sabato 1 giugno 2013

Col nostro canone la Rai paga 3,6 milioni alla tv di San Marino

Libero

Viale Mazzini finanzia l'Eras, la tv sammarinese. Con un trattato del 1998 paghiamo da anni 60 giornalisti e un direttore che guadagna 320 mila euro


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La Rai finanzia la tv di San Marino. Il costo è di 3,6 milioni di euro all'anno. Soldi ovviamente che arrivano dal nostro canone. Chi sta al timone dell'Erar, l'ente radio diffusioni sanmarinese, Carlo Romeo porta a casa 320 mila euro all'anno. L' Eras è al 50% Rai e al 50% dello Stato di San Marino, ma viale Mazzini di fatto ne nomina il direttore e paga di tasca propria anche il suo staff.  Romeo e i suoi collaboratori al presidente Anna Maria Tarantola per chiedere l'erogazione del sostanzioso obolo per il 2013.

Ma in tempi di vacche magre c'è chi storce il naso e vorrebbe che San Marino si autofinanziasse la propria televisione. Lo chiede anche Michele Anzaldi del Pd che con un'interrogazione al ministro degli esteri Emma Bonino e al ministro dell'Economia, Fabrizio Saccomanni, ha cercato di far luce sulla situazione: "Il Governo chieda alla Rai di fare piena luce sulla convenzione che la lega alla tv di San Marino, per verificare se in tempi di spending review sia sostenibile e conveniente un contratto cosi' oneroso del quale proprio in questi giorni si starebbe procedendo al pagamento".

Il trattato di D'Alema - Questo scherzetto costoso comincia nel 1998 con un trattato internazionale ratificato nel 1998 e voluto dall'allora ministro degli esteri Massimo D'Alema. La repubblica di San Marino di suo mette sul tavolo solo 900 mila euro. La sede sanmarinese conta 60 dipendenti tra giornalisti, impiegati e operatori. Nel 1987 quando venne firmato il primo accordo che prevedeva la nascita dell'Eras, una società a capitale misto tra Rai e San Marino . L'Eras ha la gestione esclusiva del servizio pubblico radio-televisivo della Repubblica di San Marino. L'accordo è blindato, 3 milioni e mezzo paiono uno sproposito per una platea potenziale di spetattori sammarinese è di appena 15000 unità.

(I.S.)

L'assalto dei writer «passa» dai tombini Bombolette e acrobazie, ecco le bande del metrò

Corriere della sera

Tre ragazzi inglesi hanno utilizzato una grata per arrivare alla tratta San Leonardo

Entrano nei depositi Atm e percorrono i binari morti (tronchini). Si infilano da tutte le parti. Si calano dall'alto tra le vetrate che hanno infranto, ma anche dalle porte non in sicurezza. Arrivano persino da sottoterra, attraverso le griglie. Un vero assalto continuo, che non dà tregua. E' quello che emerge analizzando i numerosi social network dove i writer lasciano in piena tranquillità le tracce dei loro blitz notturni.

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IL BLITZ - Una vera rete di estimatori della «ferraglia» che sembra avere istituito un sito top secret in continuo aggiornamento, nel quale si riversano i dati sensibili sulle vie di accesso dei depositi delle metropolitane delle maggiori città europee. È così che tre ragazzi inglesi sono andati ad imbrattare a colpo sicuro, entrando nella tratta San Leonardo, direzione Molino Dorino, attraverso la griglia 188 della sovrastante via Appennini e hanno disattivato l'interruttore numero 8, proprio quello che blocca le telecamere di sorveglianza. Ma gli attacchi dei «signori della notte» nei depositi non sono solo opera di stranieri in turismo-vandalico, ma sono quasi tutti milanesi e lo dimostrano le numerose crew doc, specializzate in questo tipo di imbrattamento.

