venerdì 28 giugno 2013

Eichmann, i documenti restano segreti

Corriere della sera

Resta il mistero sulla fuga del criminale nazista che pianificò l'Olocausto. La Bild: i servizi sapevano tutto dal 1952

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Resterà uno dei misteri più oscuri della storia dell'ex Repubblica Federale tedesca e probabilmente alimenterà nei prossimi anni nuovi dubbi tra storici e studiosi. La Corte federale di giustizia di Lipsia ha stabilito giovedì scorso che alcuni documenti in possesso dei servizi segreti tedeschi sulla fuga di Adolf Eichmann in Argentina, uno dei criminali nazisti che più si adoperò nello sterminio di massa degli ebrei - pianificandone quasi ogni dettaglio, persino l'orario dei treni che trasferivano i deportati nei lager - e che fu catturato e giustiziato dagli israeliani nel 1962, devono rimanere segreti.

SCOOP - Una precedente pronuncia di un tribunale del paese teutonico aveva permesso a un giornalista della Bild di consultare parzialmente gli stessi documenti e di pubblicare nel gennaio del 2011 un autentico scoop: i servizi segreti della Germania Federale avrebbero saputo sin dal 1952 che il criminale nazista si era nascosto in Sudamerica e non avrebbero fatto nulla per farlo estradare: «Eichmann non si trova in Egitto, ma vive sotto il falso nome di Klement in Argentina» recitava un'informativa del servizio d'intelligence degli anni cinquanta consultata dal reporter della Bild e in parte riprodotta sul tabloid tedesco.

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POLEMICHE - La notizia della censura approvata da parte della Corte di ultima istanza della giustizia ordinaria ha scatenato grandi polemiche a Berlino. «E' deplorevole che il lavoro sulla giovane storia della Repubblica federale sia ostacolato così palesemente - ha dichiarato Christoph Partsch, avvocato della Bild che ha rivelato di voler sollevare il caso davanti alla Corte Costituzionale di Karlsruhe- Questa decisione alimenterà speculazioni sulle motivazioni di un tale atteggiamento». Dello stesso avviso Dieter Graumann, Presidente del Consiglio centrale degli ebrei in Germania che taglia corto: «La mancanza di una completa trasparenza non può che far danni alla Germania».

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DIFESA - Da parte sua la Corte ha rilevato che la maggior parte delle informazioni su Eichmann sono già pubbliche, mentre una minoranza di documenti sono censurati per garantire la sicurezza dello Stato. Adolf Eichmann, che viveva da oltre un decennio in Sudamerica, fu scovato in Argentina dall'agente del Mossad Tzvi Aharoni. Rapito e portato in Israele dai servizi segreti, fu processato e condannato a morte a Tel Aviv per crimini contro l'umanità. Il suo corpo fu cremato e le sue ceneri disperse al di là delle acque territoriali dello stato mediorientale.

Francesco Tortora
28 giugno 2013 | 16:36

Proiettili di maiale contro il terrorismo

Corriere della sera

«Mettete del prosciutto nel cuore di Mohamed», questo lo slogan che appare sul sito internet e che invita a comprare l'arma

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Pace attraverso la carne di porco: così c’è scritto sul sito del marchio South Fork, creatore di una nuova linea di munizioni che vuole combattere il terrorismo e l’islamismo radicale a colpi di prosciutto. «Mettete del prosciutto nel cuore di Mohamed»: questo è infatti il discutibile slogan promozionale di un’arma di carne suina che vuole far paura ai terroristi musulmani convincendoli che, se rimanessero colpiti da un proiettile “contaminato”, il loro corpo verrebbe profanato e non raggiungerebbe mai il paradiso.

UNA SPECIALE VERNICE SPALMATA - Proiettili rivestiti da una vernice fatta con grasso di carne suina: questa è infatti l’idea di un produttore di munizioni dello stato dell’Idaho dietro il quale c’è un gruppo di ex combattenti in Afghanistan decisamente bellicosi e arrabbiati con gli islamici. L’azienda si chiama South Fork Industries e le pallottole si chiamano Jihawg Ammo, mentre come sottotitolo nel pacchetto compare la scritta “There’s a Pig in the paint”, enfatizzando la presenza di maiale infetto nell’insolita arma.

L’obiettivo è combattere il terrorismo facendo leva anche sul credo religioso, utilizzando la carne di maiale per allontanare le frange più estremiste, agitando lo spauracchio dell’impurità (il maiale è considerato Nijis ) e dell’inferno. «Con la Jihawg Ammo, non solo uccidi il terrorista islamico, lo spedisci anche all’inferno», rimarca il portavoce del brand e secondo un comunicato stampa della South Fork «i proiettili di maiale sono un forte deterrente contro chi commette violenze in nome dell’Islam perché la punizione è doppia: la morte e l’inferno».

JIHAD ED ESTREMISMO - Già all'epoca dell'uccisione di Osama Bin Laden un produttore americano di lubrificante per proiettili aveva provato a usare l’arma dell’intimidazione psicologica, sostenendo che Bin Laden era stato colpito da pallottole rivestite dal suo olio, realizzato con grasso di maiale (che secondo le sue teorie sarebbe stato da lui venduto nel 2004 ai militari americani): l’intento era chiaramente quello di indurre a pensare che i terroristi, e in particolare il capo dei terroristi islamici, fossero condannati all’inferno, come conseguenza naturale dell’impurità sgorgata dal suino.

In realtà è molto discutibile il fatto che per il Corano basti venire a contatto con carne suina per essere spediti all’inferno. Sghannon Dunn, assistente alla cattedra di studi religiosi della Gonzaga University, solleva molti dubbi e sostiene che la letteratura sacra non prevede alcuna penalità per chi venga a contatto con il maiale (senza mangiarlo), per quanto impuro. Ma nel frattempo l’azienda ha un canale dedicato su Youtube e la pagina Facebook di Jihawg Ammo ha già raccolto seimila like, oltre a stimolare una moltitudine di commenti, dimostrando che l’importante non è che parlino bene di te, ma che ne parlino. Punto e basta.

Emanuela Di Pasqua
28 giugno 2013 | 16:17

Respinto il ricorso sul passaporto Battisti rischia l’espulsione dal Brasile

La Stampa

L’ex terrorista era finito a processo per aver utilizzato alcuni timbri falsi. La sentenza del Tribunale potrebbe costargli la permanenza nel Paese

SAN PAOLO


CatturaIl Supremo tribunale di giustizia brasiliano ha respinto il ricorso dell’ex terrorista Cesare Battisti per la revisione di una condanna per uso di falsi timbri sul passaporto. Battisti rischia ora l’espulsione, riferisce la stampa brasiliana.

La vicenda riguarda una condanna per l’uso di falsi timbri dell’immigrazione brasiliana sul passaporto di Battisti. La legislazione brasiliana prevede l’espulsione per chi falsifica documenti per ottenere l’ingresso o la permanenza nel Paese. Il caso passa ora nelle mani del ministro della Giustizia, José Eduardo Cardozo. Il Supremo tribunale di giustizia non ha dubbi che Battisti abbia falsificato i timbri, in quanto reo confesso.




