domenica 14 luglio 2013

Polonia, scoperto un cimitero di «vampiri»

Corriere della sera

Gli scheletri avevano il cranio tra le gambe: un'esecuzione rituale riservata a coloro che venivano ritenuti «bevitori di sangue»

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MILANO – Un gruppo di tombe di «vampiri» è stato scoperto da una squadra di archeologi polacchi. Gli scheletri avevano il cranio in mezzo alle gambe, il che indica un tipo d’esecuzione rituale che nella tradizione popolare veniva riservata ai bevitori di sangue, per evitare che ritrovassero la testa al loro risveglio e risorgessero dalle tombe a terrorizzare i vivi.

SUPERSTIZIONI MEDIOEVALI - Nei secoli passati la sorte di chi veniva accusato di essere un vampiro era segnata. In modo orrendo. In alcuni casi le persone venivano decapitate; in altri venivano appese alla forca fino a quando la testa non si staccava dal corpo grazie al processo di decomposizione. In ogni caso, i cadaveri dei presunti vampiri venivano sepolti con il cranio tra le gambe, con la credenza che ciò avrebbe impedito al vampiro di ritrovare la propria testa una volta risvegliatosi. Secondo gli storici, questa pratica era piuttosto comune nei Paesi slavi, in particolare nei decenni che seguirono la conversione al Cristianesimo. E la definizione di vampiro fino al Medioevo era molto più ampia di quella che resta nel nostro immaginario: persino coloro che mostravano di essere ancora legati a riti pagani, per esempio lasciando cibo sulla tomba dei loro cari, potevano venire accusati di vampirismo. Una caccia simile a quella per le streghe, le cui conseguenze furono tragiche per migliaia e migliaia di persone in giro per l’Europa.

VAMPIRI NOSTRANI – Accuse e superstizioni di vampirismo non erano prerogativa solo dei Paesi slavi. Secondo uno studio condotto da Matteo Borrini, archeologo e antropologo forense di fama internazionale, i resti di una donna morta durante una pestilenza del Sedicesimo Secolo a Venezia, e sepolta con un piccolo mattone in bocca, potrebbero essere i più antichi di una «vampira» mai rinvenuti. Il mattone – altro rito popolare nel Medioevo - avrebbe impedito alle demoniache creature di tornare a usare la loro bocca per succhiare il sangue. In realtà, secondo l’esperto, la superstizione probabilmente derivava dal fatto che un rivolo di sangue spesso colava dalla bocca di chi era morto di peste.

Così come si può trovare su certi cadaveri – anche settimane o mesi dopo il decesso – per un processo dovuto alla decomposizine intestinale: in tal caso, in un’epoca in cui certi cadaveri venivano di tempo in tempo riesumati per scoprire eventuali prove di vampirismo, ne avrebbe costituita una, e la gente si sarebbe attivata per cercare d’impedire che il morto, aspirante vampiro, riuscisse a scappare dalla tomba. Proprio l’ignoranza sulle cause di morte e i processi di decomposizione furono all’origine di molte superstizioni sui vampiri.

ANCORA MISTERI - I resti polacchi sono stati trovati sul sito di un cantiere edile lunga la strada che porta alla città di Gliwice, nel sud del Paese, in una zona dove gli archeologi si aspettavano in realtà di poter incappare nelle spoglie di soldati periti durante la Seconda Guerra Mondiale. Risalire alla data della morte dei sepolti non sarà facile, dato che non c’è alcun elemento nelle tombe – tipo gioielli o ornamenti – che aiuti nel compito. L’ultima sepoltura di questo tipo fu registrata in Polonia nel 1914 nel villaggio di Stare Mierzwice, Masovia. Gli archeologi sono convinti che gli scheletri ritrovati adesso risalgano a ben prima. E la squadra di esperti, capeggiata da Jacek Pierzak, è al lavoro per scoprire di più su questi uomini e donne che trovarono la morte come «vampiri».

14 luglio 2013 | 16:16

Calderoli: "La Kyenge mi ricorda un orango"

Libero


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La guerriglia tra Lega Nord e Cécile Kyenge raggiunge vette apicali. Il nuovo affondo è di Roberto Calderoli, che attacca il ministro dell'Integrazione. Pochi giorni dopo il piper con lo striscione "stop ai clandestini" con cui la Kyenge era stata accolta a Bergamo, dal palco della festa del partito di Treviglio, Calderoli ci va giù pesantissimo: "Fa bene a fare il ministro - spiega riferendosi alla Kyenge -, ma forse lo dovrebbe fare nel suo Paese. E' anche lei a far sognare l'America a tanti clandestini che arrivano qui". Quindi l'insulto: "Io mi consolo quando navigo in Internet e vedo le fotografie del governno. Amo gli animali, orsi e lupi come è noto, ma quando vedo le immagini della Kyenge non posso non pensare, anche se non dico che lo sia, alle sembianze di un orango".

Letta: "Limite superato" - Le parole di Calderoli hanno subito innescato un'aspra polemica, che ricorda quella che scoppiò quando l'allora ministro sfoggiò al Tg1 l'ormai celebre maglietta anti-Islam. Unanime la condanna nei confronti di Calderoli. Scende in campo anche il premier, Enrico Letta: "Le  parole riportate oggi da organi di stampa e attribuite al senatore Calderoli nei confronti di Cecile Kyenge sono inaccettabili. Oltre ogni limite". Quindi Letta esprime "piena solidarietà e sostegno a Cécile. Avanti col tuo e col nostro lavoro". Altri esponenti del Pd, invece, chiedono le dimissioni di Calderoli dalla vicepresidenza del Senato. Il primo è Khalid Chaouki: "Il suo insulto è totalmente incompatibile col suo ruolo di vice presidente del Senato". Una posizione espressa anche dal presidente dei senatori democratici, Luigi Zanda. Da par suo, Anna Finocchiaro ha annunciato che domani, lunedì 15 luglio, a Palazzo Madama il Pd chiederà conto a Calderoli delle sue affermazioni.

