sabato 29 giugno 2013

Moro, le rivelazioni di un artificiere “Quando arrivò la chiamata delle Br avevamo già scoperto il cadavere”

La Stampa

Vitantonio Raso fu il primo a recarsi in via Caetani: «Cossiga e gli altri sembrava che sapessero già tutto»



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La morte di Aldo Moro non è ancora una questione per gli storici. Vitantonio Raso, il giovane antisabotatore che arrivò per primo in Via Caetani, rivela all’Ansa e al sito vuotoaperdere.org che la sua opera fu richiesta ben prima delle 11 del 9 di maggio e che arrivò davanti alla R4 amaranto in via Caetani poco dopo quell’ora.

In un suo recente libro («La bomba umana») Raso aveva lasciato indeterminata la questione degli orari che ora chiarisce dopo 35 anni. La questione è rilevante perché la telefonata delle Br (Morucci e Faranda) che avvertiva dell’uomo chiuso nel bagagliaio della macchina è delle 12.13. Non solo: Francesco Cossiga e un certo numero di alti funzionari assistettero, ben prima delle famose riprese di Gbr che sono state girate a cavallo delle 14, alla prima identificazione del corpo fatta proprio da Raso.

 

La morte di Aldo Moro: la telefonata delle Br (29/06/2013)



Cossiga si recò quindi due volte in via Caetani. La R4 fu ripetutamente aperta dai due sportelli laterali come testimoniano le foto a corredo di questa inchiesta. «Quando dissi a Cossiga, tremando, che in quella macchina c’era il cadavere di Aldo Moro, Cossiga e i suoi non mi apparvero né depressi, né sorpresi come se sapessero o fossero già a conoscenza di tutto», dice Raso. «Ricordo bene che il sangue sulle ferite di Moro era fresco. Più fresco di quello che vidi sui corpi in Via Fani, dove giunsi mezz’ora dopo la sparatoria’’.

Raso fornisce la prova che le cose il 9 di maggio non andarono come finora si è raccontato: «Sono ben consapevole. La telefonata delle Br delle 12.13 fu assolutamente inutile. Moro era in via Caetani da almeno due ore quando questa arrivò. Chi doveva sapere, sapeva. Ne parlo oggi per la prima volta, dopo averne accennato nel libro, perché spero sempre che le mie parole possano servire a fare un po’ di luce su una vicenda che per me rappresenta ancora un forte choc. Con la quale ancora non so convivere’’. Raso non è mai stato interrogato.

Dalla sparatoria in mare al carcere Tutte le tappe della vicenda dei marò

La Stampa

Oltre un anno fa l’incidente avvenuto in acque internazionali


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Massimiliano Latorre e Salvatore Girone non faranno rientro in India alla scadenza del permesso di quattro settimane concesso loro il mese scorso dalla Corte Suprema di Nuova Delhi. Le tappe fondamentali del caso dei due fucilieri del Reggimento San Marco:

- 15 febbraio 2012: due pescatori indiani, Valentine Jalstine e Ajesh Binki, vengono uccisi da colpi di arma da fuoco a bordo della loro barca al largo delle coste del Kerala. Della loro morte vengono accusati i due maro’ in servizio anti-pirateria sulla petroliera Enrica Lexie, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, che però sostengono di aver sparato in aria come avvertimento. Inoltre, il fatto sarebbe avvenuto in acque internazionali a sud dell’India.

- 19 febbraio 2012: i due marò vengono fermati: per il governo indiano non vi sono dubbi che trattandosi di un peschereccio indiano e di due vittime indiane ’’debba prevalere la legge della territorialità’’, mentre per l’ambasciatore Giacomo Sanfelice e per la missione interministeriale era evidente che l’episodio, avvenuto su una nave battente bandiera italiana ed in acque internazionali, dovesse essere sottratto all’autorità’ di New Delhi.

- 20 febbraio 2012: il placido villaggio di Kollam, nel cuore dello stato indiano del Kerala, si trasforma in un’arena violenta e carica di rancore contro l’Italia. Latorre e Girone giunti da Kochi per l’avvio del procedimento giudiziario, sono accolti da una folla inferocita di militanti politici al grido di “Italiani mascalzoni, dateci i colpevoli’’, “giustizia per i nostri pescatori’’ e “massima pena per i marines italiani’’. 

- 24 marzo 2012: «E’ stato un atto di terrorismo»: l’osservazione choc dell’Alta Corte del Kerala ria riaccende la tensione sul controverso caso giudiziario che divide Italia e India.

- 10 aprile 2012: in attesa del rapporto ufficiale, dall’India rimbalza la notizia che la perizia balistica sarebbe sfavorevole a Latorre e Girone. Un responsabile del laboratorio di Trivandrum rivela che i proiettili sarebbero compatibili con due mitragliatori usati dai fucilieri italiani a bordo della petroliera “Enrica Lexie”.

- 5 maggio 2012: dopo 80 giorni di sosta forzata al largo del porto di Kochi, nel sud dell’India, la petroliera Enrica Lexie salpa dopo aver ottenuto gli ultimi permessi dalle autorita’ locali. La nave leva le ancore e fa rotta sullo Sri Lanka con 24 uomini di equipaggio e quattro militari dell’unita’ anti pirateria. Ovviamente mancano all’appello Latorre e Girone.

- 13 maggio 2012: il sottosegretario agli Esteri, Staffan De Mistura, torna in India per proseguire l’azione di pressing per il rilascio di Latorre e Girone. «Sono ottimista – dice -: non c’e’ alternativa alla liberazione. Non molleremo mai».

- 25 maggio 2012: dopo aver passato quasi tre mesi nel carcere indiano di Trivandrum, capitale dello Stato federale del Kerala, i due fucilieri della Marina vengono trasferiti in una struttura a Kochi e viene loro concessa la libertà su cauzione, con il divieto di lasciare la città.

- 20 dicembre 2012: viene accolta la loro richiesta di un permesso speciale per trascorrere in famiglia le festività natalizie in Italia, con l’obbligo di tornare in India entro il 10 gennaio. Il 22 dicembre atterrano a Roma, per ripartire alla volta di Kochi il 3 gennaio.

- 18 gennaio 2013: la Corte Suprema indiana stabilisce che il governo del Kerala non ha giurisdizione sul caso e dispone che il processo venga affidato a un tribunale speciale da costituire a New Delhi.

- 22 febbraio 2013: la Corte Suprema indiana concede ai due fucilieri di tornare in Italia per quattro settimane per votare.

