giovedì 13 giugno 2013

Una notte nella fabbrica delle sigarette elettroniche

La Stampa

In un capannone di Mappano la fabbrica fondata da quattro giovani soci. “L’idea? Uno di noi le ha provate e si è accorto che non c’erano negozi”

testo di enrico remmert foto di fabrizio esposito
torino


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18,47. Giovedì 7 marzo, Mappano di Caselle. La nuova zona industriale è un’ordinata scacchiera che ha per caselle decine di capannoni identici per volume, colore e dimensioni. Le strade si intersecano in perpendicolari perfette, la carreggiata è larga, l’asfalto liscio, la segnaletica impeccabile. In tutto questo ordine, ovviamente, io e Fabrizio ci perdiamo.

19,12. All’interno del capannone 94/i c’è la storia di stanotte. In realtà è una storia che contiene tante altre storie: quella di quattro ragazzi che hanno avuto un’intuizione al momento giusto; quella di un’azienda che, di questi tempi, è passata in tre anni da 4 a 55 dipendenti; quella di un prodotto, la sigaretta elettronica, che negli ultimi mesi è assurto agli onori della moda e della cronaca; e, infine, quella che ci interessa di più: la storia di un luogo dove la gente lavora di notte.

L’IDEA

19,25. Filippo ha 32 anni ed è l’amministratore delegato. “Tutto inizia nel 2009 - ci racconta. – quando avevamo un’agenzia immobiliare. Ramon, uno di noi quattro soci, fumava più di tre pacchetti al giorno. Un bel giorno scopre sul web che esistono queste sigarette elettroniche e ne ordina una. Dopo qualche settimana ci dice: ragazzi, funziona. Al che noi abbiamo cominciato a interessarci alla cosa, notando che nessuno aveva mai pensato di aprire un negozio che proponesse questo prodotto. Così abbiamo deciso di provarci noi: abbiamo unito i risparmi e chiesto un prestito in banca, per fortuna allora te li davano ancora. Morale: a fine 2010 inauguriamo il nostro primo negozio, in piazza Rivoli. Le cose vanno bene e in pochi mesi ne apriamo altri due. Allora ci diciamo: ma perché non proviamo ad aprire una rete di negozi in franchising? All’inizio del 2012 ne avevamo aperti 40 in giro per l’Italia. A quel punto eravamo un’azienda: importavamo direttamente i modelli di sigarette e producevamo i liquidi da aggiungere.” Poi sono numeri: 3 traslochi in spazi sempre più grandi, 55 dipendenti tutti assunti a tempo indeterminato, 30 anni l’età media, 210 negozi in franchising dove lavorano quasi mille persone. In tre anni. 

19,50. Sostanzialmente la sigaretta elettronica è un dispositivo che permette di inalare il vapore di una soluzione di acqua, glicole propilenico, glicerolo, aromi e nicotina. Quest’ultima può essere presente in quantità variabile a seconda del liquido di ricarica che si utilizza per alimentare la sigaretta stessa. “Sono in atto molti studi - ci spiega Filippo - ma una cosa è certa: non c’è combustione. Perciò mancano i residui: catrame, idrocarburi, eccetera… il rischio cancerogeno non può che essere più basso, no?”

UNA FABBRICA POP

20,13. L’ambiente aziendale è pop, ma tutto molto pulito e ordinato. A una scrivania siede Daiana, 30 anni, assunta a dicembre. “Mi occupo della parte digitale. Su Youtube, per esempio, mettiamo i nuovi modelli di sigarette e i filmati sull’utilizzo. Su Facebook e Twitter abbiamo la nostra community: posto le aperture dei nuovi negozi, le foto della gamma, gli articoli scientifici che escono sull’argomento e poi rispondo alle domande degli utenti. Anzi, in genere rispondono altri utenti, è un passaparola formidabile.” A che ora vai a casa? “Qui si lavora, c’è da fare. Però c’è entusiasmo, è qualcosa di raro.” Accanto a lei c’è Manuela, 28 anni, qui da maggio 2012. Sta dietro ai franchising fino all’apertura: segue le autorizzazioni con in comuni, coordina l’allestimento dei punti vendita, i sopralluoghi degli architetti e così via. Qual è il profilo di chi apre un franchising? “Si va dal cliente soddisfatto, che è sicuro che se la sigaretta ha convinto lui convincerà anche gli altri, fino a quello che ha un po’ di soldi da investire e lo fa in questa direzione, oppure quello che decide di trovare uno sbocco lavorativo ai figli… Insomma: è un profilo molto vario.”

21,11. A quest’ora in ufficio sono ancora in parecchi, e molti fumano. O meglio: ‘svapano’. Perché la sigaretta elettronica non emette fumo da combustione ma vapore, e chi la utilizza non viene chiamato fumatore ma con un neologismo: ‘svapatore’ (che arriva da un altro neologismo, ‘svapare’). A spiegarcelo è Fabio, franchising manager, che poi passa a parlare del suo ruolo: “Qui si lavora come pazzi. Ho appuntamenti fissati per aperture fino a ottobre. E le richieste di informazione via mail non sono più gestibili: ne ho più di cinquemila. Non ho neanche più tempo per avere una fidanzata.” 

22. Scendiamo all’ufficio spedizioni. Carlo ha un piglio deciso ed è ancora qui, con Alessandra e Valentina, alle prese con ordini e documenti di trasporto. Rispetto all’età media lui è un veterano. Ha cinquant’anni e per trenta è stato direttore di cantiere nell’edilizia, poi è stato travolto dalla crisi. Oggi è contento: ha dovuto reinventarsi, ripartendo da un lavoro che non aveva mai fatto, ma tutti si appoggiano alla sua esperienza. Anche Valentina lavorava nell’edilizia: “Ero in cassa integrazione e così ho risposto a un annuncio qui: cercavano una commessa. Mi presento e mi dicono che il mio curriculum è troppo diverso e mi lasciano con il classico ‘ti terremo in considerazione’. Sembrava una frase di circostanza e invece l’hanno fatto. Ed eccomi qui. Come vedete, il lavoro non manca.”

22,43. Risaliamo negli uffici e troviamo ancora Erika, un ‘cervello in ritorno’. Nel senso che dopo sette anni ad Amsterdam, dove lavorava nel marketing e comunicazione di una multinazionale americana, ha risposto a un annuncio e l’hanno presa qui. “La proprietà è molto giovane e questo è un plus: c’è poca burocrazia interna e molto pragmatismo, molte idee, molta progettualità. Insomma: si lavora tanto, guarda tu che ore sono, ma è appagante.”

23,16. In magazzino una squadra di sei persone è intenta a processare gli ultimi ordini della giornata. Claudio ha 29 anni e gli occhi vivaci: “C’è crisi, c’è crisi, ma poi io vedo che tanti non hanno nessuna voglia di lavorare, non sono abituati alla fatica. E così finisce che quelli che hanno voglia lavorano il doppio.” E com’è lavorare di notte? “Più tranquillo del giorno, ti sfasa i ritmi ma dopo dormi un po’ di più. E poi si ruota, non è che son qui tutte le notti.”

24,53. Dal magazzino passiamo in produzione. Quattro persone stanno inscatolando in confezioni da 36 pezzi i flaconcini con i liquidi di ricarica delle sigarette. Sull’etichetta c’è scritto ‘CUBAN’ e il contenuto di nicotina indicato è di 9 ml per litro. Lucia è caporeparto. Per dodici anni ha fatto la barista, poi un anno di commessa e, quando è tornata dopo la maternità, il negozio aveva chiuso. Ma l’hanno presa qui. “La programmazione è precisa, perciò lavorare di notte non mi pesa troppo. Però ho una bimba di 18 mesi che si chiama Ersilia e non vedo l’ora di tornare a casa e darle un bacio mentre dorme.”

2,12. L’ultima luce accesa è nell’ufficio di Filippo. E lui, a sorpresa, chiude con una nota di amarezza: “In Germania, dove sono rigorosi, la sigaretta elettronica ha passato qualunque test. Noi abbiamo tutte le certificazioni, ma non riusciamo a capire cosa farà l’Italia, dove non c’è regolamentazione e così nel settore si infilano i peggio improvvisati. Ci piacerebbe solo che qualcuno ci dicesse quali saranno le regole perché non sappiamo con certezza cosa succederà domani. Non vi sembra incredibile?”