                                    Le «crew» si celebrano sul web (01/06/2013)


LE CREW - Tra queste spicca la storica Wca (acronimo di We Can All), tra le più strutturate, i cui componenti non sono tutti dei ragazzini. Aggressiva, pronta anche allo scontro fisico con gli agenti della sicurezza. Colpiscono spesso a Cologno e a Sesto e hanno numerosi componenti: Rias, Ufo, Snou. Quest'ultimo, ad esempio, predilige i tronchini della Qt8. In un loro recente filmato si vede anche come penetrano nel deposito dalle finestre con i vetri rotti e, addirittura, mentre stanno imbrattando, prendono in giro un dipendente dell'Atm. Poi c'è la Otv con i membri Seek, Sanke, Espo e Pixel. Con precisione raccoglie da anni nel suo profilo aperto su Facebook (Otv Crew), i suoi pezzi migliori e mostra una forte predilezione per la linea verde della metropolitana.

I loro attacchi sono rapidi e mirati, con forte aggressività vandalica e quasi sempre agiscono insieme alla Ptw (acronimo di Pimp the Wishes o Play to Win), composta da giovanissimi. Al momento è tra le più presenti nei depositi della città, forse perché deve affermarsi come vera crew king. È la crew di Erpes, writer di peso che ha «spaccato» (termine usato per indicare un imbrattamento pesante) un numero elevatissimo di vagoni metropolitani. E, nonostante sia già stato indagato, continua la sua azione con lo stesso stile, ma con la nuova tag Serpe (anagramma di Erpes). Con lui i fedelissimi Bomo, Reko Avido, Race. Questi sono gli autori di uno dei vagoni più imbrattati di Milano: un intero convoglio coperto da vernice prevalentemente grigia, dall'alto in basso, porte e vetri inclusi.

Writer, le immagini dei blitz Writer, le immagini dei blitz Writer, le immagini dei blitz Writer, le immagini dei blitz Writer, le immagini dei blitz

I COSTI - «C'è da chiedersi - sottolinea Fabiola Minoletti, studiosa del fenomeno writing - quanto sarà costato, visto che una bomboletta la si acquista mediamente con 4 euro e ricopre una superficie di circa 2,5 metri quadrati. E spesso sul grigio i graffitari ci tornano sopra con altri colori». Nel loro filmato postato su Youtube, viene documentata la loro azione: i ragazzi della Ptw arrivano nel deposito, organizzati, con scatoloni colmi di bombolette. È curiosa la scritta che apre il video: Wag e End che, guarda caso, sono distributori di bombolette spray. «Sicuramente - sottolinea Andrea Amato, presidente dell'associazione nazionale Antigraffiti - il writing è anche un grosso affare. È molto strano che spesso questi filmati che girano su Youtube, si aprino e si chiudano con nomi di centri di distribuzione di bombolette».

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I REATI - Ultimamente per sei ragazzi, graffitari milanesi (gruppo Asd), è scattata l'accusa di associazione per delinquere, perché nel 2011 imbrattarono il cippo dedicato al giornalista Guido Vergani. È stata la prima volta che si indagavano i writer al pari di una banda vera. «Bisognerebbe creare un gruppo interforze tra polizia locale e Atm - continua Minoletti - per uno scambio costruttivo dei dati sensibili al fine di rendere più efficace l'azione di contrasto al fenomeno».


Michele Focarete1 giugno 2013 | 12:20

Trieste prepara il divorzio dall’Italia Boom di firme per il movimento oltranzista che vuole l’indipendenza

