martedì 9 luglio 2013

Fenestrelle, distrutta la lapide sui prigionieri meridionali

Il Mattino


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Sabato scorso la scoperta: la lapide, affissa il 6 luglio 2008 dai Comitati Due Sicilie nella fortezza di Fenestrelle, è stata rimossa e fatta a pezzi. Il gesto è arrivato dopo le aspre polemiche degli ultimi mesi, sulla vicenda dei prigionieri meridionali rinchiusi nel forte-carcere dal 1860 al 1862.

Polemiche storiche, sollevate dopo che finalmente qualche accademico aveva cominciato ad occuparsi di quei fatti, su cui, per primi, avevano iniziato ricerche storici non di professione. Esplodono subito nuove polemiche sulla lapide distrutta, che ricordava i prigionieri di una guerra non dichiarata, catturati dall'esercito piemontese. La guerra per l'annessione dell'ex stato delle Due Sicilie e di parti del territorio dello Stato pontificio al regno sardo-piemontese. La guerra che portò alla proclamazione del regno d'Italia il 21 marzo 1861.

martedì 9 luglio 2013 - 16:36   Ultimo aggiornamento: 16:41





Fortezza di Fenestrelle, basta con la lapide! Distrutto il ricordo dei prigionieri meridionali

Il Mattino

di Gigi Di Fiore


"Anche se ne fosse morto solo uno di quei prigionieri, sarebbe giusto ricordarlo". Fui chiaro, a Torino, con il professore Alessandro Barbero. Mi chiese cosa ne pensavo della lapide sistemata nel 2008 all'interno della fortezza-carcere di Fenestrelle. Fui chiaro mentre si dibatteva su un suo lavoro, nato da una ricerca impostata, in maniera limitata, quasi esclusivamente su documenti dell'Archivio storico di Torino. Limitava il numero dei morti tra i prigionieri dell'ex esercito delle Due Sicilie e dello Stato pontificio, rinchiusi dopo gli scontri con i garibaldini e le truppe piemontesi. Poche decine, ho più volte scritto, non certo migliaia. Ma pur sempre morti lontano dalle loro terre e in stato di prigionia.

Voglia di revisionismo delle controstorie. Voglia di strizzare l'occhio ad un mercato che si era rilevato incuriosito dalle controstorie, senza che il mercato rispondesse a Barbero come sperava: il libro è rimasto lì, con il suo 2 per cento di documenti consultati tra quelli disponibili sulle prigionie risorgimentali tra il 1860 e il 1862. Senza aver chiuso la ricerca sul tema dei prigionieri di una guerra non dichiarata tra italiani. L'effetto violento di quel testo è stata, invece, la distruzione della lapide che non dava fastidio a nessuno. Era stata affissa dai Comitati presieduti da Fiore Marro e diceva: "Tra il 1860 e il 1861 vennero segregati nella fortezza di Fenestrelle migliaia di soldati dell'esercito delle Due Sicilie che si erano rifiutati di rinnegare il re e l'antica patria. Pochi tornarono a casa, i più morirono di stenti. I pochi che sanno s'inchinano".

Nulla di esplosivo, di "secessionista", di violento. Un ricordo, come in migliaia di lapidi che inneggiano alle case e alle casette dove ha dormito o è solo passato (ma sarà poi sempre vero?) Giuseppe Garibaldi in Italia. Tra bar e spettacoli ameni, la fortezza di Fenestrelle, carcere duro del regno sardo-piemontese e poi dei primi anni dell'Italia unita, viene visitata dai turisti. Niente ricordo degli italiani che vennero rinchiusi tra quelle mura, dopo una guerra di conquista che portò all'annessione di territori dello Stato pontificio e dell'intero Mezzogiorno. Gli accademici che hanno ricordato quelle prigionie, come Roberto Martucci o Eugenio Di Rienzo, sono a volte guardati con diffidenza dai loro colleghi. Mentre monta la voglia accademica di avviare finalmente ricerche su temi sollevati anche da storici non di professione.

Temi della nostra storia di 152 anni fa, su cui l'accademia si era seduta. E per anni ci si poteva chiedere a cosa servissero le cattedre di storia del Risorgimento se tutto era stato scritto, esplorato, interpretato. Molto invece era rimasto nel buio. E ci volle un non storico-accademico, come Franco Molfese, per fare finalmente luce per intero sulla storia del brigantraggio post-unitario, con documenti inediti. Misteri dell'Italia, che non sa davvero fare i conti con la propria storia. E, in questo clima, ci sta anche la distruzione della lapide a Fenestrelle, anticipata dalle parole di Barbero. Parlò di "lapide menzognera che l'amministrazione del forte ha incredibilmente acconsentito di collocare, su falsità che hanno influenzato un'opinione pubblica particolarmente incattivita e frustrata". Così parlò il docente di storia medievale. Con toni di insolita violenza che contestava ad altri. L'effetto è stata la rimozione della lapide a Fenestrelle. Ridotta a pezzi. E non ritrovata da chi era tornato nel forte per rivederla.