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Nella fabbrica di sigarette elettroniche

Caso Moro, quando Andreotti disse di aver coinvolto Gheddafi e Arafat

La Stampa

La rivelazione nel libro di Sassoli e Garofani “Il potere fragile”: nel consiglio dei ministri del 10 maggio 1978, il giorno dopo il ritrovamento del corpo dello statista, l’allora presidente del Consiglio convocò i suoi ministri e si sfogò...

francesco grignetti


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Giulio Andreotti è mancato da pochi giorni e quindi non gli si potrà chiedere nessun approfondimento, ma gli studi sul caso Moro ci regalano l’ennesima rivelazione: nel consiglio dei ministri del 10 maggio 1978, il giorno dopo il ritrovamento del corpo dello statista, l’allora presidente del Consiglio convocò i ministri e si sfogò con loro. “Abbiamo fatto e incoraggiato – disse Andreotti, presiedendo la riunione di palazzo Chigi – molto di più di quello che è apparso per liberare Moro”. E concluse la frase, sibillino, con due nomi che ai ministri avrebbero dovuto far capire tutto: “Intendo le attività Gheddafi e Arafat…”. 

Per chi volesse capire meglio il caso Moro, che cosa accadde in Italia in quei giorni e soprattutto che cosa si agitava nelle segrete stanze del potere, è arrivato in libreria un piccolo prezioso volume scritto a quattro mani dall’eurodeputato David Sassoli e dal parlamentare Francesco Saverio Garofani. Due politici del Pd, ma soprattutto due giornalisti. Sassoli come inviato dapprima nei giornali di carta stampata, poi conduttore alla Rai. Garofani direttore del “Popolo” e poi vicedirettore di “Europa”.

I due hanno scartabellato una lunga serie di documenti inediti, hanno esaminato i verbali dei consigli dei ministri di quel drammatico 1978 – sia i dattiloscritti, sia le minute scritte in presa diretta dall’allora sottosegretario Franco Evangelisti – che nel frattempo sono stati consegnati all’Archivio di Stato e hanno scritto un libro agile ma interessantissimo (“Il potere fragile”, Fandango) che racconta gli stati d’animo dei ministri, i loro sfoghi, le liti, la frustrazione di chi si trovava all’apice dello Stato e però vedeva all’opera una macchina anchilosata e inefficace. 

Ma torniamo ad Andreotti e alla riunione del 10 maggio. Il corpo di Moro è stato appena trovato nel portabagagli della Renault 5, in via Caetani a Roma. Per l’Italia è uno choc. Anche la politica resta tramortita: la Dc è a lutto, il Pci è attraversato da inaspettate inquietudini, il Psi si prepara a dare battaglia. Insomma si profila una tempestosa riunione in Parlamento. Andreotti nel corso della riunione invita tutti a tenere i nervi freddi. Intanto racconta ai ministri che anche il governo, ossia lui e Cossiga, nonostante la facciata, hanno esplorato diverse strade “non ortodosse”. Ecco il contesto entro cui escono i nomi di Gheddafi e di Arafat. 

Potrebbe sembrare una bizzarria, parlando di Brigate Rosse e di Aldo Moro, mettere in mezzo due leader arabi. Ma così non è perché all’epoca i fili del terrorismo rosso erano tanti e complicati. Gheddafi era una miniera di soldi a cielo aperto e anche un esaltato che voleva finanziare la rivoluzione mondiale. Arafat, a sua volta, era una personalità indiscussa per la sinistra del mondo intero e inoltre era il capo militare di una organizzazione quale l’Olp che aveva contatti con l’Eta in Spagna, con l’Ira in Irlanda, con le Raf in Germania e anche con le Br in Italia.

Se poi certi contatti non li aveva lui personalmente, altri contatti li avevano i gruppi palestinesi marxisti, quale ad esempio l’Fplp di George Habbash, che avevano una loro autonomia d’azione, ma riconoscevano pur sempre l’Olp come casa madre. A sovrintendere il tutto, infine, magari a distanza, senza troppo apparire, c’era poi il Kgb sovietico che si serviva dei servizi segreti di tutto il Patto di Varsavia. 

In questo quadro magmatico, il governo Andreotti evidentemente giocò la sua partita. Si sa che ebbero un ruolo due agenti segreti italiani di nome Fulvio Martini e Stefano Giovannone: avevano contatti con il mondo arabo e con gli jugoslavi, li usarono. Ma di queste trattative non si doveva parlare e mai s’è parlato. Anche quel laconico accenno a Gheddafi e ad Arafat forse a Giulio Andreotti sembrò un azzardo. Tant’è che le sue parole, riportate nella minuta scritta a penna, furono persino cancellate dal verbale ufficiale. 

Germania, la comunità islamica diventa “ente di diritto pubblico”

La Stampa

È la prima volta nella storia del Paese che viene attribuito lo stesso status di cui gode anche la Chiesa cattolica

alessandro alviani


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La stampa tedesca lo definisce un evento “storico”: per la prima volta in Germania una comunità musulmana è stata riconosciuta come “ente di diritto pubblico”, lo stesso status di cui gode tra le altre anche la Chiesa cattolica. Ciò significa che a partire da subito l’Islam fa parte anche ufficialmente della Germania, scrive la Welt, parafrasando un’espressione dell’ex presidente della Repubblica federale Christian Wulff che aveva fatto molto discutere.

Il ministero della Cultura e della pubblica istruzione dell’Assia (il Land di Francoforte sul Meno) ha riconosciuto la “Ahmadiyya Muslim Jamaat”, una comunità che conta oltre 35.000 membri in Germania, come un ente di diritto pubblico, ponendola così giuridicamente sullo stesso piano delle chiese cattolica e protestante o della comunità ebraica. La novità è tutt’altro che astratta, dal momento che tale status conferisce determinati privilegi. “Ahmadiyya Muslim Jamaat” (letteralmente:

comunità musulmana Ahmadiyya) può creare ora ad esempio dei propri cimiteri (il primo dovrebbe essere realizzato fra due o tre anni), ha migliori chance di costruire una propria moschea in un nuovo quartiere residenziale e ha la possibilità di riscuotere apposite tasse: in Germania solo le comunità religiose riconosciute come ente di diritto pubblico possono infatti incassare, per il tramite degli uffici regionali delle imposte, la “tassa sulla chiesa”, un contributo finalizzato al finanziamento delle proprie attività (Ahmadiyya, tuttavia, non intende per ora riscuoterle). 

La decisione dell’Assia vale solo nel singolo Land, anche se è ipotizzabile che ora Ahmadiyya abbia buone chance di ottenere lo status di ente di diritto pubblico anche in altri Länder. Il passo giunge dopo anni di dibattiti e controversie: da tempo le maggiori organizzazioni della comunità musulmana in Germania, che conta in totale circa quattro milioni di persone, chiedono di essere riconosciute come ente di diritto pubblico e criticano il fatto che tale status sia stato conferito a realtà più piccole, come i Testimoni di Geova, ma non a loro.

Tra i motivi del no pronunciato finora dalle autorità tedesche c’è l’assenza, al loro interno, di una struttura organizzativa di tipo gerarchico. Per ottenere tale status occorre infatti adempiere a una serie di criteri: bisogna tra l’altro disporre di liste di membri registrati, dimostrare di rispettare le leggi e la Costituzione e avere una gerarchia interna. La Ahmadiyya Muslim Jamaat si autodefinisce il più grande movimento di riforma dell’Islam al mondo, con svariate decine di milioni di aderenti a livello internazionale. In Germania ha 36 moschee dotate di minareto e cupola; tra queste c’è anche la prima moschea costruita nella Repubblica federale dopo la Seconda guerra mondiale, realizzata ad Amburgo nel 1957. In precedenza l’Assia aveva già deciso di offrire il prossimo anno nelle proprie scuole delle lezioni di Islam in cooperazione con l’Ahmadiyya Muslim Jamaat.

Mai nessuno che si stupri la Kyenge» Frase choc del consigliere leghista

Corriere della sera

Il post sulla pagina Facebook di Dolores Valandro, membro del consiglio di quartiere. Tosi: «Inqualificabile, stasera sarà sospesa». Esposto in procura


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PADOVA - «Ma mai nessuno che se la stupri, così tanto per capire cosa può provare la vittima di questo efferato reato? Vergogna». L’invito choc è di Dolores Valandro, consigliere leghista di quartiere a Padova, ed è rivolto al ministro per l’Integrazione Cècile Kyenge. La frase della Valandro, vice coordinatrice della commissione sanità, interventi sociali e politiche giovanili è comparsa sulla sua bacheca Facebook, accompagnando un articolo preso da un sito specializzato nel raccontare «i crimini degli immigrati». Dichiarazioni che stanno già facendo il giro della Rete, scatenando l’indignazione di molti utenti. E le reazioni dei vertici della Lega Nord: «Sarà espulsa dal Carroccio, afferma Flavio Tosi, segretario veneto e vice segretario federale della Lega Nord.

