mercoledì 3 luglio 2013

Addio a Doug Engelbart, l'inventore del mouse

Corriere della sera

Morto a 88 anni l'autore del brevetto dell'indicatore di posizione per display. L'invenzione rivoluzionò l'informatica

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Il mondo dell'informatica perde uno dei suoi inventori più visionari: Douglas "Doug" Engelbart, l'uomo dietro all'idea del mouse, è morto all'età di 88 anni.

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LISA E IL MACINTOSH - Nato a Portland, in Oregon, nel 1925, Engelbart ha avuto un impatto formidabile sull'evoluzione della scienza informatica e in particolare sull'interazione uomo-macchina. Le sue ricerche e i suoi lavori sono alla base di concetti come l'ipertesto, le reti di computer e le interfacce grafiche, concetti senza i quali il modo in cui utilizziamo i computer sarebbero molto diversi. Il 21 giugno 1967 Engelbart ottennne il brevetto per il suo "indicatore di posizione X-Y per display".

Ovvero il mouse. L'anno seguente, nel 1968, alla Joint Computer Conference al Convention Center di San Francisco, si svolse la dimostrazione pubblica del progetto. Più tardi la Xerox produsse lo Star, il primo computer dotato di mouse: Steve Jobs vide il progetto, "rubò" e perfezionò l'idea. È così che sono nati l'Apple Lisa e soprattutto il Macintosh, il primo personal computer con interfaccia grafica e mouse ad avere grande successo commerciale.

Redazione online3 luglio 2013 | 21:25

Facebook, ora c’è anche il baco che preleva i numeri di telefono

Corriere della sera

di Nicola Di Turi


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Se non si trattasse di web e social network, si potrebbe pensare tranquillamente a una fiction televisiva a puntate. Tema: Facebook e privacy. Sono passati infatti solo pochi giorni dagli ultimi due casi in ordine di tempo, e ancora una volta il gigante di San Francisco torna sotto accusa per la gestione dei dati degli utenti. Così, dopo la pubblicazione di sei milioni di indirizzi email e numeri di telefono a causa di un baco e il caso dello sviluppatore che è riuscito a raccogliere altri 2,5 milioni di numeri, questa volta Facebook è alle prese con una nuova denuncia firmata Symantec.

La casa produttrice del celebre software antivirus Norton, infatti, ha reso noto di aver rinvenuto un baco che comunicherebbe a Facebook i numeri di telefono degli utenti, senza alcuna autorizzazione da parte di quest’ultimi. Non solo: il baco, che riguarderebbe solo l’applicazione per Android del social network, consentirebbe a Facebook di ottenere in automatico tutti i numeri di telefono degli utilizzatori dell’app, compresi quelli dei non iscritti al social network.

Secondo quanto risulta a Symantec, infatti, tutti coloro che scaricano l’applicazione di Facebook per Android anche solo per provarla, comunicano inconsapevolmente e in automatico il numero della loro scheda sim ai server di Menlo Park, che lo archiviano. Nessuna differenza, quindi, tra iscritti e non. Inoltre, non sarebbe necessario neanche effettuare il login al proprio profilo, affinché l’applicazione carpisca e comunichi il proprio numero di telefono al social network.

A scatenare la nuova tempesta sul social, come detto, è stata Symantec, che in occasione del rilascio della nuova release del suo antivirus per dispositivi Android, ha testato la nuova funzione “Mobile Insight”, scoprendo il baco dell’applicazione ufficiale di Facebook, segnalandola subito come “pericolosa”. Symantec, inoltre, ha invitato i suoi clienti a provare la nuova release dell’antivirus, per scoprire quante altre applicazioni per Android, in realtà, operino allo stesso modo di quella del famoso social network, rastrellando dati personali senza alcuna autorizzazione.

