giovedì 4 luglio 2013

Il dizionario che traduce i termini del "burocratese" in italiano

Libero

Ecco l'"Antiburocratese", un sistema di traduzione che aiuta a sciogliere l'astrusa terminologia da caserma e della pubblica amministrazione


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Il linguista Massimo Arcangeli, padre del progetto, spiega: "Parlare chiaro è un dovere morale. L'obiettivo è eliminare arcaismi e snobismi come all'uomo o testè"


Guerra al burocratese, l'incomprensibile linguaggio della pubblica amministrazione, quel parlare articolato e zeppo di termini arcaici, il linguaggio un po' da caserma insomma. A condurre la crociata è la casa editrice bolognese Zanichelli. L'osservatorio della lingua, diretto da Massimo Arcangeli, ha infatti creato una nuova rubrica, l'Antiburocratese. Si tratta di un sistema di traduzione dei termini più incomprensibili, che vengono spiegati secondo il "parlar chiaro" decisamente più digeribile per il popolo.

Il progetto - Quanto volte ci è capitato di imbatterci in un termine astruso di cui non conoscevamo il significato, una parola assurda che poteva benissimo essere evitata? L'idea della casa editrice Zanichelli nasce dalla volontà di rendere "comprensibili" alcuni termini utilizzati dai burocrati italiani, di cui spesso si ignora la definizione. Le spiegazioni possono essere ricercate, gratutamente, all'indirizzo http://dizionari.zanichelli.it/antiburocratese. Si tratta di una sorta di dizionario online per la traduzione dal burocratese all'italiano spiccio.

Il decreto - Il progetto nasce anche dall'abolizione della norma che prevedeva l'obbligo, da parte dei dipendenti pubblici, di utilizzare un linguaggio chiaro e comprensibile. La legge era contentuta nel comma 4 dell'articolo 11 (relativo ai "Rapporti di pubblico dominio") del Codice di comportamento dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni. Si trattava di un decreto del 28 novembre 2000, firmato dall'allora ministro Franco Bassanini.

La rubrica - Il "burocratese", per inciso, non è un'invenzione della Zanichelli o una parola "da bar". Il lessico italiano dal 1979 prevede il termine con il quale si indica - in modo dispregiativo - il linguaggio complicato e di difficile comprensione delle pubbliche amministrazioni. Arcangeli, combattendo quest'uso intricato della lingua italiana, aveva già proposto sul sito della Zanichelli  la rubrica  

Parlar chiaro, uno spazio in cui venivano analizzati esempi di termini burocratici con relativa traduzione.

"Arcaismi addio" - “Parlar chiaro è un dovere morale - si legge nella descrizione della rubrica -. Non si vuole pretendere di bandire da un atto pubblico centinaia e centinaia di voci soltanto perché situate fuori del piccolo recinto dell’italiano basico - spiega Arcangeli - piuttosto l’obiettivo è provvedere all’eliminazione di arcaismi o snobismi come all’uopo o testé che poco hanno a che fare con il linguaggio odierno. Qui si deve parlar chiaro. E le istituzioni, in particolare, hanno il dovere di rendere quanto più trasparente possibile il dettato dei documenti da esse prodotti e destinati a noi cittadini, così da rispettare il nostro diritto di comprenderli”.

Cassazione: "Dire Italia paese di Merda è vilipendio alla nazione"

Libero

Imprecò dopo un diverbio con un vigile zelante che lo denunciò: deve pagare mille euro per aver offeso la nazione. Il popolo di Twitter si ribella


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Accadde che un vigile, a Montagnano, provincia di Campobasso, nel lontano 2 novembre 2005 fermò un uomo di 70 anni: la sua auto viaggava con un solo faro acceso. Ne seguì una vivace discussione tra il prossimo multato e l'agente. Quando contravvenzione fu, il guidatore si lasciò andare al seguente sfogo: "Invece di andare ad arrestare i tossici a Campobasso, pensate a fare queste stronzate e poi si vedono i risultati. In questo schifo di Italia di merda...". Il vigile zelante prese nota di quella frase e lo denunciò.

Mille euro di multa - In appello, il 26 aprile del 2012, per il viaggiatore senza faro che protestò aspramente contro la contravvenzione arrivò la condanna. L'uomo decise così di rivolgersi alla Cassazione. Oggi il verdetto: colpevole di "vilipendio alla nazione". Alla multa di ormai otto anni fa per il faro spento, oggi si aggiunge quella - salata - di mille euro per l'offesa al tricolore. L'uomo si era difeso sostenendo che non fosse sua intenzione offendere lo Stato e appellandosi al "diritto alla libera manifestazione di pensiero". Una tesi che è stata però bocciata dalla Prima sezione penale di Piazza Cavour, che spiega che si tratta di offesa alla nazione bella e buona, di una "espressione di inguiria o disprezzo che lede il prestigio o l'onore della collettività nazionale". Secondo la Suprema Corte, inoltre, c'è l'aggravante del dolo generico, che si concreta "nella coscienza e volontà di ledere il prestigio e l'onore dell'intera nazione".

"Offese brutali" - Gli ermellini aggiungono che "il diritto di manifestare il proprio pensiero in ogni modo non può trascendere in offese grossolane e brutali prive di alcuna correlazione con una critica obiettiva". Si riscontra, dunque, il reato 291 del codice penale. E ancora, la Cassazione insiste sulla gravità dell'ingiuria "al cospetto dei verbalizzanti e dei numerosi cittadini presenti sulla pubblica via". A nulla serve appellarsi ai "veri sentimenti nutriti dall'autore e dal movente, nella specie di irata contrarietà per la contravvenzione subita". Per le toghe, dunque, la condanna è sacrosanta e inappellabile.

La "pubblica difesa" - Inutile sottilineare come il caso abbia scatenato un immediato tam-tam sui social network, Twitter in particolare (proprio come quando la stessa frase fu rubata a Silvio Berlusconi, intercettato con Walter Lavitola e poi messo alla pubblica gogna con scarsi risultati). Anche in questo caso, più che di pubblica gogna, si può parlare di pubblica difesa. Il popolo dei cinguettii, pur con diverse eccezioni, nella stragrande maggioranza assolve l'uomo colpevole di "vilipendio". I commenti piovono a ritmo frenetico. C'è chi si limita a ricordare ai suoi followers, come @FraNato, che "secondo la #Cassazione è vilipendio alla Nazione dire che l'Italia è un pasede di m...in pubblico. Occhio". Ma c'è chi, invece, ci va giù pesante.

"ArrestatemiL'utente @rusmarco, per esempio, trova un escamotage per evitare la condanna: "Diremo allora Paese di m...Più generico". C'è chi si scandalizza, come @PaolaBrambillas: "NO COMMENT!!", grida tutto in maiuscolo. C'è chi provoca, come @matteosalvinimi: "L'Italia è un Paese di merda. Arrestatemi". Quindi qualcuno suggerisce di "shakerare" le parole, l'utente @migranoleruote: "E se provassimo con scusa merda se ti chiamo Italia?". @re_assoluto invece si indigna: "Ma che Paese di merda è quel Paese di cui è proibito dire che è un Paese di merda?". C'è chi, come @hiddenyears, fa due conti: "Ecco come far cassa! 1000 euro x 60 milioni di persone = 60 miliardi". @gabrichelini è arrabbiato nero: "Italia Paese di merda: dirlo è reato. E invece #esserlo è una #truffa aggravata ai cittadini". @Detta_Lalla, infine, è laconica: "Sono rovinata".

La Francia che protesta con l’America scopre un “Grande Fratello” in casa

La Stampa

La rivelazione arriva da Le Monde: “I servizi segreti di Parigi utilizzano un supercalcolatore che intercetta telefonate, mail, sms, fax e Internet”

alberto mattioli
CORRISPONDENTE DA PARIGI


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Il pulpito dal quale François Hollande protesta contro lo spionaggio della Nsa americana in casa degli europei non è, a quanto pare, proprio ineccepibile. Al Big Brother d’oltreoceano corrisponderebbe infatti un Grande fratellino francese, di dimensioni magari minori ma assai ben organizzato.

