mercoledì 5 giugno 2013

Processo Cucchi, medici condannati Assolti infermieri e agenti Grida, rabbia e proteste in aula

Il Mattino
di Cristiana Mangani

I due camici bianchi del "Pertini" hanno avuto una pena di due anni



Cattura
ROMA - Condanne lievi, assoluzioni, e proteste. La sentenza per il processo Cucchi arriva dopo sette ore di Camera di consiglio e in aula si scatena il putiferio. Due anni per i medici dell'ospedale Sandro Pertini con la pena sospesa e il reato derubricato in omicidio colposo, invece di abbandono di incapace, molto meno di quanto aveva richiesto il pubblico ministero nella sua requisitoria.

Assoluzione per gli agenti penitenziari e per gli infermieri. Alla lettura del verdetto Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, che tanto ha combattutto per la verità, è scoppiata a piangere: «Mio fratello è morto di ingiustizia – ha detto tra le lacrime – I medici dovranno fare i conti con la loro coscienza, mio fratello non sarebbe morto senza quel pestaggio». Dagli spalti, qualcuno urla: . Viene fatta sgombrare l’aula. E l’avvocato Fabio Anselmo che assiste la famiglia del geometra morto, accusa: «Tre anni fa avevo previsto questo momento. Questo è un fallimento dello Stato, perché considerare che Stefano Cucchi è morto per colpa medica è un insulto alla sua memoria e a questa famiglia che ha sopportato tanto. È un insulto alla stessa giustizia».


La sentenza
Il pm aveva contestato ai sei medici e ai tre infermieri anche il grave reato di abbandono di incapace. Aveva chiesto per i medici (Aldo Fierro, Silvia Di Carlo, Stefania Corbi, Luigi De Marchis Preite, Rosita Caponetti e Flaminia Bruno) pene tra i 6 anni e 8 mesi e i cinque anni e mezzo, mentre per gli infermieri Giuseppe Flauto, Elvira Martelli e Domenico Pepe, 4 anni ciascuno. Per gli agenti penitenziari Nicola Minichini, Corrado Santantonio e Antonio Domenici, poi, aveva sollecitato una pena a due anni di reclusione. Le accuse nei loro confronti erano di lesioni personali e abuso di autorità. Sono stati assolti con la formula che richiama la vecchia insufficienza di prove.

Imputati sono sei medici del Pertini (Aldo Fierro, Silvia Di Carlo, Stefania Corbi, Luigi De Marchis Preite, Rosita Caponetti e Flaminia Bruno), tre infermieri della stessa struttura sanitaria (Giuseppe Flauto, Elvira Martelli e Domenico Pepe) e tre agenti della Polizia penitenziaria (Nicola Minichini, Corrado Santantonio e Antonio Domenici).

Le accuse. A vario titolo e a seconda delle posizioni, sono accusati di abbandono di incapace, abuso d'ufficio, favoreggiamento, falsità ideologica, lesioni ed abuso di autorità. Per l'accusa (che ha chiesto pene comprese tra i sei anni e otto mesi di reclusione e i due anni), Stefano Cucchi fu picchiato nelle camere di sicurezza del tribunale in attesa dell'udienza di convalida, caddero nel nulla le sue richieste di farmaci, e in ospedale praticamente fu reso incapace di provvedere a se stesso e lasciato senza assistenza, tanto da portarlo alla morte.
 
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Stefano Cucchi, la sentenza: colpevoli solo i medici, gli altri assolti




mercoledì 5 giugno 2013 - 16:04   Ultimo aggiornamento: 18:06




Cucchi, la madre: «Stefano me lo hanno ucciso un'altra volta»

Il Mattino


Cattura
ROMA - «Me lo hanno ucciso un'altra volta... sono stati tutti assolti...». È quanto dichiarato da Rita Calore madre di Stefano Cucchi commentando le decisioni della Corte. «Sono stati tutti assolti -ha ripetuto- non esiste, è una sentenza inaccettabile, proseguiremo la strada intrapresa».

L’uomo che ci ha messo un esercito in tasca

La Stampa

Morto Carl Elsener, il produttore del coltellino svizzero multiuso

giuseppe bottero


Cattura
L’uomo che ha armato i pacifisti di mezzo mondo se n’è andato sabato scorso a novant’anni. Lo chiamavano Carlo III, come un imperatore. E di un condottiero, oltre al potere, Carl Elsener ha avuto la capacità di creare eserciti pronti a seguirlo ovunque. Ma eserciti inoffensivi, fatti di ragazzini che con un coltellino in mano hanno montato tende da campeggio, stappato bottiglie in spiaggia, sfidato il buio dei boschi dietro casa convinti di essere invincibili.

Il patron della Victorinox, la leggendaria impresa elvetica che produce i coltelli multi-uso, non gestiva più gli affari da tempo, ma alla sede di Ibach, nella Svizzera centrale, lo piangono anche gli operai. «Carl ha dedicato tutta la sua energia all’azienda, ai suoi collaboratori e al leggendario coltello svizzero per più di 70 anni - raccontava ieri il portavoce Hans Schorno annunciandone la scomparsa -. Il coltellino rosso da tasca sul quale campeggia la croce bianca elvetica è il simbolo della qualità e dell’affidabilità svizzera nel mondo».

Più che agli orologi, grazie a Elsener, oggi la bandiera svizzera si associa al piccolo miracolo d’acciaio capace, a piacere, di trasformarsi in stuzzicadenti, forbici, pinzetta, apribottiglie. Tutto in uno, tutto in tasca. La lama ripiegabile era nata pensando all’esercito, che ancora ne acquista più di 50 mila esemplari l’anno, ma la sua fortuna l’hanno fatta le centinaia di migliaia di giovani che l’hanno adottato in vacanza, per le escursioni, semplicemente per sognare pomeriggi più avventurosi.
Padre di undici figli, Carlo III aveva assunto la direzione dell’impresa fondata dal capofamiglia nel 1950, quando i coltellini erano ancora fabbricati a mano. Sotto la sua guida, l’azienda è stata completamente automatizzata e negli anni si è diversificata, producendo orologi, valige,

abbigliamento, perfino chiavette Usb. I dipendenti raccontano Elsener come un uomo d’affari lungimirante e con una forte spinta all’innovazione, capace però di non dimenticare mai le parole d’ordine che il nonno ha fatto incidere nei corridoi dell’azienda: rispetto, gratitudine, umiltà. È soprattutto merito suo, spiega Schorno, se oggi l’impresa - diretta dal primogenito Carl junior - impiega 1.850 dipendenti e realizza un volume d’affari di 410 milioni di franchi svizzeri, più o meno 340 milioni di euro. 

Capitalismo familiare, ma anche capacità di nutrire i sogni dei ragazzi cresciuti con il «Manuale delle giovani marmotte», il variopinto esercito con sede a Paperopoli. Il coltellino conosce un’improvvisa popolarità negli Anni Ottanta, quando sugli schermi Fininvest spunta «MacGyver», telefilm in cui un ex agente segreto sciupafemmine riesce ad uscire dalle situazioni più complesse grazie ad un semplice temperino. MacGyver disinnesca bombe e forza portoni blindati, e la generazione cresciuta a tv e merendine ne replica le gesta, pazienza se poi la lama finisce a temperare i colori a pastello. 

Tra i tanti insospettabili irriducibili del coltellino, anche il leader russo Medvedev, George Bush senior e il Dalai Lama. «Nel corso degli anni, sono cambiate sia le esigenze dei clienti sia la tecnologia», ammette Carl Elsener Jr., che dal padre oltre a un impero milionario ha ereditato la passione per i dettagli. Il mito è sopravvissuto anche a Internet, e oggi lo stabilimento della Victorinox sforna ogni giorno 60 mila coltellini da tasca e 60 mila coltelli da cucina, produce un’app per smartphone con torcia, timer, cronometro, bussola, calcolatrice, lente di ingrandimento e specchio.  «Carl è stato il nostro modello e continueremo a portare avanti i suoi valori» dice il portavoce, mentre nel piazzale di Ibach centinaia di sudditi danno l’addio sobrio al loro imperatore. 


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Ecco dove nasce il coltellino multi-funzione

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Da Medvedev a Bush, i fan del coltellino

Un dispositivo potrebbe salvare la vita dei bimbi dimenticati in auto. Ma le aziende non lo producono

Orlando Sacchelli - Mer, 05/06/2013 - 12:10

Un ingegnere ha brevettato un dispositivo che potrebbe salvare la vita di molti bimbi. Ma incredibilmente viene snobbato dalle aziende. Perché?

Ieri un bambino di due anni è morto, a Piacenza, rimasto rinchiuso in auto per ore sotto il sole.

