venerdì 12 luglio 2013

Un altro marchio italiano «emigra» Pernigotti venduta ai turchi

Corriere della sera

Dopo Loro Piana, anche il marchio del settore dolciario passa in mani straniere: venduto ai Toksoz di Istanbul

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Dopo Loro Piana, recentemente passata ai francesi, anche i cioccolatini Pernigotti lasciano l'Italia. Fratelli Averna ha siglato un accordo con il gruppo della famiglia Toksoz per la cessione dell'azienda che detiene lo storico marchio italiano nel settore dolciario. Si tratta di una azienda privata, con sede a Istanbul, che realizza un fatturato annuo pari di circa 450 milioni. Nel segmento dolciario, attraverso una società controllata, detiene i marchi Tadelle, Sarelle e una gamma completa di snack dolci, creme spalmabili e gelati realizzando un fatturato annuo pari a circa 80 milioni. La società Averna, gestita dalla Famiglia Averna da cinque generazioni, è attiva nella produzione e commercializzazione di alcolici con marchi propri (Amaro Averna, Amaro Braulio, Limoncetta di Sorrento e Grappa Frattina), oltrechè nella distribuzione nel mercato italiano di alcuni affermati marchi internazionali. Inoltre, il Gruppo è leader di mercato nel segmento private label, attraverso la propria controllata Casoni Fabbricazione Liquori.

I GIANDUIOTTI - Pernigotti, azienda italiana con oltre 150 anni di storia, si distingue per la posizione di leadership nel segmento del cioccolato gianduia (con gli storici gianduiotti), del torrone e degli intermedi per gelato e pasticceria. Pur operando finora prevalentemente sul mercato domestico, ha riscontrato negli ultimi anni un crescente interesse per i propri prodotti sui mercati internazionali (tra cui Germania, Stati Uniti, America Latina e Cina). Le vendite ammontano a circa 75 milioni, di cui circa 55% nel segmento del dolciario e circa 45% nel segmento degli intermedi per gelato e pasticceria. L'attività produttiva si svolge a Novi Ligure. In questa operazione, Averna si è avvalsa della consulenza di Vitale & Associati (advisor finanziario), Blf studio legale (advisor legale) e Kpmg. Sanset si è avvalsa della consulenza di N+1 (advisor finanziario), Baker & McKenzie (advisor legale) e PwC.

LA DICHIARAZIONE UFFICIALE - La famiglia Averna ha dichiarato: «In tutti gli anni di lavoro svolti in Pernigotti abbiamo profuso un grande impegno nel miglioramento qualitativo dei prodotti, nel rinnovamento della gamma e nel potenziamento produttivo e organizzativo. Negli ultimi mesi siamo stati oggetto di un forte interesse da parte dei principali operatori nazionali ed esteri; siamo lieti di affidare Pernigotti al Gruppo Sanset della famiglia Toksöz, solido e determinato ad agire in ottica di continuità e sviluppo. Pernigotti, facendo leva sul notevole know how acquisito e sulla complementarietà con Sanset, continuerà il processo di crescita intrapreso in Italia, in Turchia e negli altri mercati internazionali».

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«NUOVI INTERESSANTI MERCATI» - Ahmet e Zafer Toksoz, amministratori di Sanset, hanno commentato: «Siamo fieri di aver acquisito Pernigotti, marchio ricco di storia e fascino che identifica nel mondo la gianduia ed il torrone italiano. Manterremo e potenzieremo l'attuale struttura, sviluppando l'attivitá in nuove e interessanti aree geografiche, sfruttando la forza del marchio Pernigotti. Introdurremo Pernigotti nel mercato turco cosi come in altri importanti paesi».

