martedì 25 giugno 2013

Perderemo seicento medici di famiglia»

Corriere della sera

L'allarme: fra tre anni un milione di italiani rischia di restare senza

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Da Ippocrate in poi i medici sono sempre stati personaggi cardine di qualsiasi struttura sociale. Per ruolo e funzione pubblica. In Italia da qualche tempo qualcosa è cambiato. E non in meglio. La categoria si dibatte fra crisi strutturali e nefaste prospettive future. Giovani e anziani medici vedono a rischio il loro futuro professionale. Le fonti della crisi sono almeno tre.

Il primo fronte dell'emergenza riguarda i giovani: i medici e gli odontoiatri approdano alla libera professione in media a 37 anni d'età e con un reddito inferiore a 17mila euro all'anno (più precisamente 16.786 euro). I dati sono stati ricavati dall'Enpam, l'ente previdenziale di medici e odontoiatri, analizzando le nuove iscrizioni al proprio fondo della libera professione. Si tratta di numeri che evidenziano due aspetti. Da un lato quello dell'ingresso tardivo nel mondo del lavoro; dall'altro il problema dell'adeguatezza delle pensioni future (se guadagno poco e per giunta in tarda età, l'assegno che mi attende sarà probabilmente non adeguato ad affrontare la vecchiaia).


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Il secondo allarme riguarda la staffetta generazionale. L'Osservatorio sul lavoro dell'Enpam - che diffonderà domani tutti i dati analitici del mondo della sanità - evidenzia che dal 2016 quasi un milione di italiani rimarrà senza medico di famiglia. Fra tre anni infatti ci saranno 600 medici di medicina generale in meno. Considerando che ogni medico di famiglia può avere fino a 1.500 pazienti, questo significa che circa 900mila italiani potrebbero rimanere senza medico curante. Un numero destinato a crescere ulteriormente per via dei pensionamenti futuri. Dal 2016, un'intera generazione di medici di famiglia andrà in pensione alterando gli equilibri della categoria. Fra tre anni infatti 1.499 iscritti al fondo di previdenza della medicina generale compiranno l'età del pensionamento (68 anni).

Nello stesso anno, dalle scuole di formazione in medicina generale è prevista l'uscita di meno di 900 nuovi medici di famiglia. «Nei prossimi anni potremmo essere costretti a chiamare specialisti e medici di famiglia dall'estero - dichiara il presidente della Fondazione Enpam, Alberto Oliveti -. Allo stesso tempo in Italia migliaia di laureati in medicina rischiano di non avere accesso ai percorsi di post laurea perché, a causa dei tagli alle borse di studio, non viene messo a bando un numero sufficiente di posti nelle scuole di specializzazione e formazione». Ma l'Enpam avverte che il numero dei camici bianchi impegnati nella medicina di famiglia che andranno in pensione ogni anno

continuerà a crescere anche dopo il 2016 e raggiungerà il picco nel 2022 (quando saranno quasi 4.900 gli iscritti al fondo della medicina generale a compiere l'età di 68 anni). Ci sono dunque tutti gli ingredienti per un gigantesco paradosso: mentre medici di famiglia e specialisti diminuiscono si nega a molti laureati in medicina di proseguire il loro percorso di formazione post laurea. Basta fare due conti: alla conclusione dei corsi di laurea che stanno per cominciare usciranno circa 9 mila medici mentre a oggi i posti nei percorsi di specializzazione sono 4.500 e quelli nelle scuole di formazione in medicina generale poco più di 900. Se i posti non verranno aumentati, migliaia di laureati rimarranno senza prospettive mentre gli italiani rimarranno senza medico.

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Con la riforma delle professioni ratificata da pochi mesi è entrato in vigore l'obbligo di assicurazione per tutti i professionisti. Entro il 13 agosto chi non sarà coperto da polizza non potrà esercitare. Il punto è che le assicurazioni non sono obbligate a coprire i professionisti e i medici (categoria ad alto rischio di cause di risarcimento) spesso restano senza polizze. Tre le categorie più a rischio: ortopedici, ginecologi e chirurghi. Secondo i dati più recenti pubblicati dall'Ania, l'associazione delle imprese assicuratrici, nel 2010 il numero di sinistri denunciati alle assicurazioni è triplicato rispetto a quanto accadeva 15 anni prima. Questo induce le compagnie a rifiutare di garantire i medici che hanno probabilità quasi certe di subire sinistri con richieste di risarcimenti miliardari. E dal 13 agosto chi rimane senza assicurazione rischia di non poter più nemmeno esercitare. Ippocrate certo non crederebbe ai suoi occhi.

Isidoro Trovato
25 giugno 2013 | 7:35

Io Ruby, tu Idem

La Stampa


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La ministra Idem si è dimessa: non sopportava di restare in un governo sostenuto da Berlusconi. A parte gli scherzi, fino a pochi anni fa una doppia mazzata come quella di ieri avrebbe creato sconquassi umorali nel Paese. Il politico italiano più conosciuto nel mondo condannato a sette anni e interdetto dai pubblici uffici per reati odiosissimi.

Una ministra della Repubblica costretta ad andarsene a casa (pardon, in palestra) per avere evaso le imposte sugli immobili. E invece, se si escludono i giornalisti, i politici e le tifoserie strette, l’impressione è che ormai questi eventi scivolino addosso agli italiani senza lasciare altra impronta che un sospiro di fastidio misto ad assuefazione. L’assillo economico ha scompaginato le priorità, persino quelle dell’ira. Chi non dorme la notte per un mutuo da pagare o un figlio da occupare non riesce a eccitarsi per delle partite di giustizia e potere che si dipanano in un altrove da cui non pensa di poter trarre benefici concreti.

Le crisi economiche spolpano la democrazia perché riducono drasticamente l’interesse dei cittadini per la cosa pubblica. Il vero confine, oggi, non è più fra chi sta con i magistrati e chi no, ma fra chi crede ancora nel futuro e chi no. Per rimanere in ambito femminile, Ruby e Idem turbano i sonni degli italiani molto meno di Iva. Esiste solo una donna che potrebbe svegliarci da questo incubo e si chiama Speranza. Ma per ora rimane lì, muta. In attesa che la politica posi i codici dei penalisti e le calcolatrici degli economisti per darle finalmente la parola.

Berlusconi condannato, su Twitter e Facebook spopola l'ironia

Il Messaggero


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ROMA - Silvio Berlusconi condannato a sette anni e interdetto in maniera perenne dai pubblici uffici per lo scandalo Rubygate. Una sentenza che sta facendo discutere, e molto, ma che parallelamente sta anche creando il solito filone ironico sui maggiori social network, come Facebook e Twitter. Centinaia sono le immagini e vignette che stanno comparendo in queste ore sul web, che riprendono battute e giochi di parole, sempre riguardo alla condanna di Silvio Berlusconi. Ne abbiamo raccolte alcune per mostrarvele.


Buona visione..


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Martedì 25 Giugno 2013 - 10:03

Google non è obbligato a cancellare i dati personali pubblicati da altri siti

La Stampa

La Corte di giustizia Ue: il colosso del web non è tenuto a far valere il “diritto all’oblio”. Il motore di ricerca non ritenuto responsabile


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Google non è tenuto a far valere il `diritto all’oblio´ e a cancellare i dati personali pubblicati da altri siti e che Google trova: è quanto ha concluso l’avvocato generale della Corte di giustizia Ue, dando ragione a Google Spain che aveva presentato un ricorso contro l’Agenzia spagnola di protezione dati. L’autorità aveva imposto a Google di cancellare i dati di un privato pubblicati su un giornale online, perché egli non voleva più essere trovato con le ricerche web.

Secondo l’avvocato generale della Corte - le cui conclusioni sono quasi sempre recepite dalle sentenze - «i fornitori di servizi di motore di ricerca non sono responsabili, ai sensi della direttiva sulla protezione dei dati, del fatto che nelle pagine web che essi trattano compaiano dati personali». Secondo l’avvocato generale, Google «non va considerato come responsabile del trattamento dei dati personali che compaiono nelle pagine web che tratta». Infatti, fornire uno strumento per la localizzazione dell’informazione «non implica alcun controllo sui contenuti presenti nelle pagine web di terzi e non mette neppure il fornitore del motore di ricerca in condizione di distinguere tra i dati personali secondo la direttiva (che si riferisce ad una persona fisica vivente e identificabile) e gli altri dati».

Quindi, «un’autorità nazionale per la protezione dei dati non può imporre ad un fornitore di servizi di motore di ricerca su Internet di eliminare informazioni dal suo indice, tranne nei casi in cui tale fornitore non abbia rispettato i codici di esclusione o non si sia conformato ad una richiesta proveniente dal sito web concernente un aggiornamento della memoria cache». Infine, l’avvocato ricorda che «la direttiva non istituisce un diritto all’oblio generalizzato. Questo non può pertanto essere fatto valere nei confronti di fornitori di servizi di motore di ricerca fondandosi sulla direttiva, neppure con un’interpretazione alla luce della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea». 

