martedì 18 giugno 2013

Gagarin morì per evitare schianto con caccia» L'ex pilota Urss: «Preferirono coprire la verità»

Corriere della sera

«Yuri si trovò davanti un aereo che non doveva esserci. Un professionista non può credere all'esito di quell'inchiesta»

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Non una vodka di troppo prima del decollo. Non un attacco di panico stando alla cloche. Ma una manovra di volo errata da parte di un altro «top gun». Una violazione delle procedure che l'aviazione sovietica preferì occultare nell'accertamento delle cause di quell'incidente, temendo uno scandalo capace di danneggiarne l'immagine. E' il 27 marzo 1968: Yuri Gagarin, il cosmonauta che tutto il mondo conosce come il primo uomo nello spazio, sta volando su un caccia Mig-15 sui cieli di Mosca. Una missione come tante, di routine. D'un tratto, si trova di fronte un altro aereo che non dovrebbe stare lì, in quel corridoio di cielo a 3 mila piedi d'altezza (circa 1000 metri).
Per evitare la collisione Gagarin vira bruscamente entrando però in «spin», ovvero una picchiata in vite incontrollabile. Il Mig cade come un sasso. Impossibile evitare lo schianto con il suolo. Gagarin muore così, all'età di 34 anni, assieme al suo copilota Vladimir Seryogin. E' questa l'ultima ricostruzione - forse la più attendibile - emersa in questi giorni sulla stampa russa, tra molte polemiche, riguardo la fine misteriosa del celeberrimo cosmonauta.

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IL «TOP GUN» URSS - Una morte, è l'ipotesi autorevole avanzata al quotidiano «Russia Today» da Aleksey Leonov - «top gun» amico personale di Gagarin e componente della commissione d'inchiesta che lo scorso anno chiuse l'indagine sull'incidente, sia pure tra mille dubbi - da addebitare, appunto, ad un errore di volo commesso da un altro pilota. Una tesi dirompente, nel muro di gomma dell'allora Urss, da sempre in fortissimo imbarazzo nello spiegare cosa accadde davvero quel giorno. L'Aeronautica era quella che stava sorpassando gli Usa nella corsa verso lo spazio. Vietato ammettere il guasto a bordo, proibito parlare di un errore del pilota, o di una manovra errata da parte di altri velivoli. Meglio, invece, lasciar correre altre tesi, prima fra tutte quella del complotto orchestrato negli Stati Uniti. Per non parlare di quella vodka di troppo, dell'attacco di panico, e addirittura, dell'agguato di un Ufo.

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EROE MONDIALE - Oltre a provocare sincero dolore in tutta l'ex Unione Sovietica, la morte di Gagarin sconvolse il mondo intero che, in piena guerra fredda, aveva adottato, piegandole ad una speranza che forse in realtà non contenevano, quelle parole all'insegna del candido stupore pronunciate nel primo giro attorno alla terra compiuto da un essere umano. Quel sospiro dalla caspula Vostok commosse persino i «rivali» della Nasa: «Da qui la Terra è blu. Che meraviglia. È incredibile». Poi l'epico ritorno a casa. E le copertine su tutti i giornali. Time compreso.

L'INSABBIAMENTO - La nuova testimonianza sulla fine di Gagarin adombra una specie di insabbiamento dell'inchiesta - le cui conclusioni risalgono a pochi mesi fa - condotta per fare luce sull'incidente aereo. Il primo uomo nello spazio potrebbe essere morto dopo aver incrociato un velivolo che sfiorò il suo caccia, mandandolo in stallo e provocandone la caduta. Secondo Leonov (famoso per la «passeggiata» nello spazio effettuata nel 1965) un aereo, non autorizzato, si avvicinò troppo al velivolo di Gagarin, mandandolo in «spin» e causandone lo schianto a terra.

«EVITO' COLLISIONE» - «Sapevamo che un Sukhoi-15 doveva essere testato quel giorno ma era programmato che volasse a un'altitudine di 10mila metri, e non a 450-500. Fu una violazione delle procedure di volo», ha rivelato Leonov, rifiutandosi tuttavia di indicare il nome del pilota alla guida del Sukhoi e adombrando in questo modo una specie di «guerra» intestina tra top gun ex Urss il cui esito fu l'insabbiamento della verità. Leonov quel giorno volava a bordo di un elicottero nella stessa zona e udì due violente esplosioni. «Credo che uno dei motivi per cui si coprì la verità fu il fatto che vi era stato un simile incidente vicino a Mosca», ha spiegato. La versione ufficiale del Cremlino resta però quella del 2011: il Mig di Gagarin sterzò per schivare un «oggetto», forse una mongolfiera. Ma il cosmonauta è scettico: «Sono conclusioni credibili per un civile, non per un professionista». E il mistero resta.

Alessandro Fulloni
alefulloni17 giugno 2013 (modifica il 18 giugno 2013)

Sartori accusa il Corriere: scorretto sullo ius soli

Massimiliano Scafi - Mar, 18/06/2013 - 08:37

L'editorialista in guerra: sfrattato dall'articolo di fondo, potrei andarmene

Che il prof fosse un tipo alquanto suscettibile e fumantino, questo lo sapevano tutti. E, proprio al Corriere della Sera, se ne sono recentemente accorti anche i più distratti, dopo le vibrate proteste per essere stato escluso da un forum sulle riforme istituzionali, che peraltro è materia sua.
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Ma adesso, dopo un secondo sgarbo, Giovanni Sartori minaccia addirittura di «chiudere la collaborazione». Per la prima volta il suo articolo, piuttosto critico con il ministro Kyenge e lo ius soli, invece che come editoriale, cioè a sinistra e in apertura di giornale, è stato pubblicato di spalla, ossia a destra: sempre in prima pagina, sempre con il capolettera e la firma in palchetto, però non come «fondo», perché evidentemente non rappresenta la posizione ufficiale del quotidiano.

Parrebbe un cosa da poco, una formalità, invece il professore la considera un oltraggio e se ne lamenta via radio alla Zanzara. «Se mi avessero detto che lo avrebbero pubblicato in quel modo, avrei ritirato l'articolo, com'è previsto dagli accordi. Al Corriere si sono comportati in modo scorretto e offensivo, mi hanno fatto una cosa che mi ha indignato senza nemmeno dirmelo». Perché? Sartori parla di censura: «È un articolo molto educato sul tema dell'integrazione, un problema che un'oculista come il ministro non conosce per niente. La Kyenge non è un'intoccabile».

Questa infatti è la tesi sostenuta dal professore: la Kyenge, «nata in Congo, si è laureata in Italia in medicina e si è specializzata in oculistica», quindi «cosa ne sa di integrazione, di ius soli e correlativamente, di ius sanguinis?». E ancora: «La brava ministra ha anche scoperto che il nostro è un Paese meticcio. Se lo Stato italiano le dà i soldi, si compri un dizionarietto e scoprirà che meticcio significa persona nata da genitori di etnie (razze) diverse». Questo, sostiene Sartori, può valere per il Brasile ma non certo per l'Italia.

Ma non finisce qua, il prof attacca il ministro pure su un altro punto. «La nostra presunta esperta di integrazione dà per scontato che i ragazzini arabi e africani nati in Italia siamo ipso facto cittadini integrati. Questa è da premio Nobel. Non ha mai sentito parlare del sultanato di Dehli, che durò dal XIII al XVI secolo, e poi dell'impero Moghul che controllò il continente indiano fino all'arrivo della Compagnia delle Indie? Eppure indù e musulmani non si sono mai integrati».

La prova sta nel fatto che quando gli inglesi se ne andarono, «furono costretti a creare uno Stato islamico», che da allora è costantemente «sul piede di guerra» con l'India. La Kyenge, fanno sapere dal ministero, «risponderà nei prossimi giorni» con una letta dal Corriere della Sera. Resta aperto lo strappo del giornale con Sartori. «Chiederò spiegazioni - annuncia - Gli accordi sono chiari: o i miei articoli li mettono come editoriali o io li ritiro. Peggio di così non potevano sistemarlo. In cinquant'anni non era mai successo».

Poliziottesco alla Pisapia

I dati non lasciano dubbi: nel 2012 il capoluogo lombardo e il suo hinterland si confermano la zona più criminosa d'Italia. Chi (stra)parla ancora di "città sicura" dovrebbe fare i conti con la realtà

di Matteo Borghi


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Altro che il film di Mario Caiano del ’76, la vera Milano violenta è quella dei giorni nostri. Dedicandola a chi dice che la Milano multiculti «resta una città sicura», suggerendo che l’aumento di reati è un’invenzione dell’opposizione suffragata – semmai – da una percezione del cittadino basata su quanto riportato sui mass media riportiamo, di seguito, la classifica della criminalità pubblicata, oggi, sul Sole 24 Ore. Si tratta di dati reali, basati sulle denunce effettivamente presentate agli organi di polizia, nel corso del 2012 (prima della supplenza del ministro Alfano) che dimostrano – incontrovertibilmente – che Milano e il suo hinterland costituiscono, a tutti gli effetti, il territorio più criminoso d’Italia.Anzitutto, come nel 2011 (nel 2010 non era così), Milano si conferma – pur in lievissimo calo – la prima area metropolitana per numero di reati in rapporto agli abitanti: 8.438 ogni 100mila abitanti per un totale di 257.988.

