lunedì 3 giugno 2013

La mia tomba in Laterano»

Corriere della sera

Le memorie di monsignor Capovilla. Un appunto di Giovanni XXIII: seppellitemi al Vicariato


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«Non è vero che papa Giovanni XXIII volesse andare a vivere definitivamente in Laterano, è vero che dopo aver indicato il luogo della sua sepoltura nelle Grotte vaticane già nel 1960, due anni dopo immaginò che le sue spoglie potessero riposare per sempre là, presso l'arcibasilica che è madre di tutte le chiese di Roma e del mondo», ci dice monsignor Loris Capovilla.
E alle parole, l'antico segretario e contubernale del papa bergamasco, fa seguire la prova scritta di quanto afferma.

L'abbozzo di un documento autografo, senza firma e senza data, ma «certamente dell'agosto 1962», dal testo inequivocabile: «Accetto sin da ora di venir seppellito nella cripta sotterranea di San Pietro, nel loculo che mi venne già indicato Esprimo però il vivo desiderio, e la fervida preghiera che, quando riesca felicemente il progetto, che io stesso suggerii ed incoraggiai, della trasformazione del Palazzo Lateranense a sede definitiva del Vicariato di Roma - sede del Cardinal Vicario, uffici di amministrazione e quanto altro riguarda il governo del Papa quale Vescovo di Roma le mie povere exuviae vengano pietosamente trasferite dalla cripta di San Pietro alla cappella interna - che non potrà certo mancare - dello stesso Vicariato.

Questa carità come opera di misericordia mi permetto di chiedere perché il mio tenue ricordo rimanga a San Giovanni, a segno di protezione e di benedizione precipua sopra la diocesi di Roma, che ho sempre sentito di amare tanto, sulle tracce di San Pietro apostolo, primo suo vescovo, e come tale erede del supremo Pontificato urbis et orbi, che nonostante la mia indegnità, il Signore si è degnato di affidarmi...». Questo il voto estemporaneo affidato a un appunto, nella consapevolezza di un ruolo e di un servizio nelle sue origini e premesse. A cinquant'anni dalla morte - 3 giugno 1963 - papa Roncalli riposa nella basilica di San Pietro, in una teca di cristallo sotto l'altare di San Girolamo dove le sue spoglie son state traslate dalle Grotte Vaticane ed è bene che non vengano più mosse, nonostante il pensiero nel brano appena citato.

CatturaE tuttavia, ricordare oggi questo voto, aiuta a far capire, anche alla luce di quanto sta avvenendo nella Chiesa, l'amore del Papa al Laterano, in quanto sede da lui voluta del Vicariato, ma pure nella valenza simbolica espressa dalla suggestione di questo «ritorno» là dove c'era stata la residenza ufficiale dei sommi pontefici dalla prima metà del quarto secolo fino al trasferimento ad Avignone e a quello successivo in Vaticano nel Quattrocento, che, motivi logistici a parte, corrispose anche a una differente visione ecclesiologica. Pensavamo anche a questo vedendo papa Francesco giovedì sera alla messa del Corpus Domini sul sagrato di San Giovanni in Laterano, là dove è ritornato dopo esserci stato il 7 aprile per il rito di insediamento «nella cathedra romana», appunto come vescovo dell'Urbe.

E ci pensavamo non solo perché - come alcuni hanno scritto (ipotesi smentita dalla Sala Stampa Vaticana) - papa Bergoglio avrebbe avuto in animo di trasferirsi qui da Santa Marta, ma proprio perché sin dall'inizio è stato lui a rammentare, insistendovi, che il papa è tale in quanto «vescovo di Roma», termine col quale predilige chiamarsi. Sottolineando ancora un primato da esprimere accentuando il dato del servizio, non del potere di giurisdizione universale.

E allora tornano in mente le parole di Giovanni XXIII a quella che allora si chiamava «presa di possesso» dell'arcibasilica lateranense «caput et mater». Spiegò allora che «non è già il principe che si adorna con i segni del potere esteriori colui al quale ora si guarda, ma il sacerdote, il padre, il pastore, che fonde nella stessa persona due autorità e due missioni eccezionali: vescovo della diocesi di Roma e pontefice della Chiesa universale».

MARCO RONCALLI
2 giugno 2013 (modifica il 3 giugno 2013)

Con il cordone donato salvate 30 mila persone nel mondo

Corriere della sera

La Milano Cord Blood Bank compie venti anni con oltre 500 trapianti e 30.000 donazioni

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Ogni bimbo che nasce ne può salvare un altro, magari dall'altra parte del mondo con la semplice donazione del cordone ombelicale. Lo sanno bene alla Milano Cord Blood Bank, la più importante delle 18 banche del cordone ombelicale italiane che quest'anno l'8 giugno, con un convegno internazionale, festeggia i venti anni di vita. In tanti anni oltre mille ostetriche hanno raccolto a favore della banca di Milano circa 32 mila donazioni di sangue del cordone ombelicale in 41 diverse sale parto in Lombardia nella provincia di Trento. E oggi, grazie alla solidarietà di tante mamme (e papà) alla Cord Blood Bank di Milano sono disponibili diecimila donazioni congelate e idonee per il trapianto e finora sono già stati eseguiti 526 trapianti in 177 centri in tutto il mondo.

«Sappiamo che la metà delle persone trapiantate è oggi ancora viva - racconta Paolo Rebulla, ematologo, per 13 anni responsabile della Milano Cord Blood Bank - e per noi è grande traguardo. Qualche mese fa abbiamo inviato in Cile una donazione conservata per 17 anni per una ragazzina che è stata trapiantata e ora sta bene. Di recente sono venuti a trovarci di persona i nonni di una bambina francese salvata da un trapianto di sangue ombelicale conservato nella nostra banca. Le storie sono tante, e ognuna di questa ci dà la spinta a fare sempre di più».

I NUMERI - Il cordone è vita che rigenera vita. In tutto il mondo esistono 150 banche, 600 mila donazioni disponibili congelate e sono stati effettuati 30 mila trapianti. L'obiettivo? «Far crescere ancora di più le donazioni, arrivare a un milione e 200 mila donazioni disponibili nel mondo, così ci sarà un cordone disponibile per tutti» chiarisce Rebulla. E anche aumentare il numero di banche: «In Africa e in Asia infatti non esistono» spiega Pierluigi Vasilotta, oncologo e socio del Lions Club,promotore insieme alla Fondazione IRCCS dell'Ospedale Maggiore Policlinico di Milano del congresso.

A COSA SERVONO - Le staminali del sangue cordonale, come quelle del midollo osseo sono utili con trapianto allogenico, ovvero tra donatore e ricevente diversi contro leucemie, linfomi, talassemie, immunodeficienze e alcuni difetti metabolici. Nonostante gli annunci di molte scoperte che talvolta vengono pubblicizzati, oggi non esistono ancora applicazioni per malattie come Alzheimer o traumi spinali. La comunità scientifica non incoraggia la conservazione autologa, cioè per se stessi, del cordone ombelicale perché sottrae risorse a terapie efficaci, mentre il sangue è un bene pubblico di interesse primario. Inoltre le staminali della stessa persona che si è ammalata potrebbero contenere dei precursori della malattia e facilitarne il ritorno.

I VANTAGGI - Le cellule staminali del sangue cordonale sono emopoietiche, in grado di dare origine a tutte le cellule del sangue, globuli rossi, bianche e piastrine. Rappresentano quindi una risorsa preziosa per rigenerare l'ambiente midollare danneggiato. «Delle cellule staminali conservate - prosegue Rebolla - se ne utilizza circa il 5%perché servono per un numero limitato di malati. Rispetto al sangue midollare, per quello ombelicale serve una compatibilità meno stringente: bastano 4 fattori genetici su 6 contro i 6 su 6». Non tutti i cordoni donati possono essere utilizzati perché il materiale disponibile alla donazione deve essere tipizzato (cioè classificato secondo le caratteristiche indispensabili per stabilire la compatibilità) e poi congelato. Il successo del trapianto è legato alla quantità di cellule isolate, e dal momento che conservarle costa tra i 1.000 e i 2.000 euro vengono selezionati solo i «più ricchi».