- 9 marzo 2013: con notevole ritardo sui tempi previsti, il governo indiano avvia a New Delhi le procedure per la costituzione del tribunale speciale.

- 11 marzo 2013: l’Italia decide che Latorre e Girone non rientreranno in India il 23 marzo come previsto perché New Delhi ha violato il diritto internazionale. Roma si dice però disponibile a giungere ad un accordo per una soluzione della controversia, anche attraverso un arbitrato internazionale o una risoluzione giudiziaria.

- 12 marzo 2013: sale la tensione: New Delhi convoca l’ambasciatore italiano, Daniele Mancini, esigendo il «rispetto delle leggi». Il giorno successivo il premier indiano Manmohan Singh minaccia «seri provvedimenti» e si dimette in India l’avvocato difensore dei marò, Haris Salve.

- 14 marzo 2013: la Corte Suprema indiana ordina all’ambasciatore Mancini di «non lasciare l’India». Interviene Napolitano, che auspica una soluzione «amichevole basata sul diritto internazionale», come indicato anche dal segretario generale Onu Ban e dalla Ue. Tre giorni dopo la Corte Suprema indiana decide quindi di non riconoscere più l’immunità diplomatica di Mancini. L’Italia reagisce accusando l’India di «evidente violazione della Convenzione di Vienna».

- 20 marzo 2013: la procura militare di Roma, sentiti i marò, riferisce che i due sono indagati per «violata consegna aggravata», per accertare se siano state violate le regole d’ingaggio nella vicenda dei pescatori uccisi in India.

- 21 marzo 2013: è il giorno della svolta. Palazzo Chigi annuncia: i due marò tornano in India, precisando che in cambio è stata ottenuta da Delhi assicurazione scritta sul trattamento sulla tutela dei diritti dei due militari. De Mistura precisa che l’India ha garantito che non ci sarà la pena di morte.

- 22 marzo 2013: Latorre e Girone arrivano in India con De Mistura e si trasferiscono all’ambasciata italiana a Delhi. Il ministro degli esteri indiano, Salman Kurshid, dichiara in parlamento: «Il loro processo in India non rientra nei casi in cui è prevista l’applicazione della pena di morte».

- 25 marzo 2013: costituito a New Delhi il tribunale «ad hoc» per giudicare i due militari, che ha potere di imporre pene solo fino a 7 anni di carcere. Latorre in un’email scrive ai politici italiani: «Unite le forze e risolvete questa tragedia».

- 26 marzo 2013: il ministro degli Esteri Terzi annuncia in Parlamento le sue dimissioni, perché «in disaccordo con la decisione di rimandare i due marò in India».

Cane veglia il corpo del padrone per 15 giorni: «Non ci faceva avvicinare»

Il Mattino


CAGLIARI - Storia di amore e fedeltà a Cagliari, dove per 15 giorni un cane meticcio ha vegliato il cadavere del padrone anziano morto nel sonno. Lo ha vegliato senza mai abbandonarlo fino a quando i veterinari dell'Asl non lo hanno catturato. 


CatturaIl meticcio di piccola taglia è rimasto accanto al corpo del padrone, un uomo di 70 anni, deceduto nella sua abitazione, un alloggio comunale, nel quartiere Sant'Elia a Cagliari per quasi due settimane. L'animale, abbaiando e ringhiando, non ha consentito ai Carabinieri e ai Vigili del fuoco di avvicinarsi al corpo dell'anziano, ormai in avanzato stato di decomposizione.

Solo con l'arrivo dei veterinari il cagnolino è fuggito, andando a rifugiarsi a casa dei vicini che adesso si stanno prendendo cura di lui. L'episodio è avvenuto alcuni giorni fa. I militari sono intervenuti a Sant'Elia dopo le segnalazioni di alcuni residenti che non vedevano da giorni il 70enne. Dopo aver bussato ripetutamente alla porta dell'abitazione dell'anziano hanno richiesto l'intervento dei Vigili del fuoco che, sfondata una finestra, hanno fatto la macabra scoperta.

Il cagnolino nonostante l'arrivo dei carabinieri e dei vigili non ha abbandonato il suo padrone, rimanendo accanto al letto sino all'arrivo dei veterinari. Qualche ora dopo i carabinieri - ha reso noto il quotidiano L'Unione sarda - sono nuovamente dovuti intervenire a S.Elia per sedare una lite. Quattro famiglie stavano discutendo in strada per accaparrarsi, occupandolo abusivamente, l'appartamento del pensionato trovato cadavere. I militari hanno sedato la lite. Per evitare l'occupazione abusiva dell'alloggio comunale ora è controllata da una guardia giurata.

 
sabato 29 giugno 2013 - 13:17   Ultimo aggiornamento: 13:18

E’ morta l'astrofisica Magherita Hack

Corriere della sera

Aveva 91 anni, da una settimana era ricoverata a Trieste per problemi cardiaci

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È morta la notte scorsa a Trieste all'ospedale di Cattinara l'astrofisica Margherita Hack. Aveva compiuto 91 anni lo scorso 12 giugno, da una settimana era ricoverata nella struttura triestina per problemi cardiaci di cui soffriva da tempo. Accanto a lei il marito Aldo, con la quale era sposata da 70 anni. Tatiana, la persona che l'assisteva da tempo. La giornalista Marinella Quirico, amica personale, ricorda così gli ultimi giorni: «Sono stati sereni, i problemi di salute che aveva erano pesanti ma li viveva con leggerezza assoluta».

 È morta Margherita Hack, addio alla signora delle stelle È morta Margherita Hack, addio alla signora delle stelle È morta Margherita Hack, addio alla signora delle stelle È morta Margherita Hack, addio alla signora delle stelle È morta Margherita Hack, addio alla signora delle stelle

FRA SCIENZA E POLITICA- Margherita Hack era nata a Firenze nel 1922. La laurea in fisica nel 1945. Fino al 1992 ha insegnato astronomia all'Università di Trieste. Convinta atea - pare che la prima e l'ultima volta che entrò in chiesa fu nel giorno del matrimonio con Aldo che aveva conosciuto ai giardini quando era una bambina-, diceva di preferire il protone al paradiso. Per più di vent'annoi ha diretto l'osservatorio astronomico di Trieste, contribuendone al rilancio internazionale. Da sempre in prima linea nella divulgazione scientifica, Margherita Hack vince il Premio Linceo dell'Accademia dei Lincei nel 1980. Vegetariana, animalista, appassionata di bicicletta, due anni fa pubblicò: «I miei primi novant'anni laici e ribelli». Ha collaborato con la Nasa e con l'Agenzia Spaziale Europea. Per i 91 anni aveva ricevuto una torta al cioccolato a sorpresa, il suo dolce preferito. A volte spigolosa, la Hack ha non ha mai nascosto la sua grande passione per la politica: più volte candidata, nel 2006 venne eletta alla Camera con il Partito dei Comunisti Italia, ma lasciò il seggio per tornare a occuparsi di astronomia.

