sabato 22 giugno 2013

Evade le tasse ma difende il rom assassino (e ci denuncia)

Alessandro Sallusti - Sab, 22/06/2013 - 15:08

Ricordate? Un giovane rom senza patente alla guida di un suv inve­stì volontariamente e uccise un vi­gile urbano di Milano


 CatturaEra il 12 gennaio del 2012. Poche settimane fa il ragazzo è stato condannato a 15 anni di reclusio­ne, una pene lieve se paragonata ai 26 chiesti dall’accusa. Lo sconto è stato mo­tivato dai giudici così: «È cresciuto in un contesto di vita familiare caratterizzato dalla commis­sione di illeciti da parte degli adulti di riferimento e in una so­stanziale assenza di scolarizza­zione ». Noi titolammo, sintetiz­zando la questione: «Se il killer è rom, l'omicidio è meno gra­ve», perché ci era parso che tra le righe si dicesse chiaramente che era stata riconosciuta un’attenuante specifica carat­teristica di quella etnia.

Bene, la ministra alle Pari op­portunità, Josefa Idem, ha fat­to fare dal suo dirigente un esposto all’Or­dine dei giornalisti considerando la no­stra sintesi offensiva dei rom. Punite quei razzisti, chiede la signora, politicamente corretta con noi del Giornale quando si tratta di rom assassini, ma molto scorret­ta in quanto a etica personale. Già, per­ché è lei quella che ha fatto la furba per non pagare l'Imu, inventandosi finte resi­denze in palestra e non solo. Visto che an­che io, alla pari dei rom, voglio godere di pari opportunità, le chiedo, signora: a chi mi rivolgo per non avere al governo un ministro evasore visto che io l'Imu l'ho pagata?

Idem, ora spunta l’assunzione sospetta

La Stampa

Un lavoro dal marito quando era assessore a Ravenna. Un consigliere: l’ha fatto per i contributi dal Comune

raphaël zanotti
inviato a ravenna


Cattura
Quando arrivi a Ravenna, città del ministro Josefa Idem, puoi imbatterti nello striscione che Forza Nuova ha appeso sotto la sede del Pd: «In Germania si sarebbe dimessa, in Italia Idem?». Oppure nell’uomo al bar che rivendica la statura dell’illustre cittadina: «Sta facendo bene la nostra Sefi, questa è tutta una speculazione politica». Una città spaccata. Lo senti nell’aria. E lo capisci dalle dichiarazioni dei politici. Quando Alberto Pagani, l’altro onorevole di Ravenna, collega del Pd, arriva a chiedere al ministro di chiarire, e al più presto, significa che anche il partito quell’aria l’ha fiutata e si sta riposizionando.

Lei, il ministro, è intanto costretta a scartare. Paradossale per lei, allenata a far muovere la prua di pochi centimetri per non perdere la linea migliore sull’acqua. Ieri, impegnata a Reggio Emilia in un incontro sulle donne, si nega alla domanda dei giornalisti sulle sue eventuali dimissioni. Poi arriva una scossa di terremoto. La sala nella quale sta parlando viene evacuata. E da allora il ministro si fa di nebbia. Tornata nella sua Ravenna? Se è così, qui è arrivata la seconda scossa. Politica. Un consigliere comunale di opposizione, Alvaro Ancisi, scopre un’altra magagna: nel periodo in cui il ministro era assessore allo Sport del Comune di Ravenna, il marito Guglielmo Guerrini l’aveva assunta come unico dipendente dell’associazione dilettantistica che presiede.

Motivo: il Comune, così, le ha versato i contributi previdenziali per tutto il periodo dell’incarico. Esattamente 8.642 euro per 183 giorni lavorativi, dal 10 giugno 2006 al 7 maggio 2007, giorno in cui, per ragioni familiari e per prepararsi meglio alle Olimpiadi di Pechino, l’assessore oggi ministro si dimette. Dal giorno dopo, niente più incarico da assessore e nessun altro versamento. Evidentemente all’associazione dilettantistica Canoa Kayak Standiana non avevano più bisogno di una dipendente e il marito l’ha mandata via.

La coincidenza, ovviamente, è succosa. Si chiede al sindaco di mandare le carte in Procura per i necessari approfondimenti. Procura che, proprio ieri, ha ricevuto le prime carte sul caso Idem: gli esiti delle ispezioni dell’ufficio tributi e dell’ufficio edilizia che hanno accertato una serie di irregolarità edilizie nella casa-palestra di carraia Bezzi 104 dove il ministro risultava risiedere, garantendosi così l’esenzione dall’Ici tra il 2008 e il 2011.

Ancora una volta sembra essere l’associazione Standiana a mettere nei guai l’adorata Sefi. E più si scava in questa direzione, più gli aspetti familiar-professionali s’intrecciano. La Standiana risulta aver collezionato sette tessere nell’ultimo anno. Tre sono a nome del marito, Guglielmo Guerrini, una del fratello di quest’ultimo, Gianni. Che vive, manco a dirlo, in carraia Bezzi 102, la villetta accanto alla famigerata casa-palestra e, fino al 2003, anche sede dell’associazione Standiana.

Oggi, il ministro, per spiegare questo groviglio, invoca la sua buona fede. Spiega che la casa in carraia Bezzi 104 è sempre stata la palestra personale nella quale si allenava «come un professore ha la sua biblioteca». Dice che, dovendo affrontare una dura preparazione atletica, ha lasciato ad altri, a tecnici di sua fiducia, la gestione burocratica della sua vita. Comprensibilissimo, visti i risultati agonistici. Ma in quella palestra personale è stata impiantata un’attività commerciale.

E dal 2008, stando alle foto di Google Street. Andrea Alberizia, giornalista di una testata locale, ha fatto un bel colpo: «Mercoledì scorso ho chiamato uno dei numeri indicati nella pagina Facebook della palestra Ja Jo Gym (quella con sede in carraia Bezzi 104, ndr) chiedendo di potermi iscrivere. Mi hanno risposto che l’attività costava 60 euro al mese, ma che probabilmente in luglio sarebbero riusciti a mantenere la promozione a 45 euro. Non mi hanno chiesto alcuna iscrizione ad alcuna associazione sportiva». Non tutti i professori si mettono ad affittare i libri della propria biblioteca.

Dalle carte del Comune di Ravenna risulta che possibili autori degli illeciti riscontrati sarebbero la proprietà. 

Josefa Idem, e l’affittuario/gestore della palestra, l’Asd Motori e Sports di Maurizio Patanè. Ma esiste questo contratto d’affitto? E da chi è stato stipulato? Dalla proprietà o dalla sempre presente associazione dilettantistica Standiana del marito Guerrini? E se al Comune di Ravenna non risultava esserci alcuna palestra in quell’edificio, essendo accatastato come abitazione principale, a che titolo veniva pagato un affitto annuale, a detta dello stesso ministro, di 600 euro annuali?

Domande a cui, probabilmente, il ministro dovrebbe rispondere per chiarire. Come suggerito dal collega di partito Pagani. Intanto Patanè è sparito, il ministro fatica a rispondere e il marito Guerrini è stato «blindato» dall’avvocato che si sta occupando della faccenda, Luca Di Raimondo. Il quale, ieri, è arrivato a Ravenna. Probabilmente per prendere in mano la situazione. Un nuovo tecnico per gestire un po’ di burocrazia della vita del ministro olimpionico.