Cattura
Il padre avrebbe dovuto portarlo all'asilo, per poi andare a lavoro. Ma ha completamente rimosso la sua incombenza. Un'incredibile dimenticanza che ha distrutto la vita di quel povero bambino e rovinato l'esistenza della sua famiglia. Purtroppo non è la prima volta che succedono cose del genere. E non solo in Italia. Negli Stati Uniti negli ultimi dodici anni ci sono stati più di 500 casi simili, 41 all'anno. Mettendo un attimo da parte le considerazioni di tipo psicologico (cosa può far dimenticare un bambino alla stregua di un mazzo di chiavi o un portafogli?), basterebbe un piccolo dispositivo per evitare il ripetersi di altre tragedie. Ne abbiam o parlato con l'ingegner Luca Marano, che qualche anno fa ha depositato un brevetto su un dispositivo per segnalare la presenza di un neonato sul seggiolino auto. 

"Sembra assurdo - puntualizza - che se dimentichi le luci accese dell’auto vieni avvisato da un cicalino per paura di scaricare la batteria, mentre se lasci un bambino sul seggiolino e ti allontani dall’auto non importa niente a nessuno". Marano ci raccomnta che "esistono diversi brevetti che potrebbero impedire la morte di questi bambini per una banale dimenticanza e, invece, le aziende del settore per logiche legate al profitto o, semplicemente, per incompetenza non dotano i propri seggiolini di questi dispositivi".

Abbiamo chiesto all'ingegnere di spiegarci meglio il funzionamento del dispositivo: "E' sempre il medesimo: a) individuare in qualche modo se il bambino è seduto sul seggiolino (interruttore sulla fibbia della cintura di sicurezza, sensore sul sedile, etc. come sui sedili auto); b) capire se il motore è acceso o spento (tensione sotto chiave, segnale su rete CAN); c) capire se il guidatore si è allontanato dall’auto (portachiavi con allarme di allontanamento); d) avvisare ad esempio tramite un cicalino sul portachiavi. Ogni brevetto esistente - precisa l'ingegnere - si distingue per la presenza e la combinazione di questi segnali". Marano ci indica i numeri identificativi di alcuni brevetti: US5949340, US7218218, US20050253692, US6819249, US20040164856, US20070057799. "Quasi tutti dei primi del 2000. Aggiungo anche il mio: CS2011A000023 del 2011".

A questo punto gli chiediamo: perché il dispositivo non è stato prodotto? L'ingegnere ci racconta com'è andata: "Depositato il brevetto ho contattato ben undici delle maggiori aziende del settore (L’Inglesina Baby S.p.A., Chicco/Artsana, Bellelli s.r.l., Brevi s.r.l., Peg Perego S.p.A., Cam S.P.A. solo per citarne alcune), di queste solo cinque hanno risposto e solo due hanno accettato di incontrarmi per discutere del progetto". Tra le risposte più curiose che Marano ha ricevuto vale la pena ricordare le seguenti:

1) Non siamo interessati perché siamo già in possesso di decine di brevetti sull’argomento e, poi, per filosofia aziendale, non lavoriamo con brevetti esterni.
2) Di gadget di questo tipo sono pieni gli scaffali e nessuno li compra.
3) Se non veniamo obbligati per legge non possiamo giustificare un investimento di questo tipo.
4) Nessuno comprerebbe un dispositivo di questo tipo perché nessun genitore ammetterebbe a se stesso di poter dimenticare il proprio figlio in auto.

Due aziende, come dicevamo, hanno accettato di incontrare l'ingegnere, con un approccio più possibilista: "Possiamo essere interessati a valutare una proposta per il prodotto finito piuttosto che per il brevetto", ha detto un'impresa. Un'altra, invece, ha risposto più o meno così: "Ne ridiscuteremo quando il brevetto sarà finalmente rilasciato, quindi tra almeno 18 mesi se tutto va bene".
Nessuna azienda ha valutato l’aspetto etico e il possibile ritorno di immagine derivante da un progetto simile, per non parlare delle opportunità di business. L'ingegner Marano ovviamente c'è rimasto male. "Spero che qualcosa possa cambiare". E, ci assicura, non tanto per il suo brevetto: "Ce ne sono altri". Le cose ovviamente cambierebbero se il parlamento legiferasse in tal senso, rendendo obbligatorio il dispositivo di sicurezza. Intanto troppi bambini continuano a morire in quel modo assurdo e atroce. Quando basterebbe un semplice cicalino...

Le tariffe "Flat" analizzate per voi

Corriere della sera

Ecco le proposte di Vodafone, Tim, Wind e operatori mobili
MILANO - Utilizzare il telefono cellulare senza doversi preoccupare delle impennate della bolletta: un sogno proibito che si avvera con l'introduzione delle tariffe Flat nei listini della maggior parte degli operatori. Non si tratta di un inaspettato regalo di Vodafone, Tim e compagnia, ma piuttosto dell'adeguamento delle offerte commerciali all'utilizzo che facciamo del nostro compagno di tasca.


CatturaIl 2012 è stato l'anno del superamento delle chiamate da parte del traffico dati, tendenza individuata negli Stati Uniti dalla Telecommunications Industry Association, e della resa definitiva degli sms al cospetto dei vari WhatsApp e iMessage. Sfruttiamo, quindi, sempre di più lo smartphone per usufruire di servizi che si appoggiano a Internet, comprese le telefonate via Skype o i messaggi con le applicazioni di instant messaging, e facciamo un uso più contenuto delle funzioni tradizionali. Se a questo si aggiunge la progressiva disponibilità delle reti di quarta generazione, che renderanno la navigazione sempre più veloce e maggiormente appetibile (e più costosa), non è difficile capire perché gli operatori abbiano deciso di togliere i limiti agli utilizzi classici in vista di una dipendenza dalla connessione in mobilità che continuerà a far tintinnare le loro casse. L'unico che non si è ancora esposto è 3. Prima di addentrarci fra le offerte, un consiglio: non rilassatevi troppo e tenete sempre d'occhio il traffico dati. Se ci saranno sorprese, arriveranno da lì.

VODAFONE - L'operatore britannico è stato il primo a portare entro i nostri confini la novità e le ha dato il nome Relax. Si parte dalla versione Semplice: con 39 euro più 5,16 di tassa di concessione governativa al mese (44,16 in totale) si portano a casa telefonate e sms illimitati verso qualsiasi operatore e 1 GB di navigazione. Se si supera questa soglia la spesa è 2 euro ogni 100 MB ulteriori. Attenzione agli mms che costano 50 centesimi l'uno e non sono compresi. Per associare l'offerta a uno smartphone bisogna mettere mano al portafoglio per altri 3 euro al mese. Aggiungendo 10 euro, per un totale di 54,16 euro, si passa alla Relax classica: chiamate e sms sempre senza limiti e i GB al mese che diventano 2. Lo smartphone in questo caso è incluso. Ma, perché c'è un ma, non si può pescare fra i modelli di fascia alta come iPhone 5 o Samsung Galaxy S4 senza dover aggiungere almeno altri cinque euro al mese. La Relax Completo costa 79 euro al mese, 84,16 contando la tassa, e offre 5 GB al mese. Il super smartphone è compreso, al limite con un contributo iniziale una tantum. Chi non vuole il dispositivo può aggiudicarsi la Classica e la Completo a 44 (più 5,16) e 59 (più 5,16) euro al mese.

TELECOM ITALIA MOBILE - L'offerta si chiama Tutto compreso Unlimited e costa 59 euro al mese, più i soliti 5,16 (64,16). Chiamate e sms sono illimitati e i GB di Internet a disposizione sono 2. Se si supera la soglia si rallenta a 32 Kbps. Interessante la possibilità di usufruire di 500 minuti, 500 sms e 250 MB se si sta viaggiando in Europa. Lo smartphone compreso c'è, ma anche in questo caso i top di gamma costano qualcosina in più.

WIND - I 29 euro al mese, più 5,16, (34,16) della All Inclusive Unlimited sono competitivi. Sms, chiamate illimitati e 2GB di Internet, oltre i quali si rallenta a 32 Kpbs. La pacchia dura 5 anni, poi gli euro al mese diventano 60.

POSTEMOBILE - Il canone mensile del piano Zero Pensieri Infinito è di 34 euro, ai quali vanno aggiunti i 5,16 della tassa (39,16). Telefonate e messaggi senza limiti e 1 GB di Internet. Superata la soglia si pagano 50 centesimi per MB.

FASTWEB - Due le possibilità messe sul piatto da Freedom: 30 euro (35,16) senza smartphone e 45 (51,16, che diventano 55 - ossia 61,16 - dopo il 4 giugno) con un dispositivo che va pagato. Un euro per i modelli di fascia bassa e, ad esempio, 219 per il Galaxy S3. L'S4 e l'iPhone 5 non ci sono. Alle chiamate e agli sms illimitati si aggiungono i 2 GB di Internet, oltre i quali si scende a 64 Kpbs.

BIP E NOITEL - In questi due casi gli sms non sono compresi, ma vale comunque la pena segnalare le offerte: Megabip Senza limiti e coinvolge le chiamate e 2 GB di Internet (500 MB a settimana) a 18 euro al mese. Noitel Sim Infinity mette sul piatto una ricaricabile da 50 euro al mese con chiamate illimitate, 1 GB di traffico e 500 sms.