(Ansa)

Il ministero della Difesa e il bando per l'acquisto degli aerei "executive" Costo: 86 milioni di euro

Libero

Un bando del ministero della Difesa prevede l'acquisto di "aeromobili executive per il trasporto del personale dell'amministrazione". A spese nostre...


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Un bando da 86 milioni di euro. In tempi di spending review sembrano davvero tanti. La cifra è stata stanziata dal ministero della Difesa con un bando di gara per "l’appalto del servizio di trasporto aereo di personale dell’amministrazione della Difesa per l’anno 2014”. Insomma oltre agli F-35 servono anche aerei che portino in giro per il mondo il personale del ministero e se possibile anche i loro familiari. Il bando infatti prevede l'acquisto di aeromobili con capienza da 20 a 70 passeggeri, aeromobili da 110 a 180 passeggeri e aeromobili da 181 a 284.

Aereo blu -  A questi si aggiungono velivoli di categoria “executive” con servizio di prima classe, “noleggiato a uso esclusivo per il trasporto Vip”. A bordo, “previa au- torizzazione degli enti committenti ed esecutori del contratto, potranno essere imbarcati anche passeggeri estranei all’amministrazione della Difesa, per esempio familiari e altri”. E chi dovrebbe offrire il servizio? Una compagnia aerea privata con certificazione Enac. I voli dovranno avere tutti i comfort, tra cui un servizio catering di alto livello. "A bordo dovranno funzionare ed essere effettivamente erogati a tutto il personale imbarcato, in relazione a orari e durata del volo, i servizi bar e ristorazione", si legge nel bando. 

Ristorazione a tutte le ore - "In particolare la ditta dovrà assicurare la prestazione - prosegue il bando - del servizio bar su tutti i voli, sia per tratte singole sia per tratte consecutive servizio catering freddo (con presenza in ogni caso di bevande calde) per voli di durata compresa tra i 90 ed i 150 minuti, a condizione che l’effettuazione del volo avvenga in orario coincidente con la consumazione dei pasti". Il tutto a bordo di "Aeromobile categoria “Executive” con servizio di prima classe, noleggiato ad uso esclusivo per il trasporto VIP" e "Aeromobile categoria “Executive” noleggiato ad uso esclusivo con allestimento sanitario a bordo ovvero con possibilità di essere allestito con attrezzature in possesso all’A.D". Il servizio sempre secondo il bando, deve essere erogato "24 ore su 24".

Conto salato -  Il costo dell'operazione ovviamente è a carico dei contribuenti. E il bando del ministero della Difesa a riguardo è molto dettagliato e offre già il conto. L’importo previsto, per un anno, è di 14,4 milioni, racconta La Notizia,  Che però lieviterebbero a 57,6 milioni, spiegano i documenti, nel caso in cui il ministero dovesse ricorrere a una procedura negoziata per coprire i tre anni successivi. Infine c’è la possibilità che la cifra finale sia di 86 milioni “in caso di ricorso a eventuali atti aggiuntivi, nei limiti del 50% del valore del contratto”. Insomma possiamo pure rinunciare a tutto, ma non ad aerei "executive" per il personale dell'amminsitarzione della Difesa.

di Ignazio Stagno

La Idem si è dimessa. Gaffe, furbate e spacconate, così si è auto-affondata

Libero

Epilogo inevitabile: Josefa non ha mai dato spiegazioni arrivando a dire "esigo che mi si creda". E alla fine pure Letta si è spazientito...


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Le dimissioni «spintanee», chieste ed ottenute dal premier Enrico Letta, alla ormai ex ministra Josefa Idem stanno come un vestito nuovo per il motivo che segue. Perché la Idem ha fatto tutto - ma proprio tutto - per renderle inevitabili, e le disavventure fiscal-sportive che sono all’origine della questione c’entrano persino fino ad un certo punto.

Le vicende dei mancati pagamenti Ici, della casa che diventa anche palestra non si sa quanto privata e dell’assunzione chez il consorte onde percepire i relativi contributi dal Comune sono e restano fatti gravi, ci mancherebbe. Eppure, in un Paese come l’Italia, dove l’opinione pubblica (specie se in ballo ci sono questioni fiscali) non brilla esattamente di rigore calvinista, difficilmente avrebbero configurato peccato mortale. Senza contare che a vantaggio tattico  della Idem giocavano anche altri fattori: l’essere donna, esponente con tanto di pedigree della leggendaria società civile, volto nuovo in un governo zeppo di politici di professione, eroina dello sport.

Insomma, a giocarsela in maniera minimamente assennata, l’ex olimpionica un modo per uscirne con qualche osso intero l’avrebbe potuto agevolmente trovare. E invece. Invece la Idem - sia stata l’inesperienza, l’insipienza, l’indole o vai a sapere cosa - è parsa volere fare quanto in proprio potere per rendersi indifendibile. Quasi a voler riassumere in sé i peggiori difetti propri della natia Germania e della adottiva Italia, la ex ministra si è prodotta in una impressionante dimostrazione congiunta di spocchia e furbizia. E l’italiano, che pure la forza di perdonare le magagne l’avrebbe forse anche trovata, si conferma animale a misericordia zero nei confronti di chi cerca di nascondere le magagne sotto il velo dell’ipocrisia e dell’arroganza.

A fregare la Idem è stata la conferenza stampa con avvocato al seguito per dire che non bisognava romperle le scatole con l’Ici perché lei aveva tanto da fare ad allenarsi per vincere le medaglie («E voi esultavate»); a fregare la Idem sono state le arrampicate sugli specchi per sostenere che la palestra prima non c’era e poi c’era, prima era privata e poi era aperta al pubblico, prima era solo per i suoi allenamenti e poi era anche per gli altri che però la usavano per fare «vita sociale»; a fregare la Idem è stata la supponenza con cui autocertificava non tanto la propria innocenza (che pure già sarebbe stato tantino) quanto la propria non questionabilità totale, al punto da proferire quell’«esigo che mi si creda» che sarebbe stato difficile da mandare giù anche lo avesse detto la Bocca della verità in persona; a fregare la Idem è stato il vittimismo pavloviano (resistito fin nell’ultimo, lunare comunicato di ieri sera con l’annuncio delle dimissioni) in forza del quale invece che rispondere delle accuse ci si lagna dei «pesanti attacchi» e della «campagna mediatica» in atto.

Ora, se a comportarsi come l’ultimo satrapetto della casta è uno che della casta medesima è membro a pieno titolo, ciò all’elettore potrà fare rabbia finché si vuole, ma resterà pur sempre nell’ordine delle cose: le pere seguitano a cadere vicino al pero e le grandi certezze della vita moderna (punto primo: i politici fanno tutti schifo senza distinzione alcuna) non subiscono scossoni. Se invece a farlo è la punta di diamante della società civile, della riscossa popolare e dei veri valori dello sport allora la cosa cambia. E cambia radicalmente in peggio, dato che il solo e unico motivo per cui là fuori è pieno di contribuenti felici di pagare lo stipendio alla Idem e a quelli come lei è che la Idem e quelli come lei incarnano la negazione esistenziale del politico.

E se chi si presenta come l’antipode della casta finisce per dimostrarsi uguale in tutto e per tutto alla casta, allora anche il più acceso degli ultrà del rinnovamento inizia a farsi venire il dubbio che, tra l’originale e la brutta copia, quasi quasi valga la pena di tenersi l’originale.Gratta gratta, la vicenda Idem questo alla fine dimostra: che la tanto decantata alterità antropologica tra società civile e casta alla fine è molto meno concreta di quanto si porti pensare. Gente e lorsignori tanto diversi tra loro non sono e, come del resto tende ad avvenire a chiunque abbia la sciagura di appartenere alla razza umana, sono portatori delle stesse miserie, appena diverse nella forma ma così uguali nella sostanza. Se si capirà questo, allora forse il sacrificio politico della signora «ma io ho vinto le medaglie» non sarà stato del tutto inutile.

di Marco Gorra

Ravenna perde un simbolo “Ma siamo tutti con Idem”

La Stampa

I vicini difendono la loro Sefi: “È una tosta, farà ancora bene”

raphaël zanotti
inviato a ravenna


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Ravenna: 100 anni per fare un ministro, 50 giorni per perderlo. Certo, Luigi Rava, ministro delle Finanze del primo governo Salandra del 1914 non avrà avuto le qualità sportive di Josefa Idem, ma era ovvio che la città di Galla Placidia puntava molto sulla sua concittadina acquisita per fare bella figura. Josefa Idem era il fiore all’occhiello che il Pd locale aveva regalato al governo Letta: donna, atleta, madre, sempre in prima linea sulle battaglie più importanti (ieri mattina era attesa a Ravenna a un incontro per la lotta alla leucemia). Invece la notizia delle sue dimissioni è arrivata a Santerno, il piccolo paese alle porte di Ravenna che l’ha adottata oltre 20 anni fa, intorno alle 18,20.