COLDIRETTI: «ALL'ESTERO MARCHI ITALIANI PER 10 MILIARDI» - «C'è da augurarsi che il cambiamento di proprietà non significhi lo spostamento delle fonti di approvvigionamento della materia prima importante come le nocciole a danno dei coltivatori italiani e piemontesi che offrono un prodotto di più alti standard qualitativi». Lo dice la Coldiretti, commentando la decisione della società Averna di cedere interamente il marchio Pernigotti al gruppo turco Toksoz, il maggior produttore mondiale di nocciole. Con la vendita di Pernigotti sale ad oltre 10 miliardi - sottolinea la Coldiretti - il valore dei marchi storici dell'agroalimentare italiano passati in mani straniere dall'inizio della crisi che ha favorito una escalation nelle operazioni di acquisizione del Made in Italy agroalimentare.

11 luglio 2013 | 19:51

Se per la giudice la frode fiscale vale più di 4 donne violentate

Luca Fazzo - Ven, 12/07/2013 - 08:02

La vera storia del maniaco ancora in libertà: la magistrata non ha avuto il tempo di scrivere le motivazioni. Era impeganata ad accelerare il processo contro Berlusconi. La sentenza della Cassazione è prevista per il 30 luglio, 83 giorni dopo la condanna in appello

Di qua il processo lampo a Silvio Berlusconi. Di là il processo lumaca a uno stupratore, che rimane in li­bertà anche se condannato, perché le motivazioni della sua sentenza non sono state mai scritte.

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In mezzo ai due proces­si, lo stesso giudice: Alessandra Galli, che ha diretto a tappe for­zate il pr­ocesso d’appello al Ca­valiere per i diritti tv. Ma che nel frattempo, nonostante sia pas­sato un intero anno, non ha tro­vato il tem­po di scrivere le moti­vazioni della condanna del vio­lentatore. Così riparte la pole­mica sulle due velocità della giustizia. Ed è inevitabile chie­dersi: dovendo proprio sceglie­re, era più urgente processare Berlusconi o portare a compi­mento il processo al violentato­re?
Una risposta la si può cercare leggendo gli atti del processo al maniaco. Che non vi appare co­me un violentatore sporadico, ma abituale se non addirittura seriale. È stato accusato di ave­re colpito anche all’interno del proprio nucleo familiare, abu­sando della propria figlia. 

E poi ha preso di mira soggetti fragili che si affidavano a lui per guari­re con l’ipnosi dall’ansia e dalla depressione. Cosa accadesse loro durante le sedute di ipnosi, le pazienti lo hanno scoperto molto tempo dopo, quando so­no state convocate dai carabi­nieri. Era accaduto che il figlio del medico aveva visto sul com­puter del padre delle foto a me­tà strada tra l’esplicito e lo scon­volgente. Le aveva segnalate al­la madre. E la madre aveva fatto partire la denuncia contro il ma­rito: comprensibilmente sconvolta, anche perché a una delle vittime il medico aveva fatto in­dossare la biancheria intima della propria figlia.

Interrogate, le pazienti aveva­no negato con forza che quel ti­po di terapia facesse parte degli accordi col medico. Che così era stato incriminato perché «in esecuzione di un medesimo diseg­no criminoso in diverse circostanze di tempo costrin geva X a subire degli atti sessuali approfittando dello stato di inferiorità della persona offesa, consistenti in atti di masturba­zione e di penetrazione vagina­li». Il dottore viene incriminato anche per i maltrattamenti alla moglie e alle figlie.

Alle vittime del medico, la giu­stizia mostra da subito la sua faccia meno efficiente. La de­nuncia è del 2004, ma il proces­so di primo grado si tiene solo nel 2009, a cinque anni di di­stanza. E si conclude con la con­danna solo per i maltrattamen­ti in famiglia: gli stupri non so­no ritenuti tali, perché non è provato che, sebbene ipnotiz­zate, le vittime non fossero con­senzienti. La procura e la procu­ra generale fanno appello e ot­tengono che la Corte d’appello condanni l’imputato per tutti i capi d’accusa. Ma la Cassazio­ne il 24 novembre 2011 ordina un nuovo processo. Ed è a quel punto che il fascicolo approda sul tavolo della seconda sezio­ne penale della Corte d’appello milanese, e viene assegnato al giudice Alessandra Galli.