NUOVE FRONTIERE - Nel convegno dell'8 giugno si parlerà proprio di come utilizzare quei cordoni ombelicali che oggi vengono scartati con nuovi prodotti (ad esempio un nuovo gel piastrinico che ha una particolare efficacia terapeutica per ulcere cutanee). «Questi nuovi emocomponenti consentiranno di valorizzare la generosità che molti genitori manifestano verso la donazione a favore della collettività, rispetto alla conservazione commerciale autologa» conclude Rebulla. Ospite d'eccezione Eliane Gluckman da Parigi, celebre ematologa che nel 1988 eseguì il primo trapianto di cellule staminali da sangue cordonale su un bambino affetto da anemia aplastica

Cristina Marrone
3 giugno 2013 | 18:32

Rock & pop in aiuto di cani e gatti senza casa

Corriere della sera

Un'adozione al giorno grazie all'Arca degli animali lanciata da Radio 105, Rmc e Virgin. Con Kris&Kris come testimonial

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«Per ogni cane o gatto in cerca di adozione c’è un padrone giusto. Per questo il progetto funziona: è una sorta di Facebook che permette di abbinare la persona migliore all’amico a quattro zampe che ancora non ha trovato una famiglia. Vogliamo promuovere un’adozione responsabile. Non per moda o per capriccio». Kris&Kris – al secolo Kris Reichert e Kris Grove –, deejay di Radio 105, sono le testimonial dell’Arca degli animali, iniziativa lanciata da Radio 105, Radio Monte Carlo e Virgin Radio in collaborazione con la catena di negozi Arcaplanet per promuovere l’adozione dei cani e dei gatti che affollano i rifugi delle nostre città e sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema dell’abbandono.

ADOZIONI A BUON FINE - Il progetto, partito un mese fa, ha già portato a una ventina di adozioni, ma gli aspiranti padroni che si sono registrati sul sito sono oltre 140. Centosettanta tra gattili e canili di tutta Italia hanno aderito alla rete dell’Arca inviando le schede degli animali che necessitano di aiuto. Il database convoglia tutte le schede ricevute in uno speciale software (certificato e non manomettibile) che dopo la partenza del progetto, a cadenza regolare, estrarrà a caso gli animali destinati all’adozione per le due settimane successive. Ogni animale adottabile viene presentato in modo chiaro, con foto e scheda che ne illustra lo stato di salute e il carattere. Compresi quelli con problemi, magari dovuti all’età, che hanno bisogno di maggiori attenzioni.

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STORIE ALLA RADIO - Ogni giorno, la storia di uno di loro, viene raccontata da Kris&Kris nei due appuntamenti quotidiani dedicati all’iniziativa. Gli ascoltatori interessati all’adozione, sia dell’amico in vetrina, sia di tutti gli altri, dovranno proporre la propria candidatura tramite la compilazione di una semplice scheda che metta in evidenza motivazioni e i requisiti personali. Saranno i responsabili dei rifugi a scegliere il padrone più adatto al cane o gatto prescelto. Ad ogni nuovo padrone, Arcaplanet donerà un buono acquisto di 150 euro da spendere per la cura e l’alimentazione del proprio amico a quattro zampe. «E’ importante sapere che gli amici pelosi saranno seguiti anche dopo l’adozione– spiegano le deejay di Radio 105 -, in modo da creare una community di amanti degli animali che condividono le loro esperienze e il loro impegno». Alla lotta per i diritti degli animali è dedicata anche l’iniziativa «Save the Animals», una serie di video condotti da Kris Reichert, visibili sul sito www.105.net.

Olivia Manola
3 giugno 2013 | 17:38

Battista contro il metodo Travaglio

Libero

L'editorialista del Corriere della Sera attacca il vicedirettore del Fatto: fanatico


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Pierluigi Battista si toglie ad uno ad uno tutti i sassolini dalle scarpe. Lo fa sulla sua rubrica "Particelle elementari" sul Corriere della Sera. Si scusa con i lettori per rubare spazio alla replica ma evidentemente l'editorialista proprio non riesce a trattenere la sua critica feroce più che contro Marco Travaglio contro il suo metodo. "Contro un fanatico non c'è argomento che tenga" però scrive "è' difficile dover ingoiare l'ultima lezione di deontologia professionale dall'autore dell'intervista più inginocchiata della storia (a Beppe Grillo, uno che ha insultato Rita Levi Montalcini) a pari merito con quella di Gianni Minà a Fidel Castro e di Emilio Fede a Silvio Berlusconi".

I tremori di Marco -  Battista spiega che "Travaglio non argomenta, mena e il manganello può intimidire ma non far cambiare le convinzioni. Beninteso: mena sempre tranne davanti al potente che gli sta di fronte". Battista cita "l'umiliante tremolio dell'eroico paladino", la volta in cui Travaglio a Servizio Pubblico aveva davanti Berlusconi, e ricorda che "menava chi dubitvava che Andreotti avesse davvero baciato Totò Riina". Battista definisce Travaglio il "pasdaran di ogni accusa, la guarda pretoriana di ogni pubblico ministero. La difesa dell'imputato? Un'inammissibile perdita di tempo". E poi ricorda che il vicedirettore del Fatto ha scritto moltissimi articoli per "deplorare Berlusconi che sbraitava sulla politicizzazione della Corte Costituzionale" e si chiede: "Ma che ha fatto Travaglio quando la Corte Costituzionale ha dato torto al Pm suo amico che in questi giorni trova deprimente lavorare con l'operoso popolo valdostano?"

Il bluff dei tagli alla politica

Vittorio Feltri - Lun, 03/06/2013 - 15:03

A 20 anni dal referendum che ha abrogato il finanziamento pubblico ai partiti, siamo ancora qui a discutere sulla stessa questione

Il governo ha deciso - a parole - di abolire i rimborsi elettorali, e gli italiani gridano vittoria. Ma quale vittoria? A 20 anni dal referendum che ha abrogato il finanziamento pubblico ai partiti, siamo ancora qui a discutere sulla stessa questione.


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Anche un tonto capisce che si tratta di una presa in giro. La politica, si dice da sempre, dovrebbe campare col sostegno volontario dei contribuenti. In teoria. In pratica i cittadini la disprezzano e quindi non hanno alcuna voglia di foraggiarla. Quindi? Il problema non ha soluzione. I partiti, per vivere secondo lo stile che si sono dati da decenni, hanno bisogno di molto denaro. O ne ricevono dallo Stato sotto forma di versamenti generici, come avveniva un tempo, oppure sotto forma di rimborsi. Tertium non datur. O, meglio, si devono arrangiare come possono: col furto. Che però è pericoloso, perché c'è sempre in giro qualche magistrato rompiballe incline a sollevare scandali. Durante la Prima Repubblica era in voga il sistema delle tangenti, grazie al quale girava grana per tutti, a volontà. Ogni appalto pubblico creava l'occasione per rendere l'uomo ladro. E la categoria dei ladri, infatti, si ingrossava a vista d'occhio.

Non poteva durare e non durò. Sappiamo com'è andata a finire. Dal finanziamento statale si passò in fretta ai rimborsi. E il denaro continuò a piovere nelle tasche capaci degli addetti alle segreterie. Dal 1994 al 2008, le entrate per lorsignori sono state complessivamente pari a 2 miliardi e 253 milioni di euro. Mica male. Le spese documentate (si fa per dire) sono ammontate a 579 milioni. Un quarto. Rimane da giustificare una somma di circa un miliardo e mezzo. Dove sono finiti tanti quattrini? Ah, saperlo! Bisogna affidarsi all'immaginazione: probabilmente la voce rimborsi elettorali non è fedele alla realtà. Le spese per la propaganda sono un'inezia rispetto a quelle relative al mantenimento degli apparati di partito, sproporzionati per eccesso di gigantismo in relazione all'attività che svolgono.

Montagne di soldi se ne vanno per stipendiare fancazzisti e consentire a leader e leaderini un'esistenza agiata. La politica è un'idrovora? Facciamo una spugna. Assorbe palanche in quantità perché non è in grado di regolarsi. Chi entra nel Palazzo e ricopre un incarico, per quanto modesto, si sente autorizzato a scialare risorse. Non rinuncia allo status di nababbo. Spreca: lo abbiamo verificato non solo a livello romano, ma anche regionale. Renata Polverini, ingenua signora di borgata, non si era nemmeno accorta, pur essendo governatore del Lazio, che in bilancio figuravano oltre 10 miliardi destinati a soddisfare gli sfizi dei gruppi consiliari. Era costume consolidato distribuire banconote a chiunque ne facesse richiesta: un diritto di casta. Il conquibus dell'amministrazione pubblica è equiparato a quello delle mignotte: vi si attinge e buonanotte. Paga Pantalone.

A forza di tirarla, la corda s'è spezzata. La crisi ha fatto il resto. E Grillo, che micco non è, ci ha montato sopra una campagna: i guai della Repubblica sono da attribuire agli sperperi della politica. Una balla. Ma le balle sono più suggestive della verità e si bevono. Oggi per avere successo alle urne è obbligatorio prendersela con i mangioni. Che fanno schifo, ma non sono la causa del disastro. Se i bilanci degli enti risultano fallimentari, ciò è dovuto alla dilatazione delle uscite, ai capitali sperperati in ogni settore, principalmente quello della sanità. Nessuno controlla. Nessuno osa tagliare dove si può. L'imperativo di ogni politico non è dedicarsi all'interesse generale, ma a quello del partito: l'obiettivo è conservare il potere, non usarlo per il bene comune. Se limo, perdo voti. Se non limo, forse ne guadagno. Metodo esiziale: i conti non tornano più e si impone un aumento delle tasse per farli quadrare.