«Si è dimessa? Ha fatto male. Qui siamo tutti con lei. Lo scriva pure. Non abbiamo ancora capito cosa è successo, ma siamo tutti con lei». L’uomo in maglietta e pantaloni corti, un cane al guinzaglio e tanta voglia di parlare, ha appena finito di raccontare le tre ragioni per cui Josefa Idem è il suo personale idolo. Nell’ordine: 1. È tosta, quando si allenava faceva dieci chilometri di corsa, poi arrivava al cancello e lo saltava a pie’ pari. 2. Ha portato questo buco (Santerno, frazione di Ravenna, ndr) al centro del mondo, con tutte le televisioni. 3. Ha portato le tedesche. «Qui arrivano certe ragazze che te le scordi». Anche se lui sembra ricordarle benissimo, da come le descrive.

Il cane abbaia. La notizia da Roma si diffonde in un soffio e il nutrito gruppo di giornalisti che ha atteso invano una dichiarazione da parte dei familiari del ministro (marito e figli sono con lei, il cognato è in casa ma non si affaccia) si sparpaglia tra le case basse di Santerno a caccia dello stupore della signora del pianerottolo. Ci vogliono pochi minuti perché tutto il paese sappia. E poco di più perché le dimissioni arrivino alle orecchie del sindaco di Ravenna, Fabrizio Matteucci, che in questi giorni ha rivestito un difficile ruolo.

«Purtroppo ho dovuto fare il radiologo – dice – andando a verificare anche le più piccole minutaglie della posizione del ministro. Sono molto dispiaciuto di come tutta questa faccenda sia andata a finire, perché Josefa Idem è una persona per bene e io, oltre che il suo sindaco, sono anche amico di Sefi, lei è stata il mio assessore allo Sport». A portarsi via la seconda chance governativa di Ravenna sono stati irregolarità edilizie, l’esenzione dall’Ici tra il 2008 e il 2011 grazie alla residenza diversa da quella del marito, il pagamento dell’Imu in zona Cesarini e una intricata vicenda in cui la palestra «di casa» del ministro offriva corsi a pagamento. 

Ravenna è una città che esce malconcia, e lo sa. «Rispettiamo le scelte fatte dal premier Letta che ha deciso per il bene del Paese – dice Alberto Pagani, deputato del Pd e segretario provinciale del partito –. Purtroppo la Idem paga un costo sproporzionato per alcuni illeciti amministrativi che lei non ha compiuto direttamente ma di cui si è assunta le responsabilità. È stata ingiustamente messa in croce dal tritacarne mediatico».

Ora tutti ricordano le parole esatte che usò il sindaco dell’epoca, Vidmer Mercatali, nello spiegare l’entrata in giunta dell’assessore Josefa Idem: «A me non interessava Sefi Idem come assessore-amministratore, ma come testimonial. Ritengo che la giunta sia una squadra e nella squadra ci siano gli operativi che sgobbano, quelli di altissimo profilo e quelli che fanno immagine». Ora sembra impietoso rileggere quelle parole. Anche perché davvero, qui nel Ravennate, Josefa Idem rappresenta un simbolo. E forse è proprio questo ad averle reso ostica qualunque replica. Un simbolo non può difendersi, un essere umano sì.

Alberto Ancarani, il consigliere del Pdl che ha presentato l’interrogazione che ha costretto il sindaco a rispondere, si prende i suoi spazi: «Questa era la logica conseguenza della vicenda. Una figuraccia della classe dirigente della città degli ultimi 15 anni». Lapidario Alvaro Ancisi, il secondo consigliere che ha messo in difficoltà il ministro con la vicenda dell’assunzione da parte del marito: «La sua carriera politica è stato un volo di Icaro». Da domani Josefa Idem tornerà a essere semplice senatore. È probabile che continui le sue battaglie. A Santerno la accoglieranno a braccia aperte. Compreso l’uomo in maglietta e pantaloncini. 

Cane seppellisce il cucciolo morto La storia commuove il web

Il Mattino


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Il video arriva dal Medio Oriente e racconta una storia che commuove: nel filmato un cagnolino randagio si avvicina ad un cucciolo senza vita e inizia a seppellirlo con la sabbia, usando il muso. Dopo aver coperto il cane morto, l'animale (forse la mamma), si allontana.

 


martedì 25 giugno 2013 - 11:42   Ultimo aggiornamento: 11:43

Macelleria

Alessandro Sallusti - Mar, 25/06/2013 - 15:32

Pur di condannare il Cav, i giudici superano la Boccassini e inventano un complotto: 32 persone avrebbero testimoniato il falso. È follia giudiziaria. Marina difende il padre: "Sentenza già scritta". Berlusconi: "Resisterò. Sostegno a Letta? Deciderà il Pdl"

C'era un solo modo per condannare Silvio Berlusconi nel processo cosiddetto Ruby: fare valere il teorema della Boccassini senza tenere conto delle risultanze processuali, in pratica cancellare le decine e decine di testimonianze che hanno affermato, in due anni di udienze, una verità assolutamente incompatibile con le accuse.

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E cioè che nelle notti di Arcore non ci furono né vittime né carnefici, così come in Questura non ci furono concussi. Questo trucco era l'unica possibilità e questo è accaduto. Trenta testimoni e protagonisti della vicenda, tra i quali rispettabili parlamentari, dirigenti di questura e amici di famiglia sono stati incolpati in sentenza, cosa senza precedenti, di falsa testimonianza e dovranno risponderne in nuovi processi. Spazzate via in questo modo le prove non solo a difesa di Berlusconi ma soprattutto contrarie al teorema Boccassini, ecco spianata la strada alla condanna esemplare per il capo: sette anni più l'interdizione perpetua dai pubblici uffici, esattamente la stessa pronunciata nella scena finale del film Il Caimano di Nanni Moretti, in cui si immagina l'uscita di scena di Berlusconi.

Tra questa giustizia e la finzione non c'è confine. Siamo oltre l'accanimento, la sentenza emessa ieri è macelleria giudiziaria, sia per il metodo sia per l'entità. Ricorda molto, ma davvero molto, quelle che i tribunali stalinisti e nazisti usavano per fare fuori gli oppositori: i testimoni che osavano alzare un dito in difesa del disgraziato imputato di turno venivano spazzati via come vermi, bollati come complici e mentitori, andavano puniti e rieducati. Come osi, traditore - sostenevano i giudici gerarchi - mettere in dubbio la parola dello Stato padrone? Occhio, che in galera sbatto pure te.
Così, dopo Berlusconi, tocca ai berlusconiani passare sotto il giogo di questi pazzi scatenati travestiti da giudici. I quali vogliono che tutti pieghino la testa di fronte alla loro arroganza e impunità. In trenta andranno a processo per aver testimoniato la verità, raccontato ciò che hanno visto e sentito. Addio Stato di diritto, addio a una nobile tradizione giuridica, la nostra, in base alla quale il giudizio della corte si formava esclusivamente sulle verità processuali, che se acquisite sotto giuramento e salvo prova contraria erano considerate sacre.

Quanto al presidente Berlusconi, sono certo che saprà cosa fare. Se è ancora in piedi dopo 18 anni nei quali gliene hanno fatte di ogni, non sarà certo la sentenza di ieri a farlo desistere. Per quel che vale, permettetemi di dire che se avessi non dico un indizio ma un solo dubbio che il presidente abbia molestato una donna anche una sola volta in vita non sarei qui a scrivere queste righe. Frequentando un po' l'ambiente, e avendo conosciuto l'uomo, ho assoluta certezza del contrario. Stiamo parlando di un galantuomo, mattacchione sì, ma di gran lunga moralmente più integro dei suoi accusatori e giudici. Il che rende di maggior gusto resistere a questa porcata. E alle prossime.

Il boom dei fachiri metropolitani

La Stampa

Il format dell' uomo sospeso a mezz' aria conquista i passanti, rapiti da stupore fanta mistico
gianluca nicoletti


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E’ esploso il fenomeno dei fachiri metropolitani. Le vie delle principali città d’arte italiane si stanno riempiendo di fantastici funamboli, che sembrano sfidare ogni legge di gravità. Sono gli artisti della mistica levitazione on the road, che ovunque operino, si attengono rigidamente a due fondamentali format,  sempre gli stessi seppur con minime varianti. Il primo schema prevede un lavoro di coppia: alla base un uomo accovacciato sorregge un grosso bambù, con il braccio disteso. Al vertice del palo, in apparente perfetto equilibrio, è seduto un altro uomo. Entrambi sono vestiti di un ampio abito orientaleggiante arancione, restano immobili, di fronte loro spesso bruciano bastoncini d’incenso, facendo credere che servano per aiutarli nella concentrazione. 

Il secondo caso contempla un levitante singolo, che galleggia nell’aria sorreggendosi unicamente al proprio bastone, impugnato sempre con un braccio teso. In questo caso l’abito di scena è libero. Prevale spesso la contaminazione tra mistica orientale e Signore degli Anelli. Si predilige, infatti, la foggia tipica da stregone di saga fantasy: cappuccio sul capo e saio policromo, che può essere rosso, viola, azzurro, in tessuto cangiante o, al contrario, più classicamente in marrone francescano. In entrambi i casi, la preparazione del trucco avviene sotto lo schermo di un grosso sacco-tenda nero, dopo un quarto d’ora abbondante di arrabattamento il sipario viene tolto e appare la magica sospensione. 

