mercoledì 19 giugno 2013

Con i nostri figli, no!

La Stampa
yoani sanchez


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Appena tre settimane mi sono recata a Stoccolma insieme a diversi attivisti cubani, per partecipare al Internet Freedom Forum . Siamo stati molto bene, non solo per le sedute dell’evento tecnologico, ma anche perché abbiamo partecipato a un intenso programma di attività parallele. È stata parecchio interessante la visita all’organizzazione non governativa ECPAT che lotta contro pornografia, prostituzione e traffico di minori.

Come di solito accade, la spiegazione di tale attività, ci ha fatto riflettere sull’incidenza di eventi così deprecabili anche nella realtà cubana. La prima cosa che salta all’occhio è l’assenza di una struttura o di una ONG all’interno dell’Isola dedicata in maniera specifica a tale argomento. Almeno secondo quel che sappiamo noi cittadini, anche se è da credere che di fronte all’Esame Periodico Universale in sede ONU, qualche gruppo ufficiale si sia autoproclamato difensore delle vittime dei predatori sessuali. 

Se il muro del lungomare avanero potesse parlare… racconterebbe di tutti quei giovani tra i 16 e i 18 anni che offrono il loro corpo ai turisti in cambio di una somma di denaro. Possiamo trovare anche bambini più piccoli nel commercio della carne, ma è proprio in questa frangia di età che la mancanza di protezione giuridica è totale, perché l’illegalità imperante a Cuba li considera adulti. Per questo motivo restano al margine di ogni statistica e del conseguente programma di prevenzione e sostegno offerto da organismi internazionali come l’UNICEF.

Nei paesi cubani abbondano casi di adolescenti obbligati sessualmente da patrigni, zii, fratelli maggiori e familiari di ogni tipo. Una ragazza di dodici, tredici, quattordici anni che resta incinta per aver avuto rapporti con un adulto, è considerato un evento ordinario soprattutto nelle zone rurali del paese. Per non parlare delle relazioni carnali tra professori e alunne della scuola media e del liceo, che nella nostra vita sono ormai all’ordine del giorno. 

Recentemente il canadese Jaime McTurk è stato condannato a Toronto per aver commesso a Cuba diversi delitti sessuali contro dei bambini. Alcuni di loro avevano compiuto appena tre anni. La storia non è stata pubblicata dai media nazionali, anche se il predatore sessuale è entrato 31 volte nel nostro paese tra il 2009 e il 2012. Non pare credibile che autorità migratorie così abili nel capire se un cubano possa entrare o meno nel suo paese e ufficiali doganali addestrati a individuare un computer portatile o un telefono mobile nel bagaglio, non si siano resi conto che questo signore stava compiendo attività illegali.

È molto triste che, nonostante la pedofilia sia uno dei mali che affligge la nostra società, non sia consentito a genitori preoccupati di formare un gruppo di denuncia civica contro i pedofili, oltre a offrire appoggio solidale alle vittime di questi criminali. Tra i tanti temi sociali che sta affrontando l’incipiente società civile cubana, come il dualismo monetario, i bassi salari, la necessità di riforme politiche e di carattere associativo, urge che venga preso in considerazione anche un problema così importante. Con i nostri figli no! dovremo dire con forza a tutti quei violentatori stranieri e nazionali. 

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Potenza, tornano i briganti: foto sui muri per ricordare la morte di Carmine Crocco

Il Mattino

Manifesti non firmati riportano le frasi di uno dei banditi più ricercati negli anni dell'Unità d'Italia


Alcuni manifesti con l'immagine del brigante lucano Carmine Crocco - nato a Rionero in Vulture, in provincia di Potenza, nel 1830 e morto a Portoferraio, in provincia di Livorn, il 18 giugno 1905 - sono stati affissi su alcuni muri di Potenza, per celebrarne l'anniversario della morte.

CatturaI manifesti non sono firmati, ma accanto all'immagine (in bianco e nero) del brigante sono riportate la data di morte e quella di oggi, e le frasi «L'anima che arde è il faro degli uomini che combattono» e, in caratteri grandi, «Carmine Crocco presente». L'uomo - definito «Il generale dei briganti» - fu uno dei più ricercati banditi del periodo post-unitario, dopo essere stato un militare borbonico. Le scorribande del suo gruppo avvenivano principalmente nell'area del Vulture: fu arrestato nell'agosto del 1864 nello Stato Pontificio, dove aveva provato a rifugiarsi dopo il tradimento di un compagno. Fu condannato a morte nel 1872, ma la pena fu poi commutata in ergastolo, nel carcere di Portoferraio, dove Crocco scrisse anche le sue memorie.

 
martedì 18 giugno 2013 - 17:05   Ultimo aggiornamento: 17:05

Idem, furbata della ministra Pd per pagare meno Imu

Libero

L'olimpionica ha fatto passare i locali sopra la palestra del marito come prima casa. Pizzicata, ha sanato. Sospetto di un abuso


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Questa, in teoria, sarebbe una banalissima storia di elusione fiscale. Una storia di modelli unici vischiosi, di piccole astuzie da commercialisti italiani della bassa; se la protagonista non fosse tedesca, nonchè modello unico di trasparenza, e ministro della Repubblica specializzata in kayak, che ora naviga in cattive acque. Accade che Josefa Idem, titolare nella Grosse koalition lettiana del dicastero dello sport e delle Pari Opportunità, viva sì a Santerno ameno paesello del ravennate; ma non nella stessa casa di marito e figli - in via Argine Destro Lamone- , semmai in una palestra, rannicchiata tra cyclette e bilancieri - in via Carraia Bezzi.

La palestra, al piano terra d’una palazzina, si chiama Jajo Gym, è legata ad un’associazione di canoe; ed è il luogo dove il marito di Josefa, il preparatore Guglielmo Guerrini, prepara, appunto, gli atleti; e dove i Guerrini/Idem vivevano prima del 2008. Naturalmente, avendo i coniugi denunciato due prime case, godono della sospensione dell’Imu decisa dal governo Letta; come prima avevano goduto della sospensione Ici decisa dal governo Berlusconi. Larghe intese, appunto. Ben diverso sarebbe stato, ovviamente, il conto della rata di giugno 2013 se all’anagrafe l’olimpionica avesse avuto residenza nella vicina abitazione familiare.

Tagliati i fondi per i bimbi: la Caritas contro il Comune

Sabrina Cottone - Mer, 19/06/2013 - 11:45

Palazzo Marino ha previsto 4,3 milioni in meno per i minori a rischio. Don Davanzo: "È mai possibile che non si possa risparmiare su altro?"

«Siamo preoccupati per i tagli». Don Roberto Davanzo, direttore della Caritas ambrosiana, lancia l'allarme: «Nonostante il bilancio del Comune sia slittato a settembre, i servizi per i minori in difficoltà sembrano ancora in discussione».

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Si è poi parlato di una riduzione dei tagli, ma ormai mancano pochi giorni al momento della scure, fissato per il primo luglio. E allo stato dei fatti, i finanziamenti per le comunità residenziali per minori, i centri diurni e gli interventi educativi a domicilio rischiano di evaporare.

Un tema di cui si fa carico la Caritas, ma che riguarda l'intero privato sociale, nel giorno del convegno «Trame di tutela» ospitato dalla Bpm in via San Paolo. «È mai possibile che non si riesca a tagliare da un'altra parte?» chiede don Davanzo. Quando le risorse diminuiscono, da dove partire per tagliare? «Farlo sugli interventi che riguardano i minori è un po' come smettere di irrigare il campo e poi pretendere che dia un buon raccolto» osserva il direttore della Caritas. E aggiunge: «Vuol dire rimandare per poi pagare un conto con gli interessi». Non affrontare il tema dei bambini e dei ragazzini in difficoltà, significa abbandonarli a se stessi, facendo aumentare il disagio e anche i costi a carico della comunità.

È il caso dei tagli sugli interventi educativi a domicilio, che avvengono quando i ragazzi ancora vivono in famiglia: «La prevenzione è fondamentale anche per evitare l'intervento del Tribunale dei minori che toglie il bambino alla famiglia. Ma se l'assistenza in famiglia costa dieci, quando entra in gioco il Tribunale dei minori i costi salgono a cento. E il mantenimento del minore nella comunità è a carico del Comune».