Pubblicato il 08 Luglio 2013 alle 17:37

Sorrisi, canzoni e parolacce: chiedi chi erano gli Squallor

Il Mattino

di Federico Vacalebre

Un documentario racconta le inarrestabili malefatte canore di Bigazzi, Pace, Savio e Cerruti


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E' finalmente uscito su dvd «Gli Squallor» (2011), documentario di Carla Rinaldi e Michele Rossi. La long form della versione pubblicata dalla Cni, due ore e mezza, permette in qualche modo al racconto di dipanarsi tra un’orgia di contenuti (infinito il numero degli intervistati) e ovviare alla mancanza di filmati d’archivio: Giancarlo Bigazzi, Daniele Pace, Totò Savio e Alfredo Cerruti (l’unico sopravvissuto) sono ricordati quasi esclusivamente con le parole, e comunque mai mostrati all’opera insieme.

Capita così che la prima ora abbondante di narrazione scorra noiosa, a ricostruire un ambiente, e le singole carriere dei magnifici quattro e dei loro compagni di malefatte: parolieri, compositori, arrangiatori, cantanti, discografici in licenza premio - visti i rispettivi successi canzonettistici - con permesso di parolaccia (quasi) libera ed elogio del doppio (e triplo) senso. Solo Gianfranco Marziano aggiunge ironia in un racconto sin troppo serioso. Poi, però, pian piano gli Squallor si impongono, con le loro canzonacce ad alta gradazione alcolica, figlie dell’avanspettacolo e del cabaret, ai limiti della provocazione porno.

Il finale di «Curnutone» a più voci è straordinario, come il puzzle ricomposto da decine di artisti coevi (che all’epoca però non spesero nemmeno una parola, Arbore escluso, contro la condanna morale perbenista che cancellò il gruppo dalla pubblica opinione), e non. «A tutt’oggi sono un cazzotto nello stomaco», ricorda, tra i tanti, Rocco Tanica, mentre la colonna sonora riporta alla mente l’attualità della canzone sulla confessione con il prete che palpa il peccatore .

Scomodi a sinistra («Mi ha rovinato il ’68» con finale liberatorio e inno all’anno successivo) come a destra, gli Squallor resteranno nella mente di chi li visse in tempo come gli alieni del pop italiano: ci voleva coraggio, ricordano in molti, per entrare in un negozio di dischi e chiedere lp che si intitolavano «Troia», «Pompa», «Vacca»... Non a caso fecero ricchi il mercato pirata.


martedì 9 luglio 2013 - 16:24   Ultimo aggiornamento: 16:29

La Vespa nell'elenco degli oggetti che hanno segnato il desing

Il Mattino


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Anche Vespa nell'elenco dei dodici oggetti che hanno segnato il design mondiale degli ultimi 100 anni. Se ne è discusso in occasione della Giornata internazionale dell'Industrial Design 2013, con la CNN, emittente TV americana punto di riferimento per l'informazione a livello planetario, che ha chiesto a 12 esperti internazionali, autorità mondialmente riconosciute nel campo del design, di individuare le idee che hanno segnato la creatività industriale, le più significative e meglio riuscite degli ultimi 100 anni.

Si sono confrontati con questo tema affascinante nomi quali l'americano Dick Powell, cofondatore della design agency Seymour Powell, il designer olandese Daan Roosegaarde, l'industrial designer gallese Ross Lovegrove, il designer giapponese Yoshiro Nakamatsu, l'italiano Gianfranco Zaccai cofondatore e chief designer officer di Continuum, Deyan Sudjic, direttore del London's Design Museum, il professor Miles Pennington, head of the design innovation presso il Royal College of Art di Londra.

Nella motivazione che ha inserito Vespa tra i dodici oggetti che hanno fatto la storia si legge: «Il design unisex di Vespa è geniale, può essere guidata indifferentemente e con eleganza sia da uomo raffinatamente vestito sia da una donna che indossi una gonna. Immortalata da Fellini in La Dolce Vita, amata dai Beatles, la Vespa ha avuto un impatto profondo sulla cultura e sulla società». A far compagnia a Vespa nella gallery dei magnifici dodici, sono stati scelti manufatti che hanno fatto la storia industriale dell'ultimo secolo, veri miti come il computer Mac di Apple del 1984, l'impianto stereo 2400 di Bang&Olufsen del 1979, il grande aereo passeggeri Airbus 380, la scala mobile, il primo motore jet di Frank Whittle. 

 La giornata mondiale dell'Industrial Design è proclamata dall'ICSID - International Council of Societies of Industrial Design, associazione con sede a Montreal, che riunisce gli enti nazionali di promozione del design, le imprese design oriented, gli istituti di formazione per il design e gli studi professionali di design industriale.

 
martedì 9 luglio 2013 - 15:58   Ultimo aggiornamento: 16:00

La Boldrini è "assenteista": ha partecipato solo al 28 per cento delle sedute

Libero

"Non posso venire per impegni istituzionali", aveva detto la presidente a Marchionne. Quali? Le sue assenze in aula parlano chiaro, è degna dei suoi predecessori


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"Egregio Dottor Marchionne non posso venire per incarichi istituzionali". Scrive Laura Boldrini all'Ad di Fiat che l'aveva invitata a visitare lo stabilimento di al di Sangro. Ma quali sono questi "impegni istituzionali" della Boldrini? A guardare le cifre delle sue presenze in aula, sono davvero pochie E a rivelare i dati è il suo portavoce personale, Roberto Natale. In una lettera al Corriere della Sera, Natale difende miss Montecitorio dalle accuse di assenteismo lanciate dalla giornalista Maria Teresa Meli nei confornti della Boldrini. "No assenteista non lo ammetto", ha tuonato il portavoce. Ma nella sua ingenuità da zelante "pr" della Boldrini snocciola i dati delle presenze della presidente in aula.