29 giugno 2013 | 12:14







Margherita Hack, la visione atea e di sinistra dell’astrofisica

Corriere della sera

Prima donna in Italia a dirigere un osservatorio astronomico. Per 28 anni docente di astronomia a Trieste
«È l’icona del pensiero libero e dell’anticonformismo»
(Umberto Veronesi)


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Nata a Firenze il 12 giugno 1922, Margherita Hack per 28 anni (1964-1992) è stata titolare della cattedra di astronomia all’Università di Trieste. È stata la prima donna in Italia a dirigere un osservatorio astronomico, quello della città giuliana, che proprio grazie alla sua opera riuscì a ottenere fama internazionale. Membro dell’Accademia nazionale dei Lincei, ha fatto parte dei gruppi di lavoro dell’Ente spaziale europeo (Esa) e della Nasa. Nel dicembre 2012 rinunciò a un'operazione a rischio al cuore anche per far risparmiare lo Stato sull spese sanitarie.

VITA E STUDI – Le sue posizioni su etica, politica e religione sono state molto influenzate dai genitori: il padre Aldo, di religione protestante e di professione contabile, e la madre, cattolica e miniaturista presso la Galleria degli Uffizi, entrambi antifascisti, vegetariani e critici con le rispettive religioni, tanto da abbracciare le dottrine teosofiche. Margherita Hack è stata da sempre vegetariana («Non ho alcun merito a essere vegetariana», ammise, «lo sono dalla nascita»), animalista convinta, atea e di sinistra. Brava in atletica leggera: giurò fedeltà al regime fascista solo per partecipare e vincere una medaglia ai Littoriali del 1941 («Fu un atto di viltà, ma prevalsero la festa e l’orgoglio»). Riuscì a laurearsi in astronomia a Firenze soltanto a guerra finita nel 1945. Conobbe il futuro marito, Aldo, a 11 anni e si ritrovarono all’università in facoltà diverse. Si sposarono nel 1944 e da allora rimasero sempre insieme.

Ottenne il primo lavoro a Milano nel 1947 presso un’industria ottica, ma l’anno dopo ritornò a Firenze ed entrò in ambito universitario. Nel 1950 passò in ruolo e nel 1954 ottenne la libera docenza. Si trasferì in Lombardia all’Osservatorio di Merate e iniziò la collaborazione con gli istituti di ricerca in astrofisica di importanti università come Princeton, Parigi, Utrecht. Nel 1964 ottenne la cattedra di astronomia a Trieste. Nel corso delle sue ricerche si è occupata di atmosfera, evoluzione e classificazione spettrale delle stelle.

DIVULGAZIONE E POLITICA – Margherita Hack, però, al di fuori dall’ambito scientifico, è divenuta nota al grande pubblico per le sue capacità divulgative in una materia difficile come l’astrofisica e per il suo impegno politico e sociale, che non è mai venuto meno fino all’ultimo con il suo forte accento fiorentino. Già negli anni Cinquanta iniziò a collaborare in ambito scientifico con alcuni quotidiani, numerosi i suoi libri di divulgazione astronomica negli anni Sessanta, poi ripresi negli anni Ottanta fino alle sue opere più note:

Una vita tra le stelle (1995) e L’amica delle stelle (1995) che sono anche la sua autobiografia, e il pamphlet Libera scienza in libero Stato. Nel 1978 fondò il mensile L’Astronomia, la principale rivista del settore in Italia, poi ha diretto la rivista Le Stelle. Candidata ed eletta più volte (comunali Trieste 1993, regionali Lombardia 2005, politiche 2006 alla Camera, regionali Lazio 2010) in varie liste di sinistra radicale, ha sempre rinunciato al seggio dopo l’elezione; candidata anche alle Europee 2009 non venne eletta perché la lista non superò la soglia di sbarramento.

IMPEGNO SOCIALE - Ha preso posizioni contro le centrali nucleari (ma a favore della ricerca sul nucleare), a favore dei diritti civili degli omosessuali, del diritto all’aborto, all’eutanasia (caso Englaro), per la ricerca sulle staminali embrionali appoggiando l’associazione Luca Coscioni, e per il testamento biologico. È stata presidente onorario dell’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti e garante scientifico del Cicap (Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sul paranormale). Nel 2009 scrisse una lettera aperta su Micromega invitando l’allora premier Silvio Berlusconi a farsi processare e non impiegare il Parlamento allo scopo di evitare i giudici.

Paolo Virtuani
29 giugno 2013 | 11:35

Caso Orlandi, la pista dello Ior: «Ecco perché Emanuela non fu liberata»

Corriere della sera

Il superteste Accetti: pressioni su Agca e finanza vaticana. «Ci dissero: tenetela, è saltato l'accordo sulla banca»


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ROMA - Emanuela Orlandi non fu liberata subito, come nei piani del gruppo che la prelevò davanti al Senato il 22 giugno 1983, a causa di fatti «non preventivati» che fecero «precipitare la situazione». Doveva tornare presto a casa ma fu «trattenuta», con il risultato di trasformare un «finto sequestro» in un giallo infinito. Marco Fassoni Accetti, il fotografo che ha raccontato di aver partecipato al sequestro Orlandi e di essere stato uno dei telefonisti (la perizia fonica è in corso), ieri è stato nuovamente convocato a Piazzale Clodio.

Il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo lo ha interrogato per ore alla presenza dell'avvocatessa Maria Calisse. Un confronto serrato, soprattutto nei frangenti in cui il magistrato ha tentato di mettere punti fermi sui nomi di complici e avversari del gruppo («formato da laici ed ecclesiastici, con il supporto di fiancheggiatori della Stasi») in cui Accetti sostiene di aver militato. E che il superteste aveva coinvolto nelle dichiarazioni del maggio scorso, quando sostenne che l'accordo firmato dallo Ior sul crack Ambrosiano nel 1984 fu dettato dal ricatto dei sequestratori. 