Battisti, dalle fughe ai romanzi noir
La Stampa

Ecco chi è l’ex terrorista dei Paccondannato a 13 anni e 5 mesi per l’omicidio di Torreggiani



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Da terrorista di estrema sinistra ad autore di noir di successo. Cesare Battisti, una vita da fuggiasco in mezzo mondo dopo attentati, condanne, carcere e fughe, è nato nel 1954 a Sermoneta, non lontano da Latina. 

Nel 1968 si iscrive al Liceo classico, ma già nel 1971 abbandona la scuola e viene arrestato per la prima volta nel 1972, per una rapina compiuta a Frascati. Tra il 1974 e il 1976 viene arrestato ripetutamente per furto e sequestro di persona, subendo anche qualche condanna. Nel 1976 si trasferisce al nord e partecipa alla fondazione dei Pac, Proletari armati per il comunismo, formazione nata nell’area dell’autonomia del quartiere Barona, alla periferia di Milano. 

Nel 1977 viene arrestato di nuovo, sempre per rapina, e rinchiuso nel carcere di Udine dove conosce Arrigo Cavallina, ideologo dei Pac. In questi anni partecipa alle azioni del gruppo eversivo, viene arrestato a Milano il 26 giugno 1979 e condannato a 13 anni e 5 mesi per l’omicidio del gioielliere Pierluigi Torreggiani, ucciso nel febbraio 1979. Nel 1981 riesce ad evadere dal carcere di Frosinone, dove stava scontando la pena, grazie a un assalto di terroristi. Nel 1985 è condannato all’ergastolo nel processo contro i Pac, sentenza confermata dalla Cassazione nel 1991. 

La condanna è per vari reati, tra i quali quattro omicidi: oltre a quello di Torreggiani e del macellaio Lino Sabbadin (militante del Msi), avvenuti entrambi il 16 febbraio 1979, a Milano e Mestre, del maresciallo degli agenti di custodia Antonio Santoro, ucciso a Udine il 6 giugno 1978, e dell’agente della Digos Andrea Campagna, assassinato a Milano il 19 aprile 1978. Ma nel frattempo Battisti non c’è più. Prima a Parigi, poi in Messico, a Puerto Escondido, con la compagna Laurence, dalla quale si è poi separato, e che che gli ha dato due figlie. In Messico fonda il giornale «Via Libre», che ’trasferira« a Parigi nel 1990. Appena giunto Oltralpe Battisti viene arrestato ma, cinque mesi dopo, la Francia nega l’ estradizione e lui torna in libertà. 

Nel 1997 - affermato autore di noir per Gallimard - è uno degli «esuli» dei movimenti politici dell’estrema sinistra italiana rifugiati in Francia, riuniti nell’associazione “XXI secolo”, che chiedono all’allora presidente Oscar Luigi Scalfaro una soluzione politica »di indulto o di amnistia« dei reati loro addebitati. Battisti fugge in Brasile nel 2004, poco prima del pronunciamento definitivo del Consiglio di Stato francese che l’avrebbe estradato in Italia da Parigi. Il 18 marzo 2007 Battisti, che afferma di essere innocente, viene arrestato a Rio de Janeiro. Viene subito portato in carcere e la sua vicenda giudiziaria passa alle mani del Brasile, in particolare del Supremo Tribunal Federal che nel 2011 ha messo la parola fine alla vicenda decretando l’immediata scarcerazione dell’ex terrorista passato dalla pistola alla penna.

Morto Francesco, l'Andreotti maggiore

Corriere della sera

Aveva quasi 100 anni, fu il comandante dei vigili urbani di Roma


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Una volta un automobilista lo avvertì: «Badi a quello che fa perché se voglio posso arrivare ad Andreotti!». E lui, di rimando: «Beh, me lo saluti tanto». La prontezza delle battute, il sorriso, l'ironia erano gli stessi del fratello. Ma con Giulio, Francesco parlava solo della Roma. Mai di politica. L'ex comandante dei vigili urbani negli anni '70 è scomparso martedì scorso, quasi due mesi dopo il senatore. Il 29 luglio avrebbe compiuto 100 anni. Ai funerali, giovedì mattina a San Carlo ai Catinari, c'erano i parenti più stretti ma anche una rappresentanza di «pizzardoni».

«Era il comandante dei comandanti», racconta il vice responsabile del Corpo, Diego Porta, «un leader carismatico di migliaia di operatori delle polizie locali». Francesco Andreotti, capo della Municipale dal 1973 al 1979 con i sindaci Clelio Darida e Giulio Carlo Argan, aveva fondato l'Associazione nazionale dei comandanti e degli ufficiali dei vigili italiani. «Aveva inventato anche le pubbliche relazioni e per anni, dopo essere andato in pensione, rimase una fonte di idee ed esperienza per tutta la categoria», aggiunge Porta. Quelli alla guida della Municipale furono anni complicati. Anche il comandante Andreotti finì nel mirino delle Brigate Rosse, come il fratello, che pedinarono e presero informazioni sia su di lui sia sul figlio.

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E lui stesso si preoccupò della sicurezza di Giulio. «Dalla sua casa a Campo de' Fiori - ricorda ancora il vice comandante - amava raccontare come aveva portato i vigili romani a New York e gli aneddoti con i primi cittadini». E anche quello con Paolo VI che si era complimentato con lui per la viabilità della Capitale: «Si vede proprio - sussurrò agli amici - che Sua Santità vive al di là del Tevere perché, nonostante i miei sforzi, il traffico è ancora un casino».




Rinaldo Frignani
28 giugno 2013 | 15:56

Al via dalla Corsica il 100° Tour Contador ed Evans sfidano Froome

La Stampa

Wiggins è il grande assente alla Grand Boucle. Rodriguez e Valeverde i possibili outsider


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Nonostante le parole di Armstrong abbiano infiammato la vigilia («impossibile vincere senza doping», le parole a “Le Monde” del texano che poi ha corretto il tiro circoscrivendo l’affermazione «alla sua era»), cresce l’attesa per la 100ª edizione del Tour de France. La gara organizzata dall’ASO partirà domani dalla Corsica e si concluderà il prossimo 21 luglio con una tappa «serale» in grande stile da Versailles a Parigi, con arrivo sugli Champs-Elysees dopo 3.360 km. In mezzo tre settimane intense di corsa lungo l’esagono transalpino con grande spettacolo soprattutto in prossimità di Pirenei e Alpi in rigoroso ordine, senza dimenticare tre prove contro il tempo (di cui una a squadre) e un mix di tappe per velocisti e passisti. 

E se vincere un Tour può cambiare la carriera di un corridore, conquistare l’edizione numero 100 potrebbe consacrarlo per sempre nella storia di questo sport. Mancherà il detentore della maglia gialla, quel Bradley Wiggins che di recente ha dichiarato «mai più al Tour» e che soffre di un problema a un ginocchio. E allora a godere dei favori del pronostico ci sarà quel Chris Froome che di “Wiggo” è compagno di squadra nel Team Sky e che nella passata edizione parve essere a tratti più forte del suo capitano, limitato solo da chiari ordini di gerarchia.

