domenica 23 giugno 2013

Idem, ecco le domande a cui non ha ancora risposto: casa, Ici e contributi

Libero

Fugge la ministra Josefa Idem e sfugge ancora qualche elemento alla ricostruzione della sua posizione fiscale e previdenziale. Per dovere di trasparenza, non dovrebbe sfuggirle l’occasione, che Libero le offre, di chiarire una serie di particolari ancora oscuri.


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RESIDENZA - In primo luogo, sarebbe giusto sapere perché ha mantenuto la sua residenza nella casa-palestra di via Carraia Bezzi, a Santerno, evitando così di pagare l’Ici per quattro anni, dal 2008 al 2011, «fruendo dell’esenzione prevista dalla legge» mentre in realtà viveva con la sua famiglia in un altro fabbricato.

IMPOSTE - Di conseguenza, dovrebbe spiegare perché mai abbia provveduto al pagamento dell’Imu per lo stabile di Santerno solo dopo che la stampa aveva rilevato l’esistenza di irregolarità amministrative? Vista la bufera che sta affondando la sua canoa, forse sarebbe il caso di rendere pubblici e accessibili a tutti, per ogni singolo immobile di proprietà sua o della sua famiglia, i versamenti che sono stati effettuati, con tanto di ricevute, corredate di data e di importi totali. Un lavoraccio d’archivio, ma a cui non può sottrarsi.

DICHIARAZIONI - Perché non ha mai dichiarato al Comune di Ravenna che in realtà quell’abitazione ospitava una palestra? Se è stata consigliata male, lo dica.

LUCRO - Se la sua palestra, la JaJoGym, non è un’attività a fini di lucro, perché sul sito internet che la pubblicizzava erano previste tariffe per la frequenza di privati? Ancora pochi giorni fa, un giornalista aveva ricevuto telefonicamente informazioni precise sui pagamenti mensili da effettuare, pur senza aver aderito ad alcuna associazione sportiva. Inoltre, converrebbe sapere a chi sia stata affidata la comunicazione via web.

LAVORO - Non si capisce come siano inquadrate, dal punto di vista del diritto del lavoro, le persone che prestano la loro opera presso la JaJo Gym, che ora risulta chiusa per accertamenti, in attesa di definire la posizione contributiva e retributiva dei dipendenti e/o collaboratori

SOCIETÀ - Che rapporto c’è fra l’associazione dilettantistica sportiva Sicul Motori e Sport, gestita da Maurizio Patanè, che risulta suo affittuario, e l’associazione dilettantistica sportiva Canoa Kayak Standiana, di cui è presidente suo marito? E come mai entrambe le realtà avevano sede in via Carraia Bezzi 104, a Santerno? Ed è curioso che nel contratto d’affitto stipulato tra il proprietario Idem e la Ads, sia specificata la «parte palestra», benché al Comune non risulti nessun cambio d’uso rispetto a quello originale abitativo.

AFFITTI - A chi vanno i proventi commerciali della palestra? Esistono fatture? Sono indicati in qualche dichiarazione dei redditi? Esistono dei bilanci?  Diversamente, si potrebbe sospettare che nel contratto d’affitto sia stato dichiarato il falso. Se esiste un contratto d’affitto regolarmente registrato, visto che ora è un ministro e una senatrice della Repubblica italiana, dovrebbe esibirlo.

CONTRIBUTI / 1 - Perché si è fatta assumere da suo marito pochi giorni prima di essere nominata assessore, caricando così sulle casse del Comune di Ravenna gli oneri previdenziali derivanti dall’aspettativa che ha preso subito dopo?

CONTRIBUTI / 2 - Perché, dopo che lei aveva rassegnato le dimissioni, il 7 maggio 2007, da assessore del Comune di Ravenna, la società di suo marito non ha più versato gli oneri previdenziali per la sua posizione lavorativa? È per caso stata licenziata dal suo consorte?

COMMERCIALISTA - Se gli errori materiali sono dovuti al fatto che Lei non si è mai occupata della «gestione di queste cose» e ha sempre delegato ai tecnici», sta pensando di rivalersi sui professionisti a cui ha affidato l’incarico di seguire le sue pratiche burocratiche? Per esempio, le converrebbe chiedere delucidazioni ai suoi consulenti se le hanno fatto intendere che gli abusi edilizi sono reati civili e non penali.

TESTIMONIAL - Lei, che è stata scelta nel 2010 come testimonial dell’Agenzia delle Entrate e ha premiato gli esattori fiscali più zelanti, non trova infine che queste ombre sul suo conto siano sufficienti per dare le dimissioni?

La Idem sempre più sotto tiro Scajola: "Io mi sono dimesso dovrebbe farlo anche lei"

Quotidiano.net

La conferenza stampa di ieri del ministro Josefa Idem non ha convinto molti. Storace: "E' come Scajola". La Lega: "Un avvocato che difende un ministro: se l'avesse fatto Berlusconi con Ghedini..."

Roma, 23 giugno 2013


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La conferenza stampa - con tanto di avvocato - di Josefa Idem (VIDEO) sullo scandalo dell'Ici non pagato non ha convinto troppo, tanto più i rivali-alleati del Pdl, che ora mettono il ministro sotto tiro. Soprattutto Scajola, l'ex ministro del governo Berlusconi travolto dalla notizia della casa vista-colosseo acquistata 'a sua insaputa'.

SCAJOLA: IO MI DIMISI - "Mi dimisi di mia iniziativa - tiene a sottolineare Scajola - per mettere al sicuro il governo. Al ministro Idem non posso che consigliare di fare lo stesso che feci io. La cosa più importante, di fronte a casi del genere, è mettere al sicuro l’istituzione che si rappresenta - continua al Messaggero - Pur sapendo che le dimissioni nel nostro Paese vengono subito lette come un’ammissione di colpevolezza, e anzi un minuto dopo che non sei piu’ ministro non c’è più nessuno che ti difende". Tuttavia, aggiunge, "se si è innocenti la verità, come nel mio caso, verrà fuori".