Detto questo, torniamo a bomba. Enrico Letta, presidente del Consiglio, minacciato dai grillini, e per accontentare gli elettori assetati di sangue politico, ha messo mano ai rimborsi. Fumo negli occhi dei gonzi. Difatti egli non ha eliminato il finanziamento. Ha solo promesso di cancellarlo nel giro di quattro anni. Un po' per volta, per carità. Intanto, fino al 2017 i milioni non cesseranno di piovere nei portafogli dei soliti noti. Poi si vedrà. Si studierà qualcosa per non far mancare liquidi alle segreterie. Esattamente come accadde quattro lustri orsono quando il referendum pannelliano obliterò la legge sul finanziamento pubblico ai partiti e si escogitò il modo per aggirare l'ostacolo, mutando la causale dei versamenti che seguitarono in quantità ognora crescente. Nessuna illusione. I denti della politica non saranno smussati né da Letta né dai suoi successori. Il Pd ha annunciato il licenziamento di 180 dipendenti. Saranno collocati in cassa integrazione, notoriamente pagata dagli italiani. Se non è zuppa, è pan bagnato: tocca sempre alla gente sborsare.

Da mesi il mantra è: creare posti di lavoro. Idea fantastica. Come? È compito degli imprenditori assumere operai, impiegati, tecnici e dirigenti. Non dello Stato. Ma un'azienda soffocata da un fisco crudele e da una burocrazia ottusa che impone lacci e lacciuoli, come fa ad ampliare l'organico se non è all'altezza della concorrenza straniera nel piazzare prodotti a prezzi competitivi? Le ditte non chiudono i battenti per capriccio né delocalizzano per far rabbia alle maestranze, ma perché invece di profitti accumulano debiti. Chiunque comprende: è inutile che il governo pretenda dagli industriali, piccoli o grandi, sforzi insostenibili per incrementare l'occupazione. Non ci riusciranno mai. A meno che lo Stato non recida le unghie al fisco (riducendo ai minimi termini il cosiddetto cuneo) e non ridimensioni il pachiderma burocratico. Ecco il nodo da sciogliere. Se la politica si impegnasse in questa direzione, infischiandosene dei vincoli europei di sperimentata inefficacia, potrebbe tranquillamente rubare come sempre ha fatto. Gli italiani sono pronti a tollerare i furti, se accompagnati da iniziative vantaggiose per il Paese. Non hanno paura dei ladri, ma degli stupidi.

Come rimanere clandestini a norma di legge

Paola Fucilieri - Lun, 03/06/2013 - 15:30

Rimandare a casa loro gli stranieri è sempre più difficile: furberie ed escamotage per evitare o rinviare l'espulsione, avallate dalla superficialità di certe politiche in materia d'immigrazione, sono infatti all'ordine del giorno. Lo stesso vale per una semplice domanda d'asilo

Milano - Si fa presto a dire rimpatri. Le vie per rimandare a casa loro gli stranieri che non hanno titolo per restare in Italia sono molto più impervie e disseminate di ostacoli di quel che si può pensare.


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Furberie ed escamotage per evitare o rinviare l'espulsione, avallate dalla superficialità di certe politiche in materia d'immigrazione, sono infatti all'ordine del giorno. Lo stesso vale per una semplice domanda d'asilo. Che può essere presentata e ripresentata senza limiti. E nel frattempo - a meno che il rigetto non «colga» l'immigrato proprio mentre è in volo per casa, circostanza piuttosto rara - si può fare ricorso e restare in Italia. Proprio quel che è capitato a Mada «Adam» Kabobo, il 31enne ghanese che lo scorso 11 maggio, a Milano, ha preso a picconate tre uomini uccidendoli: l'africano aveva fatto richiesta di asilo politico nel 2011, status che gli era stato negato in prima battuta. Ma lui aveva presentato ricorso, sul quale i giudici non si sono ancora pronunciati e per questo, a causa del procedimento pendente, pur essendo irregolare non poteva essere espulso.

Tuttavia anche chi sembra praticamente già rimpatriato, con tanto di espulsione e il volo che lo aspetta all'aeroporto, può trovare un modo per rimandare la partenza. Salire su un'aereo per far tornare un clandestino nel proprio paese d'origine, con una scorta di poliziotti e il personale medico necessario, insomma, solo in apparenza è un'operazione priva di difficoltà. Senza contare che anche nei periodi più critici, come tra il 2011 e il 2012, quando i nordafricani sbarcavano numerosi sulle coste italiane e la Direzione centrale dell'immigrazione e della polizia delle frontiere aveva disposto un servizio bisettimanale di voli charter collettivi da Milano e Roma per il loro rimpatrio, l'organizzazione lasciava piuttosto a desiderare.

Alla stregua di un bus urbano un aereo partito da Linate con destinazione Tunisi fa prima tappa a Roma, a Bari e a Palermo per poi far ritorno a Milano, con viaggi che durano una dozzina di ore e partenze variabili tra le 5.30 e le 7 del mattino. E gli imprevisti per sospendere la scorta e rinviare il volo all'ultimo momento, di certo non sono mai mancati e ci sono tuttora. Basta che lo straniero da riaccompagnare dia in escandescenze rifiutandosi di uscire dalla sua stanza al Cie (Centro d'identificazione ed espulsione) e la scorta viene subito sospesa. Poi c'è naturalmente chi, pur di non andarsene, è disposto a compiere gesti di autolesionismo, ingerendo qualunque porcheria prima della partenza o assumendo comportamenti estremi con urla, schiamazzi, minacce, sputi o addirittura lanci di feci verso il personale addetto alle scorte. Proprio sulle scorte si apre un capitolo a parte, costellato da episodi che oscillano tra il grottesco e l'inaccettabile.

E non si tratta solo del fatto che i poliziotti che svolgono questi servizi non vengano selezionati con criteri adeguati, che permettano un'equa distribuzione dei carichi di lavoro. O che anche il personale sanitario impiegato in questi voli (dovrebbe essere un medico, ma spesso viene mandato solo un infermiere senza contare che a volte non si trova nessuno e allora il volo viene annullato, ndr) sia quasi sempre lo stesso e spesso non sappia ancora in cosa si concretizzi veramente il proprio ruolo. In Marocco un gruppo di poliziotti di scorta che si erano portati dall'Italia il sacchetto viveri distribuito dalla polizia, sono stati infatti costretti a sostare a lungo all'interno degli uffici delle forze dell'ordine locali perché rischiavano una multa a causa di una mela: secondo le severe leggi di quel Paese, infatti, il frutto era stato introdotto nello stato senza essere stato prima dichiarato nella scheda distribuita a bordo prima dell'atterraggio.

In Venezuela, sempre un gruppo di poliziotti di scorta, trattenuti da impegni burocratici, avevano perso il volo-coincidenza per far ritorno in Italia. Così sono stati costretti a consegnare i passaporti alla polizia di frontiera di quel paese ai colleghi locali prima di recarsi in albergo per passare la notte. Come se, anziché pubblici ufficiali nell'esercizio di delicate funzioni, fosse dei balordi. O semplici turisti, magari svampiti o indisciplinati. Altri sedici agenti, durante un servizio di scorta a cinque nigeriane da Milano Linate a Roma, hanno dovuto aspettare tre ore in aeroporto perché Alitalia li aveva messi in overbooking. Nonostante quella scorta fosse costata 17mila euro solo di biglietti.

Orlandi, il fratello di Emanuela: «Il Papa mi ha detto "Tua sorella sta in cielo"»

Il Mattino

«Parole che mi hanno fatto gelare il sangue»



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ROMA - «"Lei sta in cielo". È questa la frase che papa Francesco ha detto prima a mia madre e poi a me quando, come tanti altri fedeli, lo abbiamo incontrato dopo la messa che celebrò nella parrocchia di S. Anna in Vaticano pochi giorni dopo la sua elezione: parole che mi hanno fatto gelare il sangue».