La replica di Cécile - Anche la Kyenge ha replicato a Calderoli: "Non si tratta di una battuta infelice ma di come chi siede nelle istituzioni deve curare il linguaggio". Interpellata dall'Agi sulla richiesta di dimissioni del leghista avanzata da alcuni parlamentari, ha risposto: "Non mi esprimo su questo, chiedo solo che tragga da solo, con il suo partito, le conseguenze". Dopo quanto accaduto, continua il ministro, "chiedo una riflessione a chi siede nelle istituzioni per capire come vada utilizzata la propria visibilità, con quale linguaggio, se basato sulle offese o sui contenuti". Secondo il ministro dell'Integrazione si tratta di "una riflessione legittima" che dovrebbe fare tanto l'esponente leghista quanto il suo partito: "Non mi indirizzo a Calderoli come persona - conclude - ma come rappresentante di un'istituzione: riflettere su cosa si vuole rappresentare attraverso il messaggio".

Boldrini e Alfano - La Kyenge incassa poi anche la solidarietà del vicepremier, Angelino Alfano, che le ha telefonato per "esprimere piena solidarietà e forte vicinanza, da parte dei colleghi di governo del Pdl e dell'intero partito, per le ingiuriose parole ricevute''. E ancora: "Nessuna differenza politica né di opinione su singoli argomenti - dice il ministro dell'Interno - puè mai giustificare quello che è accaduto''. Quindi la presidente della Camera, Laura Boldrini, che su Twitter scrive: "Solidarieta' alla ministra #Kyenge. Dal vicepresidente del Senato #Calderoli parole volgari e incivili, indegne per le istituzioni".

La precisazione - Calderoli, da par suo, ha poi precisato le sue parole: "Ho parlato in un comizio, ho fatto una battuta, magari infelice, ma da comizio, questo è stato subito chiaro a tutti i presenti. Non volevo offendere e se il ministro Kyenge si è offesa me ne scuso, ma la mia battuta si è inserita in un ben più articolato e politico intervento di critica al ministro e alla sua politica". E ancora: "Per farmi perdonare dal ministro Kyenge la invito ufficialmente ad un dibattito alla Berghemfest nel mese di agosto, la tradizionale festa della Lega a Bergamo ma sappia che non le farò sconti sulle critiche al suo modo di fare politica dell'immigrazione e su quel che dice a proposito dello ius soli". Sulla richiesta di dimissioni, tranchant, Calderoli ha commentato: "Non ci penso neanche".

Scalfari contro Libero: "Vilipende il Colle"

Libero


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Nella consueta filippica domenicale, il fondatore di Repubblica, Eugenio Scalfari, spara ad alzo zero contro Silvio Berlusconi, il Pdl e i suoi elettori, bollati come un popolo di evasori fiscali, di ferventi anti-Stato e, in definitiva, come senza cervello: senza il Cav, elettori e partito, resterebbero "acefali". Barbapapà, però, insulta anche noi di Libero, che giocheremmo "a palla con le istituzioni", che saremmo "anarcoidi di infima qualità". Il motivo? Aver parlato della grazia a Silvio Berlusconi: Scalfari si spinge fino a ipotizzare il vilipendio al Colle.

Il precedente - Accuse pesantissime, soprattutto se chi le mette nero su bianco, nel suo recente passato, si scagliò con ferocia proprio contro un presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, capo dello Stato dal 1985 al 1992. Siamo nel 2002, e in un articolo su L'Espresso dal titolo "Il labirinto di Francesco Cossiga", Scalfari scriveva che da quando fu trovato il cadavere di Aldo Moro "la persona Cossiga, la sua mente, i suoi fasci neuronali, l'anima sua o comunque la si voglia chiamare sono stati come incendiati, sconvolti, fulminati da una corrente di eccezionale intensità".

L'esplosione - La morte di Moro, bene ricordarlo, avvenne nel 1978. La mente di Cossiga, per Barbapapà, fu insomma sconvolta ben prima della sua ascesa al Colle. Della presidenza, nel medesimo articolo, Scalfari ricorda: "Esplose al quinto anno della sua permanenza al Quirinale. Annunciò che da quel momento in poi si sarebbe tolto i sassolini che aveva nelle scarpe (ma quali?) e che gli impedivano di camminare spedito. Si mise all'opera con il fervore e l'empito di chi aveva deciso di combattere contro un'oppressione ignota, contro un fantasma che gli rubava il tempo e il respiro. Si dette il nome di Picconatore e menò fendenti in tutte le direzioni, risparmiando soltanto i servizi segreti e l'Arma dei Carabinieri quasi che fossero queste le sole forze che potevano difendere la sua incolumità psicologica".

Dopo la morte - Il fondatore di Repubblica dipingeva il ritratto di un Cossiga a caccia di fantasmi, di un uomo che si toglieva fantomatici sassolini dalla scarpa ("ma quali?"). Se ancora il pensiero di Scalfari non fosse chiaro, ecco che viene sciolto nell'editoriale pubblicato su Repubblica il 18 agosto 2010, il giorno dopo la morte del "picconatore". Barbapapà scrive: "Un uomo di grande intelligenza appoggiata tuttavia ad una piattaforma psichica del tutto instabile, come ha potuto percorrere una carriera politica di quel livello? Come ha potuto essere scelto quattro volte per incarichi di massimo livello politico e istituzionale non avendo alle sue spalle una corrente che lo sostenesse in una Dc che sulle correnti ci viveva?". Il fondatore di Repubblica, senza giri di parole ("piattaforma psichica del tutto instabile") dà del folle all'ex presidente della Repubblica, un folle al Quirinale. Infatti Barbapapà si chiede come abbia potuto ricoprire certi incarichi istituzionali.

Chi vilipende chi? - La critica entra poi nel vivo del settennato di Cossiga: "Naturalmente nelle fasi euforiche del suo male l'istinto del Narciso prendeva il sopravvento su ogni altra considerazione. I due ultimi anni del suo settennato al Quirinale furono dominati dal narcisismo. I giornali davano quasi quotidianamente la prima pagina alle sue sortite, ai suoi discorsi, ai sassolini che si toglieva dalle scarpe, ai colpi di piccone che assestava all'ordinamento costituzionale". Forse Scalfari, rileggendo quanto lui stesso ha scritto negli ultimi anni, dovrebbe riflettere su chi ha vilipeso chi, e dovrebbe riflettere sull'accusa rivolta a Libero, quella di vilipendere il Colle.