La rivelazione arriva da «Le Monde». Secondo il giornale, la Dgse, Direction Générale de la Sécurité Extérieure, insomma il servizio di spionaggio all’estero, dispone di un supercalcolatore «che immagazzina le intercettazioni di gran parte delle telefonate, mail, sms, fax e di tutta l’attività Internet dei francesi», oltre che tutto il flusso delle comunicazioni dalla Francia all’estero e viceversa. In totale impunità e in altettanto completa illegalità. E il punto è che chi ascolta è lo spionaggio, ma i dati sono a disposizione anche degli altri sei servizi d’informazione francesi, compresi quindi quelli che operano in patria.

Lo scoop è clamoroso ma forse non è tale. Nel senso che la notizia è di quelle di cui molti sono ufficiosamente al corrente ma di cui nessuno ufficialmente parla. L’attività di questa Nsa francese era infatti già affiorata qua e là in margine a vari documenti, tipo le relazioni della Commissione parlamentare che si occupa della materia. Ma nessuno ne ha mai parlato esplicitamente e in ogni caso non esiste alcuna legge che autorizzi queste pratiche.

Eppure ci si lavora. Nella sottosuolo della sede della Dsge (4.991 dipendenti, di cui il 28% militari, un budget di 600 milioni più 40 di «fondi speciali»), in boulevard Mortier a Parigi, ci sono tre piani dov’è conservata questa enorme massa di informazioni. Il calore generato dai supercomputer che le raccolgono è sufficiente a riscaldare l’intera sede degli 007 francesi. Nel mirino, in particolare, i social network, perché è da lì che passano le informazioni e le istruzioni per i terroristi islamisti o gli aspiranti tali. 

La Francia è al quinto posto nella classifica mondiale degli spioni globali, dopo Stati Uniti, Regno Unito, Israele e Cina. E esiste in Francia una consolidata tradizione di spionaggio economico. «La Dsge - scrive il giornale - mette a disposizione dei grandi industriali francesi, in una stanza sicurizzata della sua sede di Parigi, dei documenti commerciali confidenziali sottratti grazie ai potenti mezzi d’intercettazione di cui dispone». 

Anche se talvolta funziona bene anche il vecchio buono spionaggio «sul campo». E ogni tanto finisce perfino sui giornali. Come nel novembre 2011, quando nella sua stanza di albergo di Tolosa (la capitale dell’industria aerospaziale) il dirigente di una compagnia aerea cinese si trovò faccia a faccia con tre agenti che frugavano nelle sue valigie. Nel 1989, l’Fbi smantellò una rete di agenti della Dgse infiltrati nell’Ibm e in altre multinazionali americane e nel ‘95 furono i francesi a scoprire ed espellere il capo della stazione della Cia di Parigi che s’interessava un po’ troppo ai segreti industriali locali.

Morale: ci si è sempre spiati, anche fra alleati. Anche se è politicamente corretto far finta di scoprirlo e far finta di indignarsi. 

Asimo il robot licenziato dal museo

Corriere della sera

L'automa «inadatto» al lavoro di guida al Miraikan Museum: «Non distingue una mano alzata da uno che fa una foto»

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MILANO - Finché si tratta di servire drink, fare saltelli o suonare il violino, Asimo tiene fede alla sua fama di miglior automa con fattezze umanoidi mai inventato finora (merito degli scienziati di Honda Motor Co, che stanno dietro al progetto dal 2000). Se però gli si affida un lavoro vero, come ad esempio fare la guida in un museo, allora la faccenda si fa un tantino più complicata e alla fine si scopre che il povero robot non è in grado di rispondere a domande non preventivate e neppure di capire se il visitatore che ha alzato la mano davanti a lui vuole fare una domanda o semplicemente scattare una foto. Insomma, l’avranno anche alleggerito e velocizzato rispetto alla prima versione di tredici anni fa e gli avranno pure dato una testa ragionante e in grado di prendere decisioni autonome, ma quando si tratta di muoversi in un contesto non preparato a priori, il bambinone Asimo (così chiamato in omaggio allo scrittore Isaac Asimov) mostra ancora dei limiti notevoli.

Asimo, la nuova versione (04/07/2013)

E dire che sulla carta quella del Miraikan Museum di Tokyo sembrava proprio una buona idea, perché cosa potrebbe esserci di meglio di un robot umanoide a fare da guida in uno dei musei della scienza più famosi del Giappone? Ma alla resa dei fatti, l’iniziativa è stata eufemisticamente un azzardo, con Asimo che ha fallito anche i compiti più banali, come ad esempio interpretare nel modo corretto il gesto di saluto di un bambino. «Allo stato attuale delle cose, il robot può riconoscere un bambino che lo saluta con la mano», ha riconosciuto il capo della divisione robotica di Honda, Satoshi Shigemi, all’agenzia AP. «Ma non è in grado di comprendere il significato del gesto».

Asimo, la nuova versione Asimo, la nuova versione Asimo, la nuova versione Asimo, la nuova versione Asimo, la nuova versione

Non è comunque la prima volta che Asimo delude le aspettative: era già successo infatti dopo il disastro nucleare di Fukushima nel 2011, quando la Honda decise di non inviare il bipede robotizzato nel reattore danneggiato (come invece aveva annunciato di voler fare) perché non ancora in grado di muoversi fra le macerie, salvo poi darsi da fare in tutta fretta per creare un nuovo automa umanoide, basato sul prototipo di Asimo, capace di mappare e controllare i livelli di radiazioni nel reattore numero 2. Presentato il mese scorso, il nuovo robot è anche una risposta alle critiche di chi sostiene che Asimo non sia altro che un giocattolone pieno di circuiti (fra l’altro costato poco meno di un milione di dollari, come ha detto un portavoce della compagnia alla rivista Forbes) ma senza reali applicazioni pratiche.

Non a caso, per stessa ammissione del signor Shigemi al britannico The Independent, una delle possibili destinazioni d’uso di Asimo in un museo «potrebbe essere quella di aiutare le persone a comprare i biglietti dalle macchine automatiche»: in pratica, una macchina che aiuta un’altra macchina, con buona pace delle guide in carne ed ossa, che continueranno sì a lavorare come autonomi ripetendo sempre le stesse cose, ma almeno non dovranno muoversi a scatti o indossare un casco da motociclista per far colpo sui visitatori.

Simona Marchetti
@Simo234 luglio 2013 | 16:43

Pagati per fingere di lavorare: ecco i tappabuchi della crisi...

Libero

Uffici e ristoranti restano vuoti. Con i figuranti si salva l'immagine


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Milanese, 31 anni, una buona esperienza di lavoro maturata nella segreteria di un importante gruppo della comunicazione multimediale, Laura è uno dei 3 milioni e rotti di italiani rimasti a piedi, senza lavoro. Una storia, purtroppo, come tante altre: tagliata dall’azienda per cui lavorava è da oltre un anno in quel limbo fatto di telefonate, colloqui alle agenzie per il lavoro e tanta disillusione. E proprio uno di questi «colloqui di orientamento» (così i definiscono gli addetti ai lavori) ha fruttato a Laura un impiego insperato anche se di brevissima durata. La telefonata, fin troppo gentile, di una addetta al call center dell’agenzia privata e la convocazione: un nostro cliente sta cercando alcune segretarie. Purtroppo la missione è breve. Anzi, brevissima: due mezze giornate.

Meglio di niente - Ma è comunque meglio di niente. E poi, ritorni comunque in pista. Magari ti si apre uno spiraglio. Vediamo... Questo pensava Laura in una mattina di fine giugno, nel tragitto da casa propria all’agenzia di lavoro interinale. Appena arrivata capisce subito che si tratta di un impiego  irripetibile più che occasionale. Il contrattino che le fanno firmare - le agenzie fanno sempre le cose in regola  - è di quelli come ce ne sono migliaia: settore del commercio, mansione segretaria.   Ma c’è un ma. Le spiegano infatti che in realtà, l’azienda cliente non cerca proprio delle segretarie. Ma qualcosa di più specifico. Per l’esattezza, la ricerca parla di «figuranti lavorativi».

Persone che fingano di lavorare, riempiendo  una scrivania rimasta vuota e animando un ufficio desertificato dalla crisi. Una società specializzata nell’intermediazione per il settore della moda sta trattando la chiusura di un importante contratto con un colosso cinese del settore. Import-export di confezioni, una dozzina di fabbriche sparse fra la provincia del Guandong, Hong Kong e il Vietnam. I cinesi, però, per firmare l’accordo vogliono venire in Italia, conoscere in faccia i loro interlocutori. E vedere come lavorano. Già…

Appunto: come lavorano. Il problema è che la sede dell’impresa milanese è quasi deserta. Complice la stretta sui contratti a termine e un po’ di solidarietà, son più le scrivanie vuote di quelle occupate. In pratica due su tre sono deserte. Da qui la richiesta inconsueta: sei persone che fingano di fare la segretaria.