Il processo d’appello a Berlu­sconi per i diritti tv è di là da veni­re, perché in quel momento è ancora in corso il giudizio di pri­mo grado. Così il processo al medico viene fissato e celebra­to con solerzia. Il 20 luglio del­l’anno scorso la seconda sezio­ne della Corte d’appello mila­nese ricondanna l’imputato a sette anni di carcere. A dover stendere le motivazioni della condanna è il giudice relatore, Alessandra Galli. Cosa accada a quel punto non si sa. Di fatto, i tre mesi concessi dal codice passano senza che la dottores­sa depositi la sentenza. Così si arriva a ottobre, e qui il destino del medico si accavalla con quello di Berlusconi. Il 27 otto­bre il Cavaliere viene condan­nato in primo grado. Ai difenso­ri ven­gono concessi solo 15 gior­ni per presentare i ricorsi. 

Il pro­cesso d’appello viene assegna­to alla Corte presieduta da Ales­sandra Galli. Bisogna fare in fretta, perché la prescrizione in­combe. Il 18 gennaio si apre il processo d’appello al Cavalie­re. E il processo al medico, che nel frattempo è a piede libero, passa nel dimenticatoio. Ed è ben vero che l’accusa di stupro aggravato si prescrive in quindici anni, e quindi qualche tempo c’è ancora. Ma intanto il condannato è libero, anche se il reato che ha commesso è di quelli che per il codice impon­gono un trattamento più seve­ro.

Cassazione a due velocità: ecco quando non ha fretta

Anna Maria Greco - Ven, 12/07/2013 - 08:24

La prescrizione diventa un problema per la Suprema corte solo se l'imputato è il Cav. Questa è la storia di un processo annullato perché trattato a termini scaduti. E sono decine

Roma - Per i giudici della Cassazione il Cavaliere e il Signor Rossi pari sono. Casi ordinari e casi straordinari non si distinguono, al Palazzaccio di Roma.

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Stessi tempi e stessa solerzia quando incombe su un processo il rischio prescrizione. La Suprema Corte, dopo le polemiche sulla fissazione dell'udienza Mediaset al 30 luglio e non in autunno come si prevedeva, ci ha tenuto molto a riaffermare questo principio di uguaglianza dei cittadini di fronte alla giustizia. «Il senatore Berlusconi - ha spiegato il primo presidente della Cassazione, Giorgio Santacroce- è stato trattato come qualunque imputato in un processo con imminente prescrizione». Eppure, diversi avvocati cassazionisti raccontano tutta un'altra storia. Quella di tanti e tanti casi che finiscono in prescrizione tra l'appello e la Cassazione, senza che nessuno si preoccupi troppo.

Basta entrare in uno dei loro studi per incappare in vicende che smentiscono clamorosamente la presunta «normalità» di una decisione che, a 20 giorni dall'arrivo del ricorso negli uffici giudiziari di piazza Cavour, fissa l'udienza nella sezione feriale appena dopo altri 20 giorni. Tutto, sulla base di una data per nulla certa di imminente prescrizione. Prendiamo dal mucchio una sentenza a caso, quella di uno sconosciuto signor Rossi, che nulla ha a che fare con la politica e i giochi di potere. Il documento depositato in cancelleria appena tre giorni fa parla di una storia di abusivismo edilizio e della condanna in primo e secondo grado dell'interessato. Che impugna l'atto, contestando i fatti di fronte alla Cassazione.