A rivelarlo è Pietro Orlandi, il fratello di Emanuela, quando mancano ormai pochi giorni all'anniversario dei trent'anni dalla scomparsa della ragazza figlia di un dipendente vaticano, sparita in circostanze mai chiarite il 22 giugno 1983. Pietro non si rassegna e continua a chiedere che sia fatta luce sulla vicenda di Emanuela anche con la collaborazione del Vaticano. «Da quando è stato eletto il nuovo papa - spiega - ho chiesto più volte di poter avere un incontro personale con lui. Ho inviato quattro fax diretti al suo segretario personale, mi sono accertato che li avesse ricevuti, ma per ora non ho avuto risposta. A questo punto, vedo poche possibilità».

 
lunedì 3 giugno 2013 - 14:02   Ultimo aggiornamento: 14:02

Da Youtube a Bing, tutti i colpi bassi tra Microsoft e Google:

Corriere della sera


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Napoli, il Comune nomina un garante per gli animali

Il Mattino

L'amministrazione presenta il nuovo ufficio che garantirà l'applicazione della legge contro abbandoni e maltrattamenti

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Napoli. Da oggi il comune di Napoli si impegna a tutelare e garantire anche i diritti degli animali attraverso l'istituzione del garante degli animali. L'incarico è stato affidato, a seguito di avviso pubblico e selezione, alla giornalista Stella Cervasio. «Napoli - ha detto il sindaco Luigi de Magistris - ancora una volta mostra grande sensibilità e di essere impegnata sul fronte dei diritti un tema, quello della tutela dei diritti degli animali, in cui attraverso atti amministrativi possiamo fare molto».

Compiti del garante, come spiegato, saranno ricevere le segnalazioni e i reclami dei cittadini; denunciare e segnalare all'autorità giudiziaria i reati nei confronti degli animali; dare impulso a indagini da parte della polizia locale, della Asl e di altri enti; implementare progetti e campagne di sensibilizzazione volte a educare i cittadini a un corretto rapporto con gli animali e a contrastare il fenomeno dell'abbandono.

«Per il garante - ha affermato Cervasio - nessun animale è secondario. Sarà mio compito dare risposta ai cittadini e alle loro segnalazioni perchè in città le emergenze sono tante. La nostra sarà un'azione di pungolo affinchè le leggi, in alcuni casi anche molto severe, siano applicate ». I cittadini potranno inviare segnalazioni all'indirizzo garante.napoli comune.napoli.it. Alla presentazione, anche il vicesindaco Tommaso Sodano che ha sottolineato come l'istituzione del garante sia stato un percorso iniziato un anno fa e «frutto della collaborazione tra giunta e consiglio». Promotore dell'istituzione della figura, è stato il consigliere Carmine Attanasio all'epoca presidente della commissione Ambiente.

lunedì 3 giugno 2013 - 15:03   Ultimo aggiornamento: 15:03

I due anni amari di Giggino con spinte a parenti e amici

Carmine Spadafora - Lun, 03/06/2013 - 08:25

Dai compagni di scuola al fratello: De Magistris ha trovato un posto a tutti

Compagni di scuola, cantava Antonello Venditti negli anni della post contestazione. Critico nei confronti degli ex rivoluzionari della sua generazione, il miliardario di fede comunista, intonava «compagno per niente ti sei salvato o sei entrato in banca pure tu?».


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Trentotto anni dopo quel grande successo discografico, Giggino De Magistris ha «cantato» la bella canzone di Venditti in chiave «arancione», dove invece del posto in banca, c'è il posto in giunta. Lo «scassatore», infatti, ha chiamato con sé due «compagni di scuola» per affidargli un assessorato a testa. Carmine Piscopo e Roberta Gaeta, sono loro i neo assessori arancioni, rispettivamente con deleghe alle Politiche urbane e al Welfare. Compagni al liceo Pansini del Vomero, ritrovatisi assieme nei banchi di Palazzo San Giacomo.

Ma Giggino, giunto alla quarta giunta (pardon, per il bisticcio di parole) arancione in appena due anni, non si è rivolto solo ai compagni di scuola per «salvare» Napoli dalle buche, dal caos trasporti e da mille altri problemi, fin troppo noti da decenni, ma anche a parenti e amici di stretta osservanza. Ad esempio, il fratello Claudio è consulente del Comune per la realizzazione dei Grandi eventi. Negli ultimi giorni i due fratelli, Giggino e Claudio sono in forte polemica con il soprintendente Giorgio Cozzolino, promotore di un decreto che limita l'uso di Piazza del Plebiscito per i concerti. Polemiche insorte all'indomani del concerto di Bruce Springsteen.

Una anomalia inedita, due fratelli che operano per la stessa amministrazione, finiti nel mirino della critica. E che dire del caso di Omero Ambrogi, amico di famiglia dei De Magistris, un fuoriclasse sicuramente, indicato da Giggino come presidente del consiglio di amministrazione di Bagnolifutura (il Comune è proprietario al 90 per cento, il restante 10 appartiene a Regione e Provincia). Bagnolifutura da tempo è finita sotto inchiesta ad opera della Procura per la bonifica dei suoli, mai avvenuta (in questo caso l'amministrazione «arancione» non c'entra nulla).

Restando nella Bagnolifutura, una dei tre consiglieri è l'avvocato Anna Falcone, cosentina di nascita, amica di Giggino, dall'ex pm sponsorizzatissima per un posto «sicuro» (ma si fa per dire, considerati i risultati) da candidata alla Camera in Calabria per Rivoluzione civile di Ingroia, alle ultime elezioni politiche. Sul nome di Anna si stava addirittura consumando una guerra tra i due ex colleghi magistrati. Un mistero la decisione di Giggino di indicare una professionista calabrese per la rinascita di Bagnoli «con le tante personalità che ci sono a Napoli», spiega adirato uno dell'entourage del sindaco.

E mica è finita. C'è anche Lucia Russo, una di famiglia a dare una mano a Giggino. La signora Russo è la cugina del sindaco (figlia di un fratello della madre di De Magistris) che lavora nella segreteria dell'assessore Giuseppina Tommasielli, delega allo Sport, oggi incardinata nello staff del sindaco. Compagni di scuola, parenti, amici e amiche per la rinascita di Napoli ma, per ora, gli unici fantasmagorici progetti realizzati dal gran capo «arancione» si fermano a una pista ciclabile (sulla quale indaga la Procura), un giretto d'Italia, costellato dalle toppe «cucite» per colmare le buche, due garette prive di significato di Coppa America, la cittadinanza onoraria a Abu Mazen.

Saranno felici i napoletani? E le promesse fatte in quei 32 minuti di comizio al suo esordio in campagna elettorale al cinema Modernissimo, che fine hanno fatto? Teorizzava una amministrazione lontana dai partiti mentre nella sua giunta, oltre ad amici, parenti e compagni di scuola, ci sono anche uomini del Pd al quale aveva dichiarato guerra. Nei giorni scorsi Giggino ha celebrato i suoi primi due anni da sindaco di Napoli con la diffusione di un video. Si è autopromosso senza chiedere ai napoletani che cosa ne pensassero. Restando in tema musicale: De Magistris se la suona e se la canta.

carminespadafora@gmail.com

Quando lasciarsi è la scelta più onesta

Corriere della sera

di Chiara Maffioletti


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Quante coppie conosciamo che stanno insieme anche se non si capisce bene il perché? Quante coppie abbiamo visto, desolatamente mute, fissare punti opposti del ristorante in cui stanno cenando, in silenzio, senza riuscire a trovare proprio nulla da dirsi? Ognuno di noi, ammettiamolo, ha in mente almeno una coppia di amici che sono palesemente disinnamorati ma che comunque non decidono di chiudere un rapporto, anche quando ormai è moribondo. E, probabilmente, a ognuno di noi è capitato di essere un giorno parte di quella coppia.

Rendersi conto che l’amore che si provava per una persona sta consumandosi è terrificante. Specie quando su una persona si aveva investito molto, in termini di speranze, di impegno, di tempo.
E forse proprio per questo, quando si avverte che la nostra storia, il nostro rapporto, sta scricchiolando, la prima reazione è aggrapparsi alla speranza che sia qualcosa di passeggero. Un temporale estivo: violento ma che passa in fretta. Il più delle volte poi, ci si accorge invece che il temporale non se ne va e che la sensazione di angoscia che si prova all’idea che forse i nostri sentimenti sono definitivamente cambiati è in realtà più che una sensazione. Rischia piuttosto di diventare un’abitudine: ormai è così, ci si fa il callo.
Ammettiamolo: quando non ci sono più i presupposti per stare insieme in termini di sentimento, lo si capisce. Dentro di noi sentiamo che l’amore che ci ha spinto a dividere la nostra vita con una persona è cambiato. A quel punto ci sono due strade: far finta di niente o lasciarsi
Personalmente ho sempre pensato che la seconda strada è il più delle volte quella più onesta. Non parlo di quando ci sono figli piccoli: lì la questione si complica parecchio e credo che mantenere una facciata se si pensa che per loro sia la soluzione migliore sia una decisione sacrosanta. Ma non sono solo i genitori a trovarsi in situazioni simili. Spesso molte coppie continuano a stare insieme anche quando l’amore non c’è più per abitudine. O per paura. Lasciarsi è difficile. Mettere tutto in discussione lo è. Ma a me fa anche più paura l’idea di vivere una vita che non mi appartiene più. Fingere di continuare a costruire un rapporto in cui invece non credo più solo perché é più comodo farlo.
Perché? Perché negarsi la possibilità di essere di nuovo felici se si ha la consapevolezza che ormai non lo si è più?
Io sarò romantica, ma chi si accontenta di un rapporto infelice non è viceversa troppo amareggiato? Non significa scansare le crisi, che ci sono per ogni coppia e su cui bisogna lavorare. Ma rendersi conto di quando un rapporto è esaurito. Quando si è diventati due coinquilini… due amici, che magari non si stanno neanche troppo simpatici. Quante amiche parlano quasi con fastidio dei loro mariti o dei loro fidanzati? Un fastidio che a volte diventa anche fisico se questi provano a toccarle… E quanti mariti parlano delle loro mogli come la peggiore delle sventure? Li sento solo io? Non credo. Eppure continuano a portare avanti questa facciata di vita a due. Come se stare insieme fosse diventata ormai una condanna.

