lunedì 17 giugno 2013

Rivoluzione in condominio, ecco le nuove regole

Corriere della sera

di Fabio Savelli


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Il giorno della riforma del condominio è finalmente arrivato. Dopo anni di attesa, il 18 giugno entra in vigore la legge °220 dell’11/12/2012 che rivoluziona il modo di vivere in coabitazione.

Dal numero limite di condomini previsti affinché sia valida un’assemblea, alle nuova disciplina relativa alle parti in comune (con le nuove maggioranze previste per cambiare destinazione), per finire ai quorum richiesti per l’installazione di pannelli solari, sono molte le novità previste dal legislatore che cambieranno il modo di co-abitare.
Il Corriere della Sera ha realizzato un libro articolato in 100 domande e risposte dal titolo La riforma del condominio (in edicola, con 4.90 euro e il prezzo del quotidiano). Qui – a uso e consumo del lettore – un’anticipazione di cosa cambierà, tentando una prima sintesi organica delle modifiche previste dalla legge. Eccone alcune: dai 7 compiti per l’amministratore, alle nuove regole in tema di barriere architettoniche. E tanto altro ancora….


di Germano Palmieri

Il D-Day del condominio è alle porte. Fatte le dovute proporzioni, definire storico questo evento, non è poi così improprio, trattandosi di un cambiamento annunciato da decenni, portato all’attenzione di diversi Parlamenti, ma mai diventato legge. Finora. Non è da escludere che alcune norme possano a breve essere sottoposte a un restyling: perché equivoche (per esempio quella sui diversi quorum richiesti per l’installazione di pannelli solari), o perché penalizzanti (come quella sull’obbligatorietà del fondo speciale per innovazioni e opere di manutenzione straordinaria).

Assemblea
E’ previsto un limite al numero di condomini che possono essere rappresentati in assemblea da una stessa persona?
Sì, se i condomini sono più di 20 il delegato non può rappresentare più di 1/5 dei condomini e del valore proporzionale, ossia 200 millesimi. Non sono invece state introdotte limitazioni in ordine alla qualità della persona che può fungere da delegato: ci si potrà quindi far rappresentare da un parente, da un amico, o, se si vuole andare in guerra, da un avvocato.

Amministratore
L’amministratore può rappresentare, come delegato, uno o più condomini in assemblea?
La riforma è intervenuta a porre fine all’annoso problema del conflitto d’interessi. Il provvedimento stabilisce infatti che all’amministratore non possono essere conferite deleghe per la partecipazione a «qualunque» assemblea.

Quando e da chi può essere revocato l’amministratore?
L’amministratore può essere revocato in ogni tempo dall’assemblea dei condomini. La riforma precisa che la revoca può essere disposta con il voto favorevole della maggioranza degli intervenuti all’assemblea, in rappresentanza di almeno 500 millesimi (sia in prima che in seconda convocazione), oppure con le modalità eventualmente previste dal regolamento. L’amministratore può essere revocato anche dal Tribunale, su ricorso di ciascun condomino, se non rende il conto della gestione annuale (prima era richiesto il mancato rendiconto per 2 anni) o se vi sono fondati sospetti di gravi irregolarità. La precedente normativa non prevedeva ipotesi di «gravi irregolarità».

Ora esiste un elenco preciso. Sono considerate tali: l’omessa convocazione dell’assemblea per l’approvazione del rendiconto condominiale; il ripetuto rifiuto di convocare l’assemblea per la revoca e per la nomina del nuovo amministratore o negli altri casi previsti dalla legge; La mancata esecuzione di provvedimenti giudiziari e amministrativi, nonché di deliberazioni dell’assemblea; la mancata apertura ed utilizzazione del conto corrente condominiale; l’inottemperanza agli obblighi previsti di tenuta dei registri condominiali e la mancata consegna, al condomino che ne faccia richiesta, dell’attestazione relativa allo stato dei pagamenti degli oneri condominiali e delle liti in corso.

Parti comuni
Quale maggioranza e quali formalità occorrono per cambiare destinazione a una parte comune?
Per deliberare il cambio di destinazione di una parte comune serve il voto favorevole dei 4/5 dei partecipanti al condominio, in rappresentanza di almeno i 4/5 del valore dell’edificio (almeno 800 millesimi). La precedente normativa non parlava esplicitamente di cambio di destinazione, per il quale la giurisprudenza richiedeva l’unanimità.

Vanno però rispettate precise procedure. La convocazione dell’assemblea che deve deliberare in merito deve rimanere affissa per non meno di 30 giorni consecutivi nei locali di maggior uso comune o negli spazi a tal fine destinati e deve effettuarsi mediante lettera raccomandata o equipollenti mezzi telematici, in modo da pervenire almeno 20 giorni prima della data di convocazione. La convocazione, inoltre, deve indicare, pena nullità, le parti comuni oggetto della modifica e la nuova destinazione d’uso.

Gino Pagliuca




Condominio, 7 compiti per l'amministratore

Corriere della sera
Ecco le nuove regole: che cosa deve fare per rendiconti, fornitori, portieri e casi di morosità

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Sembra una conseguenza inevitabile delle riforme: gli utenti finiscono per spendere di più. Una regola a cui non sfugge nemmeno la modifica delle vecchissime norme sul condominio. Una voce di spesa che appare destinata ad aumentare è quella per l'amministratore. Il progetto di dare vita a un albo professionale è stato abbandonato, ma le responsabilità di chi gestisce un edificio sono tali da tagliar fuori i dopolavoristi. Tra vecchie norme non abrogate e nuove prescrizioni emergono sette compiti dell'amministratore.

1) eseguire le delibere dell'assemblea, convocarla annualmente per il rendiconto e curare l'osservanza del regolamento di condominio, irrogando le sanzioni a chi lo viola;
2) disciplinare l'uso delle cose comuni;
3) riscuotere i contributi ed erogare le spese occorrenti alla manutenzione, perseguendo in tempi stretti i comportamenti, sempre più diffusi, dei condòmini morosi;
4) eseguire gli adempimenti fiscali per pagare dipendenti (il custode) e fornitori;
5) curare la tenuta dei registri condominiali e conservare tutta la documentazione sulla gestione
6) fornire l'attestazione relativa allo stato dei pagamenti e delle eventuali liti in corso
7) redigere il rendiconto annuale di gestione e convocare l'assemblea per l'approvazione entro 180 giorni.

Considerando il cumulo di incombenze la riforma ha introdotto la possibilità di nominare una società e non una persona fisica. A una società costituita ad hoc per la nuova legge, Manager Immobiliari, è dovuto il sondaggio sulla conoscenza della riforma che presentiamo in questa pagina.


Nomina: obbligo con otto inquilini, stesso quorum
La durata: una sola proroga, poi si vede
I requisiti: regole e nuovi titoli di studio
Compensi: stipendio più caro e straordinari
Il rendiconto: tutte le voci del bilancio e i revisori
Gino Pagliuca2 giugno 2013 (modifica il 4 giugno 2013)




Come cambia il numero legale per le riunioni

Corriere della sera
Quote per l’assemblea

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Con le nuove regole l’assemblea è validamente costituita in seconda convocazione solo se sono presenti almeno un terzo dei condòmini con almeno un terzo dei millesimi; prima per la seconda convocazione non era previsto nessuna forma di numero legale per la validità, bastava che le delibere avessero le maggioranze di legge.

Il cambio della norma ha grande importanza nei condomini di piccola entità dove a fronte di poche unità immobiliari c’è una concentrazione di millesimi in capo a uno o due condomini. Senza il “quorum costitutivo” in pratica potevano fare quello che volevano perlomeno sulle delibere ordinarie (come ad esempio la nomina dell’amministratore o l’approvazione dei bilanci preventivi o consuntivi).

Con la riforma del condominio in capo all’assemblea sono rimesse più responsabilità rispetto al vecchio ordinamento. Non solo; la partecipazione diretta all’assemblea è destinata a diventare più importante perché non si potranno più dare delega all’amministratore e comunque una persona (condòmino o meno) non potrà raccogliere deleghe che rappresentino oltre 200 millesimi od oltre un quinto.

Gino Pagliuca30 maggio 2013 | 10:42







Barriere architettoniche, la soglia del 50%

Corriere della sera
L’approvazione dell’abbattimento delle barriere richiede 500 millesimi

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È uno degli aspetti destinati a far più discutere perché l’approvazione diventa più difficile. Si tratta dell’abbattimento delle barriere architettoniche. Con le nuove norme richiede 500 millesimi e metà degli intervenuti; prima bastava un terzo del condominio e un terzo dei millesimi. Non vengono toccate le altro norme. L’eliminazione può essere anche decisa in favore di un inquilino dello stabile.

Se l’assemblea non decide, la persona interessata o un suo rappresentante può chiedere l’installazione a proprie spese di una struttura facilmente amovibile, che non leda il decoro architettonico dello stabile né il diritto dei singoli condòmini. Un caso che si presenta spesso è quello dell’installazione di un montascale. Se l’assemblea ne delibera a maggioranza l’installazione divide per millesimi di proprietà le spese di acquisto e manutenzione e l’uso sarà libero a tutti: se a pagare è solo l’interessato potrà fruire egli solo del montascale e ne paga le spese; se l’invalido trasloca l’assemblea può decidere se disinstallarlo o assumersi l’onere della manutenzione rendendolo disponibili a tutti.

Gino Pagliuca30 maggio 2013 | 10:47







La rivoluzione dei voti in condominio. Debuttano le maggioranze variabili

Corriere della sera
Seconda convocazione valida solo con un terzo dei voti

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Le maggioranze variabili erano una delle soluzioni prospettate per risolvere la crisi aperta dopo le elezioni. In condominio ci sono da sempre e anzi la riforma che entrerà in vigore il prossimo 18 giugno ne ha aggiunte. Nella tabella di questa pagina, che presenta alcuni dei casi più comuni di delibera, vediamo quali sono i quorum necessari perché il voto sia valido.