STORACE TWITTA - E su twitter Storace scrive: "Che differenza c’è tra l’insaputa di Scajola e il non so nulla della Idem? La ministra si dimetta e attenda il corso della giustizia. Succede", dice il leader de La Destra, Francesco Storace, in un tweet.

LA LEGA - "Un avvocato che difende un ministro nella sala stampa di Palazzo Chigi. Se l’avesse fatto Berlusconi con Ghedini l’avrebbero gia’ messo al muro - dice il vicepresidente dei senatori della Lega Nord, Sergio Divina - Perchè la conferenza stampa cui l’avvocato Di Raimondo ha cercato di spiegare l’inspiegabile, si è svolta a Palazzo Chigi e non nella sede del ministero della Idem o nello studio dell’ avvocato?".

Divina preannuncia una interrogazione al Presidente del Consiglio Enrico Letta.

La più povera dei poveri non tocca i soldi dal 2001

Stefano Lorenzetto - Dom, 23/06/2013 - 11:32

Vive senza denaro e ha fatto voto di non chiedere mai, tantomeno l'elemosina. "A piedi verso la Terra santa trovavo lungo la strada sacchetti di cibo intatto"

 

Si definisce la «povera allegra», ma Laura Galletti è assai più povera di come appare. La più povera d'Italia. Ha fatto voto di non chiedere mai niente a nessuno, tantomeno l'elemosina. Non tocca il denaro per nessun motivo. Non ha una casa. Non riscuote la pensione. Non ha da parte risparmi. Non utilizza i trasporti pubblici. Non usa telefoni o computer. Non possiede nulla di nulla, a parte uno zainetto, un borsone da viaggio e gli abiti che indossa. Eppure non ha smarrito il suo radioso sorriso.

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E si presenta perfettamente in ordine, vestita con sobria eleganza, pulitissima, le mani e le unghie curate, i capelli che sembrano acconciati dal parrucchiere. Il film della sua vita potrebbe intitolarsi In viaggio con papà, se non l'avessero già girato Alberto Sordi e Carlo Verdone. Solo che questo papà si scrive con la maiuscola. Il compagno di viaggio di Laura Galletti è Dio, che lei chiama appunto Papà. Dell'altro padre, quello naturale, ricorda d'averlo visto per la prima e ultima volta a 18 anni. Si presentò dicendole: «Ora che sei diventata signorina, ti serviranno», e le esibì un rotolo di banconote. Voleva comprare il suo affetto e il suo perdono. Lei lo mandò a quel paese. Il rifiuto dei soldi era scritto nei precordi.

 Da quando è nata, nel 1947, a Milano, Laura porta il cognome della mamma, Giulia Galletti, insegnante con due lauree (lettere e lingue) e cinque diplomi, che fu preside della scuola Bon Brenzoni a Verona, dove la famiglia era proprietaria del ristorante Birra Pedavena nella centralissima piazza Bra, e morì nel 1999. «Non ho mai preso marito perché ero sposata con lei. Aveva 42 anni quando mi partorì e io l'ho assistita fino ai 95. Allora vivevo grazie alla sua pensione e all'assegno di accompagnamento». Non che Laura Galletti non fosse in grado di mantenersi da sola, capiamoci.

Diplomata all'istituto d'arte Nani nella città scaligera, ha studiato grafica e fotografia a Monaco di Baviera. Ha avuto uno studio di pubblicità tutto suo. Ha lavorato per lungo tempo a Firenze presso l'agenzia Leader di Pico Tamburini, parente alla lontana di sua madre, che aveva in portafoglio clienti come Piaggio, Ray-Ban e Ariston: era la responsabile dei servizi fotografici e del casting al fianco di Gilberto Filippetti, il creativo che ideò il fortunato slogan «Chi Vespa mangia le mele (chi non Vespa no)». Ha curato per 12 anni a Milano l'immagine di Bagaglino hotels & resorts. «Lavoravo 14 ore al giorno, ormai avevo adeguato i miei ritmi di vita a quelli delle rotative.

Ho detto basta. Oggi mi accontento solo di esistere. Per la prima volta mi sento finalmente radicata in qualcosa: in Dio». Appena persa la mamma, la «povera allegra» s'è recata in banca con una suorina delle Missionarie della carità di Madre Teresa di Calcutta. «Credeva che volessi fare un'offerta. Quando ha visto che le intestavo il conto, è arrossita. Le ho detto: per me questa è solo carta, adesso per fortuna la responsabilità di che cosa farne è solo vostra». Da allora la sua casa è Roma. «Indirizzo privilegiato: primo gradino della libreria Àncora all'angolo fra via della Conciliazione e piazza San Pietro. I barboni dormono all'addiaccio. Io invece mi costruisco una casetta con tre scatoloni d'imballaggio, uno incastrato dentro l'altro.

Alle 6.30 i carabinieri c'invitano a sloggiare. Ogni sera mi devo rifare il ricovero. Invece nel porticato di Palazzo Pitti a Firenze, dove dormo da qualche notte, posso lasciare i cartoni ben ripiegati in un angolo». Laura Galletti si muove solo a piedi. «Niente autostop: non posso chiedere. Ma se Papà mi manda un passaggio, accetto volentieri». Con questo sistema ha girato tutta l'Italia ed è arrivata anche in Terra santa, a Lourdes, a Fatima, a Medjugorje, a Santiago di Compostela, «il Cammino no, non l'ho fatto per intero, perché se vuoi dormire negli ostelli ti serve qualche soldo e poi io non posso andare per sentieri, devo percorrere solo strade statali asfaltate: ho un unico paio di scarpe da farmi durare».

Quando ha deciso di vivere così?
«Il 12 aprile 2001. Ma è una storia lunga».

Sono qua apposta.
«Dall'adolescenza in poi ho vivacchiato nell'indifferenza religiosa. Dio lassù, io quaggiù. Da inferma mia madre riceveva l'eucarestia in casa. Per farla contenta, mi sono confessata e ho cominciato a comunicarmi anch'io. Quando se n'è andata, ho sentito che morendo la mamma mi aveva dato per la seconda volta la vita, quella eterna».