Madre , il logo visto dai creativi milanesi «Dài zio, una roba smart col times new roman»

Corriere del Mezzogiorno

Il blogger Luca Auanasgheps immagina, a modo suo, la scena nell'agenzia meneghina ingaggiata dal museo


Cattura
NAPOLI - Le polemiche per il logo del museo Madre realizzato da un'agenzia milanese (e costato - con l'intera comunicazione - 20mila euro) scatenano gli sfottò in rete. Particolarmente riuscito, nel suo solito mix di veracità e strisciante sarcasmo, è il punto di vista dello youtubber e blogger partenopeo Luca Auanasgheps. Che immagina i creativi dello studio milanese impegnatissimi a partorire il nuovo logo commissionato dal museo partenopeo di via Settembrini, struttura che dopo tre anni di limbo oggi, venerdì, riapre ufficialmente i battenti col direttore Andrea Viliani.

«Mò tutti quanti si stanno indignando per il nuovo logo del madre. io invece - scrive su Facebook Auanasgheps, nel suo stile rigorosamente minuscolo - so d'accordo col direttore. come dice lui, è un logo che innova e conserva. sceglie il minimalismo, ma insiste sul colore giallo che già contrassegnava l'immagine del museo, ma un giallo reso più carnale come se fosse antani. è un logo molto semplice, e il giallo carnale è popio quello che ci vuole per far vedere che a napoli siamo carnali, perchè il giallo carnale è tipo il colore degli spaghetti, e si sa che noi a napoli ci abboffiamo di spaghetti, mentre suoniamo il mandolino».

«Molte critiche però sono arrivate soprattutto per la scelta di far creare questo logo non a napoli, ma a milano (...) ma comunque. mi immagino sta riunione nello studio a milano per decidere il logo».
«uè zio, sti terroni ci hanno chiesto un project molto minimal. cazzofiga, andiam a fare prima l'ape, e poi ne parliamo. zio, ci danno ventimila sacchi per sto design. bigiamo l'ape, dai. ventimila sacchi. zio, io farei na cosa semplice, solo la scritta madre. come font possiamo usare il comic sans. và a ciapà i rat, il comic sans è troppo sgamo. andiamo di times new roman. bella zio, però almeno lasciamelo sottolineare. ho in mente un project più smart. paura. testina, ora andem a sciallà».

     Guarda i loghi finti
 Vedi|La stanza sexy di Bayrle


Al. Ch.21 giugno 2013

Idem a libro paga del marito per farsi pagare i contributi"

Libero


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"In Germania si sarebbe dimessa. In Italia, Idem...?", recita lo striscione di Forza Nuova che inguaina la sede del Pd di viale della Lirica; l’afa che ristagna e le tapparelle chiuse danno l’idea di una canzone di Paolo Conte. L’affaticato tentativo di calembour per invocare le dimissioni del ministro Josefa Idem per il caso della sua non-palestra, è opera di Forza Nuova locale. Forza Nuova. Sono, forse, quattro iscritti: e se nell’enclave rocciosa del Pd perfino costoro si permettono lo spernacchio all’eroina locale, be’, parliamone... (...)

Ma come spiega Francesco Specchia, inviato a Ravenna, su Libero di sabato 22 giugno, a turbare il sonno di Josefa Idem non c'è soltanto il caso-Imu. Ora sul suo conto pende una nuova accusa: "Era a libro paga del marito per avere i contributi del Comune". L'esposto lo ha presentato un consigliere di Ravenna, che parla di "assunzione strumentale e fittizia": nel 2006, dopo 10 giorni di lavoro, è diventata assessore a Ravenna, e gli oneri pensionistici sono passati alle cariche pubbliche. La Idem avrebbe sfruttato la norma che prevede che gli assessori dei Comuni con popolazione superiore ai 10mila abitanti, poiché lavoratori dipendenti, siano collocati in aspettativa dal rispettivo datore di lavoro: così avrebbe usufruito, oltre all'indennità di carica, anche del versamento (da parte del Comune) degli oneri previdenziali. Ad insospettire, sono le tempistiche del caso e lo stop ai versamenti dopo che la Idem è decaduta dal ruolo di assessore.

Caso Orlandi, il fratello:«Emanuela è morta? La Procura ci dia le prove»

Corriere della sera

«Noi tenuti all'oscuro». E nelle indagini spunta una ragazza francese. Fiaccolata da Sant'Apollinare a San Pietro


ROMA - «Emanuela Orlandi è morta, ma il caso della sua scomparsa potrebbe risolversi. Finora ci sono stati molti depistaggi e false piste». Le parole di Giancarlo Capaldo, procuratore aggiunto a piazzale Clodio, arrivano in un giorno molto atteso dalla famiglia della ragazza sequestrata tre decenni fa: Pietro, il fratello, ha organizzato una fiaccolata che stasera si concluderà a San Pietro.
Era il 22 giugno 1983, ore 19.30: la figlia del messo pontificio Ercole, umile servitore di papa Wojtyla, sparì all'uscita dalla scuola di musica nel complesso di Sant'Apollinare.

Da quel momento la sua scomparsa, intrecciata a quella di Mirella Gregori, un mese prima, è finita al centro di un intrigo senza confini: quasi 30 anni di indagini senza esito finché, nelle ultime ore, la sensazione di una svolta definitiva è diventata concreta. Ieri, alla vigilia della fiaccolata intitolata «Ritorno a casa» (la partenza è proprio alle 19.30 da Sant'Apollinare), il numero due della Procura ha fatto intendere che la soluzione è imminente. Il che - accompagnato dall'amarezza per il ventilato, tragico esito - è senza precedenti: tanto ottimismo investigativo non si era mai registrato.

«La verità non si è trovata per tanto tempo perché molti temevano che dietro questa storia si nascondesse una verità scomoda», ha detto il magistrato Giancarlo Capaldo a Lamezia Terme, durante un festival culturale, prima di annunciare che «Emanuela è morta». Ma per mano di chi? In che circostanze? Coperti dal segreto istruttorio, sono forse emersi riscontri decisivi, come l'individuazione del luogo di sepoltura della «ragazza con la fascetta»? Pietro Orlandi ha reagito con rabbia: «Morta? A noi familiari la Procura non ha detto niente. Ci sono prove? E quali? Spero in un equivoco, altrimenti la magistratura perderebbe di credibilità. Annunci del genere non si possono fare durante la presentazione di un libro».

Le dichiarazioni di Capaldo, in ogni caso, vanno poste in relazione alla fase recente dell'inchiesta, che ha visto al centro il supertestimone Marco Fassoni Accetti, 57 anni, fotografo d'arte, che lo scorso 24 aprile dichiarò al Corriere : «Partecipai al sequestro di Emanuela, io ero uno dei telefonisti». Dopo queste rivelazioni, l'uomo è stato indagato per sequestro di persona aggravato dalla morte dell'ostaggio. E successivamente, in 9 interrogatori, ha messo a verbale un racconto minuzioso, quasi maniacale su quanto sarebbe accaduto 30 anni fa, a partire dal «prelevamento» della Orlandi davanti al Senato grazie a un inganno (la vendita di prodotti Avon), con la complicità inconsapevole di una compagna del convitto.