Sempre assente -  E indirettamente arriva come un boomerang una conferma di quanto sostenuto dal Corriere: "Dall'inizio della legislatura al 30 giugno ci sono state (senza contare le riunioni del Parlamento in seduta comune) 42 sedute della Camera, per un totale di poco più di 190 ore, e Laura Boldrini ha presieduto per circa 54 ore (più del 28%: dato equivalente a quello dei suoi predecessori nei corrispondenti periodi delle due legislature precedenti)". Bel record. Miss Montecitorio ha presieduto solo "il 28 per cento delle sedute".

Come Fini e Casini - E giustamente è in linea con altri due big dell'assenteismo istituzionale, Gianfranco Fini e Pierferdinando Casini. Insomma la Boldrini bacchetta tutto e tutti, ma in aula a quanto pare non c'è mai. E così dopo i dati citati da Natale, è la stessa Meli a sottolienare come quei numeri fotografino l'assenteismo della Boldrini: "Ringrazio per i dati forniti l'efficientissimo Roberto Natale, il quale, però, stando alla Camera da poco tempo, non sa che i due predecessori della presidente Boldrini erano noti tra i deputati per non essere degli assidui frequentatori dell'Aula di Montecitorio. Del resto, la cifra del 28 per cento parla da sola". I

Effetto boomerang
- Il povero Natale ha cercato di rimediare citando anche i diversi impegni pubblici della Boldrini come "incontri con lavoratori di aziende in crisi, rappresentanze sindacali e professionali, sindaci, singoli deputati, diplomatici e delegazioni parlamentari di Paesi stranieri. Tutte attività svolte dentro Montecitorio, e non a favore di telecamere e microfoni", sottolinea Natale. Ma la realtà dei numeri è cruda: la Boldrini in aula non c'è. Con buna pace dell'"efficientissimo" Natale.

 (I.S.)

Snowden, trattativa Usa-Russia per uno scambio con la spia che tradì 'Anna la rossa' Chapman

Quotidiano.net

L'idea piace a entrambi: l'ex contractor della Nsa in cambio di Alexander Poteev, l'uomo che consegnò la lista delle 10 spie russe attive negli Usa alle autorità americane. Intanto il datagate mette in forse la visita di Obama a Pietroburgo per il G20. Raul Castro: "Gli Stati hanno diritto di offrire asilo a Snowden"

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Mosca, 8 luglio 2013 - Mosca starebbe riflettendo su uno scambio mentre Ed Snowden, la talpa del Datagate - continua la sua permanenza nella zona di transito dell’aeroporto moscovita di Sheremetevo. Lo indica la richiesta di estradizione iniziata dalla Duma di Stato (Camera bassa del Parlamento russo) e inviata al procuratore generale, affinchè un traditore, il 61enne Alexander Poteev - che ha attraversato illegalmente il confine da Mosca a Washington nel 2010 - sia riconsegnato alle autorità russe, secondo fonti di TMNews.

Sarebbe stato lui ad aver consegnato la lista delle 10 spie russe attive negli Usa alle autorità americane, che vennero poi scambiate nel giugno 2010 con le quattro spie americane all’aeroporto di Vienna: il più grande scambio dai tempi del Muro di Berlino.Tra le spie tradite da Poteev anche la bellissima Anna Chapman, che ha recentemente chiesto “la mano” di Snowden, per renderlo cittadino russo attraverso il matrimonio. Il caso di Poteev viene segnalato in questi giorni anche da Segodnia.ru, pubblicazione di analisi e informazione russa. Poteev è stato condannato in contumacia a 25 anni di colonia penale dal tribunale militare di Mosca, nel 2011.

Nella storia della fuga di Poteev all’estero ci sono alcuni dettagli non secondari. La spia, secondo Mosca, per arrivare in America ha utilizzato il passaporto che era a nome di un altro cittadino russo, Viktor Alexeyevich Dudochkin. Quest’ultimo si era rivolto alla Sezione Consolare dell’Ambasciata degli Stati Uniti a Mosca per un visto e - secondo quanto riportato da Ria Novosti all’epoca del processo in contumacia - il passaporto sarebbe stato usato da Poteev per fuggire.

Dudochkin era stato interrogato in tribunale e aveva detto che il passaporto non era stato perso. Tuttavia, secondo lui, nel 2009 aveva dato il passaporto all’ambasciata degli Stati Uniti per un visto. Il verdetto russo dice che l’ambasciata degli Stati Uniti non ha risposto alla nota russa che chiedeva di fornire informazioni sulla presenza di Poteev sul territorio americano.Intanto Segodnia.ru allude all’amore del “traditore” per il denaro, ma mette nero su bianco anche le radici familiari di tutto rispetto di Poteev, figlio dell’eroe dell’Unione Sovietica Nikolai Poteev, veterano che comandava una compagnia diventata un ostacolo alla controffensiva dei nazisti nel 1944 sul Baltico.