Solo una recita - «Proprio così», racconta Laura più divertita che dispiaciuta, «ci hanno spiegato che da noi si aspettavano che fingessimo di essere occupate nei compiti che scandiscono la giornata degli impiegati: pacchi di fotocopie, dossier spostati da un ufficio all’altro e tante telefonate». Telefonate? «Si», conferma Laura, «i telefoni devono squillare ininterrottamente, e così noi ci chiamavamo l’un l’altra, chiedendoci di pratiche inesistenti e dando informazioni su dossier frutto della nostra fantasia. E poi dovevamo correre: da un ufficio all’altro e da un piano a quello superiore.

E viceversa». Oltre ad avere le phyisique du rôle, vale a dire l’aspetto della segretaria, ammesso che si possa individuare una fisiognomica segretariale. Ma a Laura e alle colleghe occasionali è stato chiesto pure un abbigliamento specifico. Dovevano indossare, soprattutto, scarpe con i tacchi, più rumorose possibili: al primo piano, dove si svolgevano gli incontri con i cinesi si doveva sentire il calpestio delle «figuranti lavorative» al piano superiore. «Ci chiesero di fare rumore. Tanto rumore», conclude Laura, «e noi li abbiamo accontentati».

Appena 8 euro l’ora - Ultimo dettaglio, non trascurabile, la paga: «Otto euro lordi l’ora, in tutto meno di sessanta euro», dice la segretaria per finta con un filo di tristezza nella voce. Altra città, Roma, lavoro simile. Franco, 46 anni, ex venditore di successo in diversi autosaloni della capitale. Uno in gamba che ai tempi d’oro sarebbe riuscito a vendere un Suv a un ottantenne. Ora non fa nulla. O quasi. Anche lui è stato contattato da un’agenzia interinale con una richiesta simile a quella di Laura. Si trattava di fare il cliente in un ristorante della Capitale che ha appena riaperto dopo una lunga chiusura.

I clienti (quelli veri) sono pochini e un locale semivuoto non attira di sicuro. «Dopo un rapido colloquio abbiamo preso servizio»; racconta Franco, «eravamo in 10 figuranti, di età fra i 30 e i 65 anni. Il nostro compito era di mangiare ma non troppo...».  Non troppo? «Sì, dovevamo simulare un pasto e in effetti le portate arrivavano, ma erano scarsine. E il vino che servivano i camerieri non era di qualità. Per lo meno non c’entrava nulla con quel che dicevano le etichette: Barolo, Brunello, Chianti. Non era Tavernello, ma poco ci mancava».

La paga, però, non era malaccio: 15 euro netti l’ora. Trenta euro a sera, dunque, per sei giorni la settimana. «Purtroppo l’agenzia non mi ha più richiamato, dopo i primi sei giorni», confessa Franco, «Sarei tornato volentieri: alla fine ti pagavano per mangiare».

di Attilio Barbieri

E' stato un napoletano a inventare gli Stati Uniti d'America

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Si festeggia la Dichiarazione d'Indipendenza, la cui norma fondamentale fu ispirata al padre costituente Benjamin Franklin dal filosofo partenopeo Gaetano Filangeri


La passione civile di Filangieri l’aveva spinto a credere che la felicità dei popoli fosse raggiungibile attraverso il cambiamento delle leggi, la repubblica, la democrazia, la liberalizzazione delle istituzioni politiche e civili. Per gentile concessione del mensile Monsieur in questi giorni in edicola, pubblichiamo ampi stralci dell’articolo di Stefano D’Anna «L’italiano sogno americano», dedicato alla Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti (4 luglio 1776).


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L’America è in festa per il suo 237° compleanno, ma l’American dream mostra i segni dell’età e i guasti di troppi tradimenti.  (...) Il 4 luglio l’America si ferma per celebrare se stessa.(...) È l’Indipendence day commemorativo della storica Unanime dichiarazione d’indipendenza fatta, appunto, il 4 luglio 1776 dai 13 Stati, vero atto di nascita degli Usa. In essa, come un gioiello in uno scrigno, è contenuta la Dichiarazione dei diritti dell’uomo che sancisce il diritto alla vita, alla libertà e, per la prima volta nella storia dell’umanità, il diritto a perseguire la felicità. (...)

Ma l’elemento grandioso, per il quale dovremo per sempre essere grati agli Stati Uniti è l’affermazione di quel diritto al perseguimento della felicità mai prima sancito in alcuna Carta o Dichiarazione.  Chi ne è il padre? La Dichiarazione d’indipendenza ha un padre napoletano. Nell’ottobre 1999 era mio ospite nella casa di Monte San Quirico, nel verde della bella collina lucchese, un amico americano, un sociologo di Oxford. (..che mi diede, ndr)  una notizia straordinaria e per me completamente nuova: la Dichiarazione aveva avuto una precedente stesura che in quel punto cruciale recitava: «L’uomo ha diritto alla vita, alla libertà e alla proprietà».

L’inserimento di quest’ultimo diritto (come disse il mio amico) era nato da una proposta di John Locke che, tuttavia, non aveva convinto Benjamin Franklin, il padre della Rivoluzione americana. Questi fece allora qualcosa di straordinario. Inviò una delegazione di due ambasciatori in Italia, con la bozza della Dichiarazione, l’atto di nascita di quella nuova nazione, e la missione di incontrare chi avrebbe saputo completarla.

Ero affascinato dagli insperati sviluppi di quella conversazione. Stavo percorrendo a ritroso la traccia che poteva condurre all’origine di quell’idea che avrebbe trasformato la felicità da concetto visionario, da chimerica aspirazione e wishful thinking, a diritto naturale, inalienabile e inviolabile dell’uomo e della ragione. (...) Stavo percorrendo il Nilo alla ricerca delle sue mitiche fonti. Avrei voluto conoscere i nomi di quei due ambasciatori e soprattutto chi fossero venuti a incontrare in Italia, chi secondo il loro presidente avrebbe avuto lo storico compito di sostituire l’espressione di Locke. (...).

Di lì a poche settimane, nel dicembre del 1999, dovetti recarmi a Napoli per attività legate alla creazione di un nuovo campus e al progetto di fondare una facoltà di Economia e Filosofia in collaborazione con l’Istituto di studi filosofici. In quell’occasione visitai Palazzo Serra di Cassano, sede dell’Istituto, che ospitava la mostra allestita per il bicentenario della Rivoluzione napoletana. Quella che fu chiamata «la rivoluzione dei filosofi» e che doveva condurre al martirio un’intera classe intellettuale tra le più colte e illuminate d’Europa.

(...). Appresi che quel palazzo era rimasto chiuso per 200 anni, dal giorno in cui il giovane figlio, rampollo dell’antichissima e nobile famiglia Serra, fervente seguace delle idee repubblicane, cadde martire di quella repressione. In quelle ampie sale stupendamente decorate mi sembrò che ancora echeggiassero le parole di Gaetano Filangieri, il Platone di Napoli, e gli ideali repubblicani che infervorarono quegli uomini e donne che avevano giurato di voler vivere liberi o morire.

Tra le opere esposte m’impressionò uno dei quadri che rappresentava un condannato dal volto nobile, lo sguardo sognante e, alle sue spalle, il boia. Senza il particolare del capestro tra le mani di quest’ultimo sarebbero sembrati una coppia di amanti. In quella sola opera mi sembrò racchiuso il destino dei martiri, dei visionari d’ogni tempo, l’eterna lotta tra individuo e moltitudine, e l’emblema della fine di quel sogno di libertà che recise il fiore della cultura napoletana ed europea. Provai una vertigine del pensiero. 

Fu in quell’occasione che incontrai Gerardo Marotta, l’avvocato-filosofo che insieme ad altri intellettuali napoletani aveva fondato l’istituto, 25 anni prima. Mi ricevette tra i suoi tesori: isole, arcipelaghi di libri che nelle stanze più ampie formavano le pareti di inestricabili labirinti dove mi aggiravo seguendolo e ascoltando i cento progetti che aveva per il suo istituto. Discussi con lui l’idea di fondare insieme una facoltà per economisti-filosofi che sarebbero stati al timone delle imprese del futuro. Quando gli dissi del mio interesse per le radici filosofiche della Costituzione americana, mi fece dono di un libricino, appena edito, ultima pubblicazione dell’Istituto: un omaggio a Gaetano Filangieri e alla sua opera La scienza della legislazione.