La riforma mantiene la vecchia distinzione tra assemblea in prima e in seconda convocazione, e anche il criterio della doppia maggioranza, delle quote millesimali di proprietà e dei condòmini, ma introduce una novità molto importante: perché l'assemblea sia valida anche in seconda convocazione è necessaria la presenza di almeno un terzo degli aventi diritto al voto. In seconda convocazione la riforma prevede cinque maggioranze:

1) intervenuti in assemblea e un terzo dei millesimi; si applica a tutte le delibere che riguardano lo svolgimento ordinario della vita in condominio, l'approvazione del preventivo e del consuntivo;
2) maggioranza qualificata di 500 millesimi; si applica anche a operazioni, come l'abbattimento delle barriere architettoniche o l'installazione della parabola centralizzata, per le quali prima bastava un terzo dei millesimi;
3) una maggioranza che potremmo definire qualificata e rafforzata, perché richiede due terzi dei millesimi: si applica alle innovazioni ed era già prevista dalla vecchia legge;
4) maggioranza speciale dei quattro quinti dei condòmini e dei millesimi: è una novità e si applica a tutti i casi in cui si voglia mutare la destinazione di una parte comune. La convocazione dell'assemblea ha regole speciali, la differenza con la nuova versione a prima vista non appare chiara e sicuramente farà aprire un altro contenzioso;
5) per alcuni casi rimane l'unanimità condominiale: ad esempio se si tratta di vendere una porzione di stabile come la guardiola della portineria.

Gino Pagliuca30 maggio 2013 | 11:53







Dalle spese straordinarie agli animali. Come cambia il modo di vivere insieme

Corriere della sera
Tutto quello che c’è da sapere
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Spese straordinarie L’obbligo d’introdurre un sistema di termoregolazione e contabilizzazione del calore rientra nella manutenzione straordinaria anche se imposto dalla legge? Serve quindi la costituzione di un fondo spese? Il fatto che un intervento sia reso obbligatorio per legge non lo trasforma da straordinario in ordinario. L’adozione di un sistema di termoregolazione e contabilizzazione del calore è intervento di manutenzione straordinaria e in quanto tale richiede la costituzione del fondo previsto dal primo comma, n. 4), dell’articolo 1135 del Codice civile.

L’introduzione dell’obbligatorietà del fondo speciale per innovazioni e opere di manutenzione straordinaria, d’importo pari all’ammontare dei lavori, se da un lato agevolerà l’amministratore, non più costretto a rincorrere i condomini morosi con defatiganti solleciti di pagamento e costose azioni giudiziarie, dall’altro indurrà l’assemblea a pensarci bene prima di deliberare interventi di un certo peso, ponendo così un ulteriore freno al comparto edilizio già in grosse difficoltà. Al punto che da più parti si chiede un intervento del legislatore volto a mitigare il rigore di questa norma.

Barriere
Sono cambiate le maggioranze necessarie per abbattere le barriere architettoniche? La riforma ha inspiegabilmente innalzato il quorum previsto dal 1° comma dell’articolo 2 della legge 9/1/1989, n. 13, che, per le innovazioni volte all’eliminazione delle barriere architettoniche negli edifici privati, prevedeva, in seconda convocazione, il voto favorevole di un terzo dei partecipanti al condominio, in rappresentanza di almeno 334 millesimi. L’avere introdotto un quorum pari alla maggioranza degli intervenuti all’assemblea, in rappresentanza di almeno 500 millesimi, non fa che penalizzare ulteriormente chi è costretto a fare quotidianamente i conti con una condizione disagiata. In compenso la giurisprudenza è propensa a consentire l’installazione di un ascensore che avvenga per favorire un disabile o un anziano, ancorché comporti alterazione del decoro architettonico.

Animali Sarà più facile tenere animali in condominio? All’insegna del «vietato vietare», i regolamenti del condominio apprestati dopo l’entrata in vigore della riforma non potranno impedire ai condomini di detenere o possedere animali domestici. Il divieto riguarda solo i regolamenti approvati dopo l’entrata in vigore della riforma; l’articolo 11 delle Disposizioni sulla legge in generale stabilisce infatti che la legge non ha effetto retroattivo.

Riscaldamento
A quali condizioni è possibile rinunciare all’impianto centralizzato di riscaldamento? Il condomino può distaccare la propria unità immobiliare dall’impianto centralizzato di riscaldamento a condizione che dal distacco non derivano notevoli squilibri di funzionamento o aggravi di spesa per gli altri condomini. Non rientrano fra gli squilibri termici idonei a questo fine - ha precisato la Cassazione con sentenza n. 11857 del 27/5/2011 - le riduzioni di temperatura assimilabili a quelle che potrebbero verificarsi nelle unità immobiliari prossime all’appartamento distaccato a causa del non uso dell’impianto da parte del proprietario.

Il rinunciante rimane comunque tenuto a contribuire alle spese per la manutenzione straordinaria dell’impianto e per la sua conservazione e messa a norma. Il condomino può invece esimersi dal contribuire alle spese d’uso (come quelle per l’acquisto del combustibile). Se, invece, il distacco determina uno squilibrio termico eliminabile solo attraverso un aggravio dei costi a carico dei condomini che continuano a servirsi dell’impianto, occorre il loro consenso. La preesistente normativa non prevedeva che un condomino potesse rinunciare all’impianto centralizzato; di fatto, però, questa eventualità era ammessa dalla giurisprudenza, alle stesse condizioni previste dalla riforma.

Conto corrente
Cosa accade se l’amministratore non apre un conto corrente condominiale? Se l’amministratore non apre o non utilizza il conto corrente condominiale, anche un solo condomino può chiedere la convocazione dell’assemblea per far cessare la violazione e revocare il mandato all’amministratore. In caso di mancata revoca da parte dell’assemblea, il condomino può rivolgersi al giudice e, in caso di accoglimento della domanda, può rivalersi, per le spese legali, nei confronti del condominio, che a sua volta potrà rifarsi nei confronti dell’amministratore revocato.

La riforma prevede che ciascun condomino possa, per il tramite dell’amministratore, chiedere di prendere visione ed estrarre copia, a proprie spese, della rendicontazione periodica del conto corrente condominiale. Liti Per difendersi davanti al giudice il condomino necessita sempre dell’assistenza di un avvocato? No, davanti al giudice di pace il condomino può stare in giudizio senza l’assistenza di un avvocato, ma a condizione che il valore della controversia non superi i 1.100 euro. Il giudice, tuttavia, in considerazione della natura e dell’entità della causa, può autorizzare la parte a stare comunque in giudizio personalmente.

Germano Palmieri17 giugno 2013 | 14:21

Sono il carabiniere che arrestò Tortora Mi disse: l'Italia deve vedermi in catene»

Corriere del Mezzogiorno

Cagnazzo ricorda quel drammatico 17 giugno '83


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NAPOLI— «Si sono io che il 17 giugno di trent'anni fa ho arrestato Tortora». Domenico Cagnazzo (che tutti chiamano Massimo), settantasette anni ben portati, generale dei carabinieri in pensione, non ha alcuna difficoltà a raccontare quella giornata. L’intervista arriva alla vigilia del trentennale del caso Tortora. «Dirigevo il reparto operativo dei carabinieri di Roma. Allora non esistevano fax o strumenti di comunicazione come quelli attuali. Gli ordini arrivavano via fonogramma. Il giorno 17 di giugno, un collega di Napoli, prima di inviarmi il dispaccio mi telefonò e mi disse: "Guarda che ti tocca arrestare quello del pappagallo". Confesso non seguivo la tv e quindi non capii che mi stava indicando Enzo Tortora. Allora insistetti, gli dissi: "fammi capire". Così finalmente il collega mi disse di chi si trattava e di cosa».

GIORNATA DRAMMATICA - Un sorso al caffè sulla terrazza del bar che è dislocato proprio davanti alla caserma dei carabinieri di Aversa che da capitano ha diretto per qualche anno. «Non ho svolto indagini sulla vicenda. Io ebbi l'ordine di arrestare il presentatore televisivo e questo ho fatto. Ma fu una giornata drammatica e campale. Ordinai ad alcuni miei uomini di sorvegliare discretamente l'ufficio in cui si trovava Tortora e successivamente anche l'albergo dove aveva preso alloggio (Tortora stava conducendo una trasmissione televisiva per Rete4 con Maurizio Costanzo sulle imminenti elezioni politiche ndr). Chiaramente non volevamo che potesse sfuggire all'arresto, ma si rivelò una precauzione inutile. Tortora, nonostante ormai tutti in Italia sapevano che stava per essere arrestato, non si mosse dai suoi recapiti».

LE «MINACCE» DEI FOTOREPORTER - Cagnazzo racconta anche un episodio assolutamente inedito avvenuto in occasione dell’arresto. «Verso sera la caserma venne letteralmente circondata da un nugolo di giornalisti, fotografi, cineoperatori. Una loro delegazione chiese ed ottenne di essere ricevuta. Mi trovai di fronte un gruppo di giornalisti estremamente "motivati". Mi dissero: "Colonello, non ci pensi neanche per un attimo a far uscire dal portone secondario Enzo Tortora (da quel portone non si sarebbe potuta fare nessuna foto o ripresa, ndr) perché altrimenti rivoltiamo i carabinieri come un guanto". Una minaccia che non mi fece né caldo, né freddo, ma li rassicurai, anche perché non potevo far uscire Tortora dal portone secondario per motivi di sicurezza per dei lavori in corso.