SNOWDEN METTE IN FORSE LA PRESENZA DI OBAMA A PIETROBURGO PER G20 - La talpa del Datagate sta mettendo in forse una delle visite più travagliate del leader della Casa Bianca in terra russa. Il quotidiano moscovita Kommersant cita una fonte vicino al Dipartimento di Stato. Secondo lui, Washington lascia aperta la questione del coinvolgimento di Barack Obama nel vertice del G20 a San Pietroburgo il prossimo settembre. E non escludono che al posto della presidente americano, andrà al forum il vicepresidente Joe Biden. A questo punto salterebbe anche il bilaterale con Vladimir Putin previsto prima del vertice, a Mosca. Venerdì, 5 luglio anonimi funzionari statunitensi hanno lasciato intendere al New York Times, che il presidente Barack Obama potrebbe abbandonare l’idea di una visita a Mosca, alla vigilia del vertice del “Big Venti” se Snowden fosse ancora nascosto a Sheremetevo, nella zona transiti del primo scalo russo.

Nel frattempo la portavoce del Consiglio di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti, Bernadette Meehan ha assicurato che “nel mese di settembre, Barack Obama ha intenzione di visitare la Russia”. Però non ha specificato se si tratta solo del vertice G20, o di un incontro con Vladimir Putin a Mosca. Invece il Cremlino ha assicurato che Putin è “pronto” a vedere Obama a Mosca e a San Pietroburgo. Successivamente il portavoce del leader russo Dmitry Peskov ha detto a Kommersant che al Cremlino non è noto un ultimatum da Washington. Secondo lui, la preparazione della visita di Obama in Russia è in pieno svolgimento, e questo suggerisce che il leader degli Stati Uniti non ha rivisto i suoi piani.

CUBA, RAUL CASTRO: GLI STATI HANNO DIRITTO DI OFFRIRE ASILO A SNOWDEN  - “Sosteniamo il diritto sovrano del Venezuela e di tutti gli Stati della regione di offrire l’asilo a persone perseguitate a causa dei propri ideali o della loro lotta per i diritti democratici”. Lo ha detto il presidente cubano Raul Castro in un discorso all’Assemblea nazionale in riferimento al caso di Edward Snowden, l’ex contractor della National security agency (Nsa) che ha rivelato l’esistenza dei programmi di sorveglianza portati avanti dall’agenzia.Nel fine settimana il Venezuela e la Bolivia hanno offerto l’asilo alla talpa e il Nicaragua ha fatto sapere che sta valutando una decisione analoga. Castro non ha rivelato se anche l’Avana potrebbe offrire l’asilo o il salvacondotto a Snowden. Il leader cubano, il cui discorso è stato trasmesso dalla tv di Stato, ha espresso sostegno al presidente della Bolivia, Evo Morales, dopo che il suo volo è stato bloccato mercoledì per diverse ore in Austria perché si riteneva che a bordo vi fosse Snowden.

redazione online

Casaleggio, il guru del web silurato dal colosso editoriale Mauri Spagnol: gestione della comunicazione "approssimativa"

Libero

Il dioscuro di Grillo non si occuperà dell'attività online di Chiarelettere, Longanesi, Garzanti e Cadoinpiedi.it. Il gruppo spagnolo era il suo maggior cliente


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Fino ad oggi, comunque la si pensi, su una cosa erano tutti d'accordo: Gianroberto Casaleggio è uno dei massimi esperti del web. Anzi, il massimo esperto. Il guru, senza altri aggettivi. Una definizione difficile da smentire. Un assioma, quasi. Tanto più che ad ulteriore sostegno di quello che è ormai diventato un dogma, si portava l'esempio dell'exploit del M5s alle scorse elezioni: tutto merito suo, si dice. E magari è anche così.

Mauri Spagnolo lo silura - Cionostante, la sua fama di infallibile stratega della rete inizia a scricchiolare. A mettere in dubbio la fama di Casaleggio è il potentissimo gruppo spagnolo Mauri Spagnol, che fa capo a case editrici del calibro di Longanesi, Garzanti, Guanda, Corbaccio  e Chiarelettere, di cui Casaleggio cura la comunicazione online. Anzi, curava. Perché, come spiega Francesco Oggiano su Vanityfair, il colosso editoriale spagnolo ha silurato Casaleggio. La motivazione ufficiale, scrive Oggiano, è che "la creazione di un’area web interna ha reso superfluo infatti l’affidamento della gestione online a una ditta terza". Ma c'è dell'altro.

Gestione "approssimativa" - A quanto pare, la dirigenza avrebbe messo nel mirino anche la gestione della comunicazione sui social network, ritenuta "approssimativa". A cascata, poi, Casaleggio perde anche la gestione del blog Cadoinpiedi.it, di propriretà di Chiarelettere. Stavolta, i numeri (150mila utenti unici al giorno) non c'entrano: analizzando gli accessi, i dirigenti del colosso spagnolo hanno scoperto come gran parte degli accessi provengano dai contenuti redati dalla Casaleggio associati, di puro gossip quasi, e non dagli autori di Chiarelettere. E la Mauri Spagnol, invece, punta sulla qualità. D'Altronde edita libri, non riviste scandalistiche. Produrre dei contenuti di qualità, evidentemente, non fa per Casaleggio. Non proprio una novità, a dire il vero.