Io non vorrei mai essere vissuta così dalla persona che più dovrebbe amarmi. Per questo non riuscirei a stare con qualcuno se non credessi più nel rapporto che ci lega. Se mi rendessi conto di non esserne più innamorata e che mai più lo sarò. Perché nel tempo si cambia, perché si è lavorato male su quel rapporto, perché ci si innamora di qualcun altro. Il motivo per cui ci si riscopre disinnamorati (in questo discorso) non ha importanza.

Ma perché invece tanti che non si amano più continuano a stare insieme? Lasciarsi non sarebbe (anche) una questione di onestà?

twitter @ChiaraMaff

La rivolta contro il prof che si dichiara a una sua studentessa

Corriere della sera

Le manda un biglietto d'amore, lei lo fotocopia e lo diffonde. L'università lo sanziona. Lui offeso pronto a far querela

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ROMA - Se ne parlava anche ieri sera in processione, dietro alla statua di San Crescentino, il patrono di Urbino. Il tema nel Montefeltro è di grande attualità. Ma il professore protagonista della storia, 59 anni, ora è «molto amareggiato», «quando questa vicenda finirà non basteranno le scuse», promette al suo avvocato Tiziano Paoloni. Fin qui l'ha offeso soprattutto «la gogna», «lo scempio subìto», «il fango», «gli insulti». L'hanno fatto passare per «uno sporcaccione», «un pedofilo» e invece il suo era «un sentimento purissimo», espresso con candide parole in un biglietto che all'inizio di maggio lui ha avuto forse solo l'ardire (o l'ingenuità?) di consegnare finalmente, dopo averci pensato a lungo, a una sua studentessa del corso di Filosofia teoretica, all'Università «Carlo Bo» di Urbino.

Qui potete leggerlo integralmente: «Oggi volevo dirti alcune cose, ma non mi sembra possibile, come vedi non siamo soli. Per il momento desidero dirti solo che ti amo moltissimo». Quest'ultima frase sottolineata due volte, poi la firma in calce. Una vera e propria rivelazione d'amore, così sembra. La ragazza, 23 anni, «biondina, minuta, acqua e sapone, per niente appariscente», così la descrivono gli altri studenti, quando a fine lezione è uscita dall'aula e ha letto quel biglietto è rimasta confusa, disorientata, così l'ha fatto leggere anche al fidanzato, studente a Urbino pure lui, che in preda alla gelosia però, comprensibilmente, ha reagito malissimo, ha scritto insulti via mail al professore (che l'ha querelato) salvo pentirsi un minuto dopo.

Il biglietto poi per vendetta è stato fotocopiato e ha fatto in fretta il giro dell'università, la storia così è finita presto sui giornali. È esploso il caso e il professore è stato sanzionato martedì scorso con un pubblico richiamo dal senato accademico, che ha votato all'unanimità, rettore compreso, anche se adesso il Magnifico, Stefano Pivato, definisce tutto questo clamore «esagerato». Forse, allora, come dice Debora Caporale, 22 anni, rappresentante degli studenti nel senato accademico, questa davvero è solo «la storia di un professore che a 60 anni, sentendo avvicinarsi l'autunno della propria esistenza, riscopre improvviso il piacere della primavera». E si dichiara.

«Ma non c'erano mai state avances, mai approcci sessuali, niente di erotico, nessuna violenza e nessun ricatto, solo una volta lei era a casa malata e lui si offrì via mail di prenderle dei medicinali...», racconta ancora Debora, che ha parlato con la ragazza destinataria del biglietto amoroso. Insomma, sembra piuttosto la storia di una semplice «cotta» di un professore per una sua studentessa, eppure il «docente ha un ruolo preciso - aggiunge agguerrita la rappresentante degli studenti - e c'è un certo confine che non può essere mai oltrepassato, ecco perché abbiamo invocato la violazione dell'articolo 5 del codice etico dell'ateneo». Ed ecco perché il professore è stato sanzionato. Ma il suo legale, Tiziano Paoloni, cassazionista, interessato a tutelare l'onorabilità della persona («Ma voi lo conoscete? Ci avete mai parlato col professore?»), condanna «la pulsione morbosa tipicamente italiana e il gusto indecente per il pruriginoso a tutti i costi». Forse allora la questione è solo una: se un prof si innamora, viola il codice etico?

Fabrizio Caccia
2 giugno 2013 | 19:00

L'autogol della finta sobrietà: il 2 giugno che sfregia i militari

Gian Micalessin - Lun, 03/06/2013 - 08:00

I Lince restano in garage e le Frecce Tricolori negli hangar per compiacere chi non ama le Forze Armate. Le eccellenze vanno esibite, non nascoste

La chiamano sobrietà, ma sembra un harakiri messo in scena nell'antica maestosità dei Fori Imperiali. Lo sfarzo del passato a far da mesto contrappunto a un'Italia decisa a tarparsi le ali.


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Lo capisci sin dall'inizio quando dall'infilata del Colosseo vedi sbucare le venti bandiere delle regioni italiane montate su altrettanti mezzi. E in coda su un ulteriore veicolo persino lo stendardo dell'Unione delle Provincie italiane, ovvero di quelle istituzioni amministrative considerate la piaga di un Italia in malora. Il contrasto è da infarto. Mentre quei 21 mezzi esibiscono rappresentanti dell'Alto Adige, della Sicilia e della Toscana arrivati sicuramente non a costo zero i Lince, ovvero i blindati che salvano la vita dei nostri soldati impegnati in Afghanistan, vengono tenuti accuratamente nascosti.

Quei mezzi realizzati dall'Iveco grazie alle specifiche delle nostre forze speciali sono attualmente uno dei migliori blindati leggeri presenti sullo scenario internazionale. E le commesse incassate grazie all'interesse di paesi come Gran Bretagna, Russia e Turchia lo hanno trasformato in uno dei migliori investimenti realizzati dalle nostre Forze Armate. Esibirli davanti agli addetti militari presenti alla parata del 2 giugno più che una spesa sarebbe un investimento. Invece si preferisce tenerli negli hangar, lontani dagli occhi italiani.

Ma la contraddizione più dolorosa di questa parata nel segno dell'austerità è lo striminzito spazio dedicato ai reparti che da anni si avvicendano sui più turbolenti scenari internazionali. Reparti che solo in Afghanistan hanno sacrificato 52 vite. Il loro comportamento, la loro capacità di misurarsi con le popolazioni locali e saper fronte alle minacce vengono definiti «fantastici» dai comandanti della missione Nato. Ma in patria delle loro fantastiche qualità non sappiamo cosa farcene. Fedeli alle raccomandazioni del risparmio, ma anche agli scrupoli di chi a continua a considerare divise armi e bandiere alla stregua del fumo negli occhi, li diluiamo tra pompieri, secondini, crocerossine e corpi forestali.

Anche quest'ultimi hanno la loro dignità, ma se sui Fori Imperiali deve marciare il meglio della nostra Repubblica sarebbe auspicabile garantire maggior presenza ai corpi che più di altri contribuiscono al prestigio del paese. Primi fra tutti quei fanti di Marina del Battaglione San Marco sfilati ieri senza che nessuno nemmeno ricordasse Massimiliano La Torre e Salvatore Girone, i loro due compagni prigionieri degli indiani da oltre un anno. E mentre il ministro della difesa Mario Mauro ricorda giustamente il sacrificio del brigadiere dei carabinieri Giuseppe Giangrande vien da chiedersi perché questa rivista austera non riservi uno spazio ai soldati feriti nelle missioni di pace.

