network di Zuckerberg permette di svolgere. Il risultato: un tabellone sui toni del blu dove la prigione si trasforma in «account sospeso», e il passare dal «via», con il consueto premio in denaro, diventa un «pesca una carta per un like gratis». E le pedine? Emblematicamente, siamo proprio noi…

L’IDEA La divertente illuminazione è venuta a Pat C Klein, graphic designer americano che ha pensato: con tutto il tempo passato su Facebook, chi si ricorda ancora di giocare con i vecchi e fantasiosi giochi da tavola? Da qui la sua idea, ovvero trasformare il tabellone del Monopoly in un cartonato dedicato alle azioni sul social network. Per ora si tratta di un prototipo, non ancora in commercio, ma se l’idea piacerà il suo inventore spera che «Facebook: The board game» si trasformi in una alternativa alle ore passate su smartphone e pagine web. E che riporti dunque tutta una nuova generazione a incontrarsi e giocare, senza supporti tech. Un fine educativo, dunque: d’altronde anche il sistema dietro al primo Monopoli (che allora si chiamava «The Landlord’s Game») nacque a inizio Novecento dalla statunitense Elizabeth Magie, che voleva insegnare la teoria dell’imposta unica dell’economista Henry George alle masse.

 «Facebook: The Board Game» «Facebook: The Board Game» «Facebook: The Board Game» «Facebook: The Board Game» «Facebook: The Board Game»

I 4 ANGOLI Ai 4 angoli del tabellone quadrato, ecco l’idea del nuovo Monopoly-Facebook: il «VIA! (ritirate al passaggio lire 20mila)», si trasforma nell’opportunità di pescare una carta che consente di fare un «mi piace». La casella che manda «IN PRIGIONE!» diventa un «ho scordato di fare log-in», e quella dove si soggiorna dietro le sbarre, la gattabuia ufficiale, si trasforma in un più tragico «account sospeso», ovvero tutti fuori dai giochi, e dal social. Il quarto angolo invece, quello che un tempo era il «parcheggio gratuito» diventa ora un «refresh» della pagina, per aggiornare la bacheca del social.

LE CASELLEI tasselli che compongono i lati del quadrato, solitamente occupati dalle vie della città, diventano ora le varie azioni che si possono compiere o leggere su Facebook. Ci sono infatti i compleanni, i messaggi privati, la musica da ascoltare, i video di YouTube da condividere, gli eventi, le foto e conseguenti tag, le richieste di amicizia, i commenti e così via. E anche i vecchi cartoncini gialli e arancioni rispettivamente delle probabilità e degli imprevisti si trasformano: le prime diventano il nostro status («a cosa stai pensando?») e i secondi diventano l’azione più immediata del social, il dito alzato che rappresenta il «mi piace».

18 luglio 2013 | 12:02

La guerra della cotoletta va a finire in tribunale

Michelangelo Bonessa - Gio, 18/07/2013 - 07:08

Due ristoratori milanesi in causa per il copyright delle ricette sul menù. E la celebre bistecca scatena carte bollate, denunce e persino botte

Tutta colpa della cotoletta. Il tipico piatto milanese è stato la causa scatenante di una guerra tra ristoratori: cause in tribunale, licenziamenti e reciproche denunce seguite a presunte aggressioni.


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E il teatro dello scontro è corso Garibaldi, nel cuore del centro cittadino. Da una parte Marcello Michi e dall'altra Cesare Denti. Entrambi parte della storia culinaria cittadina: il primo proviene dalla famiglia di Cesarina Mungai che ha gestito diversi ristoranti in città, il secondo è proprietario da anni di locali molto frequentati. Ora sono allo scontro diretto, un muro contro muro che non sembra avere spiragli. È iniziato tutto con l'apertura della Cotoletteria di corso Garibaldi 11. Denti affitta gli spazi a Michi nel 2005, ma nel contratto viene inserita una clausola di non concorrenza relativa alle cotolette: entro un certo raggio, il proprietario dei locali non può proporre le stesse bistecche impanate di Michi nei suoi ristoranti.

Per qualche anno gli affari procedono bene per entrambi, ma i rapporti sono destinati a guastarsi proprio a causa della cotoletta: Michi viene a sapere che nel locale di fianco al suo, di proprietà di Denti, viene proposto un menu uguale al suo. È questa la miccia che porta a far detonare il conflitto sul più austroungarico piatto meneghino. Nel 2010 parte la causa in tribunale e la vicenda costa il posto alla direttrice del ristorante, indicata da Denti come la responsabile dell'iniziativa.