La Caritas lamenta di non essere consultata quando si tratta di decidere dove e come intervenire: «È mai possibile che non riusciamo a interloquire con gli enti pubblici per una negoziazione? Eppure il mondo della comunità cristiana, in modo silenzioso, fornisce un presidio educativo informale che va riconosciuto. E non con le briciole, ma con meccanismi che ci consentano di interloquire con il Comune per discutere insieme su che cosa tagliare. È evidente che una discussione del genere non si può fare con il singolo oratorio». Insomma, un tavolo di confronto sulle priorità.

Difficile anche capire dove vanno a finire i soldi dei cittadini. «Non abbiamo bilanci leggibili e trasparenti ai comuni mortali. Poi è chiaro che decide il Comune, ma almeno ascoltarci... Perché non limare un altro capitolo di spesa?». Domanda che attira un'altra domanda, nel giorno in cui Palazzo Marino difende a spada tratta i finanziamenti al Festival del cinema gaylesbico. Forse bisognerebbe tagliare prima in questi settori? «Non ne sapevo nulla... Ma certo, anche le spese in questo ambito della cultura potrebbero essere messe in discussione».

La replica del Comune non nega i tagli. «I tagli non comporteranno, in relazione al settore minori, ridimensionamenti in grado di intervenire concretamente sulla vita di bambini e ragazzi» dice l'assessore alle Politiche sociali, Pierfrancesco Majorino. Non resta che sperare.

Tianhe 2, il computer più potente è ora cinese

Corriere della sera

La capacità di calcolo di 33,86 petaflop al secondo ha portato la macchina di Pechino davanti al Titan americano

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MILANO - La Cina torna in testa alla classifica dei super-computer. L'ultima stilata da Top500, organizzazione che ogni sei mesi misura le prestazioni dei computer più potenti del mondo, vede balzare al comando Tianhe-2, che è riuscito a elaborare 33,86 petaflop al secondo, e cioè a eseguire 33860 trilioni di calcoli in un secondo. Superato il gioiello Usa Titan (Cray XK7) che riesce a processare "solo" 17.59 petaflop al secondo. In tutto le macchine che superano quota un petaflop sono 26 (erano 23 sei mesi fa).

LIMITATORE - Tianhe-2, anche noto come Milky Way 2, in realtà ha realizzato il record pur procedendo col limitatore. I tempi di consegna del super-computer sviluppato dall'Università per la Tecnologia della Difesa Cinese sono stati anticipati di quasi due anni, visto che i test davano ottimi risultati e dato che il Titan aveva soppiantato in vetta il predecessore di Tianhe-2, Tianhe-1. Le prestazioni però, almeno in teoria, dovrebbero essere raddoppiate e il progetto iniziale prometteva addirittura una velocità di 100 petaflop. I processori che permettono tale potenza di calcolo sono 3 milioni e 120 mila.

Supercomputer, la top 10 Supercomputer, la top 10 Supercomputer, la top 10 Supercomputer, la top 10 Supercomputer, la top 10

ORGOGLIO CINESE - Tianhe-2 è il frutto del progetto 863, con cui il governo di Pechino vuole rendere l'industria hi-tech del Paese altamente competitiva rispetto alle realtà Oltreoceano. Molte delle parti, hardware, software e di design, diTianhe-2 sono state sviluppate in Cina e sono originali. Non è stato però possibile evitare di utilizzare i processori Intel (Ivy Bridge e Xeon Phi), adottati sull'80 per cento dei primi 500 supercomputer e dal 98 per cento dei nuovi super-computer. Tianhe-2 verrà installato entro fine anno presso il National Supercomputer Center di Guangzhuo.

È cinese il supercomputer più potente del mondo (18/06/2013)


TOP TEN - Dopo Tianhe-2 e Titan sul terzo gradino del podio c'è Sequoia, il primo IBM della lista e poi il primo computer Giapponese, K computer SPARC64, di Fujitsu. Dalla quinta alla nona posizione altre super-macchine IBM, serie interrotta solo dal Dell Stampede in sesta posizione. La top 10 si chiude col fratello minore (ma anagraficamente maggiore) del nuovo leader, Tianhe-1. Gli Stati Uniti mantengono saldamente il primo posto per presenze in classifica, con 252 super-computer tra i primi 500, seguiti dall'Asia (119) e dall'Europa (112).

Gabriele De Palma
@gabrieledepalma18 giugno 2013 | 18:01

Graphic novel sul caso Orlandi a trent'anni dal rapimento

Il Messaggero
di Valentina Errante


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Trent’anni di depistaggi a fumetti. E la storia di Emanuela Orlandi, dopo avere infiammato a corrente alternata cronache e immaginazione, lasciando sempre uno spesso, identico, velo di mistero, diventa anche graphic novel. La raccontano in 119 pagine Alex Boschetti e Giuseppe Morici, in un volume del Becco Giallo, editore ormai sperimentato alla scrittura della cronaca italiana per “tavole”. Emanuela «capro espiatorio», come la definisce Boschetti nella sua prefazione, finita in un ingranaggio incomprensibile di quell’Italia del dopoguerra ancora da raccontare. Le tavole, nel libro di prossima uscita per ricordare il trentennale della scomparsa, il 22 di questo mese, cominciano con la scomparsa di una quindicenne cittadina vaticana, allieva di un corso di flauto: una teen-ager anni ‘70, un’adolescente come tutte le altre con il sogno di guadagnare 375mila lire, offerte da un rappresentante della Avon. Sullo sfondo la sua grande famiglia, un fratello e le sorelle, valori e limiti imposti dal padre Ercole, commesso del palazzo Apostolico.

I DEPISTAGGI Il racconto per inchiostro respira nelle angosce del “dopo”: il vuoto, l’assenza di Emanuela riempita dall’enigma del movente e dall’escalation di depistaggi e contro depistaggi. Dalle telefonate di “Pierluigi”, che tre giorni dopo il sequestro dà due dettagli che i mitomani non potevano conoscere, a quelle di “Mario”. Poi i messaggi ad agenzie di stampa e quotidiani, fino alle chiamate dell’amerikano e alla processione dei millantatori. È il labirinto nel quale si muovono servizi segreti, investigatori e magistrati quello raccontato a fumetti, dove non manca l’accenno alle rogatorie senza risposta inviate allo Stato Pontificio dalla procura. E poi, la Stasi, i lupi grigi, Alì Agca, l’intreccio con la scomparsa di Mirella Gregori, un’altra ragazzina mai ritrovata, e quel groviglio inestricabile di intrighi internazionali e domestici che sono stati i mesi e gli anni successivi al rapimento.
Tanto clamore per un abisso mai colmato.

Sullo sfondo, il Vaticano, gli appelli di Papa Wojtyla, i presunti ricatti, il sospetto che Oltretevere qualcuno potesse risolvere l’enigma. Il volume non si schiera, non abbraccia una tesi, la punta di china rimane neutra. È la necessità di capire restando “terzi” che guida autore e disegnatore e diventa metodo sin dalla premessa di Boschetti, “Una storia italiana”: «Non mi sono voluto mettere anche io alla cassa dei complottisti con il mio carrello di supposizioni. Ho cercato di dimostrare però delle colpevolezze oggettive, da parte di molti nell’atto di depistare. Chi racconta balle, non lo fa per esercizio di stile. Ma lo fa perché gli torna comodo. E in tanti hanno raccontato balle che si sono dimostrate tali. In molti negli ambienti vaticani e negli ambienti della criminalità». Sono i passaggi che nel ’97 portano il giudice istruttore Adele Rando ad archiviare la prima inchiesta «Con il fondato coinvincimento che il movente politico-terroristico costituisca in raltà un’abile operazione di dissimulazione dell’effettivo movente del rapimento».

I MEDIA
Nella suggestione dei disegni, con una scansione efficace e azzeccata (la scomparsa di Emanuela nella storia del nostro Paese è stata sullo sfondo della vita di un’intera generazione) si arriva con un balzo agli anni 2000, dopo ”Mixer” e ”Telefono Giallo”, ci sono le puntate di ”Chi l’ha visto”, il déja vu televisivo e le cicliche inchieste della stampa che hanno trasportato l’assenza di Emanuela in uno spazio mito della narrazione, dove si agitano, si mescolano e spesso si fondono i grandi, irrisolti, misteri italiani. La nuova pista è quella della banda della Magliana. La narrazione è interrotta e interpretata da due protagonisti minimi, due ragazzi che non accettano di vivere e crescere nell’ombra di un’impossibile verità. Sono una compagna di scuola di Emanuela e un suo amico, aspirante giornalista.