Tanto per fare un paragone Napoli si ferma a metà sia nel rapporto reati/abitanti (4.362), sia nei reati totali (133.171). Milano batte di gran lunga anche Roma e Catania, città notoriamente giudicate criminali. La situazione non migliora affatto se si guarda alle singole tipologie di reato dove Milano si conferma al primo posto nei “furti con destrezza”, i borseggi: 842 ogni 100mila abitanti, in crescita del 5% rispetto al 2011. In forte crescita anche gli scippi, tipologia di reati del tutto simile ai “furti con destrezza” con l’aggravante dell’utilizzo marcato della forza: in questo caso Milano è settima (64 ogni 100mila abitanti) ma con un aumento del 24% ben superiore al trend nazionale che registra un +13,1%. Sulla stessa linea anche le rapine in cui Milano si aggiudica un terzo posto con 154 ogni 100mila abitanti, in aumento del 6% contro il 4,4% nazionale.

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Un po’ meno male per quanto riguarda i furti in abitazione in cui il capoluogo lombardo è al decimo posto con una crescita del 10% (contro il 15,5% nazionale), per le frodi informatiche in cui è al quarto posto con una crescita del 4% contro il 7,7% italiano. Ma – a parte i furti di automobile calati del 7% – per tutte le altre tipologie di reato sempre di crescita si parla.

Si tratta, evidentemente, di una situazione critica a cui speriamo che il sindaco – che in questi giorni è occupato a stracciarsi le vesti per il raduno para-nazista avvenuto nel week-end a Rogoredo – sappia dare risposte concrete ed efficaci. Non si tratta, per una volta, di propagandare l’ideologia antifascista vietando i cortei, quella ambientalista bloccando le automobili o quella radical-chic dando assistenza e case a chi dimostra di non apprezzarle. Si tratta di fare quello che dovrebbe essere il compito primario di ogni sindaco: difendere i cittadini dalla criminalità e ristabilire la legge. Forse – signor sindaco – non sarà così alla moda ma, ci creda, sarebbe molto utile e apprezzato.

Il tribunale compra smartphone ai pm ma non ha soldi per eliminare le blatte

Luca Fazzo Enrico Lagattolla - Mar, 18/06/2013 - 08:44

Spese folli a Milano per le tecnologie. E contro gli scarafaggi solo veleno e siringone

L'omino col siringone si aggirava per gli uffici al quarto piano del palazzo di giustizia, spruzzando veleno sui davanzali, nei balconi incrostati di sporcizia, nei giri scale.

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Obiettivo: dare la caccia agli scarafaggi che erano sbucati in ogni dove, sollevando i gridolini di ribrezzo delle cancelliere, e invadendo gli uffici dove si dà la caccia al crimine. Più modestamente, l'omino col siringone dava la caccia alle blatte. Rimedio palesemente inadeguato, ma a poco prezzo. Soldi per disinfestare davvero il vecchio tempio di Mani Pulite non ce n'erano. Il progetto di attacco radicale agli scarafaggi si era scontrato con la carenza di mezzi.

Dopo il passaggio dell'omino con la siringa, gli insettacci hanno continuato a aggirarsi indisturbati, tranne qualche sfortunato che ha esalato gli ultimi respiri tra le scartoffie. Una scena surreale, perché avviene in un palazzo di giustizia che da sempre, e ancora di più negli ultimi giorni, è teatro di sprechi pazzeschi. Un palazzo, tanto per dare una idea, dove anche gli autisti hanno lo smartphone a spese del contribuente. In barba alla spending review e alle eterne lamentele tipo «non abbiamo neanche la carta per le fotocopie», a tutti i settantatre pubblici ministeri, agli otto procuratori aggiunti e al procuratore capo Edmondo Bruti Liberati è stato consegnato nelle scorse settimane un Samsung ultimo modello.

In buona parte degli uffici si sono presentati dei tecnici che hanno rimosso i telefoni fissi, tutti perfettamente funzionanti, e li hanno rimpiazzati con altri più complicati. Eclatante il caso delle fotocopiatrici. Erano state cambiate da un paio d' anni, andavano tutte bene. Ma si è deciso di cambiarle lo stesso: decine e decine di Taskalfa 3500i della Kiocera, dei bestioni con funzioni fantasmagoriche, scanner, stampa a colori, hard disk da 160 giga, manca solo il tostapane. E come se non bastasse, tra lo stupore generale sono arrivati anche i nuovi monitor per computer, schermi lcd ultrapiatti grandi come televisori.

Come sia possibile questa grandeur tecnologica in tempi di ristrettezze lo spiega solo la burocrazia farraginosa che sta dietro l'amministrazione della giustizia. Di fatto, le spese di gestione e di manutenzione del palazzaccio milanese sono supportate e gestite dal Comune di Milano, che poi si rivale sul ministero. Il ministero brontola da sempre, sostenendo che c'è chi ci marcia, così si è deciso che il 20 per cento resti a carico del Comune, nella speranza di innescare un circolo virtuoso. Niente da fare. Nel 2011 la gestione ha sfiorato lo strabiliante importo di 3 milioni e mezzo di euro, senza che per questo si riuscisse a prendere l'ascensore la mattina senza attendere delle ore. Il bilancio delle spese comunali viene sottoposto al vaglio della Commissione manutenzione del palazzo, un organismo un po' pletorico che ha approvato senza obiezioni il malloppo.

Ovviamente, tutto troverà una spiegazione impeccabile: le fotocopiatrici sono a noleggio, gli smartphone saranno compresi nel canone del contratto con il nuovo gestore, e via di questo passo. Ma cosa se ne fa, di decine di fotocopiatrici, un tribunale dove si dovrebbe puntare alla digitalizzazione integrale, all'abbandono del cartaceo? Invece gli atti vengono prodotti al computer, poi stampati su carta, poi copiati, digitalizzati. Sennò gli scarafaggi cosa mangerebbero?

Caso Moro, nuova indagine trentacinque anni dopo

Il Messaggero
di Massimo Martinelli


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La Procura di Roma ci riprova. Trentacinque anni dopo l'agguato di via Fani e il terribile epilogo di via Caetani, dopo cinque processi e altrettante sentenze, i magistrati capitolini sono ripartiti a caccia di nuovi (o antichi) misteri sul caso Moro. A sollecitare l'inchiesta è stato l'ex magistrato Ferdinando Imposimato, che nei giorni scorsi ha portato negli uffici di piazzale Clodio un esposto che contiene alcuni spunti tratti dal suo ultimo saggio sulla vicenda dello statista democristiano sequestrato e ucciso dalle brigate rosse tra il marzo e il maggio del 1978.

Il fascicolo è stato assegnato al pm Luca Palamara, che probabilmente dovrà ricominciare dalla prima sentenza sul caso Moro, che nel 1983 condanno 32 persone tra le quali i presunti capi storici delle bierre, i partecipanti all'agguato di via Fani e gli altri brigatisti che si fecero carico di tenere prigioniero il capo della Democrazia Cristiana negli ultimi 55 giorni della sua vita, prima dell'esecuzione nel garage di via Montalcini. Un contributo alle indagini potrebbe arrivare anche dai documenti che fino a pochi mesi fa erano coperti dal segreto di Stato, e che solo di recente sono stati desecretati.

Alcuni di questi, come i verbali segreti tenuti dal Consiglio dei ministri durante i terribili 55 giorni di prigionia di Aldo Moro, sono stati raccolti in un libro da due giornalisti, David Sassoli (oggi europarlamentare) e Francesco Saverio Garofani. Il saggio (Il Potere Fragile, Fandango editore) consente anche di verificare come andarono davvero le trattative con le brigate rosse per la liberazione di Moro e quali furono le posizioni in seno al governo sull'atteggiamento da tenere con i capi brigatisti.