Addio a Pippi, la gatta sindaco di Gravellona Lomellina

Il Giorno

L'annuncio ufficiale sul sito del Comune


Il papà adottivo della gatta adottata dal Municipio pavese: "Sarebbe bello se tutti i Comuni d'Italia adottassero un animale o permettessero ai propri dipendenti di portarselo da casa, perché è assodato che, con un amico a quattro zampe al proprio fianco...si lavora meglio"


Pippi, il gatto sindaco di Gravellona Lomellina

Gravellona Lomellina, 8 luglio 2013 - Decine di post sulla pagina Facebook e un annuncio ufficiale sul sito del Comune. In questo modo i cittadini di Gravellona Lomellina, piccolo comune del Pavese, hanno salutato Pippi, la loro “gatta sindaco”, scomparsa nei giorni scorsi a seguito di una malattia .
Arrivata nel Municipio nel 2009, era stata letteralmente adottata dal Comune ed era diventata una vera e propria mascotte per tutti i cittadini, nonché primo felino italiano simbolicamente investito della fascia tricolore. La micia dalle zampette bianche e dal manto tigrato, perfettamente integrata nella vita d’ufficio, era diventata anche una piccola star del web, con migliaia di fan sui social network.

Un vero e proprio simbolo del legame uomo-animale. "Pippi era il perfetto esempio di come effettivamente funzionasse la Pet Therapy - spiega il papà adottivo della micia, Massimo Rossi-. Tutto questo non svanirà, non finirà con la sua scomparsa". Un modello esperienze simili in altri Comuni? Perché no. "Sarebbe bello se tutti i Comuni d'Italia adottassero un micetto o permettessero ai propri dipendenti di portarselo da casa (anche il proprio cane, ovviamente), perché è assodato che, con un amico a 4 zampe al proprio fianco...si lavora meglio".

di C. D.

Evade 21 euro, condannato a 2 mesi

Corriere della sera

Contestate a un imprenditore di Latina fatture 2007 per un importo di 107,59 euro. La Cassazione boccia il ricorso


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ROMA - Hai voglia a spiegare ai giudici che per un importo così non valeva la pena falsificare una fattura. Come pure è stato vano, dopo la condanna in primo grado, il ricorso in appello e poi in Cassazione. Quei 21 euro e 51 centesimi di evasione fiscale gli sono costati comunque una condanna definitiva a due mesi e 20 giorni di reclusione. Pena sospesa ma ugualmente pesantissima. È la storia di un imprenditore di Latina, G.C., incappato nelle maglie della giustizia per colpa della dichiarazione dei redditi del 2004.

All'uomo erano state contestate, fin dal 2007, fatture per operazioni inesistenti per un importo complessivo di 107,59 euro, con la conseguente sottrazione al fisco di un introito Iva, appunto, di 21,51 euro. Niente a che vedere, certamente, con le grandi evasioni milionarie di cui si sente spesso parlare ma secondo i giudici comunque abbastanza da richiedere una punizione esemplare. Tanto più, hanno rilevato i magistrati della suprema corte, che le indagini fin da subito hanno escluso la buona fede dell'imputato, che certamente non poteva non sapere che le fatture in oggetto riguardassero operazioni inesistenti.

Secondo la Corte di Cassazione, poi, poco importava che l'Iva evasa fosse di così modesto importo, «non essendo previsto per la sussistenza del reato alcun limite di punibilità». Certo in un Paese in cui, soltanto per il 2011, l'Agenzia delle Entrate ha stimato un'evasione di Iva vicina ai cinquanta miliardi di euro, la storia dell'imprenditore di Latina fa ancora più effetto, visto anche che, in conseguenza di questo singolare verdetto, si troverà a dover scontare quattro giorni di reclusione per ogni euro di imposta evasa (e a pagare ovviamente anche tutte le spese processuali). Una sanzione forse eccessiva, anche se la lotta all'evasione fiscale è diventata oramai una priorità per il Paese.

9 luglio 2013 | 9:12

Macchia sulle Giubbe Rosse: violenze sulle colleghe

Corriere della sera

Il mitico corpo delle guardie canadesi alla sbarra. La denuncia : «Se avessi ricevuto un cent ogni volta che mi hanno chiesto di sedermi sulle loro ginocchia, ora avrei uno yacht»

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WASHINGTON - Le Giubbe rosse, le mitiche guardie canadesi, un simbolo della lotta dei buoni contro i cattivi, hanno qualche guaio. Non trattano bene le loro colleghe. Anzi, spesso si lasciano andare in molestie. Pesanti e leggere. Però sempre molestie.