»Una dichiarazione inqualificabile - ha detto Tosi all'agenzia Ansa -. Era già sospesa. Stasera sarà espulsa«. Valandro si era appena vista annullare la «sospensione» dai probiviri della Lega Veneta per i tafferugli con contestazione a Flavio Tosi successi a Pontida. Proprio lunedì scorso il ministro Kyenge era stato in visita in città: una giornata nella quale aveva avuto l’occasione di incontrare una rappresentanza dei ragazzi del liceo Cornaro e riceverne le scuse per quanto successo all’indomani della sua nomina, con una scritta razzista comparsa sui muri dell’istituto. Dolores «Dolly» Valandro con la sua scritta pubblica rischia anche di finire in tribunale, come successe al consigliere comunale Vittorio Massimo Aliprandi, condannato dai giudici patavini per alcune scritte che «istigavano alla violenza» nei confronti dei Rom.

LE REAZIONI - «Mi dissocio nella maniera più totale dalla frase violenta, stupida e inopportuna scritta dalla consigliera di quartiere di Padova Dolores Valandro su Facebook nei confronti del ministro Kyenge. Si tratta di una sua personale iniziativa che non è condivisa dal Movimento. Prenderemo immediatamente provvedimenti disciplinari nei confronti della Valandro e personalmente le ho già chiesto comunque di rimuovere questa scritta dal suo profilo e di chiedere scusa». Così Massimo Bitonci, capogruppo veneto della Lega Nord al Senato e segretario della sezione di Padova dove è iscritta Valandro. «Sono fuori di me, incazzato nero – afferma Roberto Marcato, segretario provinciale della Lega Nord a Padova – non c’è nessuno attenuante per quanto ha fatto la Valandro: è fuori dal partito. Voteremo la sua espulsione in segreteria provinciale. A Padova non c’è posto per persone razziste e violente, su questo rimarremo sempre intransigenti. Non ho parole per definire quanto fatto da Valandro».

Anche la Cgil di Padova esprime in una nota «sconcerto e profonda amarezza rispetto alle dichiarazioni fatte dalla consigliera del quartiere Padova Nord Dolores Valandro nei confronti della ministra Kyenge. Condanniamo con forza queste dichiarazioni xenofobe e violente, a maggior ragione in quanto provenienti da chi dovrebbe rappresentare le cittadine e i cittadini ricoprendo cariche istituzionali. Chiediamo quindi le dimissioni dagli incarichi ricoperti dalla consigliera coinvolta». «Esprimiamo - conclude la Cgil - tutta la nostra solidarietà alla Ministra che la città di Padova, proprio nei giorni scorsi, ha avuto l'onore di accogliere con partecipazione, coinvolgimento e grande apprezzamento per il lavoro politico che sta portando avanti». Le dimissione e le scuse della Valandro vengono chieste unanimemente dal mondo della politica e del sociale padovano, città «colpita» dall’uscita di Valandro proprio nel giorno in cui si festeggia Sant’Antonio da Padova. Intanto l’avvocato Aurora D’Agostino, ex consigliere comunale, ha già presentato un esposto in procura sulle affermazioni dell’esponente leghista.

Enrico Albertini
13 giugno 2013

La vita segreta dei gatti: dove vanno i mici quando i loro padroni non guardano

Corriere della sera

L'esperimento in un piccolo villaggio dei Surrey: al collo dei felini un dispositivo Gps e una piccola webcam

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Protetto dal buio della notte, mentre i padroni dormono sonni tranquilli, Kato si avventura nell'oscurità allontanandosi centinaia di metri da casa. Divide lo stesso territorio con la gatta Phoebe: sono vicini di casa, lei vive dall'altra parte della strada, ma durante le loro uscite fanno di tutto per non incontrarsi mai. Deebe invece ha più di dieci anni, ma nel quartiere è appena arrivato: forse anche per questo le sue uscite sono più che altro veri e propri giri di perlustrazione, nel tentativo di stabilire i confini del suo territorio. Claude è più coraggioso: usa il tempo libero per entrare negli altri giardini e rubare il cibo dalle ciotole dei suoi concittadini.

WEBCAM E GPS - I padroni di questi gatti erano all'oscuro delle abitudini dei loro mici fino a poco tempo fa. Solo grazie a «La vita segreta dei gatti», un programma della BBC sviluppato in collaborazione con il Royal Veterinary College e le Università di Lincoln e Bristol, sono riusciti a capire qualcosa in più sulle vite dei loro animali. Un esperimento che ha rivelato in modo dettagliato le abitudini di 50 gatti residenti nel pittoresco villaggio di Shamley Green, nel Surrey, in Inghilterra. Equipaggiati da uno speciale dispositivo Gps appeso al collo, con una piccola webcam attaccata al collarino, sono stati monitorati notte e giorno, per 24 ore di seguito.

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ABITUDINI E COMPORTAMENTI - I risultati di questo esperimento? I gatti tendono a usare lo stesso territorio in momenti diversi per evitare di incontrare altri felini e visitano spesso le case dei loro vicini. Anche se rimangono lontani da casa per ore, spesso tendono a non allontanarsi più di 50 metri, preferendo aggirarsi sempre nella stessa area. Ma i filmati hanno rivelato anche «scontri» per contendersi la stessa area, un incidente con una volpe e l'attacco a un nido di uccellini.

Fed. Sen.13 giugno 2013 | 14:10

Il burattinaio Ingroia tramava e i boss la facevano franca

Anna Maria Greco - Gio, 13/06/2013 - 07:45

Il Csm vuol trasferire il procuratore di Palermo Messineo e accusa: condizionato, il suo pm era il capo ombra. E nel caos è sfuggito il super ricercato Messina Denaro

Roma - Alla Procura di Palermo, molto impegnata a scoprire trame politiche nella trattativa Stato-mafia degli anni '90 e a chiamare a testimoniare Giorgio Napolitano, per distrazione si sono fatti sfuggire uno dei più pericolosi boss della mafia: Matteo Messina Denaro.

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Lo dice il Csm, nell'atto di incolpazione con il quale avvia la procedura di trasferimento d'ufficio del procuratore capo Francesco Messineo, per incompatibilità ambientale. La prima Commissione l'ha deciso a larga maggioranza, con l'astensione del laico Pdl Nicolò Zanon. Il 2 luglio il magistrato dovrà difendersi e alla fine dell'istruttoria i commissari decideranno se archiviare la pratica o sottoporre al plenum la decisione finale.

A Palazzo dei Marescialli la vicenda di Messina Denaro l'hanno raccontata alcuni pm siciliani, nelle audizioni dei mesi scorsi. In particolare, l'aggiunto Maria Teresa Principato (ex moglie del Pg di Palermo Roberto Scarpinato), con le sue accuse ha messo nei guai Messineo. Ha criticato il blitz di Agrigento, l'estate scorsa, dei poliziotti coordinati dall'aggiunto Vittorio Teresi, perché quell'operazione avrebbe «bruciato» la pista del Ros dei carabinieri per la cattura del superlatitante detto «Diabolik».

Ma nelle audizioni è emerso molto di più: un fiume di veleni, spaccature e incomprensioni che dilaniano anche il pool che indagava sulla trattativa. In Procura, hanno detto i pm, il vero capo «ombra» era l'aggiunto Antonio Ingroia. Messineo sarebbe stato condizionato dall'aggiunto, appena finito sotto procedimento disciplinare perché continua a fare politica dopo il rientro in ruolo dovuto al flop alle elezioni.

Il procuratore aveva un «rapporto privilegiato» con lui ed «era sorto all'interno della Procura il sospetto» che Messineo «avesse perso piena libertà ed indipendenza nei confronti del procuratore aggiunto Ingroia e del sostituto Sava». Così, la sua guida era «debole», non garantiva ai pm l'indipendenza, né favoriva la necessaria circolazione di informazioni. E proprio un «difetto di coordinamento» avrebbe determinato la mancata cattura di Mesina Denaro.