Ma i giudici non gli danno soddisfazione, in un senso o nell'altro. Non affrontano affatto il caso, non si preoccupano dell'«obbligo» di evitare la prescrizione o di possibili accuse disciplinari. «In nome del popolo italiano» dichiarano che il termine complessivo di 5 anni di prescrizione è maturato a fine maggio 2012, «ovvero dopo la pronuncia della sentenza impugnata, ma prima della pronuncia della presente sentenza». Cioè, mentre giaceva in un ufficio del Palazzaccio. Dunque, la sentenza è «annullata senza rinvio, perché il reato è estinto per intervenuta prescrizione». Amen.

Diamo un'occhiata ai tempi. Prima condanna in tribunale a marzo 2011. Seconda in Corte d'appello a fine gennaio 2012. Sono previsti 30 giorni per i motivi del ricorso e quindi, con un calcolo approssimativo, il ricorso arriva ai primi di marzo 2012 alla Suprema corte. I giudici hanno 3 mesi di tempo prima della prescrizione, il 29 maggio. Se l'udienza venisse fissata 20 giorni dopo, come per Berlusconi, ma anche 30, 50, 70 e più, ci sarebbe tutto il tempo di decidere. Neppure ci sono le ferie di mezzo, ma forse nessuno ha neppure calcolato la data limite.

Questo è solo uno delle centinaia di ricorsi che arrivano in Cassazione. Dove non ci sono «Speedy Gonzales» e non si applica «uno zelo particolare» in certi casi invece che in altri, come dice Santacroce. Così, il termine matura senza che venga fissata prima l'udienza e solo a marzo di quest'anno si prende atto che la vicenda è ormai chiusa. Malgrado i motivi del ricorso non risultino «ictu oculi inammissibili», come si legge nella sentenza e, se accolti, siano tali da portare ad un annullamento con rinvio della condanna impugnata. Il Signor Rossi ci rimane male, ma non si sorprende più di tanto. Il suo avvocato ancor meno, perché ne vede a decine di casi che finiscono così. Sono casi ordinari, di poco conto perché riguardano un cittadino qualunque. Ma quando c'è di mezzo un Cavaliere, possono diventare straordinari.

Altro giro, altra corsa, votate!" Calderoli idolo dei senatori Pd

Libero

Il leghista guida l'aula con tono da giostraio. E la sinistra lo applaude su Twitter


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Dopo una delle giornate più plumbee per la storia parlamentare italiana, con zuffe tra deputati e aule "chiuse" per i guai giudiziari di Berlusconi, c'è stato un "raggio di sole" in quel di Palazzo Madama. No, il Papa (di ritorno da Lampedusa) non è tornato a far visita agli onorevoli. E' che a presiedere l'aula della Camera "alta" c'era il leghista Roberto Calderoli, in versione a dir poco allegrotta (che i suoi detrattori più perfidi attribuirebbero a qualche bicchierino di troppo). "Altro giro, altra corsa, altre cento lire" intonava con voce da giostraio, per passare dal voto di un provvedimento all'altro.

E, rivolgendosi ai banchi dell'esecutivo: "Il governo messaggia e non risponde" L'ex dentista di Bergamo, presidente di turno, si è guadagnato gli apprezzamenti via Twitter (e non solo) anche dai suoi "avversari" politici. Perchè se fanno parte della "maggioranza", mica vorremo considerare quelli del Pd alleati del centrodestra... Così, il senatore democratico Stefano Esposito ha cinguettato che "un grande Calderoli ha presieduto il Senato questa mattina. Abbiamo votato tutti gli emendamenti e oggi il voto finale sul documento riforme". Gli ha fatto eco il presidente dei senatori del Pd, Luigi Zanda: "Al termine di una giornata molto lunga e molto intensa la vorrei ringraziare per come ha presieduto i lavori odierni. E per la simpatia con cui lo ha fatto”.