La storia, non nuova, è riemersa in modo imbarazzante per la decisione di 300 donne-poliziotto della Royal Canadian Mounted Police di promuovere un'azione legale. Una risposta a dozzine di casi di harassment compiuti dai loro colleghi durante le ore di servizio. Episodi finiti sui media locali e rilanciati da un articolo de The Economist. E' uscito di tutto, su aggressioni, atti osceni, comportamenti non degni della gloriosa divisa. Storia vecchia si è detto. Ma questa non può essere una scusa. Già negli anni 80 erano spuntate alcune denunce, poi negli anni successivi ricerche condotte tra i ranghi avevano fatto emergere una verità nascosta: il 60% delle donne-poliziotto aveva subito molestie di vario tipo o era stato vittima di discriminazioni.

Una tendenza che non sembra essere cambiata di molto. Ogni anno il comando riceve una media di 145 di denunce formali, alle quali si aggiungono altre, delle quali non c'è una traccia scritta. Il caporale Catherine Galliford racconta: «Qualsiasi cosa uscisse dalla bocca dal mio superiore aveva un riferimento sessuale. Se avessi ricevuto un centesimo ogni volta che i capi mi hanno chiesto di sedermi sulle loro ginocchia a quest'ora mi sarei comprata uno yacht». Krista K, altra donna finita in una situazione umiliante, ha accusato vertici del reparto di non aver risposto con fermezza. Chi comanda le circa 19 mila Giubbe Rosse ammette il problema. E riconosce che è necessaria una linea severa, abbandonando l'indulgente teoria delle «poche mele marce».

Serve altro, occorre sensibilizzare gli agenti e intervenire con fermezza. Per difendere quanti subiscono soprusi e difendere l'onore di un reparto che si è fatto un nome con gesti di coraggio. Non appena formate, nel lontano 1873, le Giubbe Rosse si sono mosse nell'immenso territorio canadese per tutelare gli indiani e stroncare i traffici illegali di alcol. Una realtà dura, con paesaggi-cartolina che hanno fatto da teatro naturale alla loro azione. Spesso difficile, in un ambiente selvaggio e poco abitato. Foreste, fiumi, orsi, contrabbandieri e nativi. Una missione raccontata in molti film, dove la Giubba Rossa è protagonista di avventure rocambolesche. Uno specchio di un lavoro reale, faticoso. A volte epico come alcune spedizioni condotte dai militari a cavallo.

Con il passare degli anni i compiti sono in parte cambiati. E le guardie non sono rimaste confinate negli spazi bucolici. Durante il primo confitto mondiale hanno tenuto d'occhio le spie tedesche. Sorveglianza che coincide con l'arrivo delle prime auto di servizio. Gradatamente l'unità si dedica ad altro. Con meno poesia e creando a volte qualche polemica postuma. Si scopre che le Giubbe hanno spiato a lungo comunità di nativi americani temendo attività estremiste. Intrusioni nelle vite degli altri riapparse più avanti quando dedicano molta attenzione al grande John Lennon e alla compagna Yoko Ono. Temevano che potessero essere dei «sovversivi», troppo vicini a gruppi pacifisti in occasione di un grande concerto.

Avversari immaginari e nemici veri. Come le «ombre» del Kgb che si infiltrano in Canada e piazzano molte delle loro «talpe». I poliziotti canadesi devono sudare parecchio per sventare le operazioni dell'intelligence avversario che ha nel mirino la Nato e gli Usa. Poi ci sono i turbolenti separatisti del Quebec e le Giubbe raccolgono dossier su dossier. Attività in parallelo a quelle contro il crimine organizzato. Gang letali, capaci di far arrivare negli Usa stupefacenti di ogni tipo. Una lotta nel segno del motto del reparto, «Difendi la legge». Al quale oggi va aggiunta una postilla: e proteggi le tue colleghe.

9 luglio 2013 | 9:31

Piazze e cavalcavia, i domiciliari dei senzatetto Le strane residenze dei clochard condannati

Corriere della sera

Il paradosso di chi, tornato in libertà, indica come sua dimora i dintorni del carcere


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Ci si raccomanda l'anima al cardinale e alle solide mura del suo palazzo, alle fronde ampie e protettive d'un albero, agli angoli dimenticati e dunque sicurissimi sotto un cavalcavia.

Non è una città, non ancora; non per le presenze, che sono difficili da calcolare e però sono numerose, giura chi per lavoro ci capita in mezzo: piuttosto non è una città perché in questa geografia frammentata e in movimento continuo, priva di confini netti e fissi, ognuno fa storia e soprattutto indirizzo a sé. Messi ai domiciliari non avendo un domicilio, vagabondi e barboni, poveretti e ladruncoli, criminali e pregiudicati eleggono a dimora lo spazio pubblico. L'Arcivescovado in piazza Fontana per esempio (è successo). Oppure i giardini di via Venini (succede spesso). Per tacere di una (inflazionata) località fuori Milano, nell'hinterland, a Opera, in via Camporgnago.

DOMICILIARI IN STRADA - In via Camporgnago sorge il carcere, ché spesso succede così: alla domanda rivolta da un giudice, da un magistrato, da un poliziotto al colpevole su quale sia l'ultima abitazione avuta, in maniera tale da lì reindirizzarlo, il tipo in esame, appena uscito di galera, fornisce le coordinate dello stesso penitenziario. Non mente, non bluffa. Dice la verità. Sicché, dopo aver scontato il suo tempo in cella, dopo essersi lasciato il carcere alle spalle, lo ritrova andandoci a vivere vicino. Con l'obbligo tassativo di non muoversi. Fermi. Infatti se sta piantato tutta notte nella sua Vittor Pisani il signor Domenico Codispoti, di anni 48, una vitaccia di rapine, furti, droga, cadute e sbandate. Come svelato sulle pagine del quotidiano il Giorno , Codispoti, condannato agli arresti domiciliari, ha eletto il marciapiede.