Immagine suggestiva.
«Dunque dovevo trasferirmi nella Città eterna, nella culla della cristianità. Andavo alla messa cantata delle 8 nella basilica di San Pietro. Ero catturata dalle omelie di monsignor Alberto Roncoroni. La badessa di un convento delle Clarisse mi indirizzò a un centro per ragazze madri, in via di Bravetta. La superiora mi disse: “Vede l'area qui intorno piena di calcinacci? Me la trasformi in un giardino”. La accontentai. Mesi di sudore. Il martedì alle 19 andavo alla catechesi nella parrocchia di Santa Galla, molto distante. La suora mi cacciò perché tornavo in ritardo. Mi ritrovai a dormire fra alcolisti e drogati nella stazione Tiburtina, dentro i sacchi neri della spazzatura».

Come ha fatto a non diventare una barbona? «Il degrado è frutto dei comportamenti dell'essere umano. Se non segui delle regole, degradi. Io non vivo nel degrado perché non sono degradata».

Continui.
«Il 12 aprile 2001 vado in pellegrinaggio nel luogo in cui fu decapitato l'apostolo Paolo, alle Tre Fontane, dove in quello stesso giorno di 54 anni prima la Madonna disse al tranviere Bruno Cornacchiola: “Tu mi perseguiti, ora basta!”. A un certo punto i fedeli si mettono a guardare verso l'alto. Istintivamente faccio lo stesso e mi accorgo che posso osservare il sole senza accecarmi. Pulsava come un cuore in un cielo di colore tra il rosso e il rosa magenta. Il fenomeno è durato fino al tramonto. Ho pensato: è un segno divino, come posso ricambiare? Nello slancio emotivo ho risposto: via tutto il denaro e mai più una richiesta. Un minuto dopo la mente s'è resa conto dell'enormità di quella voce dal sen fuggita. Ma era una promessa al Papà e ormai non potevo più convertirla in una novena».

Perché no? Anche Lucia Mondella fu dispensata da un voto irragionevole fatto per sfuggire all'Innominato. «Non ero stata io a decidere. La relazione con Dio non è come quella con gli uomini. È sincronia totale: io sento e penso quello che il Papà sente e pensa. Sottrarmi sarebbe equivalso a tradire me stessa. Perciò mi misi in cammino».

Verso dove?
«Medjugorje. Ci arrivai da clandestina: ero alle prime armi, mi pareva un peccato veniale. Andai all'imbarco del traghetto Ancona-Spalato. Erano le 9 di sera. Controllori ovunque. Impossibile farla franca. Cinque minuti prima che la nave salpasse, si scatenò a ciel sereno un nubifragio da tregenda. Fuggi fuggi generale. E io riuscii a intrufolarmi a bordo».

Fu l'unico viaggio da clandestina?
«Ne feci solo un altro sul traghetto da Brindisi alla Grecia. Ero decisa ad andare in Palestina. Dissi a Gesù: senti, Papà, se vuoi che arrivi a casa tua, devi farmi da tour operator. Da quel giorno, a piedi verso Istanbul, trovavo dei sacchetti bianchi, senza scritte, lungo il ciglio della strada. Come se qualcuno avesse fatto la spesa per me. Dentro c'era di tutto: pane, latte, cioccolato, una volta persino paste alla panna. Non rimasugli, badi bene: cibo fresco, intatto. Il primo giorno ne tenni un po' da parte, per paura di restare senza. Alla fine dovevo buttarlo, tanto ne rinvenivo. E chiunque incontrassi, sempre lo stesso ritornello: “No money? No problem”. Il traghetto per Cipro me lo pagò un controllore».

E una volta a Cipro?
«Dalla zona turca non mi facevano passare in quella greca. Chiesi di poter avvertire per telefono l'ambasciata italiana: dormo in una casa diroccata lungo la linea di confine, fra un mese venite a prendere il mio scheletro e rimandatelo in patria. Accorse subito un diplomatico con un biglietto aereo pagato per Tel Aviv. Insistette per darmi 100 dollari di tasca sua: “Lo faccia per me, la prego. Non sopporto che lei vada in giro senza nulla”. A Gerusalemme mi ospitò un frate. Tempo una settimana e mi mandò via perché il mio stile di vita lo angosciava. Tornai da lui dopo 40 giorni a consegnargli la banconota avuta dal funzionario dell'ambasciata. Quasi piangeva: “Non sapevo come pagare un operaio che ha fatto un lavoro nel dormitorio da cui l'ho cacciata. Un conto da 100 dollari esatti. Ed ecco la pazza che trova da mangiare sugli alberi me li ha portati”».

Ma ieri sera, qui a Firenze, che cosa ha mangiato? «Ho trovato due vaschette di riso alla greca, sigillate, in via dei Servi di Maria. Papà non mi dimentica mai».

E stamattina?
«Un turista straniero in attesa di entrare nel Giardino di Boboli s'è staccato dalla coda e mi ha consegnato un sacchetto bianco con dentro un dolce di riso. Poi è ritornato a far la fila, sorridendomi».

E a Roma?
«Ci sono almeno 60 mense per i poveri».

Chi le procura le medicine?
«Dico a Papà: tu mi hai fatta e tu mi devi aggiustare. Non mi ammalo da anni».

Come riesce a essere così in ordine?
«Alle 9 sono andata nel bagno della Rinascente, quello per disabili, ampio, bellissimo. Un'ora e mezzo di toeletta».

Chi le fornisce il vestiario?
«Nel santuario della Madonna delle Lacrime di Siracusa mi avvicinò una signora, Maria Bordieri, dicendomi: “Le parlo come se fossi sua madre. Una voce mi ha sussurrato: segui quella donna, non abbandonarla».Chiesi: ma lei quanti anni ha? “Quaranta”. Io 54, è la prima volta che una mamma nasce dopo sua figlia. Da tre inverni vivo quattro mesi a casa sua in Sicilia. Ha due figli, è sposata con un camionista. A Natale mi consegnano un pacco dono con dentro tutto ciò che mi serve durante l'anno: abiti, biancheria, scarpe, sapone, dentifricio».

