sabato 13 luglio 2013

I discendenti dei pellerossa fanno causa al governo Usa per il massacro di Sand Creek

La Stampa

Il 29 novembre 1864 la cavalleria circondò l’accampamento e uccise 165 indiani Cheyenne e Arapaho.In quattro chiedono un risarcimento

maurizio molinari corrispondente da new york


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Il massacro di Sand Creek è uno dei capitoli più sanguinosi delle guerre indiane ed ora a riaprire la ferita sono quattro discendenti delle vittime pellerossa, facendo causa al governo degli Stati Uniti per ottenere “i giusti risarcimenti per il crimine compiuto”.

All’alba del 29 novembre del 1864 un reparto di cavalleria di circa 700 uomini, agli ordini del colonnello John Chivington, circondò l’accampamento di Sand Creek, in Colorado, dove si trovavano oltre 500 indiani delle tribù Cheyenne e Arapaho. Non si trattava di guerrieri ma di famiglie, che ritenevano Sand Creek un luogo protetto dai combattimenti delle guerre indiane in base al Trattato di Fort Wise del 1861. Ma la cavalleria ignorò quell’accordo, circondò l’accampamento con cannoni e obici da montagna, facendo fuoco ad alzo zero, prima di andare alla carica. Dopo cinque ore di massacro, restarono in terra 165 vittime incluso l’anziano capo Cheyenne Antilope Bianca che, appena visti i soldati, gli era andato incontro a braccia conserte, al fine di fargli capire che nessuno aveva intenzione di combattere. 

La veste trafitta di Antilope Bianca trafitta dai proiettili è ora una delle prove con cui quattro discendenti delle famiglie pellerossa massacrate si sono presentati davanti alla corte distrettuale di Denver chiedendo al governo federale i risarcimenti per “gli atti di genocidio, tortura, mutilazione, abuso e intimidazione” compiuti a Sand Creek. Invocando, in particolare, una promessa fatta dal governo federale alle stesse tribù, nel 1866, ammettendo i torti compiuti. “Gli Stati Uniti riconobbero le atrocità commesse e si impegnarono a versare dei risarcimenti alle vittime ma questo non è mai avvenuto” si legge nell’atto depositato in tribunale chiedendo che ora “il torto venga sanato” facendo arrivare a destinazione i fondi stanziati 147 anni fa. L’accusa in particolare è al ministero degli Interni che “avrebbe mantenuto i fondi destinati alle vittime in violazione della legge degli Stati Uniti”. I quattro querelanti sono determinati a trasformare la causa in una “class action” a nome di tutti i discendenti delle tribù Cheyenne e Arapaho.

Napoli, il limone mostruoso in un giardino di Acerra

Il Mattino

di Enrico Ferrigno


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Acerra. Un limone con le sembianze di una mano mostruosa è comparso in un giardino di un villino signorile posto a poche centinaia di metri dai Regi lagni. E' l'unico frutto cresciuto in maniera anomala da una pianta normalissima che ha prodotto altri limoni di forma tradizionale. Non si tratta, dunque, di una varietà di agrume insolita: gli altri limoni prodotti dalla pianta sono regolari. I proprietari dicono: non è normale, lo faremo analizzare. Di notte, ogni notte tutto il quartiere è invaso da una nube maleodorante provocata probabilmente dagli sversamenti di liquami tossici nelle reti fognarie o nei vicini Lagni.


venerdì 12 luglio 2013 - 11:29   Ultimo aggiornamento: 16:32

Vivi e ama!»: la lettera del ragazzo ucciso in Egitto commuove gli Usa

Corriere della sera

Andrew Pochter è stato ucciso a 21 anni ad Alessandria. Era un giovane idealista che amava il Medio Oriente

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Andrew Pochter era uno di quei giovani idealisti che ogni tanto l'America produce e manda in giro per il mondo, costruttori di pace, sinceri e generosi. Studente 21enne, era andato ad Alessandria d'Egitto per insegnare l'inglese ai bambini e per toccare da vicino gli epocali cambiamenti che stanno investendo il gigante mediorientale.


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LA LETTERA - Purtroppo per Andrew però, i suoi slanci e il suo coraggio di ragazzo, si sono infranti su un marciapiede della seconda città d'Egitto, accoltellato a morte da un manifestante che l'aveva scambiato per chissà chi. La sua vicenda ha commosso dunque gli Stati Uniti, tanto più dopo che il Washington Post ha pubblicato una lettera che Andrew aveva inviato, poco prima di venire ucciso, a un ragazzino dodicenne di cui aveva fatto il tutor in un campo estivo.