Scalfari: "Fo e Grillo rovinano la vita delle persone"

Barbapapà vuole che il Nobel scarichi Grillo e torni nel recinto rosso: "Appoggia il M5S perché è un narciso"

Libero
17/06/2013


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"Dario Fo rovina la vita delle persone". Eugenio Scalfari è infuriato. Non gradisce l'intesa tra il premio Nobel e Beppe Grillo, del Movimento 5 Stelle. La stoccata di "Barbapapà" è arrivata dopo l'intervista a Otto e mezzo su La7 dell'attore teatrale. Fo durante il suo intervento ha criticato il M5S e la gestione di Beppe, ma ha anche invitato al cambiamento presentandosi come padre nobile dei grillini. E' proprio questo che Scalfari non manda giù. Così sbotta: "Ho visto e ascoltato a "Otto e mezzo" Dario Fo che parlava di Grillo. Con tutto il rispetto: ma è mai possibile? Un attore con una degna storia di teatro alle spalle e anche di pensiero. È mai possibile? Ah, Narciso! Quanti guai combini nella vita delle persone". Insomma per Scalfari, Dario Fo deve dissociarsi dal M5S e di fatto rientrare nel "recinto rosso" di cui ha fatto parte fino all'ascesa di Grillo nella politica italiana.

Fo padre nobile M5S - Dario Fo su Beppe aveva detto: "Grillo deve cambiare registro su certe cose, sono sicuro farà delle varianti importanti e riuscirà a legare tutto il gruppo. Adesso si sta facendo una speculazione esagerata sul M5S, ma Grillo - osserva - saprà ricostruire l'equilibrio interno e saprà tirare fuori le qualità stupende di queste persone". Inoltre Fo ha dato anche dei consigli a Beppe su come gestire la truppa pentastellata: "Sa essere molto divertente, è un professionista, riempie le piazze anche prima di far politica, è dentro la ritmica, sa quando far pause, però deve cambiare registro su certe cose, cambierà il ritmo". Infine sui deputati grillini Fo ha una stima incondizionata: "C'è una parte dei parlamentari 5 Stelle che vuole studiare, che vuole imparare com'è funziona la macchina del Parlamento, ho visto dei ragazzi a 5 Stelle parlare tranquilli con giovani del Pd e questo è positivo". Non è dello stesso parere Scalfari. Tra lui e Fo ora è guerra fredda. Durerà a lungo.

 (I.S.)







Fini, Travaglio, Scalfari, Bindi: gli avvoltoi pronti a far festa in caso di condanna di Silvio

Libero

Il verdetto della Cassazione potrebbe essere un grande carnevale: tutti a festeggiare l'eliminazione per via giudiziaria di Berlusconi


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Condanna, che goduria. Saranno in tanti a festeggiare l'eventuale condanna in Cassazione di Silvio Berlusconi nel processo Mediaset. A destra, ma soprattutto a sinistra. Tra i politici, ma forse ancor di più tra i giornalisti. Un elenco esaustivo sarebbe quasi impossibile da stilare: i nemici giurati dell'ex premier sono tanti, troppi. Specie tra quelli più vista.

Rosy Bindi e i piddìni - Partiamo dai partiti. Il Pd, innanzitutto. Enrico Letta, per ora, fa "la scimmietta: non vede, non sente e non parla" (Santanché dixit). Ma i 'sinceramente democratici' che in caso di condanna del Cav stapperebbero lo champagne sono in tanti tra le fila del Pd. Rosy Bindi, ad esempio: "Le istituzioni della Repubblica vanno salvaguardate dalle strumentalizzazioni partigiane, dalla continua ricerca dello scontro ideologico", ha dichirato ai giornalisti qualche ora fa. Parlava della sinistra che da vent'anni coltiva il sogno, nemmeno tanto nascosto, di eliminare per via giudiziaria, non riuscendoci attraverso le elezioni, Silvio Berlusconi? No, insensibile alla logica, la Bindi lancia quest'avvertimento al Pdl. Bontà sua.

Civatiani, grillini e vendoliani - L'ex-presidente del Pd, però, è solo l'organizzatrice della 'festa al Cav'. Gli invitati piddìini sono tanti. C'è tutta la componente grillina-vendoliana che fa riferimento alla corrente di Pippo Civati, già pronti ad assaporare il tanto atteso momento. E poi i prodiani Sandro Gozi e Sandra Zampa, Laura Puppato e qualche cane sciolto come Felice Casson. A loro si aggiungono poi i grillini, tutti, nessuno escluso e i vendoliani di Sel. Sel e M5s, sin dall'inizio della legislatura, stanno lavorando alla trappola perfetta per spedire il Cav dietro le sbarre. E' un punto centrale del loro programma elettorale, forse anche l'unico, fatta eccezione per la retorcia sugli immigrati e la fissa per i matrimoni gay: per dire di quanto hanno a cuore i bisogni degli italiani.

Repubblica e Il Fatto - Ma la condanna del Cav sarebbe la vittoria, soprattutto, per alcuni grandi giornali e televisioni. Dal gruppo Espresso-Repubblica, guidato dall'accoppiata Scalfari-Mauro, che della furia giustizialista ne hanno fatto un marchio di fabbrica, fungendo da megafono delle toghe, specie se milanesi; al Fatto Quotidiano, giornale nato per placare la fame di manette di orde di anti-Cav. Come dire: l'anti-berlusconismo come modello di bussiness. Lo sa bene lo scopiazzatore di verbali giudiziari Marco Travaglio, che prima di fondarlo insieme ad Antonio Padellaro, sulla lotta al Cav ci ha fatto i sesterzi: libri e libri, almeno uno ogni processo subito, su Berlusconi, oltre alle raccolte di articoli (il 90% contro il Cav) scritti sui quotidiani di sinistra (Unità, Espresso, Repubblica).