Il furgone che doveva portare Tortora in carcere lo feci sistemare a pochi passi dall'uscita, lasciando lo spazio minimo necessario per farlo salire, cosa che si capisce guardando le foto scattate all'uscita di Tortora dalla Caserma». Cagnazzo prestò molta attenzione alla salute del presentatore detenuto. «Seppi che Tortora aveva dei problemi cardiaci e così, subito dopo il suo arresto avvenuto verso le quattro del mattino se ricordo bene, immediatamente chiamai il suo avvocato, il notissimo penalista romano Giuseppe Bucciante e anche la sorella Anna». Si interrompe un attimo per riprendere il filo dei ricordi: «Proprio per l'attenzione che stava scatenando l'arresto di Enzo Tortora, presso il suo albergo mandai un mio capitano, molto bravo, un ufficiale dei carabinieri che trattò con gentilezza Tortora e cercò in tutti i modi di evitare che ci fossero troppi traumi per il presentatore».

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LA VISITA CARDIOLOGICA - I giornalisti e i cameramen erano scatenati e la loro presenza aveva richiamato anche molti «spettatori». Alcuni cittadini insultarono Tortora e il generale Cagnazzo dovette intervenire con decisione per evitare incidenti. Una volta in caserma, il carabiniere e il difensore del presentatore si telefonarono di continuo. Venne fatto arrivare in caserma un cardiologo. «Per evitare complicazioni facemmo arrivare il professor Pierluigi Guidotti. Dopo una visita molto accurata la decisione fu quella di trasferire Tortora a Regina Coeli e non, come voleva l'ordine impartito con il fonogramma, a Poggioreale.

Il carcere romano, infatti, garantiva una migliore assistenza sanitaria. Il difensore di Tortora mi ha ripetutamente ringraziato per quanto feci tanto che avendo saputo che io fumavo i sigari toscani, dopo qualche mese mi inviò una scatola con cinque sigari toscani di grande qualità. Lui ormai aveva lasciato la difesa del presentatore (lo sostituì quasi subito Vincenzo Siniscalchi che poi rinunciò all'incarico, sostituito dagli avvocati milanesi Alberto Dell'Ora e Raffaele Della Valle e dal napoletano Antonio Coppola ndr) voleva ringraziarmi per la gentilezza avuta nel confronti del suo assistito e me lo scrisse anche nel biglietto che accompagnava quegli ottimi sigari toscani».

LE MANETTE - Il racconto del generale Cagnazzo si conclude con la vicenda della manette: «Io non gliele avrei mai messe, ma il regolamento lo prescriveva e dovevo rispettare le disposizioni. Dissi a Tortora mentre si avviava verso il furgone di coprirsi le manette con qualcosa, ma lui rifiutò sdegnato: "l'Italia deve vedermi in catene", rispose con grande decisione e volle uscire mettendo in mostra le manette, come si può vedere dalle foto che sono disponibili sulla rete». Mentre il presentatore usciva dalla caserma romana dei carabinieri, le agenzie battevano due comunicati di solidarietà a Tortora, uno dei liberali, partito del quale faceva parte, e uno della federazione dei radicali, formazione per la quale sarebbe stato eletto un anno dopo euro parlamentare.

Vito Faenza
17 giugno 2013

Arabia Saudita pronta a bloccare WhatsApp

Corriere della sera

Dopo Viber, Riad minaccia di sospendere il servizio di messaggistica prima dell'inizio del Ramadan
Mentre in tutto il mondo si discute per il data gate, in Arabia Saudita si pensa di sospendere il diffusissimo servizio di messaggistica WhatsApp che conta nel mondo 250 milioni di utenti.


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SERVER PER CONTROLLARE - Dopo aver chiuso Viber, la Commissione per le telecomunicazioni e l'Informazione tecnologica di Riad potrebbe oscurare l'applicazione. E potrebbe farlo nelle prossime due settimane, prima dell'inizio del Ramadan. Secondo quanto riporta il quotidiano saudita Al Eqtisadiya, la compagnia statunitense che gestisce l'applicazione potrebbe non accettare le regole imposte da Riad. Le autorità che controllano la regione, infatti, sostengono di avere difficoltà a controllare il traffico sulle piattaforme di messaggi istantanei fuori dagli accordi nazionali sulle telecomunicazioni e una legge del Paese impone che le agenzie governative possano accedere ai server che monitorano continuamente tutte le attività degli iscritti.

TENSIONI SOCIALI E TURCHIA - In realtà, secondo gli analisti, dietro le motivazioni burocratiche e e amministrative di Riad, ci sarebbe il tentativo di controllare le comunicazioni e le tensioni sociali. Soprattutto alla luce di quanto sta accadendo in Turchia. «Se WhatsApp non adempirà alle nostre richieste, saremo costretti a intervenire prima del 9 luglio (data di inizio del Ramadan, ndr)», ha dichiarato il governatore Abdullah Al-Darrab al quotidiano Arab News. Il governo dell’Arabia Saudita aveva dato, a marzo, una settimana di tempo a Viber, Skype e WhatsApp per conformarsi alle regole interne, cioè creare un server locale per permettere alle autorità di monitorare il contenuto dei messaggi. Così, ora, a distanza di due mesi, gli organi di controllo sono passati ai fatti. Il 5 giugno scorso Riad ha oscurato Viber, servizio che consente chiamate gratuite, l'invio di instant message e la condivisione di file in modo gratuito su Internet.

MOTIVAZIONI ECONOMICHE - Altri esperti sottolineano invece l’importanza delle ragioni economiche. I tre principali operatori telefonici del Paese - Saudi Telecom, Etihad Etisalat e Zain Saudi - avrebbero chiesto alla Citc, l’ente regolatorio delle telecomunicazioni, di bloccare i servizi di messaggistica instantanea perché, con nove milioni di lavoratori stranieri che utilizzano applicazioni web-based per comunicare con gli amici, gli introiti stanno calando. Il tutto a fronte di 53.1 milioni di utenti telefonici, con una penetrazione del mobile del 40% sul totale della popolazione e 15.2 milioni di utenti web.

Marta Serafini
@martaserafini17 giugno 2013 | 15:18

Gli illusionisti controllati dalla polizia

Corriere della sera

I due performer sono stati avvolti in un panno nero dal loro impresario, per non svelare il trucco


Uno impugna un bastone e il socio conserva un equilibrio apparentemente impossibile, seduto a gambe incrociate sulla punta del legno. Il trucco c'è, ovviamente, ma proprio non si vede. E i turisti in zona Duomo si fermano divertiti ad ammirare e fotografare l'esibizione dei due illusionisti orientali, un po' santoni indiani, un po' fachiri. Domenica, però, il «numero» è stato interrotto dagli ispettori della polizia locale: controllo a sorpresa del permesso per svolgere lo spettacolo di strada. Magia sospesa. E trucco a rischio. Ma prontamente i due performer sono stati avvolti in un panno nero dal loro impresario, e hanno conservato così il loro segreto.

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Redazione Cronaca di Milano17 giugno 2013 | 12:28

Pianosa, apre il parco nel futuro carcere

Corriere della sera

I comitati e gli ecologisti: «Non si può cambiare idea ogni giorno. La riapertura della prigione è antieconomica»

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PIANOSA (Livorno) - Sarebbe proprio una beffa, sostengono ambientalisti, sindacalisti e presidente del parco naturale, se la decisione di riaprire i carcere a Pianosa arrivasse proprio ora, a pochi giorni da due eventi semplici ma ritenuti fondamentali per il futuro dell'ex Planasia, l'isola piatta, già prigione di massima sicurezza (41 bis) per i boss della mafia. Il 29 giugno, dopo anni di faticosi lavori (anche politici) apre sull'isola la Casa del Parco, una sorta di centro visite con foresteria per i ricercatori, l'unica struttura dell'isola ad esse a norma con gli scarichi e attrezzata con un depuratore.

Il primo luglio, per la prima volta nella storia recente dell'isola, sarà poi possibile effettuare immersioni sub guidate sui fondali straordinari di questo piccolo paradiso a 13 chilometri a sud ovest dall'Elba. Insomma le ipotesi di apertura del carcere della ministra Cancellieri preoccupano e c'è già chi, come comitati, ecologisti ma anche comuni, si prepara a una nuova battaglia. «Perché non si possono cambiare ogni giorno le carte in tavola - dice Umberto Mazzantini, responsabile di Legambiente Arcipelago Toscano -. Il futuro di Pianosa è stato deciso con l'apertura a un piccolo turismo eco sostenibile e a uno sviluppo del parco. Ipotesi di riaperture del carcere sono una follia anti economica».

Un ritorno alle antiche prigioni è una pazzia finanziaria anche secondo il presidente del Parco Naturale Arcipelago Toscano, Giampiero Sammuri. «Come ha denunciato la Cisl, per riadattare le vecchie strutture del carcere servirebbe un investimento colossale, molti più soldi di quelli che sarebbero spesi nell'ammodernare le strutture carcerarie attuali - spiega Sammuri -. Milioni e milioni di euro servirebbero soltanto a realizzare la rete fognaria della quale l'isola è sprovvista. Perché se una volta si scaricava tutto in mare, oggi si violerebbero le più elementari leggi. Poi c sarebbero da sistemare le attuali strutture che vanno a pezzi. Credo che l'unico futuro possibile per Pianosa sia un turismo eco compatibile e un suo rafforzamento».

Oggi sull'isola possono sbarcare 250 turisti al giorno e recentemente la piccola cooperativa San Giacomo, composta da una decina di detenuti in semilibertà, gestisce un minuscolo albergo. Preoccupazioni anche per Gorgona, l'isola davanti alle coste livornesi e pisane. In questo caso l'isola è una casa di reclusione per meno di cent detenuti che qui svolgono anche lavori di i itticoltura e agricoltura. «Da anni si dice che anche i futuro di Gorgona dovrebbe guardare ancora di più allo sviluppo del parco e del piccolo turismo sostenibile - continua Sammuri - e invece adesso si riparla di potenziare il carcere. No, non siamo d'accordo. Spero che la ministra Cancellieri ci ascolti».