LA «CHIAMATA» - Una lettera intensissima, dove lo studente spiega le ragioni della sua "chiamata" in Egitto, la passione civile e il sincero interesse per le ragioni arabe. E l'empatia per il destino non sempre fortunato degli altri e il valore dell'amicizia anche tra culture apparentemente lontanissime. Poi si rivolge al suo giovane amico, Justin e lo invita a non smarrire mai la curiosità, ad amare sempre e a credere fermamente in sé stesso. Una lezione di vita in trenta righe che sarà difficile dimenticare

13 luglio 2013 | 13:17

Bruno Vespa: "Ho dormito nel letto del Duce a Campo Imperatore"

Libero

Il conduttore di Porta a Porta ha visitato l'albergo in cui fu prigioniero Benito Mussolini tra l'agosto e il settembre del 1943 e twitta: "Ho alloggiato nell'appartamento del Duce, mobili bellissimi"


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Vacanze abruzzesi per Bruno Vespa. Vacenze particolari. Il conduttore di "Porta a Porta" è stato sul Gran Sasso per assistere allo spettacolo di Pier Francesco Pingitore sulla liberazione del Duce dall'albergo che è stata la sua prigione tra il 28 agosto ed il 12 settembre 1943. Ma Vespa resiste a tutto tranne che alle tentazioni. Così ha trascorso una notte nell'hotel rifugio alle pendici del Monte Aquila. Vespa per celebrare il momento storico ha twittato: "Albergo di Campo Imperatore. Ho alloggiato nell'appartamento di Mussolini. Bei mobili d'epoca e la sensazione di toccare la storia".

Bruno figlio di Benito? - Ma c'è un retroscena dietro la notte di Vespa sul Gran Sasso. Infatti da anni gira tra le pieghe del gossip una leggenda che vuole Bruno figlio di Benito. Così i maligni, dopo aver letto il tweet di Vespa hanno sussurrato: "Ha dormito nel letto del padre".  La leggenda viene da lontano e racconta che il giornalista sarebbe stato concepito nel luglio 1943, quando il Duce era prigioniero a Campo Imperatore dopo la caduta del fascismo. Le voci si erano fatte insistenti soprattutto nel 2005.

La smentita
- Al punto che Vespa è stato costretto a fare un comunicato ufficiale per smentire le male lingue: "Immaginavo che una risposta seria non sarebbe stata necessaria ma mi vedo costretto a scriverla. Mia madre non ha mai lavorato nell' albergo dove fu portato il Duce e i miei genitori si sposarono il 24 luglio 1943, il giorno prima della caduta del fascismo. Lascio all'intelligenza del lettore valutare la verosimiglianza di una deportazione di mia madre a Campo Imperatore". Ma nonostante la smentita la leggenda continua a girare tra i salotti vip. E Vespa con la notte a Campo Imperatore ha fatto davvero poco per zittire chi gli sparla alle spalle...

(I.S.)

La corsa a friggere le uova sul suolo della Death Valley Il Parco diventa una discarica

La Stampa

Allarme per la nuova mania del deserto della California dopo un video su YouTube. Appello ai turisti: “Fermatevi”

paolo mastrolilli
new york


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Per favore, smettetela di friggere le uova sul suolo della Death Valley. Oppure, se proprio non resistete alla tentazione, quanto meno fatelo dentro una padella o un foglio di alluminio. E’ quasi disperato, l’appello lanciato ai turisti dai gestori del Parco nazionale nel deserto fra la California e il Nevada, ma i ranger devono rimproverare solo se stessi per questa emergenza. 

La Death Valley è il luogo più basso e caldo degli Stati Uniti. Si trova nel Mojave Desert, 86 metri sotto il livello del mare, che però è troppo lontano per avere qualunque influenza positiva. Gli americani sostengono che qui, il 10 luglio del 1913, si è registrata la temperatura più alta di sempre dell’aria sulla Terra: 57 gradi centigradi. 

Durante l’ultima settimana siamo arrivati molto vicini a questo record, con picchi di 54 gradi, e quindi un ranger si è divertito a impressionare i turisti, mostrando come un uovo depositato sul fondo di una padella cuocesse soltanto con il calore fornito dal sole. Il video dell’esperimento è finito su You Tube, e la Death Valley ha perso la pace. Decine di visitatori hanno cercato di imitare il ranger, senza però munirsi di padelle. Le uova sono state fritte direttamente sul terreno, trasformando il parco nazionale in un porcile. Non solo, infatti, i turisti non hanno poi consumato le prelibatezze cucinate, ma hanno lasciato in giro anche i gusci rotti, e in qualche caso gli interi cartoni che li contenevano.

