martedì 2 luglio 2013

Dentro la paura atomica: in una rampa missilistica del South Dakota

Il Messaggero

di Marco Berchi

Jim Boensch nella sua vita ha fatto almeno due lavori molto particolari. Negli anni Settanta, giovane ufficiale dell’Us Air Force, aveva di fronte a sé il quadro di comandi che governava il lancio di una decina di missili nucleari strategici. Oggi, sulla sessantina, in congedo, fa il volontario per il National Park Service degli Stati Uniti e, con una divisa simile a quella di maggiore con cui lasciò l’Usaf, accompagna i turisti a visitare lo stesso luogo in cui ha prestato servizio, nel cuore delle sterminate praterie del South Dakota. Un luogo unico al mondo, che visitiamo proprio dopo che, da Berlino, il presidente Obama ha lanciato la proposta di un’ulteriore riduzione degli armamenti nucleari.


Cattura Il Centro di Controllo Delta-01 — questo il suo nome — è una delle decine di stazioni simili, organizzate per squadroni e dipendenti da basi Usaf, disseminate negli anni ’60 nel Midwest e nelle Grandi Pianure settentrionali degli Stati Uniti. Nel giro di pochi anni, in un serrato e terribile confronto con la parallela escalation sovietica, mille missili strategici nucleari (ICBM) Minuteman con testate da 1,2 megatoni furono collocati in altrettanti silos, pronti al lancio. Nel solo South Dakota ce n’erano 150. I meno giovani ricorderanno gli anni dell’equilibrio del terrore, fondato sulle mutua dissuasione tra Usa e Urss e, infine, la caduta del Muro e, momento decisivo per questo luogo, il trattato Start del 1991 sulla riduzione delle armi strategiche. Così, in questi scenari di dura bellezza, patria per secoli dei Sioux Lakota e Dakota, a poche miglia dal magnifico Parco nazionale delle Badlands e a 60 dalla più vicina città degna di questo nome, Rapid City, arrivarono gli ispettori russi a certificare che tutti i 149 silos e i relativi centri di controllo venissero via via distrutti.

L’ECCEZIONE
Tutti meno uno, quello dove ci sta conducendo Jim. Con una decisione del Congresso, nel 1999 venne istituito il Minuteman Missile National Historic Site con l’intento di preservare due distinti siti: il silos vero e proprio, Delta-09, e il centro di controllo Delta-01. Basta uscire dalla Interstate – 90 che taglia come un coltello le Grandi Pianure, percorrere un breve sterrato e si arriva al Delta-09. Ecco, ora coperto da una cupola trasparente, il silos profondo 25 metri che contiene un missile inattivo ma uguale all’originale. Essere al centro del continente, lontani dalle coste, significava più tempo prima di essere colpiti e quindi più tempo per reagire. È la prima cosa che il maggiore Boensch spiega quando inizia la visita a Delta-01, il cuore dell’accoppiata missile-controllo a 11 miglia di distanza dal silos visitato poco fa.

Due semplici fabbricati a un piano, che ai satelliti dovevano apparire indistinguibili dalle fattorie che punteggiano le rarefatte praterie, racchiudevano il segreto terribile della mutua distruzione nucleare e governavano 10 Minuteman. Nel centro di controllo operava uno staff di militari composto da addetti alla manutenzione, alla sorveglianza e da un cuoco. Tutti erano “al servizio” del personale più scelto, i missilisti come Jim. «Ho fatto anche il valutatore» spiega mentre l’ascensore ci porta a 20 metri di profondità «ed era indispensabile stimare le condizioni psicologiche del nostro personale».

IL MONITO
Sulla porta blindata la scritta: «Consegna in tutto il mondo in 30 minuti o meno. Altrimenti il prossimo sarà gratis». Trenta erano infatti i minuti necessari al missile per raggiungere l’obiettivo sorvolando il Polo Nord. Il maggiore Boensch mostra gli enormi tiranti che tengono sospesa e ammortizzata la cellula in cemento armato, spiega che le poltrone dei due ufficiali erano studiate per assorbire lo choc di un’esplosione ravvicinata in superficie, mostra la brandina e la toilette, illustra i sistemi di protezione dal fall out e da sostanze tossiche. «Qui si passavano ore e ore di inattività e quasi di noia e secondi di panico» sorride Boensch mentre illustra le complesse procedure — viste nei migliori film — di ricezione del messaggio presidenziale, della doppia autenticazione, dell’inserimento simultaneo delle chiavi di accensione, la distanza tra le consolle tale da impedire l’operatività a una sola persona e così via. Tutto è rimasto come allora.