L' uomo sospeso nell’aria è un format che sta sovrapponendosi a ogni precedente rappresentazione di strada, finalizzata alla questua. Dalle strade sono quasi scomparse le “mendicanti, accartocciate tremolanti”, i “miserrimi dai piedi nudi e senza pantaloni con solo un lacero cappotto addosso”, di solito fermi ai semafori nei giorni di pioggia, sempre meno visibili anche le “immobili prostrate faccia a terra sul marciapiede”. Sarebbe interessante studiare per quali flussi organizzativi sia stata importata alle nostre latitudini, questa modalità mistico-questuante. Il format del fachiro levitato si è affermato improvvisamente, e con un’ estensione che presuppone un’ organizzazione quasi industriale. Il trucco che permette l’illusione della sospensione a mezz’aria è antichissimo, ci sono raffigurazioni ottocentesche del trespolo dello Yogin, usato per abbindolare i turisti probabilmente già nell’ India coloniale. 

La  "macchina" che permette l' illusione è una struttura metallica, ancorata a una solida base, che passa attraverso il bastone, quindi dalla manica dell’ampio costume gira attorno alla schiena dell’ illusionista sospeso, fino a un seggiolino dove lui in realtà si siede. Sarebbe interessante sapere chi fabbrica in serie tali strutture, che, per essere sicure, devono essere costruite con una discreta tecnica. Chi poi fornisca il kit completo di sacca contenitrice, che nella fase di preparazione diventa una tenda sipario per nascondere il trucco alla folla. Sembrerebbe quasi che dietro ai fakiri urbani esista una capillare organizzazione che si occupa di gestirne il business. 

Chiunque ci abbia pensato ha comunque fatto uno studio di marketing molto efficace; nonostante il trucco sia palese, ovunque si produca, il numero suscita meraviglia e ammirazione. Gli indiani, che etnicamente posseggono la quasi esclusiva nell’essere “comparse” di questa nuova attività, hanno in questa maniera superato altre forme di sussistenza emergenziale più generiche, come la vendita di rose, o il lavavetri ai semafori, riappropriandosi, come artisti di strada, di una loro tradizione storica. Il filone funziona, potremmo ancora aspettarci  fachiri fasulli su letti chiodati, incantatori di serpenti e altre globalizzate meraviglie  e misteri d’oriente, adattati a format da strada  per stupire i passanti con prodigi fanta mistici. 

Sesso & Stalking, così gli amanti 007 finiscono davanti a un giudice

La Stampa

L’Inghilterra si appassiona di fronte all’intrigante spy story tra due agenti del controspionaggio di Sua Maestà: prima si amano, poi litigano fino alla rissa e ai presunti abusi sessuali

claudio gallo
corrispondente da londra


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Prendiamo un paio di parole bollenti che abbiamo imparato solo ieri: mobbing e stalking. Aggiungiamo un’abbondante spruzzata di intramontabili servizi segreti britannici, abbondante sesso, quello va sempre, e un pizzico delle vecchia strade del centro di Londra per l’atmosfera. Non è la ricetta dell’ultimo film con Daniel Craig o Jason Statham ma un processo in corso nella capitale britannica, dove un agente del Mi5 è accusato di aver molestato una collega di cui era stato l’amante.

L’ambientazione del primo dibattimento al regio tribunale di Southwark è stata all’altezza delle aspettative: nomi finti, sigle al posto dei nomi, ombre che parlano da dietro schermi impenetrabili. Lui è stato chiamato Mark Barton, lei soltanto 2363. Della ragazza i giornalisti sono solo riusciti a sbirciare le dita con le unghie colorate mentre aggiustava il microfono e a sentire il suo accento “Estuary”, l’inglese popolare parlato nel sud-est, la lingua di Beckham per capirci. Ma nonostante la segretezza è stato un raro colpo d’occhio dentro la cortina impenetrabile di Thames House, la sede del controspionaggio di Sua Maestà. 

La storia è cominciata nel 2010 come una classica avventura sul posto di lavoro. “All’inzio - ha spiegato 2363 - abbiamo cominciato a fare sesso, senza che per questo lo considerassi il mio ragazzo”. Ma poi la passione si è fatta più intensa ed è nata una vera storia. A questo punto lui ha cominciato a diventare aggressivo, imprevedibile, continui sbalzi d’umore. In una vacanza insieme, l’anno dopo, la ragazza scopre che l’amante era rimasto in contatto con una vecchia fidanzata. “La cosa mi fece male - racconta lei - era una sporco segreto”. 

Il tracollo della vicenda sarà quattro mesi dopo e qui la love-spy-story diventa commedia all’inglese. Sono in Sloane Street a guardare su un maxi-schermo Andy Murray che gioca a Wimbeldon (Ironicamente, l’asso del tennis inglese sta riprovando proprio in questi giorni a vincere il torneo di casa, i giornali non parlano d’altro). Andy sta perdendo e lui sempre più furibondo per la debacle si scaglia con rabbia narcisistica contro di lei: “Sei una nullità, l’unica tua fortuna è che stai con me”, le urla.

Da allora, nonostante lavorassero nello stesso ufficio non si parlano più. Durante la rivolta di Londra, decidono di vedersi per scambiarsi dei vestiti. Contatto fatale. Lui spara un subdolo ti amo, non l’aveva mai fatto prima. Lei, che ha bevuto un paio di bicchieri, fa finta di crederci: il letto accoglie due amanti con “una nuova pelle per la vecchia cerimonia”, come direbbe un cantautore.

Al risveglio la passione se n’è andata e i problemi sono rimasti. L’agente “Mark Barton” comincia a dare di matto. Tempesta l’ex amante di messaggi, alcuni dei quali fanno riferimento a missioni segrete. Le salta addosso in ascensore, va a casa della madre terrorizzata a dire che sposerà la figlia entro due anni. I superiori lo richiamano più volte, finché 2363 esasperata va dalla polizia. Mr Barton nega le accuse, sostiene che la ragazza si è inventata tutto: avrebbe agito in preda alla gelosia per la sua “presunta” relazione con l’ex amante. In amore, almeno, i segreti delle spie sono come quelli di tutti gli altri.

Letta accetta le dimissioni del ministro Idem

Corriere della sera

Il titolare allo Sport lascia dopo la polemica sui presunti abusi edilizi. Idem: "Ci pensavo da tempo". Letta: "Deleghe saranno distribuite"

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Il presidente del consiglio Enrico Letta ha accolto le dimissioni del ministro alle Pari opportunità, sport e politiche giovanili Josefa Idem dopo un lungo colloquio avvenuto lunedì pomeriggio. Il ministro nei giorni scorsi è stata investito dallo scandalo sui presunti abusi edilizia nella sua abitazione- palestra, nella quale, sempre lunedì sono iniziati i controlli della polizia Commerciale. Ma la sedia lasciata vuota non sarà occupata da un singolo successore. Infatti, Enrico Letta, ha dichiarato di volere distribuire le deleghe tra gli altri ministri.

«CI PENSAVO DA TEMPO» - Da quanto si è alzato il polverone sui mancati pagamenti dell'Ici e sui presunti abusi edilizia sulla sua palestra alle porte di Ravenna trasformata in prima casa, il ministro confida di «avere pensato più volte alle dimissioni». «Come Ministra - ha affermato Josefa Idem - ho tenuto duro in questi giorni perchè in tanti mi avevano detto che questi momenti fanno parte del "gioco"». Ma se la figura pubblica ha retto il colpo della messa a nudo della propria vita da parte dei media e degli schieramenti politici «La "persona" Josefa Idem - ha precisato - , già da giorni invece, si sarebbe dimessa a causa delle dimensioni mediatiche sproporzionate della vicenda e delle accuse aggressive e violente, nonchè degli insulti espressi nei suoi confronti».

Quando il ministro Idem diceva: «Non mi dimetto» (24/06/2013)

DISTRIBUZIONE DELEGHE - «Ho preso atto della volontà irrevocabile del ministro Idem di rassegnare le dimissioni - ha detto il presidente Letta -. Sono convinto che emergeranno rapidamente, e in tutta la loro limpidezza, la correttezza e il rigore morale che conosco essere fra i tratti distintivi di Idem e per i quali l'ho scelta e le ho chiesto di entrare far parte del governo». E dopo il ringraziamento per i «50 giorni di lavoro insieme», il presidente del consiglio precisa che dell'accaduto «è stato avvisato il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e che comunicherà «al prossimo consiglio dei Ministri la redistribuzione delle sue deleghe all'interno dello stesso Consiglio».

Redazione Online 24 giugno 2013 | 21:28







La gara più difficile di Josefa: quei silenzi a Palazzo Chigi e l'uscita dalla scala posteriore

Corriere della sera
Dopo il vertice è rimasta a lungo chiusa nel suo ufficio

ROMA - Non deve essere facile per chi è abituato a combattere ostacoli fisici e nemici in carne ossa, doversi arrendere ad un bombardamento di notizie che fluttuano fra l'etere e la carta, senza soluzione di continuità. Josefa Idem ha dovuto trovarsi davanti lo sguardo gentile di Enrico Letta per capire che era arrivato il momento di fermarsi. Per realizzare che la battaglia politica non è una gara olimpionica.