Lunedì 17 Giugno 2013 - 20:06
Ultimo aggiornamento: 20:16

Sartori: "La Kyenge non sa l'italiano, non può fare il ministro"

Libero

Un attacco duro contro il ministro dell'Integrazione. Stavolta a firmarlo è il politologo di punta del Corriere: "Non possiamo integrarci, la ministra nemmeno sa cosa significa meticcio"


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Giovanni Sartori, storico politologo antiCav sul Corriere della Sera questa volta bastona e non poco il ministro dell'Integrazione Cecile Kyenge. Il Prof Sartori dedica al ministro di colore un editoriale al veleno. Sartori apre dicendo che Letta ha scelto male il ministro dell’Integrazione. “Nata in Congo, si è laureata in Italia in medicina e si è specializzata in oculistica. Cosa ne sa di integrazione, di ius soli e correlativamente di ius sanguinis?”. Difficile, secondo lui che la Kyenge possa capirne qualcosa di questi temi. Ma la stoccata al veleno di Sartori non finisce qui. Il politologo va oltre e bacchetta il ministro colpevole di non aver letto il suo libro Pluralismo, Multiculturalismo e Estranei, come se conoscere i suoi saggi voglia dire automaticamente condividerli. E si lamenta che la sua proposta sulla residenza permanente sia stata “ignorata da tutti”.

Lezione d'Italiano - Poi Sartori dà anche una lezione di "italiano" alla Kyenge. Secondo il Prof a quanto pare il ministro non conosce bene la nostra lingua. Così il politologo, polemicamente le spiega cosa significa il termine "meticcio": "La brava Ministra ha anche scoperto che il nostro è un Paese meticcio. Se lo Stato italiano le dà i soldi si compri un dizionarietto, e scoprirà che meticcio significa persona nata da genitore di razze (etnie) diverse. Per esempio il Brasile è un Paese molto meticcio. Ma l'Italia proprio no. La saggezza contadina insegnava moglie e buoi dei paesi tuoi. E oggi, da noi, i matrimoni misti sono in genere ferocemente osteggiati proprio dagli islamici. Ma la più bella di tutte è che la nostra presunta esperta di immigrazione dà per scontato che i ragazzini africani e arabi nati in Italia sono eo ipso cittadini integrati".

La Kyenge non è integrata - E dopo la lezione d'Italiano Sartori conclude con uno sfottò ancora più esplicito e accusa la Kyenge di non conoscere bene la storia e soprattutto di ignorare il fatto che l'integrazione tra etnie diverse non ha mai funzionato. Così Sartori attacca: "Questa è da premio Nobel. Mai sentito parlare, signora Ministra, del sultanato di Delhi, che durò dal XIII al XVI secolo, e poi dell'Impero Moghul che controllò quasi tutto il continente Indiano tra il XVI secolo e l'arrivo delle Compagnie occidentali? All'ingrosso, circa un millennio di importante presenza e di dominio islamico. Eppure indù e musulmani non si sono mai integrati. Quando gli inglesi dopo la seconda guerra mondiale se ne andarono dall'India, furono costretti (controvoglia) a creare uno Stato islamico (il Pakistan) e a massicci e sanguinosi trasferimenti di popolazione. E da allora i due Stati sono sul piede di guerra l'uno contro l'altro". Sartori anche in chiusura non ha esaurito la scorta di veleno e chiude con una sentenza sul ministro: "Più disintegrati di così si muore". Ma non dite che il Corriere è un gionale razzista.

(I.S)

Il caldo affligge anche gli animali Ecco un vademecum per proteggerli

Il Giorno

Cani e gatti vanno protetti dall'afa estiva, garentendo loro luoghi ombreggiati e ventilati, tanta acqua e cibo facile da digerire

Milano, 17 giugno 2013


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A patire la canicola non sono soltanto gli uomini ma anche gli animali. Cani e gatti non ‘sudano’ come noi, per abbassare la loro temperatura corporea (gia’ normalmente intorno ai 38,5 gradi), aumentano i ritmi respiratori. Pertanto gli si deve sempre garantire un luogo ombreggiato e ventilato, acqua fresca, cibo leggero e facile da digerire”.
Per questo l’Enpa pubblica il vademecum estivo per proteggere i nostri amici a quattro zampe dal caldo e per per garantirgli un’estate serena.

Ecco alcune semplici regole:

1) Non ‘dimenticare’ mai un animale incustodito dentro l’auto: in questo periodo la temperatura interna dell’abitacolo sale rapidamente, anche con i finestrini aperti, e puo’ raggiungere fino a 70 gradi. Lasciarli nell’abitacolo dunque e’ una disattenzione che puo’ condannarli a morte. Poi, se si dovesse notare un animale chiuso all’interno di un’automobile prestare attenzione ai sintomi di un colpo di calore (problemi di respirazione, spossatezza generalizzata). In questi casi un intervento immediato puo’ salvargli la vita. In casi estremi e’ accaduto che cittadini abbiano rotto il finestrino dell’automobile per soccorrere il quattrozampe ed evitargli una morte certa. In queste circostanze l’Enpa, considerando prevalente la salvezza dell’animale, offre il proprio sostegno legale.

2) In caso di ipertermia (la pelle scotta, l’animale barcolla o ha difficolta’ a respirare) e’ necessario abbassargli la temperatura bagnandoli con acqua fresca e applicando nell’interno coscia i siberini (i contenitori quadrati che contengono acqua ghiacciata e che vengono usati per tenere bassa la temperature dei frigoriferi portatili) coperti con una busta o con del tessuto per evitare di ferire la pelle dei quattrozampe.

3)  Non costringere i cani a sforzi eccessivi. Sono assolutamente da evitare le passeggiate nelle ore piu’ calde della giornata: oltre al colpo di calore, l’animale puo’ scottarsi le zampe sull’asfalto arroventato. E’ consigliabile portare con se’ una bottiglietta di acqua e una ciotola. Da evitare anche le gare o le attivita’ sportive.

4) Anche i pet sono soggetti alle scottature solari. E’ possibile proteggerli applicando una crema solare ad alta protezione alle estremita’ bianche e sulle punte delle orecchie prima di farli uscire.

5) Per i pesciolini: l’Enpa ricorda che obbligare questi animali a vivere in un acquario significa infliggere loro inutili sofferenze. Tuttavia, chi dovesse possedere un acquario non dovrebbe esporlo al sole diretto. E’ inoltre importante cambiare l’acqua regolarmente avendo cura di togliere le alghe che si formano. Chi avesse un laghetto in giardino deve riempirlo regolarmente per compensare l’acqua che evapora e sostituire cosi’ l’ossigeno perso. Lo stesso vale per canarini e criceti che non dovrebbero essere costretti alla cattivita’ e che, comunque, non dovrebbero mai essere lasciati sul balcone al sole diretto; le gabbiette vanno posizionate in un luogo fresco, arieggiato e ombreggiato.

6) Attenzione ai parassiti. Meglio applicare preventivamente un antiparassitario adatto alla specie e alla taglia: alcuni prodotti per cani possono essere letali per i gatti. Allarme parassiti anche per i conigli e le cavie. In caso di dubbi, infine, e’ consigliabile consultare il proprio veterinario di fiducia. Le oltre 150 sezioni Enpa presenti sul territorio nazionale sono comunque a disposizione con ulteriori consigli e indicazioni.

Lacerate, sporche o scolorite ecco le bandiere d'Italia

Corriere della sera

Tanti tricolori rovinati penzolano nelle nostre città

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«Chi rispetta la bandiera da piccolo, la saprà difendere da grande». È una tipica frase da libro Cuore . Infatti fu messa in bocca da Edmondo De Amicis a un vecchio ufficiale in pensione che aveva fatto la guerra di Crimea e che parlava con quella fierezza anacronistica, decisamente patriottico-militaresca, a un gruppo di giovani. Si potrebbe postillare banalmente che se la bandiera non la rispettano i grandi, tantomeno sapranno rispettarla i piccoli. Se poi il tricolore viene maltrattato nelle scuole e nei luoghi istituzionali delle maggiori città, dove spesso penzola sfibrato e stracciato senza avere neanche più la forza di sventolare, viene fuori fatalmente il quadro di un Paese che ha perso l'amor proprio e il senso orgoglioso di un'appartenenza, pur non essendo da tempo - grazie al cielo - militarescamente patriottico come desiderava l'ufficiale deamicisiano. Perché questo, semplicemente, dovrebbe essere una bandiera: il simbolo dell'orgoglio nazionale, in cui si riassume il vivere collettivo (e non solo quando gioca la Nazionale ma anche nella vita ordinaria).