Si risale in superficie e resta il tempo di fare qualche domanda. Armi nucleari ben più sofisticate sono ancora in stato di approntamento. Il maggiore ricorda che se non ci sono più silos ICBM attivi in South Dakota, ben 500 missili nucleari sono ancora dispiegati nelle Grandi Pianure. A proposito di allerta, chiedo a Jim se ne ha vissuta qualcuna. Fa capire che si tratta di informazioni classificate; ma una la può raccontare. Un giorno del 1977, dal centro di controllo del SAC, lo Strategic Air Command, arriva improvvisamente agli equipaggi il flash di «prepararsi a ricevere un messaggio del Presidente degli Stati Uniti». Con le pulsazioni a mille, la coppia di ufficiali di turno attende di ricevere il codice di autenticazione al lancio. Ma ecco la voce di Jimmy Carter: «Salve a tutti. Sono qui al SAC e volevo vedere come funziona questa roba».


Lunedì 01 Luglio 2013 - 15:58

Salerno, stampella per coprire la targa nuovo trucco dei furbetti della ztl

Il Mattino

di Gianluca Sollazzo

Stampelle e bastoni utilizzati per nascondere le targhe di motorini ed evitare la contravvenzione. Tra i truffatori spuntano anche anziani, donne con problemi di deambulazione, pronti a trasformarsi in complici dei conducenti dei veicoli selvaggi. Il trucco era semplice, bastava nascondere la serie identificativa del veicolo per scorazzare liberamente su via Duomo, via Porta di Mare oppure su via Mercanti.
 

CatturaGli accertamenti compartitivi delle oltre 100 foto scattate dalle telecamere del sistema di controllo Ztl presso il comando di via dei Carrari, consentono di scoprire nuovi e clamorosi sistemi illegali messi in atto nella zona a traffico limitato. E le sorprese non mancano. Come nel caso di accesso irregolare nel centro storico risalente allo scorso 18 maggio, precisamente alle ore 13,29. Siamo in vicolo Romualdo II, dove già sono stati beccati occultatori illegali di targhe con trucchi talvolta ingegnosi. Le telecamere fotografano una donna che viaggiava a bordo del suo scooter munita di due stampelle utilizzate per nascondere la targa dei veicolo. Canottiera, foulard al collo e casco in testa, la donna dimostra una dimestichezza impressionante nel guidare e al contempo nascondere i numeri della targa con le due mani occupate.

Un’abilità che non è sfuggita alle telecamere che in queste ore stanno vagliando altre documentazioni fotografiche riconducibili alla stessa guidatrice, ormai con le ore contate. E così dopo gli acrobati dei motorini, pronti anche a testa in giù a mettere a rischio la vita per riuscire a nascondere la targa dal campo visivo elettronico, ecco spuntare gli scooteristi in stampelle. Neanche una settimana fa due giovani, sempre a bordo di un motorino, sono stati catturati dall’occhio elettronico posizionato su via Portacatena mentre compivano allegramente contorsioni per nascondere la targa del mezzo. Ora tra gli indagati finiti nel mirino dei caschi bianchi finiscono anche persone con seri problemi motori che talvolta si trasformavano in complici insostituibili dei conducenti dei veicoli a due ruote, riuscendo a svolgere il delicato compito di nascondere le targhe e fuggire via tra i vicoletti. Nel fascicolo di inchiesta aperto tre settimane fa dal comando della polizia locale, guidato dal comandante Eduardo Bruscaglin, si vagliano le posizioni degli oltre 20 trasgressori, già individuati e sanzionati.

 
lunedì 1 luglio 2013 - 22:35   Ultimo aggiornamento: martedì 2 luglio 2013 11:24

Le ultime parole dei giustiziati diventano virali

Corriere della sera

Un database in Texas raccoglie vita, crimini e morte dei 500 condannati a morte dalla reintroduzione della pena capitale


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MILANO – Kimberly McCarthy, uccisa da un’iniezione letale lo scorso 26 giugno, è stata la quarta donna nonché la 500esima esecuzione a morte in Texas dal 1976, anno in cui la pena capitale fu reintrodotta nello stato. Poco prima di morire ha rilasciato la sua ultima dichiarazione: «Voglio solo ringraziare chi mi ha dato coraggio in questi anni. […] Questa non è una sconfitta, è una vittoria. Sapete dove sto andando. Sto andando a casa per stare con Gesù […]». Le sue parole, raccolte dai testimoni, fanno ora parte di una scheda che chiunque è libero di consultare online, tra le pagine ufficiali del dipartimento di giustizia criminale texano. Un vero "database della morte di stato" che nelle ultime settimane ha "appassionato" molti navigatori americani.