Ingroia, poi, tenne per 5 mesi nel cassetto le intercettazioni che riguardavano Messineo, prima di trasmetterle a Caltanissetta solo poco prima di lasciare Palermo. A gennaio il procuratore è finito indagato per rivelazione di segreto d'ufficio e anche il Csm si è messo in moto. L'accusa era di aver fornito informazioni delicate a Francesco Maiolini, l'ex manager di Banca Nuova indagato per usura bancaria. Per Messineo era un amico, dal quale aveva ottenuto «un posto di lavoro per suo figlio» e si spese per lui, invitando il suo sostituto Verzera che indagava sull'usura bancaria a «soprassedere, in attesa di ulteriori acquisizioni» all'iscrizione di Maiolini nel registro degli indagati.

Sembra una beffa, ma sempre ieri il gip nisseno ha archiviato la posizione del procuratore. Ma il Csm va avanti. «Alcune relazioni con soggetti titolari del potere economico e politico locale - scrive -, pur senza integrare forme di illecito, sembrano caratterizzate da modalità improprie o comunque inopportune per un procuratore della Repubblica».

Pesa anche il fatto che Messineo non si sia sempre astenuto come doveva quando si trattava di atti che riguardavano procedimenti, tuttora pendenti, sul fratello, il cognato e Banca Nuova. Non ha seguito, per il Csm, «criteri coerenti» e il suo comportamento ha determinato «perplessità» tra gli stessi collaboratori. Accuse pesanti, ma il vicepresidente del Csm Michele Vietti precisa che si parla di «un'incompatibilità incolpevole» e ancora da accertare. Poi assicura: «Nessuna ombra sul processo di Palermo. La luce rimane accesa».

I polacchi senza patria che lottarono da eroi nell'inferno di Cassino

Mario Cervi - Gio, 13/06/2013 - 09:05

Il nuovo saggio di Luciano Garibaldi ricostruisce le vicende del secondo corpo d'armata del generale Wladislaw Anders

Anche in chi della divulgazione storica è come me veterano un libro come Gli eroi di Montecassino firmato da Luciano Garibaldi (Oscar Mondadori,175 pagine,11 euro) suscita emozione e riflessione.


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Perché la vicenda del corpo di spedizione polacco che in Italia si battè valorosamente contro i tedeschi sintetizza le grandezze generose ma anche le contraddizioni ipocrite dei “liberatori” angloamericani. Dapprima l'apporto dei volontari polacchi era consistito soprattutto nelle loro squadriglie che parteciparono alla battaglia aerea d'Inghilterra dalla quale Hitler fu bloccato.

Ma quei pochi divennero molte migliaia. I polacchi trovarono poi un comandante di grande intelligenza e prestigio nel generale Wladislaw Anders. Questi, reclutando e addestrando i connazionali sfuggiti ai nazisti e ai sovietici e disposti a combattere -molti di loro erano stati costretti a indossare la divisa della Wehrmacht ed erano stati fatti prigionieri- costituì un corpo d'armata -il II nella classificazione angloamericana- non solo efficiente ma potente. Che fu poi destinato al teatro d'operazioni della nostra penisola prostrata dalla resa senza condizioni e in gran parte soggetta ancora al dominio nazista.

Voglio qui annotare che Garibaldi, con slancio di patriota, ha allineato una serie dì episodi dell'otto settembre 1943 che sembrano formare gli anelli d'una resistenza eroica. No, l'8 settembre fu nel suo complesso vergognoso, un rastrellamento tedesco e il “tutti a casa” italiano. Polacchi ferventemente alleati agli angloamericani, dunque. Ma non senza riserve. Tra i moli episodi che Garibaldi narra ne voglio citare uno. Nell'agosto del 1943 i reparti polacchi erano stati trasferiti in Palestina. A quel punto sui quattromila ebrei presenti nella truppa tremila disertarono e si aggregarono all'Irgun, l'armata clandestina antiinglese. Il sogno della terra promessa era stato più forte della realtà antinazista. Tra i disertori era Menachem Begin, futuro Primo ministro d'Israele e premio Nobel per la pace.

Anders dovette accettare una situazione terribile. I sovietici, che avevano preso accordi con Hitler per la spartizione della Polonia, erano ormai alleati a pieno titolo di Roosevelt e di Churchill: apostoli delle libertà democratiche ma prodighi di gesto elogiativi nei confronti di uno dei più feroci tiranni mai apparsi sulla faccia della terra. Il generale ebbe anche colloqui con Stalin, e gli rivolse domande sulle fosse di Katyn e sulle vicende di migliaia d'ufficiali polacchi. Il dittatore non si scompose, e bofonchiò frasi risapute secondo le quali gli scherani di Lavrentij Berija non avevano torto nemmeno un capello a nessun ufficiale polacco. Anders e i suoi uomini erano tutti antinazisti e anticomunisti. Ma furono inquadrati in una alleanza forzata con uno dei loro nemici giurati. E dovettero assistere alla sequela di cedimenti occidentali in pro di Stalin.

Questo dilemma, questo tormento Garibaldi lo racconta molto bene. Così come racconta bene il valore del II corpo nella conquista di Montecassino e poi in altre imprese ad Ancona e Bologna. Il mio parere è che i capi militari inglesi e americani -tra l'altro divisi da meschine rivalità come quella per l'ingresso in Roma- fossero molto mediocri. Avevano il dominio del cielo e forze di terra soverchianti. Il comandante tedesco Kesselring si dimostrò, in condizioni di avvilente inferiorità, molto più capace di loro Il II Corpo si battè con estremo valore (i suoi morti giacciono in un cimitero militare) ma quell'attacco fu una follia.

Lo fu, agli occhi d'un incompetente di tattica e di strategia quale sono, perché l'accanirsi contro una roccaforte anziché aggirarla -che era poi la balorda tecnica offensiva di Cadorna- esige molte perdite e dà frutti avari e tardivi. Fu inoltre una follia perché nella bellissima abbazia non c'erano soldati e armamenti tedeschi. Della loro esistenza era tuttavia convinto il generale neozelandese Bernard Freyberg che tempestava il suo superiore, il generale americano Clark, perché facesse bombardare e radere al suolo quel covo di nemici. Alla fine fu purtroppo accontentato, le bombe uccisero centinaia di civili rifugiatisi nell'abbazia distrutta. Clark ammise poi che si era trattato di «un tragico errore».

Che bravo Garibaldi nello scovare, in questa miniera di grandi eventi e di minuzie, collegamenti impensati. Ricorda in una pagina «il valore e le gesta di una piccola ma eroica unità formata da volontari italiani e comandata da ufficiali e sottufficiali polacchi, la 111 compagnia dei pontieri. Vi si arruolò un ragazzo sedicenne, Mino Pecorelli. Che negli anni settanta pubblicava il settimanale Op (Osservatore politico) e che fu assassinato. Perché -così ritennero alcuni magistrati- si apprestava rivelare fatti compromettenti per il divo Giulio. Anche questo, forse, «un tragico errore».

Sottovoce" e senza volto Ecco l'ologramma Marzullo

Maurizio Caverzan - Gio, 13/06/2013 - 07:22

I suoi programmi continuano ma lui non si vede. Sottile vendetta anti-Gubitosi o esigenze di palinsesto? 

Colpo di genio o semplice escamotage della serie fatta la legge, trovato l'inguacchio? Bisognerebbe chiederlo a lui, Luigi Marzullo detto Gigi, tenutario da un quarto di secolo della fascia notturna di Raiuno.

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Ecco qua, gentile Gigi: si faccia una domanda e si dia una risposta. Ma non in video, per carità. Che non è permesso. Per iscritto, semmai. Con un'epistola, una mail, a voler essere moderni. E chissà se Gigi ne avrà voglia, si vedrà. Secondo quanto rivela Linkiesta, il sito d'informazione diretto da Marco Alfieri, Marzullo ha deciso di continuare a firmare, realizzare e montare i suoi talk show senza più comparire in video. Prodigi del montaggio.

E dell'arte italica. Comunque, i fatti stanno così. Dal 1989, il giornalista e anchorman avellinese, già cronista del Mattino di Napoli, è ininterrottamente in video sulla Raiuno dov'è giunto nell'epoca d'oro dei conterranei Biagio Agnes e Ciriaco De Mita. All'inizio la sua presenza si limita a Mezzanotte e dintorni poi trasformato in Sottovoce. Col trascorrere del tempo e l'avvicendarsi dei direttori di rete, nel deserto della programmazione notturna, Marzullo si allarga con altre rubriche sul cinema, il teatro, la letteratura e l'arte. Nel 2004 l'allora dg Flavio Cattaneo lo premia nominandolo vicedirettore di Raiuno per la cultura. Ma il suo modo di fare televisione divide.