A quel punto i ranger, vinti dalla fatica di ripulire il parco da decine di uova al tegamino scodellate in mezzo alla strada, sono stati costretti a lanciare il loro appello. Così su Facebook, stavolta, è apparso questo messaggio: «La pubblicazione del video di un impiegato che friggeva un uovo dentro una padella nella Death Valley era intesa a dimostrare quanto caldo arrivi a fare qui. Tuttavia, le squadre della manutenzione del parco si sono ritrovate oberate dalla pulizia delle uova aperte direttamente sui marciapiedi». Se proprio ci tenete a fare questo esperimento, «usate una padella o un foglio di alluminio, in modo da poter poi disporre appropriatamente del contenuto». L’altra ipotesi sarebbe quella di evitare un posto dove la temperatura arriva a 54 gradi e le uova si friggono per strada, ma se dessero questo consiglio i ranger poi dovrebbero trovarsi un altro lavoro.

Compra a scatola chiusa la Mercedes di Fangio

Corriere della Sera

Senza vederla un collezionista anonimo sborsa più di 22 milioni di euro per la F1 del campione argentino

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Goodwood-L'ha comprata per telefono. Senza nemmeno vederla dal vivo. Così sulla fiducia. Un anonimo collezionista si è aggiudicato la Mercedes con cui correva Fangio per la cifra record di 22 milioni e 700 mila euro. L'asta organizzata da Bonhams in coincidenza del Festival Of speed di Goodwood è andata alla grande. A conferma di come le auto d'epoca siano diventate un bene rifugio per gli "happy few" che possono permettersi di spendere cifre simili.

LA MONOPOSTO DEI RECORD-Ma torniamo alla macchina: si tratta della Mercedes W196 da Formula Uno costruita per il campionato mondiale d F1 del 1954.E' l'unico esemplare in mano a privati: al mondo ne restano solo dieci - sui 14 realizzati alla casa tedesca- di cui tre sono esposti nel museo dell'Automobile di Torino. Per innovazione e tecnica la W196 è considerata una delle monoposto più importanti della storia: il pilota argentino, cinque volte campione del mondo, la portò al trionfo nei Gp di Germania e Svizzera. Per la Mercedes erano le prime importanti vittorie del dopo guerra, segnavano il lento ritorno alla normalità e ai successi dopo l'epopea delle "Frecce d'Argento" durante il regime di Hitler.

La W196 per l'epoca era un concentrato di tecnologia: è stata la prima vettura da F1 a introdurre l'iniezione diretta di benzina, aveva un particolare telaio tubolare in materiali leggeri, montava un otto cilindri in linea di soli due litri e mezzo di cilindrata progettato per ridurre al massimo il peso. Appena schierata in gara la W196 mostrò di che pasta era fatta, sbaragliando gli avversari al Gp francese di Reims: Fangio e il compagno di squadra Karl Kling centrarono il primo e il secondo posto

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13 luglio 2013 | 12:20

La tempesta di fuoco nel cuore della notte

La Stampa

All’una e mezza il rombo degli aerei inglesi. Distrutto l’apparato produttivo e industriale

maurizio lupo

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Un ronzio potente, che si muta in rombo sordo, sorprende dal cielo la collina di Torino, in piena notte. Di qui cala improvviso e violento sulla città, da Sud-Est a Nord-Ovest. La percorre con devastanti tuoni in successione. Percuotono subito il parco del Valentino, mitragliano il ponte Isabella sul Po. Quindi mirano al centro storico e alle aree industriali. Tempeste di schegge, mattoni e vetri di palazzi sbriciolati si fondono e s’irradiano letali, in un turbine di fuoco. 

La prima esplosione uccide all’1,33 del 13 luglio 1943. Altre detonazioni di pari potenza si sovrappongono quasi senza interruzioni. Nei 72 minuti successivi cadranno 763 tonnellate di bombe, prima le dirompenti che squarciano tetti e finestre, polverizzano edifici, seguite dal mare di fiamme di quelle al fluoro, che cremano ciò che resta. È una furia rovente, pianificata per allontanare i soccorsi con abbacinanti muri di calore.