Quando alle cinque meno un quarto di ieri pomeriggio è arrivata a Palazzo Chigi aveva già saputo che per raggiungere la stanza di Enrico Letta avrebbe fatto meglio ad usare l'ingresso posteriore del palazzo, dove poteva entrare in automobile e dribblare così i giornalisti che, minuto dopo minuto, continuavano ad affollare il palazzo del governo, aspettando proprio lei. Ma non per applaudirla, questa volta.

Questa volta la stella delle olimpiadi Josefa Idem è salita dalla scala posteriore per scappare dalla stampa. Il presidente del Consiglio non l'ha fatta aspettare. Alle cinque meno un quarto in punto Enrico Letta ha abbandonato la riunione con l'Anci per andare da lei, la campionessa di canoa che proprio lui aveva voluto mettere nel governo come paladina dello Sport e delle Pari opportunità. Lei era arrivata da lui con il desiderio di dimostrargli la sua onestà, desiderosa di non darla vinta a quella che in questi giorni non ha mai esitato a definire «una montatura mediatica».

Lo aveva ripetuto tante volte poche ore prima di salire sopra un aereo che dalla sua Germania la riportasse a Roma per incontrare in grande emergenza il capo del suo governo italiano: «Sono tranquillissima. Ho fiducia che potrò spiegare tutto a Enrico Letta. Mostrargli tutte le mie carte e fargli capire che non sono disonesta, che questa è tutta una montatura che passa sopra la mia persona».

Enrico Letta è stato ad ascoltarla paziente e partecipe. Josefa Idem gli ha spiegato tutto: l'Ici, l'Imu, gli abusi edilizi, la palestra, il lavoro di suo marito. Tante cattiverie. Qualche verità. Si può mollare tutto per qualche errore di piccola entità, comune a tanti cittadini?

Il premier non ha risposto. Non a questa domanda. Non era questa la domanda da farsi, in quel momento. Anche pubblicamente Enrico Letta ribadirà subito dopo la fiducia per l'onestà di una ministra che aveva voluto nel suo governo anche per la sua integrità morale. Ma il punto era un altro. Ieri il presidente del Consiglio Letta ha dovuto spiegarlo per bene a Josefa Idem: il problema adesso è che, evidentemente, non hai più la serenità per portare avanti un incarico così delicato come lo è quello di guidare un dicastero. La campionessa olimpica lo ha ascoltato, con attenzione.

Del resto lo aveva detto proprio lei, per prima: la persona Josefa non ne può più di tutte queste ingiurie e di questo linciaggio mediatico. Non avrebbe fatto alcuna fatica a mollare, la persona. Era la ministra che teneva duro per non darla vinta ai nemici. Enrico Letta le ha fatto capire che la storia non funzionava così. Che negli ultimi giorni le vicende avevano davvero travolto Josefa Idem, che la sua serenità si era perciò smarrita in troppi tentativi di difendersi da un nemico tentacolare ed inafferrabile come inafferrabile può essere soltanto il vortice dell'informazione. Josefa non ha fatto alcuna obiezione.

Ha salutato Enrico Letta dopo poco più di un'ora di colloquio, ha lasciato Palazzo Chigi sempre uscendo con l'automobile dalla porta posteriore e ha raggiunto il suo dicastero, a poche decine di metri di distanza. Si è chiusa nel suo ufficio, in silenzio. Ha pensato, riflettuto. E dopo circa un'ora e mezza ha vergato di suo pugno il comunicato delle sue dimissioni.
Subito dopo è stato Enrico Letta a far seguire i suoi comunicati. Uno lo ha scritto tutto per lei: «Spero che sia salvaguardata la sua vita privata e quella della sua famiglia. A Josefa ho espresso il più sincero ringraziamento per questi cinquanta giorni di lavoro comune nei quali ha avuto modo di dimostrare qualità politiche e amministrative che al governo del Paese sarebbero state utilissime».

Alessandra Arachi
25 giugno 2013 | 7:36

Vinile, cd, Mp3 o streaming? Autorip di Amazon pone fine alla guerra tra formati

La Stampa

Arriva oggi in Italia il servizio che permette di avere una copia digitale gratuita per ogni acquisto su supporto fisico. 250 mila i titoli disponibili alla partenza, che si potranno ascoltare su lettori di ogni marca e tipo

bruno ruffilli


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Si chiama Autorip e parte oggi in tutta Europa sui vari siti Amazon. È un ponte tra vecchio e nuovo, che mette finalmente d’accordo gli estimatori della musica tradizionale con i fan degli mp3: per ogni acquisto di vinile e cd, sarà infatti immediatamente disponibile la versione completa dello stesso album da scaricare o ascoltare in streaming. E così sono serviti anche gli entusiasti di Spotify e Deezer. 

L’iniziativa di Amazon riguarda al momento circa 250 mila titoli, dai classici alle uscite più recenti, di cui oltre 12.500 in vinile. Non è previsto alcun sovrapprezzo rispetto al disco o al cd, per cui chi acquista uno dei titoli con Autorip si troverà subito e gratuitamente la corrispondente versione Mp3 disponibile per l’ascolto nel suo Cloud Player. A quel punto, sarà possibile scaricare i file e copiarli su vari apparecchi, oppure ascoltarli in streaming via browser o tramite Amazon Cloud Player (l’app è disponibile per Kindle Fire, Kindle Fire HD 7” e 8,9”, smartphone e tablet Android, iPhone, iPad e iPod Touch). 

Il numero di brani acquistati su MP3 Store di Amazon o ricevuti tramite Autorip che possono essere conservati in Cloud Player è illimitato, mentre alla discoteca virtuale è possibile aggiungere anche 250 brani caricandoli dal proprio computer (diventano però 250 mila con l’abbonamento annuo a 24,99 euro). Amazon mette automaticamente a disposizione anche i vecchi titoli man mano che diventano disponibili per Autorip, così ci si ritroverà ad avere sul proprio spazio cloud tutti i dischi acquistati in precedenza, in formato Mp3: una grande comodità, specie per i collezionisti di vinile, che è più complicato da trasferire in formato digitale.

“Sono file ad alta qualità, da 256 Kbps e senza Drm, quindi compatibili con tutti i computer, gli impianti stereo, smartphone e tablet”, spiega Martin Angioni, country manager Amazon per l’Italia. “E i titoli sono destinati a crescere col tempo”: segno che ormai nella musica il divario tra supporto fisico e digitale si va colmando velocemente, a differenza di quanto accade con film e libri, dove ancora i due mondi sono distanti, quando non addirittura in conflitto. “Con i libri sono gli agenti a tenere separati i diritti fisici da quelli digitali”, conferma Angioni. “Molti editori vorrebbero muoversi verso una semplificazione dei diritti, ma spesso sono gli agenti a far resistenza, perché credono di ottenere migliori risultati economici conservando lo stato attuale delle cose”. 

Così, mentre l’editoria ancora una volta mostra di non saper imparare dalla lezione dell’industria musicale, per i clienti del più grande sito di e-commerce del mondo si aprono nuove prospettive. Si potrebbe vedere Autorip come una commodity, nel senso che, una volta che acquistato il cd o il vinile, gli Mp3 sono regalati; questa interpretazione è in linea con le politiche di Amazon e con le scelte di numerosi musicisti che prevedono l’acquisto combinato dei due supporti, magari insieme al disco in edizione limitata. Si potrebbe anche pensare il contrario, e cioè che comprare un cd o un vinile sia un buon modo per avere uno sconto sulla versione liquida.

A seconda delle offerte delle case discografiche, infatti, il supporto fisico potrebbe costare meno del digitale e includere l’Autorip, così chi compra il disco potrebbe avere poi (anzi prima) lo stesso album da scaricare o ascoltare in streaming, pagando addirittura un prezzo più basso rispetto al solo Mp3. Non sono molti i titoli con i quali si verifica questo paradosso, ma come conferma lo stesso Angioni, “meglio sempre fare un confronto tra le due versioni prima di scegliere”. Curioso: per risparmiare sul digitale bisogna in questo caso acquistare un oggetto reale. 

Ma, al di là di situazioni limite, l’iniziativa di Amazon pone fine a contraddizioni e storture legali: appena qualche anno fa, per impedire le copie pirata e cercare di ridurre la diffusione degli Mp3 non autorizzati, le case discografiche avevano introdotto sul mercato compact disc muniti di software anticopia. Oggi Autorip segna una vittoria importante per gli appassionati di musica, perché chi acquista il supporto fisico ottiene finalmente tutti i diritti anche per quello digitale. E forse verrà davvero il giorno in cui per ogni acquisto di Mp3 verrà dato in omaggio un compact disc: ma ci sarà ancora qualcuno che lo vorrà?