Da Marzullo non si va, decretano puristi e intellettuali snob. Da Marzullo vanno tutti o quasi, sia per le interviste confidenziali sullo sfondo del cielo notturno con accompagnamento di pianoforte, sia per discutere dell'ultimo film che divide critica e pubblico. Il marzullismo diviene persino un genere, una formula, un modo di raccontarla facile... La sua longevità in video è da primato. Tutto bene, quindi. Fino all'avvento del nuovo direttore generale Luigi Gubitosi che, via circolare, stabilisce l'incompatibilità tra ruoli dirigenziali e conduzione in video.

Andrea Vianello, per dire, nominato direttore di Raitre, abbandona la conduzione di Agorà. E Marzullo, che fa, raggiunti i sessanta? Opta anche lui per il ruolo dirigenziale e rinuncia alla visibilità. Salvo ordire la genialata. O forse no, magari concordare il compromesso. Perché, senza di lui, casca il palinsesto. Con i tempi e la penuria che corrono, quattro programmi quattro non si reinventano d'amblai.

E dunque, ecco la trovata: Sottovoce, Cinematografo, Applausi e L'appuntamento continuano ad andare in onda. Senza Marzullo ma con Marzullo. Cioè, Marzullo non si vede né si sente. Ma si avverte. Un'assenza quasi più invadente della presenza. Un fantasma. Un ologramma. Una televisione senza volto. Ma con una forte identità. Possibile? Prodigi del montaggio. Gli ospiti rispondono alle sue domande senza che si sentano. Dando finalmente piena soddisfazione alla sua richiesta. Come se, da soli, si facessero una domanda e si dessero la risposta. Che colpo di genio. O no?

Ha un'erezione di 8 mesi: colpa della protesi. «Voleva essere superdotato»

Il Mattino


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NEW YORK - Un disagio 'lungo' otto mesi per un camionista 44enne del Delaware Daniel Metzgar che, dopo un intervento di protesi al pene, è rimasto con un'erezione costante per quasi un anno. Il suo desiderio di essere superdotato gli si è ritorto contro tanto da restituirgli un 'problemino' duro un bel po' e una vita a metà. "Non potevo più fare niente", ha spiegato l'uomo che ha portato in tribunale il dottor Thomas J. Desperito, il chirurgo autore dell'operazione. "Nel 2009 mi sono operato per una protesi al pene ma qualcosa è andato storto - ha raccontato Daniel -. Ho avuto una costante erezione per otto mesi di fila".

LE PENE DEL CAMIONISTA Con un'erezione costante l'uomo non poteva più fare cose normali come andare in motocicletta o fare semplicemente una passeggiata al parco. "Non riuscivo nemmeno a ballare a causa di questa dannata erezione e andavo sempre a sbattere sulla mia partner. Dovevo indossare pantaloni lunghi e larghi". Solo nel 2010, dopo otto lunghi mesi, Daniel ha deciso di mettere fine alla sue 'pene', rinunciando alle misure e rimuovendo la l'impianto.

 
giovedì 13 giugno 2013 - 10:10   Ultimo aggiornamento: 10:10

India, addio al telegramma dopo 163 anni: «Troppe perdite»

Il Mattino

Il servizio, sospeso negli Stati Uniti già nel 2006, esiste in Italia dove è ancora usato per mandare condoglianze o messaggi di auguri



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Seguendo l'esempio di altri Paesi, anche l'India ha deciso di mandare in pensione il telegramma dopo 163 anni di servizio di questo sistema di comunicazione diventato ormai obsoleto nell'era di internet. La compagnia telefonica pubblica Bsnl, che è l'unica che gestisce il servizio in India, ha infatti annunciato che dal prossimo 15 luglio gli uffici postali non accetteranno più i telegrammi. La decisione è stata motivata con la necessità di ridurre le forti perdite dell'azienda statale che non riesce più a reggere il passo con l'agguerrita concorrenza dei privati. «Attualmente spediamo soltanto 5 mila telegrammi al giorno» ha detto un responsabile di Bsnl al quotidiano The Hindustan Times. La notizia compare oggi sulla prima pagina dei principali giornali.

La scoperta del telefono, poi il fax e, da ultimo, i messaggi elettronici hanno dato il colpo di grazia a questo strumento di comunicazione inventato da Samuel Morse, il padre del telegrafo, e sperimentato per la prima volta nel 1844 con un messaggio da Washington a Baltimora. Appena qualche anno dopo, nel 1851 l'invenzione è stata introdotta dagli inglesi in India. Sembra che abbia avuto un ruolo determinante per la vittoria militare dei britannici nell'ammutinamento del 1857, noto anche come prima guerra di indipendenza indiana. Oggi è usato soltanto da uffici pubblici e banche nelle comunicazioni ufficiali con i tribunali o altri enti statali. Nel resto del mondo è quasi completamente sparito. Gli Stati Uniti avevano già sospeso nel 2006 il servizio che era gestito dalla Western Union. Resiste però in Italia dove è ancora usato per mandare condoglianze o messaggi di auguri.

 
giovedì 13 giugno 2013 - 09:09

Quei 1.679 consiglieri «abusivi» in Sicilia

Corriere della sera

La Regione ignora i tagli ai seggi comunali decisi a livello nazionale: agli enti più piccoli 12 anziché 6


ROMA - Non ce l'aveva fatta nemmeno la Santa Inquisizione. Poteva forse un qualunque governo italiano riuscire nell'impresa di tagliare in Sicilia posti e benefici, fossero anche quelli di qualche consigliere comunale? Correva l'anno 1577: arrivato a Palermo come Viceré di Spagna, Marcantonio Colonna ebbe subito modo di fare conoscenza con l'autonomia siciliana. La riforma dell'Inquisizione, voluta dal Sant'Uffizio per evitare il moltiplicarsi di privilegi a vantaggio dei suoi esponenti, nell'isola non era mai entrata in vigore.

Così la pletora già abnorme degli inquisitori, pari a 1.572, aveva esteso di riflesso le proprie guarentigie a una cerchia immensa di famigli che contava non meno di 24 mila persone: numero, guarda caso, non troppo lontano da quello raggiunto in epoca ben più recente dai dipendenti della Regione. Come raccontano nel loro bel libro La Zavorra Enrico del Mercato ed Emanuele Lauria, il Viceré non riuscì neppure a scalfirla, assistendo invece impotente al varo di una nuova riforma che lasciò intatti i privilegi dell'Inquisizione siciliana.

Capaci di resistere perfino ai Torquemada spagnoli, che ricorrevano a metodi ben più convincenti di quelli dello Stato italiano, quattro secoli e mezzo più tardi nessuno si è fatto impressionare da una legge nazionale sulla sforbiciata dei consiglieri comunali. Ed ecco subito pronta una scialuppa di salvataggio per 834 poltroncine. Qualcuna addirittura insignificante. Ma sempre meglio che niente, soprattutto in un momento come questo. Alle elezioni amministrative di domenica e lunedì, convocate per il rinnovo di 142 municipi siciliani, sono stati eletti 2.281 consiglieri: se si fossero applicati i parametri stabiliti dalle leggi che hanno ridotto il numero dei seggi comunali in rapporto agli abitanti, il loro numero sarebbe stato di 1.447.

Il conto l'ha fatto Antonio Leo sul Quotidiano di Sicilia , ricordando quanto già accaduto in occasione delle amministrative del 2012, quelle che avevano incoronato nuovamente Leoluca Orlando sindaco di Palermo. La conseguenza della mancata adozione dei criteri nazionali aveva fatto eleggere allora 845 consiglieri comunali in più rispetto agli standard. Il che porta a 1.679 il numero dei seggi in eccesso accumulatisi negli enti locali siciliani nel giro di poco più di un anno. Senza dire dell'aggravio di spesa che l'aggiramento delle leggi statali comporterà. In cinque anni, ha stimato il giornale, centoquaranta milioni tondi: somma corrispondente ai tagli che erano previsti per l'università e la ricerca pubblica nel 2014. Oppure al 10 per cento dell'intero stanziamento statale annuale per i Beni culturali.

Per capire come si è giunti a questo, facciamo un passo indietro. A dicembre del 2009 il Parlamento approva la legge finanziaria che taglia del 20 per cento il numero dei consiglieri comunali, riduce le circoscrizioni, elimina i difensori civici e alcune forme consortili, prevedendo pure che le Regioni a statuto speciale come quella siciliana si adeguino quanto prima. Sette mesi dopo un'altra rasoiata, questa volta ai gettoni, alle indennità e ai doppi e tripli emolumenti.