Quella sera stessa ne divorai il contenuto. Non potevo crederci. In quelle pagine c’era l’informazione che cercavo. Dagli archivi del Museo Filangieri, tenuti blindati fino a quel momento, era emerso che Franklin aveva inviato il testo della Costituzione degli Stati Uniti a Gaetano Filangieri usando due intermediari di suggestivo valore simbolico: Luigi Pio, diplomatico napoletano a Parigi, sostenitore di Robespierre, e l’abate Leonardo Panzini che aderì alla Repubblica e ne fu rappresentante presso il Direttorio. Meravigliosamente, le tessere di quel mosaico stavano trovando il loro posto.

Allo scadere esatto di due secoli, nel Palazzo Serra di Cassano, mi veniva rivelato quel prezioso segreto. In quelle stanze erano risuonate le idee che ora ritrovavo in quelle pagine. I due frammenti di quella storia rimasti separati per centinaia di anni, come i due pezzi di un amuleto, ora si riunivano proiettando una luce abbagliante. Ora sapevo che l’idea del diritto alla felicità era nata dall’intelligenza e dalla passione civile di Filangieri, una delle voci più alte della coscienza europea.

Fu lui l’ispiratore, il legislatore-filosofo, il padre della Rivoluzione che non vide a causa della sua morte prematura. Benjamin Franklin l’aveva ricevuta da lui e incastonata, come un gioiello, insieme al diritto alla vita e alla libertà, in quella Unanime dichiarazione dei tredici Stati Uniti d’America. Tra «l’uomo ha diritto alla felicità», coniato da Filangieri, inserito nel testo della Dichiarazione, e «l’uomo ha diritto alla proprietà», proposto da Locke, passano eternità.

L’ascesa che gli Usa conosceranno tra le nazioni della terra, la capacità di assimilare uomini d’ogni nazione, attirati dalla libertà, trovano origine in quel granello di immortalità. Da qui si sviluppa l’economia e la potenza degli Stati Uniti. Il Diritto alla libertà diventa più americano della bandiera a stelle e strisce e l’espressione più alta dei principi e della missione di quel Paese. Filangieri, idealista e geniale giurista, muore nel 1788, a 35 anni. La sua opera in sei volumi

La Scienza della legislazione subito tradotta in tedesco, poi nelle maggiori lingue europee e in russo, gettò una lama di luce sul buio di quella fine secolo di oppressioni. Essa fu il manifesto e accese la miccia della rivoluzione del ’99. Quando, a seguito di questa, la moglie con i suoi due figli dovette riparare a Parigi fu ricevuta da Napoleone che le mostrò il posto d’onore che La Scienza della legislazione occupava sul suo tavolo di lavoro. La passione civile di Filangieri l’aveva spinto a credere che la felicità dei popoli fosse raggiungibile attraverso il cambiamento delle leggi, la repubblica, la democrazia, la liberalizzazione delle istituzioni politiche e civili.

In realtà la felicità non può essere data, trasmessa, insegnata. È una conquista intima, individuale. Può avvenire solo qui e ora. Non possiamo essere felici ieri, non possiamo essere felici tra un mese o un anno. La felicità è la consapevole decisione di quest’istante... infinito, irripetibile. Concludo con una notizia che mi ha fatto riflettere. L’istituto di Gerardo Marotta, diploma d’onore del Parlamento europeo, definito dall’Unesco nel 1993 «senza pari al mondo», ha chiuso i battenti nell’agosto scorso per mancanza di fondi. Ha dovuto abbandonare il Palazzo di Serra Cassano per morosità e i suoi 200mila volumi sono finiti in un capannone. Sic transit gloria mundi.

di Stefano D'Anna

La Consulta immobilizza l'Italia

Andrea Indini - Gio, 04/07/2013 - 12:30

Salva il taglio delle pensioni d'oro e degli stipendi dei magistrati, boccia la riforma delle province e detta l'agenda a Palazzo Chgi: è lo strapotere della Consulta

Quello che più colpisce della bocciatura del taglio delle Province è l'immobilismo a cui è destinato il Paese. Il parlamento fa, la Corte costituzionale disfa. Gli alti magistrati presieduti da Franco Gallo, ha potere di vita e di morte sulle leggi votate dalle Camere, sulle decisioni prese dalle aziende e sul destino dei politici. E, sempre, contro gli interessi del popolo.

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L'ultimo colpo di mano della Consulta riguarda la riforma delle Province contenuta nel decreto "Salva Italia" voluto dal governo Monti. Ora è tutto da rifare. A detta della Corte costituzionale la riduzione delle Province in base ai criteri di estensione e popolazione non può essere disciplinata con un decreto legge.

A poche ore dall’udienza pubblica di ieri, gli alti magistrati hanno dichiarato l’illegittimità costituzionale di una serie di commi dell’articolo 23 del cosiddetto decreto "Salva Italia" che secondo i ricorrenti avrebbe di fatto "svuotato" le competenze delle Province, e gli articoli 17 e 18 del decreto legge numero 95 del 2012, sul riordino delle Province in base ai due criteri dei 350 mila abitanti e dei 2.500 chilometri di estensione.

Secondo i giudici costituzionali, "il decreto legge, atto destinato a fronteggiare casi straordinari di necessità e urgenza, è strumento normativo non utilizzabile per realizzare una riforma organica e di sistema quale quella prevista dalle norme censurate nel presente giudizio". Come sottolinea Sergio Rizzo sul Corriere della Sera bisogna ricordare il contesto in cui il decreto "Salva Italia" nacque: il governo tecnico di Monti aveva la necessità di "prendere in poche ore provvedimenti in grado di placaere i mercati resi pazzi dalle furiose spallate della speculazione internazinale".

Di vizio in vizio, la Consulta abbatte una via l'altra le decisioni prese dal parlamento. La lista è davvero chilometrica e dà l'idea di come il Paese e il suo futuro dipendano dalla ghigliottina dei magistrati. Tanto per farci un'idea: per la Consulta è incostituzionale qualsiasi prelievo fiscale sugli assegni previdenziali, nemmeno se questi superano i 90mila euro lordi, come prevedeva un comma del decreto legge 98 del 2011. Il motivo? Costituirebbe "un intervento impositivo irragionevole e discriminatorio ai danni di una sola categoria di cittadini". Il risultato? Le famose "pensioni d'oro" non possono essere tagliate. No, no, no.

Il vero problema del Paese è che non esiste decisione che non corra il rischio di finire bocciata vuoi dalla Consulta vuoi del Tar vuoi dal Consiglio di Stato. Ieri è toccato alla riforma delle Province. In passato ci sono stati i niet contro la vendita di un immobile dell'Inps, contro la costruzione di un elettrodotto o contro una qualsiasi delibera di una qualsiasi authority.

C'è da stupirsi? Macché. Tanto per fare un altro esempio: giusto ieri la Corte costituzionale ha dichiarato illegittimo l'articolo 19 dello Statuto dei lavoratori, nella parte che consente la Rappresentanza sindacale aziendale alle sole organizzazioni firmatarie del contratto applicato nell'unità produttiva.

La decisione, adottata nell'ambito del ricorso presentato dalla Fiom contro la Fiat, va di fatto a colpire duramente il gruppo torinese creando un precedente pericoloso per tutte le imprese del Paese. È anche successo che venisse cancellato il taglio del 10% degli stipendi dei magistrati. Il motivo è tutto da ridere: avrebbe leso l'indipendenza delle toghe. Per non parlare dei processi a Silvio Berlusconi. Gli alti magistrati sono adddirittura arrivati a dettare l'agenda della presidenza del Consiglio decidendo quali sono gli appuntamenti importanti e quali non lo sono, cosa può essere considerato legittimo impedimento e cosa non può. Ovviamente, il tutto a discapito del Cavaliere. Tutto normale: è l'Italia.

Ecco il primo cartellino da calciatore di Benitez, tesserato dal Real Madrid nel '74

Il Mattino


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Nell'archivio on-line del Real Madrid spunta il primo cartellino da calciatore di Rafa Benitez, il nuovo allenatore del Napoli. Ecco il documento pubblicato sul sito www.realmadrid.com. Il tredicenne Benitez è magrissimo. Dopo aver chiuso la carriera da calciatore, a 26 anni avrebbe cominciato quella da tecnico nel vivaio del club madridista, prima di cominciare a vincere in tutta Europa.