Congedi per cure e malattie, l’indennità è a carico del datore

La Stampa


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Il Ministero del Lavoro ha spiegato che, in virtù del principio per cui l’indennità per congedo per cure va calcolata secondo il regime economico delle assenze per malattia, il meccanismo del computo deve essere sostenuto dal datore di lavoro e non dall’Istituto previdenziale. Il Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro aveva presentato istanza di interpello per conoscere la corretta interpretazione della norma (art. 7, D.Lgs. 119/2011) concernente la disciplina del congedo per cure riconosciuto in favore dei lavoratori mutilati ed invalidi civili e chiedendo se l’indennità prevista in ipotesi di fruizione dei congedi in questione debba essere posta a carico del datore di lavoro oppure dell’INPS, in quanto computata secondo il regime economico delle assenze per malattia. 

Fermo restando quanto previsto dall’art. 3, comma 42, L. n. 537/1993 e successive modifiche – norma che abroga le disposizioni in materia di congedo straordinario per cure termali dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni – i lavoratori mutilati ed invalidi civili ai quali sia stata riconosciuta una riduzione della capacità lavorativa superiore al 50% possono fruire, nel corso di un anno, anche in maniera non continuativa, di un congedo per cure per un periodo non superiore a 30 giorni. Questo congedo non rientra nel periodo di comporto ed è concesso dal datore di lavoro a seguito di richiesta del dipendente accompagnata da idonea documentazione. Il meccanismo del computo dell’indennità deve essere sostenuto dal datore. Durante i giorni di congedo il dipendente ha diritto a percepire il trattamento calcolato secondo il regime economico delle assenze per malattia.

L’indennità per congedo per cure va calcolata secondo il regime economico delle assenze per malattia, afferisce esclusivamente al meccanismo del computo dell’indennità, la quale comunque continua ad essere sostenuta dal datore di lavoro e non dall’Istituto previdenziale.Infine, appare possibile intendere la fruizione frazionata dei permessi come un solo episodio morboso di carattere continuativo, ai fini della corretta determinazione del trattamento economico corrispondente, in quanto connesso alla medesima infermità invalidante riconosciuta.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Caos banconote da 5 euro, l’allarme dei benzinai: «Macchinette inadeguate»

Corriere della sera

«Le compagnie petrolifere in attesa dei nuovi tagli da 10 e 20». Ma almeno per i biglietti di Trenitalia non ci sono più problemi

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Dice Martino Landi, presidente di Faib, la federazione autonoma dei benzinai aderente a Confesercenti, che non osa immaginare cosa accadrà quando la Banca Centrale europea stamperà le nuove banconote da 10 e 20 euro: «La quasi totalità degli oltre 20mila distributori del Paese non ha ancora aggiornato il sotftware di gestione delle macchinette. Il ritardo è da ascrivere alle compagnie petrolifere. Sono in attesa di cosa succederà tra un po’».

Così i tabaccai, anche se Giovanni Risso, il presidente di Fit, la federazione italiana di categoria, spiega che le criticità del mese scorso sono comunque superate, anche se la nuova banconota in circolazione dal 2 maggio con il volto della dea greca Europa che si vede in controluce e sull’ologramma, ha creato non pochi problemi per gli avventori che li avevano nel portafogli e disgraziatamente si sono trovati di fronte una delle migliaia di distributori automatici. Non bastava né piegarle, né allinearle perfettamente, tanto meno cambiarne verso: il problema era tutto nel software di gestione.

I DISTRIBUTORI - Così i parcometri e i distributori automatici di snack nelle imprese, negli ospedali, nelle scuole: qui però - rileva Lucio Pinetti, presidente di Confida, l’associazione delle imprese del settore, i problemi si sono già risolti da un pezzo: «Siamo stati fortunati, perché la gran parte dei distributori permette solo l’inserimento di monete da 50cent, un euro e due euro, così non abbiamo fatto troppa fatica ad aggiornare le 100mila macchinette (su un totale di 2,4 milioni, ndr.). Diverso sarebbe stato se la Bce avesse emesso nuove monete, in quel caso sarebbe stato un disastro». Tutto è bene quel che finisce bene, se invece guardiamo in casa Trenitalia.

Dicono fonti interne al gruppo che - a parte i primi giorni in cui le 5 euro risultavano davvero indigeste - i problemi di software sono stati risolti con l’aggiornamento del programma, che sarebbe costato circa 20mila euro. Un’inezia per l’ex monopolista dei trasporti. Mentre Atm, l’azienda del trasporto pubblico milanese, che un mese fa aveva gettato il guanto con il messaggio «al momento non viene accettata la nuova 5 euro», ha assicurato che entro «la fine di luglio tutte le stazione della metropolitana verranno adeguate», confermando tuttavia che qualche problema resta. E i disagi non mancano.

CONTRO I FALSARI - Al netto delle difficoltà della fase di start-up la nuova banconota e l’effettivo utilizzo presso il consumatore è costantemente monitorato da Bankitalia e la ratio della nuova 5 euro sta tutta nell’assicurare l’elevata protezione contro la contraffazione, preservando la fiducia del pubblico verso la moneta unica come strumento di pagamento. Peccato che per il momento l’esito è opposto: aumenta la sfiducia, in attesa delle nuove 10 e 20 euro che nei prossimi verranno sdoganate da Francoforte proteggendoci dai falsari. Ma inimicandoci un semplice software con il quale ci troviamo ogni giorno a combattere.

Fabio Savelli
FabioSavelli24 giugno 2013 | 21:02

Kyenge: "I rom vogliono uscire dai campi. Non li abbandono"

Libero

Il ministro dell'Integrazione promette nuove misure a favore della minoranza: "Mi chiedeono risposte, le darò. Sono come loro"


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"La maggiore richiesta che mi è venuta dai rom è quella di uscire dai campi". Il ministro Cecile Kyenge aggiunge un'altra casella alla sua tabella programmatica. Dopo l'abolizione del reato di clandestinità e la rivendicazione dello ius soli, la Kyenge ora punta all'apertura dei campi rom. La Kyenge è stata ospite a Torino a Palazzo Civico dell'amico sindaco Piero Fassino. Una delegazione di rom ha incontrato il ministrio per raccontare i loro problemi, il disagio di vivere nei campi alla periferia di Torino. Le richieste sono state chiare: cittadinanza, casa, lavoro, scuola.

Uscire dai campi - La Kyenge non si è tirata indietro e ha promesso di assecondare tutto: "Sono venuta ad ascoltare - ha detto il ministro -. La buona convivenza è il nostro obiettivo. E ascoltare le buone pratiche, capire i problemi e i bisogni dei cittadini serve per trovare le soluzioni. La voce unanime che mi è arrivata da queste persone è di uscire dai campi". "Ascolteremo il grido di Torino, non vi lasceremo soli", ha concluso Kyenge. Insomma in cantiere per il ministro entra anche una norma pro-rom. Ad appoggiare il ministro su questa linea anche Fassino, che da tempo vuole "liberare" i rom dai campi: "La città è fortemente impegnata nel cercare una soluzione al problema dei - ha detto Fassino - anche se sappiamo che non è semplice. La città ha bisogno del sostegno delle istituzioni, e anche di un impegno maggiore da parte della Regione rispetto a quanto avvenuto sinora".

Io sono come i rom - Il ministro Kyenge infine, rivolgendosi ai rom ha precisato che sta al loro fianco, quasi come fosse un loro "protettore". La Kyenge si dientifica con la minoranza e afferma: "Gli attacchi che ho ricevuto non erano alla ministra, erano al diverso. Gli insulti riguardavano tutti noi. Per questo - secondo il ministro - ci deve essere una risposta di tutta la comunita'". La Kyenge ha trovato un altro cavallo di battaglia: i rom. Vengono prima le loro esigenze che quelle degli italiani. Alla frutta e senza casa.


(I.S)

La giustizia italiana condanna la Serbia “Il governo responsabile della morte dei militari abbattuti sull’elicottero”

La Stampa

Ribaltata la sentenza di primo grado «La Repubblica responsabile degli ufficiali che sganciarono i missili»

claudio laugeri
torino


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La Repubblica Serba è responsabile della morte dei quattro militari abbattuti su un elicottero il 7 gennaio 1992, nei cieli di Podrute, in Croazia. Lo hanno stabilito i giudici della Terza Sezione della corte d’assise d’appello di Roma, ribaltando la sentenza che aveva condannato (15 anni di carcere, confermata in Cassazione) un solo uomo, il tenente Emir Sisic: era lui nella cabina di pilotaggio del Mig21 che lanciò due missili contro altrettanti elicotteri Ab205 bianchi con le insegne della Ecmm (European Community Monitor Mission).

Uno andò a segno e spezzò le vite del tenente colonnello Enzo Venturini, 51 anni; del sergente maggiore Marco Matta, 28 anni; dei i marescialli Silvano Natale, 39 anni, e Fiorenzo Ramacci, 34 anni. Con loro c’era anche il maggiore francese Jean Loup Eychenne, 34 anni. I giudici di secondo grado hanno concordato con il pm Erminio Amelio, che sosteneva la responsabilità anche della «catena di comando» per l’ordine eseguito da Sisic. Una colpa più grave, la loro.