Sempre a proposito delle ore iniziali del giallo, ieri è trapelato un dettaglio inedito. Il fotografo avrebbe riferito che gli organizzatori del «rapimento simulato», che sarebbe dovuto terminare in pochi giorni, «istruirono» Emanuela sulla versione da dare ai genitori al suo rientro: la ragazza avrebbe dovuto dire che ad indurla a non rincasare, fingendosi amica di una delle sorelle, era stata una giovane francese, Catherine, abitante in via Giubbonari, dove l'avrebbe portata per mostrarle prodotti cosmetici e bigiotteria. Quanto alla credibilità di Accetti, sono due gli elementi considerati cruciali.

Intanto la voce: l'indagato fa intendere che era proprio lui l'«Amerikano», che promise telefonicamente lo «scambio» di Emanuela con Agca, a condizione che il turco - racconta oggi il teste - ritrattasse le accuse ai bulgari di complicità nell'attentato a Wojtyla. Sarà una perizia fonica a porre fine ai dubbi. E poi c'è il nodo principale: di quale anomalo gruppo criminale si trattava? Il fotografo parla di un «nucleo di controspionaggio» composto da laici ed ecclesiastici (con il supporto di «fiancheggiatori» della Stasi), coinvolto negli anni '80 in azioni di ricatto per condizionare le politiche della Santa Sede.

La materia del contendere avrebbe riguardato, oltre alla «gestione» di Agca attraverso il duplice rapimento, i fondi dirottati dal papa polacco e dallo Ior a Solidarnosc in chiave anticomunista, lo scontro per la revisione del codice di diritto canonico e alcune nomine. E' uno scenario credibile? Difficile dirlo, almeno fino al termine dell'istruttoria. Ma, certo, il racconto di Marco Fassoni Accetti di «verità scomode» ne contiene molte. Ammesso che a queste si riferisse il procuratore aggiunto.




Fabrizio Peronaci
22 giugno 2013 | 12:35

Facebook condivide sei milioni di indirizzi mail e di numeri telefonici per colpa di un baco

Corriere della sera

L'incidente a causa di un bug. Le scuse con gli utenti di Menlo Park: «Siamo al lavoro affinché non capiti più»

Cattura
Tutta colpa di un baco. Sei milioni di indirizzi email e numeri di telefono sono stati condivisi da Facebook a causa di un bug. A darne notizia è lo stesso social network in una nota. Un'ammissione che arriva in pieno Data gate.

IMBARAZZATI E ARRABBIATI - Menlo Park spiega di aver allertato le autorità negli Usa, in Canada e in Europa e di non avere prove di intrusioni dall'esterno. Sia quel che sia Zuckerberg e soci si dicono «imbarazzati e arrabbiati» per l'incidente, e annunciano di essere al lavoro per evitare altri spiacevoli inconvenienti. Il baco, che si è diffuso tramite il tool che consente di aggiornare la propria lista di contatti o di indirizzi su Facebook, è stato eliminato in 24 ore, evidentemente troppo tardi per evitare la dispersione dei dati personali. A causare il danno, una funzione che elabora le agende dei contatti per dare segnalazioni per eventuali nuove amicizie. Secondo i tecnici che hanno lavorato sul "bug", a ogni modo, hanno cercato di rassicurare gli utenti dicendo che ogni singolo numero di telefono e mail individuale dovrebbe essere stata inserita in un solo o al massimo due download, quindi a uno o due persone.

Redazione Online 22 giugno 2013 | 11:47

Il Pontefice: la ricchezza non ci segue nell’ultimo viaggio

Il Messaggero

di Franca Giansoldati

«Nessuno ha mai visto un camion dei traslochi dietro un carro funebre»


Cattura
CITTÀ DEL VATICANO Sono cento giorni esatti che Papa Bergoglio predica senza sosta di puntare alle cose essenziali della vita, tralasciando invece quei «tesori rischiosi» accumulati durante gli anni che certamente seducono, ma che alla fine «dobbiamo tutti abbandonare». Falsi tesori, insomma, che svaniscono come neve al sole nel momento esatto in cui l’esistenza volge al tramonto e ci si deve preparare al passaggio finale e «all'incontro con Cristo».

HUMOR
Anche ieri mattina, durante la messa nella cappella di Santa Marta, Francesco ha ripetuto ai presenti lo stesso concetto e, con una punta di humor, ha fatto presente che in fondo è inutile immagazzinare troppe sostanze. «Io non ho mai visto un camion da trasloco dietro un corteo funebre, mai». Chissà se anche questa battuta l'ha mutuata dal bagaglio teologico della saggia nonna piemontese, Rosa Margherita Vassallo.

Era lei che insegnava ai nipoti l'abc della vita spirituale. «Mia nonna diceva sempre a noi bambini: il sudario non ha tasche! Per farci capire che gli averi accumulati li dobbiamo lasciare, non ci accompagnano nell'ultimo viaggio» aveva affermato Bergoglio all’inizio del pontificato, durante una messa a San Pietro. Queste queste citazioni così vicine alla fede dei semplici, vengono utilizzate dal Papa quasi ogni giorno quando predica perché sono ritenute efficaci e comprensibili a tutti. In fondo caratterizzano lo stile di Francesco che è restato lo stesso di sempre, senza subire l'influenza del potere, con la medesima regola di vita improntata alla sobrietà, alla semplicità, alla povertà.

Le scarpe scalcagnate fatte risuolare, l'abitazione in comune con altri, l'abitutine a non farsi servire e a non coltivare l'idea di avere attorno a sé una corte. «Forse il primo segnale di questa creatività prodigiosa che ha il potere di catturare l'attenzione della gente, è stato quando Francesco ha accolto il Patriarca Bartolomeo. Gli disse che lo ringraziava per le ’parole rivoltemi dal mio fratello Andrea’, facendo implicito riferimento all'Apostolo Andrea ma scavalcando anche duemila anni di storia, come se non ci fosse stato nessuno scisma in mezzo. Insomma, un colpo di genio» riflette il teologo Gianni Gennari, attendo osservatore del linguaggio di Francesco. «SA come colpire il prossimo dal punto di vista intellettuale con lampi di veragenialità». Esattamente come le immagini figurate del sudario che non ha tasche, e del camion dei traslochi dietro il carro funebre. Per dire che solo la bontà e l'amore verso il prossimo garantisce un posto sicuro in paradiso, non un sostanzioso conto in banca.


Sabato 22 Giugno 2013 - 08:38
Ultimo aggiornamento: 08:39

I legami tra le forze produttive

La Stampa

yoani sanchez


Cattura
Lo stesso giorno in cui Marino Murillo è comparso in televisione per illustrare la potenziale prosperità del modello economico cubano, la segretaria del Partito Comunista di un municipio di Pinar del Río incontrava con urgenza diversi contadini. L’assemblea ha avuto luogo nella località di San Juan y Martínez e si è focalizzata sullo stato di emergenza agricola in cui versa il paese.

Tra le altre cose, la funzionaria ha chiesto ai cooperativisti della zona - dediti soprattutto alla coltivazione di tabacco - di seminare più frumento e tuberi. “Il paese attraversa una situazione di crisi alimentare” ha detto, senza provocare particolare agitazione nell’uditorio, perché il cubano medio non ricorda situazione diversa da crisi, angoscia e collasso cronico. “Cominciate a seminare che dopo arriveranno le risorse…”, si è affrettata a dire di fronte a persone abituate ad ascoltare il canto delle sirene sotto forma di promesse incompiute.