Il “vizietto” di storpiare le canzoni I 10 brani più ritoccati dagli italiani

La Stampa

Secondo un sondaggio di Spotify oltre il 50% sbaglia i testi dei pezzi. Nella classifica molte vecchie hit

alice castagneri
torino


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«Motoclicletta, riesci a capì? Tutta cromata, è tua se dici sì....». Avete capito di che canzone si tratta? Se la risposta è no, forse il problema è un piccolo errore nel testo. Dunque, se almeno una volta nella vita, magari canticchiando sotto la doccia, avete storpiato così Lucio Battisti, rassicuratevi: non siete i soli. Sbagliare una strofa qua e là non è poi così grave, specie se si tratta di canzoni in inglese. Il guaio è che in molti distorcono anche i pezzi in italiano. O almeno è questo che emerge dal sondaggio di Spotify, l’ormai famosissimo servizio di musica in streaming on demand. 

La classifica delle dieci canzoni più storpiate è varia. Nella top ten si trova davvero un po’ di tutto. A essere “rovinati” sono prevalentemente i grandi classici della musica, mentre a rappresentare le hit recenti c’è solo Get Lucky dei Daft Punk. Ed eccola qua la classifica: al primo posto si piazza I don’t want to wait di Paola Cole (brano diventato famoso grazie al telefilm Dawson’s Creek). Il ritornello è stato trasformato più volte in “Adouanaueii”. Secondo posto per Non amarmi di Aleandro Baldi e Francesca Alotta (Non amarmi perché vivo a Londra / Non amarmi perché vivo all’ombra). Poi c’è Loser di Beck (So open the door, I’m a looser baby / Soy un perdedor, I’m a looser ).

Quarta Get Lucky (We rob a Mexican Monkey / We’re up all night to get lucky). E Ancora Battisti (Motocicletta, riesci a capì? / Motocicletta dieci HP). Sesta I’ll be there for you (I’ll bidè for you / I’ll be there for you). Segue Raccontami di Renga (Ti ho vista a Perugia, sempre più lontana / Ti ho vista delusa, sempre più lontana). Ottava How to save a life (How to stay alive / How to save a life). Per ultime When the saints go marching in (Oh uennesen go macinin / Oh when the saints go marching in) e Heroes di Bowie (We can be yellow for one day / We can be Heroes just for one day).

Secondo l’indagine oltre il 50% degli italiani sbaglia abbastanza spesso i testi dei brani, inventandosi le frasi quando non le conosce. Fare un errore, però, nella maggior parte dei casi non è motivo di imbarazzo . Solo il 21%, infatti, dichiara di “ arrossire” quando viene beccato. Ma c’è chi è meno tollerante. Almeno il 30% degli utenti dichiara di essere piuttosto infastidito quando sente una persona “mal interpretare” il pezzo. E il fastidio aumenta se ciò avviene durante un concerto (50%) o al karaoke (26,23%). Molto meno se succede in ufficio o sui mezzi pubblici (8%).

Ma sbagliare è umano. Per questo motivo oltre il 60% non ha mai provato a fermare qualcuno che intonava male un ritornello. I più “rigidi”, però, non riescono a essere indifferenti. E per non innervosirsi iniziano a cantare più forte con le parole esatte (44%) o a chiedere all’interessato di smettere di cantare (19%). «Tutti conosciamo persone che sbagliano costantemente le parole di una canzone e sicuramente è capitato anche a ognuno di noi di cambiare involontariamente il testo del nostro brano preferito.

La ricerca che abbiamo condotto rivela come storpiare le canzoni sia un fenomeno mondiale. Se però gli inglesi appassionati di musica sono perfezionisti e non mancano di far notare ai propri amici gli errori commessi, gli utenti italiani non si fanno infastidire troppo, forse perché sono i primi ad inventare i testi quando non li conoscono», dice Will Hope, Director of Label Relations di Spotify. Dunque sbagliare sì può, l’importante è essere originali. 