La risposta siciliana è tutta in una circolare firmata il 13 gennaio del 2011 dall'assessore alle autonomie locali della precedente giunta regionale, Caterina Chinnici, sull'«applicabilità agli enti locali della Sicilia delle norme statali in materia (...) di riduzione del costo degli apparati politici amministrativi». Un documento che si conclude con queste lapidarie parole: «Gli enti locali continueranno ad applicare, in relazione agli istituti delle sopra richiamate norme statali, in atto non recepite dal legislatore regionale, la normativa vigente nella Regione siciliana». Le «norme statali» sono appunto quelle due leggi, che secondo la circolare «non trovano applicazione nell'ordinamento regionale» in quanto «seppur finalizzate alla riduzione dei costi connessi al funzionamento degli

organi rappresentativi ed esecutivi degli enti locali, refluiscono in maniera rilevante sullo status di amministratore locale e sull'assetto ordinamentale ed organizzativo degli enti medesimi». Insomma, rappresenterebbero un'entrata a gamba tesa su una «materia riservata alla potestà legislativa esclusiva della Regione siciliana». Cadono quindi nel vuoto. Stessa sorte tocca alla seconda manovra estiva del 2011, l'ultima del governo di Silvio Berlusconi, che inasprisce ulteriormente il giro di vite per i consigli comunali. A dimostrazione, e questo è il punto, di come talvolta uno statuto speciale possa trasformarsi in una comoda barriera a difesa di privilegi pur banali.

 

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E dove nulla possono gli appelli alla sacralità dell'autonomia regionale, entrano in campo stratagemmi gattopardeschi. La Regione siciliana ha dovuto per forza recepire la norma nazionale che riduce il numero dei consiglieri regionali, con conseguente dimagrimento dell'assemblea isolana da 90 a 70 membri? Prima che la Camera possa ratificare la legge regionale piombano a palazzo dei Normanni le dimissioni del governatore Raffaele Lombardo. Le elezioni vanno anticipate solo di qualche mese, ma tanto basta per andare a votare con le vecchie regole: i 90 seggi sono salvi per altri cinque anni. E pazienza se lo scherzetto ci costerà 5 milioni l'anno solo di stipendi, diarie e rimborsi.

Non che tale creatività sia una prerogativa esclusiva siciliana. Basta ricordare che soltanto qualche mese fa il Comune di Roma ha ridotto da 19 a 15 le circoscrizioni in cui è suddiviso il municipio, con la giustificazione di risparmiare sui costi dell'amministrazione. Peccato però che all'accorpamento degli uffici abbia corrisposto l'immediato incremento del numero degli «assessorini». Con il risultato che i posti lieviteranno dagli attuali 95 a 105. Ma certe vette sono destinate a restare inarrivabili. Nella sua inchiesta sul Quotidiano di Sicilia Leo sottolinea che il Comune di Catania, appena

riconquistato dopo tredici anni di governo di centrodestra dall'ex margheritino Enzo Bianco, ha 45 consiglieri, nove in più di quanti sarebbero previsti dai parametri nazionali. Mentre il Campidoglio, che quelli non può invece eludere, ne ha 48: ma con 2,8 milioni di abitanti contro i 291 mila del capoluogo etneo. Quasi dieci volte di più. Per non parlare di Bompensiere, 611 abitanti in provincia di Caltanissetta, che ha potuto eleggere ben dodici consiglieri anziché sei: uno ogni cinquanta anime. E hanno il coraggio di dire che c'è la crisi della politica...


Sergio Rizzo
Gian Antonio Stella
13 giugno 2013 | 7:47

A casa per cinque giorni senza avvisare e irreperibile per i controlli: legittimo il licenziamento

La Stampa


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Una donna viene licenziata perché assente dal luogo di lavoro per 5 giorni senza alcuna comunicazione al riguardo, ed irreperibile alle visite di controllo. Tribunale e Corte d’Appello legittimano la decisione del datore di lavoro, respingendo il ricorso della lavoratrice. L’art. 55 del CCNL (Contratto collettivo nazionale di lavoro) gomma plastica industria, del 15 aprile 2000, prevede che possa essere deciso un licenziamento per mancanze nel caso di «assenze ingiustificate prolungate oltre 5 giorni consecutivi».

L’art. 40, prevede l’obbligo di comunicare il motivo dell’assenza entro il termine dell’orario lavorativo del giorno di assenza e, nel caso di malattia, trasmettere il certificato medico entro il terzo giorno di assenza. In tali giorni il lavoratore deve farsi trovare a casa per i controlli che possono essere effettuati dal datore. Nel caso di mancato rispetto di tali obblighi il lavoratore decade dal trattamento economico, «ferma restando l’azione disciplinare». La ricorrente chiede alla Cassazione se nel caso specifico possa configurarsi una giusta causa di licenziamento.

La Corte (sentenza 5134/13) sottolinea che, stando alla lettera del CCNL, oltre alla perdita del trattamento economico, viene fatta salva l’azione disciplinare, «nel senso che la previsione in parola non preclude l’applicazione anche di una sanzione disciplinare». Da ciò è corretta la derivazione effettuata dal giudice di merito, secondo cui, nei casi più gravi, il datore di lavoro può comminare la sanzione del licenziamento. La lavoratrice lamenta inoltre la mancata accettazione di documenti rilevanti che avrebbero dimostrato che lei non era a conoscenza delle procedure ispettive in corso.

In particolare sostiene che il ricorso amministrativo avverso il provvedimento dell’INAIL, che negava la corresponsione dell’indennità di infortunio sul lavoro proprio per i giorni corrispondenti all’assenza ingiustificata, non fosse stato sottoscritto da lei, ma dal patronato. La Corte rileva che nel rito del lavoro, pur di far emergere la verità, è ammessa la presentazione anche tardiva di documenti indispensabili per la decisione della causa. In questo caso il documento è stato ritenuto ininfluente, perché anche se fosse dimostrato che la lavoratrice non era a conoscenza del ricorso amministrativo, «la sua malafede sarebbe vieppiù confermata atteso che la lavoratrice, pur sapendo che vi era un provvedimento definitivo che attribuiva la gestione dell’evento morboso all’INPS, non aveva adempiuto al suo obbligo di consentire le visite di controllo».

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Michael Douglas, il cancro e il sesso orale: una rilfessione sui fattori di rischio

La Stampa

Autore Dr. Luigi Laino


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In questi giorni ha fatto notizia l'affermazione fatta al The Guardian (poi smentita da un comunicato che definiva come non riferito al suo caso ma in generale) del famoso attore hollywoodiano, Michael Douglas, il quale parrebbe (condizionale d'obbligo) aver associato la causa del suo cancro oro-faringeo al virus HPV (papilloma virus).

Tale cancro quindi sarebbe stato cagionato (in base a ciò che si legge dagli  estratti delle sue interviste), dal suo abituale costume sessuale, ovvero, al cunnilingus (rapporto sessuale orale che prevede il contatto fra mucosa orale di un partner e apparato vulvo-vaginale dell'altra).

La notizia non poteva non far enorme scalpore e non poteva non essere ripresa da più parti. Pur non volendo e potendo commentare il caso specifico, disconoscendone gli aspetti clinici peculiari, ci permettiamo di aggiungere il nostro punto di vista, da Specialisti Venereologi (esperti quindi in Malattie sessualmente trasmissibili), sul tema generale dei principali fattori di Rischio collegati al Cancro oro-faringeo. Cerchiamo pertanto di razionalizzarne i contenuti sulla scorta delle nostre conoscenze:
Ecco di seguito cinque dati scientificamente dimostrati che sono alla base della mia riflessione:

- Primo dato:
E' ormai dimostrato che alcuni ceppi (oncogeni) di HPV sono in grado di provocare un particolare tumore definito "Carcinoma oro-faringeo" (Human Papillomavirus (HPV) related oropharyngeal squamous cell carcinomas - OPSCCs).

- Secondo dato:
Il sesso orale non protetto espone al rischio di contagio per HPV: noi stessi abbiamo tempo fa pubblicato un articolo che commentava il primo grande studio su questo tema: www.medicitalia.it/.../Il-sesso-orale-e-la-positivita-ad-HPV-aumenta-il-rischio-di-cancro-orofaringeo.

- Terzo dato:
Esiste d'altro canto un'alta percentuale di questo tipo di tumore (quasi costantemente un carcinoma squamoso) non correlato all'HPV (HPV-unrelated HNSCC): tale tipo di cancro è fortemente correlato al consumo di alcol, fumo di tabacco e prodotti non fumogeni (masticabili) contenenti tabacco.