Rapidamente l’assemblea ha cambiato direzione e i convocati hanno cominciato a inserire in agenda altri argomenti. Sono piovute subito le lamentele. Un produttore di frutta ha spiegato tutti gli impedimenti per stipulare un contratto direttamente con l’azienda La Conchita e poter così commercializzare le sue guayaba e i suoi manghi. Adesso non può farlo, perché deve vendere la produzione all’impresa statale Acopio che a sua volta ha il compito di somministrarla alla fabbrica di conserve e marmellate.

L’intermediario ufficiale esiste ancora e si prende il maggior guadagno, ha detto l’agricoltore. Inoltre, un rotolo di fil di ferro lungo 400 metri per recintare un campo a un’impresa agricola statale costa 80 pesos (3,30 USD); mentre il contadino membro di una cooperativa può arrivare a pagare per identica quantità dello stesso prodotto anche 600 pesos (25 USD). Un sacco di cemento - indispensabile per ampliare le strutture di un’azienda agricola - costa al massimo 20 pesos (0,83 USD) per una fattoria statale e 120 pesos (5 USD, prezzo al dettaglio, per il cooperativista.

Quando i rapporti di produzione diventano una camicia di forza per lo sviluppo delle forze produttive vuol dire che è arrivato il momento di cambiarli. Questo recitava una conclusione marxista tra le più studiate sia al liceo che all’università. Per questo se confrontiamo le dichiarazioni di Marino Murillo con le testimonianze di diversi contadini e il disastro agricolo che ci circonda, dobbiamo solo concludere che l’attuale modello economico si comporta come un abbraccio mortale per lo sviluppo e la prosperità di Cuba. Non serve a molto che i funzionari ci dicano che tutto va bene, che tempi migliori e progresso sono dietro l’angolo. Se chi lavora i campi continua a essere bloccato da regole assurde, coloro che stabiliscono simili restrizioni devono togliersi di mezzo e lasciare il passo ad altri capaci di lavorare meglio. 

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Caso Orlandi, è del boss De Pedis il corpo nella basilica

Il Mattino

di Laura Bogliolo

Analisi sui resti trovati nell'ossario vicino alla cripta. Renatino forse verrà cremato



Cattura
ROMA - Il corpo all'interno della tomba custodita nella basilica di Sant'Apollinare è di Enrico De Pedis, il boss della banda della Magliana. Ad accertarlo le analisi sulle impronte digitali della salma che è stata riesumata su richiesta della procura nell'ambito delle indagini sulla scomparsa di Emanuela Orlandi. Il procuratore della Repubblica di Roma, Giuseppe Pignatone ha chiarito che quella di oggi è stata una vera e propria perquisizione al fine di ricercare i resti della Orlandi.

Le indagini prevedono anche l'esame dell'ossario presente nella basilica che risale a epoca prenapoleonica: le analisi andranno avanti probabilmente per tutta la settimana. E' stato abbattuto un muro vicino alla cripta dove era stato tumulato De Pedis e sono state trovate oltre 200 cassette con resti ossei. Il nome di De Pedis da tempo è ricollegato alla scomparsa di Emanuela Orlandi. Il suo corpo non verrà trasferito oggi: lo hanno confermato gli avvocati della famiglia del boss della banda della Magliana. In serata il Vaticano ha commentato la decisione della procura di perquisire la basilica definendola «positiva» e ha assicurato la collaborazione della Santa Sede.

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L'apertura della tomba di De Pedis


Il corpo è di De Pedis: buono lo stato di conservazione. Le analisi delle impronte digitali hanno confermato che il corpo all'interno della tomba è quello di Enrico De Pedis. La salma era ben conservata nonostante siano passati 22 anni dalla morte: la bara è composta da tre contenitori di zinco, rame e legno, il tutto tumulato in un sarcofago. De Pedis indossava un completo blu scuro, una camicia e una cravatta nera. L'ispezione sulla salma e sulla tomba di De Pedis è stata fatta alla presenza di un medico legale, un biologo e un antropologo forense.

L'apertura della tomba ha comportato non poche difficoltà ed è stata usata anche una piccola gru. L'esame dovrà servire anche a verificare se la tomba in questi anni è stata già aperta. Presenti alla riesumazione della tomba i legali dei familiari di De Pedis, Lorenzo Radogna e Maurilio Prioreschi. Nella basilica c'erano gli agenti della scientifica, il capo della squadra mobile di Roma Vittorio Rizzi e il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo.

Il corpo nel cortile dell'Università pontificia.
La bara è stata portata dalla cripta al cortile dell'Università Pontificia attigua alla basilica, dove è stata allestita una tenda bianca. Sotto, nella cripta, ha riferito un testimone, c'era un odore troppo forte. «Dentro la bara - ha riferito il testimone - il corpo di un uomo in buono stato, vestito con un completo blu scuro e cravatta nera. Gli specialisti hanno alzato un braccio del corpo nella bara per prendere le impronte digitali».

La traslazione della salma di De Pedis. «Per ora, anche per motivi logistici e organizzativi la salma resta qui - ha fatto sapere Lorenzo Radogna, il legale della vedova di De Pedis - poi verrà traslata o nella tomba del Verano o addirittura i resti verranno cremati».

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Parlano gli avvocati di De Pedis (1, 2)


Trovati altri resti: nella basilica c'è un ossario. Come chiarito dagli avvocati della famiglia De Pedis, all'interno della basilica si trova un ossario con resti che risalgono all'epoca prenapoleonica. «In un ambiente ben distinto, c'è un ossario che contiene i resti di persone vissute anche 200 anni fa», ha detto l'avvocato Lorenzo Radogna, legale di Carla Di Giovanni, vedova di De Pedis: «Si tratta di resti che fanno parte dell'ossario, mentre nessuna cassetta è stata rinvenuta nella bara di De Pedis o nell'ambiente che ospitava la tomba». Chiarisce l'altro avvocato della famiglia De Pedis, Maurilio Prioreschi: «Nella bara non sono state trovate cassette con ossa». «Prima - spiega - è stata rimossa la lapide in marmo, quindi è stato aperto il sarcofago. L'attività è stata molto complicata per le dimensioni della struttura che è lunga oltre 190 centimetri. Poi èstata aperta la tomba e si è proceduto con l'identificazione. È stata trovata una nicchia, è stata buttata giù una parete con un martello pneumatico, e qui sono state trovate molte scansie e scatole con delle ossa».

La perizia sui resti di De Pedis è stata disposta dalla Procura di Roma che indaga sulla scomparsa della Orlandi. Il procuratore Pignatone ha parlato di «perquisizione» e indagini al fine di ricercare i resti di Emanuela Orlandi e ha confermato che verrà fatta un'analisi anche «del materiale contenuto nell'ossario presente nella cripta della Basilica». La perquisizione è stata fatta da Capaldo e il pm Simona Maisto, titolari dell'inchiesta sulla scomparsa dell'Orlandi. L'analisi della salma e dell'ossario è affidata alla dottoressa Cristina Cattaneo del Laboratorio di antropologia e odontologia forense di Milano.