Marco Gasperetti
17 giugno 2013 | 11:51

La senatrice cade in una buca E subito scattano 35 rattoppi

La Stampa

Dopo l’incidente a Valeria Fedeli, vice presidente di Palazzo Madama, i tecnici del Comune sistemano tutta la piazza davanti al Carignano

andrea rossi
torino


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Se siete passati in piazza Carignano ieri pomeriggio avrete certamente notato qualcosa di strano. Sembrava uno di quei terreni di campagna dopo un terremoto, quando qua e là sorgono piccole montagne di terra, effetto delle vibrazioni del suolo. In piazza Carignano ce n’erano trentacinque. Di ogni dimensione: microscopiche, enormi, circolari, rotonde, lisce, ondulate. Tutte gialle, il colore della segatura che nascondeva il nero della pece appena spalmata.

Se per caso, invece, vi era capitato di passare qualche ora prima, verso le dieci del mattino, avrete notato una squadra di tecnici del Comune affannarsi e gettare - appunto - pece e segatura in quantita per coprire buche, scalini, porfidi mancanti, scollature tra pietre e tombini. Vi sarete chiesti il perché di tanto attivismo. Ve lo diciamo noi: intorno alle nove su una di quelle sconnessioni nel porfido, poi prontamente ripianate, era inciampata e caduta Valeria Fedeli, vice presidente del Senato, invitata a concludere il convegno «Meridionali e Resistenza» al Teatro Carignano.

L’incidente alla senatrice

«Camminava verso l’ingresso del teatro quando l’ho vista andare giù, i giornali in una mano, la borsa nell’altra», racconta il senatore Stefano Esposito. «Quando si è rialzata perdeva sangue dal sopracciglio». L’hanno accompagnata dentro il bar Pepino. «In un amen si sarà precipitata dentro una decina di vigili», racconta una cameriera. C’era anche Luigi Cursio, consigliere regionale e medico: insieme con Esposito l’ha accompagnata nel suo studio e l’ha medicata. Fedeli, con un vistoso cerotto sul sopracciglio sinistro, è tornata al Carignano in tempo per partecipare al convegno sul «contributo del Sud alla lotta di Liberazione in Piemonte» fra il 1943 e il 1945 e tenere la relazione finale. Senza nessuna polemica, quasi scusandosi per l’inconveniente. L’ha presa con filosofia, anzi, fosse stato per lei nemmeno l’avrebbe detto: «È successo quel che può accadere a chiunque: sono inciampata e, avendo tutto in mano, ho battuto la testa». Si è ben guardata dal lanciare accuse: «Una buca? Non so, può anche essere stata una mia disattenzione. Capita. Non voglio dire nulla che possa suonare come una critica a Torino; il sindaco mi ha pure chiamato subito per sapere come stavo».

Il pronto intervento

Quel che più ha destato sorpresa, tuttavia, è ciò che è accaduto dopo. Quando Fedeli è tornata al Carignano, e quando il convegno è finito, piazza Carignano sembrava un’altra: in meno di due ore le squadre del Comune avevano eseguito la bellezza di trentacinque rattoppi. Non solo erano intervenuti sulla «fatale buca», accanto a un tombino della Smat, francobollo in cui mancano cinque o sei cubetti di porfido; avevano incerottato tutta la piazza e anche tratti delle vie intorno. Avevano transennato mezza piazza, isolato di fatto Pepino e spalmato pece in quantità. Il tutto con una solerzia quasi commovente. Fedeli se l’è cavata con una battuta: «Ho visto, ho visto. L’hanno subito chiusa». La solita cameriera di Pepino, invece, aveva l’aria corrucciata: «Ora che è toccato a una senatrice si sono precipitati di corsa. Ma qui di gente ne cade, ogni tanto. Qualche settimana fa è capitato a una signora: è stato necessario chiamare l’ambulanza. Ma nessuno è poi venuto a dare una sistemata».


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Vicepresidente Senato inciampa in buca a Torino

Francesco consegni le bobine della trattativa"

La Stampa

Fiaccolata a piazza San Pietro e appello a Papa Bergoglio per la verità su Emanuela Orlandi

Giacomo Galeazzi
Città del Vaticano


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La marcia contro il silenzio e le "coincidenze" mai chiarite.D a piazza Santa Apollinare a San Pietro. Un percorso simbolico scelto per la fiaccolata che il 22 giugno ricorderà Emanuela Orlandi, la ragazza figlia di un dipendente vaticano, scomparsa in circostanze mai chiarite trent'anni fa. "Un ritorno a casa" che Emanuela non ha mai fatto e che il fratello, Pietro Orlandi, vuole ripercorrere per tornare a chiedere giustizia e verità.  "Chiediamo a papa Francesco di unirsi al nostro momento di preghiera in piazza San Pietro e di consegnare alla magistrature le bobine delle trattativa tra la Santa Sede e i rapitori: siamo sicuri che contengano il ricatto al Vaticano", spiega Pietro Orlandi a "Vatican Insider".

C'è un particolare aspetto su cui Orlandi invoca chiarezza. "Marco Fassoni Accetti, il supertestimone-indagato che ha fatto ritrovare il presunto flauto di Emanuela aveva come suo confessore all'istituto romano San Giuseppe De Merode l'attuale vice Camerlengo di Santa Romana Chiesa, l'arcivescovo Pier Luigi Celata che all'epoca della scomparsa di mia sorella era il segretario del premier vaticano Agostino Casaroli e come tale riceveva le telefonate sulla linea codificata 158", afferma Pietro Orlandi. Il 17 luglio 1983, infatti, venne fatto ritrovare un nastro, in cui si proponeva lo scambio tra la ragazza e l'attentatore di Wojtyla, Ali Agca, oltreché la richiesta di una linea telefonica diretta col Segretario di Satato Casaroli. inoltre si sentiva la voce di una ragazza che implora aiuto, dicendo di sentirsi male.

Alcuni giorni più tardi, in un'altra telefonata, il telefonista ribattezzato «l'Amerikano» per il forte accento statunitense chiedeva allo zio di Emanuela di rendere pubblico il messaggio contenuto sul nastro, e di informarsi presso il cardinale Casaroli riguardo ad un precedente colloquio. In totale, le telefonate dell'Amerikano saranno 16, tutte da cabine telefoniche. Nonostante le richieste di vario tipo, e le presunte prove, l'uomo (che non sarà mai rintracciato) non apre nessuna reale pista da battere.

Adesso la famiglia Orlandi chiede a Bergoglio di consegnare ai magistrati tutte le bobine delle telefonate, mai entrate in possesso degli inquirenti che indagano sulla scomparsa. «Anche se sono passati trent'anni il dolore è vivo come in quel 22 giugno 1983- sostiene Pietro Orlandi-.Purtroppo non sono bastati 30 anni per capire cosa sia successo quella sera, ma noi non ci arrendiamo, andiamo avanti e grazie alla solidarietà della gente comune ci sentiamo come famiglia ancora più motivati ad andare avanti».

Un mistero, quello della scomparsa della cittadina vaticana, che ha sempre denunciato Pietro Orlandi «nasconde altro, qualcosa di pesante, 30 anni di omissioni e depistaggi». «Il 22 giugno ci incontreremo alle 19.30 in piazza Sant'Apollinare, dove Emanuela fu vista per l'ultima volta, e - spiega Orlandi - ci incammineremo lungo le strade che lei avrebbe percorso per tornare a casa fino ad arrivare a piazza San Pietro, dove ci raccoglieremo pacificamente con le nostre fiaccole in un momento di preghiera e riflessione. Una veglia per chiedere risposte.

Lì spero che Papa Francesco si unisca a noi, sarebbe un gesto coraggioso». Una data, quel 22 giugno 1983, che Pietro Orlandi ricorda con particolare amarezza. «Quel giorno litigai con Emanuela perché voleva che la accompagnassi - ricorda - ma io avevo un impegno. Lei uscì sbattendo la porta. Io da allora continuo a pensare se l'avessi accompagnat». Per la fiaccolata in programma adesioni sono arrivate «da Messina a Lugano - spiega il fratello di Emanuela - e in tanti continuano a farlo. Una solidarietà forte testimoniata anche dalle oltre 155.000 firme alla petizione lanciata nei mesi scorsi, gesti che ci aiutano ad andare avanti.

Vogliamo scuotere le coscienze nel nome di verità e giustizia». Nelle bobine , secondo la famiglia Orlandi, sono state fornite "prove inequivocabili delle responsabilità nel rapimento", come dimostrano anche gli otto appelli all'Angelus lanciati da Giovanni Paolo II. "Poco dopo la sua elezione ho incontrato Francesco a Santa Marta e mi ha detto quella frase terribile "Emanuela è in cielo", poi ho contattato quattro volte il suo segretario don Alfred per rivederlo di nuovo e attendo ancora una risposta- evidenzia Pietro Orlandi-.La scomparsa di mia sorella per la Santa Sede non è uno scandalo minore rispetto a quelli finanziari, non è solo un dramma privato di una famiglia perché al Vaticano è stata rapita una sua cittadina.

Marco Fassoni Accetti è stato interrogato una decina di volte dai magistrati e anch'io ho parlato con lui e sono rimasto sconvolto quando mi ha detto di non voler fare i nomi delle persone coinvolte nel rapimento perché lui non fa la spia. Ai tempi del collegio De Merode, Fassoni Accetti aveva come padre spirituale l'arcivescovo Celata che riceveva le telefonate dell'Amerikano sulla linea riservata e le passava al cardinale Casaroli. Ci aspettiamo chiarimenti da papa Francesco".