A colpire sono oltre 250 aerei bombardieri di tipo Lancaster, Wellington, Stirling e Halifax, decollati dall’Inghilterra. Non cercano solo obiettivi militari. Vogliono terrorizzare l’antica capitale, ancora abitata da oltre metà dei residenti: 338 mila, il 48,5 per cento, sono sfollati. Ma chi è rimasto è stato sorpreso nel sonno. Le sirene d’allarme urlano quando le bombe già infieriscono a pioggia anche su monumenti, palazzi, chiese e scuole, compresa quella che ispirò a Edmondo De Amicis il libro «Cuore». 

Uccidono 792 torinesi e ne feriscono 914. Scoperchiano persino le bare interrate nel cimitero generale. La difesa antiaerea è tardiva e vana: abbatte solo 13 bombardieri.

VIDEO

La loro incursione si concentra sui quartieri nordorientali, quelli industriali. Gli ordigni cadono a macchia di leopardo. Il fragore delle esplosioni e il bagliore degli incendi è avvertito a decine di chilometri. Gli inglesi picchiano duro. «Gangsters» del cielo, li maledirà «La Stampa», l’unico giornale che uscirà il giorno dopo. Mentre il quotidiano rivale, «La Gazzetta del Popolo», tace ferito. L’alternanza di bombe dirompenti e di ordigni incendiari, compresi bidoni di benzina e fosforo, sviluppa incendi spaventosi, fonde cavi elettrici, telefonici, l’asfalto delle strade. Trasforma in insidie esplosive i tubi del gas e annichilisce quelli dell’acqua.

Per tutta la notte i roghi bruciano indomiti. La città è colpita dalla periferia al centro. Il suo apparato produttivo è sconvolto. Nel quartiere Barriera di Milano sono lesi gravemente gli stabilimenti Ceat, Gilardini e la Fiat Grandi Motori. A Regio Parco brucia la Manifattura Tabacchi, a Borgo San Paolo la Viberti, a Vanchiglietta la Schiapparelli, a Borgo Vittoria la Superga, la Wamar, la Cimat, le officine Savigliano e Fiat Ferriere. È la guerra. Ma quello che i superstiti non perdonano è lo scempio sulla città storica, senza valore strategico. 

Le piazze Castello, San Carlo, le vie Roma, Garibaldi e Po sono mutilate. È sventrato il Palazzo Chiablese, dove era nata nel 1851 la Regina Margherita. Colpiti l’Ateneo, il Duomo, le chiese di San Domenico e Santa Teresa, quella di Madonna di Campagna, con i rifugiati del borgo vicino. Decine di vittime vengono estratte da cantine prossime alla chiesa di San Gioacchino. Per estinguere gli incendi saranno necessari 1100 interventi dei Vigili del Fuoco, giunti anche da Vercelli, Alessandria, Novara, Asti, Cuneo, Aosta. Avvolti da fumo acre, scaveranno per 10 giorni fra le macerie, alla ricerca di superstiti e dei dispersi.

Nasce (a fatica) la Carbon Footprint di prodotto

La Stampa

Con la CFP, finalmente varata, i consumatori conosceranno il contenuto di CO2 dei prodotti acquistati
daniele pernigotti

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La recente pubblicazione della ISO/TS 14067 stabilisce un riferimento unico a livello mondiale per la Carbon footprint di prodotto (CFP). Un passo importante per le aziende e i consumatori interessati a favorire la produzione e l’acquisto di prodotti caratterizzati da basse emissioni di CO2 lungo l’intero ciclo di vita di un prodotto, dall’estrazione della materia prima, fino all’utilizzo e allo smaltimento finale. 

Ci sono voluti oltre 5 anni di lavoro per costruire un documento in grado di soddisfare le richieste dell’apposito tavolo internazionale e dei rispettivi gruppi di lavoro operanti in molte decine di paesi. Più che le motivazioni tecniche sono state però le ragioni politiche a portare in diversi momenti l’intero progetto sull’orlo del fallimento, con l’India impegnata a guidare l’azione di lobby di una cordata di paesi in via di sviluppo contrari alla norma. Alla base il timore che la CFP potesse diventare una barriera non doganale in grado di favorire la commercializzazione di prodotti realizzati nei paesi più ricchi, caratterizzati da una maggiore efficienza energetica.

L’opposizione indiana è culminata con un ricorso formale al Comitato tecnico dell’ISO che si occupa di normativa ambientale, rigettato però nell’incontro plenario del 28 giugno a Gaborone, in Botswana.