Ma questo è solo il primo round, perchè ormai gli animi si sono esacerbati: lo scontro procede sul terreno dell'affitto. È scaduto, ma tra accuse reciproche e nuovi litigi non viene rinnovato. Alla fine Michi è costretto a trasferirsi in via Cirillo 12, anche se l'insegna Cotoletteria resta al suo posto in corso Garibaldi e il locale continua a lavorare. Ma la vicenda non è passata inosservata e anche la macelleria di fianco è stata coinvolta nel conflitto, sebbene per ora in modo marginale: sulla sua vetrina c'è un cartello che avverte del trasferimento della Cotoletteria «storica» nella zona dell'Arco della Pace.

La guerra della cotoletta ha attirato anche dei sostenitori dunque e, per la gioia degli avvocati, ha avviato delle cause di risarcimento a cinque zeri. Ora è Denti che vuole trascinare in aula Michi, ma le vie giudiziarie in questa storia sono infinite. Anche perchè senza che si sia chiuso un fronte, se ne aprono facilmente altri: Michi poco tempo fa si è recato in corso Garibaldi per recuperare degli effetti personali, ma la sua visita si è trasformata in un'ulteriore fonte di guai.

Dal diverbio nato dalla sua visita ci sono stati feriti, lui stesso e una dipendente di Denti accusano fratture e lussazioni, e successive denunce. Un fronte fisico, dopo quello legale, per la guerra della cotoletta. E anche questo coinvolgerà altre persone, come i testimoni delle due parti, e probabilmente si amplierà perchè i due contendenti sembrano sempre più decisi ad andare fino in fondo. Galeotta fu la cotoletta. Ormai le cause continuano e presto se ne aspettano altre, perchè lo scontro all'ombra della madonnina è appena alle prime riprese. E siamo già ai feriti.

Questo caldo da cani morde anche Fido. Ecco come difenderlo

Oscar Grazioli - Gio, 18/07/2013 - 07:33

Mai lasciare gli animali a lungo in auto: il rischio di collasso è molto alto. E il muso fuori dal finestrino provoca l'otite


Decine di cani, ogni anno, muoiono d'estate a causa dell'eccesso di calore. In realtà sarebbe più corretto scrivere che il caldo non c'entra nulla, visto che in luglio e agosto fa semplicemente il suo dovere, mentre la totalità di queste morti è da addebitare alla negligenza dei proprietari.

La maggior parte delle morti per colpo di calore avviene all'interno di automobili arroventate. La situazione classica è questa. È sabato e il furbo di turno va a fare la spesa alle due del pomeriggio, quando tutti fanno la pennichella. Fido è lì, disteso sul pavimento, che dorme.. «Fido, andiamo a fare un giro. Figurati se ti lascio qua da solo». «Ma porca boia» pensa Fido «e lasciarmi sonnecchiare qui al fresco, no?».

Fuori ci sono 36 gradi all'ombra e il parcheggio del supermercato è dotato di numero otto virgulti vegetali e un'unica pianta secolare che i Verdi hanno salvato alla tabula rasa (io obblighrei i supermarket ad avere un bosco davanti). E qui iniziano i ricordi di astronomia dello scout. «Il sole nasce là, gira di qua, io metto l'auto qui e, tempo un dieci minuti, è ancora all'ombra». Peccato non senta la voce che giunge da lassù «O bischero che tu sei. Il sole un gira di là, è la terra che gira di qua». È Margherita Hack che sogghigna.

Il risultato è che alla cassa non trovano il prezzo di un articolo, poi non va il pos del Bancomat e i dieci minuti diventano quaranta. Nell'auto in pieno sole, il povero Fido lotta disperatamente per abbassare la temperatura corporea che ha passato i 45 gradi. Non può sudare e l'unica possibiltà è respirare in fretta, sempre più in fretta, fino al collasso e alla morte che sopraggiungono velocemente, assieme alla scoagulazione del sangue. Prima regola dunque: quando fa caldo Fido sta bene dove state voi, magari in casa o nel giardino sotto la fronzuta magnolia. E non fidatevi dell'auto all'ombra. Diventa torrida anche se fuori ci sono 28 gradi.

Somma attenzione alle razze brachicefale, quelle col muso «tamponato», come Carlini, Bull Dog, Boxer ecc. A forza di farli diventare sempre più buffi, genetisti e allevatori gli hanno talmente modificato l'anatomia delle vie aeree che fanno una maledetta fatica a respirare. Infatti, di notte, russano come un obeso ubriaco fradicio. Questi cani possono collassare anche durante una passeggiata all'ombra, se fa molto caldo e se c'è un alto tasso di umidità.

L'acqua. Quando fa molto caldo non dimenticare mai di riempire le ciotole (non accontentatvi di una perché potrebbe rovesciarsi) con acqua fresca e disporle all'ombra, badando bene che il cane ci arrivi. Non ridete. Ne ho visto più di uno, morto a un palmo dall'acqua perché la catena era troppo corta. Non dimenticare che i cosiddetti animali esotici (conigli nani, porcellini d'India, tartarughe, cani della prateria ecc.) soffrono il caldo ancora più del cane. I pesciolini lasciati al sole diretto in due dita d'acqua, faranno la gioia del gatto di casa. Un'ottima frittura di paranza.