La loro storia si intreccia con quella del sequestro, per costruire e sviluppare la graphic novel. Saranno adulti quando, 28 anni dopo, si rincontreranno: il mistero di quella ragazza che non è cresciuta con loro, ancora sui muri di Roma nel sorriso di una foto, manifesto della nostra richiesta collettiva di verità, è ancora intatto. Alla fine sarà la stessa Emanuela, ormai icona dei drammi di un Paese che non sa svelare a se stesso la Storia di una nazione a “sovranità limitata”, a spegnere il racconto, pigiando il tasto del telecomando. Nel nero del televisore al plasma, inimmaginabile nel 1983, è lei a chiudere una lunghissima, inefficace, campagna stampa sul suo mistero: quello di un’adolescente cittadina vaticana, così diversa dalle tante adolescenti in jeans, maglietta... Un click, il buio e l’ennesima telefonata di un uomo di spalle.



Lunedì 17 Giugno 2013 - 12:18

Grillo, Casaleggio e quei trucchetti per guadagnare col blog

Clarissa Gigante - Mar, 18/06/2013 - 14:30

Anche i "guru" dei Cinque Stelle usano qualche mezzuccio per vendere la pubblicità sui suoi siti. Ecco come

 

I siti internet, si sa, si ripagano delle spese e magari guadagnano qualcosina grazie a i banner pubblicitari.

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E se sul costo, più che provare a trattare con le concessionarie (quando va bene) poco si può fare, si può sempre cercare di forzare il numero di click. Con contenuti di qualità? Anche, ma non sempre bastano. Ecco quindi che persino un "duro e puro" come Beppe Grillo non rinuncia a qualche mezzuccio pur di portare traffico ai propri siti. Come? È presto detto. Guardate questo tweet:

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E quest'altro:
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Nulla di strano, a prima vista. Eppure, come dimostra Massimo Mantellini sul suo blog, cliccando sul link si finisce sull'aggregatore di notizie della Casaleggio associati, Tze Tze. Un click in più per i banner della pagina. Ma non è finita qui: su questa pagina non c'è la notizia, ma una foto corredata da un breve sommario. Un altro click per arrivare al sito Cadoinpiedi.it (altro portale della Casaleggio associati), dove ci sono altri banner. Qui finalmente, per chi non si è stufato prima, la notizia: un tweet di denuncia che poteva essere tranquillamente retweetato senza tutti questi click. Nulla di scandaloso, ovviamente. Ma un trucchetto che chi ha un milione di follower su Twitter e sostiene di non guadagnare con il proprio blog potrebbe risparmiarsi.

New York, Paula Cooper torna libera dopo la condanna alla sedia elettrica

Il Messaggero
di Anna Guaita


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NEW YORK – E’ tornata libera. Paula Cooper ha 44 anni, è una donna matura, tranquilla e piena di speranze. Non assomiglia più alla giovane assassina disadattata e spaventata che incontrammo per la prima volta 28 anni fa, quando ogni mattina si svegliava pensando "mi legheranno alla sedia elettrica, mi uccideranno, e tutti si dimenticheranno di me". Salvata dalla morte per la mobilitazione di questo giornale e poi dell’opinione pubblica italiana e soprattutto per un diretto intervento di Papa Giovanni Paolo II presso il governatore dell’Indiana, Paula è uscita dalla prigione di Rockville, un isolato paesino dell’Indiana dove ha trascorso gli ultimi anni, in un regime di grande severità.

Lei stessa lo aveva chiesto, per studiare e prepararsi a una vita da persona libera. Insieme a due amiche, Paula aveva ucciso l’anzia maestra di catechismo Ruth Pelke nel 1985. Era diventata un caso internazionale perché aveva solo 15 anni. La sua vita era stata infelice e violenta, e il terribile omicidio era stato l’espressione orrenda di una gioventù senza guida e senza legge . Il Messaggero è stato il primo giornale a scrivere di lei in Europa, nel 1987, e a seguire poi le sue vicende.

Quando siamo andati a trovarla Rockville, nel 2007, ci disse: "Molti giovani che vivono nella violenza non sono stati e non saranno fortunati come me. La società spesso si disinteressa di loro. Li rinchiude e butta via la chiave. Io ho vissuto tutta la mia infanzia nella violenza, e ho commesso un atto di grande violenza, ma ho avuto la fortuna di trovare sulla mia strada tanta gente che mi ha voluto aiutare. Se non sono impazzita, se non mi sono abbandonata alla disperazione, se ho cercato di trasformare la mia vita in qualcosa di positivo, lo devo a tutti loro".

Paula ha preso il diploma di infermiera in carcere. Ma spera di poter diventare cuoca. In una lettera che ci ha scritto poche settimane fa, raccontava: “Il buon cibo mette allegria nelle persone. Io vorrei imparare a cucinare piatti sani e saporiti. Sarei felice. Ogni volta che posso, leggo riviste di cucina e studio le ricette, e la sera prima di addormentarmi, immagino come potrei cucinarli io stessa”. Ultimamente, per aiutarla, il carcere le aveva permesso di lavorare nelle cucine. La portavoce della prigione ci ha detto ieri: “Abbiamo grande fiducia che Paula diventi un membro produttivo e onesto della società”. A perdonarla per primo fu il nipote della vittima, Bill Pelke, un operaio che aveva sempre creduto fermamente nella pena di morte.

Una notte, mentre lavorava, Bill ebbe una visione di Cristo: “Gesù mi disse che dovevo imparare a perdonare. E ci sono riuscito. Una volta che ho aperto il mio cuore al perdono, ho trovato la serenità”. Bill sostenne pubblicamente Paula, e la ragazzina finì per trovare un forte sostegno nell’opinione pubblica italiana. In suo nome il partito radicale creò il movimento “Non uccidere”. Grazie all’iniziativa dei giovani Ivan Novelli e Paolo Pietrosanti e del sacerdote don Germano Greganti, fu condotta una gigantesca raccolta di firme che si concluse con la consegna di 2 milioni di petizioni alle Nazioni Unite. Si mosse anche il Pontefice. E piano piano anche gli americani conobbero il caso. E nonostante la crudeltà dell’omicidio, anche negli Usa sembrò anti-cristiano condannare a morte una persona così giovane.

E così Paula ebbe la sentenza mutata in una condanna a 60 anni. Ma lo Stato dell'Indiana offre un giorno in meno per ogni giorno che il detenuto ha tenuto buona condotta. Paula in prigione cominciò male: ribelle, testa dura, irrequieta, in fondo spaventata di tutto e di tutti. Ma poi è cresciuta. Ha chiesto lei stessa di essere mandata al carcere di Rockville, un luogo pulito, solare, pieno di attività e di possibilità di imparare e crescere, ma anche un luogo di estrema severità: “Voglio la disciplina – ci disse – perché voglio prepararmi per il giorno in cui sarò di nuovo libera. Voglio dare un contributo alla società”.

Oggi Paula è libera, o quasi. E’ ospite di una half-way house, una residenza monitorata dalle autorità, dove le verrà anche insegnato come reintrare nella società, sin dalle piccole cose, come cercare un lavoro, come fare domanda di impiego, come aprire un conto in banca, ecc. A fianco ha la sorella Rhonda, che le è sempre stata vicina: “Siamo tutti molto emozionati – ci ha detto al telefono Rhonda, dalla sua casa di Gary -. Paula non ha dimenticato quello che ha fatto, non ha dimenticato il dolore che ha causato. Ma speriamo che da oggi in poi la gente non veda in lei solo l’omicida, ma anche una persona che ha compiuto anno dopo anno un grande sforzo per cambiare e migliorare”.


Lunedì 17 Giugno 2013 - 18:57
Ultimo aggiornamento: Martedì 18 Giugno - 09:02

Metti un gatto a fare le fusa mentre prendi un caffé

Il Messaggero
di Francesca Pierantozzi


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PARIGI - Un caffè o un tè sul tavolo, un gatto sulle gambe, le frequenze basse delle fusa (tra i 20 e i 50 hertz, per la precisione): è la ricetta della felicità, degustabile dal prossimo settembre a Parigi nel “bar à chats” di Margaux Gandelon.Appassionata di gatti (ma a casa vive con Lilliputienne detta Lil, di innegabile razza canina) Margaux aprirà nel cuore del Marais il “Café des chats”, versione francese dei Neko caffè giapponesi.