Martina Pennisi
@martinapennisi4 giugno 2013 (modifica il 5 giugno 2013)

Case, debiti e rimborsi Così cambierà il Fisco

Corriere della sera

L'abitazione non potrà essere messa all'asta. Necessaria la riforma del catasto ma serviranno non meno di 5 anni

 CatturaPignoramenti meno «dolorosi» e più attenti alle esigenze delle famiglie e delle imprese, maggior flessibilità sui pagamenti rateali, alleggerimento degli obblighi a carico dei contribuenti che propongono un ricorso. Sollecitato dal Parlamento, il governo è pronto a metter mano ad una nuova revisione delle norme sulla riscossione dei tributi per conto degli enti pubblici. Venendo incontro alle esigenze dei contribuenti, e cercando di garantire, al tempo stesso, l'efficacia dell'azione di recupero dei crediti fiscali. Da parte di Equitalia, la società pubblica che continuerà a riscuotere per conto dello Stato centrale (tasse e contributi, in primis ), ma anche degli enti locali che una volta sciolto il rapporto con Equitalia dovranno presto preoccuparsi di incassare i propri tributi, direttamente o attraverso soci privati.

Lo studio delle nuove regole sulla riscossione è già in fase avanzata, e ieri ci sarebbe stata al Ministero dell'Economia una prima verifica tecnica importante. La linea sulla quale si muove il governo è quella tracciata dalla Commissione Finanze della Camera in una risoluzione di pochi giorni fa, non a caso accolta ben volentieri dall'esecutivo. Il primo obiettivo è porre un limite all'esproprio e al pignoramento che scatta sulla casa di abitazione del contribuente moroso o, nel caso di un'impresa, sui beni funzionali all'attività. L'idea è quella di consentire il pignoramento dei beni a fronte di un credito fiscale di un certo importo (oggi deve essere superiore a 20 mila euro), ma non la loro alienazione. La casa, insomma, potrà essere «congelata», ma non venduta all'asta dall'agente della riscossione per tutelare il credito dell'ente pubblico che gliel'ha affidato.

Un'altra novità importante che si profila è un ammorbidimento del principio «solve et repete» tanto odiato dai cittadini, ovvero l'obbligo di pagare almeno un terzo delle maggiori somme pretese dal Fisco prima di poter presentare un ricorso ed avviare un contenzioso. Potrebbero essere esentati da quest'obbligo almeno i contribuenti nei cui confronti l'amministrazione fiscale non contesti comportamenti fraudolenti, o comunque dolosi.

Nel pacchetto allo studio del governo ci sarebbero anche delle norme per consentire maggior flessibilità sui pagamenti rateali, anche in questo caso dei debiti fiscali. In pratica, la possibilità di avere una dilazione di pagamento più lunga, e dunque rate più leggere da pagare, con un occhio di maggior riguardo per i contribuenti che hanno problemi di liquidità. Il numero massimo delle rate mensili (oggi è di 72, quindi 6 anni) potrebbe essere leggermente aumentato, anche se non si arriverà a 120, come suggerisce qualcuno. Ma potrebbe cadere, di conseguenza, l'attuale vincolo di una rata minima da cento euro.

Sicuramente, il fisco sarà un po' più tollerante sui pagamenti mancati, oppure in ritardo: l'idea è quella di accettare il mancato pagamento di un massimo di cinque rate nell'arco dell'intero piano di rateizzazione, non più di tre consecutive, senza che per questo il piano di dilazione dei pagamenti venga revocato, mentre oggi il beneficio decade automaticamente se il contribuente «buca» il pagamento di due rate consecutive.

Nello stesso tempo il governo non esclude di metter mano anche ad altre regole sulla riscossione, ma sul versante opposto. Come ha sottolineato la Corte dei conti, dopo una stretta durissima, il Parlamento ha allentato le norme contro l'evasione, e con queste quelle sulla riscossione. Con il risultato che la capacità di recupero dei crediti, negli ultimi due anni, si è molto ridotta. Non solo da parte di Equitalia. La legge che di fatto impedisce la riscossione coatta per i crediti sotto i 2.000 euro ha messo in ginocchio le casse dei Comuni. I sindaci vogliono riprendersi da Equitalia la riscossione, ma da mesi non incassano più un euro su multe, contravvenzioni, e tutti gli altri accertamenti di importo più piccolo.

È dunque possibile che nel pacchetto, che sarà pronto nel giro di un paio di settimane, il governo possa anche riconsiderare alcune scelte del passato che si stanno rivelando problematiche. Richiederà invece tempi molto più lunghi la riforma del catasto immobiliare, sollecitata ancora ieri dal direttore dell'Agenzia delle Entrate, Attilio Befera. Ci vorranno cinque anni, ma è indispensabile, perché le rendite sono vecchissime e inique. Proiettando la loro ingiustizia sul fisco, grazie all'Imu basata sulle rendite per giunta rivalutate, e sul welfare , perché ad esempio l'indice Isee della ricchezza, usato per l'accesso alle prestazioni, tiene conto degli immobili posseduti valutati in base al catasto e non al valore di mercato.

Mario Sensini
5 giugno 2013 | 11:09







Il contribuente maltrattato

Corriere della sera


Sulla questione delle tasse, di tutte le tasse, ogni via di mezzo sembra molto complicata da percorrere. C'è chi pensa che la lotta all'evasione sia troppo morbida. Altri sono convinti, invece, che la ricerca dei furbetti della dichiarazione dei redditi sia troppo severa. E che, addirittura, molte delle difficoltà delle imprese nascano da un'eccessiva presenza del Fisco. E da una macchina della riscossione che, effettivamente, in certe occasioni è parsa un po' troppo stringente.

Soltanto se si parte da questa apparente banalità, si possono cogliere tutte le incertezze e le ambiguità che ruotano intorno a Equitalia, la società che svolge per conto dello Stato il ruolo di esattore di imposte e contributi. Non sono pochi i sindaci che da mesi hanno ribadito, con forza, la loro dichiarazione di indipendenza. Come se il problema fosse Equitalia, il suo apparato e i suoi modi di operare, e non l'enorme sacca di evasione che sottrae alle nostre casse 120 miliardi l'anno.

Prove di federalismo tributario, piuttosto fragili a dire la verità. Sono almeno 6.000 le città (piccole e grandi) che si preparano a cambiare sistema. E, tra poco meno di un mese, dal 1° luglio, dovrebbe scattare il passaggio delle consegne da Equitalia alle società scelte dagli enti locali. La legge è chiara: Equitalia «cessa l'attività». Anche se verranno concessi, come a questo punto appare probabile, sei mesi di proroga, la svolta da gennaio 2014 dovrà esserci. Si torna all'antico, alla frammentazione, dimenticando gli scandali che avevano coinvolto i vecchi concessionari e i molti buchi che in passato è stato necessario coprire.

Molti sindaci si sono affrettati a spiegare ai loro concittadini che il nuovo regime sarà più tollerante. Vedremo se la promessa sarà mantenuta. Anche se la mossa sembra dettata più dal tentativo di costruire facile consenso, che non dalla volontà di rendere più efficiente la riscossione e di combattere davvero l'evasione potendola vedere più da vicino.

Una cosa è certa: 6.000 Comuni dovranno diventare autonomi e dovranno attrezzarsi per riscuotere circa 11-13 miliardi di euro in completa autonomia. Una riforma non si sa quanto utile, perché si corre il rischio di smontare una macchina che, pur con qualche eccesso, aveva dimostrato di funzionare. Correndo al tempo stesso il rischio di fare l'ennesimo regalo agli evasori.

Vale la pena rileggere i dati sui gabellieri privati che ha pubblicato martedì Mario Sensini: per l'incarico i Comuni prevedono di versare agli esattori un aggio (il costo del servizio) che può arrivare fino al 30%. Pari, ad esempio, alla sanzione prevista per chi non versa l'Irpef. Ma, soprattutto, pari a oltre tre volte quella che lo Stato versa oggi a Equitalia. Un aggio che nei mesi scorsi è stato al centro di molte proteste, e che ha fatto scattare questa stessa riforma. Il nuovo servizio, insomma, sarà molto più costoso di prima. Domanda: chi salderà il conto finale? Sembra improbabile che i Comuni possano farsi carico di questa spesa. Non è difficile immaginare che l'onere ricadrà, in modo più o meno trasparente, sui contribuenti: onesti e disonesti. Senza parlare delle nuove commissioni sui versamenti delle imposte che rendono ancora più elevata una pressione tributaria già ben oltre il limite della sopportabilità.

Forse bisognerebbe utilizzare questi sei mesi di tempo per ripensare la norma e varare una riforma della riscossione che metta al centro, per una volta, il contribuente. Con i suoi doveri, ma anche i suoi diritti. Forse è meglio correggere, se ci sono, inefficienze ed errori di Equitalia, prima di inseguire i rischi di nuovi (vecchi) gabellieri privati. Il pericolo è di fare una riforma senza eliminare quel brutto, eterno vizio del Fisco di essere forte con i deboli e debole con i forti.