Dura la posizione di John Swift, Direttore del Regulatory Affairs della DS Smith e uno dei maggiori esperti del tavolo ISO sulla CFP, “il ricorso dell’India è completamente senza fondamento. Gli organi tecnici dell’ISO hanno confermato l’assenza di validi presupposti per presentare il ricorso. Probabilmente se un tale comportamento fosse venuto da un paese sviluppato, sarebbe stato allontanato da tempo da questi tavoli tecnici e lo stesso Segretariato centrale dell’ISO ha invitato il paese asiatico a interrompere l’attività di lobby politica, inusuale per questi tavoli tecnici”.

Il timore che la CFP possa rappresentare uno strumento a solo beneficio dei paesi ricchi è sconfessato anche da Chan Kook Weng, CEO dell’istituto malese IMPAC e responsabile della normativa sui gas serra a livello ISO, “la ISO/TS 14067 è stata realizzata anche grazie al contributo di molti paesi in via di sviluppo, le cui richieste sono state sempre ascoltate con grande attenzione.

Per questo sono convinto che avrà una grande diffusione anche nei paesi in via di sviluppo. La pubblicazione della norma ISO non può essere interpretata come la costruzione di una barriera al libero commercio. Avere a disposizione un unico riferimento a livello mondiale rappresenta, invece, una semplificazione in termini commerciali e un vantaggio economico per le aziende che non devono rispondere a una moltitudine di diversi standard nazionali per la CFP”. Ciò è confermato dai lavori avviati in Cina a favore di una norma per il proprio mercato nazionale sulla CFP. 

Alcune associazioni di consumatori potrebbero essere preoccupate del proliferare dell’uso dei marchi ambientali sul prodotto e arrivare a guardare con diffidenza la CFP. Non la pensa così, John Swift, quando le informazioni sono comunicate in accordo a norme ISO. “La più grande sfida che abbiamo è proprio far capire al consumatore il significato di queste informazioni. Farlo in modo serio e accurato sui prodotti è un tema essenziale per l’ISO. Il cambiamento climatico resta la minaccia principale del nostro tempo e per questo la CFP è uno strumento di comunicazione essenziale, anche se limitato a una singola problematica ambientale”. Adesso sta al consumatore imparare a familiarizzare con la sigla ISO/TS 14067 a fianco delle impronte destinate a proliferare sulle confezioni dei prodotti.

Milioni di utenti accedono a web e pc solo da biblioteche e Internet point

La Stampa

carlo lavalle


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Milioni di persone di paesi meno sviluppati fanno ancora assegnamento sui centri aperti al pubblico, come biblioteche o Internet point, per accedere a computer e web nonostante la diffusione universale di cellulari e collegamenti domestici alla rete. 

E’ quanto emerge da uno studio del “Technology & Social Change Group” che opera presso l’University of Washington Information School. La possibilità di accesso pubblico rimane un fattore fondamentale affinché gli individui che vivono in nazioni più povere o emergenti ricevano le informazioni e le competenze necessarie in un mondo sempre più connotato dalla rivoluzione digitale.

Il “Global Impact Study of Public Access to Information & Communication Technologies” rappresenta la conclusione di un progetto di ricerca quinquennale (2007-2012) finalizzato ad esaminare l’impatto dell’accesso pubblico alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (TIC) in vari campi, dall’istruzione al tempo libero, dall’occupazione al reddito, dalla governance alla sanità. La valutazione ha interessato otto paesi di tre diversi continenti : Brasile, Cile, Lituania, Filippine, Sud Africa Bangladesh, Botswana e Ghana, questi ultimi tre in particolare caratterizzati da una bassissimo (3-6%) livello di popolazione che possiede una connessione domestica alla rete Internet. Gli autori hanno intervistato 5.000 utenti di biblioteche, telecentri e cybercafé per conoscerne i modelli di consumo e l’attività ivi svolta.

Dalla ricerca risulta che i luoghi di accesso pubblico, tanto quelli commerciali quanto quelli creati per iniziativa statale o grazie a finanziamenti di organizzazioni internazionali, costituiscono l’unico mezzo di connessione a Internet per un terzo degli intervistati, e il primo contatto in assoluto col computer per oltre la metà degli interpellati, percentuale che è superiore tra i gruppi inferiori della scala sociale e le donne. Per circa il 50% la frequentazione dei centri aperti al pubblico è dovuta all’impossibilità di acquistare un proprio computer il cui utilizzo sarebbe a rischio in caso di loro chiusura. Il 40% degli utenti ha dichiarato anche che gli spazi pubblici di accesso sono stati decisivi per lo sviluppo delle loro competenze informatiche, e il 50% per l’apprendimento della conoscenza di Internet e del suo funzionamento.