Rai Tre e La7 - Al fanatismo manettaro dei quotidiani si aggiunge poi quello delle tv, Rai Tre su tutte. Che tempo che fa, Ballarò, Annozero, In mezz'ora; Lucia Annunziata, Fabio Fazio, Roberto Saviano, Giovanni Floris, Maurizio Crozza: tutti insieme ad attendere la fine del "Caimano". Sempre nell'ambito delle tv, a chi vuole fare la festa al Cav si è aggiunta ultimamente La7: da Enrico Mentana (dopo aver lasciato Mediaset, of course) a Corrado Formigli (degno alievo di Santoro), al soporifero GadLerner.

I falliti della politica - Al 'banchetto', infine, dovrebbero prendere parte quelli che potremmo definire i falliti della politica: Gianfranco Fini, che oltre ad avere in preparazione un libro anti-Cav, recentemente ha testimoniato contro Berlusconi nel processo di Napoli sulla compravendita dei senatori; Antonio Di Pietro, che dopo anni di battaglie manettare si è dato all'agricoltura (braccia restituite, in questo caso); e Antonio Ingroia, che ha tentato si seguire le orme di Di Pietro con Rivoluzione civile, progetto abortito nel giro di tre mesi. A suo modo, un record. Insomma, l'eventuale condanna del Cav si annuncia un carnevale. Colore predominante: rosso (fuoco). I protagonisti li abbiamo già visti. Lo slogan (orwelliano): Viva la Democrazia!

I capolavori inghiottiti nella notte della strage Il custode in servizio al Pac: «Vivo per miracolo»

Corriere della sera

Danni a una statua del Canova. I lavori di restauro del museo iniziarono subito dopo l'attentato


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Non rispose neppure alla convocazione dei magistrati di Firenze. Nulla da confessare a se stesso né gossip dall'Inferno da condividere coi colleghi, tanto meno dettagli da consegnare all'indagine. S'era ordinato la cura e la seguiva: tacere, dimenticare, evadere. Ma dieci anni di silenzi, per coprirsi la fuga dai ricordi, non potevano essere la regola: «Ho cercato di esorcizzare e rimuovere il trauma, evitando di parlarne. Aveva ottenuto l'esonero dal Pac e non mi ero più avvicinato al palazzo. Stavo male. Un giorno, sarà stato il 2003, ho chiesto al capoturno di assegnarmi il servizio notturno al museo. Pensavo fosse giunto il momento di affrontare le mie paure. Ho resistito un'ora appena. Sono entrato, mi sono guardato attorno. Tremavo. "Scusate, non ce la faccio. Esco"».

 Pac, le opere d'arte danneggiate dall'esplosione Pac, le opere d'arte danneggiate dall'esplosione Pac, le opere d'arte danneggiate dall'esplosione Pac, le opere d'arte danneggiate dall'esplosione Pac, le opere d'arte danneggiate dall'esplosione

IN SERVIZIO QUELLA NOTTE - Diego Pez era al lavoro la notte dell'attentato in via Palestro. Guardia giurata, custode delle collezioni civiche da otto anni, era stato trasferito qualche mese prima dal Castello: «Motivi disciplinari, una mezza punizione, ero un sindacalista scomodo». Venne dimesso dal Policlinico alle 5.30 del 28 luglio 1993, la diagnosi: «Accertata perdita uditiva del 30 per cento all'orecchio sinistro». Nel pomeriggio sarebbe dovuto partire per le vacanze. Era il suo primo giorno di ferie estive.

IL MIRACOLO DELLA RONDA - Le quadrerie, l'immenso patrimonio artistico della Villa Reale e la sicurezza del Pac, la sera del 27 luglio, erano affidati a quattro impiegati del Comune. Sono tutti sopravvissuti alla strage. Diego Pez, 54 anni, ha rifiutato l'invalidità dall'Inail per conservare il porto d'armi, ha traslocato a Santhià, preso moglie e portato una figlia alla maturità: «Dopo un mese di malattia ripresi il mio vecchio posto al Castello. Mi sono sempre considerato un miracolato, davvero». La voce, profonda, trema sulle immagini più violente. L'onda d'urto. Le schegge di vetro conficcate nei muri. Una porta blindata strappata dagli infissi e scagliata per quindici metri nel corridoio. L'ascensore sbalestrato dall'asse. Lui che barcolla, assordato, e si rifugia in bagno. Le frasi sono intervallate da respiri faticosi, e lunghi: «Dicevo del miracolo.

Ero di turno con il collega Sante D'Agostino. Stando all'ordine di servizio avremmo dovuto attaccare il giro di ronda alle 23. Non mi chieda perché, ma quella sera iniziammo un quarto d'ora prima. Alle 23 eravamo già tornati all'ufficio di guardia, nell'ala interna e più riparata dell'edificio. Quel quarto d'ora fu la nostra salvezza. Se avessimo rispettato il protocollo ci saremmo trovati sul lato di via Palestro proprio al momento dello scoppio». La ricostruzione si fa più concitata, e dolorosa. L'immagine di una vigilessa disperata che urla: «C'è un collega! C'è un collega!». Le macerie. L'arrivo della polizia. Il fuoco. I corpi a terra. La seconda esplosione, un'altra fiammata. Il crollo del tetto. L'ospedale. E qui, nel corridoio, una telefonata dall'apparecchio a gettoni: «Sono vivo».

LO SFREGIO ALLA CULTURA - Costruito sulle rovine di guerra accanto alla Villa neoclassica, su disegno di Ignazio Gardella, il Padiglione di arte contemporanea non è mai stato un museo tradizionale, nell'accezione conservativa. Nacque come spazio flessibile (800 metri quadrati in una struttura a L), agile, aperto alla ricerca, permeabile alle esplorazioni delle avanguardie: «È sempre stato uno spazio d'élite per mostre alte, ricercate, appuntamenti culturali e mondani». Conservatore fin dal 1975, la museologa Maria Teresa Fiorio venne nominata direttrice delle collezioni civiche nel 1992. La notte dell'attentato era a casa, a letto, riposava.