Invece, al Commissariato della Polizia di Stato di Scampia a Napoli è ridotta a un groviglio di stracci arrotolati al pennone. Si potrebbe obiettare che gli agenti di quel quartiere hanno ben altro a cui pensare. Ma poi ci si accorge che anche nella Galleria Umberto il tricolore giace sbrindellato e pressoché irriconoscibile. La bandiera issata sulla facciata di una chiesa di corso Italia a Milano non può neanche sventolare tanto è arrotolata su sé stessa; all'Istituto Carlo Cattaneo di Roma pende sfrangiata accanto al drappo blu dell'Europa; sopra il portone della Scuola media Archimede di Palermo è rimasto solo un bicolore, verde e bianco, mentre il rosso si è perso definitivamente, smangiato forse dal vento di mare; e all'Università degli Studi di Torino i colori appaiono sbiaditi, evaporati, portati via dal tempo storico e dal tempo atmosferico.

Tutto vero, dirà qualcuno, ma se la bandiera è uno specchio della Nazione, non potrà che riflettere lo sfilacciamento in atto, la sfiducia e la smagliatura del tessuto sociale. Già Leo Longanesi, in uno dei suoi aforismi celebri capaci di colpire nel segno, sosteneva che «la nostra bandiera nazionale dovrebbe recare una grande scritta: Ho famiglia ». Quell'auspicio iperrealista quanto dissacrante si potrebbe ripetere oggi, tale e quale, sessant'anni dopo. Sottinteso: bando alla retorica utopica e al sentimentalismo ipocrita, andiamo piuttosto alla cruda realtà quotidiana; non c'è bandiera che tenga in un Paese impoverito, ridotto a uno straccio, appunto.

D'accordo, ma è anche vero che non c'è nessuno straccio di Paese (povero, distrutto, affamato) che abbia perso a tal punto il senso della collettività da non credere più nel proprio simbolo. Per questo, a volerla leggere come correlativo oggettivo, non c'è immagine più tristemente significativa del tricolore che si affloscia pallido ed esausto dalla facciata di un palazzo pubblico: scuola, tribunale, teatro, caserma... Se fosse soltanto il segno dei tempi (e magari della crisi), in fondo sarebbe il meno. Invece, da Sud a Nord, senza distinzione, la bandiera viene non tanto offesa da una volontà iconoclasta (ricordate cosa voleva farne Bossi all'apice del suo fervore padano?), ma abbandonata al suo destino dall'incuria, dalla strafottenza, dall'indifferenza, le stesse che lasciano andare a rotoli i monumenti e il patrimonio culturale in cui dovrebbe riconoscersi una comunità che abbia memoria e consapevolezza

Paolo Di Stefano
17 giugno 2013 | 21:03

Grecia, la giustizia annulla la chiusura della tv pubblica

La Stampa

La magistratura salva la Ert
tonia mastrobuoni


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Buone notizie per i dipendenti della tv pubblica Ert: la giustizia ellenica ha annullato la chiusura dell’emittente decisa nei giorni scorsi dal governo che aveva suscitato un’ondata di solidarietà internazionale - anche per la decisione goffa di spegnere gli schermi alla mezzanotte dell’11 giugno.  Ma poche ore fa anche il premier conservatore e leader di Nuova Democrazia Antonis Samaras aveva già proposto di riaprirla in modo «temporaneo», al termine di un vertice straordinario con i partner di coalizione, i socialisti del Pasok e la sinistra democratica Dimar.

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Nella stessa giornata in cui era stata la notizia, l’11 giugno scorso, i due partner di coalizione si erano infatti già sono detti contrari alla chiusura di Ert e il governo di larghe intese aveva ricominciato a scricchiolare, a un anno dal suo insediamento. Oggi pomeriggio una Reuters dava conto della disponibilità di Samaras a un rimpasto di governo a fine mese. Da una settimana ormai centinaia di dipendenti della Ert stanno occupando la sede dell’emittente. 

L’ergastolo è come uccidere Senza futuro l’uomo muore”

La Stampa

Lo psichiatra Borgna: “Creiamo prigioni meno disperate”

michele brambilla
Inviato a Novara


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L’ultima cosa che dice, uscendo dal suo appartamento che si affaccia su uno dei più bei baluardi di Novara, è «possiamo sempre cambiare». Una sorta di atto di fede nell’uomo. Eugenio Borgna, uno dei padri della psichiatria italiana, non è fra chi crede che siamo solo un insieme di cellule destinate a seguire un programma nel quale non c’è spazio per la libertà. Non crede quindi neppure, come tanti sembrano pensare, che delinquenti si nasce e si muore, senza possibilità di rimorso e redenzione.

Proprio «la speranza» è uno dei suoi temi ricorrenti. Provo a sintetizzare, sperando di non banalizzare: la sofferenza può essere feconda, può portarci a riflettere e a migliorare; ma l’importante è che la solitudine non diventi isolamento, e che il dolore non diventi disperazione. Sono, l’isolamento e la disperazione, condizioni umane ahimè così frequenti in carcere, dove non a caso il numero dei suicidi è dieci volte superiore che fuori.

Uno dei primi contatti con quel mondo misterioso e terribile che è il crimine, il professor Borgna l’ebbe alla metà degli Anni Settanta, quando la Corte d’assise di Novara affidò a lui e a un collega la perizia psichiatrica su uno dei rapitori della povera Cristina Mazzotti, una diciannovenne sequestrata in provincia di Como e trovata morta in una discarica del Varallino di Galliate. «Uno degli imputati», racconta, «aveva indotto praticamente l’intero ospedale psichiatrico di Catanzaro a dichiararlo incapace di intendere e volere.

Avevano falsificato le cartelle cliniche in una maniera che pareva scientificamente inconfutabile. Sapemmo cogliere in quelle cartelle ripetizioni di moduli standardizzati che attribuivano a questo signore sintomi inconciliabili con gli altri. Quell’uomo aveva dimostrato, nell’ingannare un intero ospedale, una straordinaria intelligenza che pareva demoniaca. Era una persona di nessuna cultura, eppure capace di esercitare una forma di dominio psicologico. Un personaggio da Dostoevskij. Noi lo dichiarammo capace di intendere e volere e fu condannato, alla fine di un processo epocale».

Ma è convinto che anche gli psichiatri abbiano tanto da imparare dal contatto con il carcere. «Ho incontrato le persone che hanno creato strutture di lavoro all’interno del carcere. Non so quali psichiatri avrebbero potuto fare cose come quelle che ho visto. Far lavorare persone che hanno avuto percorsi di quel tipo implica l’essere dotati di una visione dell’uomo e del mondo che non esclude mai le cose ritenute impossibili.

Ed è giusto così, perché non si può escludere che anche nel cuore apparentemente più arido e sepolto si possano nascondere risorse che non ci immaginiamo. Coloro che lavorano per il recupero dei condannati sono persone animate da una grande speranza che viene anche dalla fede, che può essere anche una fede civile. Solo così, solo credendo, solo sperando contro ogni speranza, si può costruire un carcere diverso da quello che conosciamo».

«Ho visto in volto quei detenuti che adesso lavorano. Uno psichiatra qualcosa può capire dagli sguardi. Il modo in cui si presentano colpisce. Colpisce il distacco immediato e radicale tra il pregiudizio, che vorrebbe queste persone perdute, e la realtà che abbiamo di fronte». Gli chiedo: che cosa è un pregiudizio? Come lo definirebbe? «Come una forza distruttrice. La stessa che colpisce chiunque sia malato di depressione, e viene considerato dai “normali” come un essere destinato a perdersi, a gesti violenti contro il prossimo o contro sé stessi. Invece, la depressione può essere una fase attraverso la quale migliorarci».

«Il pregiudizio è quella particolare deformazione che ci porta a giudicare gli altri generalizzando i comportamenti di un certo momento. Pensiamo ai carcerati. Quelle persone hanno compiuto reati gravissimi, ma se voglio analizzare una persona, non posso partire dal reato che hanno commesso. Metto tra parentesi quel fatto: non lo cancello, ma cerco di capire la persona com’è adesso.

Una persona non è definita dal reato che ha commesso, anche se noi abbiamo la tendenza a pensare che invece sia così. Invece dobbiamo vedere la loro possibilità di ri-creazione, o meglio di rinascita».
Continua: «Paradossalmente sono i reati più gravi che possono determinare le conversioni più sconvolgenti. Più grande è il male compiuto, più è possibile essere portati a rendersi conto del proprio errore. Allora accade una cosa terribile, è come una bomba atomica che distrugge l’uomo di prima e lascia aperte strade immense per ripartire».

Chiedo al professore se una simile spinta al cambiamento, che non può essere disgiunta dalla speranza, può scattare anche in chi ha l’ergastolo e, quindi, nessuna speranza di rifarsi una vita, almeno «fuori». «È il grande tema del tempo. Uno è divorato dal passato per il male che ha commesso, e questo brucia qualunque speranza di futuro. È un pericolo non solo per chi ha l’ergastolo. Chi è detenuto rischia di essere privato di una delle tre dimensioni agostiniane del tempo: passato, presente e futuro. E chi vive una vita che non ha futuro può essere portato a una disperazione senza confronto.