Froome, il britannico del Kenya che quest’anno ha già vinto quattro gare a tappe su cinque alle quali ha partecipato (Tour dell’Oman, Criterium Internazionale, Giro di Romandia e Delfinato, secondo alla Tirreno-Adriatico dietro Nibali), ha fame di vittoria e di salire su quel gradino più alto del podio occupato lo scorso anno dal suo connazionale, ma rimarrà altresì alla mercé di corridori più esperti di lui.È il caso di Alberto Contador del Team Saxo-Tinkoff, il primo in cima alla lista degli altri pretendenti alla maglia gialla: lo spagnolo torna al Tour dopo che lo scorso anno dovette guardarlo in tv a causa di una squalifica per doping. 

Il team BMC parte per questa avventura transalpina assegnando i gradi di capitano all’australiano Cadel Evans, ma l’alternativa potrebbe essere l’americano Tejay van Garderen, vincitore lo scorso anno della maglia bianca di miglior giovane. Anche la Movistar si presenta ai nastri di partenza con una coppia di uomini da classifica: da un lato lo spagnolo Alejandro Valverde e dall’altro il colombiano Nairo Quintana. Tra gli altri corridori da tenere d’occhio la speranza francese Thibault Pinot della FDJ, lo spagnolo Joaquim Rodriguez della Katusha, il canadese Ryder Hesjedal e l’irlandese Daniel Martin della Garmin-Sharp, gli altri due transalpini Pierre Rolland e Thomas Voeckler del Team Europcar, senza dimenticare l’interessante olandese Bauke Mollema del team Blanco. 

Detto dei candidati alla vittoria finale, l’altro ambito titolo da portarsi a casa dal Tour de France è sicuramente la maglia verde assegnata al vincitore della classifica a punti che spesso e volentieri ha visto trionfare un velocista. Sono almeno quattro i nomi di punta a cui bisognerà guardare con una certa riverenza: dal britannico Mark Cavendisk della Omega Pharma-Quick Step, al tedesco André Greipel della Lotto Belisol, dall’altro teutonico Marcel Kittel della Argos-Shimano allo slovacco Peter Sagan, l’ultimo vincitore della maglia verde, che difende i colori della Canondale.

Da non dimenticare, però, Nacer Bouhanni (FDJ), Matt Goss (Orica-GreenEdge), Edvald Boasson Hagen (Team Sky) e l’imprevedibile Roman Feillu (Vancansoleil-DCM). A loro, ai 198 corridori al via, il compito di far dimenticare i recenti brutti trascorsi del ciclismo legati al doping e a chi punterà a vincere la corsa l’ancor più complicato obiettivo di rispondere con i fatti a Lance Armstrong.

L’umorismo come esorcismo

La Stampa

yoani sanchez



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Ero appoggiata al finestrino e facevo attenzione. Il vetro mostrava una vistosa incrinatura e a ogni scossone sembrava che dovesse cadere a pezzi. Per alcuni minuti, lungo il viale percorso dal taxi collettivo, mi ero imposta un esercizio di aritmetica: contare per strada tutte le persone che sorridevano. Nel primo tratto, tra avenida Rancho Boyeros e il cinema Maravillas, non ho visto nessuno. Una signora mostrava i denti non per allegria ma per colpa del sole, che le disegnava una smorfia composta da occhi socchiusi e labbra aperte. Un adolescente in uniforme da liceale gridava all’indirizzo di un collega.

Non ho potuto sentire a causa del rumore del motore, ma le sue parole non contenevano alcuna battuta umoristica. All’altezza di Piazza Cuatro Caminos una coppietta ferma a un crocevia si baciava con passione, ma neppure in questo caso si notavano atteggiamenti giocosi. Tutt’altro. Era un bacio carnivoro, vorace, rapace. Un bebè in carrozzina sembrava sul punto di sorridere… ma era soltanto uno sbadiglio. Arrivati al Parque de la Fraternidad avevo potuto contare solo tre risate, incluso quella di un poliziotto che si burlava del giovane che aveva ammanettato e fatto salire sulla camionetta. 

Ho fatto questo esperimento in diverse occasioni, per verificare se siamo davvero quel popolo sorridente di cui parlano tanti stereotipi. Nella maggior parte dei casi, il numero di coloro che esprimono un certo grado di allegria non ha superato le cinque persone in un tragitto che varia tra i 4 e i 10 chilometri. Certo, questo non prova niente, ma è vero che nelle circostanze quotidiane le risate non sono così abbondanti come vogliono farci credere. In ogni caso restiamo un popolo dotato di molto senso dell’umorismo.

Ma l’ilarità è una scialuppa di salvataggio che ci riscatta dal naufragio della depressione più che una caratteristica del nostro carattere. Ridiamo per non piangere, per non picchiare, per non uccidere. Ridiamo per dimenticare, fuggire, tacere. Per questo, quando assistiamo a uno spettacolo comico capace di far vibrare tutte le corde dolorose del nostro umorismo, è come se si aprissero le valvole di scarico e tutta la calzada 10 de Octubre cominciasse a ridere, inclusi gli edifici, i lampioni e i semafori. 

Venerdì scorso è successo qualcosa di simile durante lo spettacolo “De doime son los cantantes” che l’attore Osvaldo Doimeadios ci ha regalato nella sala del Karl Marx. L’umorista ha reso omaggio al nostro miglior teatro vernacolare esibendosi in magistrali interpretazioni e monologhi. Le penurie economiche, la riforma migratoria, gli eccessivi controlli sul lavoro privato, gli episodi di scandalosa corruzione collegati al cavo di fibra ottica sono stati alcuni tra gli argomenti che hanno strappato il maggior numero di risate. Ridiamo dei nostri problemi e delle nostre miserie, ridiamo di noi stessi. Finita la distrazione, il pubblico si è accalcato nei caldi corridoi per guadagnare l’uscita. Fuori, la calle Primera era affollata nonostante fosse notte. Ho preso un autobus per tornare a casa e mi sono affacciata al finestrino… nessuno sorrideva. L’umorismo era rimasto nelle poltrone e sul palcoscenico, eravamo tornati alla sobria realtà. 

Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Armstrong: "Impossibile vincere il Tour dew France senza ricorrere al doping"

Rachele Nenzi - Ven, 28/06/2013 - 11:57

Dichiarazioni choc alla vigilia del via dell’edizione numero 100 della Grande Boucle: "Il Tour è una prova di resistenza in cui l’ossigeno è determinante"

"È impossibile vincere il Tour de France senza ricorrere al doping". Queste le scioccanti parole pronunciate da Lance Armstrong in un’intervista rilasciata a Le Monde.

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Il Tour de France prenderà il via domani da Porto Vecchio, in Corsica, dove la corsa ciclistica in tanti anni non era ancora mai passata. Una sfida logistica per gli organizzatori con la prima sala stampa galleggiante della storia del Tour, allestita su una nave di 171 metri della Corsica ferries. Ma questa non è la sola novità.