Venne svegliata dalla telefonata di un collaboratore, interrogò subito la Questura: «Chiamai e dissi: "Sono la direttrice del museo, cosa devo fare?"». Nulla, resti dov'è, fu la risposta. La conta dei danni sarebbe comunque iniziata qualche ora dopo. Le travi di ferro piegate dal fuoco e dal peso dell'acqua, la copertura franata assieme ai muri perimetrali, il soffitto a brandelli, i vetri esplosi e il cratere della strage all'ingresso del Padiglione. «L'impressione fu devastante - ricorda Fiorio -. Anche la Villa Reale sentì il contraccolpo della bomba. Una persiana scagliata dalla parete era arrivata a una spanna dal Quarto Stato di Pellizza da Volpedo. Fortunatamente, nessuna opera della Galleria d'arte moderne rimase danneggiata. Solo un graffio al gomito della Ebe del Canova, che trovammo inclinata e appoggiata alla parete».

LA MOSTRA SEPOLTA E ANNULLATA - Il Comune aveva scelto d'inaugurare la stagione autunnale del Pac con una esposizione-omaggio all'astrattista toscano Mario Nigro, scomparso l'anno prima. I lavori (una trentina, dal 1940 al 1992, i suoi Ritmi, i Pannelli a scacchi, le Fughe) erano appena arrivati in via Palestro, imballati e pronti per essere temporaneamente trasferiti nei locali climatizzati e freschi di Palazzo Reale, ad attendere l'allestimento definitivo. Per il catalogo erano già stati raccolti i saggi di Gillo Dorfles, Tommaso Trini, Saverio Vertone e Angela Vettese. «L'attentato distrusse completamente un'opera molto grande, formata da più pannelli, intitolata "Totem"».

Il saggista Gianni Nigro, 64 anni, figlio del pittore pistoiese, accompagnò i pompieri, seguì le operazioni di recupero e salvò l'eredità del padre dalle rovine: «Alcune opere hanno subito danneggiamenti di rilevanza diversa, ma le assicurazioni sottoscritte dal Comune mi risarcirono pienamente, consentendomi di pagare i restauri. Andai personalmente a recuperare alcune tele non intelaiate, avvolte su se stesse e rimaste sepolte. In quei giorni di fine luglio, a Milano, c'erano violenti temporali che avrebbero potuto distruggere irrimediabilmente le opere». La mostra «Omaggio a Mario Nigro» non è stata più allestita al Pac. Venne ospitata l'anno dopo, in una settimana di primavera, dal Credito Valtellinese di corso Magenta.

LA REAZIONE CIVICA E LA RICOSTRUZIONE - Philippe Daverio era stato nominato assessore alla Cultura da poco più di un mese, un intellettuale anarchico in quota Lega: «Vidi la strage alla diretta tv, squillò il telefono, era la Digos: "Non si muova, stia a casa". Io disubbidii, al solito; inforcai la bicicletta e pedalai fino al Pac». Il progetto di ricostruzione fu abbozzato poche ore dopo, alle 5.30 del mattino: «Chiamai l'architetto Ignazio Gardella e c'incontrammo in via Palestro all'alba. Lui girava con la sigaretta accesa in mezzo ai tubi del gas esplosi nella notte. Gli chiesi: "Regalaci un progetto per rifare il museo, il tuo museo". Era fondamentale dare una risposta immediata». La filosofia da cui ripartire: un nuovo Padiglione modellato sul vecchio, soltanto più moderno e funzionale.

«Ritenni un segnale necessario e positivo, di fronte all'attacco terroristico, ricostruire un palazzo identico. Perché si sapesse: Milano è stata colpita a morte, ma si rialza». Mille giorni dopo, con i soldi delle assicurazioni e l'aiuto economico del Bernardo Caprotti di Esselunga, il cantiere era chiuso: «Un record. Siamo riusciti a fare il lavoro pubblico più rapido della storia recente e sull'onda emotiva abbiamo avviato anche i restauri della Galleria d'arte moderna. Un atto criminale è stato convertito in un momento di riscatto per la città». Nei saloni della Villa Reale sono lentamente emersi gli stucchi veneziani originali sotto mani di tinteggiatura oscena, marmorini violetti, gialli, azzurri, grandi strisce dorate, l'anima pura di via Palestro che la strage non aveva nemmeno intaccato.

14 luglio 2013 | 12:57

Perché i cinesi pagano meno tasse?"

Michelangelo Bonessa - Dom, 14/07/2013 - 09:20

Gli italiani denunciano una fiscalità agevolata: "Tutta colpa delle promesse di Prodi". La comunità nega

«Lavoriamo di più e più velocemente». La risposta di Cristina è rapida quanto i servizi di parrucchiere che offre il suo negozio, uno dei tanti esercizi ora in mano a imprenditori cinesi nella zona del Giambellino.

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Ma proprio questo attivismo, accompagnato da prezzi ultra concorrenziali, ha suscitato la reazione dei concorrenti italiani: come si fa a pagare un affitto chiedendo cifre così basse? E come è possibile che possano sostenere tutti gli altri costi? I controlli che subiamo noi sono gli stessi a cui sono sottoposti loro?. Da Cristina è tutto pieno e la fila di clienti, sia maschi sia femmine, sia stranieri sia italiani, è lunga. Dai nostri connazionali è difficile vedere più di una persona in attesa. L'esborso minimo richiesto soffia il vento nelle vele dei coiffeur made in China, ma sono tante le domande dei milanesi.

Questioni che si pongono persone come Ivan Messori, 68 anni, che ha compiuto mille sacrifici per comprare il locale dove adesso lavora anche la figlia: «Fra i vari costi, come quelli per assumere qualcuno, non so come possano proporre delle tariffe così basse e vorrei anche sapere se fanno a loro i controlli uguali ai nostri in tema di igiene come di altro». «Non ho prezzi molto più alti dei loro – spiega Carlo Carra, 76 anni – ma se dovessi pagare l'affitto del locale non saprei come non alzarli». Anche lui è uno dei tanti che decenni fa si è aperto un mutuo e ha acquistato il suo luogo di lavoro.