«Veda, per evitare equivoci le dico subito questo: le carceri devono esistere. Lo spartiacque, però, dev’essere la diversa immagine della condizione umana. Se riteniamo che l’aver commesso un reato grave debba essere un “per sempre”, noi amputiamo il futuro. E senza il futuro c’è il suicidio. Quanti si chiedono il perché di tanti suicidi in carcere? È ovvio che ci possono essere varie concause, le condizioni di detenzione eccetera. Ma quello che fa decidere per il suicidio è il passaggio dalla speranza alla disperazione». 

«Con l’ergastolo nessuno più può mantenere un lumicino di speranza. È un’eutanasia imposta da persone educate, civili, religiose. Dal punto di vista psicologico, è forse la tortura maggiore: l’uccisione della speranza. È come dire: vi uccidiamo due volte. “Quello che noi siamo - ha scritto Nietzsche - è quello che diveniamo”. È il futuro che fa di noi quello che io e lei siamo in questo momento. Noi siamo un’attesa».

Quasi mi vergogno, nel congedarmi, nel chiedergli se il sistema carcerario italiano... Sorride: «Così com’è adesso, mostra di non credere che esista una possibilità di cambiamento», mi risponde quest’uomo convinto, come San Paolo, che dove abbonda il peccato può sovrabbondare la grazia.

Datagate, Snowden al giornalista: ti uccideranno. I segreti dell'Nsa nel data center nello Utah: la cyber guerra è già iniziata

Il Messaggero

Snowden al giornalista: potresti essere ucciso

ROMA - Bluffdale, un piccolo paesino polveroso dello Utah potrebbe diventare ben presto il centro del mondo. E' il centro di una vallata dove arrivarono 160 anni fa pionieri mormoni per capire le parole misteriose del loro Dio.

CatturaOggi Bluffdale ospita il data center dell'Nsa, la National Security Agency che ha elaborato Prism, il programma segreto per spiare le mosse del mondo sul web. Il Data Center nello Utah sarebbe il pezzo finale di un puzzle assemblato negli ultimi dieci anni. Il suo scopo: intercettare, decifrare, analizzare e memorizzare vaste aree della comunicazione di tutto il mondo e immagazzinare i Big Data.

La guerra per la conquista dei Big Data, dell'enorme flusso di informazioni che ogni secondo circola sul web, è già iniziata da tempo. Gli smanettoni non si sorprendono per il grande Fratello del web: ricordano che anche uno smartphone, un tablet e addirittura la Xbox della Microsoft possono trasformarsi in device per essere spiati. Già lo scorso anno il giornalista James Bamford aveva rivelato i piani del Data center conquistando la prima pagina della storica rivista americana Wired. Bamford oggi parla della secret war, dell'Imperatore Alessandro e del perché Edward Snowden ha deciso di diventare la talpa di Prism. "Già nel 2012 erano stati svelati i piani di Prism, ma era stato sufficiente che l'Nsa negasse per sgonfiare tutto" ha detto su Reddit. Snowden deve aver pensato che solo pubblicando le prove poteva essere creduto.

L'informatico delle Hawai Edward Snowden contro l'Imperatore Alessandro, Keith Alexander. Bramford su Wired parla di Secret war, una cyber guerra segreta combattuta a colpi di malware che è già iniziata. Scrive del sistema di sicurezza americano nato per difendere gli Usa, ma anche in grado di attaccare i nemici. A capo della nuova guerra c'è Keith Alexandere, generale a quattro stelle della Marina, a capo dell'Nsa. Secondo Bramford le cyber armi sono fondamentali nel Ventunesimo secolo, così come il nucleare lo era nel ventesimo.

Nsa avrebbe già lanciato il suo primo attacco con Stuxnet malware utilizzato per distruggere impianto nucleare iraniano Natanz. «E' solo l'inizio» scrive il giornalista secondo il quale «l Pentagono ha chiesto 4,7 miliardi dollari per operazioni nel cyberspazio, anche se il bilancio della CIA e altre agenzie di intelligence potrebbe scendere di $ 4,4 miliardi». Il generale negli ambienti governativi è considerato con un misto di rispetto e paura, al pari di J. Edgar Hoover, direttore dell'Fbi per oltre mezzo secolo. Un ex alto ufficiale della CIA racconta che lo chiamavano scherzosamente l'imperatore Alessandro. «Alexander ha costruito un impero insistendo sulla vulnerabilità degli Stati Uniti davanti ad digitali che richiedono di accumulare sempre più potere sui dati».



Edward Snowden, eroe o traditore? La comunità hacker sembra aver già scelto quale distintivo assegnare al 29enne che ha svelato Prism al mondo, il programma di spionaggio del web elaborato dalla NSA (National Security Agency). Migliaia di americani hanno firmato una petizione per chiedere alla Casa Bianca di perdonare Snowden «eroe nazionale». Molti lo accomunano a Bradley Manning, il militare americano sotto processo per aver passato a Wikileaks migliaia di documenti segreti del dipartimento di Stato americano. A bollare Snowden come traditore l'ex vicepresidente Usa, mentre la Cina respinge le accuse secondo le quali il 29enne sarebbe una spia al servizio di Pechino.

Snowden al giornalista: ti uccideranno. Snowden intanto continua a rilasciare interviste da milioni di clic, mentre Assange lo invita a rifugiarsi in Sud America. Snowden scelse il nome in codice Verax per comunicare con Barton Gellmam il giornalista del Washington Post già vincitore del Premio Pultizer, che insieme a Gleen Greenwald del Guardian, ha rivelato Prism. «So che soffrirò per le mie azioni, e che comunicare queste informazioni al pubblico segnerà la mia fine» ha scritto i primi di maggio al giornalista.Gellman racconta anche che Snowden lo aveva avvertito: "I giornalisti che avessero pubblicato la storia rischiavano". Secondo Gellman Snowed gli disse che la community del'intelligence americana "ti ucciderà sicuramente se pensano che tu sia l'unica falla per fermare la rilevazione".

Riconosciuto e individuato sul web dalla semantica. Il ventinovenne gli disse che l'Nsa poteva rintracciarlo attraverso un'analisi semantica del suo linguaggio. "Non puoi proteggere la fonte" gli ha scritto "ma se mi aiuti a far conoscere la verità, posso considerarlo uno scambio equo, nulla può salvarmi".

Assange e i consigli a Snowden. Solo 5 pagine delle 41 fornite dalla talpa sono state pubblicate. Snowden aveva chiesto che venissero rese pubbliche tutte nell'arco di 72. Julian Assange, che ha già definito Snowden «un esempio» ha fatto sapere via Twitter: «Snowden ha chiesto che tutte le 41 pagine del documento su PRISM venissero pubblicate, ma né il Washington Post né il Guardian ne hanno avuto il coraggio». Chissà se Assange non termini il lavoro iniziato da Snowden.


@l4ur4bogliolo
laura.bogliolo@ilmessaggero.it


Lunedì 17 Giugno 2013 - 16:34
Ultimo aggiornamento: 19:14

Ferrara attacca Travaglio: "Non capisce un belin"

Libero

L'editoriale dell'Elefantino contro Marco Manetta: "Una domandina per smascherare Travaglio e l'idolatria del dettaglio"


Cattura
Nuovo capitolo della querelle tra Marco Travaglio e Giuliano Ferrara. Stavolta apre il fuoco il direttore de Il Foglio. Il tema è sempre quello della presunta trattativa tra Stato e mafia, verità assoluta per Marco Manetta, circostanza da chiarire per l'Elefantino, che la scorsa settimana ha ribattezzato Travaglio "Marco Dettaglio". E da qui si riparte: "Il Dettaglio (...) nel mainstream giornalistico è la maschera grottesca dell'ideologia. I fatti, per un marxista come me o per un nicciano di lusso, non esistono. Esiste la realtà". Ferrara prosegue: "Ho cercato di spiegarlo a Marco Travaglio (...) ma non ha capito un belin".

La domanda - L'Elefantino calpesta il vicedirettore del Fatto Quotidiano: "A forza di fare da porta parola a Ingroia, Di Pietro, Grillo & Casaleggio, l'abile giornalista di destra travestito da tribuno de sinistra (...), rischia una forma dolorosa di restringimento delle facoltà". Ferrara rivolge poi a Travaglio la domanda che ritiene "più importante per giudicare la realtà". Il direttore de Il Foglio si chiede se la mafia siciliana si trova in buona forma rispetto a quella che era la mafia del passato. Ferrara ha una risposta: "La mia impressione di osservatore disincantato della realtà è che le cosche di Riina e Provenzano hanno subìto colpi formidabili).