In arrivo dalla Cina il mantello che rende invisibili

Il Mattino

Gli scienziati della Nanyang Technological University di Singapore hanno mostrato la loro invenzione all'opera riuscendo a nascondere alcuni animali


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PECHINO - Dalla Cina arriva l'ultimo mantello che rende invisibili: è una piccola scatola magica di sottilissimi pannelli di vetro in grado di far sparire gli oggetti al suo interno deviando i raggi di luce. Gli scienziati della Nanyang Technological University di Singapore hanno mostrato la loro invenzione all'opera riuscendo a nascondere alcuni animali.
Un "gioco di prestigio" facile da spiegare scientificamente. Gli oggetti diventano visibilì quando la luce (ma anche onde sonore, raggi X o microonde) rimbalzano sulla loro superficie verso i nostri occhi e questi ultimi elaborano le informazioni. Quando le onde (luminose e non) non riescono a rimbalzare dall'oggetto, esso diventa essenzialmente invisibile. Così da alcuni anni ad acluni scienziati è venuta l'idea di deviare i raggi di luce in modo che essi non rimbalizino sull'oggetto e non ci restituiscano nessuna immagine.

lunedì 17 giugno 2013 - 10:10   Ultimo aggiornamento: 10:10

Il sistema solare ha bisogno di Dio?

La Stampa

piero bianucci


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L’aneddoto è controverso ma qui lo racconto nella versione più semplice e popolare. Quando nel 1796 Laplace presentò a Napoleone Bonaparte la prima edizione del suo “Trattato sul sistema del mondo”, il generale osservò: “Mi hanno riferito che in tutte queste pagine Dio non è neppure citato.”. “Non ho avuto bisogno di questa graziosa ipotesi” rispose l’astronomo. Ribatté Napoleone: “Però è una ipotesi che spiega tante cose”.
C’è chi attribuisce a Lagrange quest’ultima battuta, la sostanza però non cambia. Come la maggior parte degli scienziati del suo tempo, Laplace era convinto che, conoscendo perfettamente tutte le condizioni iniziali dell’universo, fosse possibile calcolarne in modo certo tutti gli sviluppi successivi: passati, presenti e futuri. Non a caso la legge di gravitazione di Newton era contenuta in una semplice equazione ed era per antonomasia “universale”. E’ la concezione del mondo che si suole definire “deterministica”.

In realtà le cose non stavano così, o meglio stavano così solo nel caso semplicissimo che i corpi in questione fossero due, per esempio la Terra e la Luna. Ma il sistema solare è formato da centinaia, anzi migliaia di corpi grandi e piccoli, e le stelle sono miliardi di miliardi. Già con tre corpi la meccanica celeste si complica, proprio come nella vita quando i corpi sono quelli di lui, lei e l’altra. 
Lagrange si cimentò con il problema dei tre corpi (celesti) e nel calcolo del loro moto trovò soluzioni precise soltanto in casi molto particolari. Quelle soluzioni oggi sono molto apprezzate: i “punti di Lagrange” del sistema Terra-Sole identificano zone di equilibrio gravitazionale nelle quale gli astronomi inviano sonde spaziali che non devono essere disturbate dalle radiazioni naturali e artificiali che inquinano i dintorni della Terra.

Cercò poi di trovare una soluzione generale del problema a n corpi Henri Poincaré (foto), e fu una vicenda dolorosa ma feconda per la scienza. Nato nel 1854 da buona famiglia, Poincaré aveva pubblicato tra il 1879 e il 1881 una ventina di lavori matematici di altissimo livello e in più aveva trovato anche il tempo per sposarsi. Era dunque già famoso quando nel 1885 re Oscar II di Svezia per celebrare il suo regale sessantesimo compleanno bandì un premio di matematica dotato di una medaglia e 2500 corone d’oro. 

Dei tre problemi posti, Poincaré scelse il primo, che era appunto quello degli n corpi in meccanica celeste. Nel maggio del 1888 inviò alla giuria una memoria di 160 pagine intitolata “Sul problema dei tre corpi e le equazioni della dinamica. Tre è assai meno di n corpi, ma il premio gli fu comunque assegnato con questo giudizio: “E’ il lavoro profondo e originale di un genio matematico, tra i più grandi del secolo. Le più importanti e difficili questioni, come la stabilità del sistema solare, sono affrontate usando metodi che aprono una nuova era nella meccanica celeste”.

In vista della pubblicazione, toccò al giovane matematico Lars Phragmén curarne la revisione. Con sgomento, il ragazzo si accorse che alcune cose non quadravano e tremebondo le segnalò a Poincaré. Questi aggiunse nove note seguite da un lungo silenzio. Il lavoro era ormai in tipografia quando il 1° dicembre 1899, in una lettera imbarazzata e commovente a Phragmén e alla Commissione del premio, si decise a riconoscere di aver commesso un grave errore, un errore che aveva conseguenze decisive per la stabilità del sistema solare. In sostanza, il problema dei 3 corpi non era affatto risolto e il moto dei pianeti non solo non risultava prevedibile con precisione assoluta, ma su tempi lunghi risultava caotico. Addio determinismo, con tanti saluti a Laplace.

A questo punto Poincaré preparò una nuova versione del suo lavoro, che si allungò da 160 a 270 pagine e il giovane Phragmén si prodigò per recuperare e far distruggere le copie già stampate che erano andate in giro. Ovviamente Poincaré dovette pagare la stampa del lavoro finalmente corretto. La nuova edizione gli costò 3500 corone d’oro, mille di più del premio. Ne valeva comunque la pena, perché con il suo errore Poincaré si era imbattuto in quella che sarebbe poi diventata la “teoria del caos”.

Il numero 84-85 fresco di stampa (aprile 2013) della rivista “Lettera Matematica” del Centro Pristem dell’Università Bocconi riporta le parole con cui il grande matematico francese alza per la prima volta il velo sul caos deterministico: “Quando si cerca di rappresentare la figura formata da queste due curve e le loro infinite intersezioni, ognuna delle quali corrisponde a una soluzione doppiamente asintotica, queste intersezioni formano una specie di rete, ragnatela o reticolato infinitamente intricato. Si viene colpiti dalla complessità di questa figura che io non tento neppure di disegnare”. Più tardi aggiungerà: “Può capitare che minime differenze nelle condizioni iniziali producano enormi differenze negli esiti finali”. E’ né più né meno l’”effetto farfalla” che, con l’aiuto del computer applicato alle previsioni meteorologiche, Edward Lorenz scoprirà nel 1963.

Poincaré si riprese bene dall’incidente di percorso, tanto che nel 1896 accettò la cattedra di astronomia teorica e meccanica celeste all’Università di Parigi e nel 1905 diede una sua versione della relatività speciale che, pur partendo da presupposti diversi, coincide in modo sorprendente con quella più famosa e completa di Albert Einstein. Il quale ebbe poi modo di ampliare e concludere la teoria con la relatività generale, che invece Poincaré non poté vedere perché il 17 luglio 1912 morì a causa di un embolo conseguente a un intervento chirurgico. 

La stabilità del sistema solare è un tema drammatico, cruciale per l’umanità. Sappiamo dall’astrofisica che i pianeti si sono formati poco meno di 5 miliardi di anni fa e che l’evoluzione della vita ha richiesto 3,5 miliardi di anni. Se le orbite non fossero stabili su tempi più brevi non saremmo qui perché la Terra avrebbe avuto grandi sbalzi climatici e forse sarebbe persino stata espulsa dal sistema planetario, mentre il caos ha influito su di essa “soltanto” scagliandole contro asteroidi normalmente in orbita tra Marte e Giove. Si pone quindi il problema di capire la scala dei tempi del caos intravisto da Poincaré.

Tornò ad affrontare la questione George David Birkhoff (1884-1944) ma riuscì soltanto a dimostrare la proibitiva difficoltà di venirne a capo. Nel 1954 segnò un progresso Andrei N. Kolmogorov (1903-1987) con il suo teorema della “persistenza delle orbite” quasi-periodiche nei sistemi hamiltoniani quasi-integrabili. Sembrò una quasi-rivincita della meccanica classica e della predicibilità deterministica in stile Laplace, ma si tratta soltanto di una approssimazione. 
Nel 1990 Jacques Laskar (Osservatorio di Parigi) ha ripreso i lavori di Lagrange e ha trovato un modo per integrare i moti planetari su lunghi periodi non con un passo non di poche ore, il che è arduo, ma con un passo di 500 anni.

Dopo 2500 simulazioni al computer nel 2009 Laskar è riuscito a delineare un modello di sistema solare abbastanza attendibile su un tempo di 10 miliardi di anni, che è poco meno dell’età dell’universo. “I risultati – scrive sul citato numero di “Lettera Matematica” Stefano Marmi, docente di Analisi alla Scuola Normale Superiore di Pisa – furono sorprendenti: le orbite dei pianeti del sistema solare interno (Mercurio, Venere, Terra e Marte) sono caotiche con una scala temporale per l’instabilità dell’ordine di 5 milioni di anni. 

Una conseguenza pratica di un valore così basso è l’impossibilità del calcolo di un’effemeride planetaria per i pianeti interni: in circa 100 milioni di anni un errore nella posizione iniziale di 15 metri può crescere fino a dare una indeterminazione della posizione di 150 milioni di chilometri, cioè della stessa grandezza della distanza attuale della Terra dal Sole. La situazione è ben diversa nel caso del sistema solare esterno. Le orbite dei pianeti maggiori (Giove, Saturno, Urano e Nettuno) sembrano ben descritte dai movimenti quasi-periodici. L’attività di ricerca per dimostrare rigorosamente questo risultato è molto intensa e tra i protagonisti ci sono gli italiani Antonio Giorgilli e Ugo Locatelli.”