Anche lui è uno da cui gli imprenditori cinesi sono andati a chiedere di vendere, anzi di continuare l'attività mantenendo il suo nome. Gianni Varesi, proprietario di un salone in via Tolstoj, si unisce al coro di chi si chiede come sia possibile offrire un servizio così a basso costo rispettando le regole: «E' anche vero che trovano molto spazio anche perché gli italiani non vogliono più fare certi mestieri, mentre i cinesi non si fanno problemi e sgobbano duro, mentre ogni giovane che arriva qui prima si informa sui diritti che ha e poi sui doveri». «Noi stiamo reggendo abbastanza bene – racconta Brunella, che gestisce un parrucchiere in via Vespri siciliani – perché abbiamo cercato di puntare su prodotti di alta qualità, ma se partono con una fiscalità favorevole non possiamo competere».

Già, perché secondo molti, per i nuovi imprenditori cinesi sono previste delle tasse molto più leggere se non addirittura nulle per i primi anni di attività. «È colpa di Prodi – spiega più d'uno – perché quando andò in Cina nel 2006 sottoscrisse degli accordi secondo i quali gli imprenditori cinesi che aprivano in Italia avevano diritto a una fiscalità agevolata per quattro o cinque anni, me lo ha detto uno della Finanza». Persone diverse, stessa frase. «Fango su persone che fanno impresa dove altri non riescono – attacca Francesco Wu, a capo dell'Unione imprenditori Italia-Cina –. È una delle tante storie che si raccontano sulla comunità cinese, come la favola del governo cinese che versa duecentomila euro a ogni famiglia che espatria: sono i complottisti che vedono marcio anche dove c'è solo tanto lavoro e giuste strategie di marketing sostenute dalle famiglie che costituiscono l'ossatura delle nostre piccole imprese».

Fondi Ue, l'Italia spende poco e male Ora rischia di perdere 5 miliardi

Corriere della sera

Il governo vuole dirottarli su lavoro e povertà. Ma serve l'ok di Bruxelles

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ROMA - Se qualcuno, nell'Italia di oggi, vi dicesse che ci sono 30 miliardi di euro di fondi pubblici da spendere, stentereste a crederci. Ma come, con le strade e le ferrovie da ammodernare, le scuole da rimettere a posto, i laboratori di ricerca che chiudono per mancanza di soldi? Eppure è così. Ci sono circa 17 miliardi di euro di fondi europei assegnati all'Italia ai quali si aggiungono 13 miliardi di cofinanziamenti nazionali, per un totale appunto di 30 miliardi che possono, anzi debbono, essere spesi entro il 31 dicembre 2015, altrimenti Bruxelles i soldi se li tiene e li dà a qualche Paese più sveglio. Si tratta di ciò che resta dei 49,5 miliardi di euro dei fondi strutturali europei per il 2007-2013 destinati all'Italia. Entro quest'anno vanno tutti assegnati e poi c'è tempo fino alla fine del 2015 per spenderli. Finora l'Italia ne ha speso il 40%, resta il 60%. Un'occasione da non perdere per far sì che questi fondi siano il più possibile produttivi, utili alla crescita dell'economia da tutti invocata.

Finora non è stato così. Soldi spesi a rilento, talvolta col contagocce, dispersi su una miriade di microinterventi territoriali che lasciano il tempo che trovano o assegnati a grandi progetti che però sono in ritardo sui tempi di realizzazione, tanto che, se i fondi fossero lasciati lì, ci sarebbe il rischio concreto di perderli. Il ministro della Coesione territoriale, Carlo Trigilia, ha appena lanciato l'allarme in Parlamento. L'area ad "alto rischio" riguarda come minimo progetti per complessivi 4,1 miliardi di euro, ma si tratta solo di una prima stima. «Le risorse a forte rischio - ha aggiunto - potrebbero, quindi, essere di entità anche superiore». Risorse che lo stesso ministro presto «riprogrammerà», cioè dirotterà su investimenti migliori. Per esempio: il taglio del cuneo fiscale sul lavoro, la lotta alla povertà, il finanziamento dei progetti immediatamente cantierabili nei Comuni, gli interventi di efficientamento energetico in scuole, ospedali, caserme. Ma andiamo con ordine.

Cosa rischiamo di perdere
L'Italia, oltre che un grande contribuente, è sempre stata una grande utilizzatrice di fondi Ue: a differenza di quanto si crede, negli anni scorsi è riuscita a spendere il 99% delle risorse comunitarie. Ma non sempre in maniera proficua. Solo qualche esempio, tra le centinaia di migliaia di progetti sui quali si suddivide l'enorme massa di denaro: i 9.994,70 euro andati alla «Giostra del castrato» di Longobucco (Cosenza) del 2009; i 7.600 euro alla Festa dell'uva a Catanzaro del 2011; gli 803,52 euro alla Puglia per la «Liquidazione del servizio hostess al Tre expo Venice del 2010»; i 10 mila euro per il Piano di comunicazione del gemellaggio «Miami Meets Margherita di Savoia», comune della provincia di Barletta, nel 2011; i 14.026,50 euro per «Le conversazioni del Venerdì» a Vibo Valentia nel 2010.

Il problema non sono solo gli sprechi, ma soprattutto i gravi ritardi. In questi casi, per rimediare si ricorre alla «riprogrammazione». Sotto l'ex ministro Fabrizio Barca, dodici miliardi hanno così cambiato destinatario: spostati da progetti mai definiti, oppure caduti, irrealizzabili, o rallentati al punto che rischiavano di perdere il finanziamento europeo, verso nuovi obiettivi, fattibili e verificabili. Anche il nuovo ministro per la Coesione, Carlo Trigilia, è pronto ad un'altra riprogrammazione, che dovrebbe spostare risorse per almeno 4-5 miliardi. Si è infatti reso conto che esistono appunto situazioni «ad alto rischio», dove intervenire urgentemente. Si tratta dei programmi operativi di Campania, Sicilia e Calabria, le più inefficienti di tutte, e dei piani operativi nazionali su «reti e mobilità», «energie rinnovabili», «attrattori culturali» e «sicurezza».