Che ne è della sua pensione?
«Quella di lavoratrice non mi spetta perché per un anno non pagai i contributi. La sociale, 429 euro al mese, finisce a 15 padri del Terzo mondo che così non sono costretti a lasciare la loro famiglia per venire a lavorare in Europa. È un progetto dei carmelitani di Ciampino, si chiama Adotta un papà nella sua terra».

Le capita di fare brutti incontri?
«Mai. Il male ha potere solo se gli diamo potere. Vivo con Colui che il male l'ha sconfitto. La mattina dopo l'elezione, Papa Francesco è andato a pregare nella basilica di Santa Maria Maggiore. Ero lì anch'io, ma ho trovato i cancelli sbarrati. Il pastore dentro e le pecore fuori. Bello, no? Ho saputo da una suora che il Pontefice se n'è lamentato. “È per la sua sicurezza, Santità”, gli hanno spiegato. Ma lui ha replicato: “Non sono indifeso”. Lo dico anch'io: non sono indifesa».

Non pensa che la sua testimonianza sia utopica? Come potrebbe un padre di famiglia crescere i figli e mandarli a scuola senza denaro?
(Attimo di silenzio). «Non lo può fare».

Che cos'è per lei il denaro? «Liberi si è nell'essere, non nel fare. E quando si è nell'essere, il denaro, che è uno degli strumenti del fare, perde valore».

Col denaro si può ottenere tutto?
«Il denaro può solo provvedere la precarietà. Sa che cosa diceva l'armatore greco Aristotele Onassis, notoriamente assai ricco? Quando un uomo afferma che col denaro si può ottenere tutto, puoi stare certo che non ne ha mai avuto».

Che cosa pensa delle banche?
«Non ne penso. Non fanno parte dei miei pensieri. Affari vostri».

E della crisi economica?
«Mal voluto non è mai troppo. L'uomo è l'unico essere dell'universo che ha bisogno dei soldi. Provi a chiedere a un uccellino perché non ha denaro».

Ai quasi 3 milioni di italiani disoccupati che cosa sente di poter dire?
«Grazie, uomo».

Lei contraddice persino l'Ecclesiaste: «Il vino fa stare allegri, ma il denaro risponde a ogni scopo».
«Papà mi disse: ora chiudi i libri e a noi due, cercami, mettimi alla prova! Per chi si priva dei soldi, la situazione umana diventa quasi tragica. Si viene presi dallo sgomento: che senso ha la vita se non posso più godere di nulla? Ma poi ti accorgi che solo l'assenza di denaro dà la possibilità di rendersi conto della presenza di Dio».

La brama di denaro è davvero alla radice di tutti i mali, come scrive San Paolo a Timoteo?
«No. Il bambino non è meno perfetto dell'adulto e l'uomo non è meno divino di Dio. Solo che...».

Solo che?
«Il troppo avere non ti renda peggiore».

stefano.lorenzetto@ilgiornale.it

IPhone 5 Superstar

Redazione



Trattamenti di lusso e tasti d’oro


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L’iPhone 5, considerato dai più quasi un oggetto di culto, un po’ come tutti i prodotti Apple, può trasformarsi in un accessorio di lusso esclusivo. Non in quattro e quattr’otto, sia chiaro: servono una serie di trattamenti particolari.
Stuart Hughes, per esempio, noto gioielliere di Liverpool, ha completamente tempestato in oro e diamanti il melafonino: costo del “trattamento di bellezza”? 10.000.000 sterline.

Goldgenie, altra azienda specializzata in questo tipo di trattamenti, è andata oltre introducendo la serie Superstar dedicata a chi “può’ permettersi qualcosa di simile ad un prezzo “più contenuto”. L’iPhone 5 è disponibile in due varianti: Superstar Oro con 200 grammi di oro 18 carati e il Gold Superstar Ice con 364 diamanti (da 5,5 carati in totale). Il Superstar Oro costa la bellezza di 48.000 sterline, mentre il Gold Superstar Ice costa 68.000 sterline. Vale la pena spendere così tanto per questi trattamenti di lusso se poi i telefonini invecchiano così in fretta?

Goldgenie ha pensato anche a questa eventualità, promettendo di cambiare lo smartphone qualora venga rilasciato un modello più recente. L’azienda, quando consegna ai propri clienti l’iPhone trasformato, provvede al contestuale rilascio di alcuni certificati che attestano l’autenticità dell’oro e dei diamanti. Il tutto viene confezionato in una scatola realizzata in misto rovere e ciliegio che include anche il cavo USB e gli Apple earpods.

Sarà quasi un peccato usarlo per telefonare.

Kabul, l'addio alle armi è una bomba a orologeria

Eleonora Barbieri - Dom, 23/06/2013 - 10:40

Dopo il ritiro nel 2014, l'America "rottamerà" equipaggiamenti militari per 7 miliardi di dollari. Ed è polemica per lo spreco di soldi e tecnologia

È costoso anche lasciare. Per l'America, l'Afghanistan è un prezzo da pagare, e non solo politico: sono milioni di dollari, miliardi.

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Non solo quelli spesi in oltre un decennio di missione, ma anche quelli che mancano per arrivare alla data cruciale, il ritiro programmato per la fine del 2014. E fra le centinaia di dettagli materiali da considerare, ce n'è uno che gli uomini del Pentagono ancora cercano di risolvere: che fare di tutte le armi e gli equipaggiamenti dispiegati. Il problema è che sono troppi, ingombranti da rimpatriare e comunque, ormai, inutili. Alla fine, circa il venti per cento del totale rimarrà a Kabul; ma siccome non può rimanere così com'è (non si sa mai), dovrà essere in qualche modo distrutto. Una specie di rottamazione colossale. Farewell to Arms.