Dopo 40 sarà riesumato il corpo del presunto Strangolatore di Boston

Corriere della sera

La prova del Dna dirà se Albert DeSalvo uccise nel 1964 la 19enne Mary, ultima di una scia di 11 vittime
 
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WASHINGTON - Solo la riesumazione dei resti potrà dire con certezza se Albert DeSalvo ha ucciso il 4 gennaio 1964 Mary Sullivan, 19 anni, aggredita nella sua casa. Un delitto attribuito all’uomo considerato da molti il feroce Strangolatore di Boston - lui stesso ha sostenuto di esserlo - ma sul quale continuano ad esserci molti dubbi. Giovedì la polizia ha annunciato che nuovi esami del Dna hanno stabilito un legame tra DeSalvo, un operaio tutta casa e lavoro, e la vittima. Però non è una prova conclusiva, da qui la decisione della riesumazione.

QUEGLI UNDICI DELITTI - A questa prima (parziale) svolta si è arrivati dopo un paziente indagine della Omicidi che ha seguito i parenti del presunto killer. E quando uno di loro ha buttato nella spazzatura una bottiglietta d’acqua, gli agenti l’hanno recuperata riuscendo coì ad estrarre il Dna. Campioni confrontati con quelli prelevati sul corpo di Mary all’epoca dell’omicidio. Il caso, inevitabilmente, ha riportato l’attenzione sulla scia di delitti compiuti nell’arco di due anni - dal 1962 al ‘64 - a Boston e attribuiti allo Strangolatore. Undici donne violentate e uccise in modo brutale da qualcuno che riusciva ad introdursi nelle loro abitazioni. Sulle porte d’ingresso non c’erano tracce di effrazione e dunque è probabile che il killer fingesse di essere un fattorino o un operaio della manutenzione.

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L'ULTIMA VITTIMA - L’ultima vittima della lista, secondo le autorità, è proprio Mary Sullivan. Vicende di «nera» che ispirano libri, ricerche di esperti e qualche film, compreso uno famoso con Tony Curtis. Nell’ottobre del ‘64 la polizia arriva a DeSalvo che viene riconosciuto da alcune testimonianze dopo un’aggressione. L’uomo finisce in prigione per stupro e confessa a un compagno di cella di essere il serial killer che tutti cercano. Ammissione che ripete agli investigatori fornendo particolari sui delitti che non erano noti , ma allo stesso tempo ci sono molti aspetti che non tornano. Si creano due «partiti»: da un lato chi lo ritiene colpevole, dall’altra quanti sospettano sia un criminale in cerca di notorietà. Molti sottolineano che il modus operandi di DeSalvo non combacia con quello emerso durante le indagini, altri non escludono che a Boston abbiano colpito più persone. Tesi opposte riemerse anche nella vicenda di Mary Sullivan. Condannato per un altro reato, l’operaio sarà ucciso in prigione il 25 novembre 1973. La polizia non ha mai scoperto chi lo avesse pugnalato a morte. Un epilogo misterioso per l’intricato giallo dello Strangolatore.



12 luglio 2013 | 5:49

Google sotto accusa per i finanziamenti ai negazionisti del cambiamento climatico

Corriere della sera

Bufera per il fundraising a favore del politico che definisce «una bufala» l'influenza dell'uomo sui fenomeni climatici

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MILANO - Google finanzia i negazionisti del cambiamento climatico. L’azienda di Mountain View ospita oggi un evento di fundraising in favore del senatore Jim Inhofe, il più accanito tra i detrattori del cambiamento climatico al Congresso americano, che da anni fa campagna per convincere il pubblico a non credere alla comunità scientifica. E non si tratta della prima occasione in cui Google ha deciso di finanziare chi nega che il cambiamento climatico in atto sia anche e molto la conseguenza delle attività umane. Ma l’azienda difende le sue politiche energetiche verdi.