«Io non faccio chiamate in correità - insiste il superteste - fornisco il contesto e numerosi riscontri». Un quadro dettagliato, questo è certo. Il «nucleo di controspionaggio» avrebbe rapito la Orlandi e Mirella Gregori (46 giorni prima) per compiere pressioni per conto di ecclesiastici «orientati in senso progressista». Due gli obiettivi: indurre Alì Agca a ritrattare le accuse ai bulgari di complicità nell'attentato al papa (in cambio di una sua futura liberazione) e colpire lo Ior di Marcinkus.

«Nostra controparte - specifica Accetti - erano persone legate all'avvocato Ortolani (poi condannato per il crak Ambrosiano, ndr ) e altre vicine a Thomas Macioce (uomo forte dello Ior negli anni '80, ndr )». La guerra all'ombra del Vaticano, quindi, troverebbe nuovi spunti. Emanuela «doveva tornare a casa in 24 ore», ma ciò fu impedito «prima perché il 23 giugno non avevamo in mano la denuncia di scomparsa da produrre in fotocopia ad Agca». E questo trova riscontro: la famiglia fu invitata a non sporgere subito denuncia al Collegio romano, nella speranza di una «scappatella».

In un secondo momento - e siamo al 24-25 giugno - «perché ci arrivò voce che la commissione bilaterale tra Stato vaticano e italiano per esaminare la situazione dello Ior, fissata al 30 giugno, non sarebbe arrivata a un accordo». «E' bene tenerle», sarebbe stato l'ordine impartito da non meglio precisati ambienti agli esecutori dei sequestri.

E ancora, deflagranti, altri due eventi: l'appello del 3 luglio di papa Wojtyla, che diede al caso rilievo planetario, e il rilancio delle accuse ai bulgari da parte di Agca, l'8 luglio, al grido di «Sono lo strumento del Kgb!». Terrorismo, tensioni politiche e scandali finanziari, insomma, si intrecciano col destino di due ragazze scomparse ai tempi della guerra fredda. Il tutto mentre - corsi e ricorsi della storia - lo Ior, per effetto degli arresti scattati venerdì 28 giugno, è tornato nella bufera.

Fabrizio Peronaci
29 giugno 2013 | 12:45

Addio Google Reader! Ecco le migliori alternative

Quotidiano.net

di Roberto Colombo , pubblicato il 28 Giugno 2013 nel canale Web


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“Google Reader finirà i suoi anni di onorato servizio domenica: da lunedì 1° luglio gli utenti rimarranno orfani del più noto lettore RSS. Se non l'avete ancora trovata vi proponiamo una panoramica delle migliori alternative”

R.I.P. Google Reader




Dopo anni di onorato servizio Google ha deciso di congedare, senza grandi onori come già avvenuto per altri servizi in passato, il suo reader di feed RSS, Google Reader. Molto utilizzato da una ampia fetta di utenti probabilmente ha visto calare drasticamente il numero delle nuove sottoscrizioni negli ultimi anni, quando gli aggregatori di news mobile hanno catalizzato maggiormente l'attenzione dei 'consumatori di notizie'.



Anche la strategia di Google probabilmente punterà a travasare utenti verso servizi mobile come Currents, dove il colosso di Mountain View ha più controllo sulle notizie che vengono visualizzate dagli utenti. Google Reader era stato presentato in versione beta nell'ottobre del 2005 attraverso lo strumento Google Labs, fucina delle novità del colosso californiano. Circa due anni dopo era uscita dalla fase beta.



Ora a circa sei anni di distanza arriva il momento del pensionamento, notizia che ha colto molti di sorpresa e gettato alcuni nel panico. Per quelli presi dal panico la prima mossa è sicuramente quella di salvare tutti i feed tramite Google Takeout, il servizio che permette il download di un archivio con i dati di tutti i servizi Google e di una selezione di essi. Per chi fosse alla ricerca di alternative a Google Reader da utilizzare la lista può essere abbastanza lunga: prima di scegliere il proprio nuovo RSS reader è forse necessario fermarsi a riflettere sul tipo di utilizzo che si è fatto fino ad ora del programma e i possibili sviluppi futuri in chiave mobile. Alcuni dei reader alternativi sono già pronti per l'esperienza mobile, altri, come lo stesso Google Reader, che era presente come app, ma con un'esperienza d'uso inferiore alla versione desktop, sono più legati alla fruizione su PC.




Le alternative a Google Reader





Feedly: Feedly è certamente una delle alternative che in questo lasso di tempo dall'annuncio del pensionamento di Google Reader ha maggiormente catalizzato l'attenzione del grande pubblico e di tutti quelli alla ricerca di una alternativa. La possibilità di fare il login con le proprie credenziali Google e avviare direttamente l'importazione dei propri feed è stata una delle mosse maggiormente azzeccate da Feedly, che così ha conquistato gli utenti alla ricerca di una soluzione con un passaggio semplice e indolore. L'interfaccia è pulita ed essenziale sia sul monitor di casa sia sul display del telefonino iOS o Android.




The Old Reader: Anche in questo caso è possibile importare i propri feed salvati su Google Reader, ma la procedura è meno immediata: è necessario recuperare il file OPML dalle impostazioni di Google Reader, salvarlo sul PC e poi caricarlo su The Old Reader. Essenzialità è una delle parole chiave di questo RSS reader, con interfaccia pulita anche se colorata e impostazioni scarne e semplici. Al momento è adatto a chi utilizza i feed RSS su PC in quanto la versione mobile non è ancora disponibile, ma è molto indirizzata invece agli amanti dei social, in quanto sono molte le possibilità di condivisione dei contenuti più interessanti che appaiono tra i nostri feed.




NetVibes: Niente app anche per questo servizio che però si fa perdonare per una versione desktop davvero ricca di possibilità di personalizzazione, offrendo, ad esempio, l'opportunità di creare dei widget personalizzati per alcuni feed di particolare interesse. I widget sono liberamente posizionabili all'interno dell'interfaccia, per avere sempre sott'occhio i feed RSS di maggiore interesse. Le versioni sono tre: Basic è gratis, VIP richiede un abbonamento da $3,5 al mese, mentre la versione Premium con servizi di analisi e notifica, adatta alle aziende e ai grossi servizi, ha un prezzo di ben $499 al mese.