La Stampa

Il neo-partito rivendica la città come “territorio libero” e proclama uno “sciopero fiscale”, pretendendo gli arretrati versati in questi anni

carla reschia


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Un adesivo in un bar con il simbolo dell’alabarda bianca in campo rosso, una raccolta di firme in un negozio, la minaccia di uno sciopero fiscale contro le tasse “illegali”. L’”italianissima” Trieste vuole divorziare dalla madrepatria. O almeno lo vuole, e trova anche un certo consenso – 3.681 triestini si sono fin qui ufficialmente “disitalianizzati”, molti di più hanno firmato le petizioni all’Onu e alla UE - il movimento Trieste Libera, che aspira a ricreare il TLT, il Territorio Libero di Trieste, previsto nel 1947 all’interno del trattato di pace con l’Italia alla fine della seconda guerra mondiale. Un accordo superato poi dalla storia il 5 ottobre 1954 con il Memorandum di Londra firmato dai rappresentanti di Stati Uniti, Regno Unito, Italia e Jugoslavia che stabiliva la linea di confine tra Italia e Jugoslavia. 

Così almeno la storia ufficiale. Di cui i sostenitori del TLT contestano le conclusioni, richiamandosi al piano dell’Onu, mai ufficialmente smentito, che prevedeva una zona franca comprendente sia la zona A (assegnata all’Italia) sia la B (passata alla Jugoslavia), una piccola terra indipendente, con tanto di seggio alle Nazioni Unite. 

Passata alla Jugoslavia e poi alla Slovenia e alla Croazia la zona B, obiettivamente difficile da reclamare, resta l’ex zona A, la “città portuale europea di Trieste” con il suo porto franco di storica e gloriosa memoria. Molte sono le questioni legali poste dai triestini intenzionati a prendere alla lettera il vecchio detto locale che vuole “italiani” solo i nati fuori dal perimetro cittadino: dal diritto di cittadinanza violato in occasione del censimento della popolazione della zona A, alla mancanza di una consultazione sulla volontà di passare all’Italia. 

Tutte, però, discendono da un presupposto: l’illegittimità dell’azione del governo italiano che avrebbe dovuto, come già prima l’amministrazione militare angloamericana, limitarsi ad agire come fiduciario del mandato internazionale dell’Onu invece di “annettersi” la città. Una tesi fondata sull’interpretazione di documenti governativi statunitensi dove si parla di “amministrazione” e non di sovranità.

Questioni di lana caprina buone per gli storici? Può essere, ma le conseguenze che il TLT ne ricava e rivendica sono ben concrete, una sopra tutte: “l’arma fiscale viene utilizzata quale forma di repressione per mettere a tacere i cittadini del TLT imponendo loro il pagamento forzoso di tasse, sovrattasse, sanzioni, che vengono riscosse dalla Equitalia S.p.A, e dall’Agenzia delle Entrate, per conto dello Stato Italiano ed in violazione del Trattato di Pace del 1947. Da qui l’idea di uno sciopero fiscale che, se attuato su larga scala potrebbe dare qualche (ulteriore) problema allo stato “invasore”, del ripudio del debito nazionale, che non appartiene agli incolpevoli occupati, e la ventilata richiesta dei cospicui arretrati versati finora. 

In rete, sul sito di Trieste libera redatto oltre che in italiano, in inglese, tedesco, croato, sloveno e ovviamente triestino, si trovano i moduli per ricorrere contro Equitalia e l’invito a sottoscrivere i vari appelli agli organismi internazionali. In attesa di “rinegoziare il rapporto di Trieste con Roma”, titolo di apertura dell’ultimo numero de “La voce di Trieste”, si sogna una città rifiorita e tornata all’antico splendore, non più nell’angolo dell’Italia ma, come un tempo, al centro della Mitteleuropa. Un polo “multiculturale, multilingue e internazionale” dove il Porto Libero non più mortificato dalla marginalità a cui l’hanno ridotto, nell’imparziale giudizio dei militanti, tutte le amministrazioni locali e nazionali fino a oggi, ridiventi “motore centrale dell’economia”.

Con un occhio al “retroterra danubiano” e a Vienna cui legano 600 anni di storia comune, interrotti “dall’invasione italiana degli anni 1915-1917” e l’altro alla Slovenia dove il ministro dell’Economia ha da poco annunciato la creazione a Capodistria di una zona franca doganale. 