Le ultime parole dei giustiziati Le ultime parole dei giustiziati Le ultime parole dei giustiziati Le ultime parole dei giustiziati Le ultime parole dei giustiziati


L’ARCHIVIO – Il Texas, stato più attivo negli Usa sulla pena capitale, è uno dei pochi (lo fa anche la California, ma non è così ben strutturato in Rete) a rendere pubblici online documenti così privati: le sue pagine web ufficiali infatti contengono condannato per condannato, dal numero uno al numero cinquecento, una scheda informativa con foto segnaletica, anagrafica, sesso e razza, reato compiuto descritto nei particolari e le date, di ingresso in prigione e di esecuzione. Ma accanto a questa scheda più tecnica, è possibile trovare anche una pagina – ve ne è una per ogni condannato la cui esecuzione è stata portata a termine – in cui è stata copiata l’ultima frase pronunciata dal prigioniero, e proprio quest’ultima, nei giorni in cui la cronaca ha parlato molto della 500esima esecuzione, è divenuta virale e condivisa online in tutti gli Stati Uniti.

I MESSAGGI – Il contenuto dei messaggi privati rilasciati dai detenuti prima della morte è soprattutto religioso: messaggi di perdono, di fede, rivolti alla propria religione di appartenenza. Molti ringraziamenti alle persone che hanno accompagnato gli ultimi mesi, talvolta anni e anni, di prigione dei giudicati, soprattutto alle guide spirituali. E poi i saluti: a mogli e mariti, figli, familiari. Il tifo per le squadre del cuore, qualche messaggio politico. Talvolta compaiono messaggi di scuse: alle famiglie delle vittime degli omicidi o alle proprie famiglie di origine. Mentre alcuni continuano a dichiararsi innocenti rispetto al crimine per cui sono stati imprigionati, e altri lanciano offese e polemiche nei confronti di polizia e guardie carcerarie. Qualcuno, ancora, preferisce semplicemente non dire nulla.

LE ULTIME PAROLE IN UN BLOG - Proprio a partire dal Texas, dal 2011 è attivo anche un blog, Last words in the chamber, e un account Twitter dove vengono raccolte le ultime frasi dei detenuti nel braccio della morte. Solo lo scorso anno, le sue pagine hanno registrato 3 milioni di visite. Presto, assicurano i curatori, il sito si occuperà anche delle dichiarazioni dei condannati negli altri stati, ma già ora le sue parole sono divenute fonte di studio per avvocati, criminologi, professori universitari oltre che lettura per i voyeur più curiosi, tristemente appassionati alle iniezioni letali in uno stato che vanta un record atroce: il Texas supera di cinque volte il secondo stato più attivo nella pena di morte, ovvero la Virginia. 

Eva Perasso
@evapear2 luglio 2013 | 17:38

Guarisce dalla polmonite, non ha più casa Se la crisi entra nelle corsie degli ospedali

Corriere della sera

Tre storie in una mattina: chi vive in strada e cerca una presa per l'aerosol, chi non può pagare un ticket da 66 euro

Giugno 2013, un ospedale milanese.

Scena 1. Corsia di ospedale. Uomo di 75 anni, plurimi e prolungati ricoveri per una lunga storia di malattia da ultimo complicata da una polmonite, ora alla fine del suo percorso di terapia con forti antibiotici. Lucido, in buone condizioni generali, ben orientato.
Medico di reparto: «Paziente dimissibile dal punto di vista medico. Ma non lo potremo dimettere». Primario: «Perché?». Medico di reparto: «Poi le spiego».

SOTTO SFRATTO - La spiegazione: «Il paziente ha avuto lo sfratto esecutivo mentre era ricoverato nel nostro reparto: cosa facciamo, lo mettiamo per strada dopo che è appena guarito da una polmonite?». Primario: «E i parenti?». Risposta: «Non ha figli e la moglie dorme da un'amica». Epilogo dopo altri 10 giorni di inutile ricovero, grazie alla disponibilità e al buon cuore di qualche medico compiacente: si trasferisce il paziente in una riabilitazione per un più o meno fittizio programma di recupero riabilitativo, nella speranza che nel frattempo si liberi una sistemazione socio-assistenziale.

AEROSOL IN OSPEDALE - Scena 2. Corridoio di un ospedale milanese. Un signore dall'aspetto normale ferma due medici intenti a camminare. Passante: «Scusate se disturbo, in questi giorni ho preso un raffreddore e sono costipato, quando sono così l'unica cosa che mi sblocca è fare l'aerosol, ho tutto con me, macchina e farmaci, in quello zainetto (indica uno zainetto appoggiato su una sedia), ma sono stato sfrattato e non ho più casa, potreste indicarmi una presa di corrente elettrica alla quale mi possa attaccare?». Medici (prima seccati - l'ennesima richiesta di informazioni, mai che mettano un servizio di informazioni efficiente per chi viene in ospedale - poi tra lo stupito e l'imbarazzato): «Guardi può provare lì, dietro quell'angolo trova una presa di corrente che dovrebbe funzionare e se si accomoda con una sedia dovrebbe riuscire a fare il suo aerosol».