Il caporale Bradley Manning a processo, è accusato di aver aiutato al Qaeda

Il Messaggero
di Anna Guaita


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NEW YORK – Mentre tutto il mondo si interessa delle peripezie di Edward Snowden, la talpa che ha rivelato i segreti della National Security Agency, un’altra “talpa” sta vivendo giorni e settimane di estrema durezza e drammaticità: il caporale Bradley Manning è davanti a un tribunale militare alla base di Fort Meade, nel Maryland. E’ accusato di tradimento e di aver intenzionalmente passato informazioni segrete e pericolose, finite nelle mani di al-Qaeda. Le cinque settimane di testimonianze e documentazioni presentate dall’Accusa si sono chiuse con un’arringa del maggiore Ashden Fein.

Lunedì sarà la volta della Difesa, affidata all’avvocato David Coombs. La linea difensiva deve necessariamente partire dal fatto che Manning non ha mai negato di aver estratto fra il 2009 e il 2010 oltre 700 mila documenti segreti sulla guerra in Iraq e Afghanistan, sulla prigione militare di Guantanamo e sui principali sviluppi diplomatici degli ultimi anni, e non nega di aver passato tutto il malloppo a Julian Assange, che lo ha in gran parte pubblicato sul suo sito, Wikileaks.

Ma l’avvocato Coombs spera di convincere la giuria che Manning, che all’epoca era un ragazzino poco più che ventenne, non intendeva affatto aiutare il nemico, e quindi tradire il proprio Paese, quanto informare i suoi concittadini e il mondo sollevando la cappa del segreto da fatti tragici che tutti dovrebbero conoscere. Il caso di Manning fece enorme scalpore nel 2011 per il trattamento durissimo a cui il giovane venne sottoposto nelle prigioni militari. Si parlò di tortura, per il fatto che nei primi nove mesi di prigione, Manning fu tenuto in “isolamento estremo”, incarcerato da solo per 23 ore al giorno, in una cella dove era obbligato a dormire nudo, senza neanche un lenzuolo. La spiegazione di tale trattamento fu che il giovane era a “rischio suicidio” e doveva essere tenuto sotto continuo controllo. Tuttavia un giudice militare ne ordinò la cessazione, condannado il trattamento come “eccessivo”.

Il processo ha visto finora 80 testimoni e una grande quantità di documenti. L’accusa ha presentato lettere e comunicazioni di Osama bin-Laden ai suoi luogotenenti, in cui si faceva riferimento espressamente ai fatti rivelati da Manning su Wikileaks. In alcune lettere Osama chiedeva di ricevere regolari aggiornamenti su tutto quello che Wikileaks pubblicava. Non solo, l’accusa ha presentato pagine internet e pagine della rivista estremista islamica Inspire, nelle quali si valutava come le rivelazioni di Wikileaks potessero essere usate non solo a scopi militari, ma anche per “danneggiare l’ìimmagine degli Stati Uniti e dei loro Alleati” e “reclutare nuovi seguaci”. “Tutto quel che trovate su Wikileaks è utile” scrive la rivista Inspire nello spiegare ai suoi lettori come contribuire alla lotta dei mujaheddin.

Che ciò sia avvenuto, Manning non lo nega. Il giovane sembra rassegnato a passare molti anni di vita in carcere per essersi impadronito di documenti segreti e averli passati a persone che non avevano il diritto di entrarne in possesso. Ma contesta l’accusa principale, di aver “intenzionalmente” aiutato al-Qaeda, cioé aver aiutato intenzionalmente il nemico durante la guerra. Questa accusa vorrebbe dire per lui rimanere in carcere tutta la vita.

Il giudice che presiede al processo, il colonnello Denise Lind, ha per questo chiesto all’Accusa di “provare oltre ogni ragionevole dubbio” che il giovane caporale abbia davvero agito con “generale, vasta e criminale intenzione”. Da quanto riferiscono i giornalisti che hanno seguito il processo giorno dopo giorno, non è chiaro se le prove e le testimonianze portate dal maggiore Fein siano state così decisive circa le precise intenzioni pro-al-Qaeda di Manning. E l’avvocato difensore si batterà proprio su quell’aspetto, sostenendo che al suo arrivo in Iraq, giovane e gay, isolato e ingenuo, Manning era rimasto sconvolto dalla guerra e da certi clamorosi errori militari.

In particolare citerà il video dell’attacco di un elicottero contro presunti ribelli, che poi si rivelarono civili innocenti, fra i quali c’erano anche due impiegati dell’agenzia di informazione Reuters. Manning ha sbagliato, ammetterà Coombs, ma per ingenuità, per buona volontà e per amore del suo Paese, non perché volesse tradirlo. Il risultato di questo processo sarà di certo seguito con attenzione anche da Edward Snowden, che non a caso è aiutato da Wikileaks e dal suo capo Julian Assange. Ma fra i due uomini c’è una chiara differenza: Manning non programmò in anticipo di appropriarsi dei documenti e di renderli pubblici. Da quanto finora rivelato delle mosse di Snowden, invece, sembra che l’informatico si sia appositamente fatto assumere come analista dalla Booz Allen Hamilton, per poter entrare nel ventre segreto della Nsa, e rubarne i segreti.

Mercoledì 03 Luglio 2013 - 22:56




Wikileaks, Manning rivela: Nyt e Wp rifiutarono i documenti

Il Messaggero
 

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NEW YORK - Imbarazzo al New York Times e al Washington Post: al processo contro Bradley Manning, le gloriose testate dei Pentagon Papers e del Watergate sono finite sul banco degli imputati perchérimasero sorde agli appelli del giovane soldato che aveva offerto loro centinaia di migliaia di documenti segreti del governo americano. La più grande fuga di notizie della storia degli Stati Uniti finì così nelle mani di Wikileaks. E adesso nelle redazioni dei due giornali c'è chi si cosparge il capo di cenere.

Le rivelazioni.
È stato lo stesso Manning ad accusare di insensibilità giornalistica i due quotidiani rivelando di averli contattati entrambi durante una licenza nella capitale nel gennaio 2010. Ieri il soldato dell'intelligence militare, che dopo mille giorni dietro le sbarre solo adesso è finito davanti al giudice, si è dichiarato colpevole di dieci capi di accusa minori sui 22 spiccati nei suoi confronti. Il magistrato militare, colonnello Denise Lind, ha accettato la dichiarazione di colpevolezza parziale che rischia di portare Manning per 20 anni dietro le sbarre ma gli evita il carcere a vita: gli sarebbe toccato per l'imputazione più grave, aiuto al nemico.

Nyt e Wp.
La dichiarazione di Manning, 35 pagine lette nell'aula della corte marziale a Fort Meade in Maryland, ha rafforzato il ruolo di entità come Wikileaks nel 'mondo nuovo' dell'informazione. Bradley ha testimoniato di aver lasciato un messaggio sulla voice mail del public editor del New York Times, all'epoca Clive Hoyt, ma la sua offerta è rimasta senza risposta e non è chiaro se il messaggio raggiunse mai la redazione. Al Washington Post Manning parlò con una giornalista descrivendo per sommi capi quel che aveva in mano: «Non mi sembrò interessata».

All'angolo.
Sarebbe successo al tempo del Watergate o dei Pentagon Papers, la fuga di notizie orchestrata dal funzionario del Dipartimento della Difesa Daniel Ellsberg che il New York Times pubblicò dopo un lungo braccio di ferro col governo e che cambiò il corso del conflitto in Vietnam? Manning, come Ellsberg, voleva «aprire negli Usa un dibattito sui veri costi delle guerre in Iraq e in Afghanistan», ha deposto lo stesso soldato nell'aula di Fort Meade, dopo esser rimasto «nauseato dalla sete di sangue» dell'equipaggio di un elicottero Apache nell'attacco a un gruppo a Baghdad composto di giornalisti della Reuters e bambini iracheni.