NewsBlur: Disponibile in versione web, iOS e Android, questo lettore di feed RSS è gratis fino a 64 siti, mentre per accedere a un numero più ampio di sottoscrizioni richiede un abbonamento: l'account premium costa 24$ all'anno. Le possibilità di personalizzazione, con categorie ed etichette sono molto ampie ed è interessante la possibilità di creare un Blurblog, in cui inserire le notizie di maggiore interesse da mostrare agli altri, creando la nostra personale rassegna stampa.




Pulse: Pulse è il lettore RSS che più si stacca dall'approccio che si è affermato con Google Reader, seguendo invece quello più visuale che molti siti hanno deciso di implementare. Con Pulse la bacheca dei feed RSS si popola di immagini e l'algoritmo del servizio si occupa di piazzare in alto le notizie che dovrebbero corrispondere al meglio ai nostri interessi. Pulse offre versione web, Android e iOS.




Newsvibe: Questa è forse una delle alternative più semplici ed essenziali, senza integrazioni con app o social network. Minimalista nel design e nelle funzioni è adatto chi ama semplicità e pulizia.

New York, addio ai mitici “bottoni” del Metropolitan

La Stampa

Troppo cari, il museo torna ai biglietti di carta

maurizio molinari
corrispondente da new york


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È l’assalto dei newyorchesi ai botteghini del Metropolitan Museum che suggerisce quanto sta per avvenire: da lunedì andranno in pensione i bottoni metallici colorati, adoperati sin dal 1971 al posto dei biglietti. Entreranno di diritto del gotha degli oggetti che nel Novecento hanno distinto la Grande Mela. In sedici colori differenti, con sopra stampata una «M» stilizzata su un disegno di Leonardo del XVI secolo, 42 anni fa i bottoni metallici vennero preferiti ai biglietti di carta per accompagnare la scelta del Met di chiedere non più un prezzo fisso d’entrata ma un’offerta ai visitatori. 

In questa maniera chi visitava il museo più popolare di New York ne diventava in qualche maniera parte, come il bottone metallico testimoniava. La conseguenza è stata la trasformazione dei bottoni multicolori in un oggetto-cult di New York, immortalato in quadri, vestiti e film. Ma davanti al balzo in avanti del costo del metallo per realizzarlo il direttore Thomas Campbell ha dovuto fare marcia indietro: «Io stesso me ne pento un po’» ha ammesso al «New York Times», raccontando che le collezioni di bottoni abbondano sulle scrivanie delle sue segretarie. A piegare i sentimenti sono stati i dollari: pochi anni fa un singolo bottone colorato costava 2 centesimi oggi è arrivato a 3 e poiché i visitatori annuali sono 6 milioni il Met si trova a doverne ordinare 1,6 milioni ogni trimestre. 

A conti fatti Campbell non è più in grado di sostenere la scelta del 1971 e per indorare la pillola a newyorchesi e turisti affianca l’annuncio alla decisione che, sempre da lunedì, il Met resterà aperto 7 giorni su 7. Rinunciando alla chiusura del lunedì. Anche in questo caso per contribuire ad aumentare le entrate. La nostalgia degli abitanti della Grande Mela si è riversata in tempo reale su twitter con Elizabeth Spiridakis, direttrice di «Bob Appetit», che ha fatto da battistrada ricordando «il grande vaso di vetro dove mia mamma metteva i bottoni del Met dopo avermici portato». 
In una metropoli che si rinnova in continuazione la nostalgia per il bottone colorato del Met si spiega con il successo nell’aver fatto breccia in una popolazione dai modi assai bruschi. Come avvenne per il gettone con cui si entrava nella metro o per il carro a cavalli dei pompieri, anch’essi reliquie del secolo passato.

Una firma sulla Bibbia svela l’Einstein religioso

La Stampa

Il reperto messo all’asta a New York

maurizio molinari
corrispondente da new york


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Un’iscrizione a mano su una Bibbia degli anni Trenta apre una finestra sulla religiosità di Albert Einstein. “La Bibbia è una grande fonte di saggezza e consolazione, deve essere letta frequentemente” scrive di proprio pugno lo scienziato ebreo tedesco, firmando assieme alla moglie Elsa, il libro sacro che nel 1932 regalarono ad un’amica americana di noma Harriet Hamilton. Si tratta di una rara traccia del rapporto fra la fede e il premio Nobel per la Fisica autore della teoria della relatività, scomparso nel 1955. 

In genere si ritiene Einsten che sia stato sempre lontano dalla religione, alcuni storici hanno attribuito in passato tale atteggiamento ad una reazione all’Olocausto nazista in Germania e una prova di tale atteggiamento viene dalla lettera che scrisse nel 1954 al filosofo Eric Gutkind definendo la Bibbia “una collezione onorevole ma di leggende primitive molto infantili”. In realtà la frase scritta sulla Bibbia, venduta all’asta a New York questa settimana, suggerisce che il suo sentimento sulla religione è stato più articolato. “Ogni opinione espressa da Einstein sulla Bibbia è di estremo interesse” commenta Christina Geiger, direttore del Dipartimento manoscritti rari della casa d’aste Bonhams di New York dove il libro è stato messo in vendita per 1500 dollari ed ha raggiunto 68500 dollari al momento dell’assegnazione definitiva.

Nella base italiana dei supercaccia: contratti sicuri per quattordici F-35

La Stampa

Sono più di quelli annunciati nel dibattito alla Camera. La Difesa: a Cameri lavoro garantito per anni

claudio bressani
cameri


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Macché stop o congelamento: a Cameri il programma F-35 va avanti come se niente fosse. Nel pieno rispetto della mozione approvata martedì pomeriggio dopo estenuanti mediazioni a Montecitorio, che sull’attività dello stabilimento Faco non avrà alcuna ripercussione, almeno nel breve-medio periodo. «Il testo – osservano al Segretariato generale della Difesa impegna il Governo “a non procedere a nessuna fase di ulteriore acquisizione senza che il Parlamento si sia espresso nel merito”. Cioè non incide sulle fasi già definite, che vanno avanti. Quindi il 18 luglio inizierà come da programma l’assemblaggio del primo F-35 destinato all’Italia. Le componenti per montare gli aerei già sono pronte».

La consegna è prevista per il novembre 2015. Ma i contratti sottoscritti dal nostro Paese sono già parecchio oltre i tre velivoli intorno a cui si ragionava alla Camera. Tre sono gli F-35A (a decollo ed atterraggio convenzionale) per i quali l’Italia si è impegnata nel lotto di produzione numero 6. Ma ormai siamo saliti a 14: ce ne sono altri tre compresi nel lotto 7 e quatto nel lotto numero 8, sempre della versione A, più quattro nel lotto 9, tra i quali il primo nella versione B, a decollo ed atterraggio verticale, destinato all’aviazione della Marina per l’impiego sulle portaerei Cavour e Garibaldi. Come dire: a Cameri il lavoro è garantito per almeno uno o due anni.