- Quarto dato:
Mentre la percentuale di alcuni Carcinomi oro-faringei legati all'uso di tabacco è diminuita negli Stati Uniti; nello specifico:

a) Cancro della Lingua (da 2.7 a 1.1 cases per 100,000 abitanti; P<.05)
b) Cancro della Cavità orale (da 3.6 a 2.7 per 100,000 abitanti, P<.05)
c) Cancro dell'Ipofaringe (da 1.0 to 0.8 casi per 100,000 abitanti; P<.05)
d) Cancro della Laringe (da 5.4 to 4.5 casi per 100,000 abitanti; P<.05)

La percentuale di OPSCCs, ovvero di carcinomi oro-faringei correlati all'HPV è rimasta costante e conta ad oggi 1/4 (25%) ed è legata soprattutto:

a) al Cancro naso-faringeo
b) al Cancro oro-faringeo

In questo contesto (caricnoma HPV - correlato) è utile aggiungere ulteriori 2 dati:
- L'insorgenza di Carcinoma HPV correlato è maggiore a carico dei pazienti più giovani
- il tipo di HPV maggiormente interessato è il 16 (notoriamente meno aggressivo a carico dei genitali)

Ho semplificato, attingendo al secondo studio pubblicato nelle fonti in calce alla mia notizia, in una tabella, le principali differenze fra i due carcinomi oro-faringei HPV correlato e HPV non correlato:

Carcinoma HPV correlato
Carcinoma HPV non correlato
trend
In aumento
In diminuzione/stabile
localizzazione anatomica
tonsille e base della lingua
All head and neck sites
Median age (y) at diagnosis
54
60
Stato socioeconomico
alto
basso
Primary risk factors
sesso orale
fumo di Tabacco e prodotti con tabacco
Survival
% sopravvivenza a 3 anni
migliore
82%
peggiore
57%

- Quinto dato: 

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La vaccinazione per i ceppi oncogeni di HPV per ciò che riguarda la prevenzione primaria e secondaria contro il carcinoma della cervice uterina sta funzionando: da qui l'evidenza del ruolo non secondario del virus HPV nella oncogenesi di specifici tumori maligni.

Ancora ad oggi, non si conoscono bene tutti i motivi per i quali l'HPV provochi il cancro oro-faringeo, sebbene sia chiara la sua correlazione (dato epidemiologico) e sia altresì noto che meccanismi pro-infiammatori associati in un particolare contesto (classico quello della cervice uterina) possano coadiuvare l'ingresso dell'HPV al'interno del DNA cellulare e da qui modificare in senso neoplastico la proliferazione delle stesse cellule colpite (dato fisiopatologico). Presi assieme questi dati, debbono sicuramente far riflettere e in questi casi a mio avviso dovrebbe prevalere un messaggio che nasce dal buon senso:

a) il fumo di tabacco e di altre sostanze (droghe) può provocare il cancro oro-faringeo
b) il consumo eccessivo di alcol può provocare il cancro oro-faringeo
c) l'HPV - papilloma virus (nei ceppi oncogeni) può provocare il cancro oro-faringeo

Infine (e questo è il succo della mia riflessione):

1. La presenza di HPV all'interno di un cancro oro-faringeo in un paziente abituale fumatore e/o forte bevitore NON esclude che il cancro sia stato provocato/favorito da queste due ultime abitudini, ovvero dal fumo e dall'alcol.
2. La presenza di più fattori di rischio - in tal caso FUMO, ALCOL, HPV oncogeni, è in grado di moltiplicare esponenzialmente l'incidenza di carcinoma oro-faringeo.

Pertanto, ecco i miei consigli:

1. NON FUMARE
2. NON INGERIRE ALCOL IN MANIERA SMODATA (Bere responsabilmente)
3. FARE ATTENZIONE AI RAPPORTI SESSUALI ORALI NON PROTETTI (scelta oculata dei parter)

ed in caso di:
- dolore persistente oro-faringeo
- lesioni visibili all'interno del cavo orale
- storia di numerosi partner sessuali, rapporti a rischio e dubbi in merito al proprio stato di salute

consultare un medico od uno specialista Dermo-Venereologo (che è l'esperto delle malattie sessualmente trasmissibili muco - cutanee e delle malattie della pelle e delle mucose genitali e orali) per la valutazione clinica diretta e, se occorrono, esami strumentali del caso (in primis - ricerca ceppi HPV mediante amplificazione genomica PCR).


Fonti:

Il blu-ray che dura 1000 anni, ultimo baluardo dell’esclusività

Corriere della sera


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Esattamente 30 anni fa veniva messo in commercio dalla Meridian il primo lettore cd audiophile. Sony, l’anno prima, aveva commercializzato il primo lettore cd in assoluto. In un solo anno venivacosì  consacrato il passaggio dal supporto analogico a  quello digitale. Negli anni successivi succederà la stessa cosa con il video (dvd, blu-ray) e poi con documenti e dati di ogni genere.

Una rivoluzione paragonabile a quella del passaggio dal manoscritto al libro stampato (del resto anche quest’ultimo si è ora digitalizzato). Qualche giorno fa Milleniata, compagnia americana di base nello Utah, ha annunciato la realizzazione dei primi supporti blu-ray garantiti 1000 anni, dopo che, da tempo, sono in vendita dvd (realizzati dallo stesso produttore) garantiti per la stessa durata, al prezzo, per chi fosse interessato, di 29,99 dollari, per la confezione da dieci.

L’utilizzo di materiali particolarmente resistenti alle alterazioni chimico-fisiche dovute all’umidità e al calore permette infatti di garantire una durata così elevata. Apparentemente la possibilità di conservare i filmini di famiglia per 1000 anni potrebbe essere considerata un’operazione senza senso, ma la realizzazione dei cosiddetti M-disc può essere l’occasione per una riflessione. Da un lato infatti ci si sta spostando progressivamente da supporti come il libro, potenzialmente in grado di durare anche centinaia di anni a dispositivi portatili d’archiviazione hanno una vita media drasticamente limitata, da 5 a 8 anni per hard-disc, pennette usb, cd, dvd e blu-ray tradizionali.

Dall’altro la risposta del mercato non è tanto quella di diffondere supporti a lunghissima durata (Milleniata è un’eccezione) quanto piuttosto di passare all’affidare i propri contenuti allo stoccaggio sulla rete (si pensi al cloud). Questo però comporta un cambio di paradigma: non più l’acquisto del prodotto, ma il noleggio di un servizio. Una scelta tanto più evidente se si pensa che probabilmente il blu-ray sarà l’ultimo tipo di supporto fisico per il video. I futuri contenuti in 4k verranno diffusi in streaming e magari immagazzinati in un hard-disc dalla «vita breve». Per certi aspetti non conterà più in futuro avere una collezione di film perché i film saranno sempre disponibili, in rete, alla portata di un click.

Assistiamo quindi a un processo di «socializzazione» del proprio materiale culturale, un po’ come è avvenuto in passato con il  passaggio dalle biblioteche delle grandi casate nobiliari  alle biblioteche pubbliche. In questo senso il blu-ray che dura mille anni è dunque l’ultimo baluardo dell’esclusività.

Incidenti, furti e multe: quella Micra porta sfortuna, il prete la benedice

Il Mattino
di Annalisa Fregonese

Acquistata per un figlio viene passata alla sorella e a un altro familiare in un vortice di disavventure: interviene il sacerdote


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TREVISO - A prima vista è un'innocente utilitaria. Nella realtà quell'automobile, una Nissan Micra vecchio modello, comperata di seconda mano, ne ha viste di cotte e di crude, tanto che il proprietario ha sospettato un maleficio. Così la famiglia trevigiana che la possiede ha invitato a pranzo il parroco chiedendogli in cambio una benedizione dell'auto. Perché tutti in famiglia si erano stufati di dover aprire il portafoglio a intervalli regolari per rimediare ai guai che la Micra si tirava addosso.

Accade in una delle frazioni della città di Oderzo (Treviso). Una normale famiglia, con i genitori che pensano bene di acquistare per uno dei figlioli, uno studente neopatentato, una utilitaria affinchè possa impratichirsi con la guida. Così la piccola auto fa il suo ingresso in casa. Dopo neppure pochi mesi il primo incidente. Il giovane esce di strada e ne distrugge il muso della Micra. Pazienza: i genitori aprono il portafoglio, l'auto viene sistemata e passata alla sorella. La tranquillità dura poco: alcune settimane e la macchina viene rubata. La ragazza è disperata, l'auto le è indispensabile per raggiungere il suo primo lavoro.