IMPEGNATIVA FUORI BUDGET - Scena 3. Sportelli di accettazione ambulatoriale sempre di un ospedale milanese. Signore di mezza età, portando in mano impegnativa del medico curante: «Mi scusi, dovrei fare questo esame, ho la prenotazione per stamattina». Signorina dello sportello: «Sì, mi dia pure l'impegnativa, sono 66 euro». «Ah, capisco, senta, vado un attimo al bancomat a ritirarli, non ho contanti con me». Signorina: «Va bene, tengo tutto da parte».

Epilogo: il signore di mezza età esce dall'ospedale e non ritorna più, 66 euro sono tanti, troppi.
Queste tre scene sono tutte vere e sono avvenute tutte nella stessa mattina di giugno a Milano, non in un Paese sottosviluppato. Sono uno spaccato del nostro Paese, dove le chiese e gli ospedali sono diventati gli unici luoghi-rifugio ai quali affidarsi, quando ci si ritrova senza fissa dimora, senza tetto, semplicemente e drammaticamente poveri. Un'azienda fallita, un matrimonio andato in frantumi, uno sfratto esecutivo e la catastrofe è già qui. Sono uomini e donne come tutti noi che ci guardano negli occhi con la dignità di chi è diventato improvvisamente povero.

Sergio Harari2 luglio 2013 | 15:57

La medaglia d'oro Gianfranco Paglia «Ogni giorno rivivo l'orrore di Mogadiscio»

Il Mattino

di Andrea Ferraro


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CASERTA - «Di quel giorno ricordo tutto, fino al ferimento e all’impossibilità di comunicare con il mitragliere perché la voce non usciva. Mi sono reso conto subito di non poter muovere le gambe, ma sono stato più fortunato rispetto ai tre ragazzi morti in una missione di pace. E poi avere l’Esercito sempre al mio fianco è stata un’altra fortuna». Il 2 luglio del ’93, vent’anni fa, Gianfranco Paglia, napoletano di nascita e casertano d’adozione, allora sottotenente dei parà, rimase gravemente ferito nella battaglia di Mogadiscio, in Somalia. I miliziani, che si facevano scudo di donne e bambine, all’altezza del check point Pasta lo colpirono all’emitorace, al midollo e a una coscia mentre, dopo aver salvato alcuni militari feriti, dal mezzo cingolato coordinava l’azione del suo plotone, il «15° Diavoli Neri» del 186° Reggimento di Siena.

Perse l’uso delle gambe a 23 anni. Altri persero la vita: il sottotenente Andrea Millevoi, il sergente maggiore Stefano Paolicchi e il soldato di leva Pasquale Baccaro. Altri ventidue, invece, rimasero feriti. Ma lui, che per la sua azione in combattimento ha ricevuto la medaglia d’oro al valor militare, da allora ha sempre lottato per vivere una vita quanto più normale possibile. Una storia di coraggio, di sacrifici che ha ispirato la fiction «Le Ali». Ha continuato a prestare servizio nell’Esercito. È tornato in missione, la prima volta in Bosnia e poi in Kosovo, Iraq e Libano. Oggi è tenente colonnello alla Brigata Bersaglieri Garibaldi e neo consigliere del ministro Mauro. La scorsa legislatura è stato anche parlamentare del Pdl e poi di Fli.

Cosa ricorda di quella mattina? «Tutto. Dall’attività finalizzata a trovare armi all’intervento a sostegno dei nostri feriti; dalla morte di Pasquale Baccaro al mio ferimento; dai soccorsi al risveglio nell’ospedale americano».

Realizzò subito la gravità delle ferite?
«Sì. Le gambe non le sentivo più ma a preoccupare i medici era soprattutto il polmone perforato. Dall’Italia fecero arrivare mio zio Salvatore e mio cugino Emilio, si pensava che non ce l’avrei fatta».

Come ha reagito?
«Mi sono fatto forza. I medici americani mi avevano fatto intuire che non avrei più camminato, la certezza l’ho avuta al Celio e in Svizzera dove ho fatto riabilitazione. Quando un capo reparto mi vide con gli occhi lucidi mi disse di piangere ma non l’ho fatto perché non sarebbe servito a nulla».
Il primo desiderio al rientro in Italia?

«Chiesi un piatto di lasagne, non mangiavo da dieci giorni. Agli americani, invece, chiesi una coca cola».

E la famiglia?
«Mi è sempre stata vicina, così come Giovanna, poi diventata mia moglie. La conosco dall’età di 14 anni, nel ’93 eravamo fidanzati. Oggi abbiamo due figli: Vittoria di 11 anni e Antonio di 5».