I filopistaroli - L'Elefantino spiega poi a Marco Manetta che "se invece di guardare a politica e storia mi metto a sbriciare tra le ordinanze e le sentenze (...), eccomi intrappolato nei fatti di Dettaglio, sono già pronto per un corteo dei più urlanti contro l'antistato o il doppio stato, bandiere e agende rosse, accuse infamanti, l'incubo di una mafia inafferrabile di terzo quarto quinto livello, più p2 p3 p4 e altre cazzate in cui si sono specializzati i giornalisti italiani pistaroli o filopistaroli".

"La m... nel ventilatore" - Così Ferrara - dopo aver rimarcato come l'ossessione per il Dettaglio possa stravolgere ogni notizia - arriva alla sferzante conclusione. "I fatti - verga su Il Foglio di lunedì 17 giugno - sono una solenne coglionata, sono la deformazione della realtà e del suo principio, sono lo schermo per interpretazioni che più ideologiche non se ne conoscono. L'alleanza del Dettaglio e del Fatto fa il risultato relativista e nichilista che conosciamo, la merda nel ventilatore si nutre della fattoidolatria. Ma la realtà è un'altra cosa".

Siria, quel ragazzo italiano morto combattendo nel nome di Allah

Gian Marco Chiocci Gian Micalessin - Mar, 18/06/2013 - 08:09

Giuliano, genovese convertito all'islam, dopo l'incontro con alcuni ceceni si è unito ai ribelli siriani più estremisti. E ha perso la vita

È morto in Siria combattendo contro il governo di Bashar Assad, ma non era siriano. E neppure arabo. Era di Genova, aveva in tasca un passaporto italiano ed era cresciuto in una famiglia che non aveva alcun legame con l'islam.

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La storia del convertito Giuliano D., confermata a il Giornale da diverse fonti dell'intelligence e del ministero dell'Interno, è la tragica storia di un ventenne genovese innamoratosi dell'islam ed inghiottito dal richiamo del fondamentalismo e della guerra santa. Di lui pochi vogliono parlare. Anche perché subito dopo il primo viaggio al confine turco realizzato più di un anno fa, e già allora puntualmente segnalato ai nostri servizi segreti, sarebbe entrato in contatto con un gruppo di volontari ceceni. Proprio quell'incontro lo avrebbe portato ad unirsi ad uno dei gruppi più estremisti impegnati sul fronte della guerra civile siriana.

Sulla sua fine non esistono per ora conferme ufficiali, ma diverse fonti istituzionali e d'intelligence interpellate da il Giornale concordano confidenzialmente sull'esito tragico della sua avventura. E comunque la presenza in Siria di un giovane genovese impegnato a combattere tra le fila dei ribelli viene confermata anche da Hamza Roberto Piccardo, il dirigente dell'Ucoi (Unione comunità islamiche) che oltre ad essere pure lui un convertito è anche di origini liguri. «Ho chiesto ai miei contatti e risulta effettivamente che uno di Genova si trovi in questo periodo in Siria, ma non sappiamo cosa gli sia successo» racconta dopo 24 ore di verifiche Piccardo. E quando il Giornale gli chiede se fosse veramente lì a combattere si mette a ridere.

«Pensate ci sia andato in vacanza?». La notizia - arrivata a il Giornale venerdì sera nel corso di un incontro non ufficiale con un alto esponente istituzionale - non viene confermata dalla Farnesina. I funzionari del nostro ministero degli Esteri interpellati sia domenica sia lunedì ripetono di non poter verificarla. La tragica morte di Giuliano D. ci ricorda non solo quanto sia vicino a noi il conflitto siriano, ma anche i rischi che l'attrazione fatale esercitata sui musulmani residenti nel nostro paese ce li restituisca trasformati in combattenti fanatici, capaci non solo di adoperare armi ed esplosivi, ma pronti anche a minare la sicurezza interna del nostro paese. È già successo ai tempi della guerra di Bosnia quando dalla moschea di Milano partivano i volontari decisi ad aggregarsi alla Brigata internazionale jihadista in lotta con i serbi. Dai campi di battaglia bosniaci tornarono molti dei militanti che avrebbero trasformato la moschea di viale Jenner in uno dei capisaldi europei di Al Qaida.

Oggi, oltre a Giuliano D., sono passati per i campi di battaglia siriana, secondo fonti de il Giornale, almeno altri 20 jihadisti tenuti sotto stretto controllo dai nostri servizi segreti. A differenza del caduto genovese sono in gran parte immigrati di fede islamica arrivati in Italia da paesi arabi e del Maghreb, ma tutti avrebbero all'attivo almeno una trasferta a fianco dei ribelli anti Assad. La pericolosità di questa ventina di reduci jihadisti va considerata anche all'interno di un contesto europeo dai numeri assai più elevati ed assai più inquietanti.

Secondo Gilles de Kerchove, responsabile delle politiche anti terrorismo dell'Unione europea, gli europei che hanno combattuto in Siria sono circa 500. Stando ad un rapporto del King's College di Londra i reduci originari di 14 paesi europei sono invece oltre 600 e rappresentano tra il 7 e l'11 per cento di una legione straniera islamica che conta dai 2000 ai 5mila volontari. Il contingente più elevato risulta quello britannico con effettivi che variano fra i 38 e i 134 combattenti. Subito dopo arrivano il Belgio, la Francia e l'Olanda con 107, 92 e 84 volontari nei momenti di massimo affollamento.

Napoli rifiuti. E' scontro fra Comune e governo sugli inceneritori

Il Mattino

di Luigi Roano

Palazzo Chigi vuole evitare la multa dell'Unione Europea. La replica: non cambiamo idea gli impianti di compostaggio sono sufficienti

Il governo detta la linea sui rifiuti: inceneritori a Napoli e Salerno e commissari per superare i paletti degli enti locali. A cominciare da quelli molto alti piantati da Napoli che dice «no».


CatturaPalazzo Chigi - tuttavia - non ci sta a subire la multa dalla Ue (8milioni al giorno) e ancora di più politicamente vuole che il Paese si allinei all’Europa su di un fronte, quello dei rifiuti, dove da quasi 20 anni l’Italia per colpa della Campania è poco meno che la classica cenerentola. Si profila un braccio di ferro che rischia di rompere il sottile filo della collaborazione tesosi tra Napoli e Roma dopo i veleni della campagna elettorale. Il sindaco Luigi de Magistris riteneva fino a ieri «giusto appoggiare questo governo perché l’Italia ha bisogno di unità e Napoli ha bisogno del governo». Alla luce del decreto le cose stanno ancora così? Giovedì il primo faccia a faccia proprio a Napoli con il ministro dell’Ambiente Andrea Orlando. Prevista la firma di un protocollo per lo smaltimento degli pneumatici e per spegnere la terra dei fuochi di Gomorra. L’occasione giusta per guardarsi negli occhi. E capire se andare alla guerra o alla concertazione.

Assente il sindaco - volato a San Francisco per studiare la città dove hanno detto no agli inceneritori, fanno il 76 per cento di differenziata e stanno per arrivare a «rifiuti zero», tocca al vice Tommaso Sodano, ex senatore e integralista della prima ora del no agli impianti di termovalorizzazione, replicare. E la prima battuta è il segno che la strada del dialogo è in salita: «Nessuno osi immaginare che il ricatto della multa possa far cambiare idea al Comune sul no all’inceneritore. Una tecnologia vecchia, inquinante, che ha problemi di gestione e di costi in tutto il mondo e anche in Italia. Non diciamo no agli impianti, ma solo al termovalorizzatore».

Tutto d’un fiato il pensiero del fidatissimo primo collaboratore dell’ex pm Sodano. Una vita spesa a studiare, a denunciare e a scrivere la crisi dei rifiuti in Campania e a Napoli, chiusasi con la beffa delle prescrizioni nel processo che invece prometteva colpevoli per il disastro ancora davanti agli occhi del mondo. Sodano ha la delega specifica e deve proporre un piano alternativo, che sia credibile, fattibile e non ideologico. Ci riuscirà? Ha le capacità giuste per affrontare l’impresa? «Allora chiariamo subito una cosa - attacca ancora il vicesindaco - noi vogliamo l’autonomia nella gestione dei rifiuti e siamo pronti ad accollarci grandi oneri. Tre o quattro impianti sul territorio cittadino sono un grande sacrificio per i napoletani. Siamo convinti e sicuri che due impianti di compostaggio e uno di trattamento a freddo dei rifiuti possano bastare affinché la crisi non torni mai più. I ritardi sono del piano regionale e per questo c’è anche il blocco dei fondi.