È un’edizione storica, la numero cento, la prima che si disputa dopo il terremoto Armstrong, che ha creato un vuoto di sette anni nel palmares (dal 1999 al 2005), e già avvelenata dalla scoperta della positività all’Epo di Laurent Jalabert nel ’98. "Il Tour è una prova di resistenza in cui l’ossigeno è determinante - ha aggiunto l’ex ciclista americano - basta fare un esempio: l’Epo non aiuterà un velocista a vincere i 100 metri, ma è determinante per un corridore di 10.000 metri. È evidente".

Le dichiarazioni di Armstrong arrivano alla vigilia della partenza della 100esima edizione della Grand Boucle. Al 41enne americano sono state di recente cancellate dall’albo d’oro le sette vittorie conseguite al Tour tra il 1999 e il 2005, ma il suo pensiero sul mondo del doping è chiaro. "Non sono stato io ad inventare il doping, esiste dall’antichità e esisterà sempre. Io ho solo partecipato ad un sistema - ha concluso - sono un essere umano. Non potrò mai riparare quello che ho fatto, ma credo che l’Usada (l’agenzia americana antidoping, ndr) abbia distrutto la mia vita senza che il ciclismo ne traesse beneficio in alcun modo".

Anonymous attacca il sito di Casaleggio

Corriere della sera

Defacciata la pagina della Casaleggio Associati. Al M5S: «Siete il cancro che vi eravate ripromessi di eliminare»

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Anonymous all'attacco del guru della rete. Gli hacktivist nella notte hanno defacciato il sito della Casaleggio Associati. Al posto della home page un'immagine di Lulz Sec e un link al comunicato nel quale si spiega che il sito del consulente di comunicazione di Beppe Grillo è stato attaccato per dimostrare quanto la trasparenza dei Cinque Stelle e l'uso della rete siano solo messaggi propagandistici privi di contenuto. Nel messaggio si legge: «Sareste estremamente più popolari e benvoluti se la smetteste di dedicarvi unicamente a faide interne e a decidere chi è la persona non grata della settimana. State diventando il cancro che vi eravate ripromessi di eliminare. Ma purtroppo come è noto il potere tende a corrompere e il potere assoluto corrompe assolutamente».

CONSULTAZIONI ONLINE E HACKER DEL PD - A finire nel mirino sono dunque le attività di comunicazione di Casaleggio e le attività politiche di Beppe Grillo. E non solo. Anonymous se la prende anche con le consultazioni online: «Le votazioni ed elezioni in rete,il megafono per tutti,il medium democratico per eccellenza Quirinarie,Il futuro é la rete...e vi fate pwnare così???Offrite anche servizi di IT Security...è uno scherzo? It's very very lulzy». Poi gli hacktivist prendono ancora una volta le distanze dall'hackeraggio delle mail dei deputati del M5S di qualche mese, ad opera di sedicenti "Hacker del Pd". E indicano come responsabili ex colleghi dei Cinque Stelle «non proprio soddisfatti del trattamento ricevuto». Dopo gli attacchi alla mail dei deputati del Movimento Cinque Stelle a metà maggio la polizia ha arrestato alcuni membri del gruppo accusati di aver agito a fini personali. Ma i responsabili della violazione degli account di posta elettronica dei parlamentari non sono stati mai individuati.

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PRECEDENTI - Non è la prima volta che Grillo e Casaleggio ricevono particolari attenzioni dagli hacker. Ma in passato Anonymous ha quasi sempre negato di essere coinvolta negli attacchi o ha ricondotto la responsabilità all'azione di singoli attivisti.

Marta Serafini
@martaserafini28 giugno 2013 | 9:26

Il tributo all’isola degli schiavi “L’America è nata anche qui”

La Stampa

Il Presidente in visita a Gorée sulle orme di Clinton, Bush e Wojtyla

paolo mastrolilli
inviato a pretoria


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Gli Stati Uniti sono nati sull’isola di Gorée, Senegal, almeno quanto sulla roccia di Plymouth, Massachusetts, dove arrivarono i pellegrini del Mayflower nel 1620. Anche se la storia della «Porta del non ritorno» non è proprio come ce l’hanno raccontata, e il numero degli schiavi che la attraversarono è ancora oggetto di polemiche. Sono nati laggiù perché provate a immaginare la storia dell’America senza gli schiavi, cioè senza tutto quello che la tensione razziale ha provocato nel corso dei secoli, dalla Guerra Civile vinta dal presidente Lincoln, fino all’ingresso di Barack Obama nella Casa Bianca, passando per l’omicidio di Martin Luther King.

Gorée è una piccola isola che si trova circa tre chilometri al largo di Dakar, capitale del Senegal. Obama è il terzo Presidente americano che la visita, dopo Bill Clinton e George Bush figlio, ma insieme a loro l’hanno calpestata anche Nelson Mandela, Giovanni Paolo II e vari altri ospiti internazionali. È diventata un simbolo, una tappa obbligata, anche se la sua storia è almeno in parte contestata.

Su questa piccola isola verso la fine del Settecento venne costruita quella che oggi conosciamo come la Maison des Esclaves, la casa degli schiavi. Era la residenza di Anna Colas Pépin, una mercante che ne aveva fatto la base dei suoi commerci, incluso quello degli esseri umani. Da questo punto in poi, però, le versioni divergono.

Secondo Boubacar Joseph Ndiaye, l’uomo che l’ha trasformata in un’icona internazionale, Gorée era il principale punto di imbarco degli schiavi diretti in America. I numeri sono incerti per ovvie ragioni, ma Ndiaye ha sostenuto per tutta la vita che non meno di quindici milioni di deportati sono passati attraverso la «Porta del non ritorno», cioè l’apertura che conduceva dalle prigioni sotterranee dell’edificio alle navi. Una volta usciti da lì, l’Africa diventava una nostalgia e l’America una terribile realtà.

Fin dagli Anni Ottanta gli storici hanno iniziato a mettere in discussione questi fatti, perché non sembravano coincidere con la realtà: troppe persone chiuse su quella piccola isola, molte conferme dell’esistenza di altri punti di imbarco più consistenti. Il colpo più duro è arrivato nel 1995, quando lo studioso della Johns Hopkins University Philip Curtin ha definito la «Casa degli schiavi» una falsità: «Ogni anno, non più di poche centinaia di deportati passavano da Gorée, e in totale non saranno stati più di 30.000. Quell’isola è diventata un mausoleo emotivo del commercio degli schiavi, più che un museo serio».

Ma allora perché i presidenti continuano a fare la fila per vederla, insieme alle migliaia di turisti paganti? Perché ormai è diventata un simbolo, che quindi non perde valore in base ai numeri. Anche se gli schiavi partiti da Gorée fossero molto meno di quelli ipotizzati da Joseph Ndiaye, questo non negherebbe la tragedia storica del traffico degli esseri umani dall’Africa all’America. L’isola davanti a Dakar era certamente uno degli scali d’imbarco: gli storici fanno bene a cercare la verità, ma il significato emotivo di quella «Porta del non ritorno» non cambia. Perciò migliaia di neri americani vanno a visitarla, nell’atto simbolico di riconnettersi con le loro radici. Perciò l’ha voluta vedere il primo Presidente nero, che non viene dalle generazioni degli schiavi trascinati con la forza in America. 