Se avete caricato Fido sull'auto per il mare o la montagna, soste frequenti all'ombra, acqua a bordo e non lasciatelo con la testa fuori dal finestrino con le orecchie al vento. Minimo parte un'otite, massimo rasentate troppo un palo della luce e… ciao vacanza (e addio a Fido). Silvestro? Sopporta il calore molto meglio di tutti gli altri, ma fategli un grosso favore. Lasciatelo sonnecchiare sul divanetto giù in taverna. Voi gli siete tanto simpatici ma trasportini, auto e porte sono i suoi peggiori nemici.

Acquisti un biglietto su Internet ma è per tua moglie? In treno lei sarà multata

Il Giorno
di Enrico Fovanna


Incredibile ma vero: comprando  on line un biglietto Intercity per un'altra persona il titolo non è valido. Sui Frecciarossa invece va bene. Perchè questa assudità?



Milano, 17 luglio 2013

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Se acquisti un biglietto Trenitalia per moglie o figli alla stazione, andrà tutto bene. Se lo fai su Internet, sul sito delle ferrovie, pagheranno la multa. Accade a un marito che si identifica sul sito trenitalia.com, prende il biglietto per la moglie, paga con carta di credito, lo stampa e lo consegna alla signora. Ma sul treno lei verrà multata in malo modo, perché il marito aveva eseguito l'accesso sul web con il proprio nome.
Di qui la scoperta: se acquisti un biglietto per Frecciarossa o Frecciabianca, puoi farlo per un'altra persona. Se invece lo fai per un Intercity, il titolo di viaggio è incedibile: il viaggiatore che non esibisce la ricevuta di stampa o non presenta un documento  viene considerato sprovvisto di biglietto. Quindi il controllore farà la multa, come se nessuno avesse mai pagato quel biglietto.

È accaduto a R.F., impiegata in vacanza a Verbania, che la mattina del 16 agosto ha dovuto far rientro a Milano per lavoro. Come sempre, il marito E.F.  è andato sul sito trenitalia.com, identificandosi con username e password, e ha acquistato un biglietto di andata e ritorno per la moglie con l'Ipad. Nonostante il sito non desse alcuna indicazione a proposito e fornisse comunque un numero identificativo del biglietto, l'uomo si è premurato anche di farlo stampare, per maggior sicurezza. Accompagnata la moglie in stazione, dopo la partenza del teno alle 8.48 è tornato a casa. Di lì a poco ha ricevuto la telefonata della moglie: "Sono stata multata dal controllore, che mi ha invitato a buttare via anche il biglietto di ritorno, perché il biglietto era a tuo nome".

Ma lo abbiamo sempre fatto con i Frecciarossa, ha replicato il marito. Tanto è vero che è una prassi comune quella di mettere in vendita i biglietti su ebay, o comunque online, per chi non li possa utilizzare. Niente da fare, avrebbe risposto il controllore, nonostante l'evidente buona fede della signora, che avrebbe risparmiato tutte queste grane se non avesse acquistato il titolo di viaggio online, ma in stazione. "Qui il biglietto deve essere intestato a chi sale sul treno". Con il paradosso che se il biglietto l'avesse acquistato un'altra donna, nessuno se ne sarebbe accorto, non essendo certo prassi dei controllori quella di chiedere i documenti.

Il Giorno ha interpellato l'ufficio stampa di Trenitalia, per chiedere conto della bizzarria: i biglietti su treni veloci possono essere acquistati anche per un'altra persona, quelli sugli Intercity no. Dapprima la replica, per quanto cordiale, è stata incerta. "In effetti ci sono arrivate delle segnalazioni, ma sulle tratte regionali la competenza è delle regioni stesse". Abbiamo spiegato allora che il treno in questione attraversava peraltro due regioni diverse. Ma soprattutto che il titolo di viaggio era stato messo in vendita e acquistato sul sito ufficiale di Trenitalia, che ne ha incassato i proventi. Esattamente come per un Frecciarossa. E senza che, all'atto dell'acquisto, venisse specificato in alcun modo che la figura dell'acquirente e del beneficiario dovessero coincidere, a differenza di quanto accade per i treni ad alta velocità.

Oltretutto, non trattandosi di un volo, in cui viene richiesto un documento di identità, tutto l'insieme della norma perde di senso. Il biglietto acquistato in stazione, per esempio, è assolutamente cedibile. Il marito può recarsi allo sportello e consegnarlo alla moglie. Perché non dirimere un groviglio normativo così insensato, che pare ideato soltanto per spillare multe ai cittadini?