Il principio è scientifico: il gatto fa bene alla salute, elimina lo stress e fa abbassare la pressione. Nonostante i locali già aperti a Vienna, Budapest e San Pietroburgo, quello di Margaux sarà il primo vero “bar à chat” europeo. Lei conferma: «Sarà molto occidentale, zen e conviviale, rispetto al Giappone ci saranno meno gatti, di cui si asseconderà la natura, e non si pagherà nessun biglietto d'ingresso, ma soltanto le consumazioni». Dichiarazioni che dovrebbero placare gli animalisti, già pronti a indignarsi. La fondazione Brigitte Bardot ha fatto sapere subito di non gradire che «l'animale sia relegato al rango di un oggetto».

Cosa che non avverrà nel bar parigino di Margaux, dove i gatti presenteranno pelo e fusa al cliente soltanto se ne hanno voglia e avranno a disposizione una sala vietata agli umani quando vorranno concedersi una pausa. Nel bar parigino i gatti non saranno più di dieci, verranno spazzolati quotidianamente, beneficeranno di un check up settimanale e di una visita veterinaria ogni tre mesi. In compenso, non potranno entrare in cucina. «Di certo - spiega Margaux - non faremo come in Giappone dove si può prenotare un gatto per un'ora». Per non perturbare il ritmo degli animali, inoltre, il locale sarà aperto sette giorni su sette.

Le virtù terapeutiche del gatto sono ben note in Oriente. In occidente, è Jean-Yves Gauchet, veterinario a Tolosa, che rivendica la paternità della «ronron-terapia». «Quando l'organismo lotta contro situazioni difficili come stress, insonnia o ansia, il gatto che fa le fusa emette vibrazioni sonore con effetti distensivi e tranquillizzanti» ha spiegato Gauchet a Le Monde. Le fusa, il ronron a 20-50 hertz, trasmetterebbero allora al cervello umano «pensieri positivi e di benessere». Praticamente una medicina senza effetti collaterali (allergie o traumi da graffio a parte, naturalmente). Gauchet ha spinto i suoi studi fino ad analizzare l'effetto delle fusa sull'organismo: «il ronron - ha scritto - è recepito dal cervello attraverso l'ippocampo e l'amigdala. Il rumore provoca allora una produzione di serotonina, l'ormone della felicità, che influisce sulla qualità del sonno e dell'umore».


Martedì 18 Giugno 2013 - 11:19    Ultimo aggiornamento: 11:21

Il diario di Olindo in cella: un inno (in codice) a Rosa

Felice Manti - Mar, 18/06/2013 - 08:49

Cosa voglia dire "fimine Romixsmecu" lo sa solo lui. Ma i cuori e la scritta "tu sei qui" parlano chiaro: dopo sei anni in isolamento per strage, ha ancora un pensiero fisso

C'è un foglio giallo, con due cuori e tre cerchi gialli, forse una mimosa. C'è scritto «fimine Romixsmecu meficumi xs» e «fi ne xs Romi cufiRome Ro».

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Sul libretto «modello 74» nelle prime pagine c'è incollato un anno, il 1982, la frase «la voce del silenzio» e la scritta Angeli e demoni. C'è anche il faccione di Mario Monti e la copertina di Famiglia Cristiana. Cosa voglia dire lo sa solo Olindo Romano, matricola BB17070007 sezione CC, che ha consegnato la nuova Bibbia ai suoi legali Fabio Schembri e Luisa Bordeaux. Dentro ci sono altri pizzini, qualche lettera e una cartolina spedita da San Giovanni Rotondo indirizzata alla cella di Opera che ospita l'uomo condannato all'ergastolo per la strage di Erba. La Bibbia 2.0 di Olindo è tutta per sua moglie Rosa Bazzi («tu sei qui Rosa. 22208»), incapace di leggere e di scrivere ma secondo la legge feroce assassina assieme al marito e per questo rinchiusa nel carcere di Bollate.

Colpevole come il marito, al di là di ogni ragionevole dubbio secondo le sentenze, anche se la vicenda in cui morirono Raffaella Castagna, 30 anni, suo figlio Youssef Marzouk, 2 anni e 3 mesi, Paola Galli (mamma di Raffaella), 65, e Valeria Cherubini, 55 ha lasciato moltissimi punti oscuri. Oscuri come il codice Olindo, opera di un cinquantenne imbolsito che passa un'ora al giorno a curare il suo orticello e che, qualche tempo fa, si preoccupava per la sua patente scaduta o del compagno di cella Lele Mora, che prima aveva visto troneggiare in tv assieme a Azouz Marzouk. Strano per un serial killer. Sembra passato un secolo dalle comparsate dell'ex spacciatore tunisino a Matrix a puntare il dito contro i vicini di casa, ma anche l'uomo che perse moglie e figlio si è accorto che qualcosa non va, è un innocentista convinto, invoca la riapertura del processo, ha scritto a Strasburgo per chiedere di rifare tutto, ha rinunciato al risarcimento, ha litigato con i parenti della moglie, forse conosce una verità indicibile e indimostrabile.

Forse. Ma qui la giustizia con i suoi codici e le sue sentenze non riesce a passare più tra le sbarre, e come potrebbe? La vera «fine pena mai» per la diabolica coppia dichiarata «assassina» in nome del popolo italiano, è la loro lontananza, il vedersi appena due ore a settimana per tre venerdì su quattro al mese (chissà perché invece Olindo scrive «Martedì 15° colloquio»), quando lei lo raggiunge da Bollate e va al carcere di Opera, nella sua cella «di transito» dove è solo, sempre solo, lo scorso gennaio sono sei anni che è rinchiuso. «La vita e l'amore non hanno una sola unità di misura», scrive Olindo scritto a stampatello con una grafia da bambino. Poi il cuore giallo vicino alla foto di un coniglio, «cux i A O m» sembra un ti amo, chissà. Frasi criptate perché Olindo si crede un perseguitato:

«Sincerità, elemento imprescindibile che punti dritto». Se fosse innocente come si è (quasi) sempre proclamato, come sempre più persone credono, allora tutto avrebbe un senso. Intanto il pool difensivo, a cui si sono uniti nuovi periti come Francesco Bruno, sta lavorando alla riapertura del processo e avrebbe raccolto nuove prove legate a due impronte digitali e a due macchie di sangue «ignoto» raccolte dai Ris nell'appartamento della mattanza. Mentre sono centinaia gli iscritti al comitato «Rosa-Olindo: giustizia giusta» (comitato.rosaolindo@libero.it) guidato dall'avvocato Diego Soddu: «Ci sono anche padri di famiglia e professionisti da tutta Italia - assicura Soddu al Giornale - gente che si è informata dopo la puntata di Chi l'ha visto, leggendo libri, navigando su internet, ascoltando la radio e che adesso crede alla loro innocenza».

Italiano ucciso mentre combatteva coi ribelli

Corriere della sera

Giuliano Ibrahim Delnevo, 24 anni, si era convertito all'Islam e si era unito alla guerriglia. Era indagato per terrorismo

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Giuliano Ibrahim Delnevo è morto in Siria. Lui che si era arruolato tra le fila dei ribelli e convertito all'Islam. La notizia è riportata da Il Giornale, che cita fonti dell'Intelligence e del ministero dell'Interno. Il giovane, 24 anni e originario di Genova, avrebbe varcato il confine con la Turchia lo scorso anno e si sarebbe unito ai volontari ceceni. Sarebbe stato ucciso nel Paese e riconosciuto dal passaporto italiano che aveva in tasca. Giuliano era indagato a Genova per il reato di arruolamento con finalità di terrorismo. Gli inquirenti stanno indagato per capire se Ibrahim Delnevo sia stato addestrato in Italia


Italiano ucciso in Siria, aveva 24 anni e combatteva coi ribelli (18/06/2013)


LA CONVERSIONE - Fino a un paio di anni il giovane viveva con il padre a Genova. Nel 2008 la conversione all'Islam e un cambio radicale negli stili di vita. Dai vestiti alla barba. Passando per le frequentazioni. E da quel momento ha preso il nome di Ibrahim. Una persone che non è passata inosservata. Spiega l'imam di Genova, Salah Hussein: «Non veniva a pregare nel nostro centro, ma ricordo di averlo visto a qualche nostro incontro, perché era vestito come un sufi». Particolare abbigliamento usato dagli ahl us-Suffa, una lunga tunica bianca e il kizil bas a cono.