In soldi, sette miliardi di dollari di equipaggiamento che saranno di fatto abbandonati. Seminati fra le rocce afghane. Fatti a pezzi per essere rivenduti al mercato, un tanto al chilo. Il Washington Post ha raccontato questa nuova polemica nella polemica sul ritiro, che è anche una questione di immagine: in un momento di tagli non è bello che miliardi di dollari siano sprecati così, mollati oltreoceano, buttati alle spalle insieme a una guerra dichiarata finita. Non è bello neanche che, mentre si viene a sapere che il disarmo è in corso, i soldati americani intanto vengano uccisi in attacchi continui da parte dei talebani che si sono risvegliati di fronte alla prospettiva che il Paese sia libero dalle truppe straniere.

Il Pentagono è in imbarazzo. Cerca di non pubblicizzare il problema, che però resta. Nel venti per cento di armamenti che non tornerà a casa ci sono pure i blindati antimine «Mrap», dei veicoli superprotetti che la tecnologia Usa ha creato apposta per fronteggiare il pericolo delle strade irachene e afghane tempestate di insidie. Di questi veicoli ne esistono più di venticinquemila nel mondo: ebbene, secondo il Pentagono la metà ormai è inutile. Degli undicimila che girano per le strade di Kabul e dintorni, duemila sono considerati di troppo: resteranno lì. Un veicolo costa un milione di dollari, moltiplicato per duemila sono due miliardi di dollari. Che saranno smembrati pezzo dopo pezzo, in una operazione che richiede dodici ore di lavoro specifico da parte di esperti; poi, questi rifiuti finiranno sulle bancarelle come «polvere dorata», venduti per pochi centesimi.

Il generale Stein, che si occupa dei tagli in Afghanistan, ha spiegato al Washington Post che quello da Kabul «è il più grande ritiro della storia». E comunque, secondo i vertici militari le operazioni sono pianificate e portate avanti nel modo più corretto (anche per le casse pubbliche). Ma perché non donare gli equipaggiamenti agli afghani? Per l'America è da escludere. È stato possibile in Iraq, dove oltretutto gli Stati Uniti hanno avuto il vantaggio di poter parcheggiare molto materiale in Kuwait, in attesa di rispedirlo a casa.

Ma le forze militari, economiche e politiche afghane non lo consentirebbero. E poi di nuovo, anche in questo caso si riproporrebbe una questione di immagine: come lasciare equipaggiamenti sofisticati potenzialmente in mano anche ai talebani? Una parte potrebbe essere venduta o regalata agli alleati, che però si ritroverebbero con lo stesso problema: quindi - si presume - pochi sarebbero disponibili. Rimane il dubbio che poi tutti quegli armamenti e quei veicoli debbano essere magari riacquistati in futuro, dopo averne buttati via per miliardi.

L'incredibile storia del latte avariato con tanti complimenti al frodatore

Corriere della sera

C'è sempre qualcuno che si crede più scaltro degli altri


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Questa è una storia italiana, tutta italiana, troppo italiana. Renato Zampa, leader del Cospalat del Friuli Venezia Giulia, è stato arrestato. L'accusa lo vede implicato nel commercio di latte tossico. L'indagine è stata condotta dai Nas di Udine. Oltre a Zampa, sono stati eseguiti altri arresti domiciliari. L'ipotesi di reato è pesante: associazione per delinquere finalizzata alla frode in commercio, adulterazione di sostanze alimentari e commercio di sostanze alimentari pericolose per la salute. Secondo gli accertamenti degli investigatori, coordinati dalla Procura di Udine, sarebbe stato messo in commercio volutamente latte contaminato da aflatossine, una muffa cancerogena che può avere effetti gravi sulla crescita dei bambini. In alcuni casi è stata certificata anche la presenza di antibiotici.

Quelli della Cospalat erano consapevoli di praticare una frode commerciale in piena regola. In un'intercettazione telefonica, l'amministratore di un caseificio del napoletano fa i complimenti a Renato Zampa, per avere aggirato i controlli: «Me lo dicevano che sei un grande uagliò!». Per il frodatore ci sono solo complimenti.

Renato Zampa era già salito agli onori delle cronache come uno dei leader della protesta contro gli accordi comunitari sulle «quote latte», un movimento che, alla pari di altre azioni sviluppatesi in diverse regioni italiane, aveva dato vita a clamorose rimostranze. Gli allevatori rivendicavano il diritto che il mercato del latte dovesse «appartenere a chi lavora e produce», lottavano per «poter controllare le future scelte in agricoltura», sbandieravano la «purezza» del latte italiano, trovando il forte appoggio della Lega Nord. Oggi, quegli sforamenti ci costano una multa che si aggira sui quattro miliardi di euro, giusto i soldi che ci mancano per scongiurare l'aumento dell'Iva.

Una storia italiana: mentre tutto il mondo esalta il cibo made in Italy, da noi c'è sempre qualcuno che si crede più scaltro degli altri. La regola d'oro è: promettere secondo la nostra furbizia, mantenere secondo i nostri inganni. Per dire: un esercizio commerciale su tre continua a non emettere scontrini o ricevute fiscali.

Aldo Grasso
23 giugno 2013 | 11:22

Domenica «arriva» la superluna Ecco come ammirare il fenomeno

Il Mattino


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ROMA - Appuntamento con la superluna: la Luna piena più vicina alla Terra del 2013 si prepara a dare spettacolo domenica 23 giugno. Sarà la Luna piena più vicina alla Terra di quest'anno poichè raggiungerà la distanza minima di 357.000 chilometri. «Per quest'anno non avremo più una Luna così vicina alla Terra in fase di Luna piena», ha osservato l'astrofisico Gianluca Masi, responsabile del Virtual Telescope e curatore scientifico del Planetario di Roma. «Sarà particolarmente brillante - prosegue - ma ad occhio nudo non sarà che una bella e luminosa Luna piena».