I grandi uomini ci credevano: gli animali hanno un'anima la storia

Oscar Grazioli - Sab, 01/06/2013 - 08:48

Lapidi, epitaffi e tombe monumentali: così personaggi come Verdi, Pascoli e Byron hanno onorato il culto funebre di cani e gatti

Terzo filare, la prima vite appoggiata all'olmo. Lì, nella terra di un amico contadino, è sepolto Pinky, il gatto che ho più amato.


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Non sono credente ma sono certo che il loro ricordo non possa farmi altro che bene e ho dato degna sepoltura a tutti quelli che ho avuto. Nel duecentesimo dalla nascita di Giuseppe Verdi, tutti hanno ricordato e magnificato la sua vita, la sua immensa grandezza, le sue indimenticabili e spesso corrusche opere liriche. Forse nessuno ha ricordato, tracciandone l'immagine, che il più famoso autore italiano del melodramma, nella sua villa di Sant' Agata, ha scelto di erigere una semplicissima tomba per ricordare il cane che, durante la sua terza età, gli fu d'immenso conforto. Era una femmina di Maltese di nome Lulù e la piccola colonnina di pietra che ricorda al viandante dove è sepolta, venne costruita per volontà del musicista e di Giuseppina Strepponi. Sopra è incisa una semplicissima scritta: «Alla memoria di un vero amico».

Il culto, o se preferite, il rispetto per gli animali defunti è di antichissima origine e sarà sufficiente pensare alla relazione esistente tra il gatto e il suo proprietario nell'antico Egitto, per capire qual era la devozione che certi popoli provavano nei confronti dei più svariati animali, spesso identificati con divinità che credevano in essi raffigurate. Il culto e il ricordo degli animali perduti è caratteristica dei grandi uomini d'ingegno così come dell'uomo comune. Giovanni Pascoli, già vecchio e malato, subì un duro contraccolpo alla morte del suo adorato Gulì, tanto da scrivere al suo medico: «Io non credevo d'averne a provare così grande dolore! Un cane… Già: un cane che ama non vale infinitamente più di quasi tutti i nostri fratelli uomini che non amano o che odiano o che né amano né odiano?».

Gulì fu sepolto in una siepe di bosso da cui spunta una sorta di obelisco a suo ricordo imperituro. L'amore di Lord Byron per il suo Terranova Boatswain è commovente, se solo si pensa che il celebre poeta inglese lo vegliò durante l'agonia mortale dovuta alla rabbia, malattia trasmissibile e letale anche per l'uomo. Nella vetusta abbazia di Newstead nel Nottinghamshire, c'è un monumento funebre più grande di quello dove è sepolto il poeta. Lì riposa Boatswain sotto le parole del più bell'epitaffio che alcuno abbia mai scritto per un cane e che inizia così: «Qui accanto riposa chi aveva bellezza ma non vanità, forza ma non arroganza, coraggio ma non ferocia, ed ogni altra virtù, ma nessun vizio conosciuto all'uomo»

. La più famosa immagine di Peggy Guggenheim, l'ultima Dogaressa, è quella indelebile di lei che stringe una coppia dei suoi tanti cani Lhasa Apso, mentre naviga sul Canal Grande a bordo della sua gondola privata. Dopo una vita dedicata all'arte moderna, spesso incompresa, si spegnerà nella città di S.Marco con l'espressa volontà di seppellire le sue ceneri accanto a quelle dei suoi adorati Lhasa Apso. Oggi molti proprietari, che non hanno un giardino, chiedono le ceneri del proprio animale defunto per conservarle o seppellirle in un luogo preciso. Che si creda o no, non importa. È il segno del rispetto verso chi mi piace pensare ci attenda davvero scodinzolando, a metà di quel ponte che qualcuno ha chiamato «dell'arcobaleno».