Enrico Fovanna

Missili di zucchero

La Stampa

yoani sanchez



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Il Congresso dell’Unione dei Giornalisti di Cuba (UPEC) è stato appena smentito. Sono trascorsi pochi giorni da quella riunione di informatori ufficiali, la realtà si è incaricata di metterli alla prova…e ancora una volta hanno deluso. Ieri, la notizia che erano stati rinvenuti missili insieme ad altro materiale bellico, nelle stive di una nave con bandiera della Corea del Nord, proveniente dall’Avana, occupava le prime pagine di molti giornali internazionali.

A Panama, luogo dove sono state scoperte le armi, lo stesso presidente del paese ha comunicato via Twitter quel che era accaduto. Pur sapendo che di questi tempi è quasi impossibile nascondere a livello internazionale un fatto di tale portata, oggi a Cuba ci siamo risvegliati leggendo una succinta nota del Ministro dei Rapporti con l’Estero. Il comunicato presenta un tono autoritario e spiega che tale armamentario obsoleto - ma funzionante - era stato spedito nella penisola coreana per essere riparato. In ogni caso, non chiarisce i motivi per cui si riteneva opportuno nascondere le armi in un carico di zucchero. 

In un momento in cui i periodici insegnano che i governi non possono mantenere il segreto su certi fatti, è quanto meno penoso il ruolo conformista della stampa ufficiale cubana. In Spagna diversi quotidiani hanno messo in crisi il partito di governo pubblicando le dichiarazioni del suo ex tesoriere; negli Stati Uniti il caso Snowden guadagna le copertine e a tempo stesso si chiedono spiegazioni alla Casa Bianca in merito all’invasione della privacy di tanti cittadini. Risulta inconcepibile che questa mattina, il ministro delle Forze Armate di Cuba e il suo omologo degli Esteri non siano stati interpellati dai reporter e che nessuno li abbia obbligati a rendere conto dell’accaduto. Dove sono i giornalisti? Dove sono quei professionisti della notizia e della parola, che devono spingere i governanti a dare spiegazioni, i politici a non ingannare e i militari a non trattare i cittadini come bambini ai quali si possono raccontare menzogne di ogni tipo? 

Non è dato sapere quale fine abbiano fatto gli accordi del Congresso dell’Unione dei Giornalisti di Cuba, con i loro richiami a eliminare ostacoli, abolire reticenze e a svolgere un lavoro informativo più aderente alla realtà. Una breve nota, piena zeppa di falsità, non è sufficiente a spiegare l’atto di mandare - di nascosto - armi a un paese che le stesse Nazioni Unite hanno invitato a non aiutare fornendo tecnologia bellica. Non ci convinceranno di essere innocenti adducendo la vetustà di tali armi, le cose capaci di produrre orrore non sono mai del tutto obsolete. In ogni caso, come giornalisti, la lezione più importante che possiamo ricavare dal complesso di questa “crisi dei missili di zucchero” è che non possiamo accontentarci delle spiegazioni istituzionali, espresse a colpi di brevi e indiscutibili note. A questo punto devono parlare, devono spiegare… e molto. 


Traduzione di Gordiano Lupi - www.infol.it/lupi

Prodi un anno fa era in ginocchio dal dittatore kazako Narbayev

Libero

L'ex premier ad Astana è di casa. Prodi è ufficialmente membro dell’ International Advisory Board del presidente kazako. S’incontrano spesso ogni anno e Mortadella si riempe il portafoglio


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Per la sinistra la crisi kazaka è un "affaire" che riguarda solo il centrodestra e Angelino Alfano. Memoria corta. A stringere le mani del presidente kazako  Nursultan Nazarbaev non c'era solo Silvio Berlusconi, ma anche, Romano Prodi. "Mortadella" ad Astana è di casa. Come racconta Der Spigel lo scorso 13 marzo, Prodi addirittura lavora per il governo kazako. "Gusenbauer, Kwaniewski e Prodi sono ufficialmente membri dell’Intenarnational Advisory Board di Nazarbayev.

S’incontrano spesso ogni anno  nella più recente occasione due settimane fa nella capitale kazaka Astana – e ciascuno di loro percepisce onorari annuali che raggiungono le sette cifre. Secondo la stampa britannica, l’ex primo ministro britannico Blair, pure lui advisor, riceve ogni anno compensi che possono arrivare a 9 milioni di euro (11,7 milioni di dollari)", racconta la testata tedesca. Insomma Prodi ama stare a casa Nazarbaev e soprattutto graziue a quello che ora viene indicato da tutti come un "dittatore", l'ex premier si riempe il portafoglio. Ma i precedenti tra Prodi e Nazarbaev non finiscono qui.