Massimo Fracaro e Nicola Saldutti
5 giugno 2013 | 8:30

Internet, la guerra delle radio Un software ha ucciso il dj

Il Mattino
di Federico Rocchi


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ROMA - Le anticipazioni che precedono le presentazioni dei grandi nomi tecnologici stavolta parlano chiaro: per la Worldwide Developers Conference Apple, a San Francisco dal partire dal 10 giugno, il nuovo servizio protagonista sarà "iRadio" (soprannome non confermato da Cupertino) ovvero il servizio di streaming musicale (probabilmente) gratuito, parallelo al negozio iTunes e contrapposto a Pandora, Spotify, Google Play e tutte le webradio spesso sconosciute.

L'accensione dei server di Google Play Music ha probabilmente fornito la spinta necessaria a superare le difficoltà di lancio del servizio, legate soprattutto alla remunerazione dei diritti delle major discografiche le quali considerano Apple in grado di sostenere costi superiori alla concorrenza.
Secondo il New York Times, soltanto Sony Music Entertainment e Sony/ATV non hanno ancora compiutamente deciso se accettare l'offerta di pagamento Apple, a differenza di Warner Music che ha siglato un accordo completo pochi giorni addietro e Universal Music che ha dato luce verde ma solo per uno dei due capitoli in discussione. Il modello di remunerazione Apple, secondo il Financial Times, prevede una parte fissa svincolata dal numero di tracce riprodotte, una royalty simile a quella pagata da Pandora per blocchi di 100 tracce e una quota della pubblicità inserita (verosimilmente tagliata sul profilo dell'ascoltatore), in aggiunta al seducente scenario di aumento diretto delle vendite tramite iTunes Store che conta 500 milioni di utenti contro i 70 di Pandora.

Sony Music Entertainment ha più di un motivo per titubare, la scelta dovrà necessariamente confrontarsi con il business complessivo della casa nipponica che come Apple produce apparecchi che hanno bisogno di essere alimentati da contenuti, magari in esclusiva, oltre a fornire essa stessa un servizio di streaming. Chi acquista un telefono o un computer Apple, lo sappiamo, finisce per comodità (se non è proprio obbligato) con l'usare il servizio di streaming Apple, così come chi acquista un lettore Blu-ray Sony finisce col servirsi del Sony Entertainment Network e del suo Music Unlimited. Offrire gli stessi contenuti a concorrenti che giocano su tutti i tavoli può essere controproducente.

In aggiunta alle difficoltà commerciali, inoltre, ci sono altre criticità. La differenza fra un servizio di streaming ed il semplice negozio online oggi è sempre più sfumata, una decina di anni addietro sarebbe stato diverso: la limitata velocità della rete imponeva due modelli di fruizione diversi. "Streaming" voleva dire iniziare l'ascolto subito, mentre il file era ancora in fase di scaricamento, come bere da una bottiglia parzialmente piena che nel frattempo continua a riempirsi. Oggi per trasferire i 5 Mb di una canzone occorrono forse due secondi quindi si potrebbe anche aspettare. Con "streaming", però, s'intende anche che dopo l'ascolto il file (uno solo se i brani sono miscelati fra loro) viene automaticamente cancellato ma questa è solo una scelta superabile: tutti sappiamo che è possibile registrare un flusso audio digitale.

Sul piano culturale, infine, è certamente criticabile affidare ad un software la scelta dei brani da ascoltare, naturalmente scalettati non solo sui "gusti" dell'ascoltatore decisi in base agli acquisti già fatti ma anche sulla necessità di dover spingere nuove proposte inserite senza alcun vaglio intellettuale nella playlist di milioni di persone. Insomma una gran complicazione, soprattutto ripensando alla vecchia radio di Marconiana memoria dove era tutto più semplice, il modello di business era fuso col modello di fruizione e col modello fisico: un apparecchio con due o tre manopole, un'antenna, premevi un bottone e si sentiva.

E si sentivano non semplici canzoni fatte per piacere a tutto il mondo per un paio di settimane ma programmi di canzoni, scalette che ancora non si chiamavano playlist, messe insieme da menti umane con arte, esperienza e senso logico, con voci mitiche a spiegare le scelte, magari influenzate da quello che sta succedendo nelle strade sottocasa. Proprio nel momento in cui la radio broadcast, quella vera, sarebbe pronta per diventare DAB - Digital audio broadcasting - con tutti i vantaggi del caso, il concetto stesso della parola "radio" risulta azzerato dall'apposizione di una piccola "i". Viene in mente di cambiare il vecchio "non sparate sul pianista" in "non uccidete il disc jockey"!

 
mercoledì 5 giugno 2013 - 11:11   Ultimo aggiornamento: 11:11

Samsung vince la causa contro la Apple

La Stampa

Ora il colosso di Cupertino rischia il bando dell’import di alcuni modelli di smartphone negli Stati Uniti


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Samsung ha vinto la causa contro Apple davanti all’International Trade Commission (Itc), secondo quanto riportato da Bloomberg. L’agenzia americana per la concorrenza ritiene che Apple abbia violato un brevetto Samsung. Apple rischia il bando delle importazioni da Cina e Taiwan di alcuni dispositivi, incluso l’iPhone 4 e l’iPhone 3G, ma anche dei talbelt Ipad 3G e Ipad 2 3G negli Usa. 
La notizia ha provocato una reazione immediata sui mercati after hour, dove i titoli del colosso di Cupertino stanno perdendo fino all’1,2%. L’ordine, immediatamente esecutivo, è stato inviato alla Casa Bianca a Barack Obama, che ha 60 giorni per decidere se porre il veto presidenziale. Se non lo farà lo stop alle forniture entrerà in vigore. 



Apple ha violato i brevetti Samsung, Cupertino farà appello
Rischia il divieto di importare in America dispositivi da fornitori
New York

Cattura
Nelle molteplici vicende legali che vedono schierate l’una contro l’altra l’americana Apple e la sudcoreana Samsung Electronics, quest’ultima ha avuto la meglio ieri in un caso finito sul tavolo dell’International Trade Commission (Itc), secondo cui il gruppo di Cupertino ha violato un brevetto della società avversaria, quello per la trasmissione dati.

L’agenzia statunitense per la concorrenza ha ribaltato così una decisione presa l’anno scorso permettendo a Samsung di portarsi a casa la prima maggiore vittoria contro Apple in America. L’Itc ha emesso un ordine che, se confermato dal presidente Barack Obama nei prossimi 60 giorni, imporrebbe il divieto alle importazioni nel Paese di una serie di dispositivi targati Apple provenienti da fornitori esteri. Nella lista di prodotti messi al bando ci sono i modelli per la società di telefonia AT&T iPhone 4, iPhonne 3GS, iPad 3G e iPad 2 3G - tutti assemblati in Cina. Gli ultimi gadget lanciati sul mercato dal gruppo californiano - l’iPhone 5 e la quarta generazione di iPad - non sono invece colpiti dalla decisione. Soltanto un veto presidenziale può capovolgere la situazione.

Immediata la reazione di Apple, che farà appello: “Siamo delusi dalla decisione della Commissione che ribalta una decisione precedente e prevediamo di fare appello”. In una nota il gruppo assicura che la decisione dell’Itc “non ha un impatto sulla disponibilità di prodotti Apple negli Stati Uniti”. E ancora: “Samsung sta usando una strategia che è stata respinta dai tribunali e dalle autority del mondo intero. Hanno ammesso che è contro l’interesse dei consumatori in Europa e altrove, eppure qui negli Stati Uniti Samsung continua a tentare di bloccare la vendita di prodotti Apple utilizzando brevetti che ha deciso di concedere in licenza a chiunque dietro a un pagamento ragionevole”.

Dal canto suo, Samsung ha replicato dicendo che “la decisione dell’Itc conferma la storia di sfruttamento da parte di Apple delle innovazioni Samsung”.

(TMNews)

Chi è un italiano “vero”? Per Josefa Idem chi vince una medaglia, per Cecile Kyenge chi nasce qui.

Il Giornale.it
Francesca Angeli

Chi è italiano secondo voi? Chi nasce entro i confini del nostro territorio? Chi ha il padre e la madre italiani o almeno uno dei due genitori? Chi condivide la nostra cultura, le nostre tradizioni? Chi  parla la nostra lingua? Chi tifa la nostra stessa squadra del cuore?


Cattura
Ciascuno di noi ha la sua idea di quello che significa o debba significare sentirsi italiano.  Il governo Letta accoglie due ministri che non sono nati in Italia e che hanno un’idea assai diversa sul percorso da seguire per conquistare la cittadinanza italiana. L’ex campionessa di canoa Josefa Idem, oggi ministro delle Pari opportunità e dello Sport, lancia la sua proposta: si estenda la cittadinanza anche ai minori che praticano sport a livello agonistico nelle varie federazioni. Purchè i genitori siano in regola con il permesso di soggiorno.