VIDEO Intervista a Pietro Orlandi


Pietro Orlandi: non ho potuto assistere alla riesumazione. Poco dopo le 13.30 Pietro Orlandi è uscito dalla Basilica: «Non mi hanno fatto assistere alla riesumazione, so che hanno trovato il corpo in buone condizioni e che sono state fatte delle foto e dei prelievi. Ripeto: è un primo passo verso la verità, un atto dovuto, era un dubbio che dovevamo toglierci». E sulla pista della banda della Magliana? «Penso che la banda sia solo stata il braccio armato, mia sorella è stata rapita non perché era Emanuela Orlandi, ma perché era una cittadina vaticana».

VIDEO
Intervista al cugino di Emanuela Orlandi


Il cugino di Emanuela Orlandi. Davanti alla basilica di Sant'Apollinare c'era anche Pasquale Lo Russo, il cugino di Emanuela Orlandi, che mostrava una foto della cugina e la mail per aderire alla petizione promossa da Pietro Orlandi. «Sono qui per conoscere la verità su mia cugina - ha detto - l'apertura della tomba di De Pedis penso che porterà novità importanti. Era un atto che aspettavamo da anni».

VIDEO
Quel giorno quando uccisero De Pedis: io c'ero


La testimonianza: mia figlia nella stessa scuola di musica di Emanuela. Davanti alla basilica di Sant'Apollinare c'era anche Adriana Pallini: fu testimone del delitto di Enrico De Pedis, sua figlia Giulia frequentava la stessa scuola di musica di Emanuela, l'istituto dove fu vista l'ultima volta quel 22 giugno del 1983

Folla di curiosi davanti alla basilica (FOTO)
Assedio alla basilica di Sant'Apollinare questa mattina. C'erano cronisti, fotografi, teleoperatori ma anche tantissimi curiosi: romani e turisti che non riuscivano a capire cosa stesse accadendo. La poliza è stata costretta a transennare la zona.

I collegamenti tra De Pedis ed Emanuela Orlandi. Nel 2005 alla trasmissione Chi l'ha visto arrivò una telefonata: un uomo disse che se si voleva sapere la verità su Emanuela Orlandi bisognava cercarla nella tomba di De Pedis. Poi Sabrina Minardi (amante di De Pedis) attribuì il rapimento della Orlandi a De Pedis. Parlò anche di un cadavere occultato in una betoniera a Torvajanica.

laura.bogliolo@ilmessaggero.it

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Vaticano: «Positiva l'azione dei pm»
Pietro Orlandi: esami anche sull'ossario
«Mia figlia era a scuola con Emanuela»
«La madre di Emanuela è rimasta a casa»
Il testimone: ho visto il corpo del boss


lunedì 14 maggio 2012 - 09:09   Ultimo aggiornamento: giovedì 17 maggio 2012 09:09

Il caso Mortara, una polemica lunga 150 anni

Enrico Silvestri - Ven, 21/06/2013 - 16:10

Il 23 giugno 1858 a Bologna le guardie del Papa strapparono alla famiglia il piccolo ebreo Egdardo perché, battezzato di nascosto dalla servetta di casa, non poteva crescere in una famiglia «giudia». Dando vita a una querelle mai sopita. Nonostante il ragazzo, poi fattosi prete, rifiutò di rientrare in famiglia anche dopo la fine dello statao pontificio


Era un'afosa serata di giugno, i Mortara, benestante famiglia ebrea, si stavano mettendo a tavola nella loro casa di Bologna quando alcuni «birri» pontifici bussarono alla loro porta. In mano un mandato per prelevare il loro figlio Edgardo di 7 anni. Motivo, era stato battezzato dalla servetta cristina, ergo non poteva vivere in una famiglia «giudia» ma doveva avere un'educazione consona alla sua religione. Il ragazzino venne portato a Roma per essere avviato alla religione cattolica, nonostante i disperati tentativi dei genitori di farlo tornare a casa. Sembra che lo stesso Pio IX si sia personalmente opposto a ogni mediazione. Lo Stato Pontificio venne abbattuto, il Papa Re costretto a ritirarsi in Vaticano, e i laicissimi funzionari del laicissimo Regno del Piemonte si recarono dall'ormai diciannovenne Edgardo per proporgli di tornare alla sua famiglia. Ricevendo un netto rifiuto: era e voleva rimanere cattolico.

Rimasero di stucco i molti intellettuali laici ma anche protestanti e cattolici, per tacer della comunità ebraica internazionale e di quanti in mezzo mondo avevano seguito la vicenda con il fiato sospeso per oltre dieci anni. Vale a dire dal 23 giugno 1858, quando i gendarmi di Bologna, territorio Pontificio, andarono a prendere il ragazzino ponendo fine a una diatriba iniziata qualche settimana prima con la confessione di Anna Morisi, 20 anni. La ragazza era da tempo a servizio in casa di Salomone Momolo Mortara e di sua moglie Marianna Padovani, nonostante una legge, evidentemente disattesa, proibisse ai cristiani di lavorare per gli ebrei e viceversa.

Nel 1852, quando il piccolo Edgardo cadde gravemente malato, la servetta, battezzò di nascosto il piccolo temendo potesse finire al Limbo. Tenne il segreto per sei anni, poi all'inizio del '58 fece le prime ammissioni che giunsero alle orecchio del Sant'Uffizio. La Chiesa proibiva il battesimo dei bambini di famiglie non cattoliche, anche ammetteva che se il sacramento potesse essere amministrato, anche contro il volere dei genitori, in punto di morte. Principio ancor'oggi rispettato.

A quel punto non c'era soluzione: un cristiano non poteva essere allevato da ebrei. Si tentò dunque una mediazione con i Mortara: il piccolo sarebbe entrato in un collegio di Bologna e a 17 avrebbe deciso del proprio futuro, ma la proposta fu rifiutata. La Chiesa passò dunque all'azione di forza e si scatenò il putiferio, pare orchestrato da Cavour per mettere n difficoltà Pio IX agli occhi di Napoleone III, strenuo difensore del Pontefice. La polemiche si estese in breve oltre i confini nazionali ed europei. Molte furono le pressioni da parte di associazioni protestanti ed ebree, ma anche cattoliche, affinché Edgardo tornasse a casa. Ma il Papa fu irremovibile «Non possumus».

Il piccolo nel frattempo era stato portato a Roma presso la «Casa dei Catecumeni», istituzione destinata agli ebrei convertiti e mantenuta proprio con le tasse sulle sinagoghe. Ai suoi genitori non fu permesso di vederlo per diverse settimane e, quando in seguito fu loro concesso, non poterono farlo da soli. Con loro però fu subito inflessibile, spiegando di non desiderare rientrare in famiglia per effetto di una «grazia soprannaturale» che lo tratteneva. L'anno dopo una delegazione di notabili israeliti ricevette una risposta ancora più fredda: «Non sono interessato a cosa ne pensa il mondo». Più tardi, a proposito della visita, ebbe modo di annotare nelle sue memorie: «Allorché io venivo adottato da Pio IX tutto il mondo gridava che io ero una vittima, un martire dei gesuiti.