Venerdì 01 Marzo 2013 - 18:22

Incidenti, file cancellati per errore e calamità: è boom del recupero dati dai dischi fissi

Corriere della sera

Gli hard disk hanno vita difficile ma molto spesso è possibile recuperare i dati (se non si fanno ulteriori pasticci)

MILANO - Chiunque abbia a che fare abitualmente con i computer sa cosa significhi cancellare per errore un file o trovarsi davanti a un malfunzionamento che manda in fumo anni di posta elettronica, documenti di lavoro e fotografie. Quando capita, si tende a credere d’esser perseguitati dalla sfortuna, ma non è così: perdere dei dati è una cosa molto comune. Kroll Ontrack, colosso americano specializzato nel recupero dati, ha avuto in Italia ben 100.000 clienti in 10 anni. Questo significa che almeno trenta aziende al giorno bussano alla sua porta con un disco fisso moribondo o già trapassato. Ed è solo della punta dell’iceberg, dato che moltissimi altri utenti non tentano neanche il recupero (oppure si rivolgono ad altre strutture).


CatturaMa quante sono le probabilità di recuperare i dati persi? «Dopo quasi 30 anni di lavoro in questo settore», ci dice Paolo Salin, Country Director Kroll-Ontrack Italia, «siamo arrivati a una percentuale di successo del 90%». E buona parte di quel 10% che manca dipende non tanto dal tipo di danno subito dal disco quanto dai tentativi maldestri di riparazione compiuti da chi ha fatto o scoperto il danno. La prima causa di richiesta di recupero dati, infatti, è proprio quella dell’errore umano: basta un attimo di distrazione e il guaio è completo. A questo punto, se chi ha cancellato i dati si rivolge immediatamente a un centro specializzato di solito si recupera tutto senza grossi problemi. Se invece inizia a fare dei tentativi poco accorti, installando magari dei software di recupero, si rischia di cancellare i dati per sempre.

QUANDO IL DANNO NON È COLPA NOSTRA - Nei casi in cui il danno sia di tipo meccanico, ovvero si manifesti un vero e proprio “guasto” alle parti meccaniche, il recupero diventa più dispendioso ma le probabilità restano comunque molto buone. A patto di rivolgersi a strutture che abbiano un magazzino di parti di ricambio molto ben fornito: testine, braccetti e morsetti non sono tutti uguali e già dopo 3 anni un disco fisso diventa un reperto archeologico difficilissimo da recuperare. Per questo chi si occupa di recupero dati deve comprare ogni mese centinaia di dischi (più d’uno per ogni modello disponibile) in modo da tenerli a magazzino e "cannibalizzarne" i pezzi per rimettere in funzione quelli dei clienti. Lo scopo del recupero dati non è quello di restituire ai clienti il vecchio hd di nuovo funzionante, ma quello di rimetterlo in funzione per il tempo necessario a estrarre i dati e poi consegnarne una copia al proprietario. Il vecchio disco viene di solito cancellato in maniera sicura e smaltito oppure, se il cliente è d’accordo, viene conservato nel magazzino come possibile fonte di pezzi di ricambio.

SE IL DISCO VA FUORI DI TESTA - E se la parte che gestisce la struttura dei dati perde un colpo e non “ricorda” più come ha sparpagliato i file sul disco? In questo caso servono degli esperti che conoscano in maniera molto approfondita le logiche del software di gestione dei dischi fissi e cerchino di interpretare quanto trovano sui piatti. Quando riescono a trovare il bandolo della matassa, riscrivono il firmware del disco in modo da rendere di nuovo disponibili i dati. Nessuna azienda, però, potrà mai avere degli esperti che conoscano tutti i dischi fissi di tutte le marche ed è per questo che le multinazionali hanno un grande vantaggio in questo campo.

UNA BRUTTA SORPRESA - Una cosa importantissima da sapere è che alcuni dei nuovi dischi SSD, le unità a stato solido, che troviamo nei notebook hanno la pessima abitudine di codificare i dati sul disco in maniera sbagliata. In generale, crittografare i dati è una cosa buona, ma solo se questa pratica impedisce a chi non è autorizzato di accedere ai nostri dati. Molti dischi, invece, al momento adottano un sistema che codifica i dati sul disco e li rende illeggibili se una qualsiasi componente viene modificata o sostituita. Questo non cambia nulla dal punto di vista della sicurezza perché il disco (ancora funzionante) può esser montato su un altro PC senza problemi, ma se un guasto dovesse rendere necessario sostituire uno dei chip di controllo, i dati diventerebbero illeggibili. «Purtroppo è difficilissimo sapere quali sono i dischi che fanno questa codifica e quali no», dice Paolo Salin. «L’unica speranza è quella di chiedere ai produttori prima di comprarli, perché i rivenditori spesso non ne hanno idea. La percentuale di successo nel recupero dei dati dai dischi SSD è molto simile a quella che abbiamo sui dischi tradizionali, ma solo se non incorporano questo sistema di cifratura».


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Giancarlo Calzetta
2 luglio 2013 (modifica il 3 luglio 2013)

Muos, il consulente del Tar dà ragione ai movimenti

Corriere della sera

Secondo il consulente incaricato dal Tar di Palermo le simulazioni per capire l'impatto delle tre parabole Usa sono tutte da rifare. E chi si è espresso fino ad oggi non ha rispettato le regole


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Entro il 31 maggio l'Istituto superiore di Sanità era chiamato ad esprimere un parere sugli effetti potenziali sulla salute del nuovo sistema di telecomunicazioni che gli Usa vogliono costruire vicino al centro abitato di Niscemi. Ad oggi quel parere ancora non è arrivato. Nel frattempo però gli Stati Uniti hanno convocato 50 giornalisti dentro la base per mostrare da vicino le tre parabole da 20 metri di diametro su cui hanno già investito quasi dieci miliardi di dollari, e per assicurarli che lo studio avrà senz'altro esito positivo. Secondo Paul Quintal del dipartimento cooperazione e difesa dell'ambasciata Usa infatti dal Muos non c'è niente da temere, perché «emette al massimo 200 watt, che vuol dire una lampadina...».

La differenza tra una lampadina e il raggio di una parabola che lavora a una frequenza di 31 Ghz invece c'è: una lampadina emette un campo elettrico a una frequenza di 50 Hz. Cioè circa un milione di volte inferiore a quelle del Muos. Per frequenze così basse la legge prevede un limite per il campo elettrico di 5.000 V/m. Per le frequenze a cui lavora il Muos invece i limiti previsti sono di 6 V/m, cioè mille volte inferiori. E questo perché il nostro corpo le basse frequenze le riflette, le alte le assorbe. A questo bisogna aggiungere il fatto che il Muos - secondo tutta la documentazione tecnica ufficiale - ha una potenza di 1.600 Watt, non di 200.

Il Presidente della Regione Sicilia Rosario Crocetta ad aprile ha revocato le autorizzazioni concesse dal suo predecessore Raffaele Lombardo. Contro questa revoca era arrivato davanti al Tar di Palermo il ricorso del Ministero della Difesa, che alla regione chiedeva anche 25.000 euro per ogni giorno di blocco del cantiere. Prima di esprimersi il Tar ha chiesto al professor Massimo D'Amore della facoltà di Ingegneria Elettronica de La Sapienza di Roma di andarsi a rivedere carte, simulazioni e misure.  

Dalla relazione si evince che lo studio presentato dagli Usa in realtà non contiene molti numeri e analisi dettagliate, cioè è «privo del rigore e della completezza necessari a garantire la piena validità dei risultati» e quindi «non consente di verificare il rispetto dei limiti di campo elettromagnetico previsti dalla legge».
La legge del Muos
La legge del Muos

Prima di rilasciare l'autorizzazione la Regione aveva chiesto anche ad Arpa una simulazione delle emissioni di campo elettromagnetico del Muos. Ma sempre secondo la relazione degli esperti della Sapienza, Arpa ha usato delle formule sbagliate che «non consentono un'attendibile verifica di conformità del campo elettromagnetico irradiato dalla parabola». Sempre l'Arpa avrebbe dovuto misurare l'intensità del campo elettromagnetico già presente nell'area a causa delle 46 antenne di ogni frequenza che sono nella base di Niscemi dal 1991. Ma anche qui, secondo il professor D'Amore, le misurazioni fatte da Arpa sono «solo in parti conformi» a quanto previsto dalla legge e «risultano in molti casi superiori ai limiti di legge».