Sarà infatti impossibile cogliere ad occhio nudo la differenza con una qualsiasi altra Luna piena. Per chi trova in mare, l'unico effetto osservabile saranno le maree, un po' più consistenti a causa della particolare vicinanza della Luna. La differenza tra la super Luna ed una normale Luna piena si potrà cogliere solo con l'aiuto di un telescopio.

Oppure, più facilmente, con una macchina fotografica. «Chiunque voglia - dice Masi - potrà fotografare la Luna piena di domenica sera e quelle successive: confrontando le immagini potrà facilmente rendersi conto della differenza». Quello di domenica sera sarà, insomma, uno spettacolo bello ma non speciale. Il fenomeno si ripete infatti a intervalli di circa 14 mesi. Il prossimo appuntamento con la super Luna è già fissato per il 10 agosto 2014, con una brillantissima Luna piena che ruberà la scena alle stelle cadenti.

 
sabato 22 giugno 2013 - 09:09   Ultimo aggiornamento: 11:11

Tutto quello che Josefa non spiega

Stefano Filippi - Dom, 23/06/2013 - 09:27

Sono molti gli aspetti non chiariti dello scandalo in cui il ministro Josefa Idem è coinvolta (mancato pagamento di Ici, abusi edilizi, palestra senza autorizzazioni) che l'olimpionica "non poteva non sapere". E c'è un nuovo giallo che la senatrice del Pd dovrà chiarire

dal nostro inviato a Ravenna



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«Una montatura mediatica», dice il ministro Josefa Idem, «non sapevo niente, ero sempre in canoa». Eppure sono molti gli aspetti non chiariti dello scandalo in cui è coinvolta (mancato pagamento di Ici, abusi edilizi, palestra senza autorizzazioni) che l'olimpionica «non poteva non sapere», come avrebbe detto Antonio Di Pietro. Non poteva ignorare di aver fissato la residenza anagrafica in un luogo diverso dal domicilio, a un indirizzo cui vengono recapitate tutte le notifiche e le comunicazioni ufficiali, a partire da quelle del Comune di Ravenna di cui la signora è stata assessore per vari anni.
Non arrivava la posta in Carraia Bezzi 104, frazione Santerno di Ravenna?
Migliaia di coniugi italiani, come rileva il consigliere ravennate Maurizio Bucci (Pdl) in una lettera aperta al ministro piena di interrogativi, per anni hanno usato il trucco di dichiarare due residenze diverse per beneficiare della doppia esenzione Ici per la prima casa. Ora la legge ha posto fine a questa forma di elusione. Anche Sefi Idem si è adeguata con un ravvedimento operoso alla vigilia del voto che l'avrebbe insediata al Senato. Impossibile pensarci prima?

C'è anche da chiedersi se il ministro-canoista sia così fuori del mondo da non sapere che le opere edilizie negli immobili di proprietà vanno comunicate agli uffici competenti. Le difformità sono state verificate da un accertamento dell'Ufficio edilizia del comune di Ravenna l'11 giugno scorso, una settimana dopo che un quotidiano locale aveva fatto scoppiare il caso. Se quella è casa sua, come poteva il ministro ignorare il flusso di sportivi che si recavano ad allenarsi in palestra? Non sapeva che la trasformazione di un'abitazione in un'attività commerciale dev'essere segnalata al Comune, e che la struttura va dotata dei requisiti urbanistici, igienico sanitari e di sicurezza imposti da una pletora di leggi? Davvero non conosce proprio nulla, il ministro Sefi Idem, della burocrazia vessatoria che opprime milioni di italiani?

Ed eccoci, appunto, alla palestra abusiva, la Jajo Gym, gestita dall'Associazione sportiva dilettantistica Canoa Kajak Standiana che conta 7 tessere: tre intestate al marito Guglielmo Guerrini (suo ex allenatore) che ne è anche il presidente, una al cognato Gianni e un'altra a lei stessa, il ministro. Un'associazione senza scopi di lucro tutta in famiglia, che gestiva attività aperte al pubblico: anche questo all'insaputa della Idem, nonostante le foto del sito internet che la ritraggono tra gli attrezzi ginnici con amici e medaglie? Ignorava perfino il patrocinio concesso dal Comune di cui è stata assessore?

Anche il Comune di Ravenna si è trincerato dietro il «poteva non sapere». Ha incluso la palestra Jajo Gym nella guida degli impianti sportivi comunali senza verificare che la struttura possedesse le autorizzazioni del caso. Ha fatto scattare i controlli soltanto dopo la «montatura mediatica», in mancanza della quale sarebbe tutto continuato sotto silenzio: la palestra abusiva, il mancato versamento delle imposte sulla prima casa, le irregolarità urbanistiche e sanitarie.

Ma c'è un nuovo giallo che la senatrice del Pd dovrà chiarire, e riguarda sempre i suoi rapporti con l'amministrazione comunale di Ravenna. Si tratta dei contributi previdenziali versati a suo favore dall'ente locale nel secondo mandato da assessore: 8.642 euro dal giugno 2006 al maggio 2007. Sono soldi riconosciuti agli amministratori dei comuni con più di 10mila abitanti che prendono aspettativa dal lavoro. Secondo Alvaro Ancisi, capogruppo Udc, in quei 10 mesi Sefi Idem figurava come prima e unica dipendente (istruttrice e segretaria) dell'associazione Canoa Kajak Standiana, l'associazione presieduta dal marito che ha sede in Carraia Bezzi.

I versamenti autonomi all'Inps sono scattati 10 giorni prima della nomina ad assessore: Ancisi sospetta che l'assunzione della Idem sia stata «fittizia e strumentale» all'incasso dei contributi. Nel primo periodo da assessore (maggio 2001-febbraio 2006) Josefa Idem non aveva segnalato alcun rapporto di lavoro dipendente. Scaduto il secondo mandato, non risultano altri versamenti di oneri previdenziali all'Inps da parte dell'associazione Standiana per Josefa Idem, e neppure ulteriori rapporti di lavoro a parte qualche giorno nel 2009. Forse che il contratto come istruttrice di fitness è cessato quando il Comune di Ravenna non poteva più coprire i contributi?