D’Alema: “Nel ’98 non fui io a stoppare Ciampi premier dopo la caduta di Prodi”

La Stampa

La versione del leader Pd sul passaggio istituzionale che deluse le aspettative del futuro Presidente della Repubblica

umberto gentiloni


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«Il racconto di Ciampi, le parole del suo diario sono utili a definire un contesto che altrimenti rischia di essere trasmesso attraverso forzature o semplificazioni pericolose». Massimo D’Alema parla dell’autunno 1998, della genesi del suo governo e delle dinamiche che portarono alla caduta di Prodi. «Ho letto il volume (Contro scettici e disfattisti. Gli anni di Ciampi 1992-2006, Laterza) tutto d’un fiato, mi colpisce pensare che il giudizio storico si spinga fino a un periodo che ho vissuto in prima persona». Ci tiene a ricostruire il filo della sua versione aggiungendo dettagli e situazioni, precisando contesti e tempistiche, spingendosi anche al di là delle pagine del suo recente libro intervista (Controcorrente, Laterza, 2013).

Il punto di partenza di una lunga conversazione investe il progressivo logoramento del consenso all’esecutivo: il rapporto con il paese dopo l’aggancio all’Euro fatica a trovare nuove strade e la scelta di Bertinotti per la rottura della collaborazione di governo è un dato incontrovertibile. Nelle settimane successive all’estate prende corpo l’ipotesi di allargare la maggioranza nel dialogo con l’Udr di Cossiga che aveva votato a favore del Dpef presentato dal governo. D’Alema rivendica di essersi speso per consolidare il sostegno di un nuovo segmento del Parlamento non condividendo l’ipotesi di presentarsi in aula per conquistare il voto di singoli deputati o senatori. 

Un dialogo difficile, il Presidente del consiglio tiene la sua rotta pensando a una conta finale in un confronto parlamentare che non concede nulla a potenziali nuovi sostenitori. «Cossiga attendeva un passaggio, una disponibilità di collaborazione che Prodi scelse di non pronunciare – prosegue D’Alema – giungemmo così al voto, il governo andò sotto e iniziò la crisi». Una gestione del dibattito parlamentare che non lo persuade; rivela di essere andato immediatamente da Scalfaro per sondare le strade percorribili.

«Puntavamo con decisione a un governo Ciampi mentre il Presidente della Repubblica insisteva sulle ricadute dell’Activation Order, la messa a disposizione delle Forze armate italiane per l’azione della Nato nel quadro della crisi balcanica». La sostanza del messaggio del Quirinale era quello di sgombrare il campo dalle suggestioni su scioglimenti anticipati o campagne elettorali imminenti, proprio gli atti del governo Prodi avevano consapevolmente contribuito al coinvolgimento del paese in un incerto teatro di crisi e di potenziale guerra. E qui comincia una storia quasi parallela, il Diario di Carlo Azeglio Ciampi è ricco di interrogativi e questioni aperte. 

Procediamo con ordine. Prima una telefonata di Veltroni (11 ottobre 1998) «che preannuncia la loro decisione per un “governo fotocopia” (con me presidente). Prodi sarebbe d’accordo», poi l’incontro con D’Alema a Santa Severa. Un governo nel segno della continuità, D’Alema rivela di aver parlato con Ciampi di ministri e priorità programmatiche. Sembra che tutto spinga verso quella direzione. Ciampi è diretto in Lussemburgo per un vertice internazionale; rimane mentalmente proiettato sulla squadra dei ministri, sulle linee di programma nell’attesa della chiamata che non arriva. Torna in Italia e in molti confermano attenzioni e impegni del giorno prima. Sul Diario prende nota di una telefonata con Prodi attraversata da due scenari: un re-incarico al presidente uscente o il varo dell’esperimento Ciampi II, dopo quello del 1993. Un passaggio delicato; Ciampi ricorda di aver percepito titubanze e resistenze. 

Pensava che sarebbe toccato a lui, si sentiva pronto e disponibile al tentativo. Ma Prodi alla fine accettò, volle tentare e Scalfaro aprì una breve finestra per un giro di consultazioni. «Era il Presidente del Consiglio uscente - così D’Alema ricostruisce il contenuto di una telefonata con il Presidente della Repubblica, in quei momenti concitati - era giusto dargli una possibilità, o quantomeno verificare ulteriormente le forze in campo, il sostegno a un potenziale nuovo inizio». Ciampi nel frattempo attende incredulo, segue con apprensione e annota sul Diario: «Prodi intende aggiornarmi. Non ha potuto sottrarsi a un incarico esplorativo: è pessimista». Uno spazio che si chiude. Gli strali di Cossiga contro Ciampi sono noti, scatta un veto che non è aggirabile, pesa come un macigno sugli esiti della crisi.

La transizione imbocca una strada impervia, Ciampi riluttante segue con diffidenza convinto di essere stato scavalcato da eventi non chiari e non controllabili. Esclude una sua partecipazione «non farò più il Ministro in qualsivoglia governo» appunta il 14 ottobre, vorrebbe prendere le distanze anche se il richiamo delle responsabilità e degli impegni sulla moneta unica lo condurranno verso il centro dell’agone politico. Rimane un senso di amarezza, l’incredulità di non essere stato neppure avvisato o informato per tempo. Memorie divise, conflittuali o convergenti che possono contribuire a irrobustire la trama di una storia comune: storicizzare lasciti e condizionamenti del passato come snodo decisivo per guardare al futuro con rinnovato vigore.




Ciampi e l’Iraq: “Dissi no alla guerra”
La Stampa


I Diari dell’ex presidente, nel nuovo libro di Gentiloni, rilevano una crisi drammatica con Palazzo Chigi: «Volevo l’Italia non belligerante,ma Berlusconi decise con Bush».

umberto gentiloni


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Tra ricordi e appunti di Diario nel tracciato di Ciampi risalta la consapevolezza di una vera e propria discontinuità nella politica estera italiana del governo Berlusconi: nei modi, nelle priorità, nelle funzioni di indirizzo. […] Ciampi è molto chiaro su questo aspetto: in Parlamento non ci furono ricadute particolari, ma l’azione del governo, in primis del presidente del Consiglio, mirava a costruire una linea diretta con la Casa Bianca senza tener conto di analisi e strategie di intervento promosse dalla Farnesina. Una vera e propria frattura che si ripercuote sull’insieme dell’architettura istituzionale. […]

Siamo in presenza di una gestione diretta che svuota altre istituzioni preposte ai compiti specifici. A Ciampi non sfugge la ricaduta sul sistema democratico: «Ripercussioni profonde e un cambiamento enorme nel ruolo e nella stessa considerazione del nostro Paese: un vero e proprio tornante di svolta. Il punto di ricaduta più evidente è stato con la guerra in Iraq. Basta associare e confrontare i comportamenti di Berlusconi e Bush nei modi che prevalgono nel guardare all’Italia; addirittura con dichiarazioni improprie, dando per scontata la partecipazione al gruppo di Paesi che entra in guerra contro l’Iraq. Un falso che dimostra il livello di connubio e di impegno stipulato tra loro». […]

Il ricordo scivola nella recriminazione per ciò che si sarebbe forse potuto fare per interrompere il flusso di comportamenti pericolosi: «Le Torri Gemelle, me ne sono reso conto con il passare del tempo, rappresentano un punto di svolta anche per la tenuta del quadro istituzionale italiano. La guerra irachena ne è la manifestazione più chiara ed evidente. Quando Berlusconi torna dal suo viaggio in America del 2001 capisco perché mi arrivano diversi segnali che è successo qualcosa, che ci sono indirizzi e scelte precise da compiere in poco tempo. Vengo estromesso da tutto, non ho neanche le informazioni basilari, resto ai margini di una trasformazione che diverrà importante, forse decisiva per la nostra comunità nazionale».