In sintesi, Mercurio, Terra, Venere e Marte sono a rischio caos nell’uno per cento dei 2500 scenari elaborati al computer da Laskar (assumendo una differenza delle condizioni iniziali di un metro) con conseguente possibilità di collisioni per incroci tra le orbite. A voi decidere se preoccuparvi o infischiarvene.

Vieni in Corea” La pubblicità sui giornali spagnoli

La Stampa


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Kim Jong-un, il giovane nuovo leader di Pyongyang, sorridente, saluta con alle spalle la bandiera nord-coreana. La pubblicità, a piena pagina su El Pais e sui principali quotidiani spagnoli, recita: «Viaggia in Corea del Nord, l’opportunità di vivere un’esperienza unica». Unica, effettivamente, l’esperienza lo è, perchè per una (lunga) settimana chi acquisterà il pacchetto tutto compreso offerto da una agenzia di viaggi spagnola online, la Destinia, dovrà far a meno di telefonino ed internet. Non succede probabilmente in nessun altro paese del mondo.

Ma si tratta di un’occasione più unica che rara: l’anno scorso solo 3.500 stranieri sono riusciti ad entrare in Corea del Nord. La Destinia, presente anche in Italia, è una delle principali agenzie di viaggi europee su internet, ma probabilmente anche una delle più originali, vista quest’ultima ed inconsueta offerta. Il viaggio della durata di una settimana costa un minimo di 1.450 euro, con partenza da Pechino.

Sono previste tappe nelle principali città del paese più chiuso del mondo, che periodicamente sfida la comunità internazionale con i suoi test atomici e, più recentemente, missilistici a lunga gittata. Oltre alla capitale Pyongyang il programma prevede tappe a Nampo, Kaesong, Wonsan e Hamhung, non si capisce se nel rispetto o no dell’embargo internazionale deciso dall’Onu.

All’agenzia di stampa Europa Press, Amuda Goueli, l’amministratore delegato della Destinia, con sede a Madrid, spiega che i negoziati con il governo nord coreano sono stati «difficili». Ma, «alla fine ce l’abbiamo fatta, dopo avere tentato a lungo di raggiungere un accordo per offrire viaggi nel paese asiatico», aggiunge. Come si legge sulla pagina pubblicitaria pubblicata oggi su El Pais, al viaggio non possono partecipare nè giornalisti nè fotografi. È inoltre proibito utilizzare il proprio telefono cellulare e qualsiasi dispositivo Gps. Ma sarà possibile acquistare sul posto una tessera sim nord coreana, precisa Europa Press.

La pubblicità aggiunge che non ci sarà nessun accesso ad internet, e che i turisti dovranno essere vestiti in maniera decorosa. Sottinteso, nè pantaloncini nè camicette scollate. Anzi in alcune occasioni ufficiali i turisti dovranno addirittura portare abiti formali. Il gruppo di turisti si muoverà sotto la sorveglianza permanente di due guide, e non potranno essere modificati nè gli itinerari nè gli orari del viaggio.

Foto da Twitter di @RafaelTimermans

Sapere chi era alla guida della propria autovettura è un dovere

La Stampa

Il proprietario del veicolo è tenuto sempre a conoscere l’identità dei soggetti ai quali ne affida la conduzione, altrimenti risponde per le sanzioni e gli eventuali danni. Lo ha sottolineato la Cassazione con l’ordinanza 5585/13.

Il caso


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Un automobilista non ottempera, entro 60 giorni, all’invito di fornire le indicazioni sui dati personali e sulla patente di colui che, alla guida del suo veicolo, aveva violato il codice della strada. Visto il mancato accoglimento delle sue richieste nei giudizi di merito, ricorre in Cassazione, ma quest'ultima non ritiene fondate le sue doglianze. 

Prima di tutto, in base a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale (sent. n. 27/2005), «nel caso in cui il proprietario ometta di comunicare i dati personali e della patente del conducente, trova applicazione la sanzione pecuniaria di cui all’art. 180 C.d.S., comma 8» (possesso dei documenti di circolazione e di guida). Il proprietario del veicolo «è tenuto sempre a conoscere l’identità dei soggetti ai quali ne affida la conduzione», altrimenti, dell’eventuale incapacità di identificare detti soggetti, ne risponde egli stesso - nei confronti della p.a. per le sanzioni e nei confronti dei terzi per i danni - «a titolo di colpa per negligente osservanza del dovere di vigilare sull’affidamento in guisa da essere in grado d’adempiere al dovere di comunicare l’identità del conducente».


Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Nella casa del Papa a Santa Marta sveglia all'alba e visite dei potenti

Corriere della sera

Francesco ha trasferito il centro del Vaticano nel suo «convitto»
 
Un salotto (un paio di poltrone e un divano) con una scrivania, alle spalle un austero crocifisso, una libreria a vetri, un tappeto a disegni persiani. Molto (troppo?) uso di neon. Quindi camera da letto, un frigorifero, un disimpegno e un bagno. Un parquet industriale lucidato a specchio, soprattutto quel letto di legno scuro rendono gli ambienti molto freddi. Ma l'inquilino non si lamenta. L'uomo è austero, la sveglia di solito suona alle 4.45, un quarto d'ora dopo è già in preghiera e ci resterà per un'ora, meditando sulle scritture della Messa quotidiana.


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La mappa dei centri dei Grandi Poteri del mondo da qualche settimana è cambiata. Il nuovo Pontefice della chiesa cattolica guida i suoi fedeli (un miliardo e 214 milioni, secondo l'ultimo Annuario Pontificio) dall'appartamento 201 al secondo piano di Casa Santa Marta. Bergoglio usa un altro nome. La chiama «Convitto»: 106 suite, 22 stanze singole e un appartamento.

Si trova benissimo, ormai è impensabile che torni ad abitare nell'immenso Appartamento papale del Palazzo apostolico. Lo ha spiegato durante l'udienza alle scuole italiane dei gesuiti: «Io ho necessità di vivere fra la gente, e se io vivessi solo, forse un po' isolato, non mi farebbe bene». Che Santa Marta, albergo nel cuore della Città del Vaticano nato per ospitare i cardinali nei Conclavi, sia ormai uno snodo fondamentale nella nuova pagina della Chiesa lo dimostra la recente nomina di monsignor Battista Mario Salvatore Ricca al posto-chiave di prelato ad interim dello Ior, il discusso Istituto per le opere di religione. Guarda caso, Ricca è direttore delle case di ospitalità vaticane, quindi soprattutto di Santa Marta. I suoi frequenti colloqui con Papa Francesco, talvolta a cena, hanno costruito uno schietto rapporto di fiducia.

Papa Francesco si muove a Santa Marta come i gesuiti nelle loro residenze collettive. Appare spesso in atrio senza preavviso (all'accoglienza c'è un turno di personale femminile laico che risponde al telefono). In quanto ai pasti, nessuna formalità: Bergoglio si siede con chi capita e la sera, se funziona il self service, si arma di vassoio. In fondo, da cardinale di Buenos Aires, si cucinava i pasti da solo e andava fiero del «suo» maialino al forno. La mensa di Santa Marta ha consolidata fama di mediocrità, in Vaticano. Cucina continentale, da vero albergo qual è Santa Marta. Arrostini, minestroni, pasta al forno.

Ma il Papa non obietta. Lì vivono stabilmente una trentina di ecclesiastici della Segreteria di Stato, alcuni funzionari laici, quei vescovi che da tutto il mondo raggiungono Roma per qualche giorno. Quando viene a Roma alloggia lì anche Ernst von Freyberg, il nuovo presidente dello Ior. La gestione della Casa è pilotata da monsignor Ricca che conta su sei suore Figlie della Carità di San Vincenzo de Paoli (un tempo chiamate «le cappellone», per l'immenso velo). Ma il resto del personale, maschile e femminile, è laico. Cucina inclusa. Il servizio di sicurezza è discreto: gendarmeria pontificia, Guardie Svizzere. Nessun corpo speciale.

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Bergoglio ama Santa Marta, la trova funzionale. Lì ha ricevuto il 19 marzo Cristina Fernández de Kirchner, la presidente argentina, che ha mangiato in mensa con lui. A Santa Marta sono stati ricevuti sabato scorso, 15 giugno, il presidente della Commissione europea, Josè Manuel Barroso e il cardinale Stanislaw Dziwisz, arcivescovo di Cracovia ed ex segretario particolare di Giovanni Paolo II. Utilizza il grande Appartamento papale soltanto per le visite ufficiali di Stato (quella con il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, per esempio) e le benedizioni domenicali. Per il resto, vive nella «normalissima» Santa Marta. Dopo la sveglia all'alba e la meditazione, Messa alle 7 (ricorre un anticipo di quattro-cinque minuti) con breve omelia (sintesi quotidiana su l'Osservatore Romano ), saluti al gruppo invitato, fotografie, finalmente colazione in mensa.

Alle Messe mattutine si è convocati per raggruppamenti omogenei: dipendenti vaticani all'inizio, la comunità argentina a Roma, recentemente i Gentiluomini di Sua Santità (tra cui il duca romano Leopoldo Torlonia). Poi c'è la giornata di lavoro, l'esame dei vari dossier. Breve pausa per il pranzo, seguita da mezz'ora di riposo (la sveglia all'alba pesa). Poi ancora lavoro, cena alle 19.30-20, preghiera, luce spenta poco dopo le 22. L'uso di Santa Marta ha comportato lo sgombero del parcheggio «italiano» in via della Stazione Vaticana, di fronte ai numeri civici 3-5-7, una ventina di posti sicuri nel caos romano intorno a San Pietro. Qualche mugugno dei residenti, ma era impensabile che ci fossero auto in sosta di notte quasi sotto le Sacre finestre.