Dove spendiamo male Qualche esempio. Tra fondi Ue e nazionali abbiamo già dovuto ridimensionare il miliardo disponibile per i cosiddetti «attrattori culturali» (progetti riguardanti l'arte e la cultura) ancora una volta nelle tre regioni maglia nera (Calabria, Sicilia, Campania) con l'aggiunta della Puglia. Un programma nato malissimo pur avendo potenzialità straordinarie: per tre anni le regioni non sono riuscite a presentare uno straccio di progetto, incapaci di trovare un coordinamento tra loro e col ministero. Al punto che, nel 2010, quando cadde una parte del muro dei gladiatori a Pompei, il commissario europeo alle Politiche regionali Johannes Hahn rimproverò l'Italia di non essere capace di usare i fondi Ue su emergenze simili.

Solo a quel punto si cambiò passo. I fondi rimasti, 630 milioni, furono concentrati su grandi progetti: oltre agli scavi di Pompei, il palazzo Reale di Napoli e la reggia di Caserta, il museo archeologico di Reggio Calabria e quello di Taranto, il centro storico di Palermo. «Meglio fare poche cose ma farle meglio», dice Trigilia, annunciando che bisognerà «concentrare i programmi su un numero limitato di priorità». I 20 miliardi già spesi hanno indici di performance molto diversi. Il Centro-Nord ha utilizzato il 49% delle somme a sua disposizione mentre il Sud solo il 36%, appena il 30,3% la Campania.

Microprogetti e infrastrutture Valutare l'efficacia della spesa è difficile, bisogna andare caso per caso. Il grosso delle risorse, come testimonia il portale Open Coesione territoriale, va alle infrastrutture: la metro di Napoli, la ferrovia di Palermo, le strade veloci in Sicilia. Ma è anche vero che i fondi europei vengono richiamati da "infrastrutture" come i maniglioni antipanico di una scuola di Salerno oppure i lavori in un parcheggio di Melito Porto Salvo (Reggio Calabria), per non parlare delle fiere e sagre paesane, appunto. Microprogetti non esattamente in linea con «la concentrazione delle risorse su pochi obiettivi ritenuti prioritari», invocata da Hahn.

Ci sono però interventi micro che funzionano, come i corsi di formazione in Lombardia o gli aiuti all'infanzia e agli anziani. La differenza la fa spesso la qualità dell'amministrazione locale: pur di rispettare i tempi si spende male. E la tentazione di usare i fondi destinati alla ricerca per riparare le fognature, è forte. Come se ne esce? Trigilia sta studiando un'agenzia ad hoc che, se necessario, intervenga al posto degli enti locali incapaci.

Chi prende e chi lascia
I tempi per cui sono pensati i fondi europei sono lunghissimi, e il mondo intanto cambia. Oggi, alla luce della crisi, le priorità non sono più infrastrutture e trasporti, ma lavoro e povertà. Questo non significa che i cantieri aperti saranno abbandonati, ma che quelle opere, spesso rallentate dalla burocrazia, verranno finanziate meno con fondi europei e più con risorse nazionali. Questa è la riprogrammazione. Un po' come è successo con i soldi tolti agli attrattori culturali, messi sugli asili nido. Adesso sono in arrivo operazioni più importanti. Il governo sta mettendo a punto un vero e proprio piano d'attacco.

Obiettivo: non perdere neppure un centesimo e dirottare sulla crescita i 4-5 miliardi a rischio. Ecco le priorità indicate da Trigilia. Un miliardo per ridurre il cuneo fiscale per le assunzioni di giovani (copertura totale degli oneri a carico dell'azienda per due anni); incentivi all'autoimprenditorialità, nonché alle cooperative giovanili; «borse di tirocinio» per i Neet, giovani che non studiano né lavorano; potenziamento della social card. Altri interventi saranno varati stornando le risorse mal gestite da Campania, Calabria e Sicilia. I soldi serviranno per finanziare i progetti del piano Città rimasti esclusi e la realizzazione di opere sospese per mancanza di soldi. Una fetta andrà all'efficientamento energetico e alle Piccole e medie imprese.

La trattativa con l'Ue Tutto a posto, dunque? No. Ogni decisione è subordinata all'ok di Bruxelles, che deve considerare i progetti compatibili con gli obiettivi. E intanto un altro fronte si apre: la programmazione 2014-2020, fondi per complessivi 60 miliardi. «È necessario partire con il piede giusto - dice Trigilia - e porre rimedio a quelle debolezze progettuali, organizzative e amministrative», che hanno caratterizzato l'azione dell'Italia fino ad ora. Non è allarmismo: nella classifica Ue della spesa certificata siamo agli ultimi posti.

14 luglio 2013 | 9:10

Il Brasile amato dalla sinistra? Ammazza i criminali in strada

Gian Micalessin - Dom, 14/07/2013 - 09:11

Il Paese sudamericano è considerato il maggior buco nero al mondo dei diritti umani. Dove spesso i delinquenti vengono uccisi sul posto

Tarso Genro lo ricordate? Nel 2009 era il ministro della Giustizia a Brasilia. Fu lui a negare all'Italia l'estradizione del terrorista pluri assassino Cesare Battisti per il «fondato timore di persecuzione del Battisti per le sue idee politiche».

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Oggi Tarso Genro è il governatore del Rio Grande do Sul, uno stato di quella federazione brasiliana dove la polizia, controllata dai governatori invece di arrestare i criminali li ammazza. Con i mondiali di calcio alle porte e gli occhi puntati sull'orgoglio carioca quel piccolo neo è ora una grossa grana. Il signor Genro, gli altri governatori e quell'esecutivo federale - così solerte nel condannare l'Italia - lo stanno capendo un po' in ritardo. Per scoprire il fastidioso vizietto dei loro poliziotti bastava un occhio alle statistiche. Da quelle parti un arresto su 229 si conclude con l'uccisione del fermato per mano delle forze dell'ordine. Negli Stati Uniti, dove la polizia non va certo per il sottile, il morto ci scappa solo in un caso su 31.575.