Dal canto suo, Facebook ha subito assicurato di voler rilasciare un aggiornamento che corregga il bug, rassicurando allo stesso tempo gli utenti di voler provvedere a cancellare il database creatosi automaticamente con i loro numeri di telefono. Sullo sfondo, resta comunque il diverso grado di responsabilità del gigante di San Francisco nelle tre vicende che lo hanno visto coinvolto durante le ultime settimane, sempre in relazione alla gestione dei dati personali degli utenti.

Infatti, se la responsabilità della raccolta dei due milioni e cinquecentomila numeri di telefono è da ripartire tra lo sviluppatore Brandon Copley, e gli stessi iscritti al social che li hanno resi pubblici, lo stesso non si può dire degli altri due bug. Alla base della prima fuoriuscita di dati, e poi dell’acquisizione dei numeri degli utenti Android, c’è proprio il mancato controllo dell’azienda di Menlo Park. E mentre nel primo caso Facebook non ha impedito la pubblicazione di sei milioni di numeri e indirizzi email, per quanto riguarda il bug dell’app per Android il gigante di San Francisco ha accumulato i numeri di iscritti e non, per cancellarli solo dopo la denuncia di Symantec.

Perciò, sebbene il social addebiti le responsabilità a malfunzionamenti e, appunto, a bug di sistema, resta intatta la questione della protezione dei dati personali degli utenti. Dati resi pubblici, molto spesso, in primis dagli utenti, ma che probabilmente dovrebbero essere custoditi da autorità terze per evitare inconvenienti sempre più frequenti.

Moro, il giallo sul ritrovamento del corpo La procura apre una nuova inchiesta

Corriere della sera

Secondo due artificieri la Renault 4 con il corpo dello statista sarebbe stato individuata due ore prima della versione ufficiale, alla presenza dell'allora ministro Cossiga


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ROMA - La procura di Roma ha aperto un fascicolo di indagine relativo alle dichiarazioni di due artificieri che spostano alle 11 l'ora del ritrovamento della Renault 4 con il cadavere di Aldo Moro e la presenza dell'allora ministro degli Interni, Francesco Cossiga, in via Caetani.

I NUOVI MISTERI - Il fascicolo è stato aperto dal pm della Procura di Roma, Luca Palamara, per fare luce sul 'giallo' dell'effettivo orario del ritrovamento del cadavere di Moro la mattina del 9 maggio 1978 in via Caetani: la telefonata con cui le Br annunciarono l'uccisione dello statista era delle 12,30.

                                                                                         La morte di Aldo Moro: la telefonata delle Br (29/06/2013)

GLI ARTIFICIERI - Il nuovo procedimento è stato avviato d'ufficio e ha preso spunto da notizie diffuse a proposito della versione dei due ex «antisabotatori» (leggi). Questi ultimi potrebbero essere convocati a breve a piazzale Clodio per essere sentiti come testimoni. La loro versione sarebbe confermata e dall'ex maresciallo Giovanni Circhetta; tuttavia è smentita dal giornalista Franco Alfano, che all'epoca dei fatti, 35 anni, lavorava per la tv privata romana GBR, e per primo arrivò con il suo operatore in via Caetani. Secondo il giornalista la Renault fu aperta dagli artificieri alle 14.

IL COVO DI VIA MONTALCINI - Il nuovo fascicolo è connesso a quello aperto recentemente sulla base di un esposto di Ferdinando Imposimato in base al quale la morte dell'allora presidente della Dc poteva essere evitata: il covo br di via Montalcini, secondo due militari, era già sorvegliato da tempo.

Redazione Roma Online3 luglio 2013 | 18:09

Quando l'utente non si lascia spiare

Corriere della sera

Tra la raccolta di tutti i nostri profili e la lente indiscreta dell'intelligence c'è il nostro diritto alla privacy.


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In questi giorni abbiamo letto e sentito parlare di datagate, super spie e Prism. La cosa ci riguarda da vicino se consideriamo che tra i tantissimi dati a cui ha avuto accesso il programma di sorveglianza elettronica per la sicurezza americana ci possono essere anche i nostri.