di Oscar Grazioli

I miti da sfatare sull'editoria digitale

La Stampa

«Nell'editoria digitale il domani arriva presto». E molte cose che sappiamo oggi, domani potrebbero non essere più vere.

giuseppe granieri (@gg)


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«Nell'editoria digitale», scrive Bill McCoy su Publisher Weekly, «il domani arriva presto. E buona parte di quella che oggi ci sembra saggezza condivisa, diventerà presto un qualcosa che potrebbe portarci fuori strada». Il presupposto di McCoy assomiglia molto ai ragionamenti che facciamo spesso su queste pagine: per sopravvivere a cambiamenti così rapidi dell'ecosistema editoriale è necessaria una comprensione tattica, di breve periodo, su quello che sta succedendo. Ma ancora di più è importante una visione strategica su come sarà il mondo domani.

McCoy individua sette falsi miti su cui spesso indugiamo quando cerchiamo di disegnarci un quadro dell'editoria digitale. L'esempio forse più intuitivo è quello che riguarda i DRM. L'idea di dover proteggere i libri per ridurre la pirateria, scrive Bill, si sta dimostrando sbagliata. Si tratta di una scelta tecnologica «che crea solo frustrazione nei lettori».  Ci sono diversi esempi di editori che hanno scelto di non «bloccare» i libri senza per questo veder aumentare la pirateria.

Un altro dei falsi miti è quello secondo cui «gli autori non hanno più bisogno degli editori». La posizione di McCoy è equilibrata: «un certo numero di autori hanno avuto successo utilizzando il self-publishing. E chiaramente non si tratta di una moda del momento: il self-publishing è destinato a rimanere una tendenza importante». Ma se «gli editori sono destinati a perdere molti dei privilegi da gatekeeper, tantissimi libri rimarranno il frutto di una collaborazione tra autore ed editore.» 
Poi Bill sfonda una porta aperta. Non nomina direttamente Amazon (come fanno molti, dicevamo la scorsa settimana) ma suggerisce che non ha tanto senso temere le posizioni monopolistiche. «Durante le forti transizioni», ricorda, «le cose possono cambiare in fretta». E fa l'esempio di AOL, che un tempo dominava in maniera assoluta l'accesso a Internet ma oggi è preistoria. 

Ci sono poi un paio di miti su cui io stesso dovrei convincermi e non riesco fino in fondo. Il primo è quello che afferma che «gli ebook funzionano solo con i romanzi e con i testi lineari». Ha ragione McCoy quando dice che in parte questa considerazione deriva dall'utilizzo di ereader come il Kindle e che le cose potrebbero cambiare man mano che aumenta l'adozione di dispositivi diversi come i tablet. «Nel giro di un paio di anni», dice, «tablet della qualità di un iPad costeranno 69 dollari».
E può essere sicuramente una tendenza interessante, soprattutto per certi generi di libri (quelli divulgativi, o quelli per bambini e ragazzi). Ma personalmente -ed è facile che sia influenzato dalle mie preferenze- ritengo che la nostra abitudine alla lettura lineare resti difficile da scardinare. 
E poi c'è la convinzione che libri, app e web tenderanno a convergere. E anche qui forse bisognerebbe rifletterci un pochino.

Ma leggi tu stesso e fatti un'idea: The Seven Deadly Myths of Digital Publishing

Da un punto di vista diverso, anche Laura Hazard Owen mette in discussione quella che appare un'altra convinzione comune. «Il prezzo degli ebook tende a scendere», scrive, «ma non sempre». La spinta verso il basso viene dagli autori in self-publishing, ma i prezzi degli editori tradizionali continuano a mantenere una certa stabilità.