Sui Fori Imperiali c'erano ieri gli anziani delle associazioni d'arma arrivati a Roma a spese del contribuente. Svolgono sicuramente un compito meritorio nell'ambito del ricordo, ma al posto loro preferiremmo vedere chi porta sulla pelle cicatrici che non rimargineranno mai e sono l'esempio vivente dei rischi a cui vanno incontro i nostri soldati. Portarli tra la folla oltre a essere un doveroso tributo al loro sacrificio servirebbe a far capire - meglio di tanti vaniloqui pacifisti - quant'orrenda e dolorosa sia la guerra. Ma i sentimenti in tempi di austerità non vanno di moda. E così al risparmio netto di 200 o 300mila euro si è tolta agli italiani anche la gioia di veder la Pattuglia Acrobatica disegnare il tricolore nel cielo.

A ricordarlo sventolando un cappellino con le insegne delle Frecce sotto il naso del capo dello Stato Giorgio Napolitano ci ha pensato l'ex ministro della Difesa Ignazio la Russa. Ma a rammentarci che son tempi grami, son arrivate alla fine persino le divise dei vigili urbani di Roma. Non sono molto marziali, ma vengono via a poco.

Wikileaks, al via il processo a Manning Rischia condanna a 154 anni di carcere

La Stampa

Il 25enne soldato Usa si riconoscerà colpevole per 10 dei 22 capi d’accusa. Ma respinge l’imputazione di aver aiutato il nemico: «Volevo sollevare un dibattito sul ruolo militare Usa»

Washington


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La presunta talpa di WikiLeaks, il soldato americano Bradley Manning, comparirà oggi davanti alla corte marziale di Fort Meade, in Mariland, per rispondere all’accusa di aver passato migliaia di documenti segreti americani al sito di Julian Assange. Il militare, che rischia una pena a 154 anni di carcere, si è detto pronto ad ammettere la sua colpevolezza per 10 dei 22 capi di accusa che gli vengono contestati, ma ha respinto l’accusa più pesante di aver consapevolmente aiutato il nemico, sostenendo di aver cercato invece di «scatenare un dibattito pubblico» sulle guerre in Iraq e Afghanistan. 

Tra i 150 testimoni chiamati davanti alla corte, 24 saranno ascoltati a porte chiuse, tra cui ambasciatori e funzionari dell’intelligence, così che ogni membro del commando che partecipò al raid del maggio 2011 in Pakistan in cui venne ucciso Osama bin Laden. 

Centinaia di persone si sono radunate sabato scorso davanti alla base militare di Fort Meade per esprimere il proprio sostegno a Manning, considerato un’icona di pace, un eroe che ha denunciato con coraggio gli abusi della politica estera americana. «Le persone sono venute da lontano per essere al fianco di un grande eroe americano», ha detto Jeff Paterson, direttore della Rete di sostegno a Bradley Manning. Il grande assente sarà il fondatore di WikiLeaks, Julian Assange, che, ieri, in un editoriale sul New York Times, ha sottolineato come il Ministero della Giustizia sia al suo «terzo anno di inchiesta penale continua contro WikiLeaks». 

Le udienze, previste fino al prossimo 23 agosto, iniziano a tre anni dall’arresto di Manning, avvenuto in Iraq; il militare ha trascorso anche nove mesi in isolamento nel carcere militare di Quantico, in Virginia. Il suo avvocato, David Coombs, ha denunciato la lentezza del procedimento a carico del suo assistito e ha ricordato che il relatore delle Nazioni Unite sulla tortura ha definito «crudeli, inumane e degradanti» le condizioni di detenzione a cui è stato sottoposto a Quantino. Le autorità hanno quindi deciso che il militare beneficerà di quattro mesi di sconto di pena.

Ecco Primove, l'autobus elettrico che si ricarica senza fili

Corriere della sera

Il mezzo pubblico ecologico presentato a Ginevra assorbe energia attraverso speciali placche piazzate sotto l'asfalto

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GINEVRA - È elettrico ed ecologico, ha una batteria leggerissima ma soprattutto si ricarica in strada senza bisogno di fermarsi per collegarsi a una colonnina. È il primo e-bus wireless al mondo, presentato dall'azienda canadese Bombardier Transportation in anteprima mondiale a Ginevra durante la sessantesima edizione dello Uitp, il congresso internazionale del trasporto pubblico e della mobilità.

DAL 2014 IN SERVIZIO-Particolarità del mezzo, già testato con successo a Mannheim, in Germania, dove nel 2014 entrerà in servizio, è il nuovo sistema «Primove» di cui possono essere dotati autobus di diverse aziende produttrici (testati quelli dell'italiana Rampini, della tedesca Viseon, della svizzera Hess) e che rappresenta lo sbarco di Bombardier nel settore dei pullman elettrici. «Primove» si basa su tre tecnologie d'avanguardia: una batteria ultraleggera (da 1,5 a 3 tonnellate) che occupa poco spazio sull'autobus e che si ricarica tre volte più velocemente di una elettrica tradizionale; un sistema di propulsione e controllo che ottimizza l'efficienza energetica per ridurre le emissioni inquinanti e sonore; e infine un tipo di ricarica per induzione magnetica.

A ogni fermata, cioè, scende dall'autobus una piastra magnetica in grado di attingere energia in pochi secondi, con una capacità di 200 kilowattora, da una seconda piastra posizionata sotto l'asfalto lungo il percorso urbano. «In questo modo l'autobus elettrico equipaggiato con il sistema "Primove" si ricarica senza fili, senza cioè doversi collegare a una colonnina, e ancor più rapidamente - ha spiegato a Ginevra Simone Mantero, vice presidente della divisione Services di Bombardier per l'area Sud Europa, Medio Oriente, Nord Africa e America Latina - perché la batteria non si esaurisce mai del tutto. Inoltre i lavori da realizzare per portare in città questa tecnologia sono poco invasivi: il buco da aprire nell'asfalto per posizionare il magnete è largo più o meno come un tombino».

64 MILA E-BUS VENDUTI NEL 2011-Secondo Bombardier, il mercato degli autobus è già considerato promettente e il sistema «Primove» sarebbe in grado di far aumentare ulteriormente le vendite degli e-bus: 64 mila gli esemplari, tra elettrici e non, venduti nel 2011 nel mondo, cifra destinata a salire fino a 135 mila nel 2020. Di questi, con le tecnologie a oggi presenti sul mercato - hanno detto gli ingegneri dell'azienda canadese - solo 10 mila potranno essere e-bus. Ma con l'avvento della nuova soluzione «Primove», più comoda ed efficiente, tutti i 135 mila potrebbero essere elettrici. Per ora nessuna notizia sui costi ma obiettivo dell'azienda è quello di competere con gli autobus diesel oggi in circolazione.

DESTINAZIONE CINA-Nei prossimi anni i nuovi autobus elettrici potrebbero arrivare anche in Italia: «Stiamo proponendo "Primove" a molte amministrazioni pubbliche", ha detto Mantero. «Se questo sistema arriverà anche da noi dipenderà perciò solo dalla capacità di investire dei singoli Comuni e dalla loro attenzione all'ambiente». In Germania, invece, oltre a Mannheim dove circoleranno autobus dotati di sistema completo, sono già stati firmati contratti a Berlino e a Brunswick per avere bus elettrici dotati solo di due tecnologie «Primove», batteria e ricarica. Mentre in Belgio, a Bruges, per avere i bus con solo il nuovo tipo di ricarica. A Nanjing, in Cina, infine, Bombardier ha equipaggiato tram urbani con batteria e sistema di propulsione «Primove» che saranno in circolazione dal 2014.

Isabella Fantigrossi
3 giugno 2013 | 10:47

Rivoluzione all’anagrafe in Australia Nasce il sesso “non identificato”

La Stampa


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Finora tutti dovevano essere registrati come maschi o femmine. Accolto il ricorso di un uomo diventato femmina che ha chiesto di essere classificato come “neutro”
In uno storico verdetto, un tribunale australiano ha conferito riconoscimento legale formale alle persone che non si identificano né come uomo, né come donna. La Corte d’Appello del Nuovo Galles del sud, a Sydney, ha revocato un verdetto precedente, secondo cui tutti devono essere registrati all’anagrafe come maschio o come femmina, escludendo la definizione di `sesso non precisato´.

L’appello era stato presentato da un attivista di Sydney di 52 anni di origine scozzese che si chiama Norrie e non usa il cognome, e si identifica come `neutro´. Era nato maschio, nel 1989 aveva cambiato sesso e gli era stato rilasciato un attestato che lo dichiarava di sesso femminile. A quel punto però «non si sentiva più a suo agio con una identità unicamente femminile». «L’identità di uomo o quella di donna non mi si addicono. La soluzione migliore per me è non avere un’identità sessuale», sostiene. 