Mortadella kazako - La sinistra scorda il pragmatismo di Romano Prodi che incontrò il leader kazako nel 2002 come presidente della Commissione Ue e poi nell'ottobre del 2007 volò ad Astana per stringere proficui accordi commerciali. Ecco cosa diceva Prodi dopo le sue lunghe chiaccherate con Nazarbayev:  "Sono contento dei messaggi rassicuranti arrivati sia dal presidente che dal primo ministro. Mi hanno detto che il Kazakistan non ha intenzione di cambiare la sua politica di apertura alle aziende straniere e che rispetterà pienamente le norme internazionali'.  Sottolineo l'amicizia' fra i due Paesi - l'Italia è stato il primo Paese a riconoscere il Kazakistan come Stato indipendente dopo il disfacimento dell'Unione sovietica. Anche quando sorgono difficoltà, che sono normali fra amici, queste vengono risolte con il dialogo". Ma si sa per il Pd e soprattutto per Sel, l'unico vero amico di Nazarbaev è Berlusconi. Le visite prodiane ad Astana si scordano subito.

 (I.S.)

WhatsApp, fine della pacchia Su iPhone i messaggi si pagano

Quotidiano.net


Da oggi scatta il canone. Servizio gratis solo per i vecchi clienti

FINISCE anche per i possessori di iPhone l’era di WhatsApp gratis. Per chi è già abbonato niente paura: gli utenti del ‘melafonino’ che hanno scaricato la popolare applicazione per inviare messaggi gratuiti sfruttando la connessione internet, continueranno a utilizzare il servizio gratis a vita, ma per coloro che effettuano il download d’ora in poi si applicherà il modello di pagamento già in vigore per gli utenti di altre piattaforme, da Android a BlackBerry. Ovvero: l’applicazione si scarica e si utilizza gratis per 12 mesi, poi scatta un abbonamento annuale di 99 centesimi di dollaro (circa 0,80 euro), con possibilità di estenderlo a tre e cinque anni.

PER I CLIENTI della Mela Morsicata, che finora usavano l’app pagando una tantum solo quando la scaricavano, la novità non è una doccia fredda. A fine marzo lo stesso numero uno di WhatsApp, Jan Koum, lo aveva anticipato in un’intervista. Nonostante la cifra contenuta del canone annuo, c’è comunque chi dice ‘no’ al cambio di passo ed è pronto a migrare verso altri servizi pur di non ripiegare sugli sms. Mezzo sempre più in calo. A livello mondiale il sorpasso di chat su sms è avvenuto lo scorso anno (con 19 miliardi di messaggi su chat scambiati al giorno contro i 17,6 di sms, dati Informa).

LA QUANTITÀ di programmi di messaggistica è dunque destinata ad aumentare. Gli stessi utenti ne usano spesso più d’uno sullo smartphone. I principali, iMessage di Apple, WhatsApp e BlackBerry Messenger hanno insieme 2,5 miliardi di utenti. WathsApp con un tweet del 13 giugno annunciava 27 miliardi di messaggi scambiati ogni giorno. Ma le app ‘rifugio ‘ per chi decidera’ di non usufruire piu’ di quest’ultima sono diverse. Oltre alle già note Viber e Facebook Messenger, c’è anche ChatON, di default sugli smartphone Samsung. Google ha reso disponibile il suo sistema di video-chat Hangouts sulle piattaforme Android, iOS e Chrome, mentre BlackBerry Messenger è in arrivo, gratis, anche per telefoni Android ed Apple. Infine, tra le applicazioni in ascesa — al momento è la più scaricata fra quelle gratuite sull’App Store di Apple — c’è WeChat che ha appena lanciato un’aggressiva campagna pubblicitaria mondiale in tv, testimonial il calciatore Lionel Messi.

Mostro di Firenze, riesumati i resti di Pacciani: «Nessuno li vuole»

Il Mattino

A quindici anni dalla morte, la sua figura resta sinistra e ingombrante. Forse finirà in una fossa comune

SAN CASCIANO (FIRENZE)


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Pietro Pacciani, considerato da tutti il Mostro di Firenze, pare non abbia mai ricevuto un solo fiore sulla sua tomba. Solo qualche anno fa, sulla croce in legno, comparvero due mazzi di rose rosse, finte e sbiadite. Il custode del cimitero disse che prima stavano davanti a un'altra lapide e che qualcuno le aveva messe lì più per non buttarle via che per pietà. A quindici anni dalla morte, la figura di Pietro Pacciani resta sinistra e ingombrante: al di là di un articolato percorso giudiziario, nell'immaginario collettivo lui è il mostro di Firenze. Stamani i suoi resti sono stati riesumati. Così come nel giorno del funerale, non si è presentato alcun familiare. Forse finirà in una fossa comune. Pacciani è morto la notte fra il 21 e il 22 febbraio 1998. Come previsto dal regolamento del cimitero, dopo quindici anni dalla tumulazione, i suoi resti sono stati riesumati.