Di fatto però ogni dato prima di arrivare nei mega server della National Security Agency passa già per altre “dogane”: il tragitto informatico di una comunicazione, infatti, transita in diverse parti del mondo prima di mettere in connessione il mittente con il suo destinatario. Per questo i nostri dati durante il loro viaggio informatico sono soggetti a leggi e controlli di più Stati.

Anche l’Italia si muove in questa direzione e gli ultimi aggiornamenti risalgono a gennaio 2013 con il decreto del governo Monti per la protezione cibernetica e la sicurezza informatica nazionale. Con questo decreto è previsto l’accesso alla banche dati degli operatori privati. L'avvocato Sarzana ci spiega che «Secondo l’interpretazione del decreto Monti non sarebbe necessaria l’autorizzazione preventiva del magistrato così come avviene per le intercettazioni telefoniche, in quanto i metadati raccolti dagli organismi di intelligence sono considerati dati che non identificano in maniera univoca la persona. Il rischio è che il decreto Monti consenta di sfruttare un vuoto normativo senza che oggi ci siano norme che ci garantiscono che fine fanno questi dati, chi controlla il controllore».

L’utente, spesso in maniera inconsapevole o non curante, lascia in rete una quantità infinita di informazioni sul proprio conto creando profili che, ci rispecchino o no nella vita reale, restano lì e non sono più solo nostri. Chi li detiene sono tutti gli operatori privati che ci offrono servizi, alcuni così diffusi da accumulare un vero e proprio potere informativo, oltre che economico. Da tempo la concentrazione così corposa di dati ha attirato non solo l’attenzione di agenzie pubblicitarie, ma anche di chi, per motivi di sicurezza nazionale, non si divide la torta con gli altri, ma se la vuole prendere tutta utilizzando il bottino che gli stessi privati hanno già in loro possesso. Il bottino siamo noi, attraverso i nostri dati.

Ognuno ha diritto alla sua privacy e nessuno la può tutelare meglio di noi stessi: sta all’utente decidere se quello che sta inviando via internet è così importante che solo il destinatario finale deve leggerlo o se tutto sommato vi può accedere chiunque.Secondo il presidente del centro studi Hermes per la tutela dei diritti umani in rete questa consapevolezza dal punto di vista informatico non è ancora diffusa. Se l’utente non vuole correre rischi gli strumenti per farlo ci sono, uno di questi, come ci spiega Claudio Agosti «è la crittografia, perché per come è fatta la rete è molto complesso evitare che il dato venga raccolto o copiato e archiviato. Ma è possibile e semplice renderlo illeggibile anche una volta catturato. Così come ci sono motori di ricerca che non ci tracciano e altri software liberi».

Nonostante l’esistenza già da tempo di tantissimi programmi e strumenti che ci permettono di tutelare maggiormente la nostra privacy, non possiamo negare che la rete, per come si è evoluta, è stata influenzata dal mercato. Quindi ha prevalso la creazione e l’utilizzo di massa di programmi e servizi accattivanti, fruibili e facili da usare, ma non sempre attenti alla nostra privacy.

Richiedere una maggiore tutela della gestione dei nostri dati e utilizzare software che ci permettono di mantenere le nostre informazioni riservate è la maniera per spingere attori pubblici e attori privati ad uno sviluppo e uso della rete in una direzione più rispettosa dei nostri diritti. Intanto che agenzie, governi, 007 e i grandi produttori di servizi telematici si mettono d’accordo per trovare leggi che ci tutelino, la palla ritorna a noi, che possiamo scegliere di essere utenti più consapevoli.

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Antonella Cignarale
info@reportime.it
2 luglio 2013 (modifica il 3 luglio 2013)

Il vero scandalo Usa è il caos per una formica

Giuseppe De Bellis - Mer, 03/07/2013 - 08:20

Spiano tutti, l'indignazione è ipocrita. Il problema è che una tale falla nell'intelligence ci rende tutti più insicuri

Sono giorni che il mondo si racconta bugie sapendo di raccontarsele. Sul caso Datagate, siamo passati dalle notizie alla propaganda e dalla propaganda all'ipocrisia.