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LA MORTE - Poi la partenza. Le ultime notizie risalgono allo scorso anno quando ha attraversato il confine dalla Turchia per andare in Siria. È Il Giornale a dare notizia della sua morte. Ma anche il quotidiano milanesi di via Negri non ha avuto conferme ufficiali. Nemmeno dalla Farnesina. Intanto la procura di Genova ha aperto un fascicolo dopo avere ricevuto un'informativa dalla digos.



Redazione Online 18 giugno 2013 | 13:45

Brunetta, interrogazione sul programma dell'Annunziata: "Solo esponenti del Pd"

Libero

Il pluralismo di Lucia: in 29 puntate 14 esponenti Pd, 2 del Pdl (sempre Alfano). Il capogruppo Pdl presenta un'interrogazione


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Sarà perché parliamo di Rai Tre, storicamente occupata dal Pci-Pds-Ds e ora Pd. O sarà perché in fondo, come espressamente dichiarato dalla stessa conduttrice in una delle puntate, quelli del Pdl sono degli "impresentabili". Fatto sta che Lucia Annunziata, nel suo In mezz'ora, raramente invita esponenti del Pdl, ossia i rappresentanti di un terzo dell'elettorato italiano. Per la precisione li ha invitati solo due volte. In entrambi i casi, nelle ultime 29 settimane, si è trattato di Angelino Alfano (che, per l'appunto, si sentì dire che gli azzurri erano "impresentabili").

L'interrogazione - Ad evidenziare l'unidirezionalità della trasmissione, in barba ad ogni criterio di pluralismo dell'informazione nonché al regolamento sulla par condicio, è stato il capogruppo del Pdl Renato Brunetta, che attraverso un'interrogazione parlamentare al presidente della Commissione di Vigilanza Roberto Fico (M5s) ha chiesto "quali iniziative tempestive intendano prendere per garantire il rispetto del pluralismo nell’informazione all’interno dei programmi di approfondimento politico del servizio pubblico radiotelevisivo". La tempestività auspicata da Brunetta è dovuta "se non altro per il rispetto che si deve alla pluralità del pubblico televisivo e, nel caso specifico, dei telespettatori che contribuiscono al mantenimento della Rai attraverso il pagamento del canone".

Una puntata su due dedicata al Pd - In effetti, analizzando le ultime 29 puntate, In mezz'ora più che un programma della Rai sembra Youdem. Vediamo: "Rosy Bindi, il 7 ottobre 2012, Pierluigi Bersani, il 14 ottobre 2012, Matteo Renzi, il 21 ottobre 2012 e il 19 maggio 2013, Nichi Vendola, il 18 novembre 2012 e il 14 aprile 2013, Susanna Camusso, il 25 novembre 2012 e il 10 marzo 2013, Laura Puppato, il 24 marzo 2013, Dario Franceschini, 31 marzo 2013, Fabrizio Barca, il 7 aprile 2013 , Franco Marini, il 21 aprile 2013, Cecile Kyenge, 5 maggio 2013, Guglielmo Epifani, il 26 maggio 2013)". Quattordici puntate su 29 riservate ad esponenti del Pd, con un rispetto maniacale del Cencelli delle correnti che soffiano su Largo del Nazareno.

Solo due al Pdl - E le altre 15 puntate? In due, dicevamo, l'ospite è stato il vicepremier Alfano, superato dai montiani (a quota 3), dai grillini (sempre 3), e poi gli OccupyPd (e te pareva), Cesare Geronzi, Davide Serra ed Emma Bonino. Vista l'estrema sensibilità della Annunziata per un'informazione libera, plurale e imparziale, è difficile capire le ragioni del così poco spazio dedicato al Pdl. Non resta che aspettare l'esito dell'interrogazione.

Se la vita di un italiano vale 29 volte meno di quella di un tedesco

Nino Materi - Ven, 14/06/2013 - 16:10

La polizia tedesca mette una taglia da 10 mila euro sul killer dell'ingegnere Domenico Lorusso e una taglia da 300mila euro sull'assassino di una poliziotta bavarese. È giusto?


È giusto che la vita di un ingegnere italiano valga 29 volte di meno della vita di una poliziotta tedesca? Davanti alla morte dovremmo essere tutti uguali. Dovremmo. Ma non è così. C'è in tedesco una parola per tradurre la poesia di Totò 'A livella? Probabilmente no. Sta di fatto che in Germania la polizia ha messo una taglia di 10mila euro sul killer che ha ammazzato Domenico Lorusso, 31 anni, ingegnere di Potenza, emigrato a Monaco di Baviera, e una taglia da 300mila euro (29 volte di più, appunto) sul killer della poliziotta Michèle Kiesewetter, 22 anni, tedesca doc. Lungi da noi l'idea di imbastire una polemica di basso profilo sulla «disparità di taglia». Ma la sensazione di amarezza c'è ed è difficile da scacciare.

Se la povera Kiesewetter è morta infatti nell'adempimento del dovere, il povero Lorusso è morto per una «colpa» ancora più assurda: aver chiesto a un tizio, che poco prima aveva sputato addosso alla sua fidanzata, il motivo di quel gesto. La risposta? Una coltellata mortale al petto. Domenico è morto così quella malòedetta la sera del 28 maggio. Erano le 22. Teatro del delitto, un parco in pieno centro. Da allora la polizia tedesca indaga, ma - finora - non è riuscita a cavare un ragno dal buco. Nessuno sembra aver visto e sentito nulla, eccezion fatta per la fidanzata di Domenico che ha assistito a pochi metri di distanza all'uccisione del suo ragazzo. La polizia ha in mano poco o nulla e così ha deciso di mettere una taglia sull'assassino: 10mila euro.

Una procedura abbastanza abituale, se non fosse per l'esiguità economica della somma, soprattutto rispetto alla cifra ben più cospicua (300mila euro) che pende sul capo di un altro killer, reo però di aver ucciso non un italiano ma una cittadina tedesca. Come mai tanta differenza? Domenico non lo merita, anche perché questo giovane incarna plasticamente la demolizione di qualsiasi luogo comune sui meridionali di «nuova generazione». Lui, Lorusso, la cartolina stereotipata del «mammone», «piagnone», «indolente», «disoccupato cronico» (ma che «non vuole abbandonare il paesello»), l'aveva strappata da tempo, gettando idealmente i pezzetti di carta in faccia a tutti i soloni del Nord (e del Sud) che parlano del Mezzogiorno come se le lancette dell'orologio fossero perennemente bloccate sulle ore 12.

Domenico era un vincente, anzi doppiamente vincente. Aveva capito che dalle sue parti non c'era futuro. E così, come tanti altri, aveva fatto le valigie: prima la laurea Roma, poi gli stage in Inghilterra e negli Usa. Infine l'approdo a Monaco. Un cervello in fuga che i tedeschi (sempre attenti a valorizzate i talenti, propri e altrui) avevano subito accalappiato. Domenico lavorava infatti in un'importante società aeroportuale bavarese. Ma quella stessa Germania che lo aveva accolto a braccia aperte, due notti fa lo ha accoltellato a tradimento. Il giorno prima di essere ammazzato, Lorusso aveva fatto ilò biglietto aereo per rientrae nella sua città natale. Voleva fare un'improvvisata a parenti e amici. La follia di un criminale ha fatto un'improvvisata a lui.

E non poteva essere più tragica. Del killer di Lorusso si conosce il DNA, estrapolato dalla saliva rimasta sugli abiti della fidanzata di Domenico. E' stato infatti uno sputo a dare origine al dramma. Il film della sciagura lascia senza fiato: la ragazza di Lorusso viene oltraggiata, senza motivo, da uno sconosciuto che le sputa addosso mentre la coppia italiana sta pedalando lungo una pista ciclabile. Domenico chiede spiegazione di quel gesto e viene accoltellato a morte dal criminale che poi si allontana tranquillamente. Ma il DNA non è servito, per ora, a incastrare il colpevole: l'uomo che ha ucciso Domenico non ha infatti precedenti penali e non è mai stato schedato dalle autorità. Rintracciarlo non sarà semplice.