Stamani gli addetti hanno rimosso la tomba: il contadino era sepolto in terra, nel cimitero di Mercatale. Nei giorni scorsi, i funzionari del Comune di San Casciano hanno cercato i familiari di Pacciani per comunicare la data della riesumazione, ma nessuno si è presentato. I resti sono stati così sistemati in una cassetta di zinco, dove verranno conservati per i prossimi sei mesi. Se nessuno li reclamerà saranno messi in una fossa comune. La moglie di Pacciani, Angiolina, è morta nel 2005. Anche lei è stata sepolta nel cimitero di Mercatale, lontano dal marito però. Sono ancora in vita le due figlie, quelle che durante il processo per il 'mostro di Firenzè raccontarono gli abusi e le violenze che fin da piccole avevano dovuto subire dal padre.

Pacciani venne trovato morto nella sua abitazione. Dopo essere stato scarcerato, viveva da solo. A scoprire il cadavere furono i carabinieri, avvertiti da alcuni vicini. Secondo il medico, la causa del decesso fu un arresto cardiocircolatorio. Per l'indagine sugli omicidi del Mostro di Firenze - otto coppiette uccise nelle campagne fiorentine dal 1968 al 1985 - il contadino di Mercatale fu arrestato il 16 gennaio del 1993. Nel 1994 venne condannato all'ergastolo, ma nel processo d'appello fu assolto. Quando morì, era in attesa di un nuovo processo: la Cassazione aveva annullato l'appello anche alla luce degli sviluppi investigativi, che avevano portato alla scoperta dei 'compagni di merendè: Mario Vanni e Giancarlo Lotti. L'ultimo di loro ad andarsene, nel 2009, è stato Mario Vanni, il postino. Al suo funerale andarono 11 persone.

 
mercoledì 17 luglio 2013 - 20:19   Ultimo aggiornamento: 21:23

Malala, il leader talebano chiede scusa

Corriere della sera

Adnan Rasheed scrive una lettera alla ragazzina pachistana ferita lo scorso ottobre da uno sparo alla testa

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«Quando sei stata attaccata è stato uno choc per me, non avrei mai voluto che accadesse». A scrivere queste parole a Malala Yousafzai non è uno dei milioni di ammiratori che la sedicenne pachistana sopravvissuta ad un attacco dei talebani lo scorso ottobre ha conquistato con il suo coraggio in tutto il mondo. L’autore della lettera, pubblicata ieri dal sito della tv inglese Channel 4 è un noto comandante talebano, Adnan Rasheed (il quale ne avrebbe anche confermato l’autenticità allo stesso sito), che fa parte proprio dell’organizzazione Tehriki Taliban che ha rivendicato l’attentato a Malala. La lettera di oltre tre pagine, scritta «a titolo personale», alterna toni di rimorso (ad un certo punto definisce l’attentato un «incidente») a parole di minaccia. Ben presto comunque si trasforma in una giustificazione dell’attacco dei talebani contro la ragazzina, che il 12 luglio, nel giorno del suo compleanno ha parlato all’Onu in difesa dell’istruzione delle bambine e contro l’estremismo che la ostacola.

Onu, Malala: «I talebani non mi ridurranno al silenzio» (12/07/2013)
LA LETTERA - Rasheed racconta di aver letto il diario che Malala scrisse sotto pseudonimo per il sito in urdu della tv Bbc nel 2009, quando i talebani pachistani costrinsero le scuole femminili (inclusa la sua) a chiudere nella valle di Swat, nel nord del Paese. E aggiunge di aver desiderato scriverle già allora, perché provava sentimenti “da fratello” nei suoi confronti e voleva persuaderla a non schierarsi contro i talebani. Il comandante talebano riconosce persino che esiste un dibattito sul fatto che l’attacco a Malala sia stato «islamicamente corretto o sbagliato» (cinquanta ulema e mufti hanno emanato una fatwa dichiarandolo «anti-islamico» nonchè una «violenza contro l’intera umanità»: ma alla fine evita di entrare in merito alla questione.

Onu, Malala: «I talebani non mi ridurranno al silenzio» (12/07/2013)
Finisce invece per giustificare l’attentato contro di lei (dicendo che è stata presa di mira non perché volesse studiare, ma in quanto faceva «propaganda contro i talebani») e difende anche gli attacchi contro le scuole (spiegando che queste ultime venivano usate dall’esercito pachistano come basi e dunque «dovevano essere eliminate»). Quella di Adnan Rasheed è una lettera che tenta di far presa su sentimenti come l’ostilità anti-americana legata agli attacchi dei droni e alla paura di una occidentalizzazione dei valori, sentimenti che sono senza dubbio presenti nel mondo musulmano. Ma emerge anche la consapevolezza che la figura di Malala, con il suo discorso all’Onu, è diventata un simbolo globale con un notevole danno all’immagine dei talebani. Milioni di persone, di ogni religione, sono scese in piazza per condannare l’attentato.