Laura poi ragiona anche sulla strategia di dare in forte sconto, o addirittura gratis, dei libri per aumentare la visibilità di un titolo o di un autore. Anche in questo caso, osserva, ci sono dei distinguo: «è una scelta che non funziona nel caso di autori che hanno già un buon brand».
Merita la lettura: Free is not the magic number: New trends in ebook pricing

Per farti un'opinione più strutturata sullo scenario, può essere utile dedicare del tempo ad un lungo articolo di Kristine Rusch, che -tra l'altro- raccoglie un sacco di dati interessanti. Tra questi, la stima del peso del self-publishing (circa il 30% del mercato) e un altro numero che serve a darci un'impressione quasi visiva dell'importanza di questa tendenza: «negli ultimi 5 anni», scrive Kristine, «la vendita di ebook negli Stati Uniti è passata da 0 a 706 milioni di copie vendute». Ed è, dice, «una valutazione molto prudente», soprattutto percéè i due principali retailer (Amazon e Apple) non rilasciano i dati di vendita, che considerano privati. 

Il pezzo ha un titolo assi significativo: The Changing Playing Field

Come link bonus, questa settimana, una riflessione sui rapporti tra editoria e innovazione. Il pezzo riguarda soprattutto gli editori di news, ma ha un titolo che si spiega da solo: As Publishers Play Defense, Innovators Move Ahead


Twitter: @gg

Perché Dio non è comunista

Maurizio Caverzan - Sab, 01/06/2013 - 08:29

Jacopo Fo alle esequie di Franca Rame: "Dio c'è ed è comunista". Grande confusione regna nella testa degli orfani di madre e di Marx

È comprensibile: al funerale della propria madre si può non essere perfettamente lucidi.


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Il dolore è grande, il cuore affranto, le emozioni difficilmente gestibili. Magari c'è anche tanta gente. Ci sono le telecamere e i giornalisti. E ci sono pure i compagni con giacche e sciarpe rosse, propensi a trasformare l'ultimo saluto in un corteo di rivendicazioni e proteste al canto di Bella ciao. Spettacoli già visti. Le attenuanti sono dunque parecchie e può succedere di esagerare. Di spararle gigantesche: com'è successo ieri a Jacopo Fo alle esequie di Franca Rame.

Quando l'ideologia, ottusa e dunque cieca, prende il sopravvento sul dolore, violando i sentimenti, la faccenda vira al peggio. Ricordando sua madre tra una maledizione ai fascisti e un attacco ai giornalisti, Jacopo ha detto che «Dio c'è ed è comunista». Anzi, «non solo è comunista, ma è anche femmina». Avrebbe potuto dire pure che è gandhiano e nero. Perché no?

Grande confusione regna nella testa degli orfani di madre e di Marx. Bisogna avere pazienza e ammettere un certo grado di frustrazione. La rivoluzione che non si è riuscita a fare sulla terra si finisce per immaginarla nell'aldilà. Scherzi dell'utopia.

E della presunzione. Si appiccicano alla divinità puerili etichette umane, intrise del nostro tifo infantile. Dio è fatto così e cosà. Dio è iscritto al mio partito. Ma siamo nella fantascienza. O alle comiche, se non si trattasse di un funerale. Quanto alla storia, il Dio che «c'è» come, bontà sua, garantisce Jacopo Fo, è arrivato qualche anno prima di Marx e Lenin. E anche dei premi Nobel. La vera rivoluzione c'è già stata duemila anni fa. Fortuna che non l'abbiamo fatta noi, perché avrebbe immancabilmente riprodotto tutti i nostri limiti. Quando il comunismo non era nemmeno una favola, Dio si è fatto uomo e ha sconfitto la morte.

Perciò se qualcuno ha preso in prestito qualcosa per liberare l'uomo è certamente chi è arrivato dopo. Dicendo che Dio è «comunista e femmina», probabilmente Jacopo Fo voleva dire che è difensore dei deboli e di chi è vittima della violenza come lo è stata sua madre. Ma questa è già la storia del cristianesimo. Senza che ci sia bisogno di riscriverla ribaltando il calendario dell'umanità.