Abbiamo già individuato due aree; Napoli est per l’impianto meccanico a freddo, poi un impianto di compostaggio nella zona nord e un altro a occidente. Ci diano la possibilità di farli. Banche e imprenditori sono attenti e pronti a dare una mano con il project financing. Del resto il prodotto è sicuro, si tratta dei rifiuti. Inoltre potrebbe mettersi in moto un meccanismo occupazionale importante. In tre anni si può fare tutto». Allora perché non si fa? E perché si continua a dire no all’inceneritore se questi impianti si trovano su tutto il globo? «Andiamo con ordine. La Ue blocca 146 milioni per la differenziata perché manca il piano regionale, poi sempre la Regione ha 300 milioni di fondi da assegnare e non lo fa. La multa non è colpa del Comune, la Ue non dice quale impianto si deve fare, ma vuole un piano con degli impianti».

Capitolo termovalorizzatore: «Il 6 dicembre del 2012 abbiamo firmato un protocollo in Prefettura con il Governo che supera la questione inceneritore. Del resto la Regione ci ha provato in tutti i modi a farlo. Tutte le gare sono andate deserte e anche la procedura negoziale è fallita. Cosa c’entra il Comune? In Italia ci sono termovalorizzatori come quelli di Milano e Padova che non funzionano perché non hanno rifiuti da bruciare e non vogliono quelli di Napoli. Perché farne un altro nella nostra città quando c’è la possibilità di fare cose diverse? La lobby degli inceneritori è forte ma ora senza gli incentivi dei ”cip6” hanno dei problemi anche loro. Ripeto non vorrei dietro la questione dell’infrazione Ue ci sia un ricatto per il Comune».

lunedì 17 giugno 2013 - 08:08   Ultimo aggiornamento: 14:02

Israele, 10 mila alberi in nome del cardinal Martini

La Stampa

Sulle rive del lago di Tiberiade la cerimonia di inaugurazione con la posa delle prime piante per ricordare l’ex arcivescovo di Milano

redazione
roma

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Diecimila alberi: una foresta è nata in Israele in memoria del cardinale Carlo Maria Martini. Si è svolta ieri, sulle rive del lago di Tiberiade, la suggestiva cerimonia d'inaugurazione, con la scoperta di una stele commemorativa e la posa delle prime pianticelle. Un'iniziativa per ricordare il compianto  ex-arcivescovo di Milano, protagonista dell'amicizia tra cristiani ed ebrei.

Si è trattato del momento centrale di un inedito pellegrinaggio organizzato, dal 9 al 18 giugno, dal rabbino Giuseppe Laras e dalla comunità ebraica, che ha portato dall'Italia in Israele centinaia di persone, ebrei e cristiani, con la visita, tra l'altro, al Muro del Pianto e al Santo Sepolcro (con la celebrazione eucaristica per i cristiani), così come la celebrazione dello Shabbat e la visita al museo del memoriale della Shoah. Tra i partecipanti, riferisce l'Osservatore Romano, il rabbino Elia Richetti, presidente dell'Assemblea rabbinica italiana, e il cardinale Francesco Coccopalmerio, presidente del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi.

Nel messaggio inviato per l'occasione, il cardinale arcivescovo di Milano, Angelo Scola, ha espresso l'auspicio che «ebrei e cristiani, musulmani e ricercatori del vero e unico Dio possano edificare un mondo di pace e di giustizia, in cui il riconoscimento dell'altro sia condiviso come un bene per tutti e la sua speranza possa diventare la speranza di tutti». In questo senso, «la tenace ricerca della giustizia che ha caratterizzato la vita del cardinale Carlo Maria Martini aiuterà tutti noi a mantenerci nella giustizia che produce vita piena».

Turista muore in spiaggia a Formia nell'indifferenza dei bagnanti

Il Mattino


Cattura
ROMA - Un telo bianco copre il corpo esanime di un'anziana, mentre a pochi metri c'è chi gioca a racchettoni, chi amoreggia e chi fa ritorno al suo ombrellone dopo una nuotata di inizio estate. È quanto accaduto questa mattina sulle spiagge di Formia, in provincia di Latina, dove, tra l'indifferenza dei bagnanti, giaceva il cadavere di una turista russa di 78 anni, morta per un malore mentre faceva il bagno. A dare l'allarme sono state due signore, che avevano notato il corpo in acqua. Nonostante i soccorsi della Guardia Costiera e del 118, l'anziana è deceduta e il corpo coperto con un telo bianco. Nonostante lo shock iniziale, poi in spiaggia tutto è continuato come se niente fosse, tra racchettoni e tuffi in mare. Ad agosto 2011 un episodio simile scosse Ostia, sul litorale romano. Il cadavere di un 67enne rimase coperto per tre ore da un telo verde e un ombrellone mentre tutt'intorno si continuava a chiacchierare, ridere e scherzare sotto il solleone.

 
lunedì 17 giugno 2013 - 15:03   Ultimo aggiornamento: 15:03

Napoli, a 9 anni nel cantiere per 10 euro alla settimana

Il Mattino

di Marco Perillo

Storie di lavoro minorile raccontate nel rapporto Bruno Trentin e Save The Children. In Italia sono 260mila i piccoli sfruttati

NAPOLI. Per 10 euro alla settimana lavora in un cantiere edile e sposta sacchi di cemento pesantissimi per tutto il giorno. Ha solo 9 anni. E tutto questo succede a Napoli. Parliamo di una delle tante agghiaccianti storie sul lavoro minorile in Italia citate nel rapporto annuale a cura dell'associazione Bruno Trentin e Save The Children.

CatturaNel Paese sono tuttora 260mila i minori sfruttati, più di 1 su 20. Sono bambini e ragazzi che hanno meno di 16 anni. Il fenomeno è al momento molto diffuso nelle province del Sud e nelle isole. A Napoli, Bari, Reggio Calabria e Palermo emerge che la crisi e la conseguente difficoltà economica hanno, da un lato, leggermente diminuito l’ingresso o la permanenza dei minori nel mercato del lavoro. Ma dall'altro lato, questo stesso aspetto ha di fatto indebolito la loro posizione e ha determinato lo sviluppo di forme di attività ancora peggiori.

A Napoli, secondo il report, quando i servizi sociali "non ti scocciano più", appare "normale" che un giovane vada a lavorare. Se vuole guadagnare un po’ di più, ossia 50 euro, allora cerca lavoro nell’edilizia. Altrimenti va a lavorare dal meccanico, dal gommista o dal carrozziere, dove non gli viene insegnato il mestiere, ma fa di tutto e riesce a volte ad avere delle mance dai clienti. Se però ha proprio bisogno di lavorare per la sua famiglia, allora va a lavorare nei ristoranti: si portano le pizze a casa dei clienti e ti danno 20 euro. Ma per molti la storia è anche peggiore: c’è chi lavora al mercato del pesce; si alza la mattina alle 4 e lavora fino alle 14 al freddo, mettendo le mani nel ghiaccio fino a ferirsi. Per 50 euro alla settimana.

Ma i numeri, a livello nazionale, non finiscono qui: sono circa 30mila i 14-15enni a rischio di sfruttamento. Questi ragazzi - spiega la ricerca - svolgono un lavoro non solo illegale, ma anche pericoloso per la salute, per la sicurezza, per l'integrità morale lavorando di notte o in modo continuativo, con il rischio di compromettere eventuali studi e saltare il riposo. Il fenomeno interessa anche chi ha meno di 11 anni (0,3%), mentre il 3% è rappresentato da undicenni e tredicenni. Il picco si raggiunge tra i 14 e 15 anni, età di passaggio dalla scuola media a quella superiore. Il 46% degli under 15 che lavorano sono, inoltre, femmine.

Le esperienze sono occasionali (40%), ma uno su quattro lavora per periodi fino a un anno e c'è chi supera le cinque ore di lavoro quotidiano (24%). A volte si lavora nell'ambito della propria famiglia: il 41% opera in micro imprese domestiche. Tra i principali lavori svolti dai minori fuori dalle mura domestiche prevalgono quelli nel settore della ristorazione (18,7%) come barista o cameriere, seguiti dalla vendita stanziale o ambulante (14,7%). Minori vengono poi sfruttati nel lavoro agricolo o di allevamento (13,6%) ma anche nei cantieri (1,5%).