Se in futuro i suoi figli volessero indossare la divisa, come si comporterebbe?
«Mi auguro di no, è rischioso. Da italiano sarei orgoglioso, da padre sarei preoccupato».

È cambiato qualcosa dopo la nascita dei figli?
«Sì. Nel ’99 ero tornato a lanciarmi con il paracadute e a pilotare aerei, poi ho smesso perché non era più il caso di mettere a rischio la vita per un divertimento».

Lei ha sempre sostenuto le missioni di pace...
«Spesso se ne parla senza avere l'effettiva conoscenza dello straordinario valore, dello spirito di servizio e dell'umanità che caratterizzano l'operato dei nostri militari, uomini e donne».

E la vicenda degli F35?
«Un Paese che fa missioni deve fare tutto ciò che serve per la salvaguardia dei propri soldati. Nel ’93 avevamo i giubbotti antischegge, oggi molte vite sono state salvate grazie ai giubbotti antiproiettili e ai nuovi mezzi blindati».

Qual è il suo desiderio?
«Poter tornare a Mogadiscio per deporre una corona sul luogo degli attacchi».

 
martedì 2 luglio 2013 - 09:57   Ultimo aggiornamento: 10:41

Datagate, Snowden disperato: chiede asilo alla Russia. Putin: resta se cessa di danneggiare gli Usa

Il Messaggero


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ROMA - Mosca ha confermato ufficialmente che Snowden, la talpa del Datagate, ha chiesto asilo politico in Russia, tramite il console russo all'aeroporto Sheremetevo, dove si trova in zona transito da oltre una settimana. «Ieri alle 22.30 una cittadina britannica, Sara Harrison, ha contattato la stazione consolare del ministero degli affari esteri e si è presentata come avvocato e rappresentante del cittadino americano Snowden. Ha consegnato una richiesta si asilo politico da parte di SnoWden», ha dichiarato a Interfax Kim Shevcenko, il console russo in carica all'aeroporto Sheremetevo.

Mossa disperata. Edward Snowden ha addirittura chiesto asilo politico in 15 Paesi, consegnando la lista al ministero degli esteri russo. Lo riporta il Los Angeles Times. «Si tratta di una mossa disperata dopo il no dell'Ecuador», commenta una fonte del ministero russo. La lista dei Paesi a cui Snowden si è rivolto non è stata per ora diffusa. L'incontro tra la talpa e le autorità russe sarebbe avvenuto all'aeroporto internazionale di Sheremetyevo di Mosca, dove Snowden si rifugia da giorni, da quando è arrivato da Hong Kong.

No comment di Putin. Dmitri Peskov, portavoce di Putin, ha declinato stasera di confermare o meno la notizia che Snowden ha chiesto asilo politico in Russia. «Non posso rispondere a questa domanda e non sono pronto a commentare su questo al momento», si è limitato a dire a Interfax.

Via con Maduro. Putin ha detto di non sapere nulla sull'ipotesi che Snowden possa partire con la delegazione di uno dei Paesi esportatori di gas partecipanti al forum in corso a Mosca. «Per quanto riguarda la possibile partenza di Snowden con una delegazione, non so nulla», ha tagliato corto in una conferenza stampa a Mosca. Oggi si erano diffuse voci che il presidente venezuelano Nicolas Maduro, nella capitale russa per il forum, potesse portare con sé a Caracas l'ex agente Cia.

Se Snowden vuole stare in Russia deve «cessare il suo lavoro volto a danneggiare i nostri partner americani»: lo ha detto lo stesso leader del Cremlino Vladimir Putin. «Se vuole stare qui, c'è una sola condizione: deve cessare il suo lavoro volto a danneggiare i nostri partner Usa, non importa quanto strano suoni questo detto da me», ha dichiarato in una conferenza stampa a Mosca Putin, ex colonnello del Kgb che ha guidato i servizi segreti russi Fsb) prima di arrivare al Cremlino.

Fronte Usa. Il presidente americano, Barack Obama, ha intanto ribadito come le autorità statunitensi, attraverso i normali canali delle forze di polizia, stanno lavorando per convincere la Russia ad estradare Edward Snowden, da giorni rifugiato all'aeroporto internazionale di Mosca.


Lunedì 01 Luglio 2013 - 20:00
Ultimo aggiornamento: 20:01

Saviano furbetto: la copertina della sua ultima 'fatica' è identica a quella di un altro libro. Plagio?

Libero

Il libro sulla coca del paladino dell'antimafia è simile a quella di In fondo al pozzo, romanzo del pugliese Spadavecchia. Manca solo una striscia di bianca...