Nessuno ha visto nulla, la vittima e la sua fidanzata non conoscevano l'aggressore e i filmati delle telecamere di sicurezza installate nell'area non hanno fornito particolari utili alle indagini. Si è trattato di un'aggressione casuale e ora le autorità sperano che chi sa qualcosa si faccia avanti. Veniamo ora all'assassinio della poliziotta tedesca. Un killer inafferrabile e per questo ribattezzato il «Fantasma di Heilbronn» (dalla località dove nel 2009 venne commesso il delitto). Un assassino sulla cui testa - si legge nel sito poliziotti.it - pende una taglia di 300 mila euro». Delitti analoghi, ma entità delle taglie molto diverse. Che c'entri qualcosa la nazionalità delle vittime? No, non vogliamo crederlo. Non possiamo crederlo.

Android e l’ingegno dei furbi

La Stampa
yoani sanchez


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Si sono laureati all’Università di Scienze informatiche o in altre facoltà di ingegneria, ma si guadagnano la vita in maniera indipendente. Sono i nuovi creatori di applicazioni per Android che proliferano a Cuba. Le loro tastiere hanno ideato una popolare “app” dotata di un database filtrato dalla compagnia telefonica e chiamata - in maniera molto azzeccata - ETECSA-Droyd. Basta installarla nel telefono mobile e si potrà conoscere nome, indirizzo e persino data di nascita della persona che chiama. Nessuno scappa al controllo. Sono a portata di mano i dati di un ministro, di un funzionario defenestrato e persino dei figli del Generale Presidente. Meraviglie della clandestinità, in un paese in cui il proibito si confonde ogni volta di più con quel che desideriamo e con le cose possibili.

Tra questi giovani nativi digitali, i migliori programmatori hanno già firmato contratti con imprese di altri paesi. Lavorano dalle loro abitazioni dell’Avana, Camagüey o di altre province, ma il prodotto finale è diretto verso Tokio o Parigi. Certo, sono solo i casi più fortunati. La maggioranza di questi programmatori, prima di ottenere l’agognato impiego a distanza, dovrà fare una lunga gavetta a base di installazioni di nuove funzionalità su telefoni di clienti nazionali. Se avranno fortuna, un giorno si presenterà un turista che chiederà di riparare il suo iPhone o un Samsung Galaxy. Sarà l’opportunità per dimostrare talento tecnologico e strappare al visitatore straniero un accordo di collaborazione o un invito per andare a lavorare in un altro paese.

Tuttavia, il percorso di questi individui geniali può subire gravi incidenti. Negli ultimi mesi, i tribunali cubani hanno processato diverse persone implicate nel commercio di telefoni mobili e di software per Smartphone. A luglio, è stata arrestata una persona in possesso di un carico di HTC e di navigatori per auto, oltre alla strumentazione per creare nuove versioni di applicazioni, tra queste anche l’illegale ETECSA-Droyd. Adesso è in attesa di giudizio e buona parte dei guadagni realizzati grazie al talento informatico dovrà spenderlo per un avvocato. I reati digitali non sono più soltanto materiale per soggetti di film stranieri. Hackear, attaccare un sito web, sperimentare strumenti che rubano password wi-fi, sono diventati il passatempo di alcuni giovani dotati di talento per codici e linguaggi di programmazione. Le nuove tecnologie sbarcano sul mercato illegale, quella parte della nostra esistenza così rudimentale - quasi medioevale - ma anche così sofisticata e innovatrice.

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Casta, per i senatori addio al ristorante a palazzo Madama solo una tavola calda

Il Messaggero
di Mario Stanganelli

Scompare uno dei simboli del "privilegio" a spese dei contribuenti . Ai camerieri stipendio dimezzato


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Roma - I fasti dell’antico e forse più esclusivo ristorante di Roma sono morti e sepolti, per sempre. I senatori non si troveranno più sul menù il filetto a 5 euro, come fino all’agosto del 2011, e neppure a 25, il prezzo a cui venne d’un colpo portato alla riapertura autunnale dopo la ventata di ”moralizzazione“ che investì anche la gastro-politica del Palazzo e che a causa del balzo dei prezzi ebbe come risultato la desertificazione della grande sala da pranzo.

Sala che aveva visto affezionati avventori, tra gli altri, Sandro Pertini, Giovanni Spadolini, Eugenio Montale e Giulio Andreotti. Da oggi, infatti, quello che era il ristorante di palazzo Madama riservato a senatori e deputati e a un manipolo di happy-few, riapre, dopo diversi mesi di chiusura, ma nelle vesti di un normale self-service o di una modesta tavola calda senza camerieri ai tavoli.

Alcuni vantaggi sono evidenti: i senatori che si erano lamentati di non avere più un luogo dove consumare un pasto veloce tra una seduta d’Aula e una convocazione di Commissione, ora potranno farlo all’interno del Palazzo, al prezzo di una normale mensa e a totale carico loro. Cioè, non ci sarà più l’integrazione a carico del Senato, già abolita al momento dei rincari di cui si diceva, ma che ai tempi del bengodi raggiungeva i 30-40 euro a pasto. Alcuni potranno essere vinti dalla nostalgia per gli arredi di un tempo o per la pregiata posateria che spingeva qualche avventore a farsene una piccola collezione a casa.

Ma questo non succederà ai senatori grillini, che delle 5 Stelle del ristorante di una volta avranno forse solo sentito parlare da qualche collega più anziano. I frugali seguaci del blogger genovese saranno comunque sollevati dall’incombenza - imposta dalla decurtazione della diaria - di farsi gli spaghetti in comunità negli appartamenti condivisi a gruppi di tre o quattro parlamentari.

A tutti il nuovo assetto di ristorazione, che l’amministrazione di palazzo Madama non vuole definire ”ristorante“, ma solo estensione del servizio di caffetteria della buvette non più in grado di servire piatti caldi e che costringeva i senatori a mangiare in piedi, garantirà una limitata scelta di portate che potranno però essere consumate seduti agli stessi tavoli del ristorante che fu, e in grado di accogliere contemporaneamente un centinaio di avventori.

Allora tutti soddisfatti? Certamente i senatori che hanno visto esaudita la loro richiesta di avere una struttura di ristorazione almeno simile a quella della Camera. Missione compiuta anche per l’amministrazione di palazzo Madama che vede concludersi un lungo contenzioso con l’azienda appaltatrice del servizio, la Gemeaz, assorbita ora dalla francese Elior, leader mondiale nella ristorazione collettiva. Ma alla base di una sorta di piramide rovesciata troviamo - come talvolta accade nei casi di spending review, dove a farne le spese sono frequentemente i soggetti più deboli - i dipendenti del vecchio ristorante.

In 16 sono da febbraio in cassa integrazione in deroga senza aver ricevuto ancora neppure un euro, dopo che l’azienda a gennaio, in concomitanza della fine della legislatura, ha rescisso il contratto con i dipendenti. «Nonostante le numerose e ripetute assicurazioni sui livelli di occupazione ricevute da questori e alti funzionari del Senato - afferma il rappresentante sindacale dei dipendenti Alessandro Bartolini - ci siamo trovati costretti ad accettare un contratto capestro che l’azienda, una volta aperta la procedura di licenziamento collettivo, ci ha comunicato per telegramma alla vigilia della scadenza, il 18 giugno, della cassa integrazione».

Si tratta - riferisce sempre Bartolini - di una nuova assunzione, senza le garanzie del precedente contratto in materia di anzianità e mansioni, a stipendio e orario dimezzato: dai precedenti 1.000 euro mensili a 500, per 20 ore settimanali di lavoro. «Molti di noi sono stati costretti ad accettare per l’attuale carenza di possibilità di lavoro nel settore - dice il rappresentante dei dipendenti - ma il fatto che più ci amareggia è che siamo stati abbandonati da tutti. A cominciare dall’alta burocrazia del Senato che, dopo tante promesse, ha consentito all’azienda di trattarci come peggio non si sarebbe potuto».


Lunedì 17 Giugno 2013 - 21:58
Ultimo aggiornamento: Martedì 18 Giugno - 10:06

Incriminato l’ex nazista Laszlo Csatary È accusato della morte di 15 mila ebrei

La Stampa

Dopo la fuga in Canada è stato ritrovato lo scorso anno in Ungheria. Era uno dei criminali più ricercati


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Laszlo Csatary, uno dei criminali nazisti più ricercati al mondo, è stato formalmente accusato di crimini di guerra in un tribunale di Budapest. La Corte ungherese, da oggi, ha un tempo massimo di 90 giorni per aprire il processo a carico del 98enne, ritrovato in Ungheria lo scorso anno e considerato responsabile della morte di oltre 15.000 ebrei.