La Idem attacca tutti e non molla la cadrega

Josefa Idem va al contrattacco: "Mi hanno chiamata ladra e puttana. Non sono infallibile, ma sono onesta e non permetterò a nessuno di dubitarne"

Libero Pennucci - Sab, 22/06/2013 - 21:29

Josefa Idem contro tutti ma non molla la poltrona. Nel suo italiano teutonico la ministra per le Pari Opportunità è andata all'attacco. Dura e tagliente. Lo scandalo sui presunti abusi edilizi e il mancato pagamento dell'Imu è una ferita bruciante e l'ex atleta, a fianco del suo legale, vuole fare vendetta.
Inizia recitando a memoria il suo palmarès di vittorie mondiali, cercando di usare le medaglie come uno scudo per difendersi dalle accuse, poi passa all'attacco: "Le parole a volte sono pietre e sono state scagliate contro di me con inaudità brutalità e violenza". Si riferisce direttamente agli insulti dell'europarlamentare Mario Borghezio: "Mi hanno dato della ladra, della puttana". Una dichiarazione, quella dell'ex leghista, che ha subito scatenato una censura bipartisan. Tanta rabbia ma nessun passo indietro, come aveva precisato il suo ufficio stampa poche ore prima.

Più che una conferenza stampa, quello della Idem, è uno sfogo in piena regola e in diretta tv. Poi si giustifica con il solito canovaccio già utilizzato nei giorni scorsi: "Ho imparato tanto durante i miei anni di impegno sportivo, ma non a fare la commercialista o la geometra o l’ingegnera. Dunque ho delegato tutte le mie funzioni amministrative ad alcuni esperti". Insomma: io non c'entro nulla, hanno fatto tutto a mia insapura. Un copione noto. E dunque scarica il barile sui suoi collaboratori: "Avevo chiesto ai miei collaboratori che tutto fosse fatto a regola d’arte e secondo la legge. Per come ho ricostruito la vicenda, ci sono state alcune irregolarità, me ne scuso, me ne assumo le responsabilità e sanerò quel che c’è da sanare. 

Non sono infallibile ma sono una persona onesta e non permetterò a nessuno di dubitarne". Poi arrivano le scuse con la precisazione, nient'affatto scontata, che non lascerà il suo incarico. "Per come sono riuscita a ricostruire la vicenda, sui lavori edili ci sono state alcune irregolarità e ritardi. Me ne scuso e me ne assumo le responsabilità come ogni cittadino e sanerò quello che si dovrà sanare", ha detto l'ex olimpionica. 

Poi la palla passa all'avvocato, perché la Idem si è presentata nella sala conferenze di Palazzo Chigi direttamente col suo legale. "Non c'è nessun reato  - ha detto l'avvocato Luca Di Raimondo -. La contestazione è stata mossa il 17 giugno e il ministro ha pagato la sanzione il giorno successivo, si trattava solo di irregolarità» di carattere amministrativo.  Quanto alla questione relativa a Ici e Imu, non è vero che non sono state pagate. 

Non è vero che è stata fatta una dichiarazione falsa: il 4 febbraio, entro il termine di legge del 28 febbraio valido per qualsiasi contribuente, è stata dichiarata quale fosse la dimora familiare. Il pagamento con ravvedimento operoso è previsto dalla legge, ma è stato letto come un’iniziativa volta a correre ai ripari in maniera tardiva". Dopo l'"arringa difensiva" la parola passerebbe ai giornalisti ma la Idem, dopo aver risposto a qualche quesito, si allontana lasciando in sua difeda l'avvocato Di Raimondo. La Idem rischia di vincere una nuova medaglia: di arrampicata sugli specchi.

Cicci”, il marito-allenatore e quella gestione “opaca” della palestra di famiglia

La Stampa

Un’associazione paga 600 euro di affitto per l’edificio accatastato come abitazione

raphaël zanotti
inviato a ravenna


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Brillante, sanguigno, lavoratore: Guglielmo Guerrini, che qui tutti chiamano Cicci, è un romagnolo doc. Se potesse, in questi giorni, esploderebbe. Ma gli hanno messo la mordacchia. E lui è costretto a restare chiuso in casa, senza parlare. “Brota zênta…”, brutta gente, è l’unico commento che gli resta. Lui, Cicci, rischia di passare un po’ per quello che ha fatto il pastrocchio, se si vuole difendere il candore della moglie Josefa, ministro un po’ in affanno nelle ultime vicende. 

Ma Cicci Guerrini non è l’ultimo arrivato. Era già conosciuto prima che incontrasse Josefa. Nato a Bagnacavallo, centro alle porte di Ravenna, è il classico romagnolo che si è fatto da sé. Ex canoista, insegnante di educazione fisica nelle scuole, scriveva saggi sulla forza e allenava squadre di pallavolo quando, nel 1989, incontrò Josefa a Praga, durante un raduno sportivo. Un amore a prima vista. Un anno dopo erano già sposati e inseparabili: lei, l’atleta d’acciaio, lui il marito, padre dei suoi figli (Janek e Jonas) e preparatore atletico.

Un brillante preparatore atletico, visti gli eccezionali risultati agonistici di Josefa. E così sono arrivati anche i lavori dal Coni, la nomina ad allenatore della nazionale femminile di canoa, l’incarico come responsabile del progetto di preparazione per la disciplina per le Olimpiadi di Londra. Ma per tutti, qui a Ravenna, è rimasto Cicci Guerrini. Ora che la moglie è in difficoltà, per la questione della casa palestra di carraia Bezzi 104, è anche a lui che guardano. Perché quando intrecci in modo così indissolubile famiglia e professione, è facile che qualcosa vada storto. Che un’abitazione possa diventare palestra, che un’associazione di volontariato sportivo abbia sede nel tuo soggiorno. 