Malala all'Onu (12/07/2013)
RIFERIMENTI - Rasheed fa riferimento diretto al discorso di Malala alle Nazioni Unite, cercando di «smontarlo»: cita per esempio la «compassione» che la ragazzina pachistana ha detto di aver imparato da Maometto, Gesù e Buddha per ricordare le violenze contro i musulmani nel mondo, e per bollare Malala come l’espressione di un ennesimo tentativo di imporre loro valori occidentali, come predicava nell’800 il politico inglese Thomas Babington Macaulay (noto per la convinzione che il sistema educativo britannico dovesse cancellare anche le lingue locali per facilitare la colonizzazione dell’India). Ma il comandante talebano sembra soprattutto rendersi conto che la voce di Malala è oggi così potente che sarebbe meglio averla dalla propria parte. La invita dunque a tornare in Pakistan, e di iscriversi ad una madrassa e a studiare il Corano, anziché continuare ad essere un simbolo «dell’Occidente». Dimentica di citare il fatto che il movimento di cui lui fa parte ha promesso in passato che ritenterà di eliminarla.

17 luglio 2013 | 19:22

19 luglio 1943: 4 mila bombe su Roma La città ricorda i 70 anni di San Lorenzo

Corriere della sera

Durante il bombardamento ci furono 3 mila morti e 11 mila feriti. Da giovedì a domenica, convegni concerti ed esposizioni


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ROMA - Convegni, esposizioni storiche e mostre pittoriche. Roma ricorda i tragici giorni del bombardamento di San Lorenzo: era il 19 luglio 1943 e 4 mila bombe venivano sganciate sulla Capitale con un bilancio pesantissimo di circa 3 mila morti e 11 mila feriti. Settanta anni dopo la città ricorda i tragici fatti con quattro giorni di cerimonie ed eventi promossi dal II Municipio in collaborazione con l'associazione nazionale Mutilati di guerra, la basilica patriarcale di San Lorenzo Fuori le Mura e il Centro per la promozione del libro.

19 LUGLIO 1943 - Il quartiere di San Lorenzo fu il più colpito dal primo bombardamento degli Alleati mai effettuato su Roma, insieme con il quartiere Tiburtino, Prenestino, Casilino, Labicano, Tuscolano e Nomentano. Le 4.000 bombe sganciate (circa 1.060 tonnellate) provocarono solo nel quartiere di San Lorenzo 1.500 morti e 4.000 feriti. Al termine del bombardamento Papa Pio XII si recò a visitare le zone colpite, benedicendo le vittime sul Piazzale del Verano. Roma poi fu bombardata altre 51 volte prima del giorno della liberazione, il 4 giugno 1944. «Cadevano le bombe come neve» canta Francesco De Gregori in una canzone dal titolo «San Lorenzo» dell'album Titanic (1982).

Video dell'epoca

CONVEGNI E CONCERTI - I primi appuntamenti sono previsti per la giornata di giovedì 18 luglio. Alle 9.30 l'Istituto superiore di sanità (in viale Regina Elena) ospiterà il convegno «Il bombardamento del 19 luglio 1943 colpisce anche l'Istituto superiore di sanità». Dalle 16.30 alle 18.30 la Casa della partecipazione di via dei Sabelli farà da cornice invece al «Tributo a Nelson Mandela». Alle 18 presso la Fondazione Pastificio Cecere (via degli Ausoni) si terrà il convegno «Architettura e guerra, i palazzi umbertini dalla nascita alla Seconda guerra mondiale», mentre dalle 19 piazza dell'Immacolata farà da cornice al concerto di Piero Brega e al dibattito «Pane, pace, libertà... e lavoro: 1943-1945» cui seguirà la proiezione del video omonimo di Mimmo Calopresti.

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ESPOSIZIONI E CELEBRAZIONI - Venerdì, giorno centrale per le cerimonie. Dalle 8 a piazzale del Verano esposizione di mezzi storici a cura del reparto e museo storico del Corpo provinciale dei Vigili del Fuoco di Roma. Dalle 11.30 alle 13.30 e poi ancora dalle 15.30 alle 17.20 il convegno «19 luglio 1943, il marmo, le schegge, i resti per non dimenticare», presso la sala conferenze Pio IX della basilica di San Lorenzo Fuori le Mura a cura della Sovrintendenza capitolina ai Beni culturali. Sempre presso la basilica, alle 18, è in programma il concerto di musica sacra e alle 18.30 la celebrazione della santa messa officiata dal cardinale Agostino Vallini, vicario generale di Sua Santità per la diocesi di Roma. Alle 19.30 presso il chiostro della basilica l'inaugurazione della mostra «19 luglio 1943: il bombardamento di Roma» a cura del Centro documentazione del libro (la mostra sarà aperta dalle 10 alle 13 e dalle 17 alle 20 da venerdì a domenica).