Csatary era già stato condannato in passato, e in contumacia, alla pena capitale da un tribunale cecoslovacco, ma poi si trasferì in Canada come latitante e fece perdere le sue tracce, fino al ritrovamento in Ungheria grazie ad un corrispondente del Sun. Durante la seconda guerra mondiale era un ufficiale di polizia nella località di Kassa, (oggi Kosice, in Slovacchia) e mandò migliaia di ebrei nel campo di sterminio di Auschwitz. Qualche mese fa, il centro Simon Wiesenthal lo aveva posto in cima all’elenco dei criminali nazisti ancora ricercati.

Lo strano caso di Leanne che ora parla alla parigina

La Stampa

Australiana, si risveglia dal coma con una nuova pronuncia

valentina arcovio
roma

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La signora Leanne Rowe è nata e cresciuta in Tasmania. È un’australiana doc, fino a quando un incidente d’auto ha stravolto la sua identità linguistica. Dopo esser stata in coma per via di un forte trauma cranico, Rowe si è risvegliata con un chiaro accento francese. Attenzione: non dice «oui», al posto di «yes», ma l’inflessione è tipica di chi parla francese. Pur odiando il suo accento, la donna non può proprio controllarlo perché è affetta da una rara disfunzione neurologica conosciuta come «Sindrome da accento straniero» che le causa anche ansia e depressione. Di casi come questi ne sono stati recensiti solo 62 in tutto il mondo. Ma la sua particolarità è tale da poter rivaleggiare con i casi che il neurologo Oliver Sacks ha raccolto nel famoso saggio

«L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello». Tuttavia, per quanta ilarità possa suscitare la storia della signora Rowe, la sua condizione è alquanto seria. Otto anni fa la donna australiana ha ripreso conoscenza in ospedale con fratture alla schiena e alla mascella. «Man mano che la mascella guariva, mi dicevano che biascicavo a causa dei forti antidolorifici» racconta. Quando ha ripreso a parlare, la voce era definitivamente cambiata e la pronuncia da allora è quello di un accento francese. Autista di autobus e militare della riserva, la signora Rowe si descrive ora come una reclusa. «Mi irrita molto perché sono australiana, non francese, anche se non ho nulla contro i francesi» confessa.

La figlia Kate ha riferito che la sindrome ha avuto un profondo impatto e ora è lei a parlare per conto della madre in pubblico.

Karen Croot dell’Università di Sydney, tra i pochi scienziati ad aver ricercato la materia, ha detto che la sindrome porta le persone appena svegliate dal coma a riabilitare le proprie funzioni linguistiche con un accento diverso. Le parti danneggiate del cervello sarebbero quelle che ospitano le funzioni linguistiche che determinano la lunghezza delle vocali o l’intensità del suono, i caratteri che determinano un accento. Si tratterebbe quindi solo di un’impressione nelle persone che ascoltano il paziente, il quale inoltre non si rende subito conto del cambio di accento finché non gli viene fatto notare. «Sindromi come questa - dice Antonio Federico, docente di Neurologia all’Università di Siene e membro del comitato scientifico dell’Osservatorio Malattie Rare - ci ricordano che il cervello è un organo ancora molto misterioso che cela al suo interno meccanismi tutti da decifrare». La Sindrome da accento straniero è infatti solo uno dei bizzarri malfunzionamenti del cervello. Condizioni simili, ce ne sono talmente tante che anche il più famoso diagnosta della tv, il dr House, impallidirebbe.

Qualcuna di esse la possiamo ritrovare in alcuni degli episodi della nota serie tv, come la sindrome della mano aliena, in cui il paziente non riusciva a controllare i movimenti «dispettosi» della sua mano. Questa condizione, osservata in poco più di 30 persone in tutto il mondo, si sviluppa quando una parte del cervello, ad esempio quella destra, non riconosce più quella sinistra e viceversa, rendendo i due emisferi concorrenti. Di recente, invece, la rivista New Scientist ha documentato il caso di un uomo affetto dalla «Sindrome di Cotard», la «sindrome del morto che cammina», caratterizzata dalla convinzione illusoria di essere morti. Bizzarra, ma altrettanto pericolosa, la sindrome di Pica che si manifesta come l’irrefrenabile desiderio di mangiare oggetti non commestibili come ad esempio spazzatura, terra, metalli, ecc. «Sono condizioni molto studiate – conclude Federico – e la loro comprensione ci permetterà di capire meglio come funziona il cervello».

In farmacia meno salvavita e più lecca lecca

Corriere del Mezzogiorno

Troppe medicine «rastrellate» dai paesi esteri. Invece aumentano i prodotti inconsueti (Chupa chups compresi)


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NAPOLI - Entri in farmacia: cerchi il Duoplavin e trovi i Chupa Chups. Il farmaco per cardiopatici manca, i lecca lecca no. Sono in bella vista, sul banco. La scena è tutt'altro che fantasia, e chi cerca medicinali importanti lo sa. Le ragioni sono essenzialmente due. Primo: sugli scaffali, non solo a Napoli ma in tutta Italia, molti salvavita scarseggiano sempre di più perchè rastrellati da altri paesi europei ingolositi dai costi bassi decisi dalla nostra Agenzia per il farmaco. E poi: alcuni esercenti espongono tipologie di merce molto distanti da ciò che siamo abituati a vedere in farmacia. È il caso dei già citati lecca lecca, in genere venduti in tabaccheria o alla cassa del supermarket. Adesso potete acquistarli a 50 centesimi anche in una farmacia del centro di Napoli (guarda la foto in pagina). Il titolare li ha piazzati sul banco, nonostante siano caramelle ricche di coloranti e zuccheri, quindi non esattamente consigliate dai dentisti ai bambini. Tutto regolare, intendiamoci: non c’è limite di legge sulla vendita di prodotti. Le farmacie si apprestano a diventare empori? E il tabaccaio, allora, può ribattere vendendo cerotti ipoallergenici e colliri medicali?

FARMACI ASSENTI - Una spiegazione prova a fornirla Federfarma Napoli. «Non so se esista un nesso effettivo - spiega il presidente Michele Di Iorio - tra la scarsità di molte medicine e la presenza di nuove categorie di articoli in vendita prima assenti nelle farmacie. Certo è che in tanti casi per sopperire all’insufficiente approvvigionamento di farmaci si prova a diversificare pur di non intaccare troppo guadagni e standard economici. Si entra così in un ambito di scelte personali e di morale».

FENOMENO ESPORTAZIONI PARALLELE - Dal punto di vista deontologico vendere di tutto di più in un luogo deputato a prodotti per la salute non è il massimo. Ma la crisi punge persino i farmacisti e poi ci si mette anche il fenomeno delle «esportazioni parallele». Che significa? L’Italia è l’unica nazione, afferma Federfarma, in cui L’Agenzia per il farmaco (Aifa) negozia i prezzi di vendita al pubblico con le multinazionali. Il risultato è che le medicine in Italia hanno costi bassi, al pari di Grecia e Portogallo. Al contempo accade però che altri paesi d’Europa ci usino come discount acquistando importanti medicine di alta fascia a prezzi vantaggiosi. Farmaci per la cura di ipertensione, Parkinson, depressione.

«CACCIA AL TESORO» - «L’Unione europea prevede la libera circolazione delle merci, quindi anche la possibilità di fare grossi acquisti di medicine. Il problema è che noi restiamo senza. Talvolta è una vera e propria caccia al tesoro». Da un lato, le ditte produttrici hanno introdotto un severo contingentamento dei medicinali destinati al mercato italiano, fornendo spesso solo le quantità in base ai consumi storici del Servizio sanitario nazionale. Dall’altro distributori intermediari e anche qualche farmacista in difficoltà finisce per privilegiare l’esportazione lasciando il proprio territorio sprovvisto di farmaci necessari per curare tante patologie.

L'ELENCO DELLE MEDICINE MANCANTI - L'elenco dei farmaci che scarseggiano sugli scaffali nostrani è lungo. Ecco alcuni «titoli» forniti dall'associazione: Seroquel, Tegretol, Lantus, Duoplavin, Plavix, Provisacor, Cymbalta, Miraxepin, Abilify, Seretide, Humalog, Micardis, Clexane 6, 2 e 10, Micardiplus, Lyrica.