Ha un bel ricostruire, l’avvocato Luca Di Raimondo, la storia della palestra JaJo in carraia Bezzi a Santerno. Proprietaria dei muri è Josefa Idem che nel 2004 ha stipulato un contratto di comodato d’uso con un’associazione dilettantistica, l’associazione Canoa Kayak Standiana (presieduta dal marito e fino al 2003 con sede nella loro casa in carraia Bezzi 102 dove ora abita Gianni, fratello del marito), la quale associazione ha poi siglato nell’ottobre 2008 un “protocollo d’intesa” con un’altra associazione dilettantistica (l’Asdilettantistica Sicul Motori e Sports) per la gestione della palestra. La quale paga un affitto di 600 euro per l’uso della palestra “personale” di Josefa in un edificio accatastato come abitazione. Chiaro.

Poi uno comincia a smontare i pezzi. Il protocollo d’intesa non è un contratto d’affitto. E quindi ci si domanda a che titolo il marito percepisca dei soldi per un bene che gli è stato dato in comodato gratuito. L’accordo, si dice, è stato raggiunto nell’ottobre 2008 (giusto un mese prima delle foto di Google Streetview che certificano l’esistenza della palestra almeno dal novembre 2008), peccato che la Sicul Motori e Sports risulti registrata al Coni solo dal 27 gennaio 2009, quindi successivamente. E con semplice codice fiscale, non con partita Iva. Quindi, teoricamente, senza poter svolgere attività commerciale.

Tutto un po’ in famiglia, com’è sempre stato. Alla buona, un po’ alla romagnola. Come quell’altra storia dell’assunzione, nella quale Cicci Guerrini il marito-allenatore-padre è diventato per un certo periodo anche datore di lavoro di Josefa. Giusto il periodo del suo incarico da assessore, con pagamento degli oneri da parte del Comune. L’avvocato spiega: rapporto di lavoro interrotto per le stesse ragioni per cui il ministro Idem lasciò l’incarico di assessore: famiglia e preparazione atletica. Ma qualcuno potrebbe chiedersi: e l’associazione? Sostituì la sua unica dipendente visto che ne aveva così bisogno? E con chi? Certo, non stiamo parlando di tangenti, case a propria insaputa o festini. Stiamo parlando di una palestra di 100 metri quadri tra le quattro case di Santerno. Ma si sa, se uno diventa ministro, è facile si scontri con quella “zênta brota”.

Usa, uccise bimbo nelle braccia del padre, il 16enne Donald Ray Dokins condannato a 90 anni

Il Messaggero

di Anna Guaita


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NEW YORK – Aveva solo 15 anni. Un ragazzino dall’aspetto mite e timido, che neanche dimostrava la sua pur tenera età. Eppure Donald Ray Dokins aveva già una bambina, ed era un membro attivo dei “Fudgetown Mafia Crip” una banda di Watts, il quartiere di Los Angeles famoso per le rivolte razziali del 1965. Una mattina di un anno fa, a cavallo della sua bicicletta, Dokins si è avvicinato a una famiglia che stava prendendo il sole sul prato davanti a casa loro, ha tirato fuori una pistola e ha sparato contro il giovane uomo che teneva in braccio il suo bambino di un anno. Il piccolo è rimasto ucciso sul colpo, il padre è a mala pena sopravvissuto.

Venerdì sera, a conclusione di un lungo processo, il giudice ha condannato Dokins a 90 anni di prigione. Al ragazzino, che non si era alzato e guardava fisso a terra, ha lanciato parole di fuoco: “Non hai neanche lo stomaco di alzarti e guardarmi. Hai nel cuore un odio così grande, che non arrivo a comprendere”. Dopo aver letto la condanna il giudice, Pat Comnnolly, ha aggiunto: “Non avrai mai più l’opportunità di uccidere altre vittime innocenti. Oggi non sai mostrare rimorso, ma spero che a un certo punto della tua vita ne sarai capace. Un uomo può cambiare la profondità e la sostanza dei propri sentimenti”.

Nel corso del processo, la giuria ha sentito la ricostruzione dei fatti, e la spiegazione dell’omicidio a sangue freddo. Nel quartiere che è al 60 per cento latino-americano e al 35 afro-americano, la rivalità fra le varie bande è spesso violentissima. Dokins girava in bicicletta quella mattina alla ricerca dei “nemici”, i membri della banda di “Grape Street” (Grape significa uva). Quando ha visto il giovane Mauro Cortez con il bambino, Angel, in braccio, lo ha scambiato per uno dei nemici per il semplice fatto che indossava una maglietta color uva. Le autorità hanno poi confermato che Cortez, un immigrato messicano che lavorava come muratore, non era mai stato membro di nessuna banda. Tre testimoni hanno raccontato che Dokins non aveva tradito nessun intento minaccioso, si era avvicinato, e poi di colpo aveva estratto un revolver, sparando diretto al petto dell’uomo e al bambino, un piccolo di un anno e due mesi.

La famiglia di Donald Dokins ha tentato di convincere il giudice a dargli una condanna più mite, considerata la sua giovane età, e il fatto che anche lui ha una bambina, che proprio adesso ha la stessa età della sua vittima. Il fratello ha testimoniato che Donald è un ragazzino buono e spaventato, e il suo insegnante ha sostenuto che è un bravissimo studente. Ma le prove a suo carico erano così pesanti che la giuria ci ha impiegato solo un’ora per giudicarlo colpevole.

Adesso, in prigione, le autorità dovranno proteggerlo. La vendetta delle bande latino-americane saranno per lui una spada di Damocle per tutti gli anni di carcere. E’ infatti possibile che Donald Dokins dovrà essere tenuto in un braccio speciale, conosciuto come “la scarpa”, dove sarà controllato a vista. Ma il suo avvocato ha rivelato che le minacce contro il giovane sono già tante e tali, da far temere che nessuno potrà proteggerlo. L’avvocato ha infatti chiesto alla stampa di non diffondere altre immagini del ragazzino, nella speranza di diminuire il rischio.


Sabato 22 Giugno 2013 - 19:48