Ma ad onta di tutto ciò, sono gratissimo alla Provvidenza che mi aveva ricondotto alla vera famiglia di Cristo, vivevo felicemente in San Pietro in Vincoli». E nel 1867 a 16 per dimostrare la saldezza della sua fede entrò nel noviziato dei Canonici Regolari Lateranensi. Il 20 settembre del 1870 la presa di porta Pia chiuse la storia dello Stato Pontificio e subito dopo, su pressione dei Mortara, il nuovo capo della polizia, questa volta sabauda, si presentò al convento di San Pietro in Vincoli. Chiese al ragazzo se voleva lasciare quella vita ottenendo un nuovo rifiuto: Edgardo rimase in convento e a 23 anni venne ordinato sacerdote. Poi iniziò un frenetico girare per il momento alla ricerca di ebrei da convertire, compreso i suoi famigliari, imparando ben nove lingue. Negli ultimi anni si ritirò in convento a Liegi dove morì l'11 marzo 1940. Ma l'eco della sua vicenda non spense neppure negli anni a venire.

Divenne un simbolo dell'arroganza della Chiesa, argomento per alimentare la polemica anticlericale. Tanto da tornare di attualità quando nel 2000 avvenne la beatificazione di Pio IX. Indubbiamente il caso Mortara può apparire mostruoso se osservato e giudicato con gli occhi dell'uomo del Duemila, ma allora quelle erano le leggi dello Stato Pontificio nonostante, come visto, non fossero proprio osservate rigorosamente. Senza contare che Edgardo a più riprese rifiutò di rientrare nella comunità israelitica e nella sua famiglia. «Colpa dei condizionamenti e delle violenze psicologiche subite dopo essere stato portato a Roma» ha sostenuto proprio in occasione della beatificazione di Pio IX Elena Mortara, diretta discendente della famiglia bolognese. Come dire che a 150 anni di distanza la polemica non è ancora chiusa.

L'inchiesta è sul Pd? Allora si blocca

Gabriele Villa - Sab, 22/06/2013 - 08:52

Zoia Veronesi, la segretaria storica di Bersani, è accusata di truffa aggravata. Ma dell'indagine scomoda non ci sono tracce

Piacerebbe capire. Sì, insomma, piacerebbe capire come mai, quando un'inchiesta giudiziaria vira a sinistra, in questo nostro magnifico Paese delle stranezze, inevitabilmente rallenta.

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Addirittura, talvolta, sparisce. Inghiottita dal tunnel del «facciamola-dimenticare-che-è-meglio». Per esempio sembra giunto il tempo di domandarci che fine abbia fatto un'indagine che coinvolge direttamente Pier Luigi Bersani e che, se fosse stata portata avanti con la solerzia e la velocità che caratterizza ben altre inchieste e ben altro personaggio, forse qualche nocumento avrebbe potuto procurargli.

Ma vediamo di ricostruire l'accaduto. È il 24 ottobre del 2012 quando, da Bologna entra in orbita la notizia, decisamente interessante, che Zoia Veronesi, la storica segretaria del leader Pd Pier Luigi Bersani, è indagata per truffa aggravata ai danni della Regione Emilia Romagna. L'inchiesta dei pm bolognesi era partita, in verità, già nel 2010, in seguito a un esposto del deputato finiano Enzo Raisi in cui si ipotizzava la creazione, da parte della Regione Emilia Romagna, di un incarico appositamente per la signora Veronesi. Un posto che le consentisse di continuare a seguire a Roma l'attività del segretario del Pd. Fatto sta che la Veronesi, trasferita nel 2010 a Roma per tenere i rapporti istituzionali tra Regione e Parlamento, avrebbe dovuto almeno fare fotocopie, riordinare dei faldoni, riempire di annotazioni qualche agenda, ma la Procura di Bologna sembrerebbe proprio che non sia riuscita a trovare alcuna traccia del suo lavoro.

Da qui l'ipotesi di truffa aggravata, tanto che la Guardia di Finanza si preoccupa di acquisire adeguata documentazione nella sede romana del Pd e della Regione Emilia-Romagna. E tanto che, il 7 novembre, nemmeno un mese dopo la notifica del provvedimento alla signora Veronesi, anche la Procura della Corte dei conti decide di aprire un fascicolo sull'incarico alla fedelissima segretaria, per verificare che non abbia costituito un danno erariale per le casse della Regione. E il dubbio è lecito perché, secondo l'accusa, la Veronesi avrebbe lavorato a Roma per conto di Bersani, quando in realtà era dipendente della Regione Emilia-Romagna che quindi le pagava stipendio e contributi. Il periodo sotto esame è di poco meno di un anno e mezzo.

La cifra contestata alla Veronesi fra stipendi e rimborsi per le missioni a Roma è di circa 150mila euro. Non proprio bruscolini, quindi. Otto mesi dopo le indagini sono ancora in corso. Ma ce la mettono proprio tutta i magistrati per chiarire la vicenda? Anche questo dubbio è lecito perché alla Corte dei Conti, se non andiamo errati (ma siamo sicuri che non andiamo errati), molti procedimenti sono stati recentemente riordinati e, sbucato come per incanto il fascicolo sulla vicenda di Veronesi, è stato classificato come «prioritario» da parte dei magistrati contabili.

Quindi riassumendo, al momento, sulla vicenda Veronesi ci sono due inchieste che non si sa che fine abbiano fatto: quella della Procura contabile, e quella della Procura ordinaria, che ha un fascicolo in cui risultano iscritti l'ex capo di gabinetto di Vasco Errani, Bruno Solaroli, per abuso d'ufficio e Zoia Veronesi per truffa. Stando alle accuse ipotizzate dagli investigatori fu infatti proprio Bruno Solaroli a firmare nel 2008 due delibere su misura per Zoia Veronesi. La prima in cui la nominò dirigente «professional», la seconda con la quale dal nulla confezionò, per la gentile signora, un incarico ad hoc di raccordo con il Parlamento nominandola praticamente responsabile di stessa. Con buona pace e soddisfazione del mitico, immarcescibile, Pier Luigi.

Ecco l'Italia dei processi inutili che fanno solo perdere tempo

Gianpaolo Iacobini - Sab, 22/06/2013 - 09:30

Per furti da pochi euro procedimenti che ne costano migliaia e durano anni. Anche così si intasano le aule giudiziarie

L'Italia? La patria dei processi lumaca. E di quelli che non servono a niente. Che costano più del danno al quale dovrebbero porre rimedio, e che poi finiscono inevitabilmente tutti allo stesso modo: all'italiana.

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I dati Ocse dicono molto, ma non tutto. Non raccontano, ad esempio, la storia di Stefan Macahaniuc, un moldavo di 43 anni residente a Curtatone, nel mantovano. Nel 2008 prova a rubare tre lamette da barba in un centro commerciale. Valore commerciale: 2 euro. Per punire quel furto lo Stato ha impiegato cinque anni: in coda ad un processo snodatosi attraverso cinque udienze, a marzo il Tribunale ha condannato il giovane a cinque mesi di reclusione.

Ma con la condizionale. Dunque, non farà neppure un giorno di carcere, mentre l'erario dovrà sostenere le spese di giudizio, che difficilmente riuscirà a recuperare da chi nulla possiede e magari proprio per questo aveva fatto ricorso al furto. Come il disoccupato romano che agli inizi del 2013 alla sbarra c'è finito due volte in un mese: la prima, per aver portato via da un supermercato un pezzo di pane e una bottiglia di latte, era stato condannato a cinque mesi.