Insomma una medaglia conquistata con valore attraverso la dura disciplina sportiva vale più del tempo effettivamente trascorso nel nostro paese o magari anche della conoscenza della nostra Costituzione. Il ministro  dell’Integrazione, Cecile Kyenge, è noto, avrebbe voluto riportare tutto allo ius soli: chi nasce in Italia è italiano. Ha però incontrato troppe resistenze anche perchè nessun paese europeo riconosce lo ius soli e dunque questa scelta entrerebbe in conflitto con le altre normative europee.

Però il sasso lanciato dalla Kyenge ha mosso le acque e formato i suoi cerchi. E così ora in Parlamento una maggioranza trasversale, da Sel al Pdl con l’esclusione della Lega,  sta discutendo dello ius soli. Nel Pdl la maggioranza è contraria ma ci sono alcuni parlamentari che ritengono giusto affrontare il tema e non rifiutarlo a priori come fa la Lega.  Tra le proposte del centrodestra quella di assegnare la cittadinanza a chi frequenta la scuola dell’obbligo fino a 16 anni. Più larghe le maglie nelle proposte che arrivano da sinistra come quella di Sel che chiede soltanto un anno di residenza dei genitori per assegnare la cittadinanza al figlio nato qui.

La discussione va avanti ma intanto è bene che il lettore sappia che  al momento sono circa 140mila richieste in attesa di ottenere una risposta. Dal 2008 al 2010 si sono concluse con esito favorevole circa 40mila procedimenti all’anno. Insomma non è che ci sia questa rincorsa a voler diventare italiani e non sembra proprio che la priorità per gli immigrati che vivono in Italia sia avere la cittadinanza. Semmai un lavoro e la casa. Esattamente come molti italiani che pur avendo la cittadinanza sono disoccupati e arrancano per pagare un mutuo o l’affitto.

Apple ha violato un brevetto Samsung» Rischio di stop delle importazioni negli Usa

Corriere della sera

L'agenzia interviene su alcuni modelli prodotti in Cina e Taiwan. L'azienda: «Nessun effetto immediato»

Cattura
Brutto colpo per Apple. L'agenzia Usa per la concorrenza (U.S. International Trade Commission) ha stabilito che la casa di Cupertino ha violato un brevetto della rivale sudcoreana Samsung nella realizzazione di alcuni modelli di iPhone e iPad.

I PRODOTTI A RISCHIO - L'agenzia ha quindi emesso uno ordine che blocca le importazioni negli Stati Uniti - dai fornitori fuori dall'America, Cina e Taiwan in primis - per i modelli AT&T di iPhone 4, iPhone 3GS, iPad 3G and iPad 2 3G. Dall'elenco dei prodotti presi in considerazione dalla Itc vengono comunque escluse le versione più aggiornate di iPhone, il 5 e di iPad, quelle con display retina così come il mini-iPad.

NELLE MANI DI OBAMA - L'ordine di stop, immediatamente esecutivo, è stato inviato alla Casa Bianca. Ora tocca a Barack Obama, entro 60 giorni, decidere se porre il veto presidenziale allo stop. Se non lo farà lo stop alle forniture entrerà in vigore.

APPLE «DELUSA» - Immediata la rezione della Apple. L'azienda di Cupertino si dice «delusa» della decisione dell'Itc, ma in una nota assicura che la mossa non avrà alcun effetto immediato sui prodotti Apple negli Stati Uniti. Apple presenterà un appello contro la decisione: « Le tattiche di Samsung sono contro gli interessi dei consumatori», sottolinea il colosso Usa.

IL BREVETTO «VIOLATO» - «La commissione ha determinato che Samsung è riuscita a dimostrare che l'iPhone 4 (modelli At&t), l'iPhone 3GS (modelli At&t), l'iPhone 3 (modelli At&t), l'iPad 3G (modelli At&t)e l'iPad 2 3G (modelli At&t) infrangono un brevetto» afferma l'Itc. Si tratta di quello per la trasmissione dei dati. Nell'ambito del contenzioso Apple da parte sua ha cercato di dimostrare che Samsung ha fissato lo standard per l'industria e ha deciso di concedere in licenza il brevetto, e per questo non dovrebbe usarlo per limitare la concorrenza.

ALTA TENSIONE - La decisione infiamma ulteriormente lo scontro fra le due società rivali che si contendono il mercato degli smartphone. Settore che, quest'anno, raggiungerà un'altra pietra miliare: per la prima volta gli smartphone supereranno i cellulari classici, conquistando il 52,2% del mercato con un 958,8 milioni di unità vendute, il 32,7% in più rispetto al 2012. Apple e Samsung insieme rappresentano oltre il 50% degli smartphone venduti al mondo, con Samsung leader a livello globale e Apple al top negli Stati Uniti.

Redazione Online5 giugno 2013 | 0:37

Napoli, la buca cerca sponsor «Tappatemi per sempre, grazie»

Il Mattino
di Melina Chiapparino

Le buche nel selciato hanno creato un nuovo genere. Quello dei cartelli che danno voce al dissesto stradale


Cattura
«Cercasi sponsor per otturare buca una volta e per sempre». Lo si legge sul cartello posizionato lungo via Roma per protestare contro la mancata manutenzione di marciapiedi e carreggiate. Nella centralissima arteria dello shopping partenopeo da ieri pomeriggio si affollano capannelli di curiosi e passanti che sostano davanti al foglio bianco sorretto da un piedistallo in ferro, poggiato sul lembo esterno del marciapiede. Il cartello è frutto della creatività ma anche dell'esasperazione di commercianti e residenti.

martedì 4 giugno 2013 - 11:11   Ultimo aggiornamento: 17:05

Bakunin, l'anarchico senza patria che voleva morire a Napoli

Il Mattino
di Francesco Romanetti


Che il caffé sia «nero come la notte, dolce come l’amore, caldo come l’inferno». Tra le passioni che Napoli gli aveva lasciato in corpo, c’era anche il caffé. E poi c’erano le tavolate con il vino rosso e i compagni, c’era il mare, c’erano gli scugnizzi, c’era il popolo. C’era una plebe «schiacciata dalla miseria, dalla fame, dalla malattia e dalla denutrizione», che qui avrebbe cominciato a scaraventare nell’abisso del passato re, padroni, borghesi, preti e sfruttatori. Michail Bakunin, «il barbaro del Nord senza Dio e senza patria», l’aristocratico russo divenuto ribelle giramondo, il mistico della rivoluzione, l’omone barbuto ed eternamente scapigliato e con gli abiti in disordine, a Napoli si sentì davvero a casa.

CatturaQui abitò al vico Belledonne e poi al vico San Guido. Amò questi luoghi. Tanto che nella primavera del 1876, poco prima di morire a Berna, Bakunin aveva deciso di tornare proprio a Napoli per concludervi i suoi giorni. Non fece in tempo. A Napoli rimasero invece le sue figlie: Antonia, che sposò l’internazionalista napoletano Carlo Gambuzzi; Giulia Sofia, che sarebbe diventata la madre del matematico Renato Caccioppoli; Maria, detta Marussia, studiosa di chimica, una delle prime docenti donna dell’università Federico II. E a Napoli sarebbe anche rimasto il seme del socialismo libertario, con i primi circoli dell’Internazionale, le riviste sovversive, la propaganda rivoluzionaria.

L’anarchismo è nato a Napoli. Non è un’esagerazione. Perché è proprio negli anni tra il 1865 ed il 1867, che coincidono con il soggiorno partenopeo, che il pensiero politico di Bakunin perviene definitivamente al progetto dell’Anarchia. A fornire questo quadro storico è ora una raccolta di scritti di Bakunin, curati da Lorenzo Pezzica, pubblicati da Elèuthera con il titolo di "Viaggio in Italia" (pagg. 143, euro 12). Dentro, c’è molto di Napoli. Michail Bakunin, dopo essere scappato dall’esilio siberiano dove lo aveva spedito lo zar e dopo aver percorso mezza Europa con la moglie Antonia Kwiatkowska, inseguito da sbirri e segnalato da prefetti, arriva in Italia nel 1864. Torino, Genova. A Caprera va per incontrare Garibaldi. Poi Firenze e infine Napoli, dove partecipa al Congresso delle società operaie mazziniane e dove poi decide di stabilirsi.

L’Italia che incontra e conosce Bakunin è un’Italia appena nata, l’Italia post-unitaria, in parte ancora piena di speranze e di fermenti risorgimentali, in parte già delusa. Gli scritti di Bakunin raccolti da Pizzica testimoniano la lucidità di un intellettuale che ha ben chiaro il quadro delle contraddizioni sociali e delle divisioni che percorrono il neonato stato italiano, dove individua «cinque nazioni» (i clericali, «dal papa all’ultima beghina»; la consorteria borghese-aristocratica; la media e piccola borghesia; gli operai delle fabbriche; i contadini). Allora l’Italia è un paese di 25 milioni di abitanti, in gran parte analfabeti. Nelle campagne vive tra l’80 e il 90% della popolazione. Nel Mezzogiorno dilaga il brigantaggio: Bakunin ne coglie le cause sociali, la carica libertaria e antistatale (le radici di classe del fenomeno nulla hanno a che fare con le strumentalizzazioni borboniche, né con le interpretazioni neoborboniche e reazionarie oggi rispolverate). Gli scritti La situation italienne e Lettre a mes amis d’Italie contengono queste analisi.