Impossibile contare quante volte Papa Francesco abbia incontrato Benedetto XVI nella sua nuova residenza nell'ex monastero Mater Ecclesiae, a duecento passi di distanza da Santa Marta. Bergoglio è imprevedibile, si muove con agilità. Ratzinger continua la sua ritiratissima vita: preghiera, meditazione, lente passeggiate nei giardini vaticani. Nessuna novità. Chissà quante volte si saranno visti al riparo da occhi indiscreti. Lo sa solo Santa Marta.

Paolo Conti
17 giugno 2013 | 10:15

Vitalizio di 4.000 euro per Batman Fiorito, raccolta di firme online per bloccarlo

Il Messaggero

di Paolo Carnevale

ANAGNI - Una petizione per bloccare il vitalizio a Franco Fiorito. Ovvero, per evitare che l’uomo simbolo del Lazio-Gate che ha travolto la giunta Polverini possa intascare, a partire dal compimento del 50° anno di età, una pensione quantificata intorno ai 4000 euro mensili. 


CatturaL’ha diffusa ieri il sito www.firmiamo.it., il più famoso sito italiano per la diffusione on line di petizioni di ogni genere e causa. Nella petizione, inviata anche «Alla Magistratura, Alla Camera dei Deputati, al Senato, al Parlamento, al Consiglio dei Ministri, al Consiglio di Stato», si ricorda di come «L'ex politico Franco Fiorito si è appropriato di 1,5 milioni di euro». Una vicenda, quella della appropriazione indebita, che almeno per ora, in primo grado, gli è costata una condanna di 3 anni e 4 mesi oltre all’interdizione per 5 anni dai pubblici uffici. Una storia che al di là dell’aspetto giudiziario, proseguono gli estensori del documento, «ha prodotto profondo nocumento all'immagine della politica e dei cittadini italiani su cui gravano ormai sospetti e sfiducia per colpa di questo elemento che si permette di dichiarare, ancora oggi, di voler tornare in politica perché amato dai cittadini».

La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata, appunto, la notizia che «Franco Fiorito a 50 anni percepirà ingiustamente 4.000 euro di vitalizio mensile». Come si ricorderà la vicenda Fiorito, soprattutto per quanto riguarda l’importanza dell’aspetto economico (va ricordato che Fiorito, come gli altri consiglieri regionali, percepiva, tra stipendi rimborsi ed altri bonus uno stipendio vicino ai 15.000 euro mensili), era tornata, dopo le vicende del Lazio-Gate, di nuovo agli onori delle cronache nel maggio scorso, quando il consiglio targato Zingaretti aveva deciso di abolire il vitalizio per i nuovi consiglieri. Era stato però bocciato un emendamento dei 5 Stelle che proponeva l’abolizione anche per i consiglieri della passata consiliatura. Una norma che era stata definita proprio anti-Fiorito.


Lunedì 17 Giugno 2013 - 15:23

Il «maestro» di Pisapia dà lezioni al prefetto «Cortei, decidiamo noi»

Chiara Campo - Lun, 17/06/2013 - 08:30

Il braccio destro del sindaco bacchetta tutti dopo il raduno "nazi": "Nessuno può arrogarsi queste scelte senza il parere del Comune"

Il maestro Paolo Limonta dà lezioni al questore, al prefetto, agli esponenti di sinistra che osano criticare il sindaco.

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Il coordinatore dei Comitati arancioni per Pisapia e dell'Ufficio relazioni con la città del Comune (oltre che insegnante elementare e trait d'union tra Palazzo Marino e mondo antagonista) ieri, il giorno dopo il raduno musicale naziskin in via Toffetti che ha sollevato fior di polemiche, ci ha tenuto a puntualizzare alcune cose.

Primo bersaglio, questore e prefetto che dopo l'indignazione all'ultimo secondo del sindaco («è un evento inaccettabile» ha scritto su facebook a raduno quasi in corso) avevano assicurato che la situazione era «sotto controllo», non destava «allarme di ordine pubblico» né serviva autorizzazione preventiva trattandosi di luogo privato. «Vorrei ricordare - esordisce Limonta - che se si violano le leggi in uno stabile privato la sostanza rimane la stessa. E tutte le iniziative promosse dai gruppi dell'estrema destra violano ripetutamente la Legge Scelba che definisce reato l'apologia del fascismo».

Aggiunge che «chi partecipa o presta assistenza all'attività di associazioni che incitano al razzismo è punito con la reclusione». E chiede a questore e prefetto «di non arrogarsi mai più in futuro la scelta di decidere se un'iniziativa si può o meno svolgere a Milano senza informare e recepire il parere del Comune che, tanto per essere chiari anche per il futuro, non intende assolutamente avallare lo svolgimento di simili iniziative sul territorio di competenza».

La seconda bordata è per chi «in situazioni come questa, misura il proprio livello di antifascismo attaccando a sproposito sindaco e amministrazione. L'antifascismo si pratica tutti i giorni nei comportamenti, nelle parole, nei gesti». Ma persino la capogruppo di Sinistra x Pisapia Anita Sonego aveva accusato gli esponenti di Pd a Sel che si sono indignati solo sabato di intervenire troppo spesso a scoppio ritardato.

Questore e prefetto si sono «arrogati» la scelta di autorizzare un evento in luogo privato. Quante volte, da Macao allo Zam, sindaco e assessori si sono giustificati con i centri sociali che chiedevano alla sinistra amica di bloccare gli sgomberi con la morale che il Comune non può fare nulla se si tratta di palazzi privati. Una linea comoda, usata anche con i quartiere che gridano stop alle occupazioni («sgomberare è compito del questore»).

A proposito, quando si insegna alle forze dell'ordine che «se si violano le leggi in uno stabile privato la sostanza non cambia», bisognerà ricordarlo alla sinistra che firma petizioni anti-sgomberi: occupare è reato, anche nei palazzi privati. «Peccato - gli replica qualcuno - che il sindaco si sia svegliato dopo le 12 (forse a causa del “fracasso” in rete) e così ha potuto fare l'antifascista per mezza giornata. Ormai era inutile provare a chiudere la stalla».

Professione prestanome In rete boom di annunci di chi si vende l’identità

La Stampa

Per un mese ci siamo offerti come teste di legno.Vi raccontiamo com’è andata e chi ci ha contattato

giuseppe bottero
torino

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Piccoli imprenditori sbranati dalla crisi, ex studenti al primo impiego. E poi mezzi furfanti col miraggio del soldo facile, banditi in carne e ossa che si sono adeguati ai tempi: se il mondo è digitale, allora anche la truffa deve viaggiare in rete. Eccolo il piccolo grande mondo dei prestanome, che si offre sui siti di annunci e sui portali più cliccati - da Bakeca.it a Subito.it - va a caccia di coperture più o meno legali, più o meno semplici da trovare. 

C’è la testa di legno professionista, che sa come muoversi e sgusciare via dai problemi.Il ragazzo che non ha più nulla, «mi restavano nome e cognome: me li sono venduti», spiega. E poi ci siamo noi, da un mese all’asta su Internet, un annuncio semplice: «Trent’anni, nessun precedente, contratto a tempo indeterminato, offresi come prestanome». Dopo due giorni di diffidenza la casella mail comincia a riempirsi di proposte. I primi - più timidi - chiedono «una mano» con le carte pre-pagate. Cinquanta euro per intestarci una tessera magnetica che ne vale fino a 500. Per comprare cosa? 

Poi arrivano gli artigiani, i piccoli imprenditori. «Sto cercando un finanziamento per l’acquisto di attrezzature per la mia attività. Purtroppo ho anche un mutuo con mia moglie per la casa e quindi chiedere un prestito è impossibile». Serve un prestanome. «Praticamente - spiega il carpentiere di Lecco - lei richiede un finanziamento di 15.000 euro. Di questi 15.000 ne tiene un terzo. E io rimborso totalmente il finanziamento, nel giro di cinque anni. Lo può richiedere dove vuole lei, poi quando ha tutto ci vediamo». È un affare? Forse. Ma soprattutto un rischio immenso, perché quando si chiedono garanzie sono vaghissime, anzi, arrivano anche i consigli: ci si può rivolgere, spiega, a un sito che presterebbe soldi facilmente. Troppo. 

Il giorno dopo arriva la telefonata di Andrea, imprenditore: «Ho una società con circa 30 mila euro di debiti. Ti offro 3000 per rilevare le quote». E via, altre proposte sempre più dettagliate. 

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Dall’altra parte della barricata ci sono i professionisti in offerta. Il ragioniere che, alla luce del sole, si propone come «copertura per agenzia di viaggio a Roma e provincia». L’estetista disoccupata, «ventiseienne, seria, italiana» che mette all’asta il suo diploma «compreso di registrazione e regolare iscrizione all’albo» per permettere l’apertura di nuovi centri benessere nella provincia di Bergamo. E il maestro del travestimento, uno nessuno e centomila, sfacciatissimo: «Le serve un intestatario per agevolazioni fiscali? Mi contatti». Detto, fatto. È un veneto, vive in Cambogia. Risponde dopo una settimana: «Ho avuto molti impegni». Spiega nel dettaglio come aprire certe attività all’estero, mette sul piatto i suoi servizi.

Tutto legale? Manco a parlarne. Ma neppure criminale. Ci si muove in una zona grigia di detto e non detto, sogni di ricchezza facile e cicatrici di strette di mano virtuali e firme d’inchiostro che pesano come il piombo. «A me servono 12 mila euro ma ne vorrei chiedere 15 mila, così 3000 li do a lei - scrive Silvia - I soldi mi servono per pagare i diciannove mesi di contributi che mancano a mio marito per andare in pensione. Garantisco la restituzione». Già, come?