Due settimane dopo, spinto dai morsi della fame, era tornato a prendere una bottiglia d'olio ed un pezzo d'arrosto. E s'è beccato altri sei mesi, con la recidiva. Meglio è andata alla vedova ottantenne che pochi giorni fa a Genova se l'è cavata con due mesi di galera (sospesi): sotto la giacca aveva nascosto pane e biscotti, per un totale di 20 euro. Ma se bastasse la crisi a svelare i misteri della giustizia made in Italy, il racconto potrebbe considerarsi chiuso. E invece no.

Nulla c'entrava il disagio sociale nella vicenda del diciottenne tarantino nell'agosto del 2009 denunciato per aver trafugato un ovetto kinder dal bancone di un chiosco. Perché fosse riconosciuto peraltro innocente, il Tribunale di Taranto ha impiegato tre anni. Lui, nel frattempo, ha dovuto rimandare l'arruolamento in Marina, poiché imputato. Quasi una barzelletta, di fronte alla storia da romanzo kafkiano ad ottobre salita agli onori della cronaca dalla provincia di Crotone. Corre l'anno del Signore 2004: a Cirò Marina un trentottenne arraffa una gallina dal pollaio del vicino. Strada facendo, s'imbatte nei Carabinieri.

E vai col processo: il proprietario del volatile va in aula a giurare che per lui quella gallina può considerarsi un regalo. Ma la legge è legge: il pennuto si beava all'aria aperta, esponendosi dunque alla fede pubblica. Circostanza aggravante, che trasforma il delitto in reato perseguibile d'ufficio. Per cui avanti col dibattimento. E 8 anni e 18 udienze dopo, inesorabile il verdetto: prescrizione.
Quanto sarà costato il processo del secolo? Per difetto, almeno qualche migliaio di euro. Al pari di tutti gli altri processi analoghi. Troppo, per le finanze pubbliche, al punto che già nella scorsa legislatura un nugolo di senatori aveva presentato un disegno di legge volto ad introdurre nel codice penale ed in quello di rito la non punibilità per irrilevanza del fatto, lasciando alla sola azione risarcitoria la soddisfazione degli interessi delle parti lese.

L'iniziativa s'è fermata in Commissione, ma se pure avesse avuto successo, non avrebbe probabilmente guarito il sistema. Non per intero, almeno: la signora Maria Carletti da Parma nel 1959 aveva prestato 1.000 lire ad una cugina, che a garanzia le aveva rilasciato una cambiale. Mai onorata, mai pagata. Che si fa? Si fa causa, in sede civile. È il 1961. Soltanto nel 2011, mezzo secolo dopo, è arrivata la sentenza. Con un risarcimento da 1.350 euro ed i discendenti della signora Carletti, ormai passata a miglior vita, adesso impegnati a dar guerra al ministero per quel processo non solo infinito, ma anche inutile o, più semplicemente, all'italiana.

Quell'epidemia cafona chiamata zainetto

Ernesto - Sab, 22/06/2013 - 09:05

Non ci crederete ma l'ho visto perfino sulle spalle del neosindaco di Roma, Ignazio Marino. Che tragedia

Non avrei mai osato affrontare questo argomento spinoso, ma sono obbligato a farlo perché la situazione sta precipitando.

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Mi riferisco alla diffusione ormai a livello epidemico dello zainetto. Non ci crederete ma l'ho visto perfino sulle spalle del neosindaco di Roma, Ignazio Marino. Che tragedia. Già il fatto che un medico importante, il quale si è addirittura occupato di trapianti non solo in Italia, ma anche negli Stati Uniti, abbandoni la chirurgia - la scienza! - per dedicarsi alla politica è uno scandalo uguale a quello di Silvio Berlusconi - caso limite - trasferitosi dal Biscione al nido di vipere del Parlamento, dove è stato ridotto a cencio.

Non bastasse questo triplo salto mortale, Marino si è immolato al Campidoglio assumendosi la responsabilità di governare la capitale senza avere in cassa il becco di un quattrino. Ce ne sarebbe d'avanzo per essere oppresso da pensieri cupi, inclusa l'ipotesi di un suicidio. Invece il dottor Ignazio, nonostante queste premesse da brivido, ostenta buon umore e sorrisi per la gioia dei paparazzi, che lo ritraggono mentre pedala felice sulla sua bicicletta, naturalmente rossa (colore che forse gli ricorda il sangue sul tavolo operatorio).

Tutto ciò è ancora niente se paragonato allo zainetto obbrobrioso che ormai spicca nel suo nuovo look. Un sindaco conciato così non si era mai visto nel mondo occidentale. Fa impressione. Abituati come eravamo alle borse stile diplomatico, dalle quali i politici non si separavano che nottetempo, suscita in noi raccapriccio constatare che il primo cittadino di Roma, oltre al velocipede, usi il succitato zainetto, adatto agli alunni delle elementari, ai teenager in gita scolastica, ma sconveniente, antiestetico, massì, ridicolo se abbinato alla schiena istituzionale di un'autorità elettiva.
Eppure non è l'unico, il nostro Ignazio, a illudersi di ringiovanire con quel coso che, per effetto delle pedalate, gli sbatte sulle scapole.

Anche alla Camera e al Senato vari rappresentanti del popolo, allo scopo di segnalare alla base di esserle vicini, adottano lo zainetto in sostituzione della tradizionale ventiquattrore. Alcuni (e alcune) lo arricchiscono con ciondoli e adesivi variopinti e raffiguranti coniglietti, ochette, scimmie eccetera. Sono persuasi, in questo modo, di darsi un tocco di adolescenziale allegria. In realtà, fanno pena. Vi sono signore che in quella sorta di bisaccia di origine militaresca mettono le scarpe col tacco da calzare in aula in luogo di quelle da ginnastica, utili per camminare sui sampietrini durante il tragitto da casa al Palazzo e viceversa.

Tralasciamo ogni valutazione di tipo igienico. Segnaliamo piuttosto che lo zainetto raggiunge il vertice della volgarità in quanto costituisce una forma evoluta dell'orribile borsello, in voga negli anni Settanta, e poi del marsupio, che pure sfiorava (sfiora) vette di cafoneria inimmaginabili. Inutile dire che una persona elegante, piuttosto che convertirsi allo zainetto, del quale si ignorano, scarpe a parte, i contenuti, si farebbe lapidare in piazza del Parlamento dai grillini ortodossi.

Kyenge: "Da quando sono ministro solo insulti, e una volta ho subito violenza"

Libero

Il ministro per l'integrazione si sfoga: "Da quando sono in Italia solo razzismo contro di me, gli immigrati poi delinquono perchè trattati come animali"


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"Violenza e insulti contro di me". E' questo il bilancio che fa Cecile Kyenge della sua, ancora breve, esperienza da ministro. "Quando sono diventata ministro non mi sarei aspettata questa serie di insulti e violenza contro di me, sarebbe stato impensabile per chiunque. Una tale violenza va al di là della mia immaginazione", afferma la Kyenge, in un'intervista fiume a Radio Capital. La Kyenge si sfoga e attacca: "In questo contesto è uscito un problema sommerso, la difficoltà di alcune persone di accettare il cambiamento. E' una brutta violenza che esce ma questo ci mette di fronte a un problema da affrontare, il razzismo sommerso".