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Un'enorme, gigante, abnorme ipocrisia. L'indignazione con gli Stati Uniti perché gli agenti segreti di Washington hanno spiato, e probabilmente spiano, l'Europa sfiora il ridicolo. Le richieste di spiegazioni sono una pantomima da film di cassetta. I motivi sono due: 1) le spie, per loro stessa natura, non possono fare altro che spiare, 2) controllare gli alleati è prassi consolidata e scontata. Fa parte del pacchetto, lo sanno tutti e lo fanno tutti.

Non è banalizzare, quanto il contrario: spiegare una banalità. Attorno agli sviluppi delle rivelazioni di Edward Snowden, l'ex analista Cia che ha tradito il suo Paese svelando l'esistenza di un gigantesco programma di raccolta dati, interno ed esterno, si sta sviluppando un dibattito surreale. Le diplomazie che s'affrettano a prendere le distanze da pratiche che hanno fatto la storia della politica estera: cercare informazioni su chiunque, per esempio. Ma qual è il problema vero? Qual è la differenza? L'ipocrisia globale sta nel fatto che l'unica novità qui è che ciò che di solito è conosciuto a governi, ambasciate e consolati adesso è di dominio pubblico. Ma il paradosso è che a scandalizzarsi sono proprio governi, ambasciate e consolati. C'è da stupirsi dello stupore.

Sembrano quei genitori che commettono le stesse marachelle dei figli ma che, calati nel ruolo di genitori più che nella realtà, sgridano i bambini per il solo gusto di farlo. Il risultato è pari allo zero: pensate che dopo tutte queste parole cambieranno le regole dello spionaggio? Alla base del lavoro di un agente segreto c'è la diffidenza anche nei confronti degli amici. Durante le guerre mondiali, gli alleati si spiavano come forsennati. D'altronde verrebbe da ricordare ai falsi ingenui che Stati Uniti e Gran Bretagna combattevano fianco a fianco con l'Unione Sovietica di Stalin, senza mai fidarsi fino in fondo e cercando di spiare in ogni situazione.

Siamo all'«elementare Watson» delle agenzie di sicurezza nazionale. Chi si indigna sembra un marziano caduto sulla terra al quale come primo assaggio della natura umana viene chiesto di guardare il film Le vite degli altri. Ma chi ha vissuto qui e adesso fa la verginella dello spionaggio raggiunge vette di perbenismo che sfociano nel grottesco. Sì, è un'ovvietà che vale la pena ripetere: il mondo dell'intelligence è pieno di spioni che controllano tutto. È il loro lavoro. Non esistono amici, nemici, rivali, concorrenti.

È giusto così e la dimostrazione arriva proprio dal caso Snowden: il nemico di un Paese o di più Paesi si nasconde spesso al suo interno, a volte fa parte di quegli ingranaggi che dovrebbero portare la sicurezza e che la minano. Ma il paradosso dei paradossi di questa vicenda è un altro. È che si sta perdendo di vista il problema. E il problema qui non è che l'America spia l'Europa e gli altri alleati. Il problema è Snowden. Il problema è la debolezza di un sistema di intelligence che viene messo in crisi da una persona. È la voragine che si è aperta nella sicurezza nazionale americana e quindi globale.

Invece di criticare fintamente gli Stati Uniti perché i loro spioni spiano, bisognerebbe fustigare Washington perché in un anno s'è fatta raggirare prima dal soldato Manning, che ha dato vita a Wikileaks, e ora da Snowden, che ha fatto nascere il Datagate. Francamente questo non è degno della prima potenza mondiale. Il resto sono chiacchiere ed esercizi di stile. Finirà con Obama che spiegherà l'ovvio e gli altri governi che diranno: ok, tutto a posto. Ciò che rimarrà è il nodo vero: se la più grande macchina di sicurezza nazionale del mondo, cioè quella americana, è così debole, siamo tutti più insicuri. Snowden è la luna, gli 007 che controllano gli alleati sono il dito che la punta. Il mondo sta solo guardando la cosa sbagliata.