PRANZO A WASHINGTON - Il pranzo di finanziamento per il senatore repubblicano Jim Inhofe, con quote di partecipazione che vanno da 250 ai 2.500 dollari, si terrà oggi alle 13, ora di Washington, nella sede cittadina di Google in New York Avenue. Jim Inhofe è il senatore dell’Oklahoma che ha costruito la sua carriera politica su un’aggressiva campagna di negazione del cambiamento climatico e soprattutto dell’influenza dell’uomo sui fenomeni climatici, che lui definisce un «hoax», una bufala, un imbroglio (sarebbe, secondo il Senatore, la seconda truffa più magistrale mai commessa ai danni del popolo americano, dopo la separazione tra Stato e Chiesa). Membro di spicco della Commissione Ambiente e Lavori Pubblici del Senato, le sue posizioni e le sue dichiarazioni radicali e reazionarie (come, per esempio, paragonare l’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente degli Stati Uniti alla Gestapo) sono ben note, e contribuiscono alla campagna di contro-informazione rispetto ai dati e alle conclusioni condivise dalla quasi totalità della comunità scientifica mondiale.

CENA CON FACEBOOK - Il mese scorso l’azienda ha donato 50mila dollari al Competitive Enterprise Institute, la CEI, un’organizzazione ultra-conservatrice che ha promosso varie azioni legali per tentare di screditare la scienza del cambiamento climatico, accusando gli scienziati di frode e sollecitando le università a svelare la corrispondenza privata tra scienziati del clima e giornalisti. L’organizzazione è fortemente spinta dalla multinazionale Koch, nata nel 1940 come Wood River Oil and Refining Co, un impero il cui motore principale è il petrolio, grazie al quale David Koch – il residente più ricco della città di New York - si piazza nella classifica dei miliardari americani solo dopo Bill Gates, Warren Buffet e Larry Ellison. Charles e David Koch sono tra i maggiori donatori del Tea Party, il movimento di ultra-destra nel panorama politico americano. Alla cena di finanziamento annuale della CEI, Google è stato il maggior contribuente, e anche Facebook ha allargato generosamente il portafogli, versando una quota di 25mila dollari.

CRITICHE E UNA PETIZIONE - Il pranzo di Washington per Inhofe è la seconda occasione nel giro di poche settimane in cui Google, che si vanta di sviluppare «un web migliore e più attento all’ambiente» finanzia chi all’ambiente non fa certo dei favori. Il supporto di Google ai negazionisti del cambiamento climatico ha suscitato varie critiche, e gli attivisti hanno reagito, anche attraverso petizioni sul web, come quella lanciata dall’organizzazione Forecast the Fact («Prevedi i Fatti», le cui campagne si concentrano sulla diffusione dei fatti scientifici che riguardano il cambiamento climatico), con una grafica che scimmiotta quella del motore di ricerca più famoso del pianeta. Online circola anche una petizione diretta a Larry Page con la richiesta di cancellare l’incontro con Inhofe e di impegnarsi a non finanziare più i negazionisti. Il logo della campagna gioca con il motto di Google, chiede di «non finanziare il male».

IMPEGNO VERDE - Google dichiara di essere impegnato nella salvaguardia dell’ambiente, in particolare grazie a un investimento di 1 miliardo di dollari delle nergie rinnovabili e con la politica di risparmio energetico che verrebbe attuata nei suoi data center. Secondo quanto riportato dal Guardian, l’azienda ha in un primo momento rifiutato di commentare, ma un portavoce ha poi scritto in una mail che «organizziamo regolarmente raccolte di fondi per i candidati, di entrambe le parti, ma ciò non significa che sosteniamo le loro posizioni. E mentre siamo in disaccordo con le sue politiche rispetto al cambiamento climatico, condividiamo interessi con il Senator Inhofe rispetto agli impiegati e i data center che abbiamo in Oklahoma». Google ha infatti investito 700 milioni di dollari in due data center nello Stato, che peraltro si sostengono grazie all’energia eolica.

11 luglio 2013 | 14:54