Cattura
Ormai Roberto Saviano è diventato la parodia di se stesso. I suoi monologhi fiume su camorra e narcotraffico sono sempre identici a se stessi, retorici, volti più ad alimentare la sua fama di guru della lotta alla mafia che ad informare i cittadini. Al paladino dell'antimafia, insomma, dal successo di Gomorra in poi sembra mancare la dote principe per uno scrittore: la creatività. Prendete l'ultimo libro scritto da Saviano: si chiama Zerozerozero, parla di cocaina e narcotraffico, temi triti e ritriti che già verrebbe voglia di non leggerlo.

Per rendersi conto della sua mancanza di creatività, però, non serve sorbirsi tutte le 450 pagine (sic!): basta la copertina. Identica, o comunque molto simile, a quella usata dallo scrittore pugliese Domenico Spadavecchia nel suo romanzo In fondo al pozzo. Un plagio? Chi lo sa. Fatto sta la somiglianza è impressionante, l'unica differenza, tema del libro a parte, sono le strisce di coca che compaiono sulla copertina: tre nel libro di Saviano, quattro in quello di Spadaveccchia. La storia la riprende il sito de Linkiesta, che a sua volta cita un articolo del  Domenicale de Il Sole 24 Ore, che riguardo la striscia mancante si chiede: "Chi l'ha sniffata?". Già, chi?

Kyenge: rivedere norme sul reato di clandestinità

Libero


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Il ministro dell'Integrazione Cecile Kyenge puntualizza, precisa le sue affermazioni sull'abolizione del reato di clandestinità. Dopo le polemiche suscitate dalle sue affermazioni di qualche giorno fa quando aveva sottolineato come "il reato di ingresso clandestino e di soggiorno illegale dovrebbe essere abolito in sede di revisione del Testo Unico sull'immigrazione da parte dei ministeri dell'Interno e della Giustizia e dal Parlamento". La Kyenge inoltre aveva detto che il "trattenimento delle persone da espellere nei Cie dovrebbe rappresentare solo l'estrema ratio e comunque 18 mesi sono un periodo eccessivamente lungo".

Le reazioni - Parole che avevano scatenato moltissime reazioni, forse anche per questo oggi, lunedì primo luglio, il ministro è tornato sulla questione. Lo ha fatto a Bologna, intervenendo a un convegno sull'immmigrazione organizzato dalla Regione Emilia Romagna. Il ministro ha spiegato che la sua posizione "è quella di cercare, prima di tutto, di recepire bene le normative europee". Ed ha puntualizzato poi che qualunque progetto in questo senso deve essere discusso con il ministro dell’Interno. "In generale per quanto riguarda l' immigrazione - ha concluso Kyenge - il mio ministero deve seguire la via dell’accoglienza e dell’integrazione per cui deve dare un’opportunità alle persone di cominciare un percorso di inclusione all’interno della società". Insomma, una retromarcia, uno smussamento delle posizioni che tanto avevano fatto discutere.

Il passo indietro - . "Il punto - ha puntualizzato il ministro - è individuare quale modello potrebbe essere adatto per l'Italia".   Kyenge ha poi chiarito che "pur non essendo tra le priorità di Governo", questo tema è affrontato, dal suo ministero, in termini di "semplificazione" burocratica ad esempio per quanto riguarda il diritto di cittadinanza dei neomaggiorenni.  Per quanto riguarda lo stato dell’iter legislativo sullo ius soli, il ministro ha spiegato che "la settimana scorsa, per la prima volta, sono state affrontate nella commissione Affari costituzionali, le diverse proposte di legge depositate in Parlamento da tutte le forze politiche".

Le offese  La kyenge, poi si sofferma sugli insulti ricevuti via facebook da una consigliera comunale leghista di Bologna: "Gli insulti quando vengono fatti non sono indirizzati alla sottoscritta ma prima di tutto alle istituzioni e poi anche ad ogni cittadino. Per cui non li considero strettamente personali ma vanno al di là della persona".-

Gli amputarono il braccio durante la guerra Ex vietcong lo recupera 47 anni dopo

Corriere della sera

Nel '66 un medico operò Nguyen Quang Hung e conservò l'osso del braccio amputato. Ora lo ha restituito al suo "proprietario"

Cattura
Il dottor Sam Axelrad e Nguyen Quang Hung si sono incontrati per la prima volta nel 1966, durante la guerra in Vietnam. Il primo era un medico al seguito delle truppe Usa. Il secondo un vietcong, un soldato nordvietnamita che combatteva contro le truppe Usa, per Sam Axelrad un «nemico». Hung fu ferito e catturato dagli statunitensi durante una battaglia vicino a An Khe e poi portato in un ospedale da campo. Il dottor Sam Axelrad gli amputò il braccio, a rischio cancrena, e Hung rimase in convalescenza per qualche tempo. Poi scomparve. A distanza di 47 anni l'ex medico Usa è riuscito a trovare e incontrare di nuovo l'ex paziente per consegnargli qualcosa che aveva conservato con cura e amore per tutto questo tempo: le ossa del suo braccio.