Intervengono ancora i genitori, trovano un'altra macchina di seconda mano e alla Micra nessuno ci pensa più. Fino a quando, dopo circa un anno, arriva la telefonata dai carabinieri di Mestre: hanno ritrovato la Micra, abbandonata in un parcheggio. Non resta che riportarla a casa: paga il carro-attrezzi per il recupero, rifà l'assicurazione, il bollo-auto, le gomme nuove. E un'altra bella sommetta se ne va. L'auto viene data in uso al figliolo più piccolo. Pochi giorni di pace ed ecco che da Napoli arrivano ben due multe. Beccate dall'auto quand'era rubata.

Logico: la famiglia non le paga ma perde un sacco di tempo, con relativi grattacapi, per dimostrare che non c'entra nulla. Che la jella sia finita? Magari. Perché una sera al ragazzo, che stava andando a prendere la nonna, nel percorrere una strada in campagna una lepre balza in pieno sul cristallo. Un animale bello grosso che riduce il cristallo in pezzi e il ragazzo rischia davvero grosso. A questo punto in casa hanno detto basta. Belzebù la deve smettere, vada a cercarsi un'auto da un'altra parte. Così come un tempo s'invocava la benedizione sui bachi che non volevano filare o sul maiale che aveva la febbre, così oggi si chiama il Divino in aiuto contro un’automobile davvero infernale. Da quella benedizione sono ormai passate diverse settimane e la tranquillità regna. In famiglia continuano a ripeterselo: il prete dovevamo chiamarlo prima.

 
mercoledì 12 giugno 2013 - 18:06   Ultimo aggiornamento: 18:06

Hollywood Reporter svela i segreti di Marilyn Monroe con l'archivio dell'investigatore Otash

Il Mattino
di Anna Guaita

Le urla contro Bobby Kennedy registrate come prova della lite, ma anche numerosi incontri tra l'attrice e il presidente degli Stati Uniti durante la relazione con suo fratello minore


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NEW YORK - «Basta, non ne posso più, mi passate di mano in mano come se fossi un pezzo di carne!» Una Marilyn Monroe disperata e furibonda gridava queste parole contro Bobby Kennedy, nel pomeriggio del 4 agosto 1962.
Una lite terribile, che si concluse con Bobby che le metteva il cuscino sulla bocca per farla tacere: «Ho ascoltato la morte di Marilyn» fu la clamorosa spiegazione dei fatti data dall’investigatore privato Fred Otash nei suoi appunti. Otash era un investigatore della vecchia Hollywood, e prima di morire, nel 1992 a 70 anni, concesse un’intervista a Vanity Fair in cui rivelò di avere le registrazioni che potevano provare non solo questa lite, ma anche i numerosi incontri fra l’attrice e il presidente, e la contemporanea relazione con Bobby, il fratello minore del presidente.

Raccontò tuttavia che le registrazioni erano avvenute in parte su richiesta di Marilyn stessa, e aggiunse: «Sì, ho sentito JFK che faceva l’amore con Marilyn. Avevano una relazione. Ma non voglio parlare di gemiti e lamenti». Poco dopo la morte dell’investigatore, il suo avvocato portò via dall’ufficio uno schedario rosso, che si suppone contenesse il materiale più delicato delle indagini di Otash. Undici casse furono però conservate in un magazzino, e la figlia Colleen le ha recentemente passate al settimanale Hollywood Reporter che ne pubblica le parti salienti nel numero di giovedì.

Nelle casse sono stati trovati gli appunti che riassumono il contenuto di questi presunti nastri.
Otash aveva ”ascoltato” Marilyn negli incontri con JFK nella villa di Malibù di Peter Lawford, l’attore che aveva sposato una delle Kennedy. A proposito della notte del 4 agosto, si legge nei suoi appunti: «Marilyn stava davvero gridando, e avevano paura che attirasse l’attenzione dei vicini. Così Bobby afferra un cuscino e tenta di farla tacere. Poi tutto diventa tranquillo, e si capisce che Bobby vuole scappare da lì».

L’attrice fu trovata morta la mattina dopo nel suo letto, dalla sua cameriera, Eunice Murray. Il medico legale spiegò il decesso come «acuto avvelenamento da barbiturici». Si parlò di suicidio o di overdose accidentale. Ma sulla morte ci sono stati sempre dubbi, tanto che nel 1982 il caso fu riaperto. Allora il nuovo medico legale decretò che «le prove non dimostrano che ci sia stata azione criminale». Sarebbe lecito sospettare che se davvero Marilyn fu uccisa da Bobby Kennedy, soffocata con un cuscino, la nuova inchiesta avrebbe dovuto constatarlo.

Otash era stato un poliziotto prima di diventare, negli anni Cinquanta-Sessanta, il più famoso investigatore privato di Hollywood, specializzato nel controllare i pettegolezzi più imbarazzanti. Era così famoso, che venne usato come modello per il personaggio dell’investigatore privato interpretato da Jack Nicholson nel film Chinatwon. Molte sono state le sue indagini di star hollywoodiane. Ad esempio, era stato assunto dalla moglie di Rock Hudson, Phylis, che sospettava che il marito fosse gay. Otash le dette le informazioni che confermavano le preferenze sessuali del marito, e Phylis ottenne il divorzio nel 1958 con un congruo assegno mensile. Hudson ammise pubblicamente la sua omosessualità solo quando fu vicino alla morte nel 1985.

 
giovedì 13 giugno 2013 - 08:08   Ultimo aggiornamento: 08:08

Egitto, morire a 13 anni per la mutilazione dei genitali femminili

Corriere della sera
di Riccardo Noury


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Soheir Mohamed, 13 anni, morta una settimana fa. Il medico che l’ha “operata”, Aslan Hammouda, appena rimesso in libertà in attesa del processo. Lui si difende, sostenendo di aver agito senza negligenza su richiesta della famiglia della ragazzina: “L’intervento è andato bene e la bambina non ha perso sangue”, dice convinto. Però ha offerto 20.000 lire egiziane ai genitori perché non sporgessero denuncia.
La madre di Soheir, Hasanat Fawzy, ha rifiutato i soldi ed è andata alla polizia, accusando il dottor Hammouda di aver ignorato le preoccupazioni di sua figlia che gli aveva chiesto se l’influenza che aveva contratto avrebbe potuto causare complicazioni. “Ha risposto di no e le ha detto di presentarsi il giorno dopo, a digiuno”.

In Egitto si muore ancora di mutilazioni dei genitali femminili. I dati ufficiali sono agghiaccianti: oltre il 90 per cento delle donne di età compresa tra 15 e 49 anni le ha subite. Tre minorenni su quattro, una percentuale che le autorità egiziane auspicano scenda sotto il 50 per cento nei prossimi 10 anni.

La legge le vieta, dal 2008. Così, una famiglia del Delta del Nilo si rivolge a una clinica privata, dove c’è la coda per eseguire questi interventi.  Il dottor Hammada è uno specialista nel ramo: ha già operato la sorella maggiore di Soheir e, a detta degli abitanti del villaggio, è uno bravo: ha un rimedio per tutti e costa poco. “Ho la febbre, ci saranno problemi?” “Ma, no figurati…” “Manca l’anestesista? Ci penso io…” Racconta Mohamed Ibrahim, padre di Soheir: “Siamo rimasti un’ora fuori nel corridoio, aspettando che nostra figlia si risvegliasse. Le altre tre che erano con lei sono uscite, mia figlia no. A un certo punto è arrivata un’ambulanza e l’ha portata via. Il dottore ci ha detto che era debole e che la clinica non aveva le attrezzature necessarie per seguirla. All’ospedale di Aga ci hanno detto che era morta”, a quanto pare per un improvviso calo della pressione sanguigna.

Gli organismi delle Nazioni Unite hanno protestato. Il governatore di Daqahliya ha ordinato la chiusura della clinica privata al cui interno il dottor Hammouda ha eseguito l’operazione. Il sottosegretario alla Sanità, Abdel Wahab Suleiman, si è dichiarato all’oscuro dell’accaduto, precisando che le mutilazioni dei genitali femminili sono strettamente proibite e che il dottor Hammada ha violato la legge. Intanto, Soheir non c’è più. Basterà il suo sacrificio a evitare che si formino ancora le code davanti ai centri dove, clandestinamente, si pratica questa barbarie?