Inoltre, secondo le stime fatte dal professor D'Amore, il fascio emesso dalle parabole avrebbe una potenza più o meno costante di 10 W/mq fino a 10 chilometri di distanza. Vista la vicinanza di tre aeroporti, e soprattutto di quello di Comiso situato a poco più di 20 chilometri dalla base, il raggio incrocerebbe la rotta degli aerei. Le autorizzazioni però furono comunque concesse senza richiedere un parere all'Enav. La relazione invita a ripartire da capo, con nuove misure e nuove simulazioni, bocciando quindi tutto l'iter che ha portato all'autorizzazione del Muos. Il 9 luglio sarà una data importante per questa vicenda perché sapremo se il Tar avrà fatto sue queste considerazioni e poco dopo dovrebbe arrivare anche il parere dell'Istituto Superiore della Sanità.

Giuliano Marrucci
info@reportime.it
3 luglio 2013 (modifica il 4 luglio 2013)

L'ecologia dell'email

La Stampa
Anna Masera


Alla Ferrari hanno dato una stretta sull'uso sconsiderato dell'email che ormai ci spamma senza pietà... Ecco un promemoria con qualche piccola regola :)


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Alla Ferrari hanno dato una stretta sull'uso sconsiderato dell'email che ormai ci spamma senza pietà... E' un tema a me molto caro, perchè dedico troppo tempo tutti i giorni a ripulire la posta elettronica, sommersa da centinaia di messaggi che mi piovono da tutte le parti. Ho colto l'occasione per stilare un piccolo promemoria con qualche regola che prende in considerazione anche i problemi di sicurezza, per un uso "ecologico" di questo mezzo di comunicazione, che comunque resta il favorito nell'era dei social network :)

1) No agli allegati
Non cliccare gli allegati di sconosciuti e attenzione a non appesantire la posta altrui con documenti allegati pesanti: sono preferibili email che incorporano il testo, con eventuale link sul Web per gli approfondimenti

2) Scripta manent
Ricordatevi che anche il messaggio più colloquiale, una volta scritto e inviato per posta elettronica resta in memoria e può finire in mano a malintenzionati. Cancellare i messaggi che non si vogliono memorizzare anche da "inviati" e dal cestino è utile, ma non è sufficiente

3) Non dare mai informazioni personali
Non è necessario il Datagate per sapere che si può essere sempre presi di mira da criminali informatici. Disconnettersi dalla webmail e dai computer altrui

4) Curarsi della propria password
Sceglierla a prova di sicurezza, ma anche facile da ricordare, cambiarla spesso, e non condividerla nemmeno col migliore amico

5) Conoscere e applicare la "netiquette"
E' maleducazione lo "spam" (la posta spazzatura), scrivere tutto maiuscolo (equivale a gridare). Invece le faccine :) sono fondamentali per farsi capire, soprattutto se si ironizza. 
Per spam, e non c'era bisogno del caso Ferrari, si intendono anche i messaggi in copia per conoscenza a chi non è direttamente interessato. O l'email utilizzata per dirsi cose frivole che si possono comunicare a voce o via chat. Chiaro?  

Benvenuti nel paese dei «sinistri stradali»

Corriere della sera

Truffe alle assicurazioni, una costante. E la Campania ha il record di cause per gli incidenti, 61 5, spesso inventati

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«Boccaccia mia statte zitta»: la guardasigilli Anna Maria Cancellieri, davanti alla reazione degli avvocati, si sarà morsa la lingua come il pupazzo Provolino di un vecchio Carosello.
Sulle lobby professionali che ostacolano le riforme, però, ha ragioni da vendere. Basti dire che l'Italia ha il triplo degli avvocati rispetto alla media europea. E l'anomalia pesa troppo spesso, in certe aree, sulla macchina della giustizia. Un esempio? La Campania ha il 61% delle cause per sinistri stradali, spesso inventati.

Sia chiaro: guai a fare di ogni erba un fascio. C'è avvocato e avvocato, Ordine e Ordine, regione e regione. E sarebbe disonesto confondere i professionisti che fanno il loro mestiere al meglio, cercando di dare una mano per far funzionare i tribunali, con una quota di azzeccagarbugli che drogano un'enormità di cause finendo per intralciare la giustizia giusta. Lo stesso Pietro Calamandrei, del resto, in un saggio per «I quaderni della Voce» di Giuseppe Prezzolini intitolato «Troppi avvocati!», se la pigliava nel 1921 con «l'esistenza di questo proletariato forense» considerato «la sciagurata causa di tutti mali dell'avvocatura» proprio per difendere quella professione così vitale in una democrazia. E per lo stesso motivo attaccava «gli avvocati (che) riempiono le aule del Parlamento trasformandolo in Camera d'Avvocati».

Sulla base dei dati del Cepej (European Commission for the Efficiency of Justice), l'economista Leonardo d'Urso, collaboratore de «lavoce.info», ha composto una tabella che da sola dice tutto. Ogni 100.000 abitanti ci sono in Europa 127 avvocati. Bene: la media italiana è di 406. Solo la Val d'Aosta (la più virtuosa con 139) si avvicina al resto della Ue. E la sproporzione via via si accentua fino a toccare a Roma e nel Mezzogiorno numeri da brivido: 524 «toghe» nel Lazio, 586 in Puglia, 652 in Campania, 664 in Calabria. Dove c'è un legale ogni 150 abitanti contro la media continentale di uno ogni 787. Cosa vorrà mai dire: che da noi i cittadini sono molto più tutelati? Ma dai!

E sarà un caso che le regioni in cui ci sono più avvocati sono quelle in cui ci sono anche più cause? È il numero esorbitante delle cause che ha man mano fatto crescere quello dei legali o piuttosto, al contrario, è l'esubero di legali ad aver fatto crescere le cause fino a intasare i tribunali? La stessa Banca d'Italia, nello studio «La giustizia civile in Italia: i divari territoriali» di Amanda Carmignani e Silvia Giacomelli, sottolinea il parallelo: «L'effetto del numero di avvocati in rapporto alla popolazione sulla variabile dipendente risulta positivo e statisticamente significativo. In base all'evidenza empirica, le variabili che hanno maggiore impatto sul tasso di litigiosità sono il valore aggiunto pro capite e il numero di avvocati per abitante».

Traduzione: esattamente come accade nel film di Billy Wilder «Non per soldi ma per denaro», dove Walter Matthau convince il cameraman Jack Lemmon a fingersi gravemente ferito in un incidente di gioco per spillare all'assicurazione un milione di dollari, sono talvolta certi trafficoni delle aule giudiziarie a cercare i clienti e a spingerli a fare causa. E per trarne profitto è essenziale che la Giustizia funzioni peggio possibile. Per una coincidenza, mentre gli avvocati si sollevavano contro il ministro e la sua tesi sulle lobby di traverso alle riforme, l'Ania (l'associazione delle imprese assicuratrici) metteva online il suo rapporto 2012-2013.

Dove si legge che «delle oltre 240 mila cause civili pendenti davanti a un giudice di pace circa 150 mila sono concentrate in Campania e, di queste, 108 mila nella sola città di Napoli. Di quelle rimanenti, altre 26 mila riguardano la Puglia, mentre 18 mila sono quelle presenti in Sicilia e quasi 10 mila in Calabria. Escludendo il Lazio (e in particolare la città di Roma), con circa 16 mila cause civili pendenti, le rimanenti regioni d'Italia si suddividono in modo uniforme appena 23 mila procedimenti». Insomma, la Campania assorbe da sola il 61% di tutti i processi per i risarcimenti danni da incidente stradale che ingombrano gli uffici dei giudici di pace. E la città capoluogo, da sola, copre il 45% più di tutto il resto d'Italia messo insieme, tolta la Campania.

Si è visto di tutto, in questi anni. Comprese, come qualche lettore ricorderà, sentenze false emesse da giudici falsi e notificate da avvocati falsi per incidenti stradali falsi. E come dimenticare Gerardo «Tapparella» Oliva, un tappezziere che in un solo anno ebbe la ventura di assistere, così disse, a 650 incidenti? Usciva di casa e vedeva un tamponamento, girava l'angolo notava un pedone finire sulle strisce sotto un motorino... È considerata praticamente un ammortizzatore sociale, qua e là, la truffa alle assicurazioni. Le quali, per carità, badano ai loro interessi e a volte fanno penare per anni dei risarcimenti sacrosanti e scaricano sui clienti rincari da brivido, ma certo devono arginare imbroglioni di ogni genere. Ecco la famigliola che in un anno denuncia 12 schianti tutti e dodici con la stessa macchina. La Lancia Y che colleziona 20 incidenti in due anni. Le cartelle cliniche false. E via così.