Ed ancor più grave è il sospetto che in Brasile l'eliminazione del ricercato non sia quasi mai un incidente, bensì una prassi applicata dalla polizia e tollerata dalle autorità. Soprattutto in stati come San Paolo dove la criminalità comune causa ogni anno 4800 morti. Ma a convincere le autorità ad affrontare il problema delle esecuzioni sommarie non sono state le statistiche bensì - come racconta il Wall Street Journal - il caso Paolo Nascimiento, uno scandalo che ha portato alla luce i crimini delle forze dell'ordine.

La vicenda del delinquentello scaricato davanti ad un pronto soccorso di San Paulo con tre proiettili nel corpo nel novembre 2012 - sembra, sulle prime, un caso come tutti gli altri. Tutto inizia con l'inseguimento di una Fiat rubata nelle stradine del barrio di Jardim Rosana. La polizia spara e i tre ladri rispondono. Quando la Fiat si pianta gli agenti stendono il primo e mettono le manette al secondo. Il terzo, Paulo Nascimiento, uno che in 25 anni di vita ha conosciuto solo la galera se la dà a gambe.

Haltons Chen un sottotenente di polizia fresco d'accademia e Mareclo Silva, un veterano con un teschio e due mitra tatuati sul braccio destro, lo inseguono. Quando si ritrova prigioniero di un portone Paulo alza le mani, urla «non sparate» e si consegna a mani alzate al tenente Chen. La scena girata nella vivida luce dell'alba è ripresa da un abitante del barrio. Chen spinge il prigioniero verso l'auto della polizia, ma prima che Paulo ci arrivi Marcelo Silva, il veterano, gli ha già piantato un proiettile in corpo. La telecamera traballa e Silva spara di nuovo. Quando il video passa nei telegiornali e il caso diventa nazionale il sottotenente Chen confessa.

Il terzo colpo ritrovato nel cadavere è il colpo di grazia sparato da un terzo agente mentre la macchina della polizia porta il delinquente ferito all'ospedale. Il peggio però arriva due mesi dopo quando un gruppo di uomini armati e mascherati fa irruzione in un bar a 50 metri da dove Paolo Nascimiento è stato impallinato. Quando se ne vanno sul pavimento restano sette cadaveri e due feriti in un lago di sangue. Tra i cadaveri c'è quello di Laercio Grimas alias «DjLah», un rapper famoso per Click Clack Bang la hit dei barrios in cui si spiega che davanti ad un poliziotto, colpevoli o no, è meglio correre.

In verità dietro l'assassino del rapper c'è il sospetto che il video dell'uccisione di Nascimiento sia stato girato da lui. O sia passato per le sue mani. E a metter a segno la strage sarebbe stato un «grupos de extermíno» le squadre della morte formate da poliziotti che ogni anno mettono a segno le 31mila esecuzioni extra giudiziali attribuite a mani ignote. Sospetti poi confermati dall'indagine su nove agenti trovati in possesso di una pistola e di maschere sporche di sangue uguali a quelle usate per la strage.

In un Paese dove lo scontro tra polizia e criminali è una vera e propria guerra darsi una ripulita prima dei campionati del mondo del 2014 non sarà, però, facile. Persino Fernando Grella Vieira, l'avvocato liberal e moderato chiamato a cambiare il volto della sicurezza di San Paolo, ammette che una criminalità come quella brasiliana porta inevitabilmente la polizia a sparare. Ragionamento comprensibile. Resta da chiedersi cosa ne sarebbe stato di Cesare Battisti, colpevole di quattro omicidi, se in Brasile - invece di fuggirci - ci fosse nato.

Calderoli insulta il ministro Kyenge «Non posso non pensare a un orango»

Corriere della sera


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TREVIGLIO (Bergamo) — Due giorni dopo la visita di Cécile Kyenge a Bergamo, quando la Lega aveva accolto il ministro facendo sorvolare la città a un Piper con lo striscione «Stop ai clandestini», dal Carroccio parte una nuova, pesante, bordata alla volta della titolare per l’Integrazione di origine congolese. L’autore è Roberto Calderoli, vicepresidente del Senato ed ex titolare del ministero per la Semplificazione. «Fa bene a fare il ministro, ma forse lo dovrebbe fare nel suo Paese. È anche lei a far sognare l’America a tanti clandestini che arrivano qui» dice dal palco della festa del partito a Treviglio. Poi passa agli insulti: «Io mi consolo — tuona Calderoli davanti a circa 1.500 persone — quando navigo in Internet e vedo le fotografie del governo. Amo gli animali, orsi e lupi com’è noto, ma quando vedo le immagini della Kyenge non posso non pensare, anche se non dico che lo sia, alle sembianze di orango».

Frasi che riportano ai tempi del Calderoli «Richelieu» lumbard, delle polemiche sulla maglietta anti-islam che gli costò le dimissioni dal dicastero per le Riforme istituzionali nel 2006. Un cambio di tono che ricorda i botti del Carroccio, e le frasi sui fucili di Bossi. E ieri sera Calderoli ha continuato così: «Sono stato malato, ve ne siete accorti. Ecco: ho capito che il tempo da perdere non c’è. Al centrosinistra che sostiene che la Costituzione è scritta nel sangue, dico che le riforme vanno fatte. A costo di usare lo stesso inchiostro». Poi, sul Vaticano: «Predica bene e razzola bene, perché ha una legge sui respingimenti dal ’29». Frasi di fuoco. E dire che due settimane fa a Spirano, Calderoli si era sentito dare da Bossi del «democristiano». Il colonnello lumbard aveva finito col riprendere il vecchio capo in pubblico perché «contestando Maroni fai male al movimento». «Ho pensato — ha detto ieri — che per quello qualcuno avrebbe chiesto la mia espulsione. Non è accaduto. E alla fine, da due settimane, la Lega marcia unita: Bossi non ha usato più certi toni». Ai cannoneggiamenti, ci ha pensato lui. Anna Gandolfi

14 luglio 2013 | 0:16