Fino a qualche anno fa la parola «prestanome» faceva venire in mente imprenditori in odore di mafia o senzatetto assoldati per una manciata di euro. Adesso la platea si è allargata: immigrati, giovani senza lavoro. Prede da sbranare, per chi sa muoversi. Sprovveduti, ingenui. Oppure, semplicemente, disperati. Mettere il proprio nome e cognome a servizio di un’impresa può valere anche 5000 euro. Tre mesi di stipendio, ma se gira male, è finita.

In rete si rincorrono i racconti di chi, per una leggerezza, s’è giocato il futuro. Come Marika, estetista: «Pensavo di aiutare una persona in un momento di difficoltà e fidandomi ho lasciato che gestisse tutto. Mi sono trovata di colpo piena di debiti, spaventata, rincorsa da gente che non conoscevo e mi cercava per riscuotere cifre astronomiche. Un cataclisma. Sembra facile, ma mettere una firma può distruggere una vita. A me - racconta - è andata proprio così».

Sindacato di polizia sfida gli hacker che hanno oscurato il sito del Coisp

Il Messaggero

Il segretario Franco Maccari: «Invito quel gruppo di vigliacchi al nostro congresso a Vicenza, serve una lezione di legalità»


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VICENZA - Il sindacato di Polizia Coisp, guidato dal veneziano Franco Maccari, sfida Anonymous e invita gli hacker che in questi giorni hanno reso inaccessibile il sito ufficiale a farsi vivi di persona, partecipando al congresso del Coordinamento Per l'Indipendenza Sindacale delle Forze di Polizia, in programma a Vicenza dal 21 al 23 giugno. «Grazie ad un gruppo di vigliacchi che si professano hacker il sito ufficiale del Coisp è stato oscurato. Non ci resta che ringraziare questi criminali per l'attenzione e cogliamo l'occasione per invitarli il 21, 22 e 23 di giugno a Vicenza in occasione del 6° Congresso nazionale del Coisp.

Magari, chissà, una lezione di legalità e civiltà potrebbe essergli utile», è l'invito del sindacato di Polizia. «Mi piacerebbe parlare con loro, cercherei di capire qual è il motivo di queste azioni. Direi loro che il mondo si può migliorare anche senza devastare sistemi di informazione come i siti internet», dice lo stesso Franco Maccari. L'attacco al sito del Coisp ha fatto seguito alla decisione del sindacato di presentare una serie di denunce dopo la sentenza al processo per la morte di Stefano Cucchi, che ha assolto dalle accuse gli agenti della Polizia Penitenziaria. Una delle denunce è stata presentata contro Ilaria Cucchi, sorella di Stefano. Nei mesi scorsi sul sindacato erano piovute polemiche per una manifestazione a Ferrara che provocò la reazione di Patrizia Moretti, madre di Federico Aldrovandi.

 
domenica 16 giugno 2013 - 17:05

Noi due, medici gay insultati in banca, non sfiliamo in piazza. Ma chiediamo giustiza"

Luca Fazzo - Dom, 16/06/2013 - 15:52

Parlano A. e G., professionisti siciliani che hanno denunciato l'istituto di credito dove una impiegata li ha chiamati "froci" e "pezzenti"

Nel sabato di giugno in cui Roma è attraversata dal corteo del Gay Pride, A. e G. se ne stanno cinquecento chilometri più a nord, nella canicola improvvisa dell'estate milanese. Non sono due omosessuali militanti, non ostentano pubblicamente la loro diversità.

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Ma vogliono comunque raccontare la loro storia. Quella di due medici siciliani che hanno scelto di viversi in santa pace la loro scelta sessuale, e che davanti ad uno sportello di banca hanno incontrato la difficoltà di essere accettati nella normalità. La loro vita è cambiata il 14 marzo scorso, in una filiale palermitana del Banco Popolare, quando sono stati attaccati e insultati. Da allora quella che era una scelta privata è diventata una battaglia di principio. Ma parlare con A. e G. dà soprattutto l'occasione di avere un racconto dall'interno di come cambia, a macchia di leopardo, la sensibilità italiana di fronte a chi fa scelte - diciamo - alternative. A. e G. non «scheccano», non si truccano e non fanno mossette.

A. è stato a lungo sposato e ha due figli ormai quasi adulti. G. ha due spalle larghe da palestra. Sono siciliani entrambi («non palermitani, eh»), vengono da una regione che in una certa omofobia ha uno dei suoi clichè, Eppure, dicono, «c'è più razzismo di fondo verso gli omosessuali a Milano che in Sicilia. A Milano va bene che tu sia omosessuale se fai lo stilista o il parrucchiere. Ma se fai il notaio, il medico, l'avvocato, è meglio se le tue scelte non appaiono. In Sicilia può esserci il conformismo esteriore, la vergogna sociale. Ma poi, individualmente, c'è più rispetto o almeno più indifferenza». E rimandano ai cascami della cultura contadina e di quella araba, dove in comunità tutte maschili la prassi della omosessualità, almeno quella attiva, fa parte in qualche modo della storia.

«Avevo da anni il conto corrente in questa filiale - racconta G.- e non avevo mai avuto problemi. Alla metà di febbraio ho emesso un assegno, dopo poco mi sono reso conto che tra stipendio in ritardo e rate del mutuo l'assegno rischiava di non essere coperto, allora ho avvisato il direttore che lo avrei coperto in contanti. Tutto bene, mi dice il direttore. Questo accade il 27 febbraio. Il 14 marzo mi reco in filiale e questa signora mi prende di petto, "lei sa che ha un assegno dal notaio e oggi è l'ultimo giorno prima che venga protestato"?

Le ho fatto presente che avevo parlato col direttore e che mi risultava che fosse tutto a posto. Apriti cielo. Non so cosa le ha preso. Forse si è sentita scavalcata, forse aveva dei problemi suoi. Mentre ci accingevamo a uscire si è avvicinata alla vetrata e ha iniziato a urlare. "Che razza di medici siete?", strillava, "mai mi farei mettere le mani addosso da uno come voi. Siete dei pezzenti, siete dei morti di fame. E siete pure froci"».

Di come la bancaria sapesse del loro legame. A. e G. dicono di non saperlo. «Forse ci aveva visto spesso insieme, perché andavamo insieme a discutere del mutuo. O forse ha voluto solo insinuare e offendere. Di certo non siamo due che ostentano il loro rapporto o che girano mano nella mano. Non frequentiamo circoli gay. Non siamo attivisti». Stanno insieme da più di dieci anni, ma A. ha alle spalle una lunga vita etero. «Ancora adesso quando sono a Messina, dove ho uno dei miei studi, vivo insieme alla mia ex moglie, alla madre dei miei figli.

Siamo dei separati in casa, ma in un contesto di grande rispetto reciproco». «In questi dieci anni - racconta G. - non mi era mai capitato di provare dal vivo la discriminazione. Mi sono sentito offeso da un punto di vista umano, nell'intimo, ma anche sul piano professionale. Modestamente, penso di essere un medico come ce ne sono pochi. Invece questa signora, solo sulla base delle mie scelte sessuali, si è ritenuta in diritto di insultarmi. C'era un sacco di gente, io ho reagito urlando che il mio orientamento sessuale non inficiava la mia professione, e che non era un problema della banca nè della signora se io fossi o meno omosessuale».

Certo, la faccenda poteva chiudersi lì, come lo sfogo irrazionale di una singola persona. «Ma quello che ci è parso intollerabile è stato l'atteggiamento della banca, che ha cercato di liquidare la signora come una sorta di caso umano, rivelando anche dettagli di salute che dovrebbero essere tutelati dalla privacy. A noi francamente non interessa se la signora può avere bevuto, preso dei farmaci, sbattuto la testa. Se, come dice la banca, la signora ha dei problemi, allora chi ha scelto di tenerla lì, in prima fila, a contatto con i clienti? Perché non è a fare le fotocopie o a pascolare un gregge? La nostra sensazione è che oltretutto la signora si sentisse protetta dall'istituzione banca, altrimenti non avrebbe detto le cose incredibili che abbiamo sentito»

Così A. e G. hanno deciso di mettere la pratica in mano agli avvocati, per chiedere conto anche e soprattutto alla banca di quanto accaduto nei suoi locali. Querela penale e causa civile, con gli avvocati Antonella Augimeri e Elena Baio. «Per sancire un principio, che chi gestisce una azienda è responsabile delle discriminazioni che vi avvengono, soprattutto se non fa nulla per impedirli». D'altronde, dicono i due medici, di fronte al fattaccio il Banco avrebbe avuto un comportamento contraddittorio, prima chiedendo informalmente scusa e poi ribaltando la frittata, e accusando D. di avere aggredito verbalmente l'impiegata.

Caso isolato o punta di un iceberg di intolleranza? «La nostra impressione è che complessivamente la Sicilia sia molto più avanti di questi comportamenti. Il presidente della Regione, Rosario Crocetta, che è gay dichiarato, ci ha espresso la sua solidarietà, e così pure il sindaco di Palermo Orlando; e bisogna ricordare che la più grande discoteca gay d'Italia è a Catania. Catania, più ancora di Palermo, è una città dove l'omosessualità è vissuta come una cosa normale.

A Palermo magari ti accettano perché è di moda mostrarsi aperti verso i gay, ma poi di fatto accadono cose orrende. Nel suo intimo il palermitano non accetta l'omosessuale e tende di fatto a discriminarlo. A marzo c'è stato il nostro episodio. A aprile in una chiesta non hanno dato l'ostia a una donna colpevole di avere un figlio gay e di non vergognarsene. In maggio in un telephone center un cliente si è preso una martellata in testa solo perché consultava un sito gay. La strada, insomma, è ancora lunga».