Pensiero e azione? Pensiero e azione: nel senso che Bakunin, portando alle estreme conseguenze le critiche al mazzinismo, elabora l’anarchismo come movimento e pensiero politico. In Italia - scriverà in Etatisme et anarchie - c’è «un proletariato dotato di un’intelligenza straordinaria, pur se in gran parte privo di istruzione e misero», composto da 2 milioni di operai e 20 milioni di contadini. Non c’è dubbio: la rivoluzione o sarà contadina o non sarà. Senza escludere, però, una certa «teoria dell’avanguardia»: «La massa dei contadini - scrive Bakunin - rappresenta già di per sé un esercito immenso e onnipotente». Sarà invincibile se «guidato dal proletariato urbano e organizzato dalla gioventù socialista».

Ed è a Napoli, tra questo «proletariato urbano», che intanto nasce il primo circolo anarchico: ne fanno parte Giuseppe Fanelli, Saverio Friscia, Carlo Gambuzzi, Attanasio Dramis, Carlo Mileti, Alberto Tucci. In uno stanzone buio e umido di San Giuseppe dei Nudi, avvengono le prime riunioni. Dalla provincia di Caserta un giorno ci capiterà anche un ragazzo sveglio e dallo sguardo inquieto. Si chiama Errico Malatesta. Ma questa è un’altra storia. Lui, Bakunin, così conclude il suo scritto La situation, nel 1868: «Italiani! Gli eventi precipitano: la bancarotta dello Stato si approssima da un lato e dall’altro la rivoluzione avanza inesorabile. Fate vostro il suo programma: giustizia, ovvero eguaglianza, ovvero libertà. Fate vostra questa parola santa. Per quanti la ricusano, ve n’è un’altra che mormora da secoli nell’orecchio del popolo: vendetta».

 
martedì 4 giugno 2013 - 20:08   Ultimo aggiornamento: 21:09

Quelle targhe nere che appena fa buio non si vedono più

Luca Fazzo - Lun, 03/06/2013 - 09:00

Cittadini infuriati per il nuovo look dei cartelli. In Comune aperta un'inchiesta sui responsabili

Il giallo delle targhe nere. Targhe stradali che spuntano qua e là per la città, a indicare i nomi di piazze e di vie: un compito che da due secoli viene svolto a puntino dalle classiche targhe in marmo bianco di Carrara, incise una ad una in un laboratorio del Comune da artigiani armati di normografo.

Cattura
Ora, qualcuno fa concorrenza a quelle targhe, così familiari ai cuori dei milanesi, piazzando targhe più grandi, incise su un lugubre sfondo nero, e appena ingentilite da qualche ghirigoro.
La prima, anni fa, in piazza Repubblica, e sembrava un caso isolato. Altre, più di recente, se ne sono aggiunte al Lorenteggio; e da ultimo tra piazza Piola e Lambrate. Così, inevitabilmente, qualche cittadino ha brontolato: ohibò, cos'è questa novità? Oltretutto, appena fa buio le targhe non si leggono più. Peccato che all'ufficio Toponomastica del Comune, dove ci si occupa (oltre a tutto il resto) di produrre e appendere ai muri le targhe, siano caduti dalle nuvole. E, essendo gelosi e fieri del loro lavoro, hanno fatto partire una inchiesta per accertare chi ci sia dietro le targhe nere che spuntano qua e là.

Un primo bandolo del mistero pare sia stato afferrato: le targhe sarebbero figlie di un accordo siglato qualche anno tra gli uffici dell'assessorato all'Arredo Urbano e A2a, la ex municipalizzata che fornisce energia ai milanesi. Dovendo piantare dei pali in giro per la città, A2a avrebbe convenuto di utilizzarli anche per le targhe stradali. L'Arredo Urbano - che è competente sui pali, ma non sulle targhe stradali - avrebbe firmato l'accordo senza avvisare i colleghi della Toponomastica, che quel lavoro lo fanno da sempre. Non è chiaro, poi, se qualcuno abbia esercitato una qualche forma di controllo sulla grafica delle nuove targhe, o se sia stata lasciata alla libera fantasia dell'impresa che le ha realizzate. Quale sia questa impresa, d'altronde, alla Toponomastica non lo sanno. Di certo, non vengono realizzate dal laboratorio interno.

Non è solo un problema di gelosie professionali. La qualità delle targhe - dalla grafica, ai materiali, alla corretta grafia dei nomi, delle qualifiche e delle date che vi appaiono - è da sempre un fiore all'occhiello della macchina comunale. Un osservatore superficiale potrebbe dire: chi se ne importa, a me basta sapere il nome della via. Ma quale elemento caratteristico dell'identità cittadina è altrettanto capillarmente diffuso? Tanto che, se si viaggia verso la periferia, si capisce di avere lasciato il territorio del comune di Milano proprio dal cambiamento nelle targhe stradali.

A Milano vi sono circa 4.100 tra vie, strade e piazze. Tenere in ordine le 38mila targhe stradali che ne indicano il nome è un lavoraccio: sono massicce, spesse due centimetri, e pesano fino a otto chili. Di per loro, sarebbero praticamente eterne, ma inquinamento e vandalismi ne riducono drasticamente la durata. Così, ogni giorno, oltre a produrre le insegne per le nuove strade (sempre più rare) gli artigiani della Toponomastica si occupano di restaurare o di sostituire quelle malandate: incidendo nomi illustri o sconosciuti sempre con lo stesso carattere, un «Romano» aggraziato in uso dagli anni Quaranta, erede legittimo dei caratteri precedenti, e che ancora a qualche cantone si possono vedere.

Ci tengono, quelli della Toponomastica, così tanto che quando sono apparse le targhe nere hanno pensato di andarle a tirare giù, per capire chi avrebbe brontolato. Purtroppo non avevano scale abbastanza alte.

La Kyenge contro l'autista del bus: "Ha maltrattato mia figlia, per problemi col biglietto"

Libero

Il ministro dell'integrazione racconta a Chi un episodio accaduto alla figlia Giulia: "Aveva la tessera che non funzionava ma il controllore è stato aggressivo"


Cattura
Il ministro all'integrazione, Cecile Kyenge, si racconta in un'intervista a Chi, in uscita domani. Il ministro parla della sua vita in Italia e racconta come siano andate le cose quando è arrivata nel nostro Paese. "Non ho avuto problemi in Italia, sia quando sono venuta a Roma per studiare medicina, sia quando mi sono trasferita a Modena per vivere e lavorare. Certo, all’inizio c’era grande diffidenza, gli italiani però hanno una grande tradizione di accoglienza", spiega il ministro.

La figlia e il biglietto dell'autobus - Poi la Kyenge parla anche della sua famiglia e racconta un retroscena che riguarda sua figlia Giulia: "A mia figlia, che è italiana, è andata peggio. E’ stata trattata male in autobus dal conducente, il quale pensava fosse straniera e che volesse fare la furba per non pagare il biglietto. Le mie figlie non si sentono diverse, perché hanno un padre italiano", racconta il ministro. "Un giorno, però, Giulia è tornata scioccata, perché il conducente dell’autobus l’aveva trattata male, pensando fosse straniera e che volesse fare la furba per non pagare il biglietto, mentre la sua tessera non funzionava. E' stato aggressivo e i compagni hanno dovuto difenderla. Io sogno di vedere le persone trattate come cittadini, senza differenze. La persona dovrebbe stare al centro di un progetto per una nuova convivenza".

Cambio di strategia - Insomma quanto accaduto alla figlia secondo il ministro è il campanello d'allarme per cambiare le regole sull'immigrazione in Italia. La Kynege ha proposto già nell'ordine: l'abolizione del reato di clandestinità e l'introduzione dello ius soli, la cittadinanza per diritto alla nascita. Due temi che fanno molto discutere. Argomenti scottanti che hanno anche irrigidito il ministro sulle sue posizioni al punto che qualche settimana fa a Milano in visita in una scuola non ha voluto stringere la mano ad un consigliere leghista. Ora la Kyenge con le interviste patinate a Chi vuole sedurre l'opinione pubblica, magari anche raccontando qualche episodio familiare. Il ministro cambia atteggiamento e vole essere friendly con quell'elelettorato che comunque ancora non scorda le picconate del clandestino Kabobo.

(I.S)

Giornalisti, Grillo gioca sull’ignoranza

La Stampa

E’ come il contadino che insulta le sue galline dalle uova d’oro
michele brambilla


Cattura
C’è qualcosa di surreale in Beppe Grillo che dà degli «spregevoli» ai giornalisti, come ha fatto nel suo ultimo comizio a Piazza Armerina. Spregevoli lo saremo senz’altro, e per tanti motivi, ma tra tutti questi motivi l’unico che manca è proprio quello indicato da Grillo: e cioè che siamo i silenziatori delle sue battaglie.