Un sospiro e un peso che sembra togliersi dopo anni: «Si trattava di una rottura vera e sul momento non me ne resi conto. Non si può impostare una politica estera su base personale senza neppure comunicarla a chi ha le prerogative istituzionali per condurla e implementarla. Mi costa dirlo, ma questa è la mentalità che rischia di prevalere: le istituzioni non contano, la Costituzione diventa da stella polare un intralcio che rallenta il corso delle cose». Il nuovo governo rimette progressivamente in discussione parte degli assi fondamentali della politica estera italiana, soprattutto dalla profonda revisione di modalità consolidate. [...] 

Il punto di caduta più critico riguarda il teatro iracheno e si snoda su diversi livelli: reazione internazionale della Nato e degli Usa, ruolo dell’Italia e caratteristiche del processo decisionale. 
Il racconto del Presidente si fa articolato e partecipe. «La rottura vera e propria sulle questioni internazionali arriva a marzo 2003; prima avevo tollerato e mal digerito una situazione di fatto. Solo in quel momento decido di puntare i piedi rischiando di far scivolare il tutto in una crisi istituzionale senza precedenti, difficile da spiegare ai nostri alleati durante l’emergenza dell’intervento in Iraq. Inizialmente sembrava che a livello continentale si potesse trovare una posizione comune; con decisione puntavo sulla cornice Onu e sull’intesa tra i Paesi europei.

Mi ricordo che andai in visita di Stato ad Algeri, mi raggiunse nel frattempo il ministro degli Esteri, Frattini, che mi disse compiaciuto: “Abbiamo raggiunto un accordo tra i ministri europei”. Quando mi accorsi che invece sostanzialmente l’Italia aveva aderito senza remore alla politica statunitense, cercai una via d’uscita, chiedendo un confronto nel Consiglio supremo di difesa. […]». Il problema è dirimente. Ciampi non transige sulla posizione italiana; di conseguenza prepara una bozza di comunicato finale del Consiglio supremo di difesa e contestualmente un messaggio per il Parlamento, qualora non si fosse trovato un accordo sulla dichiarazione. Ricorda il Presidente: «Ero determinato a proporre la formula di “Paese non belligerante”. Mi impegnai a fondo nella riunione con i vertici militari.

Alla fine era chiaro che l’Italia non avrebbe partecipato e non avrebbe mai mandato un uomo a combattere in Iraq. […] Il mio testo fu approvato, con piccole modifiche. Tuttavia, non venni messo a conoscenza degli impegni che nel frattempo aveva assunto il presidente del Consiglio dei ministri». […]  La ricostruzione della vicenda da parte del Presidente evidenzia il permanere in quelle settimane di ambiguità e doppi giochi, offrendo l’immagine pericolosa di un Paese senza guida certa, oscillante tra dettami costituzionali e sollecitazioni dell’alleanza militare. «Lo ricordo come fosse ieri: l’Italia – prosegue il Presidente – venne inserita dagli americani tra i Paesi che sarebbero intervenuti con mezzi in assetto di guerra.

Mi opposi apertamente anche con il ministro della Difesa, riuscii a bloccare l’invio di truppe, o il passaggio dalle nostre basi di contingenti dell’Alleanza. Furono momenti durissimi, di scontro frontale. Mi resi conto, con il passare del tempo, che in Usa grazie alla diplomazia personale di Berlusconi era stata già venduta e presentata un’altra posizione. Non ne sapevo nulla e anche per questo mi sentii in dovere di far rispettare il nostro ordinamento». […] Prende fiato mentre racconta, ci tiene a sottolineare che più di tanto non può rivelare, sarebbe sbagliato e improduttivo: «Non ho mai saputo quale tipo di impegni e quali dettagli fossero stati decisi dal governo in accordo con gli indirizzi dell’amministrazione Bush».

Israele alla guerra degli hamburger McDonald’s non apre in Cisgiordania e i coloni minacciano il boicottaggio

La Stampa

Il patron della catena ha un passato da attivista nei gruppi pacifisti: nessun punto dietro la Linea Verde


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La guerra degli hamburger: McDonald’s Israele non intende aprire una sua filiale ad Ariel, un insediamento ebraico in Cisgiordania, proprio perché il luogo si trova oltre la Linea Verde del 1967. I coloni, per rivalsa, hanno minacciato il boicottaggio della catena in tutta Israele, mentre il municipio della cittadina ha bollato con parole di fuoco la decisione della azienda. La questione - del resto gli insediamenti ebraici in Cisgiordania sono uno dei dossier più delicati per i negoziati di pace che il segretario di stato Usa John Kerry sta tentando di rilanciare - sembra essere tutta politica.

Il proprietario di McDonald’s Israele è infatti Omri Padan, un abilissimo uomo di affari che è in gioventù è stato tra i fondatori del gruppo pacifista israeliano «Peace Now», nemico giurato di ogni nuova colonia nei Territori palestinesi, occupati come effetto della guerra del 1967. E non ha rinunciato alle sue posizioni, visto che ha adottato come «politica aziendale» quella di non aprire nessun punto vendita oltre la Linea Verde. Per questo - secondo i media - ha rifiutato la proposta del mogul dei supermercati Rami Levy di un nuovo negozio nel centro commerciale da 100 milioni di shekel (20 milioni di euro circa) in costruzione ad Ariel nella regione della Samaria e che dovrebbe aprire nel 2014.

Una decisione che ha fatto imbestialire i circa 15 mila cittadini di Ariel, a partire dal primo di loro, il sindaco Eliyahu Shaviro: «quella di McDonald’s - ha tuonato, citato dai media - è una decisione miserabile e discriminante. La cultura e il commercio dovrebbero essere lasciati fuori dalla politica».
La protesta non sembra essersi fermata qui: i coloni della zona - secondo la loro radio, Canale 7 - hanno annunciato il boicottaggio dei fast food della catena a partire da quelli `kasher´, ovvero `conformi´ alle regole alimentari religiose ebraiche.