UNA LUNGA RICERCA - «Dopo l'amputazione - racconta sul sito della Bbc l'ex medico Sam Alexander - i miei collaboratori ripulirono le ossa e le rimisero insieme, perfettamente. Quando lasciai il campo non ebbi il coraggio di gettarle . Mi ricordavano l'ottimo lavoro svolto, come medico, per salvare un soldato anche se nemico». Per questo motivo Sam Alexander decise di tenere quel braccio con se e provare, un giorno, a restituirlo al suo proprietario. Così nel 2011, durante un viaggio in Vietnam, Alesander ha iniziato la sua ricerca. La strana vicenda non è passata inosservata, alcuni giornali locali hanno raccontato la storia e alla fine la notizia è arrivata anche al diretto interessato.

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RIUNITI - In questi giorni Sam Axelrad e Nguyen Quang Hung si sono di nuovo incontrati e l'ex medico ha consegnato all'ex paziente le ossa del suo braccio. «Sono molto felice di riavere quella parte del mio corpo di nuovo con me dopo quasi mezzo secolo - ha commentato soddisfatto Hung - Queste ossa sono la prova del mio contributo alla guerra. Mi considero molto fortunato ad essere ancora vivo mentre molti dei miei compagni hanno perso la vita». Hung ha confessato che terrà i resti del braccio a casa, in una teca di vetro, e che quando morirà si farà seppellire con loro. Nel frattempo, spiega, spera che la «reliquia» lo aiuterà ad avere una pensione da veterano, dato che tutti i documenti sulla sua partecipazione alla guerra sono andati perduti.

Be. Mon.1 luglio 2013 (modifica il 2 luglio 2013)

Vent’anni dopo la stessa Somalia “La fuga italiana è stata un errore”

La Stampa

Il 2 luglio del 1993 nella battaglia di Mogadiscio morirono tre nostri militari (36 feriti). Il sopravvissuto: «Oggi il Paese è il regno dei pirati»

francesco grignetti


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Era il 2 luglio di venti anni fa. A Mogadiscio c’era una missione militare sotto guida dell’Onu, la Somalia veniva da tre anni di guerra civile e di carestia, la comunità internazionale provò a mettere pace tra i clan. Quell’intervento di “peace keeping”, però, si trasformò rovinosamente in guerra tra i Caschi Blu e una delle fazioni, quella guidata dal signore della guerra Aidid, il padrone di Mogadiscio che già all’epoca cercava il sostegno degli integralisti islamici. Il 5 giugno un contingente pakistano cadde in trappola cercando di chiudere la radio di Aidid da dove si lanciavano proclami incendiari.

L’Onu dichiarò Aidid un criminale di guerra. Cominciarono i rastrellamenti. Gli scontri a fuoco. Gli agguati. E il 2 luglio toccò agli italiani. Passerà alla storia come la battaglia del Pastificio. Dopo un’intera giornata di combattimenti, tra gli italiani c’erano 3 morti e 36 feriti. Morì anche un numero imprecisato di miliziani somali, tra i 60 e i 100. Ma era, appunto, il 2 luglio 1993. In quei giorni il governo Ciampi trattava con i sindacati e l’attenzione degli italiani era rivolta solo ed esclusivamente alla concertazione. 

Pochi giorni prima della battaglia, il 20 giugno, l’ambasciatore Enrico Augelli, ultimo diplomatico europeo presente in Somalia, rientrò in Italia di corsa. Era sconfortato. “Quando la parola passa alle armi – disse – la sfera d’azione dei diplomatici si riduce drasticamente”. Aveva provato a mediare fino all’ultimo. E soprattutto a salvaguardare il profilo di neutralità dei Caschi Blu, in primis quelli italiani. Invece le cose erano andate diversamente. Gli americani si erano convinti che bisognava arrestare Aidid. E l’Onu con loro. “L’azione militare ha rotto certi equilibri – disse ancora Augelli – e con i blitz ci inimichiamo metà Somalia”. 

Aveva visto giusto. Ma in Italia si sottovalutò il pericolo. Quello stesso giorno, i giornalisti furono convocati allo stato maggiore dell’Esercito, per assistere all’audioconferenza tra il capo di stato maggiore, generale Goffredo Canino, e il generale dei paracaduti Bruno Loi che comandava il nostro contingente a Mogadiscio. I toni erano scherzosi. L’arresto di Aidid sembrava una facile gara. “Vi suggerisco – così Canino concluse la telefonata – un nome all’operazione: Vispa Teresa. Buon lavoro. Vi auguro di acchiappare le “farfalle” che cercate”. 