Di qui, la condanna a 28 anni di carcere per il tenente colonnello Opacic Dobrivoje, comandante della base militare di Bihac (oggi in territorio bosniaco), e per il generale Liubomir Bajic, comandante del 5° Corpo delle Forze Armate e della Difesa Aerea jugoslava. Un altro alto ufficiale (il generale Blagoje Adzic, comandante dello Stato Maggiore delle Forze Armate e della Difesa Aerea) è morto prima della sentenza. Processo chiuso.

Le condanne, il carcere, certo. Ma c’è anche il risarcimento. Poco meno di un milione e mezzo di euro, da dividere tra le quattro famiglie distrutte da quella missione di pace trasformata in un’azione di guerra. Soldi che non potranno mai ridare alle famiglie quello che hanno perduto. Ma il risarcimento costituisce un aspetto di grande peso a livello internazionale, simbolico e di sostanza insieme: la Repubblica Serba dovrà risarcire il danno assieme ai due ufficiali, ha la responsabilità delle loro azioni.


«Finalmente in questo processo, in corso ormai da più di 6 anni, è stata resa giustizia alla memoria dei caduti ed alla sofferenza delle loro famiglie - dice l’avvocato Andrea Serlenga, difensore di parte civile assieme ai colleghi Stefano Colledan e Andrea Gasbarri -. Aver ottenuto in Appello anche la condanna dello Stato Serbo costituisce poi l’elemento che rende questo processo probabilmente unico in Italia, dal momento che è stata riconosciuta la responsabilità di uno Stato sovrano in una azione criminale materialmente condotta da chi all’epoca rappresentava quella Istituzione».

La ricostruzione di quell’episodio fa gelare il sangue nelle vene. Alle 13,15 del 7 gennaio 1992, i due elicotteri dell’esercito italiano sono decollati dall’aeroporto ungherese di Kaposvar. La missione di osservazione aveva come obiettivo il «cessate il fuoco» a Zagabria. Come imponeva il protocollo, quei due Ab205 erano stati segnalati con ventiquattr’ore di anticipo al comando jugoslavo, con tanto di modello, colore, sigle e piano di volo. Tutto documentato. 

I due elicotteri erano senz’armi e volavano in formazione. Alle 13,48, erano entrati nello spazio aereo jugoslavo. Appena un minuto dopo, il carrello del Mig21 pilotato da Sisic ha staccato il carrello dalla pista di Bihac. Gli ordini del tenente colonnello Dobrivoje erano di <intercettare> i due velivoli. Rotta: Nord-Est, verso le montagne della Croazia. Duecento piedi di quota, poco meno di 70 metri da terra. Il pilota del Mig21 ha disegnato una spirale di discesa, si è piazzato in coda.

Posizione d’attacco. Il tenente Sisic attendeva soltanto l’ordine. Arrivato dal tenente colonnello Dobrivoje: «Oderi», scuoiali. Il piano era semplice: con i due missili a segno, non ci sarebbero stati testimoni, nessuno avrebbe riferito che il Mig21 aveva i colori dell’aviazione jugoslava. Tutto era congegnato per scatenare un incidente diplomatico nella Repubblica di Croazia. Obiettivo mancato. E otto giorni dopo quell’eccidio, la Croazia dichiarò l’indipendenza da Belgrado.

Ruby, Berlusconi condannato a sette anni Rivolta nel Pdl: «Sentenza politica»

Corriere della sera

Pena più alta di un anno rispetto alla richiesta dell'accusa. Trentadue testimoni sospettati di falsa testimonianza


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Al processo Ruby Silvio Berlusconi è stato condannato a sette anni per entrambi i reati contestati: concussione e prostituzione minorile. Con l'interdizione perpetua dai pubblici uffici. È questa la sentenza dei giudici della quarta sezione del tribunale di Milano, presieduti da Giulia Turri. Un piccolo gruppo, composto da una decina di manifestanti ha accolto con applausi e grida di esultanza la notizia della condanna. Alcuni di loro hanno intonato l'inno d'Italia. Sostenitori di Berlusconi hanno dato vita a un'accesa discussione con i manifestanti. «È una farsa - ha spiegato uno di loro -si tratta di una sentenza sbagliata e ingiusta».

FALSA TESTIMONIANZA- I giudici del caso Ruby hanno trasmesso in procura i verbali delle deposizioni di 32 testimoni del processo che ora rischiano di essere indagati per falsa testimonianza. Tra questi il commissario Giorgia Iafrate, il funzionario di polizia che era di turno la notte tra il 27 e il 28 maggio quando Ruby è stata fermata e poi affidata al consigliere regionale Nicole Minetti, nonostante il parere contrario del pm dei minori Annamaria Fiorillo che si occupava del caso. Tra le testimonianze trasmesse in procura anche quella di Carlo Rossella, spesso ospite ad Arcore, del consigliere diplomatico del Cavaliere Valentino Valentini e del capo scorta Giuseppe Estorelli, che telefonò al capo di gabinetto della questura di Milano, Pietro Ostuni e poi passò la chiamata al Cavaliere, della parlamentare Pdl Maria Rosaria Rossi, dell'europalamentare Licia Ronzulli e del cantante Mariano Apicella. Trai verbali trasmessi anche quelli di molte «olgettine» tra cui Miriam Loddo, Marystelle Polanco, Elisa Toti, le gemelle De Vivo, Barbara Faggioli.


Caso Ruby, la corte apre l'udienza e si ritira in Camera di consiglio (24/06/2013)

IL VICEPREMIER ALFANO - La reazione più rilevante dal punto di vista dell'impatto sul governo della sentenza è quella del segretario del Pdl Alfano che ricopre la carica di vicepremier: «Ho chiamato il presidente Silvio Berlusconi per manifestargli la più profonda amarezza e l'immenso dolore di tutto il Popolo della libertá, per una sentenza contraria al comune senso di giustizia, al buon senso e peggiore di ogni peggiore aspettativa. L'ho invitato, a nome del nostro movimento politico, a tenere duro e ad andare avanti a difesa dei valori, degli ideali e dei programmi che milioni di italiani hanno visto incarnati in lui».

Ruby: condanna a 7 anni e interdizione perpetua per Berlusconi (24/06/2013)


RIVOLTA NEL PDL - «Uno schifo, una vergogna». Daniela Santanchè ha commentato così la condanna per Silvio Berlusconi. L'esponente Pdl era presente al momento della lettura del verdetto: «Sono voluta venire qui perchè io che sono sempre dalla parte delle donne volevo vedere le tre donne che hanno giudicato il presidente Berlusconi. Sono rimasta troppo male, usare le donne, da parte di donne per una sentenza politica». Nel Pdl è rivolta contro la decisione del tribunale: il presidente dei senatori Schifani ha detto: «Una sentenza abnorme e surreale, con un colpevole e nessuna vittima». Il presidente dei deputati Brunetta ha aggiunto: «Questa sentenza fa paura. Non solo e non tanto perchè cerca di assassinare moralmente e politicamente Berlusconi, ma perchè mostra agli italiani in che mani sia oggi la giustizia.

IL PD - Il Partito democratico ha limitato le dichiarazioni a una nota: «Il Pd prende atto della sentenza pronunciata dai giudici della quarta sezione del Tribunale penale di Milano nei confronti di Silvio Berlusconi. Come sempre, il Pd esprime rispetto per le decisioni, di qualunque segno siano, che la magistratura prende nella propria autonomia».

VENDOLA E M5S- «Non auspico la rovina giudiziaria di un avversario. Ma questa sentenza getta un'ombra sulla vita politica. In nessuna parte del mondo un leader politico dopo una sentenza scritta con questo inchiostro rimarrebbe al suo posto. Sarebbe un atto di decoro da parte di Berlusconi abbandonare la vita pubblica». Lo ha affermato il leader di Sel Nichi Vendola. Esultanza nelle fila del Movimento 5 Stelle: «Lo abbiamo detto e lo ripetiamo: Berlusconi ineleggibile!» ha scritto Vito Crimi (M5S) su Twitter. Il deputato Alessandro Di Battista ha dichiarato: «Berlusconi? Deve andare in galera. Che deve fare per andare in galera? Ammazzare una vecchietta per la strada?».

I LEGALI - L'avvocato Niccolò Ghedini, uno dei legali dell'ex premier ha dichiarato: «La questione non è se si tratta di una sentenza politica o non politica. È una sentenza al di fuori della realtà e al di fuori degli atti processuali» ha concluso il legale. L'altro avvocato dell'ex premier Piero Longo ha definito la decisione della corte «un assalto alla diligenza».

SETTE ORE DI CAMERA DI CONSIGLIO - I magistrati si erano riuniti alle 9.45 in camera di consiglio per decidere il verdetto. L'accusa era rappresentata dal pm Antonio Sangermano e dal procuratore capo Edmondo Bruti Liberati. Assente il procuratore aggiunto Ilda Boccassini, che da tempo aveva programmato un periodo di ferie. Il procuratore capo, che nella prima udienza del 6 aprile 2011 era venuto in aula per esprimere la condivisione dell'ufficio con il lavoro dei due pm, aveva già previsto di essere presente il giorno del verdetto. Mancando Ilda Boccassini, anziché presentarsi in abiti civili come al solito ha messo la toga. La sua presenza è stata molto criticata da esponenti del Pdl. Lo scorso 13 maggio il pm Ilda Boccassini nella sua requisitoria ha chiesto per l'ex presidente del Consiglio e leader del Pdl una condanna a 6 anni e l'interdizione perpetua dai pubblici uffici.