E hanno distribuito in molti negozi volantini di protesta con la scritta «è kasher ma puzza», oppure `McDonald’s boicotta Ariel e Ariel boicotta McDonald’s´`. Rami Levy - che secondo i media sarebbe vicino al leader del Likud e premier Benyamin Netanyahu - ha criticato la decisione affermando, citato da Ynet, che il centro commerciale di Ariel occuperà ´sia operai arabi sia ebrei e servirà entrambe le popolazioni’’.

Omri Padan per ora non ha risposto direttamente, ma fonti dell’azienda hanno ricordato che la «politica di non aprire filiali oltre la Linea Verde è ben nota da anni». Ovvero da 20 anni, da quando cioè è stato aperto il primo fast food della catena. Ora ne conta 180 in tutto il paese

Tappeto rosso per la Boldrini: mega spot a "Chi l'ha visto?"

Paolo Bracalini - Ven, 28/06/2013 - 08:39

Il programma di Raitre ospita la presidente della Camera e promuove il suo libro su una ragazza somala adottata in Italia. Il web si scatena: "È pubblicità. E neppure occulta"

Chi l'ha rivista? Le persone scompaiono, i politici appaiono, mai che ci lascino senza loro notizie. A Raitre, secondo le stime di Brunetta in versione Iena contabile di presenze tv, il rapporto è 20 (di centrosinistra) a 2 (di centrodestra). Ma tutte le tabelle vanno riviste, i parametri azzerati, i calcoli rifatti, dopo la prodezza di Laura Boldrini che ha varcato una frontiera della tele-politica: un parlamentare, presidente della Camera, negli studi di Chi l'ha visto? non si era ancora visto.

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Più di un'intervista o della solita ospitata marchettosa, un'ode all'umanità e alla bontà della presidente Boldrini, protettrice dei deboli e consolatrice dei derelitti, con promozione del suo libro incorporata, come da migliore tradizione del servizio pubblico (al politico influente). Un quarto d'ora di (auto)celebrazione, o di beatificazione, per un ricongiungimento favorito dalla Boldrini, ma nel 2008, non oggi.

Quel che è di oggi, piuttosto, è il libro della Boldrini, appena pubblicato, che racconta quella vicenda, «un libro bellissimo» specifica una palpitante Sciarelli (ma non è self marketing della presidente Boldrini, perché «i proventi del libro andranno al campo rifugiati di Da Daab»). «Ti ricordi, Murayo, la frase che ti dissi? Laura Boldrini vi...?» incalza la conduttrice ex Telekabul alla 23enne somala, protagonista di una toccante storia di abbandono e di ricongiungimento col padre, ritrovato grazie a Chi l'ha visto? «Laura Boldrini vi farà incontrare» risponde la ragazza.

L'angelo custode di Sel, lì a fianco, circonfusa di luce mistica come la Madonna dei pellegrini. «Murayo, storia di una promessa mantenuta» istruisce Chi l'ha visto? presentando l'apparizione nei suoi studi di Santa Laura da Montecitorio: «Farò in modo che tu possa riabbracciare tuo padre». Una promessa fatta da Laura Boldrini, all'epoca portavoce dell'Alto commissariato dell'Onu per i rifugiati, a una ragazza che aveva appena chiamato

Chi l'ha visto?, nella puntata del 9 giugno 2008, per rispondere a un appello appena trasmesso. Era l'appello del padre, che dal campo Da Daab in Kenya chiedeva sue notizie mostrando l'ultima foto che aveva di lei bambina, in braccio a un militare italiano: «Solo le montagne non si incontrano mai», aveva concluso. Una frase che oggi è diventata il titolo del libro che racconta la storia di quella promessa mantenuta, i cui proventi andranno al campo di Da Daab.

La presidente della Camera e la stessa Murayo, in procinto di laurearsi, ne hanno parlato nella puntata di mercoledì sera, che ha mostrato «le commoventi immagini di quell'incontro». Affettuosità umanitarie, tra la Sciarelli e la Boldrini, a sua volta elogiatrice di «trasmissioni come questa, che testimoniano l'utilità del servizio pubblico». I soliti cuori di pietra sui social network, pieni di bifolchi che la Boldrini vorrebbe isolare con leggi speciali (pattuglie Digos sotto casa per foto sgradite), commentano insensibili: «Ma ora la #Boldrini fa l'opinionista da talk show?», «Pubblicità occulta!», «Mica tanto occulta, palese direi», «Ecco raccontano la storia di quando si occupava di rifugiati. #boldrini #chilhavisto ma chissenefrega».

Per pluralismo, dopo la Boldrini, chi deve andare a Chi l'ha visto? la prossima volta? Brunetta? Veltroni fece la battuta su Berlusconi, dopo la sconfitta del Pdl alle Amministrative 2011: «Dopo la batosta il Cavaliere è sparito. Dovremmo rivolgerci alla Sciarelli» ironizzò il leader Pd a SkyTg24. Ma era una battuta. L'onorevole presidente Boldrini a Chi l'ha visto? ci è andata sul serio. In attesa di altri esploratori di spazi Rai ancora non invasi da onorevoli: il segnale orario, il meteo, il Cciss Viaggiare Informati. Urge un Alto commissario per i politici rifugiati negli studi tv.

Pensionato ucciso dal branco, il cane colpevole «incastrato» dal Dna

Corriere della sera

Per la prima volta in Europa applicate tecniche di Csi finora riservate ai casi di crimini violenti contro l'uomo


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Svolta nelle indagini sulla morte di Gaetano Gnudi, il pensionato aggredito da un branco di cani che viveva ai margini dei campi rom di bosniaci a Muggiano, periferia milanese. Furono almeno sette gli animali coinvolti nell'aggressione la sera del 3 marzo 2012, tre maschi e quattro femmine, tutti imparentati tra loro. A guidare l'attacco, una femmina e una delle figlie. La relazione è degli esperti del Centro di referenza nazionale per la Medicina forense veterinaria dell'Istituto Zooprofilattico di Lazio e Toscana, diretto da Rosario Fico che, per la prima volta in Europa, hanno applicato tecniche di Csi finora riservate ai casi di crimini violenti contro l'uomo. La risposta ai quesiti è arrivata dall'analisi del Dna, attraverso il confronto delle tracce di saliva presenti sui vestiti della vittima e i campioni di sangue prelevati ai cani, catturati sul luogo del delitto e trattenuti nel canile sanitario della Asl, fatta dalla genetista Rita Lorenzini, responsabile del laboratorio di Genetica Forense annesso al Centro.


  Uomo sbranato dai cani, il luogo dell'aggressione    Uomo sbranato dai cani, il luogo dell'aggressione    Uomo sbranato dai cani, il luogo dell'aggressione    Uomo sbranato dai cani, il luogo dell'aggressione    Uomo sbranato dai cani, il luogo dell'aggressione

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 L'indagine non spiega, ovviamente, perché i cani aggredirono il pensionato 74enne che passeggiava nella zona delle cave alla periferia della città. Ma stabilisce il ruolo che ciascuno di quei sette animali ebbe nell'aggressione. E, soprattutto, apre la strada all'ipotesi che fossero una famiglia, che avessero un proprietario e che non fossero semplicemente randagi. Era stata la direzione del dipartimento veterinario della Asl di Milano, che ha già trasmesso la relazione alla Procura, a chiedere l'intervento degli esperti di Csi veterinaria. Perché alcune delle loro indagini hanno fatto scuola. Dai bocconi avvelenati dati in pasto agli orsi marsicani nel Parco nazionale dell'Abruzzo riuscirono a risalire ai colpevoli. E, sempre in Abruzzo, scagionarono i lupi e puntarono il dito contro cani da pastore di allevatori confinanti, analizzando i morsi sul collo delle pecore.