E il futuro? La maggior parte dei giovani intervistati non lo vede positivo e non ha sogni, vive alla giornata. «'O futuro lo vedo acciso e messo in croce», spiega un bambino delle nostre parti.

 
sabato 15 giugno 2013 - 15:03   Ultimo aggiornamento: domenica 16 giugno 2013 10:10

Palloni volanti per connettersi al web, parte il progetto «matto» di Google

Il Mattino

di Alessio Caprodossi


Cattura
Milano - Palloni aerostatici che volano attorno al mondo per consentire l'accesso a internet nelle aeree rurali, remote e laddove disastri naturali abbiano reso complicate le comunicazioni. Si tratta del Project Loon, idea apparentemente folle e inverosimile (da qui la scelta di Loom, che in inglese significa matto) ed è la nuova sfida di Google, che mira a riempire una lacuna che grava soprattutto sull'emisfero meridionale, dove per una larghissima fetta della popolazione il web è ancora un miraggio. Considerati i costi, insostenibili per chi vive con uno stipendio misero (come in Sud America, Asia e Africa) ma anche per chi volesse investire nelle infrastrutture implementando metodi tradizionali, Google punta a una soluzione intelligente, capace di alleggerire i costi e offrire un accesso a internet conveniente ed affidabile.

PROJECT LOON - Palloni volanti, stazione internet centrale e ricevitori speciali, questi sono gli elementi alla base del progetto. Simili a piccoli palloncini rossi, i ricevitori nascondono un'antenna internet e sono posizionati all'esterno delle case ma soprattutto, sfruttando l'infrastruttura internet locale, sono in grado di inviare e ricevere segnali dai palloni che transitano in cielo. Composti da pannelli solari che forniscono l'energia solare e un involucro che mantiene il pallone nella stratosfera, i palloni comprendono radio, antenne, un sistema di controllo per l'altitudine (per muoversi su e giù) e un computer di bordo che gestisce il volo. Sono realizzati in plastica, hanno un diametro di quindici metri e spessore minimo (0,077 millimetri), volano a un'altitudine di venti chilometri (il doppio rispetto agli aerei commerciali) e usano involucri a super pressione come i palloncini colorati per le feste dei bambini, che consentono di mantenere un volume costante e volare più a lungo.

"Volando a venti chilometri di altezza i palloni si muovono liberamente grazie ai venti circolando da ovest verso est e migrando così dal Sud Africa al Sud America", è l'analisi di Astro Teller, uno dei responsabili di Project Loon. Il ricorso ai palloni è ideale per diffondere il segnale su grandi distanze togliendo di mezzo i cavi ma presenta degli aspetti complessi, primo fra tutti riuscire a controllare il loro movimento in cielo. Per farlo Google ha sviluppato un sistema che combina venti, energia solare e algoritmi speciali per variare l'altitudine a cui volano i palloni potendo così gestire la direzione e la velocità di volo, mentre la possibilità di controllare i palloni in gruppi permette di offrire una connettività costante in un determinato posto in uno specifico momento.

TEST IN NUOVA ZELANDA - Questa settimana è iniziato il progetto pilota con il lancio di trenta palloni dall'area di Tekapo della South Island, in Nuova Zelanda, e circa cinquanta persone impegnate a terra e distribuite tra Christchurch e diverse zone di Canterbury. Ognuno di loro si può connettere alla rete creata dai palloni quando questi si trovano in un raggio di venti chilometri dalla loro casa. I responsi sono buoni e, nonostante i test siano solo all'inizio e ci sia ancora tanto lavoro da fare, grazie a Google anche quelle zone finora escluse dal web possono iniziare a prendere confidenza con la realtà virtuale.

 
sabato 15 giugno 2013 - 12:12

Da duecento anni sempre a passo a carica

Enrico Silvestri - Lun, 17/06/2013 - 16:20

Il 18 giugno 1936 nasceva il corpo dei bersaglieri, tiratori scelti in grado di colpire qualsiasi "bersaglio". Vennero dotati di un cappello piumato reclinato sul lato destro, per proteggere l'occhio dal sole

Dovevano essere rapidi negli spostamenti, abili nel mimetizzarsi e soprattutto dovevano avere una mira infallibile per cogliere il «bersaglio». E per proteggere dal sole l'occhio con cui inquadrare il nemico, venne inventato un cappello da tenere inclinato su un lato destro e delle piume che potessero meglio ombreggiare il volto.

Cattura
Erano nati così i «bersaglieri» e il loro caratteristico copricapo, a cui si aggiunse poi il fez, dono degli zuavi francesi, impressionati dal coraggio dimostrato durante la guerra di Crimea del 1855. Era il 18 giugno 1836 e l'allora capitano del Reggimento Guardie Alessandro La Marmora aveva finalmente coronato il suo sogno: convincere il sovrano piemontese Carlo Alberto a creare uno speciale corpo dell'esercito per andare incontro alle mutate esigenze della guerra moderna. L'ufficiale infatti pensava a dei soldati particolarmente addestrati alla corsa e al tiro a cui affidare compiti di esplorazione, primo contatto con il nemico e fiancheggiamento della fanteria di linea.

Un corpo che doveva caratterizzarsi per velocità di esecuzione e versatilità d'impiego, sommando alle funzioni dei tradizionali «cacciatori» anche quelle di guide e guastatori. Corpi del genere esistevano comunque fin dall'antichità, basti pensare ai «veliti» inquadrati nelle legioni romani. Un corpo di fanteria leggera con il compito appunto di prendere il primo contatto con il nemico, effettuare repentini attacchi per evitare potesse schierarsi in formazione e tormentare le linee con fitti lanci di giavellotti.

La Marmora formò poi la prima compagnia a luglio, quindi tra entro il febbraio del 1843 arrivarono le altre tre che andarono a formare il I Battaglione. E l'8 aprile del 1848 il corpo ebbe il suo primo battesimo del fuoco alla battaglia di Goito durante la I Guerra di Indipendenza. L'esperimento poteva considerarsi concluso con ottimo successo e nel giro di un anno vennero formati altri tre battaglioni. Nel 1855 Cavour schierò il Piemonte a fianco di Impero Ottomano, Francia e Gran Bretagna nella guerra di Crimea contro l'Impero Russo. Il 15 aprile partì da Genova un corpo di spedizione di oltre 18mila uomini, agli ordini di Alfonso

La Marmora, composto da due divisioni, una delle quali, formata principalmente da bersaglieri, comandata dal fratello Alessandro, ormai generale. I fanti piumati impressionarono gli alleati per il loro coraggio, in particolare nella battaglia della Cernaia, tanto che gli zuavi regalarono in segno di ammirazione il loro fez, da allora diventò parte integrante della divisa. Un valore premiato il 20 settembre 1870 quando vennero scelti per prendere Roma, passando per la breccia di Porta Pia. Ma non fu l'unica missione all'estero: i bersaglieri parteciparono ai corpi di spedizione inviati a conquistare le colonie in Eritrea e Somalia nel 1882 e 1890.

Il novecento si aprì con l'intervento di unità italiane, tra cui come sempre i bersaglieri, inviati a liberare il quartiere delle ambasciate a Pechino assediato dai Boxer in rivolta. Mentre ancora i bersaglieri furono fatti sbarcare nel 1911 in Tripolitania e Cirenaica nel corso della guerra Italo-Turca. Con il tempo il loro compito è via via mutato, diventando sempre più un corpo d'assalto, nel 1910 vengono fondate le prime unità di «bersaglieri ciclisti», per venire infine inquadrato in divisioni corazzate, motorizzate e celeri. I fanti piumati parteciparono poi durante la II Guerra a operazioni in Albania, Francia, Grecia, Jugoslavia e Unione Sovietica.

Attualmente la specialità è articolata in sei brigate: la 1° e l'8° inquadrata nella Brigata bersaglieri Garibaldi, la 3°, la 6° e la 7° rispettivamente nelle brigate meccanizzate Sassari, Aosta e Pinerolo e la 11° nella Brigata corazzata Ariete. Negli anni sono diventati, insieme agli alpini, uno dei corpi militari più amati, merito anche del passo di corsa con cui partecipano alle sfilate al suono delle loro popolarissime fanfare, altro segno distintivo della specialità.

La fanfara nasce proprio con la prima compagnia ed era formata da 12 soldati «...colla carabina sulla spalla sinistra, tenendo nella destra corni da caccia con cui suonavano una marcia allegra, vivace e tale da far venire la voglia di correre anche agli sciancati...». Ancora oggi usano il «cappello piumato», in gergo «vaira», inclinato sul lato destro in modo da tagliare a metà il sopracciglio fino a coprire il lobo dell'orecchio.

Il piumetto non è, a differenza di quanto si creda, di gallo cedrone, uccello ormai sull'orlo dell'estinzione, anche perché non possiede piume sufficientemente cadenti e flessibili, bensì di «Gallo d'India». Mentre durante la libera uscita i bersaglieri mettono ancora il famoso fez degli zuavi che il regolamento impone rosso, con nappa azzurra, la «ricciolina», lunga 30 centimetri ma soprattutto che non sia mai tenuto in tasca, arrotolato in mano o sotto la spallina. In perenne ricordo dei loro furiosi assalti di 150 anni fa in Crimea.