Anzi. Di che cosa si alimenta, il grillismo? Della convinzione che tutto fa schifo, che i politici sono tutti ladri, che l’Italia è sull’orlo del baratro, che per trovare lavoro ci vuole sempre la raccomandazione, che ci hanno rubato il futuro e i figli è meglio mandarli all’estero. E chi è che più di ogni altro contribuisce, da anni, a diffondere tra la gente queste convinzioni? Chi, se non noi giornalisti, pensa che faccia notizia solo quello che non va, che non funziona, che è corrotto? Perfino nelle previsioni del tempo siamo catastrofisti: il caldo è sempre record e quando piove non è mai piovuto così tanto. Se c’è un terremoto, la colpa non è della Natura crudele matrigna ma dei politici che non hanno previsto, pianificato, prevenuto.

Beppe Grillo vuol far credere che giornalisti e politici siano tutto un pappa e ciccia, ma a Montecitorio e a Palazzo Madama non esiste una categoria più detestata della nostra. E infatti solo pochi mesi fa, quando s’è trattato di modificare la legge che prevede il carcere per la diffamazione a mezzo stampa, con quale godimento i nostri amici politici ci hanno affossati. Vendetta comprensibile: non siamo stati forse noi a chiamarli «casta»?

Grillo gioca molto sull’ignoranza, e così può anche ripetere all’infinito la balla del finanziamento pubblico ai giornali, ma se c’è qualcuno che dovrebbe pagarci, se non altro per gratitudine, è proprio lui. Grillo che chiama spregevoli i giornalisti è come il contadino che insulta le sue galline dalle uova d’oro.

Cina, Tiananmen: muore l’allora sindaco di Pechino

La Stampa

Chen Xitong, considerato uno dei responsabili del massacro, sarebbe morto il 2 giugno, ma la notizia è stata data soltanto oggi

ilaria maria sala


Cattura
Morto a Pechino Chen Xitong, 84 anni, sindaco di Pechino nel 1989, considerato da molti come uno dei principali responsabili della decisione di inviare l’esercito contro gli studenti e i cittadini che manifestavano per la democrazia. 

La morte di Chen sarebbe avvenuta il 2 giugno, ma è stata annunciata solo oggi, probabilmente dopo una fuga di notizie. Il 4 giugno infatti, anniversario del massacro di Tiananmen, è una delle date più delicate dell’intero calendario cinese, che vede i controlli al web raggiungere livelli impensabili (parole quali “oggi”, “stasera”, “candela”, etc. sono tutte censurate, per impedire anche obliqui riferimenti alla data che Pechino vorrebbe dimenticare), e che vede le autorità impegnarsi quanto possibile per impedire il circolare di notizie politiche.

Chen Xitong, originario del Sichuan (come il patriarca delle riforme Deng Xiaoping, con cui aveva una buona relazione e diversi legami familiari), fece gli studi a Pechino e rimase nella capitale, divenendo poi uno dei principali membri di quella che è stata chiamata la “fazione di Pechino” opposta a quella “di Shanghai” – alla cui testa si trovava il successore di Deng, Jiang Zemin. Fu sindaco di Pechino dal 1983 al 1993, e venne promosso di rango all’interno del Partito Comunista subito dopo il massacro di Tiananmen.

Chen cadde successivamente in disgrazia, una volta arrivato al potere Jiang Zemin, e nel 1998 venne imprigionato per corruzione e condannato a sedici anni di prigione (ma venne rilasciato nel 2006). L’incarcerazione di Chen Xitong rappresentò uno dei casi più clamorosi di caduta in disgrazia di un alto leader politico cinese, e venne letto come un segno della lotta intestina fra le due fazioni principali, quella di Shanghai e quella di Pechino. Chen Xitong, durante il suo mandato come primo cittadino di Pechino, diede il via alla ricostruzione della capitale, portata avanti demolendo le parti antiche della città a favore di nuovi grattacieli ed edifici massicci, che continua tutt’ora.

Una volta uscito dal carcere, Chen cercò di separare il suo nome da quello della repressione studentesca del 1989, sostenendo, in una serie di interviste pubblicate lo scorso anno in forma di libro, che il massacro di Tiananmen era stato “una tragedia terribile”. Malgrado questo, il suo nome resta fermamente associato agli eventi di quell’anno, e Wang Fandi, padre di una delle vittime del massacro, parlando con il South China Morning Post ha descritto la morte di Chen proprio in questa data come una “retribuzione divina” per il suo ruolo nella soppressione del movimento studentesco.

Dall’età del Bronzo fino a noi Riemersa una flotta di tremila anni fa

La Stampa


Cattura
Alcuni degli scafi, che furono deliberatamente affondati, sono in parte ornati di incisioni di figure a forma di zero e croci. Altre hanno maniglie per poterle sollevare dall’acqua. Una barca ha tracce di bruciature sulle assi del ponte, si immagina che siano causate dalla cottura a bordo delle prede. Molte hanno tracce di riparazioni fatte con l’argilla. Si sono preservate così bene attraverso i secoli grazie alla sabbia umida che le ricopriva. Alcuni scafi sarebbero ancora in grado di galleggiare.

Racconta l’archeologo dei Beni culturali Ian Panter: “La scoperta della prima barca ha provocato molta eccitazione. Poi hanno cominciato ad arrivare telefonate in ufficio: c’ n’è un’altra e un’altra e un’altra”. Alcune assi della poppa delle imbarcazioni sono state rimosse perché affondassero. Sul motivo dell’affondamento ci sono soltanto ipotesi: un sacrificio, oppure un modo per impedire che il legno seccasse. In quest’ultima caso però non si spiegherebbe perché nessuno ha poi recuperato quegli oggetti preziosi.

Gli archeologi stanno ancora aspettando i risultati dell’esame del carbonio 14 per datare con precisione i reperti, ma si pensa che la barca più antica risalga al 1600 avanti Cristo e la più recente al 600. Le flotta è stata esposta in località Flag Fen: è rinchiusa in un contenitore che mantiene la temperatura a - 5 gradi ma la si può osservare dai vetri.

Concesso il parto cesareo a Beatriz L’Onu: “Non si ripetano casi simili”

La Stampa
paolo manzo


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È giunta a un epilogo la storia di “Beatriz” alias María, la giovane di 22 anni di El Salvador, incinta di un feto anancefalo. Ricoverata in ospedale da due mesi in condizioni fisiche precarie - soffre di una malattia cronica di natura autoimmune - è stata sottoposta ad un cesareo dopo un suo peggioramento. La bambina che ha partorito, senza cervello e con altre anomalie gravissime, è sopravvissuta, come prevedevano i medici, solo 5 ore.

Il caso di Beatriz era diventato di dominio pubblico grazie ad una sua lettera aperta sui principali quotidiani salvadoregni dove chiedeva di poter abortire. In un paese, però, che seppur retto da un governo progressista di sinistra vede ancora l’aborto come un tabù. L’interruzione di gravidanza è infatti vietata, come in quasi tutti gli altri paesi dell’America Latina, ma la differenza è che in El Salvador è vietata “in qualsiasi circostanza”. In Brasile invece, per esempio, María avrebbe potuto abortire perché l’aborto è legale in caso di anencefalia del feto.

La Corte Suprema salvadoregna, cui la donna si era rivolta appellandosi al fatto che la sua vita era in pericolo come dichiarato dai medici, le ha però negato l’aborto, scatenando le proteste della società civile e della comunità internazionale. Un aborto negato - come hanno sottolineato gli stessi giudici - perché la Costituzione ad El Salvador protegge il diritto di vita “dal momento del concepimento” ed “in ogni caso”. E chi viola la legge abortendo è punibile con condanne che arrivano sino a 50 anni di carcere.

Alla fine, grazie anche all’intervento della Corte Internazionale dei diritti umani, Beatriz, che stava entrando nella ventisettesima settimana di gestazione, ha potuto sottoporsi ad un parto cesareo. “Sono esausta - aveva dichiarato prima di entrare in sala operatoria - e mi costa una fatica enorme respirare”. Adesso si trova in terapia intensiva. “È un momento terribile per noi - ha commentato sua madre Delmy Cortés - mia figlia è una donna forte ma è stata sottoposta ad una tensione enorme e ho paura di come si sentirà quando si sveglierà. Ha passato di tutto, e non parlo solo di salute”. 

La storia di Beatriz, nonostante l’epilogo tormentato e triste, si è trasformata comunque in un simbolo fortissimo per le donne di tutto il mondo. La ragazza, di estrazione sociale umile - proviene da Jiquilisco, un piccolo paese di El Salvador - ha lottato per i suoi diritti, andando contro la rigidità della legislazione del suo paese. E alla fine, nonostante tutto, ha vinto lei. La sua vita era in pericolo ed alla fine è riuscita a salvarsi. E se l’Onu ha chiesto a El Salvador che casi come quello di Beatriz “non si ripetano più”, soddisfatte si sono dette le associazioni pro-vita cattoliche salvadoregne, per le quali “è stato salvaguardato il feto”, mentre le ong pro-aborto accusano, “una 22enne ha rischiato di morire”. 