“Il nostro documento – sottolinea Araba Sey, docente universitario a capo della ricerca - dimostra che molte persone nei paesi a basso e medio reddito, compresi i sottoccupati, le donne, gli abitanti delle zone rurali e altre fasce spesso emarginate, traggono grandi benefici in settori quali l’istruzione, l’occupazione e la salute quando usano computer e Internet in luoghi di accesso pubblico”. 
Tuttavia, negli ultimi tempi la capacità di questi spazi di contribuire all’agenda per lo sviluppo e di promuovere l’inclusione digitale è stata messa in discussione da più parti. Secondo Chris Coward, direttore del “Technology & Social Change Group”, la ragione principale dietro l’indagine è stata proprio quella di “fornire ai governi e alle agenzie internazionali per lo sviluppo, che hanno speso somme enormi per sostenere la disponibilità di computer e di Internet, l’evidenza empirica degli impatti di questi investimenti”.

Nella sezione finale del rapporto - finanziato dall’International Development Research Centre, ente federale del Canada, e dalla Bill & Melinda Gates Foundation – sulla base di quanto rilevato si rivolgono alcuni consigli ai rappresentanti di organizzazioni governative e gestori invitando i primi a continuare a fornire un ampio sostegno agli spazi pubblici in ragione della loro rilevanza strategica, ad esempio per servire zone non raggiungibili dai privati, attraverso le infrastrutture esistenti, e i secondi ad adottare approcci flessibili per venire incontro alle diverse esigenze, a sfruttare la telefonia mobile che non necessariamente va in contraddizione con la funzione dei luoghi di accesso pubblico, a non escludere l’applicazione di tasse con criteri proporzionati al reddito e a fornire una migliore informazione all’utenza sui servizi di cui si può usufruire.

Qualche considerazione su aspetti di metodologia e analisi dei dati, rinvenibili in forma completa sul sito web www.globalimpactstudy.org , è indirizzata anche al mondo dei ricercatori per sollecitare uno scambio di conoscenze e costruire una comunità di esperti che lavori in sinergia su questi temi.

Perché è importante lavarsi (bene) le mani

La Stampa

L’igiene delle mani è fondamentale, specie d’estate e con il caldo quando il rischio di contaminazioni e infezioni è più alto per via della maggiore attività e diffusione batterica

lm&sdp


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Lavarsi bene le mani è sempre importante, in ogni stagione. D’inverno spesso può fare la differenza quando vi è rischio di contagio influenzale, per esempio. Ma anche d’estate, quando con il calco proliferano maggiormente i batteri responsabili di diversi tipi d’infezioni: da quelle alimentari a quelle fecali, fungine e così via. Assicurarsi di aver pulito bene le mani è indispensabile dopo aver trascorso del tempo fuori, ed essere venuti in contatto con oggetti potenzialmente contaminati. Ma lo è soprattutto dopo essere stati per esempio in una toilette (magari in autogrill o in un qualsiasi altro locale pubblico). Questo è infatti ancora il punto dolente per la maggioranza delle persone: secondo un recente studio, infatti, sono ancora molte le persone che trascurano la sana abitudine di lavarsi correttamente le mani.

Lo studio, condotto su quasi 4.000 soggetti ha evidenziato come ancora il 60% delle persone non si lavano in modo corretto le mani.

Nello specifico, il 10,3% proprio non se le lava; il 22% se le lava, ma senza sapone e, infine, soltanto il 5,3% le lava per più di 15 secondi. Più indisciplinati sono risultati essere i maschi, con il 15% di essi che disdegna il lavaggio delle mani, contro il 7,1% delle femmine che evita accuratamente l’acqua. E’ chiaro che a fronte di un contatto con agenti patogeni, il non lavarsi del tutto le mani, lavarle male o per poco tempo ci può esporre al serio rischio d’infezione. Secondo gli esperti, è importante tenere le mani sotto il getto d’acqua per almeno 20 secondi, sfregandole bene e con l’aiuto del sapone. In questo modo possiamo essere più tranquilli ed evitare di rovinarci la salute e, se siamo in vacanza, anche quest’ultima. I sintomi di un’infezione da germi patogeni come salmonella, E. coli e compagnia bella possono essere molto violenti e, in alcuni casi, richiedere anche il ricovero in ospedale. Ricordiamocelo la prossima volta che non abbiamo voglia di lavarci le mani.