DIBATTITO A BRUXELLES - L’esportazione parallela è un problema molto sentito, al centro del dibattito tenutosi a Bruxelles all’assemblea del gruppo farmaceutico dell'Unione europea (Pgeu) nel novembre scorso. «Soluzioni? Il mercato libero non ne offre molte. Si dovrebbe intervenire normativamente. Impedire le esportazioni senza aver prima soddisfatto le esigenze del territorio» conclude Di Iorio. E mercoledì a Roma si terrà un nuovo convegno nella sede di Federfarma sul tema sempre più cogente della carenza di farmaci.

Alessandro Chetta
17 giugno 2013 (modifica il 18 giugno 2013)

La moda cafona dei braccialetti

Ernesto - Mar, 18/06/2013 - 09:01

Un monile tipicamente femminile su un arto maschile, magari peloso, crea un contrasto stridente in una persona non dico elegante, ma anche solo dotata di un minimo di gusto

 Capita sempre più spesso di notare al polso di omini, omoni e omaccioni dei braccialetti.

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Non c'è nulla di più assurdo: un monile tipicamente femminile su un arto maschile, magari peloso, crea un contrasto stridente in una persona non dico elegante, ma anche solo dotata di un minimo di gusto. Bracciali d'oro (del genere regalo per la prima comunione), addirittura di cuoio o, peggio, di cotone; catenelle d'argento, cerchi di metallo vario e arricchiti di pendagli stravaganti, bigiotteria di primo o terzo ordine: tutto ciò non si confà a un essere umano civilizzato.

Lo so: il problema spesso è creato dalle fidanzate meno provvedute, ignare del fatto che donare gingilli al moroso significa abituarlo a tenerseli addosso senza imbarazzo. La faccenda si complica ulteriormente per effetto dello spirito imitativo, purtroppo assai contagioso: altre fidanzate, constatando che molti giovanotti sfoggiano gioielli quali quelli descritti, si persuadono che possano essere graditi al loro innamorato e gliene infliggono uno. In questo modo prendono piede le mode e arrestarne la diffusione è impresa titanica.

Il pozzo delle cafonerie è senza fondo. Chi vi ha attinto copiosamente in epoca relativamente lontana, dando la stura a un altro vezzo respingente, è stato Diego Armando Maradona, calciatore impareggiabile, ma debolissimo in quanto a finezza. Un brutto dì scese in campo esibendo un orecchino che avrebbe sfigurato anche se infilato nel lobo di una adolescente. Non avremmo mai pensato che un simile orrore sfuggisse alla pubblica riprovazione. Invece, non solo nessuno criticò il campione per quella buccola da signorinetta, ma parecchi conformisti vocazionali, l'indomani, presero a imitarlo e ora - basta guardarsi in giro - si scorgono migliaia di forzuti giovanotti (perfino dei Maciste) con le orecchie ornate di sfavillanti brillantini.

Le cattive abitudini sono difficili da sradicare. Per concludere segnaliamo un fenomeno dilagante che suscita un certo ribrezzo specialmente d'estate quando, a causa del caldo, la maggioranza usa slacciare il colletto della camicia, lasciando intravedere, semisepolte dalla peluria, catene e collane che reggono medaglioni assolutamente da censurare. Va da sé che ciascuno è libero di agghindarsi alla maniera degli zotici, ma è bene tenere presente che non è obbligatorio rendersi ridicoli.

Pronti a realizzare un trapianto di testa»

Corriere della sera

L'annuncio del neurochirurgo Sergio Canavero: nel 2008 ha «risvegliato» una ventenne in stato vegetativo

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MILANO - «Lo ribadisco e sottoscrivo. Tra un paio di anni saremo in grado di effettuare un trapianto di testa». A dirlo - a Oggi in edicola dal 19 giugno - è Sergio Canavero, neurochirurgo di Torino, noto per aver "risvegliato" nel 2008 una ventenne, in stato vegetativo permanente da due anni, con l'elettrostimolazione.

IL PROGETTO - Adesso la nuova sfida: il progetto HEAVEN/GEMINI (Head Anastomosis Venture with Cord Fusion), ovvero la possibilità di fondere due diversi tratti di midollo spinale, quello di un corpo donato col moncone nel collo del soggetto ricevente. Secondo i revisori di Surgical Neurology International, la rivista che ha pubblicato il lavoro di Canavero, il progetto «schiude un campo completamente nuovo per la medicina contemporanea».

L'INTERVENTO - Su Oggi, nell'intervista realizzata da Edoardo Rosati, Canavero spiega come potrebbe essere effettuato l'intervento e in particolare come ricostituire la continuità del midollo spinale, punto cruciale dell’impresa: speciali materiali chimici sono in grado di ripristinare l’integrità di una fibra nervosa tagliata. L’intervento viene effettuato in ipotermia profonda (15 gradi centigradi), per tutelare il cervello. Ma chi è il donatore e il candidato ideale per riceverlo? «Il primo è un individuo che ha purtroppo perso la vita per un trauma cranico puro, senza lesioni sostanziali a carico degli altri organi - spiega Canavero -. O chi ha subito un ictus fatale. Il ricevente, invece, può essere un malato affetto gravemente da una malattia neuromuscolare degenerativa. Ma anche un soggetto tetraplegico potrebbe candidarsi».

I RISCHI - Le prospettive sono affascinanti, e pericolose. «La società dovrebbe già cominciare a pensare al modo per regolamentare questa procedura - riflette Canavero -, prima che un intervento rivoluzionario, progettato per fornire una terapia radicale a malati profondamente sofferenti, diventi una pratica spregiudicata nelle mani di chirurghi senza scrupoli». Di trapianto di testa si era già parlato nel 1999, quando Robert J. White, un neurochirurgo dell'Ohio, annunciò la possibilità di effettuare interventi del genere sull'uomo, visto il successo dell'operazione sulle scimmie. White aveva però ammesso l'impossibilità di riallacciare tutti i nervi della spina dorsale, dunque il paziente sarebbe rimasto paralizzato dal collo in giù.

L. Cu.18 giugno 2013 | 12:06







Era in stato vegetativo permanente. «Ora si nutre e obbedisce agli ordini»

Corriere della sera

Ventenne si risveglia grazie a un delicato intervento. Il professore Canavero: «È la prima volta al mondo»


TORINO - Viveva da un anno in uno stato vegetativo permanente, a causa di una grave incidente automobilistico quando, nell'estate del 2007, è stata sottoposta a un delicato intervento chirurgico al Cto di Torino. Ora grazie a quell'intervento, la protagonista di questa vicenda, una ventenne di Gassino (Torino), si è risvegliata ed è in grado di «nutrirsi e obbedire agli ordini». A raccontare la sua storia è il professore Sergio Canavero, il neurochirurgo delle Molinette che ha seguito la vicenda.

«LA PRIMA VOLTA AL MONDO» - Il professore ha precisato che la ventenne al momento dell'intervento era in stato vegetativo permanente. L'intervento è consistito nella stimolazione corticale extradurale bifocale ed è «la prima volta al mondo - sostengono i medici - che, con questa tecnica, si riporta alla coscienza un paziente in stato vegetativo permanente». Alla stimolazione è possibile affiancare, in seguito, un intervento al midollo spinale con l'utilizzo di cellule staminali. Già dopo quattro mesi , hanno spiegato i sanitari, si registravano «forti miglioramenti» e oggi la ragazza è in grado di masticare e deglutire. La famiglia ha tenuto un diario con foto e filmati che testimoniano i progressi. I dati relativi alla vicenda saranno pubblicati sulla rivista Journal of Neurology, Neurosurgery and Psychiatry.

«CAPISCO BEPPINO ENGLARO» - «Non abbiamo mai perso la speranza - hanno raccontato i genitori della giovane torinese -. Abbiamo continuato a chieder cure per nostra figlia, anche in stato di coma permanente, perché la speranza che succedesse qualcosa è quello che ci ha permesso di andare avanti». «È una cosa tremenda che nostra figlia si trovi in questa situazione - ha spiegato la madre - e noi non possiamo fare altro che assisterla, ma come genitore - ha aggiunto - capisco le scelte del padre di Eluana Englaro perché in questi casi tremendi ciascun genitore deve agire come si sente».

18 dicembre 2008