Il punto è che un caccia militare non si compra in un colpo solo come un’auto ma a pezzi nel corso del tempo: si firma un contratto per il velivolo, uno per il motore, uno per il completamento, uno per i ricambi, uno per il supporto logistico e così via. Ogni lotto si sviluppa in cinque anni. Il terzo è quello dell’acquisto vero e proprio («buy year»), quando l’impegno diventa definitivo e scattano le penali in caso di rinuncia: a questa fase sono arrivati solo i primi tre velivoli del lotto 6. Ma per tutti quelli dei lotti successivi sono già stati firmati contratti, anche onerosi: investimenti che andrebbero persi se non si completasse l’acquisto.

Ad esempio per le parti di ricambio di aerei e motori sono stati sottoscritti impegni per 47,4 milioni per i velivoli del lotto 7, per 38,1 per quelli del lotto 8 e per 22,2 per il lotto 9. Quando la Camera dice di «non procedere a nessuna fase di ulteriore acquisizione» sembra logico escludere le fasi già avviate, che vanno completate. Almeno i militari l’interpretano in questo senso, come confermerà il generale di squadra aerea Claudio Debertolis, segretario generale della Difesa, nella sua audizione il 10 luglio davanti alla commissione Difesa della Camera.

Al momento alla Faco di Cameri ci sono 160-170 addetti, cui si aggiungeranno gli 80 (di cui 55 operai e 25 impiegati) che Alenia dovrebbe assumere in seguito all’avvio dell’assemblaggio degli F-35. Lo stabilimento lavora da quasi un anno anche alla fabbricazione delle ali: di recente Alenia e Lockheed Martin hanno firmato un contratto per 136 pezzi.

Da milanese vi chiedo di farmi un favore: consideratemi un rom"

Enrico Silvestri - Sab, 29/06/2013 - 08:23

All'ex agente in pensione niente mutuo per una casa Aler: "Ma ai nomadi il Comune regala gli alloggi"

 

Trent'anni al servizio dello Stato, a rischiare la pelle prima a Reggio Calabria, durante i famosi moti di «Reggio capoluogo», poi in giro per l'Italia, fino all'approdo in città alla Squadra Mobile.

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«Dopo la pensione sono riuscito a entrare in una casa Aler a Muggiano, ma ora l'Azienda vuole metterla in vendita e io non posso riscattarla, troppo anziano perché la banca mi conceda in mutuo. In compenso nel mio quartiere ci sono i nomadi a cui il Comune vuole regalare 20 case prefabbricate spendendo 700mila euro. Per questo ora chiedo al sindaco di diventare rom anch'io, così avrò diritto a una casa gratis e senza Imu da pagare».

Pio Cafaro, ex ispettore di polizia, ha 68 anni, sposato, due figli grandi, il primo dei quali già fuori casa, ha alle spalle la solita vita errabonda. Entrato nelle allora «guardie di pubblica sicurezza» nel 1966 come prima destinazione finisce a Reggio Calabria dove poi scoppiarono i famosi “moti”. Poi Bolzano, quindi Milano, dove entra nella squadra di polizia giudiziaria, partecipando alle indagini di «Mani Pulite» con Antonio Di Pietro. Poi nel 94 la pensione e una decina di anni fa l'ingresso in un alloggio Aler a Muggiano.

Ma il vero problema di Cafaro è che l'Azienda vuole ora mettere in vendita l'intera palazzina e per il suo alloggio potrebbe chiedere sui 180mila euro. «Che non ho. Così, anche se l'operazione non è imminente, ho cominciato a preoccuparmi. Sono andato in banca, ma il direttore ha subito storto il naso “Ne riparliamo quando sarà il momento” facendomi così capire che mi considera troppo anziano per un mutuo a lungo termine». E così prende carta e penna e scrive a Pisapia.

«Caro Primo Cittadino, apprendo ha stanziato 700mila euro per venti case mobili comprensive di arredi, da collocare nell'area (di proprietà del Comune), di via Martirano. Solo nel 2011, l'assessore alla sicurezza aveva promesso che il campo nomadi sarebbe stato smantellato nel giro di tre anni e le allora scandalose villette abusive demolite. E ora i residenti apprendono appunto che è stato aperto un bando pubblico per la costruzione di venti villette prefabbricate da collocare proprio nel campo di via Martirano». Quindi ecco la richiesta di acquisire la «status» di rom e «quindi avere diritto alle abitazioni mobili (con tutti gli annessi, arredi, luce, Imu, ecc) che sono sicuro, nel frattempo, grazie alla sua politica di generosità rivolta ai bisognosi e finanziata dagli italiani tutti, si saranno moltiplicate».

E infine l'invito: «Caro Primo Cittadino, la invitiamo a venire a Muggiano; la accompagneremo volentieri a vedere da vicino le famiglie rom per le quali ha aperto un bando per la formazione di venti case mobili. Le mostreremo le loro lussuose auto, le meravigliose antenne paraboliche installate sui tetti delle loro ville (in muratura e abusive) e le loro donne ingioiellate». E alla fine, come post scriptum, un avvertimento: «Sono tra quelli che l'hanno votata, un errore che non ripeterò mai più».

L'errore degli ebrei: non sapersi difendere. Neppure dai nazisti

Fiamma Nirenstein - Sab, 29/06/2013 - 08:20

Abituati da sempre a cercare l'appoggio dei sovrani dei vari Paesi "accettarono" i ghetti e i lager. E a volte collaborarono con i carnefici

 

Quanto è problematica, irritante, provocatoria la storia ebraica, quanto ogni considerazione ci rimanda poi a problemi complessi cui gli storici non trovano mai una risposta soddisfacente.

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Ad esempio, perché gli ebrei non capirono che si avvicinava la mostruosa mannaia della Shoah? Perché si adeguarono (anche se non bisogna dimenticare che negli stessi anni nell'Yishuv ebraico di Palestina i guerrieri sionisti si battevano contro gli arabi per la loro Terra) a una realtà impossibile, a volte sistemandosi nei ghetti mortiferi, talora addirittura collaborando con i carnefici nelle deportazioni?