A Milano, nel 2012, dopo giorni di presidio del territorio con l'ausilio delle forze dell'ordine e delle unità cinofile della Polizia locale, diversi cani furono catturati, altri - quattro cuccioli - consegnati dagli abitanti dei campi rom attendati nella zona, altri ancora avvistati dai residenti ma sfuggiti alla cattura e mai più ritrovati. Senza questa perizia, però, sarebbe stato impossibile stabilire il reale nesso tra vittima e offender, avere la certezza che i quattrozampe portati in canile erano sicuramente tra gli autori dell'aggressione. Asl e Comune, intanto, chiamati in causa dai familiari della vittima - cani randagi erano stati segnalati da tempo nella periferia Nord Ovest di Milano e secondo l'accusa «i controlli delle autorità erano stati inefficaci» - lo scorso autunno hanno versato un risarcimento danni, pari a 30 mila euro.

La cattura di due cani del branco La cattura di due cani del branco La cattura di due cani del branco La cattura di due cani del branco La cattura di due cani del branco

Nel frattempo i cani catturati, dopo un'attenta analisi comportamentale, sono stati dati in adozione. «I casi di aggressione da parte di branchi ai danni di persone, in Italia, negli ultimi anni sono stati numerosi - spiega il dottor Fico -. Spesso si punta il dito contro uno o più cani, ma non si è mai riusciti a individuare il vero colpevole. Nel caso di Scicli, dove nel 2009 la vittima fu un bimbo, a processo sono finiti il sindaco e un proprietario il cui cane spesso era stato visto girare libero. Ma è noto che cani liberi e randagi possono muoversi in branco e, per quanto siano docili e mansueti, in contesti eccezionali e in presenza di qualcosa che interagisce in modo negativo stimolando il loro istinto predatorio, si comportano come i lupi».

Il caso Gnudi è a una svolta, «perché siamo riusciti a ricostruire la scena del crimine applicando tecniche già utilizzate nella Csi umana. Anche nel caso del camionista di Livorno ucciso da un branco mancò il rilievo oggettivo, c'erano solo testimonianze vaghe». Fondamentale applicare le tecniche di ricerca del Dna anche nelle indagini dove i protagonisti siano animali: «È necessario ricostruire la dinamica. Raramente si comprende perché il cane attacchi l'uomo e in che cosa si senta minacciato - spiega Cristina Cattaneo, medico legale -. Questa strada può consentire di discolparlo, perché spesso non è colpevole. Ma le nuove tecniche devono essere usate soprattutto per studiare i tanti crimini contro gli animali, per far comprendere quanto siano uguali a noi e degni delle stesse attenzioni legali».

pdamico@corriere.it
Paola D'Amico28 giugno 2013 | 8:35

Se i soldi ci sono solo per i piccioni

Chiara Campo - Ven, 28/06/2013 - 08:53

La mannaia del Comune colpisce a caso: mantenere la struttura per i volatili costa 32mila euro. Ma in tempo di crisi è proprio necessario?

Una «torre colombaia» per limitare il numero dei piccioni in città. La struttura, piazzata al parco Baravalle, è stata brevettata da esperti e ornitologi, in pratica un sistema di controllo e contenimento delle nascite, visto che periodicamente le uova vere vengono sostituite con quelle finte di plastica.

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Si allungano le «covate» e si allenta un pò l'invasione dei volatili. La torre è stata inaugurata nel marzo del 2011, quand'era assessore alla Salute Giampaolo Landi di Chiavenna, area Pdl. Altri tempi e altri Bilanci. Doveva essere un test e forse le disponibilità finanziarie dei Comuni allora consentivano un pò di fantasia nella ricerca di soluzioni, anche per evitare il boom dei piccioni.

Ma oggi fa un pò specie ritrovare - sempre come progetto sperimentale - la torre colombaia tra le spese di «indifferibili e di estrema importanza» approvate dalla giunta Pisapia nel «bilancio ponte», quello che definisce tutte le spese contingentate e urgenti fino al prossimo 30 settembre quando finalmente, con le idee più chiare sui trasferimenti dal governo, il Consiglio potrà votare il documento di previsione definitivo.

Alla torre di Baravalle quindi, non rinuncia, 8mila euro per gestirla nei prossimi tre mesi, sull'anno solare gli euro diventano ben 32mila. Le spese indifferibili ammontano in tutto a 88 milioni. Persino l'acquisto di carta deve essere inserito nella lista perchè si possano aprire le casse di Palazzo Marino. Si va dunque dai 38mila euro per la manutenzione dell'Arena Civica ai 20mila per lincarico di associazione alla difesa nel ricorso contro la sentenza della Commissione europea su Sea, dai 10.500 euro per fare la gara d'appalto per acquistare gli Ambrogini ai 235mila per la quota associativa da versare all'Anci.

Trova spazio un cococo da circa 9mila euro presso l'assessorato al Commercio di Franco D'Alfonso, i 30mila euro ad Arpa per il monitoraggio del rumore, 113mila per esternalizzare servizi informatici utili al sito del Turismo. Cinquantamila euro tondi servono a potenziare il servizio informativo su Tares e Imu, 3 milioni di euro invece vengono previsti come agevolazioni per la tassa dei rifiuti. Si va dalle spese indispensabili per i pali portatarghe (16.500 euro) alla fornitura di 350 paletti nuovi per i vigili (4.500 euro) ai controlli nelle zone della movida (20mila euro). Ben centomila euro tra le spese «urgenti» per il servizio telefonico di ascolto contro le ludopatie, circa 130mila per il servizio di accoglienza a malati di Aids/Hiv, 75mila per ex tossici-alcodipendenti in fase di reinserimento sociale, 150mila per proseguire l'appalto al servizio di accompagnamento per disoccupati ed ex carcerati.

Nelle linee guida per il Bilancio di previsione triennale salta all'occhio invece che nel 2015 o l'ambiente non sarà più una priorità della giunta, o Pisapia la finirà di «torturare» i milanesi con iniziative come le domeniche a piedi anche d'estate: la spesa prevista per «qualità dell'aria e riduzione dell'inquinamento» passa da 506mila euro nel 2013 a 495mila l'anno prossimo e scende a 227mila nel 2015. E in attesa di approvare i conti per il 2013 solo a fine settembre, il sindaco potrebbe riunire nel weekend la squadra per affrontare il dossier degli aumenti alle tariffe. Ieri il consiglio comunale era riunito a oltranza per approvare il Regolamento della Tares, ora la giunta fisserà le tariffe.