Il 2 luglio i nostri iniziarono all’alba il rastrellamento nel quartiere del Pastificio. Divisi in due colonne, con blindati ed elicotteri, una colonna di paracadutisti e un’altra di cavalleria, con supporto di carabinieri e forze speciali, s’inoltrarono in un quartiere tra i più tradizionalisti della città. Le cose sembrarono andare bene per qualche ora. E quando venne l’ordine di rientrare, le due colonne si separarono: i paracadutisti diressero verso Balad, al Nord; gli altri verso il vecchio porto dove c’era un nostro compound blindato. Fu allora che scattò la trappola.

I paracadutisti si trovarono imbottigliati tra le stradine del quartiere, dove d’improvviso erano state erette barricate con donne e bambini davanti, e uomini armati che sparavano da dietro, cecchini, gente sui tetti che sparava con mitragliere e razzi. Uno scenario che chiunque abbia visto il film “Black Hawk down” ha ben presente. Un inferno. Dato che c’erano in strada donne e bambini, i nostri non furono autorizzati all’uso dei cannoni. La battaglia avvenne soprattutto con fucili e mitragliatrici.

La colonna Bravo rimase bloccata. La colonna Alfa, che nel frattempo era tornata alla base, uscì precipitosamente. “Insieme agli incursori del “Col Moschin”, i carabinieri si aprirono combattendo la strada verso l’obiettivo: forzarono le barricate che erano state poste lungo il percorso e snidarono cecchini e tiratori somali. Giunti sul posto, effettuarono una pericolosa azione di rastrellamento dell’area”, così ricorda i fatti il sito Internet dell’Arma.

C’erano anche i carristi nella colonna di soccorso: il sottotenente Andrea Millevoi, comandante di un plotone di blindo Centauro, venne colpito da un cecchino mentre si sporgeva dal suo mezzo per dirigere il fuoco della mitragliera. L’arrivo dei nuovi mezzi corazzati permise però ai soldati sotto il fuoco di sganciarsi. Nel frattempo restavano colpiti a morte il sergente incursore Stefano Paolicchi e il caporale di leva Pasquale Baccaro. Tutti e tre avranno la medaglia d’oro. 

Tanti i feriti. Apparve subito gravissimo il sottotenente dei paracadutisti Gianfranco Paglia, medaglia d’oro, da allora costretto a una sedia a rotelle, parlamentare nella scorsa legislatura. “Tra noi che abbiamo partecipato alla battaglia del 2 luglio – racconta – ci sentiamo come fratelli. Da allora, con molti colleghi, i feriti e i familiari delle vittime, non abbiamo mai smesso di sentirci. La mamma di Andrea Millevoi, per dire, è stata la madrina di battesimo di mia figlia”.

Paglia torna sulla storia con molta commozione. Ma anche con rabbia. “La missione in Somalia, secondo me, insegna che quando si decide un intervento bisogna crederci fino in fondo. Fu un errore la fuga nel 1994. Da allora la Somalia è andata sempre peggio: è il regno dei pirati, una base terroristica a cielo aperto. E alla fine la comunità internazionale è stata costretta a intervenire di nuovo. Oggi a Mogadiscio ci sono le truppe dell’Unione africana e c’è anche, di nuovo, un drappello di paracadutisti che sono lì ad addestrare il futuro esercito nazionale somalo”.

Per la cronaca: la battaglia al Pastificio innescò una furibonda polemica tra italiani e Nazioni Unite, noi mollammo Mogadiscio e ci concentrammo sull’area rurale di Balad; il 3 ottobre toccò agli americani cadere in trappola (ed è la storia raccontata nel film), furono uccisi 19 soldati americani e oltre 1000 miliziani; due settimane dopo il presidente Bill Clinton ritirò il contingente Usa. Ma la guerra civile non cessò. Aidid fu ucciso in un agguato nel 1996. 

Twitter tradotto da Bing, più facile “cinguettare” in tutto il mondo

La Stampa

La conferma dei test al nuovo servizio è arrivata dal sito di micro blogging

New York

Cattura
La conferma arriva direttamente da Twitter: il sito di micro blogging sta testando un sistema per la traduzione automatica dei «cinguettii» attraverso il motore di ricerca Bing, di Microsoft. Una volta a regime, il sistema mostrerà un tweet nella lingua originaria con la relativa traduzione riportata più sotto in caratteri di dimensioni più piccole. La traduzione verrà accompagnata dalla scritta «Bing translator». «Per permettere alle persone nel mondo di connettersi con più facilità, stiamo iniziando a sperimentare traduzioni di tweet», ha spiegato un portavoce del social network a AllThingsD , parte del Wall Street Journal.

(TMNews)