Mauro, il ministro che rifiutò la divisa

Giancarlo Perna - Lun, 03/06/2013 - 09:17

Il titolare della Difesa scelse il servizio civile. Ma ai militari piace per la sua disponibilità

Prima di passare in rassegna battaglioni, il neoministro della Difesa, il montiano Mario Mauro, aveva rifiutato il servizio militare, preferendogli quello civile. Era allora un giovanottone appena laureato in Filosofia all'Università Cattolica del Sacro Cuore, riflessivo e straordinariamente secchione.


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A Milano aveva aderito a Cl e si era legato al leader Roberto Formigoni. Di tanto in tanto, tornava a Foggia, la sua città, per stare in famiglia e, se le date coincidevano, partecipare alla Via Crucis, percorrendo con altri ciellini diversi chilometri per raggiungere l'Abbazia benedettina di Noci. Camminava compenetrato della sacralità del rito e controllava che anche gli altri, che lo consideravano un capo, avessero un comportamento conforme. Se qualcuno di quei ventenni esagerava in allegria, lo raggiungeva e tirandogli il cappuccio del Montgomery - la moda era quella e la stagione fredda - diceva severo: «Vuoi stare più composto?». Era, insomma, piuttosto pretesco e davvero rompiscatole.

Dopo sei lustri, Mauro è oggi un occhialuto cinquantunenne che ha preso molto sul serio - com'è suo costume - l'incarico che il premier Letta gli ha affidato. Ha davanti a sé due problemi: la spina dei Marò in India e la faccenda delle truppe ormai vecchiette dopo il blocco del turn over imposto da Elsa Fornero, come ha raccontato su queste colonne Fabrizio Ravoni. Con francescana umiltà, Mauro ha visitato gli Stati maggiori per conoscere le urgenze delle diverse Armi. In pomeriggi di discussione, ha studiato come risolverle in tempi di vacche magre. La disponibilità del ministro ciellino ha suscitato speranze e simpatie tra le stellette che già temevano, dato il precedente del servizio civile, di trovarsi di fronte un lavativo.

Fino a gennaio, Mario Mauro militava nel Pdl ed era uomo di assoluta fiducia del Cav. Deputato europeo dal 1999, l'anno della sua iscrizione a FI, Mauro, con Antonio Tajani, rappresentava il berlusconismo a Bruxelles. Tajani con incarichi operativi, Mauro con compiti politici. Nocciolo della sua missione era tenere i collegamenti con il gruppo del Ppe, i Dc europei, cui il Pdl appartiene.
Un lavoro su misura per chi, come lui, è di formazione ciellina, convinzioni moderate e autore di libri sull'educazione cattolica. Tanto bene ha fatto che, nel 2009, per poco non diventava presidente del Parlamento Ue, dopo essere stato tra i vicepresidenti. Obiettivo mancato solo per questioni di alternanza tra nazioni. Sempre idilliaci i rapporti con Berlusconi. Mentre mezzo mondo storceva il naso per la ginnastica d'alcova del Cav, Mauro, forte della sua santa irreprensibilità, si erse a difesa. Con altri cirenei, il Celeste Formigoni, Lupi, Sacconi, si espose con una lettera aperta che fece rumore. Era rivolta ai cattolici e chiedeva di sospendere il giudizio per «non cadere nella trappola del moralismo e della gogna mediatica». Insomma, un amico.

È nell'autunno 2012 che le cose precipitarono quando il Pdl, esasperato dalle baggianate che faceva, si rivoltò contro Monti. Ma l'Ue, che lo considerava proprio fiduciario, la prese male e anche in Mauro scattò un riflesso ultra europeista, più forte dell'antica amicizia. Permeato degli umori di Bruxelles, cominciò a dare di matto appena corse voce che Berlusca potesse ricandidarsi. «È un tragico errore», esclamò irato contro l'uomo cui doveva tutto. Lo trattò da populista, anti europeo, accusandolo come un qualsiasi anti berlusconiano di avere «molto detto e poco fatto». Infine, fu il regista di un perfido scherzetto. Era prevista la rentrée del Cav, dopo un anno di assenza, nel summit Ppe organizzato a Bruxelles il 14 dicembre 2012. Berlusconi pregustava di essere al centro della scena ma Mauro fece inaspettatamente comparire Monti che, nulla avendo a che fare col Ppe, non avrebbe dovuto essere lì. Il Professore attirò gli applausi di tutti e il Cav ne ebbe la festa rovinata. Per Mauro era stata un'aperta scelta di campo: il salto della quaglia dall'uomo di Arcore al bocconiano. Non era però lui l'unico a tramare. Era solo il più scoperto.

Nella fatale settimana tra il summit Ppe e la riunione al Teatro Olimpico di Roma (16 dicembre 2012) la quasi totalità dei maggiorenti Pdl stava abbandonando Berlusconi, ritenuto senza più cartucce, per Monti, dato per vincitore delle elezioni alle porte. Inutile elencare i Bruti. Molti sono tuttora i cosiddetti fedelissimi del Berlusca. La scissione fu evitata all'ultimo dal Cav che entrò con piglio nella lizza elettorale, rianimando speranze di vittoria e di poltrone. Tutti si riallinearono e Mauro restò col cerino in mano, quasi fosse l'unico frondista. Amareggiato, dichiarò a testimoni: «Conservo gli sms di Angelino Alfano che mi diceva di andare avanti nella mia azione» e, con coerenza, lasciò il Pdl per Scelta civica di Monti. Gli è poi andata bene con l'elezione a senatore e la poltrona di ministro, cui non sono estranee le pressioni del Ppe. Oggi che le acque si sono calmate, sia Mauro sia il Cav hanno manifestato nostalgia l'uno dell'altro. Se non un rientro nel Pdl, una riappacificazione tra i due è tutt'altro che esclusa.

Mario, di benestante famiglia foggiana, è nato a San Giovanni Rotondo, dove tutto parla di Padre Pio. L'uso beneaugurante di fare nascere i bambini nei luoghi del santo era diffuso. Ignoro se sia stato anche il caso del Nostro. Di certo, i Mauro erano gente di chiesa. Il papà, funzionario pubblico, era presidente dell'Azione cattolica di Foggia, la mamma insegnante. Ebbero tre figli. Una femmina che oggi vive a Padova e che i genitori hanno raggiunto abitando colà. Il maggiore dei due maschi, Mauro, l'unico che viva tuttora a Foggia, e il solo che abbia dirazzato dalle pie strade familiari. È, infatti, un militante di Sel e vendoliano dichiarato. Infine, Mario. Già ai tempi del Liceo classico «Vincenzo Lanza», fine anni Settanta, era considerato un'autorità. Sermoneggiava nel cortile o all'uscita di scuola di complessi ideali comunitari e religiosi e la sola cosa che gli uditori capivano è che avrebbe fatto strada.

Quando tornava da Milano, nelle pause della Cattolica e già iscritto a Cl meneghina, si incontrava con i ciellini locali nella sede episcopale e insieme organizzavano feste. A una, Mauro portò il Celeste e il suo prestigio arrivò alle stelle. L'ambiente era quello della Foggia bene e queste frequentazioni tra eguali - per fede e censo - si risolvevano spesso in matrimoni. Mario incontrò Giovanna Belardinelli, dottoressa in Matematica, e dopo laurea, presa nel 1985, la impalmò. Hanno due figli, Francesca Romana e Angelo. Oggi che vive tra Roma e Milano (il suo collegio), ritorna a Foggia col contagocce. Sperando di non incrociare il fratello vendoliano.

La provocazione del Pdl di Trento: «Roberto Saviano rinunci alla scorta»

Il Mattino

«Visto che Saviano sostiene che i trentini e gli altoatesini siano delle persone a cui piace pippare coca, mi chiedo se non piaccia anche a lui»? Lo afferma in una nota, secondo quanto riferisce l'agenzia Ansa, il commissario del Pdl altoatesino, Alessandro Bertoldi in riferimento all'intervento dello scrittore al Festival dell'Economia a Trento.