Lo spiega in un affollatissimo libretto Yosef Hayim Yerushalmi, scomparso nel 2009 dopo aver donato al mondo alcuni fra i migliori studi sulla cultura ebraica. Ora la Giuntina ha avuto l'intelligenza di pubblicare questo saggio che, come spiega nella bella introduzione David Bidussa, racconta come gli ebrei, «per ricevere protezione cercarono alleanze verticali» e, abituati a ottenerle, non capirono nulla di ciò che stava per accadere nei territori occupati dai nazisti. Da sempre, sino ai tempi della Shoah, pensavano che «il re», o chi per esso, li avrebbe salvati, almeno dallo sterminio di massa.

Per questo furono, come dice il titolo non privo di malizia, «Servitori di re e non servitori di servitori» (sottotitolo Alcuni aspetti della storia politica degli ebrei, pagg. 72, euro 10). Servitori non è una bella parola al giorno d'oggi, di chiunque lo si sia, tanto più dell'autorità costituita. Insomma, dice Yerushalmi un po' sulle tracce di Hannah Arendt, sempre ipercritica verso il proprio popolo più che verso il regime nazista da cui era fuggita, ricorsero alle massime autorità e trascurarono il rapporto con il popolo. Bidussa spiega che la percezione di un continuo pericolo e quindi la richiesta di aiuto al re deriva da una sorta di imprinting, per certi versi biblico (basta pensare al Libro di Ester e allo scampato pericolo di sterminio da parte di Aman per intervento di Ester presso il re!).

Yerushalmi dimostra come la storia abbia rafforzato la fiducia del mondo ebraico nel sovrano che li proteggeva nel medioevo dall'odio del popolino che vedeva negli ebrei gli assassini di Cristo, e li circondava di una pur fragile muraglia legislativa che ne impediva il libero eccidio, lo sterminio e, anzi, cercava di fare degli ebrei un utile instrumentum regni, creando la figura dell'ebreo di corte. Yerushalmi riporta parecchi episodi che dimostrano come il sovrano e i Papi abbiano cercato di aiutare gli ebrei quando erano pesantemente aggrediti da un antisemitismo che per altro essi non combatterono mai, anzi, fomentarono.

Ma Yerushalmi ammette anche molte “violazioni” della sua norma, come in Spagna nel 613, e poi nel 1506 in Portogallo o le espulsioni dall'Inghilterra del 1290 o la cacciata dalla Spagna del 1492 e dal Portogallo nel 1506, o le persecuzioni dei nobili polacchi che a partire dal XVI secolo colpirono gli ebrei, diventati di fatto i “re” del Paese. In realtà se si sfoglia una qualunque storia del popolo ebraico, si capiscono un paio di cose. La prima: era logico, sulla base di motivi molto pratici e non ideologici, che gli ebrei cercassero qualche “cappello” legislativo che proteggesse la loro incolumità, perché essa veniva violata ripetutamente e con grande violenza da folle fanatiche, cosacchi e chi più ne ha più ne metta. La più semplice ed efficace delle figure di riferimento era il sovrano, il quale a sua volta aveva interesse a tutelare i suoi “ebrei di corte”.

La seconda cosa importante è che è altresì vero che la minaccia della Shoah era subdola. Ci volle molto tempo (per tutti, non soltanto per gli ebrei) prima che fosse possibile capire che la Shoah era una Apocalisse definitiva non lasciava spazi a trattative. Così una parte del mondo ebraico pensò di poterla evitare con “colloqui” e con “compromessi”. E queste parole tra virgolette devono far riflettere, a causa delle attuali minacce iraniane di sterminio degli ebrei e la certezza mondiale di risolverle con “colloqui”. Una terza considerazione riguarda il fatto che l'abitudine alla richiesta di protezione era radicata anche a causa di una mancanza. Oggi esiste lo Stato di Israele. Nel Medio Evo, nel 1492 e neppure all'alba della Shoah non esisteva affatto.

Esso rappresenta dunque una mutazione rilevante che ai nostri occhi non è ancora stata interiorizzata dalla Diaspora, tuttora molto legata allo schema di un rapporto indispensabile di protezione con le autorità del proprio Paese. Per ultimo, Hannah Arendt, nonostante la «banalità del male» fosse uno schema che aveva applicato (scoperta mai più messa in discussione) a uno come Eichmann che aveva fatto della sua pochezza un uso niente affatto banale, spesso sottolineava come gli ebrei (anche un pazzo megalomane e probabilmente crudele come Chaim Rumkowski) fossero largamente colpevoli del loro crudele destino.

Di fatto anche i kapò e i confusi e tremebondi capi delle comunità che cercarono scampo in modi improbabili furono protagonisti dello stesso tipo di choc che portava gli ebrei ad avventurarsi in richieste di aiuto che in gran parte non funzionavano. Bastava un contadino polacco o un giovane SS e il “gioco del re” era finito. Per questo, non c'è protezione regale possibile. Gli ebrei avrebbero dovuto ben prima cercare un'autodifesa. Ma è stato impossibile per tanto tempo.

Vendiamo lupare giocattolo La usava anche John Wayne»

Corriere della sera

Un fucile a canne mozze spopola tra i bambini. Nella confezione 2 uomini con la coppola e una coppia di carabinieri
 
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Puoi far giocare il tuo bambino con un fucile a canne mozze che sembra vero con cinquanta euro. La finta lupara è in commercio dall'anno scorso, uno dei fiori all'occhiello dell'Edison Giocattoli, serissima società con sede non in Sicilia o in Campania, ma nelle colline di Barberino del Mugello. Il sito internet dell'azienda mostra orgoglio: «La Lupara è subito un successo di vendite, tanto che non siamo riusciti a soddisfare tutte le richieste».

I bambini giocano da sempre con pistole e fucili, e non per questo diventano killer da grandi. Ma l'immagine sulla scatola racconta qualcosa di più. Sulla destra, la lupara è imbracciata da due uomini con camicia bianca e coppola. Dietro, un gregge di pecore, e sullo sfondo l'Etna imbiancata e fumante. Sono due mafiosi, insomma, quelli da cartolina, quando «la mafia significava rispetto», spesso si sente dire, come se ci fosse stata una stagione in cui era un'associazione filantropica. Per evitare ogni dubbio, sulla sinistra, due carabinieri a cavallo. I buoni e i cattivi. Dove i «buoni» sono i mafiosi, simboli in cui il ragazzino naturalmente si identificherà.