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PITTURA E VIDEO - Per tutta la giornata di venerdì nel piazzale antistante la basilica l'esposizione di «Sagome 547» a cura dell'associazione Horti Lamiani, che comprende centinaia di opere pittoriche di arte contemporanea che simboleggiano le giovani vittime di guerre e violenze in ogni tempo (progetto realizzato con il patrocinio dell'Unicef). Ancora venerdì: alle 17.15 l'omaggio floreale alla statua di Papa Pio XII. Alle 18.30 il convegno «San Lorenzo: i luoghi della memoria tra passato e presente» a piazza dell'Immacolata e alle 21.30 la proiezione del documentario «San Lorenzo ore 11» presso il parchetto di largo Passamonti, dove è in programma anche l'esposizione fotografica di Danilo Calducci.

CIMITERI STORICI - Le celebrazioni proseguiranno sabato al Verano: dalle 9 alle 17.30 (anche nella giornata di domenica), l'apertura straordinaria del Centro di documentazione dei cimiteri storici. Dalle 18 a piazza Immacolata il dibattito «Costituzione e antifascismo» e alle 21 la proiezione del film di Rai Storia «Il giorno di San Lorenzo».

17 luglio 2013 | 18:40

Fucilazione per il Madoff cinese

Corriere della sera


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Zeng Chengjie, rampante palazzinaro di provincia, è stato fucilato venerdì 12 luglio, all’improvviso e in segreto. Era stato condannato a morte per truffa e raccolta illegale di fondi a Changsha,  centrosud della Cina, nel 2011. Neanche il tempo di dire addio alla famiglia. La figlia ha saputo dell’esecuzione da un avviso appiccicato sulla bacheca del tribunale, il giorno dopo. Un altro motivo di sconcerto e dolore per la famiglia: le autorità avevano deciso di giustiziare l’uomo con un’iniezione, poi, forse per fare prima, hanno usato il vecchio sistema del colpo alla nuca. Il corpo è stato cremato subito, senza mostrarlo ai parenti.

Che ora accusano i giudici. La figlia ha lanciato una campagna sul web, chiedendo che i magistrati siano puniti per la lora mancanza di sensibilità di fronte alla morte. Quel messaggio è stato rilanciato in rete decine di migliaia di volte. Zeng, secondo la sentenza, aveva escogitato un sistema di finanziamento che seguiva il famigerato «schema Ponzi»: raccoglieva fondi promettendo interessi molto elevati e andava avanti pagando i primi investitori con i soldi di quelli che venivano dopo. L’inventore, all’inizio del secolo scorso, fu l’italo-americano Charles Ponzi, che truffò 40 mila persone.

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Il genio moderno è stato Bernard Madoff, che è riuscito a coinvolgere anche famose banche (e ora sconta 150 anni di carcere). Nel suo piccolo, anche il Madoff cinese aveva fatto soffrire tanta gente, 57 mila investitori, rubando i loro risparmi. Il caso giudiziario è complesso. Ci sono dubbi sull’entità delle somme: 400 milioni di euro secondo l’accusa; meno di 100 secondo la difesa. Oltretutto il finanziere-creativo, fino al 2006 era stato appoggiato dalle autorità della provincia, contente che si autofinanziasse per costruire palazzi. Poi qualche «amico importante» deve averlo lasciato cadere. Ma il fatto che la famiglia abbia cercato fino all’ultimo di dimostrare l’innocenza di Zeng non è il cuore di questa storia. E comunque l’immobiliarista era un tipo spregiudicato e rapace, tanto che in tribunale aveva cercato di cavarsela promettendo di rimborsare quelli che avevano creduto in lui.

Il punto è che, nonostante la rabbia crescente dell’opinione pubblica cinese verso i potenti corrotti, moltissimi ora dicono che giustiziarlo così è stato un abuso. Quel truffatore di 55 anni aveva il diritto umano di abbracciare un’ultima volta moglie e figli. Il tribunale ha risposto con una nota sul suo sito web: «Non c’è una chiara disposizione di legge che garantisca al condannato questo incontro». Un’altra ondata di proteste, perché in realtà la Suprema Corte cinese questo diritto lo riconosce. Il tribunale allora ha ritirato il primo messaggio cambiando versione: «È stato il condannato a non chiedere di vedere la famiglia». Nessuno ha creduto a questa ipotesi. In Cina la pena di morte per reati violenti, dall’omicidio allo stupro, è accettata dalla maggioranza della gente. Ma per i crimini economici ci sono molti più dubbi. La fine di Zeng può essere l’inizio di un dibattito nazionale sui delitti e sulle pene.