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Secondo Bertoldi, «anche questa volta Saviano non ci ha risparmiato i suoi sermoni patetici. Anche in questo giorno ha mancato di rispetto alle nostre forze dell'ordine. Rinunci alla scorta, altrimenti chiederemo noi cittadini che il ministero gliela revochi, visto che costa parecchio e fin troppo per un ingrato del genere». «Ci sarebbero - prosegue Bertoldi - una decina di uomini in più a garantire la sicurezza dei cittadini e a lottare contro mafie e droghe. Sono davvero indignato e lo dovrebbero essere tutte le autorità istituzionali e politiche di questa regione. La mia solidarietà personale e politica va ai vertici e agli uomini delle forze dell'ordine della nostra Repubblica», conclude il commissario provinciale del Pdl

 
lunedì 3 giugno 2013 - 10:10   Ultimo aggiornamento: 10:10

Morte di Neruda, caccia ad un ex agente Cia

Corriere della sera

È Michael Townley, in contatto anche col neofascismo italiano. L'ipotesi dell'avvelenamento, il poeta morì per un cancro

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Nelle indagini in corso in Cile sulla morte di Pablo Neruda riemerge a sorpresa, e in modo ancora confuso, un personaggio noto anche in Italia: l'ex agente della Cia, Michael Townley, che in passato ha testimoniato a Roma e che ha avuto stretti legami con il neofascismo italiano. A ordinare l'identikit e l'identificazione dell'uomo è stato un magistrato, che per il momento nel suo dispositivo parla semplicemente di un uomo alto, biondo e con occhi di colore blu. I media cileni sono però certi che si tratti dell'agente che a lungo a tirato le fila dei rapporti tra Langley e la Dina, i servizi cileni al soldo di Pinochet. L'ordine è del giudice Mario Carroza, che ha così aderito alla richiesta di Eduardo Contreras, legale del Partito comunista, che avrebbe raccolto nuovi indizi su un possibile avvelenamento del poeta cileno.

IL MEDICO MISTERIOSO - Il dossier Neruda è stato riaperto dopo le dichiarazioni fatte tempo fa dall'ex autista del poeta, Manuel Araya, secondo il quale Neruda venne avvelenato da un agente della polizia segreta di Pinochet (Dina) nella clinica di Santiago Santa Maria dove il Nobel cileno morì pochi giorni dopo il golpe, il 27 settembre del 1973. Nelle ore precedenti il decesso, nella clinica era stato visto un medico misterioso, segnalato dalla stampa locale - sulla base dei ricordi di medici ed infermiere - quale Dr. Price, un uomo all'epoca di una trentina d'anni, alto e biondo.

«Ritengo che quel Dr Price sia in realtà Townley», conferma all'Ansa l'ex autista, mentre anche altre fonti sottolineano che l'identikit dello sconosciuto medico - del quale i media locali pubblicano oggi un ritratto - coincide con i tratti fisici che all'epoca aveva Townley. Dopo le dichiarazioni dell'ex autista, un giudice di Santiago ha riaperto qualche mese fa le indagini sulla morte di Neruda. A seguito dell'inchiesta, la salma del poeta è stata riesumata lo scorso 8 aprile: senza escludere la tesi dell'avvelenamento, i primi studi hanno confermato che il poeta, quando morì in clinica, aveva un cancro alla prostata con metastasi.

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LE ANALISI - «Aspettiamo i risultati finali degli esami sui resti che devono arrivare dagli Usa», precisa Araya, secondo il quale nell' uccisione di Neruda sarebbero coinvolti anche due medici cileni. Da anni residente negli Usa sotto copertura del programma di protezione dei testimoni, Townley, che per anni lavorò con la Dina, ebbe un ruolo di primo piano nell'ideazione ed esecuzione dell'agguato nel 1975 a Roma del fondatore della Democrazia Cristiana cilena Bernardo Leighton.

In esilio a Roma, Leigthon divenne uno degli obiettivi della Dina per la quale lavoravano sia Townley sia altri due ex ufficiali dell'esercito cileno. Proprio questo terzetto venne anni dopo indicato quale mandante dell'agguato contro Leighton, mentre gli esecutori materiali furono individuati nei neo fascisti Stefano Delle Chiaie di Avanguardia Nazionale e Pierluigi Concutelli, di Ordine Nuovo, assolti per mancanza di prove. Townley è d'altra parte l'autore materiale dell'uccisione nel 1974 a Buenos Aires dell'ex capo dell'esercito cileno Carlos Prats e di sua moglie. È stato condannato inoltre per l'assassinio del diplomatico Orlando Letelier, e della sua segretaria, a Washington nel 1976.




Cile, riesumata la salma di Pablo Neruda (08/04/2013)
 

Pablo Neruda, esumato il corpo del poeta (08/04/2013)

Redazione Online2 giugno 2013 | 22:54

Gli italiani in ginocchio che occupano gli alloggi

La Stampa

Boom di sfrattati, azzerato il fondo di sostegno per gli affitti. E così, dopo gli immigrati, ora è il ceto medio impoverito che partecipa ai blitz nelle case vuote per evitare di finire a dormire per strada

flavia amabile


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Altre 67.790 famiglie italiane rischiano di finire in strada. Il ministero dell’Interno ha diffuso i dati sugli sfratti del 2012 che raccontano con la cinica freddezza dei numeri il dramma dell'onda lunga della crisi che sta colpendo duramente chi non ha mai avuto soldi per comprare una casa e ora non ha nemmeno più i mezzi per pagarne l’affitto. E’ il volto degli sfrattati, il volto più buio di dodici mesi da paura, tra tasse sulla casa schizzate alle stelle e indici di disoccupazione troppo elevati per non denunciare un malessere profondo.

È un esercito di persone, sempre più numeroso ovunque, da Milano a Palermo. Nel 2012 sono stati emessi 67.790 nuovi provvedimenti, il 6,18% in più del 2011. Per la prima volta hanno superato la soglia dei 60mila gli sfratti per morosità, quelli dovuti alla incapacità di pagare da parte dell’inquilino, sono a quota 60.244 e rappresentano l’88,86% delle nuove sentenze emesse. E questo è ancora nulla perché ancora si devono far sentire gli effetti dell’azzeramento del finanziamento del fondo sociale per gli affitti, cancellato per il 2013 con un colpo di mano a sorpresa lo scorso dicembre. A rischio ci sono altre 300 mila famiglie che vanno ad aggiungersi alle centinaia di migliaia di persone che hanno ricevuto un ordine di lasciare la loro casa negli anni scorsi.

Sono le cifre di un dramma che dilaga e travolge anche chi pensava di potercela fare. Basta una spesa imprevista, un intoppo finanziario qualsiasi, per finire nel girone degli sfrattati. Da quel momento in poi la strada diventa un faticoso cammino tra porte chiuse perché è difficile trovare qualcuno in grado di dare una mano a chi è finito in strada. Non ci riesce la politica, se non in pochi, limitati casi: da tempo non esistono più Piani per la costruzione di case popolari né a livello nazionale né a livello locale, e solo qualche giorno fa un gruppo di senatori del Pd ha portato il problema all’attenzione del nuovo governo chiedendo una nuova proroga sui provvedimenti in corso, risorse e un Piano. Ci riescono sempre meno anche le famiglie, il welfare super-garantito delle mamme e dei papà che finora hanno tenuto in piedi l’Italia: i tagli alle pensioni e le tasse sulle case hanno messo in ginocchio anche loro. 

Alla fine, a chi non ha più nulla, resta un’ultima porta aperta, quella degli sportelli dei Movimenti per il diritto alla casa. «Ormai si rivolgono a noi anche i Municipi: quando c’è uno sfratto ce lo segnalano e ci chiedono di andare a fare un picchetto per impedire che le persone vengano mandate via», raccontano gli attivisti. A Roma sono saliti quasi a 60 gli edifici pubblici e privati presi d’assalto. Gli ultimi nove sono stati requisiti il 6 aprile con un blitz organizzato dal Coordinamento cittadino di lotta per la casa, dai i Blocchi precari metropolitani, Action e i Movimenti per il diritto all’abitare. Un’altra decina di edifici erano stati occupati a dicembre. Circa tremila famiglie salvate dalla strada dove molti già vivevano. 

Ma se fino a due anni fa ad entrare negli immobili altrui erano soprattutto immigrati senza permesso di soggiorno, rom e precari vicini ai collettivi e ai movimenti di lotta, da qualche mese è diverso. Ad occupare sono i nostri vicini di casa che non ce la fanno più, quelli che abbiamo incontrato in strada per anni finché un giorno l’ufficiale giudiziario è arrivato a mandarli via. Sono pensionate e pensionati, badanti e baby sitter troppo spesso senza tutele e in balia di persone senza scrupoli, che le buttano via come un giocattolo rotto se sono incinte. Sono gli idraulici e i pittori sconfitti dalle tasse che hanno svuotato le tasche di chi ancora si permetteva il lusso di fare piccoli o grandi lavori di ristrutturazione in casa.

Molti di loro hanno fatto domanda per gli alloggi dell’edilizia popolare e come unica risposta hanno ottenuto un triste silenzio. Dopo mesi di nulla, e spesso di vita sotto i ponti, hanno capito di non avere alternativa. Hanno iniziato a sfidare la legge e le regole della società. Ma, se a farlo è una nonna di quasi 71 anni con 23 anni di lavoro come portantina e di contributi alle spalle e nessun tipo di pendenza con lo Stato, è la società ad avere un problema, non la nonna.

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