Ogni sera alle 22 si mette in posizione, accucciato nel sacco a pelo, dorme, ci prova almeno, viene svegliato dal passaggio della pattuglia degli agenti incaricati di sorvegliarlo che verificano che non sia latitante, dopodiché Codispoti tira le sette del mattino, quand'è finalmente libero di muoversi per la città, una libertà peraltro castigata per via di una certa mancanza di lavoro e denaro, e della necessità di bivaccare di speranze affidate ai cestini dell'immondizia, chissà, avranno abbandonato un panino indigesto, un sacchetto di patatine vuoto a metà, una mela con la buccia marroncina...
Ora, Codispoti e il resto della truppa ci sono sempre stati e ugualmente ci saranno.

NEI PRESSI DELLA STAZIONE - Spulciando fra caserme dei carabinieri e commissariati di polizia, più che altro domandando ai marescialli e agli ispettori che lavorano in strada, che vedono, comune è una località usata e abusata come domicilio: piazza Luigi di Savoia, sul lato della Stazione Centrale, in particolare in un punto che ospitava gli uffici dell'accoglienza ai clochard e oggi, nella ristrutturazione dello scalo, si è convertita ai tavolini dei bar. Altre zone negli anni battute sono viale Ortles e via Saponara in coincidenza dei dormitori, i cavalcavia vari lungo la circonvallazione, piazza Affari, i dintorni di piazza Maggi, corso Concordia all'altezza della mensa, magari anche per mettersi davanti nella fila che porta ai pranzi e alle cene gratis.

9 luglio 2013 | 10:45

Bin Laden fermato per eccesso di velocità ma il vigile non lo riconosce

Corriere della sera

Gli anni del capo qaedista in Pakistan: se usciva in cortile usava un cappello da cow boy per sfuggire ai satelliti spia

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WASHINGTON - Osama Bin Laden poteva essere scoperto a causa di una multa. In una data non definita tra il 2002 o il 2003 nella valle di Swat, Pakistan. Una guardia ferma il veicolo sul quale si trova il capo qaedista e alcuni complici. Motivo: andavano troppo veloci. Ma il guidatore, Ibrahim Al Kuwaiti, fedele guardia del corpo, risolve tutto senza che il vigile si accorga di Osama. L’episodio raccontato da Maryam Al Kuwaiti, la moglie di Ibrahim, è uno dei tanti contenuti nel dossier redatto dalle autorità pachistane dopo il raid di Abbottabad e rivelato dalla tv al Jazeera. Un documento con spunti, difficili da autenticare, sulla lunga latitanza del terrorista.

IL CAPPELLO DA COW BOY - Bin Laden, come è emerso dopo la sua morte, viveva da recluso nella palazzina di Abbottabad. Quando passeggiava nel cortile indossava un cappello da cow boy dalla larghe tese: sperava così di nascondere il suo volto ai satelliti spia. I contatti con l’esterno erano limitati, solo Ibrahim e il fratello Abrar uscivano per comprare rifornimenti. Persino la famiglia del primo, che pur viveva in casetta separata nel complesso di Abbottabad, per molto tempo sarebbe stata all’oscuro su chi fosse «lo zio» che «abitava al piano di sopra». Questo è quello che sostiene Maryam. Una versione che appare inverosimile ma che i pachistani raccolgono. Anche se è evidente che i familiari della guardia del corpo qualche domanda se la facevano.

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LO ZIO POVERO - Rahma, 9 anni, figlia di Ibrahim, una volta chiede perché l’uomo non uscisse e il padre risponde: non ha abbastanza soldi per andare a comprare. Da allora per lei diventa «lo zio povero». Nel gennaio 2011 ancora Rahma vede alla tv una foto di Bin Laden e dice: «Guarda, c’è lo zio povero». Ibrahim si allarma, teme per la sicurezza dell’ospite, così i rapporti tra la sua famiglia e i Bin Laden vengono impediti ad ogni costo. Sempre secondo il rapporto Osama è spartano. Ha tre abiti tradizionali per l’estate e tre per l’inverno. Poi una giacca scura e due maglioni. Si nutre con poco, evita i medici e non solo per motivi di sicurezza. Quando di sente poco bene mangia cioccolata e mele. Il leader qaedista segue l’educazione di figli e nipoti, si occupa anche del «divertimento». Che consiste nel coltivare ortaggi in un angolo del compound. I più bravi sono premiati con regali simbolici.