Non aiutate i figli a trovare lavoro” L’imprenditore striglia i genitori inglesi

La Stampa

Da Londra il monito del responsabile della Mobilità sociale del governo: «I ragazzi non devono pensare che i successi si ottengano senza sforzo»

claudio gallo
corrispondente da londra


Cattura
Mentre la tanto subissata famiglia, diventa in tempo di crisi, l’ultimo ammortizzatore sociale, almeno da noi, in Gran Bretagna c’è chi mette in guardia dal suo intervento protettivo. L’allarme viene dall’imprenditore anglo-pachistano James Caan, famoso per aver inventato il programma della Bbc “Dragons Den” (“La tana dei draghi”, dove imprenditori si confrontavano con dei ricconi per convincerli a finanziare i loro progetti) appena nominato responsabile della “Mobilità Sociale” dal vicepremier Nick Clegg.

«Non dovete aiutare i vostri figli a trovare un lavoro - è il messaggio di Caan che da domani entra in carica - a meno che lo stiano già cercando attivamente da almeno un anno senza successo».
Nick Clegg ha spesso criticato l’impiego di praticanti non pagati definendolo «un limite alla mobilità sociale», nonostante quando era studente alla Westmintser School, il padre gli avesse trovato un posto in banca per fare esperienza.

«E’ impostante che i genitori capiscano che i figli devono reggersi sui propri piedi - ha detto James Caan al Daily Telegraph -. Non bisogna dare ai ragazzi l’impressione che le cose si ottengano senza sforzo». “No pain, no gain”, dice un fondamentale proverbio americano. Caan è cosciente del fatto che non è compito del governo spiegare alle famiglie che cosa devono fare ma, spiega: «Il nostro compito come società è di far comprendere alla gente le conseguenze delle cose che facciamo e i messaggi impliciti in alcune delle azioni intraprese».

Strage di elefanti in Africa centrale l’avorio sovvenziona i guerriglieri

La Stampa

Allarme bracconaggio in Congo: i ribelli del movimento guidato da Kony sterminano gli animali e ne commerciano le zanne insieme alle armi

marina palumbo


Cattura
Secondo un nuovo rapporto pubblicato da gruppi umanitari internazionali, l’Esercito di Resistenza del Signore (o Lord’s Resistance Army - LRA), un gruppo di guerriglieri africani, si sarebbe dato al bracconaggio di elefanti come risorsa economica per alimentare le proprie atrocità. 

Il movimento guidato da Joseph Kony era salito all’attenzione dei media e dei frequentatori del web già lo scorso anno, quando il video virale Kony 2012 , un documentario choc sulle atrocità compiute nei confronti dei soldati bambini, aveva sollevato l’attenzione anche della comunità internazionale, dando il via ad interventi militari più pressanti nelle zone dell’Africa centrale, dove i ribelli si nascondono tra le foreste equatoriali. 

Enough Project e Satellite Sentinel Project, due organizzazioni internazionali impegnate contro genocidi e crimini contro l’umanità, lanciano l’allarme: foto ed immagini dal satellite di un campo di addestramento dei miliziani nel Parco Nazionale di Garamba, in Congo, mostrano con chiarezza incontri con arrivi di elicotteri, durante i quali si svolgerebbero commerci di avorio, armi e cibo. 
Le conclusioni sono sostenute dalle dichiarazioni dei testimoni oculari, disertori che mettendo in pericolo la propria vita, hanno abbandonato le file dei guerriglieri. Alcuni di essi - come racconta il documentario - vengono uccisi durante la fuga. I pochi che sopravvivono raccontano di atrocità terribili. 

Peter Fearnhead, direttore di African Parks, che ha giurisdizione e gestisce il parco di Garamba per conto dell’autorità congolese per la fauna selvatica, racconta: «L’Esercito di Resistenza del Signore è ormai parte della più larga emergenza legata alla caccia di frodo che sta decimando gli elefanti in tutta l’Africa centrale. L’alto prezzo dell’avorio è un’attrattiva per i gruppi come questo. Negli Anni ’70 nel parco di Garamba c’erano ventimila elefanti. Oggi combattiamo per salvare quelli rimasti, che stimiamo siano tra 1800 e 2500».

Il rapporto sull’emergenza, dal titolo “Kony’s Ivory” è corredato da un impressionante video della durata di cinque minuti. 



VIDEO

Bracconaggio di elefanti in Congo

I Flintstones ai Campi flegrei «Qui si è estinto l'uomo di Neanderthal»

Corriere del Mezzogiorno

Eruzione e grande freddo: secondo gli ultimi studi l'ominide si sarebbe estinto per un'esplosione del vulcano napoletano


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NAPOLI - Il mistero sull'estinzione dell'uomo di Neanderthal potrebbe trovare soluzione studiaqndo, una volta di più. i Campi Flegrei. È l'ultima teoria sui nostri antenati sviluppata dal gruppo «Reset» e prossima alla presentazione in un convegno al British Museum: l'estinzione della specie venne causata da una gigantesca eruzione di un vulcano nella zona dei Campi Flegrei, circa 40 mila anni fa.

ESPLOSIONE, CENERE E GRANDE FREDDO - Una fortissima esplosione del complesso vulcanico napoletano, avvenuta circa 39 mila anni fa (10 mila anni prima di quello che si era ipotizzato fino ad ora), avrebbe liberato un'enorme quantità di polvere e ceneri sull'Europa e su una parte dell'Asia rendendo impossibile la vita all'ominide di Neanderthal. La nube avrebbe coperto i raggi del sole contribuendo ad abbassare drasticamente le temperature mentre le piogge acide avrebbero inaridito i terreni.

TEORIE CONTRASTANTI - La nuova teoria ribalterebbe tutte le ipotesi precedenti sulla scomparsa della specie: nel 2005 Jason Shogren, economista dell'Università del Wyoming di Laramie, pubblicò con i suoi collaboratori una prima teoria sulla scomparsa dell'uomo di Neandertal, basata soprattutto sulle differenze «culturali» con l'Homo sapiens. Lo studioso avanzò l'ipotesi la specie si sia dovuta scontrare con la particolare cultura del nostro antenato più diretto: questa cultura si basava su tecniche avanzate di commercio, cosa che portava più tempo libero rispetto a una cultura basata sulla caccia. La complessità e la versatilità di una tale cultura avrebbe avuto esito fatale per la più "tradizionale" cultura dei Neanderthal. Stephen Kuhn e Mary Stimer dell'università dell'Arizona, documentarono poi la tesi giustificandola con una migliore suddivisione dei lavori tra i sessi affidando alla donna lavori stanziali e meno gravosi.

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ANTICIPO DELL'ESTINZIONE - «Finora abbiamo ritenuto che l'Homo Sapiens sia arrivato in Europa 35 mila anni fa e abbia vissuto almeno per altri cinquemila anni insieme ai Neanderthal», spiega il professor Chris Stringer del Museo di Storia naturale di Londra, un passaggio netto tra specie, e non graduale come riportato dalle precedenti teorie. Il professore predica comunque cautela sulla nuova teoria:«Al tempo dell'eruzione, gli uomini di Neanderthal erano probabilmente quasi tutti scomparsi. Certo, alcuni potevano essere ancora sopravvissuti e l'eruzione dei campi Flegrei può aver rappresentato il colpo di grazia»

Natale De Gregorio 04 giugno 2013

Chiamò il figlio Adolf Hitler. Va in tribunale con la divisa nazista

Il Mattino

Heath e la moglie Deborah Campbell hanno altri tre bambini, tutti con nomi di ispirazione nazista



Cattura
NEW YORK - Heath Campbell insiste, e torna alla ribalta della cronaca per essersi presentato in tribunale con indosso una uniforme nazista: «Se sono bouni giudici mi guarderanno dentro e non si fermeranno alle apparenze», ha detto l'uomo , in tribunale per cercare di riavere il quarto figlio, nato nel 2011 e, appena 17 ore dopo la nascita, affidato allo Stato.

Heath e la moglie Deborah Campbell hanno altri tre bambini, tutti con nomi di ispirazione nazista (uno di loro si chiama Adolf Hitler Campbell). Anche i tre piccoli sono stati presi in custodia dallo Stato. Nel 2008 la coppia è salita alla ribalta quando un pasticcere rifiutò di decorare la torta per il terzo compleanno di Adolf Hitler. Qualche mese dopo, nel gennaio 2009, Adolf Hitler e le due sorelle Joycelynn Aryan Nation e Honszlynn Himmler Jeannie sono stati dati in affido dai servizi sociali.


martedì 4 giugno 2013 - 17:05   Ultimo aggiornamento: 17:05