Snowden bussa a 21 Paesi E in Italia c’è chi dice “sì”

La Stampa

Oggi la decisione in Parlamento. Sel e M5S: “Dobbiamo accoglierlo”

francesca schianchi
ROMA


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Brasile, Olanda, Polonia e India si sono già pronunciati per il no. In serata aggiunge il suo rifiuto anche la Germania («le condizioni per una richiesta non sono state soddisfatte»). Cuba e Nicaragua non hanno ancora risposto. 

E poi c’è la sfilza di quelli che hanno sottolineato problemi di natura procedurale nella domanda: dalla Norvegia alla Spagna alla Finlandia. Fino a quanto trapelato anche dalla Farnesina: già, perché tra i 21 Paesi al quale ha fatto richiesta di asilo politico Edward Snowden, la talpa del Datagate che ancora si trova nell’area transiti dell’aeroporto di Mosca, c’è anche l’Italia. 

Fonti del ministero degli Esteri fanno sapere che inoltrare la domanda via fax è un’anomalia: la procedura vorrebbe che il richiedente asilo si trovi sul territorio nazionale. Ma, al di là degli aspetti burocratici, la richiesta del protagonista del Datagate, lo scandalo che sta scuotendo il mondo intero e mettendo alla prova le relazioni internazionali, si presenta come un nuovo, imprevisto problema da affrontare per il governo Letta. Da Palazzo Chigi si limitano a ricordare che «quando verrà presentata, la domanda sarà esaminata nei tempi e nei modi previsti dalle leggi vigenti». Il ministro degli Esteri Emma Bonino rinvia la questione a oggi: «Domani in Parlamento» si prenderà una decisione, taglia corto coi giornalisti.

E bisognerà vedere come saranno le posizioni, visto che c’è già chi, come Claudio Fava di Sel e il Movimento Cinque Stelle, spronano l’esecutivo a schierarsi per il sì (i grillini hanno annunciato una mozione ad hoc), mentre c’è chi al contrario, come il leghista Giacomo Stucchi, presidente del Copasir, ritiene che «il soggetto in questione non è mosso da filantropia» e «non vedo quindi perché bisognerebbe concedergli l’asilo politico». Fuori dal Parlamento, anche il leader di Rifondazione Paolo Ferrero chiede di accettare la richiesta.

Molta più cautela nel Pd e nel Pdl, le forze principali che sostengono il governo. Luigi Zanda, capogruppo al Senato dei democratici, ricorda che la concessione del diritto d’asilo è un problema da risolvere «in termini politici ma anche giuridici: l’asilo politico si può concedere quando esistano consistenti elementi che dimostrino una persecuzione politica». Nel caso di Snowden, esistono? «Da quello che scrivono i giornali, non li ravviso. Ma il governo potrà fare verifiche più sicure e fondate». 

Il suo collega di partito Felice Casson, membro del Copasir, allarga il campo: «La questione è da ponderare bene da due punti di vista: l’ottica politica e il diritto d’asilo, che è tutelato dalla Costituzione. Per quanto riguarda il primo punto, il rapporto con gli Stati Uniti, e i dati ricevuti finora sulla vicenda, credo non siano sufficienti per un giudizio complessivo». Dal Pdl, chiude all’ipotesi Fabrizio Cicchitto, presidente della Commissione esteri della Camera:

«Si tratta di una partita che non è dentro di noi, ma è tra Stati Uniti e Russia, capisco l’esigenza politica di épater les bourgeois di quelli che dicono di dargli asilo, ma non capisco perché dovremmo infilarci in mezzo a questa partita… Snowden non lo vedo come un martire della libertà. E non mi sembra che gli altri Paesi a cui ha chiesto asilo si stiano sbracciando per accoglierlo…».