NOVE ANNI IN PAKISTAN - Nel report si afferma che Bin Laden ha vissuto in Pakistan per circa 9 anni in almeno 6 località, sempre accompagnato da Ibrahim Al Kuwaiti. Ed è ancora Maryam a rivelare di aver viaggiato, nel 2002, da Peshawar alla valle di Swat insieme ad «un arabo alto e completamente sbarbato». Uno dei tanti spostamenti prima di stabilirsi a Abbottabad. Nelle carte diffuse da Al Jazeera i pachistani affermano di non aver trovato prove di legami tra il terrorista e funzionari locali. Una difesa accompagnata da duri commenti sui servizi di sicurezza che non si sono mai accorti della presenza di Osama. In realtà è legittimo quanto fondato il sospetto che qualcuno nell’establishment in Pakistan sapesse dell’ospite e abbia fatto di tutto per proteggerlo.

9 luglio 2013 | 7:19

Lavastoviglie, una ricerca rivela: è la «culla» di funghi e batteri

Il Mattino


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Elettrodomestico ormai indispensabile per molti, la lavastoviglie può nascondere nemici invisibili per la salute. Il 62% di questi apparecchi contiene funghi potenzialmente dannosi per polmoni e pelle. Un rischio soprattutto per le persone con un sistema immunitario fragile, affette da malattie croniche o con fibrosi cistica. A stabilirlo è uno studio inglese pubblicato sulla rivista "Medical Mycology", che ha verificato come il 62% delle lavastoviglie in tutto il mondo ospiti questi organismi dannosi, che si nascondono soprattutto nelle guarnizioni in gomma dello sportello e proliferano in un ambiente caldo e umido.
Secondo lo studio i più presenti sono i lieviti neri, come l'Exophiala dermatitidis, o la Candida parapsilosis, quest'ultima specie fungina più comunemente associata alle infezioni micotiche nell'uomo.

Alcuni di questi organismi possono entrare attraverso la respirazione nei polmoni e causare le infezioni. La ricerca ha, inoltre, scoperto che alcuni funghi prosperano in condizioni ambientali caratterizzate da presenza di sale, come accade spesso nella lavastoviglie. Ma cosa si può fare per proteggersi da questi "nemici"? «Utilizzare per pulire l'intero dell'elettrodomestico il bicarbonato di sodio - consigliano i ricercatori alla stampa britannica - l'aceto o la candeggina, prodotti in grado di eliminare i funghi e i batteri. Poi una volta al mese si dovrebbero rimuovere le parti interni e mobili della lavastoviglie e lavarle con acqua calda. Aspettando poi che l'interno si asciughi completamente».

 
lunedì 8 luglio 2013 - 17:13   Ultimo aggiornamento: 17:17

Quando la qualità incontra la moda

Il Giornale
Leica D-Lux 6 G-Star (640 x 340)
Dire Leica significa parlare di un’azienda con gli “obiettivi chiari”. Sotto il suo marchio sono racchiuse tre diverse aziende, europee, svizzere e tedesche, tutte operanti nel settore dell’ottica e attive nella produzione di microscopi, fotocamere e strumenti collegate con il marchio Leitz. Ciononostante, il meglio di sé Leica lo dà nel campo della fotografia ed anche adesso che molti sono pronti a partire per le vacanze e a concedersi scatti-ricordo, il brand non va in ferie, anzi, si appresta a lanciare un nuovo ed esclusivo progetto RAW crossover di G-Star: RAW Leica.

Nasce così, insieme al brand Denim olandese G-Star RAW, la nuova special edition del modello Leica D-Lux 6 dove il lusso incontra l’high tech. I due brand, che condividono il concetto di qualità ed esclusività dei loro prodotti, danno forma ad una perfetta sinergia tra due realtà che hanno la stessa “vision aziendale”; Leica, dal canto suo, amplia la serie di crossover già esistenti: RAW Defender, RAW Ferry, RAW Cannondale, e Prouvé RAW. Ma conosciamo l’ultima nata in casa.

RAW Leica G-Star utilizza materiali unici come la speciale finitura in pelle, ma non dimentica il design al passo con i tempi che contraddistingue la Leica D-Lux 6 Edition by G-STAR RAW: insomma, una macchina unica ma anche ergonomica e di facile utilizzo. A renderla ancora più “Special”, poi, c’è il kit comprensivo di custodia in pelle marrone, tracolla e cinghia da polso abbinate, contenute nella stessa custodia. Ma in termini di prestazioni?

Le specifiche tecniche della Leica D-Lux 6 Edition by G-STAR RAW sono le stesse del modello standard: obiettivo combinato con il sensore CMOS da 1.7”, ampio per una fotocamera compatta di questo formato, che permette di raggiungere una qualità d’immagine da primato. Con un’escursione focale da 24 a 90 mm (l’equivalente di un 35 mm), il suo obiettivo è l’ideale per un’ampia gamma di utilizzi: macro, riprese grandangolari architettoniche e paesaggistiche, fotogiornalismo e ritratti.

L’ampia gamma di modalità di utilizzo, automatica, manuale e registrazione video in full-HD, la rendono la perfetta compagna per l’utente appassionato del settore. Non per tutti però: RAW Leica e gli altri prodotti Leica saranno disponibili da settembre anche nel nuovo Leica Store di Firenze, in Vicolo dell’ Oro 12/14 Rosso. Anche Anton Corbijn, fotografo, collaboratore di G-Star e ambasciatore di RAW Leica riceverà la prima macchina fotografica non prima dell’occasione del lancio ufficiale.

Redazione