Immigrati trattati come animali - Secondo il ministro gli immigrati delinquono perché trattati come animali."Un crimine è sempre un crimine e va condannato, ma si deve anche capire il disagio da dove proviene, capire le cause perchè questo poi permette di fare buone leggi che mettano l'individuo al centro. Se gli immigrati vengono trattati come animali dipende dalle condizioni, dal luogo. E non penso solo ai migranti, ma anche agli italiani, alle nuove povertà che nascono. I deboli in questo Paese vengono trattati male. La maggior parte delle persone non vengono considerate come tali. E' un concetto che deve cambiare perchè la nostra Costituzione dice che si devono rimuovere gli ostacoli per i più deboli".

Ho subito violenze - E parlando di reati, la Kyenge racconta anche quella volta che subì una violenza: "L'unica volta che ho denunciato qualcuno è stato perché mi aveva messo le mani addosso, ma non ho fatto in tempo a ottenere giustizia perché la persona denunciata nel frattempo è morta. Da quando sono arrivata in Italia ho subito tanto razzismo - ha aggiunto - ma con una risposta violenta non si arriva da nessuna parte. La miglior risposta è la non contrapposizione e il mostrare un modello di comportamento positivo". Infine per andare sul sicuro e assecondare la retorica antirazzista, la Kyenge cita per la centesima volta Martin Luther King: "Lui sognava che i nostri figli potessero essere considerati proprio per la competenza e la professionalità. Non per il colore della pelle". In Italia tutto ciò già avviene. Lei è un ministro di colore. Non per la sua etnia, ma per le sue presunte capacità. 

(I.S)

Corte Costituzionale, presidenti per 4 mesi per avere la pensione più alta

Libero

La poltrona di "presidente emerito" fa gola a tutti. La Carta prevede elezioni ogni 3 anni, ma i giudici le fanno ogni 4 mesi. E così si regalano una pensione da presidente emerito


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Tutti in pensione da "presidente emerito". I giudici della Corte Costituzionale si danno una mano tra loro per dare una spinta in più alla remunerazione pensionistica a fine carriera. Gli ermellini in pratica a rotazione, anche breve, cambiano il presidente della Corte per regalargli il titolo più prestigioso prima che giunga il tramonto professionale. Nulla di strano se non fosse che il quinto comma dell'articolo 135 della Costituzione recita: "La Corte elegge tra i suoi componenti, secondo le norme stabilite dalla legge, il Presidente, che rimane in carica per un triennio, ed è rieleggibile, fermi in ogni caso i termini di scadenza dall’ufficio di giudice". Dunque secondo Costituzione il presidente dovrebbe cambiare ogni 3 anni, o quanto meno rieletto anche per un secondo mandato dopo 36 mesi. Le cose invece vanno in maniera completamente diversa. La poltrona da presidente con relativa pensione fa gola a tanti e allora bisogna accontentare tutti. Così dagli Anni Ottanta la norma è stata aggirata per un tornaconto personale.

Autoblu e indennità - Per consentire al maggior numero di membri di andare in pensione col titolo da presidente emerito, e fino al 2011 con tanto di auto blu a vita, si è deciso che il prescelto debba essere quello con il maggior numero di anni di servzio. Il principio di anzianità. Questo passaggio di consegne oltre a garantire una pensione più sostanziosa rispetto a quella di un semplice giudice costituzionale, offre anche un'indennità aggiuntiva in busta paga: "I giudici della Corte costituzionale hanno tutti ugualmente una retribuzione corrispondente al complessivo trattamento economico che viene percepito dal magistrato della giurisdizione ordinaria investito delle più alte funzioni.

Al Presidente è inoltre attribuita una indennità di rappresentanza pari ad un quinto della retribuzione", recita la legge 87/1953. Successivamente, il legislatore è intervenuto con legge 27 dicembre 2002, n. 289, sostituendo il primo periodo dell'originario art. 12, comma 1, della legge 87/1953 nei seguenti termini: "I giudici della Corte costituzionale hanno tutti egualmente una retribuzione corrispondente al più elevato livello tabellare che sia stato raggiunto dal magistrato della giurisdizione ordinaria investito delle più alte funzioni, aumentato della metà". Resta ferma l'attribuzione dell'indennità di rappresentanza per il Presidente. Quella era intoccabile.
 
Presidenti solo per 3 mesi - Così ad esempio accade che Giovanni Maria Flick è stato presidente per soli 3 mesi, dal 14 novembre 2008 al 18 febbraio 2009. Flick si difese dicendo che quella "era ormai una prassi consolidata". Già, consolidata in barba alla Carta Costituzionale che loro per primi dovrebbero rispettare. Gustavo Zagerblesky ad esempio è stato presidente per soli 7 mesi. Poi è stato il turno di Valerio Onida, presidente per 4 mesi dal 22 settembre 2004 al 30 maggio 2005. Ugo De Servio invece ha tenuto la poltrona dal 10 dicembre 2010 al 29 aprile 2011, 4 mesi anche per lui. Recordman invece Alfonso Quaranta che è stato in carica per un anno e sette mesi, dal 6 giugno 2011 al 27 gennaio 2012. Ora la corsa alla poltrona è per l'attuale presidente Franco Gallo, in carica dal gennaio 2013. Durerà fin dopo l'estate? Probabilmente no. 


 (I.S.)

Yoani, dal blog al grande schermo Nasce sul web il film sulla Sánchez

La Stampa

Un progetto finanziato attraverso la Rete per raccontare con un film la vita e la battaglia della dissidente cubana e del suo “Generacion Y”


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Un film su Yoani Sánchez, per raccontare la vita e le sfide della blogger cubana divenuta una delle voci “social” più celebri al mondo. È il progetto lanciato in California da Kesia Elwin, un’attrice e produttrice che ha scelto la strada della realizzazione di un progetto in “crowdfunding”, cioè finanziato con contributi raccolti sulla rete. “Yoani- The Film” sta prendendo forma su KickStarter, un sito per l’autofinanziamento di idee creative. Lo scopo è quello di raccontare la storia vera di Yoani, non in forma di documentario ma come film basato in buona parte sui racconti del blog Generacion Y, che da anni è ospitato sul sito de La Stampa. 

“La storia di Yoani Sánchez - scrivono i promotori del progetto - è il racconto di una donna comune che usa i social media per trionfare sulle forze di censura e di oppressione. Una voce che raggiunge le case e gli occhi di milioni di persone sotto la pressione violenta del regime. Lei è una madre, una cittadina straordinaria che combatte per la libertà e il diritto fondamentale di vivere come un cittadino libero a Cuba. Stiamo creando un film ambientato nella vera Cuba di oggi, in Europa e negli Stati Uniti. Unitevi a noi per immergervi nella vita coraggiosa e romantica, terrificante e trionfante di Yoani”. 

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Il budget del film è 2,9 milioni di dollari, che Kesia Elwin spera di raccogliere attraverso il web per poter “diffondere il messaggio globale di libertà e democrazia, di speranza e di coraggio”. “Questo progetto - dice la stessa Yoani nel video di lancio dell’iniziativa - servirà senza dubbio a far luce sulle violazioni dei diritti umani a Cuba”.