La Edison Giocattoli non la pensa così. «Più che di lupara dovremmo parlare di doppietta a canne mozze - precisa Gianni Falorni, responsabile commerciale per l'Italia -. Era un'arma usata dai pastori a scopo difensivo, contro gli animali predatori: quando l'esercito sabaudo proibì le armi da fuoco, i pastori tagliarono le canne alle doppiette per nasconderle sotto il giubbotto». Non mi dica che la mafia non c'entra? «Questo tipo di fucile ha una storia che risale a molto prima. Tra l'altro è stato venduto negli Stati Uniti associato all'immagine di John Wayne...».

Neppure un dubbio che ci sia qualche inciampo etico, che divertirsi immaginando di sparare agli uomini della legge non è proprio un bell'esempio. «Non vedo come preoccuparsi della vendita di questo fucile, nato come strumento difensivo - insiste il responsabile commerciale -. Nei negozi si trovano prodotti ad aria compressa, come gli M16 e gli Uzi, che storicamente sono associati alle stragi e che non sono assolutamente giocattoli. Le armi giocattolo nascono come rappresentazione della realtà, descrivono qualcosa che c'è e sono inoffensive.

Edison, che da cinquant'anni produce solo ed esclusivamente armi giocattolo inoffensive e a norma, lo sa bene». E conclude sicuro: «E se anche ci fosse un bambino che usa questo fucile per fare il mafioso, ci sarà automaticamente un altro bambino che farà il carabiniere». Di certo, la lupara a canne mozze della Edison del Mugello non è l'unico gioco che sfrutta il «fascino» dei boss. Basta fare un giro online per capire il successo di divertimenti che si chiamano «Goodgame Mafia», «Gangster», «Mafia Run», «Gangsta Paradise Mafia». La legge del mercato trionfa. E la lupara vende, anche perché, come è scritto sulla pubblicità, «contiene all'interno uno specifico spallaccio. E, nella confezione deluxe, anche cartucce e fulminanti».

Riccardo Bruno (ha collaborato Giulio Gori)
29 giugno 2013 | 8:52

La casa di riposo degli scimpanzé dopo 30 anni da cavie in laboratorio

Corriere della sera

Gli Stati Uniti mandano in pensione 310 animali

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Murphy ha passato da poco i 40 anni, ha l'epatite C ed è sieropositivo. È stato infettato in un laboratorio di ricerca americano, chiuso in una stanza per tre decenni e sottoposto a infiniti esami e biopsie, ma oggi ha finalmente la possibilità di vivere felice gli ultimi anni della sua vita. La cosa che gli piace di più è gironzolare sui prati con il pupazzetto di Mickey Mouse, da cui non si separa mai, e riposare nella sua amaca a Chimp Haven, in Louisiana. Murphy è uno degli scimpanzé allevati a partire dagli anni 80 dal governo degli Stati Uniti per essere usati nella ricerca medica. Adesso il National Institutes of Health (Nhi), l'istituto di sanità americano, ha deciso di mandare in pensione gli ultimi 310 ancora impiegati nei laboratori - rimarranno solo 50 esemplari su cui vengono effettuati i test per i vaccini contro l'epatite C.

La maggior parte dei «pensionati» finirà proprio nel grande santuario della Louisiana, l'unico negli Stati Uniti attrezzato per prendersi cura di animali affetti da Hiv o epatiti. «Sono animali molto speciali e meritano un rispetto molto speciale», ha detto il direttore dell'istituto Francis Collins. «È una decisione storica, alcuni di questi animali hanno vissuto anche 50 anni chiusi in strutture di cemento», ha commentato Wayne Pacelle, presidente dell'associazione animalista Human Society.
A Chimp Haven (alla lettera «il rifugio degli scimpanzé») avranno accesso a prati e boschi 24 ore su 24, «camere da letto» spaziose se preferiscono stare al caldo, e persino attività ricreative quotidiane: dai giochi a premi in cui si vincono leccornie da mangiare, alle sessioni di danza e musica con operatori specializzati. «Cerchiamo di fornire loro la stessa quantità di nuovi stimoli che avrebbero nella vita selvaggia», spiega la portavoce del centro Karen Allen.

Non tutti hanno accolto bene la decisione del National Institutes of Health: «I 50 scimpanzé rimasti non sono sufficienti per trovare velocemente cure e migliori metodi di prevenzione contro l'epatite B e C, che ogni anno uccidono un milione di persone», e per cui «non esistono altre cavie animali», ha protestato il Texas Biomedical Research Institute. Gli Stati Uniti sono rimasti tra gli ultimi Paesi al mondo a fare esperimenti sui nostri parenti più prossimi nel mondo animale: gli scimpanzé condividono più del 98 per cento del Dna dell'uomo, sono capaci di pensiero astratto, di provare emozioni e comunicarle anche con baci e abbracci.

E già nel 2011 il National Institutes of Health aveva dichiarato «insostenibile» dal punto di vista etico l'uso di questi animali per «ricerche mediche invasive». Come quelle su poliomielite, Hiv, lebbra, malaria, o sul morbo della «mucca pazza», che sono stati inoculati negli anni alle scimmie: non si può dire che i 310 sopravvissuti non abbiano meritato il riposo a Chimp Haven. Si aggiungeranno ai 166 scimpanzé già presenti e agli altri 62 il cui arrivo era già previsto per l'autunno.
Mantenerli costa: un grosso aiuto è appena arrivato al centro da Bob Barker, lo storico conduttore di «Ok il prezzo e giusto» versione Usa, che ha donato al santuario un milione di dollari. Ma servono altri 2 milioni e 200 mila dollari.

Devono essere costruite nuove strutture e molti scimpanzé hanno bisogno di cure assidue a causa dell'età avanzata (in media gli ospiti di Chimp Haven hanno tra i 25 e i 45 anni, anche se il più anziano ne ha 59 e l'ultimo nato solo 10 mesi) e delle conseguenze degli esperimenti. Qualcuno anche di terapie comportamentali, dopo una vita da cavia. È il caso di Doc, anche lui sieropositivo e malato di Hiv, arrivato con Murphy: dopo aver passato la maggior parte della vita al chiuso, ha dovuto essere riabituato alla vita all'aria aperta. Una volta liberato nella foresta del santuario, si è precipitato sull'albero più alt che ha trovato e ci si è costruito un nido di frasche. Da lassù aspetterà i suoi nuovi compagni.

Elena Tebano
29 giugno 2013 | 8:18