Via Pisani sotto choc Al numero civico 22 c’è il clochard ai domiciliari

Il Giorno

di Mario Consani e Agnese Pini


È pregiudicato, sta lì dalle 21 alle 7

Milano, 3 luglio 2013


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Nome: Domenico Codispoti. Età: 48 anni. Provenienza: Milano. Segni particolari: beh, anche troppi. Cominciamo dal più incredibile. La sua casa, dalle 9 di sera alle 7 del mattino, ogni giorno dell’anno da quasi sette anni salvo piccole variazioni, è in via Vittor Pisani civico 22, ingresso discreto e un po’ asettico tipico dei palazzi abitati per la maggior parte da uffici. Se lo cercate, però, come fa tutte le notti la polizia, non dovete guardare fra i nomi illuminati del citofono. Basta fermarvi prima, a un passo dal portone. Codispoti sistema sacco a pelo e coperte sul marciapiede e si addormenta lì, al riparo di una telecamera di sorveglianza, insieme a due compagni di sventura.

La sua? Non tanto una scelta, quanto una necessità. Anzi, un vero e proprio obbligo di legge: «Io di qua non mi posso muovere, altrimenti finisco nei guai», spiega lui, allargando le braccia, pregiudicato — alle spalle un passato di furti, droga e rapine — e senza fissa dimora, mentre ripiega i pochi stracci del suo giaciglio improvvisato. Clochard, criminale, sbandato? Comunque lo si voglia etichettare, Codispoti oggi è, soprattutto, «un sorvegliato speciale», come lui stesso si definisce. In pratica significa che deve essere reperibile a un domicilio preciso, a cui le forze dell’ordine ogni sera possono trovarlo e controllarlo, come previsto dal tribunale. Con un unico problema: nel suo caso il domicilio è la strada.

E malgrado l’esistenza da vigilato a vista — un’esistenza ai margini — ha sempre cercato di non arrendersi: «A cambiare ci ho provato un sacco di volte. E chi non ci ha provato fra i tanti che viviamo così? Disperati, siamo. Ma il lavoro non ce l’ho, e a me è difficile che qualcuno possa darlo. Un tetto non ce l’ho. E quindi eccomi qui. Costretto a passare le mie nottate sullo stesso angolo di strada, come da accordi con le forze dell’ordine». E se una sera non lo trovano? «Mi tocca tornare in carcere, diventerei automaticamente un evaso». Già, un evaso dal marciapiede. Succedono anche storie come questa, nella metropoli: degrado, abbandono, piccola criminalità, e assurdità della burocrazia. Paradosso del paradosso, il caso di Codispoti non è dato da un’emergenza contingente.

Il valzer di «controlli a domicilio» — dove per domicilio si intende la strada — va avanti da anni, ormai. «Precisamente da sette — spiega il suo avvocato, Andrea D’Amicis —. L’ordine di sorveglianza è stato emesso nel 2006 e ha durata di due anni. Ma Codispoti in questo periodo è entrato e uscito dal carcere svariate volte». Per questo la misura di «controllo preventivo» — come si dice tecnicamente — non è ancora conclusa. «Certo — fa notare il legale — si potrebbe provare a chiederne la revoca.

Ma mettermi in contatto con il mio assistito non è semplice». E come potrebbe esserlo, nelle condizioni di Codispoti? Lui, su questa sua storia un po’ tragica e ben più che assurda, riesce a farci anche ironia. Mentre si mette in spalla il sacco a pelo arrotolato, si volta verso il portone elegante alle sue spalle: «Io, Domenico Codispoti, vivo in via Vittor Pisani civico 22. Certo, detta così, potrei sembrare un uomo ricco. Guardate che palazzi, guardate che lusso».

mario.consani@ilgiorno.net
agnese.pini@ilgiorno.net