Aerei sporchi e voli in ritardo Ecco chi prende i brutti voti

Corriere della sera

La classifica delle peggiori compagnie aeree per puntualità, pulizia, efficienza e comfort stilata da giornalisti e passeggeri

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Da cosa si differenzia una buona compagnia aerea da una meno buona? Dalla puntualità? Forse dalla sicurezza o dal servizio? Magari dal prezzo del biglietto, dalla comodità dei sedili o più semplicemente dall’affidabilità. Alcune compagnie offrono persino nella «terza classe» un ottimo servizio rendendo di fatto il volo un'esperienza indimenticabile. Altre no: l'elenco dei quelle che potremmo definire «Worst airlines in the world», ovvero le peggiori compagnie aeree al mondo, è lungo. Alcune partono anche dall’Italia.

L'ANNO MIGLIORE PER VOLARE - Capita che la prima volta in cui si mette piede su un aereo di linea, di solito si sia terrorizzati. Spesso si è inspiegabilmente convinti che un simile bestione non possa librarsi nell'aria in completa sicurezza. Eppure, il 2012 è stato un anno eccezionale per la sicurezza aerea, il più sicuro nella storia dell'aviazione civile. Secondo la Iata, l’Associazione internazionale del trasporto aereo (che raggruppa 243 compagnie aeree, l'84% del traffico aereo mondiale), il numero di morti in un incidente aereo nel 2012 è stato di 401, contro i 490 dell’anno precedente. Tuttavia, volare può essere un incubo, a volte.

I grattacapi per coloro che scelgono una compagnia low cost sono tanti: sovrapprezzi per i bagagli o per i posti a sedere; le fastidiose e innumerevoli condizioni scritte in minuscolo; la complicata prenotazione online. E poi: c’è un programma frequent flyer? Com’è la qualità del servizio a terra e quello a bordo? E la pulizia? Le hostess sono gentili, educate, multilingue o disinteressate e scortesi? E come sono i pasti e l’intrattenimento a bordo? Per non parlare del bagaglio: arriverà a destinazione?

LE PECORE NERE - Skytrax, una società di consulenza britannica che gestisce uno dei sistemi più completi di valutazione e classificazione delle compagnie aeree, ha diffuso molte classifiche, compreso l’elenco delle dieci migliori compagnie aeree. Nella lista, http://www.worldairlineawards.com/Awards_2012/Airline2012_top20.htm quasi sempre: Singapore Airlines, Asiana, Qatar Airways, ANA e Malaysia Airlines. Quali sono però le «Worst airlines in the world»? Max Rosenberg e Alex Davies del portale Business Insider (http://www.businessinsider.com/worst-airlines-to-fly-economy-2013-5) si sono presi la briga di stilare una classifica delle 20 compagnie che possono dare grattacapi. Le peggiori per puntualità, pulizia, efficienza, comfort. I giornalisti si sono basati sulle proprie esperienze (spiacevoli) e hanno passato al vaglio dozzine di compagnie che offrono voli internazionali e posti in economy. Per la loro ingloriosa lista hanno inoltre incrociato i dati raccolti http://www.airlinequality.com/Airlines/T5.htm da Skytrax e i giudizi espressi dai passeggeri sempre su Skytrax.

LA «WORST OF» - Le peggiori sono dunque la Turkmenistan Airlines, che ha raccolto un totale di 30,8 punti su 100; la Sudan Airways con 33,3 punti su 100 e la Ukraine International Airlines (36,3 su 100). Seguono Uzbekistan Airways (37,5/100); Air Koryo (39,2/100); Bulgaria Air (41,8/100); Rossiya Ailines (42,7/100); Iceland Express (42,8/100) e Tajik Air (43,3/100). Al decimo posto c’è Syrian Air con 44,8 punti su un massimo di 100. Dalla undicesima alla ventesima posizione troviamo Spirit (45/100); Pegasus Airlines (45,8/100) a parimerito con TAAG Angola Airlines; Royal Air Maroc (46,5/100); Nepal Airlines (46,7/100); Cubana Airlines (47,7); Biman Bangladesh Airlines (49/100); Merpati Nusantara Airlines (49,2/100) a parimerito con Ryanair. Infine, Air Algerie con 50 punti su 100.