 Processo Ruby, il giorno della sentenza Processo Ruby, il giorno della sentenza Processo Ruby, il giorno della sentenza Processo Ruby, il giorno della sentenza Processo Ruby, il giorno della sentenza


STAMPA ESTERA - Come previsto decine di giornalisti, fotografi e troupe televisive si erano radunati, dalle prime ore della mattinata, davanti a Palazzo di Giustizia. Tra loro diversi corrispondenti e inviati di testate e televisioni straniere, come Al Jazeera e Cnn, ma anche tv danesi, tedesche e giapponesi, oltre a prestigiosi quotidiani inglesi come Guardian e Daily Mail. In corso di Porta Vittoria, dove si trova l'ingresso principale del Tribunale, sono schierati i furgoni per le dirette televisive, davanti agli sguardi incuriositi dei passanti.

BATTIBECCHI - Durante la giornata ci sono stati alcuni battibecchi tra sostenitori di Berlusconi e manifestanti che auspicavano una condanna. Il tutto ha coinvolto poche decine di persone. Un gruppetto di dimostranti pro-Boccassini, ha innalzato cartelli con scritto «Giustizia, legalità e dignità» e «Ilda non te ne andare» (riferiti alla possibilità di un trasferimento a Firenze). Sostenitrici di Silvio Berlusconi si sono presentate per manifestare il loro sostegno all''ex premier: una di loro si è avvolta in una bandiera di Forza Italia. «Si tratta di un processo fasullo - ha spiegato - ed è giusto che Berlusconi non sia perseguitato dalla giustizia». Una manifestante in bicicletta ha esposto un cartello con la scritta: «Berlusconi è ineleggibile, insostenibile, impresentabile, innominabile e infrequentabile».

Redazione Milano online24 giugno 2013 | 20:45







Processo Ruby, Berlusconi: «Non mi arrendo»

Corriere della sera

Il commenta alla condanna: «Offeso chi crede nella giustizia»

«Intendo resistere a questa persecuzione perché sono assolutamente innocente e non voglio in nessun modo abbandonare la mia battaglia per fare dell'Italia un paese davvero libero e giusto». Berlusconi non intende «arrendersi» dopo la sentenza che lo condanna a sette anni e all'interdizione perpetua dai pubblici uffici. «Resisterò», ha detto il leader del Pdl, «perché non è soltanto una pagina di malagiustizia, è un'offesa a tutti quegli italiani che hanno creduto in me e hanno avuto fiducia nel mio impegno per il Paese».

"Sette anni": «Il caimano» anticipò la sentenza Ruby (24/06/2013)

Berlusconi cita Tortora: «Tritacarne giustizia» (11/05/2013)

LA CERTEZZA DELL'EX PREMIER - «Ero veramente convinto che mi assolvessero - sottolinea Berlusconi nella nota - perché nei fatti non c'era davvero nessuna possibilità di condannarmi. E invece è stata emessa una sentenza incredibile, di una violenza mai vista nè sentita prima, per cercare di eliminarmi dalla vita politica di questo Paese».

Redazione Online24 giugno 2013 | 20:17







Condanna a 7 anni, interdizione perpetua dai pubblici uffici. I pm avevano chiesto 6 anni.
Il verdetto dopo 7 ore di camera di consiglio. Boccassini assente, in aula Bruti Liberati. Ghedini: nessuna sorpresa
 
SCHEDA: Una pena più severa: perchè? di A. Castaldo
Il Pdl insorge. La figlia Marina: sentenza già scrittaTutti i video e le foto
La sentenza sui siti stranieri di tutto il mondo: guarda Così la notizia nei tg esteri English edition - Berlusconi Sentenced to Seven Years for Rubygate Chinese
La lettura della sentenza - Il video integrale I commenti della gente: «Ben gli sta»
«Come piazzale Loreto» VIDEO
E c'è chi grida "hip hip hurra" e canta l'inno di Mameli
Ira Santanché: «Tre donne per una sentenza politica già scritta»Ghedini: gravissimo





«Questo è un plotone d'esecuzione»

Corriere della sera
 
Lo sfogo di Berlusconi e i dubbi sull'appoggio al governo: «Verdetto sproporzionato, potrebbe aiutarci in chiave elettorale»
 
ROMA - Così abbattuto forse non è stato mai. Confortato dai figli, dalla compagna, da Ghedini, dai pochi che riescono a farsi ricevere in una giornata drammatica, Silvio Berlusconi vive come una «violenza» quasi fisica la sentenza dela Corte d'Appello che si aspettava, temeva, immaginava ma della quale mai avrebbe potuto, neppure negli incubi, intuire quanto pesante fosse.
Lo è talmente, perché è «così evidente che questo non è un processo, questi non sono giudici, questo è un plotone d'esecuzione», che il Cavaliere ieri pomeriggio e ancora a sera era turbato, indeciso, angosciato dal dubbio: andare avanti facendo come se questo fosse solo l'orribile incidente che si sapeva sarebbe accaduto, o approfittare dell'occasione per interrompere subito - come gli consigliano sempre più numerosi i suoi - una catena che «ha come fine la mia eliminazione politica, la soppressione della mia libertà, dei miei diritti politici e di cittadino» e chiamare la sua gente a soccorso, invocando il voto e una nuova legittimazione popolare?

Lo pensa da settimane l'ex premier, ma oggi davvero si è giunti al punto che tutto è possibile, e a regnare nel Pdl è l'assoluta incertezza. Su cosa succederà nelle prossime ore, su cosa il Cavaliere andrà a dire stasera a Enrico Letta sul futuro del governo. Troppo forte il colpo per non pensare, come dice Cicchitto, che «il processo di pacificazione è finito», troppo alta la condanna, si sta convincendo Berlusconi, per non credere che «nella gente verrà sentita come sproporzionata, e questo potrebbe aiutarci in chiave elettorale». Per questo ieri il Cavaliere ha messo a punto una nota assieme a Ghedini e Bonaiuti in cui esprime tutto il suo sdegno, la volontà di «andare avanti» ma non, a differenza di altre volte, l'assicurazione che il governo sarà al riparo dallo tsunami.

«Ero veramente convinto che mi assolvessero perché nei fatti non c'era davvero nessuna possibilità di condannarmi, e invece è stata emessa una sentenza incredibile, di una violenza mai vista né sentita prima, per cercare di eliminarmi dalla vita politica di questo Paese». Questa, dice Berlusconi, «non è soltanto una pagina di malagiustizia, è un'offesa a tutti quegli italiani che hanno creduto in me e hanno avuto fiducia nel mio impegno per il Paese». E infine: «Ancora una volta, intendo resistere a questa persecuzione perché sono assolutamente innocente e non voglio in nessun modo abbandonare la mia battaglia per fare dell'Italia un Paese davvero libero e giusto».

Parole che vengono rafforzate nello sdegno dei due figli maggiori di Berlusconi: «La condanna era scritta fin dall'inizio. Questo processo è stato concepito per essere celebrato sulle pagine dei giornali e nei talk show, per sfregiare l'uomo individuato come il nemico politico da demolire e non per stabilire la verità dei fatti», dice Marina. «Non pretendo che tutti conoscano mio padre dal lato umano come lo conosco io. Ma posso assicurare che questa condanna è assurda: quello di cui l'accusano, e lo dico con tanta rabbia e con le lacrime agli occhi, è quanto di più lontano e contrario dall'uomo che è», aggiunge Pier Silvio. E si capisce che la difesa congiunta e accorata dei figli, su un terreno così delicato, vuole dimostrare in pubblico la loro fiducia nella moralità del padre.

E insomma, ogni esito è possibile perché è Berlusconi ad oscillare. Dentro di sé, assicurano, la volontà è quella di rompere, ora: «Non c'è più niente da fare, non serve. La gente mi capirebbe», il senso dei suoi sfoghi. Ai quali però se ne aggiungono altri: perché rompere oggi potrebbe avere «costi altissimi», perché non è affatto detto che si andrebbe a votare, perché potrebbe nascere un governo Pd-grillini che «peggiorerebbe la situazione», perché il Paese potrebbe «non reggere il colpo...». Non è una decisione facile, e forse non basterà più limitare la strategia ad alzare il tiro sul governo, incalzarlo sulle realizzazioni (dall'Iva, all'Imu, alla disoccupazione) e lanciare la sfida finale sull'Europa, chiedendo decisioni choc come lo sforamento dal patto di stabilità. Decisioni cruciali sono attese ad horas, mentre sale sempre più alto il grido del partito: Ferrara chiama in piazza per oggi a Roma i sostenitori «di Silvio», le colombe avvertono: «Non assisteremo inerti all'eliminazione di Berlusconi».

Paola Di Caro
25 giugno 2013 | 7:08