A volte scappa un sorriso perfino alla vittima della truffa. Come nel caso di una Suzuki 1000 che, impennandosi alla Valentino Rossi, era finita contro un'auto causando danni ingenti. Alla guida figurava una vecchia di 85 anni che non usciva di casa da tempo immemorabile. Possibile che fosse sua l'idea tentare di tirar su qualche soldo con l'assicurazione? La tradizione, del resto, è antica. Nel 1729 Montesquieu annotava già questa abbondanza esagerata di avvocati: «Non c'è un Palazzo di Giustizia in cui il chiasso dei litiganti e loro accoliti superi quello dei tribunali di Napoli. Ho sentito dire dal Viceré che ci sono a Napoli 50.000 di questi "causídici", e vivono bene. Lì si vede la Lite calzata e vestita». Da allora son passati tre secoli...

Gian Antonio Stella
4 luglio 2013 | 7:36

A 10 anni dal “Sangue dei vinti” lotto ancora con le bugie rosse"

Matteo Sacchi - Gio, 04/07/2013 - 08:56

Il giornalista che per primo ha raccontato gli orrori della guerra civile ha scritto una nuova prefazione al suo "classico". E ci racconta perché

Dieci anni fa un grosso sasso, quasi un meteorite, precipitò da grande altezza nel piccolo stagno della storiografia italiana. Uno stagno dove a gracidare erano, chi meglio chi peggio, più o meno sempre gli stessi, e da un bel po'. A lanciarlo un «non professionista», in senso accademico, della Storia: il giornalista Giampaolo Pansa.


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Con il suo Il sangue dei vinti (Sperling&Kupfer) riproponeva il tema delle uccisioni sommarie praticate dai partigiani durante la guerra civile, dall'8 settembre 1943 al 25 aprile 1945. E non solo. Metteva per la prima volta in luce i virulenti strascichi di quello scontro. Le numerosissime esecuzioni sommarie proseguite sino al 1948. Soprattutto in quello che era conosciuto come il «Triangolo della morte» che aveva per vertici Castelfranco Emilia, Piumazzo e Mazzolino. E spesso a morire non erano solo i fascisti, ma chiunque venisse visto come d'ostacolo a una futura rivoluzione comunista.

Il libro, come è noto, fu subito aggredito dai “guardiani della memoria” partigiana. Spesso senza nemmeno una lettura sommaria, a prescindere. Oggi a dieci anni di distanza, seppure molto a fatica, la percezione sul tema è cambiata. Ecco perché a questa nuova edizione (Sperling&Kupfer, pagg. 382 euro 11,90) Giampaolo Pansa ha aggiunto una nuova prefazione in cui si leva qualche sassolino dalla scarpa: «“Arrendetevi siete circondati!”. Urla così Beppe Grillo... Il suo grido di battaglia mi sembra adatto a descrivere una situazione molto diversa. Anche gli avversari dei miei libri sulla guerra civile sono nei guai. Hanno scelto di farsi circondare da se stessi, rifiutando qualsiasi revisionismo sull'Italia tra in 1943 e il 1945. E dovrebbero arrendersi alla sconfitta». Ne abbiamo parlato con lui.

Ma a dieci anni dal Sangue dei vinti che sensazione ha provato a tornare su quelle pagine?
«Io ho scritto moltissimi libri e di norma non li rileggo mai dopo che ho licenziato le seconde bozze... Ho fatto così anche col Sangue dei vinti: l'ho tenuto lì come fosse il libro di un altro. Rileggendolo ora, quando l'editore mi ha chiesto di ripubblicarlo mi sono reso conto davvero di quanto sia gonfio di sangue, di esseri umani citati per nome e per cognome, di morti terribili. È per questo che ho accettato la ripubblicazione, penso possa avere un senso per i giovani, per chi aveva dieci anni quando è uscito la prima volta e ora ne ha venti... Credo possa raccontare molto anche a questa Italia di oggi cosa sia stato quel conflitto civile che è durato sino al '48. Perché io sono convinto che la guerra intestina sia finita con il 18 aprile del 1948 quando De Gasperi, vincendo le elezioni, mise il Paese su un binario di tranquillità».

All'uscita il libro provocò il finimondo. Se lo aspettava?
«No, si fece molto più “rumore” di quanto all'epoca potessi prevedere. Forse in un certo senso perché il mio libro dimostrava che era errato il principio secondo cui la Storia la fanno soltanto i vincitori. Quella dei vincitori è una storia bugiarda. Solo che questo era inaccettabile per molti, e in parte è inaccettabile ancora oggi. C'era e c'è chi pensa che i fascisti avessero un solo dovere: quello di stare zitti, senza nemmeno poter ricordare i propri morti. Ma soprattutto non scrivere. Ma io non volevo una storia di parte, a me interessavano i fatti, raccontare che l'Italia rischiò di diventare l'Ungheria del Mediterraneo».

E Lei arrivava da sinistra...
«Sì, io non mi chiamavo Giorgio Pisanò. Io di Pisanò ho sempre avuto grandissima stima: è stato un pioniere in questi studi. Ma Giorgio veniva delegittimato perché veniva dal mondo del fascismo... era chiaramente un intellettuale di destra».

Alla fine Il sangue dei vinti è diventato un ciclo. Lei è rimasto a lungo in questo filone.
«Il ciclo è iniziato per essere precisi col libro precedente, I figli dell'Aquila, e poi è proseguito con altri titoli come Sconosciuto 1945, La grande bugia, I gendarmi della memoria. E se io sarò ricordato per qualcosa credo che lo sarò proprio per il ciclo del Sangue dei vinti. Me ne accorgo perché le persone mi fermano per ringraziarmi... Certo se vado in una zona dove dominano i centri sociali è l'opposto. Io dovuto smettere di andare a parlare in pubblico. Per fortuna i libri buoni si fanno strada da soli...».

Ecco, allora partendo dal tuo titolo parliamo anche dei “gendarmi della memoria”. Nell'introduzione cita Sergio Luzzatto, che con Lei era stato molto duro, e ora a causa del suo Partigia è finito sotto il tiro incrociato di altri “gendarmi”... «Già quando presentai I figli dell'Aquila a Genova Luzzatto mi sottopose a un assalto verbale non indifferente... Ora lui ha scritto Partigia. Io l'ho letto e per me non racconta una storia diversa da molte altre... Certo per uno come lui significa rimangiarsi un atteggiamento che prima non ha mai voluto cambiare. Mi ha dato anche atto di aver scritto i miei libri con rispetto della verità... Ovviamente, però, appena si è messo fuori dal giro dei “gendarmi della memoria”, non gliel'hanno perdonata. Infatti cosa è accaduto? Sebbene in modo più soft di come fecero con me, gli sono andati tutti addosso.

Ho letto le cose velenose scritte da Gad Lerner, che credo non abbia neppure aperto il saggio. Lo ha demolito senza pietà. Anche con Il sangue dei vinti iniziarono il fuoco di sbarramento sette-otto giorni prima di avere il libro a disposizione. Ne cito due per tutti: Giorgio Bocca e Sandro Curzi... Ma non è elegante far polemica con chi non c'è più. Qualcuno arrivò a dire che avevo scritto Il sangue dei vinti per compiacere Berlusconi che mi avrebbe poi ricompensato con la direzione del Corriere della Sera... Cose deliranti. Provocate da code di paglia chilometriche. Eppure i “gendarmi” sanno bene che queste cose sono accadute. Io ho ricevuto in dieci anni 20mila lettere che provano quei fatti».

Faccio l'avvocato del diavolo. Non hai mai pensato che le sue inchieste siano state sfruttate, a destra, anche politicamente?
«C'è una destra fatta di persone che hanno subìto per decenni il silenzio. Sono contentissimo di averli aiutati. Ma la destra politica non aveva molti mezzi culturali per sostenere queste battaglie. Già nella Prima Repubblica si diceva che la Dc pensava agli affari, mentre il Pci ai mezzi di propaganda culturale. Le cose non sono cambiate di molto. Io non sono mai stato invitato da Fabio Fazio, e sappiamo quanto questo possa contare per un libro. Ma in fondo questo è niente. Contiamo quante cattedre di Storia contemporanea sono affidate a docenti di sinistra... Ed è una materia fondamentale».

Quanti anni ci vorranno per arrivare a un giudizio equanime su questo periodo? «Prima o poi succederà. La Storia è una talpa che scava, prima o poi esce fuori. La verità emergerà, ammesso che si abbia ancora interesse a cercarla».