Elmar Burchia
31 maggio 2013 | 17:03

Nasa, impossibile mandare l’uomo su Marte, radiazioni letali

La Stampa

Equivarrebbe più o meno a sottoporsi a una tac alla settimana

Washington


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La Nasa ha “quasi” spento ogni speranza di una missione umana su Marte. I ricercatori Usa hanno infatti accertato che gli astronauti che si imbarcassero alla volta del Pianeta Rosso assorbirebbero durante il viaggio la dose massima possibile di radiazioni cosmiche. Per non parlare di quelle da cui sarebbero bombardati una volta arrivati e sbarcati sulla superficie. 
È quanto emerge dallo studio pubblicato su Science in base alle misure effettuate dalla sonda “Mars Science Laboratory”, decollata nel 2011 e atterrato dopo 253 giorni a fine agosto 2012. 

Dalle misurazioni fatte dei livelli di radazioni durante i 560 milioni di km percorsi in 253 giorni per raggiungere Marte, risulta che gli astronauti sarebbero esposti all’equivalente di una Tac completa ogni 5-6 giorni, ha spiegato Cary Zeitlin, uno dei scienziati della missione della Nasa che hanno reso noti i dati dello studio. Dati che, ha sottolineato il fisico tedesco Robert Wimmer-Schweingruber, un altro degli autori della ricerca,che non mostrano che una missione umana su Marte sia impossibile, ma sottolineano quanto sarebbe complicato realizzarla.

In passato i livelli di radiazione su Marte erano stati calcolati in base a modelli, ma questa volta il Mars Science Laboratory ha usato per la prima volta della misurazioni effettive. Ulteriori misure si rendono necessarie ma c’è tempo. La prima missione umana alla volta di Marte - sempre che i fondi della Nasa non saltino - è prevista non prima del 2030. 

Pinterest apre al nudo: "Ok alle foto senza veli". E gli artisti esultano

Il Mattino


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NEW YORK - Nudo è arte e lo riconoscono anche i social. Pinterest, la piattaforma digitale dedicata alla condivisione di fotografie, video ed immagini sta per dare ufficialmente luce verde alla pubblicazione di immagini senza veli proprio.
Facebook e gli altri social network rimangono, invece, piuttosto restii.

LA SVOLTA Una inversione a 'U' o quanto meno a 90 gradi decisa in seguito alle pressioni di artisti e fotografi. Finora l'etichetta di Pinterest per consentire l'affissione di foto sulla bacheca digitale era chiara: «Niente nudo, nudo parziale o pornografia». Ma «Pinterest è nata per consentire di esprimere le proprie passioni e la gente è appassionata dell'arte e l'arte include anche nudi», ha fatto sapere la società fondata nel 2010 da Ben Silbermann, Paul Sciarra e Evan Sharp al Financial Times rivelando l'intenzione di «far posto a queste richieste». Via libera dunque alla Venere di Milo e al Davide di Michelangelo mentre ieri Facebook si è impegnato a rivedere e migliorare la sua policy di moderazione online dopo che numerose aziende avevano ritirato la pubblicità per protestare contro il fatto che le loro inserzioni erano affisse accanto a messaggi violenti o misogini come quelli di gruppi che in apparenza avallavano femminicidi e stupri.

GIOCO DI EQUILIBRIO Gli approcci divergenti - nota Il Financial Times - mostrano come i social network debbano fare un complicato gioco di equilibrio tra gli interessi dei loro utenti, la necessità di controllare e moderare quanto viene postato online e la pressione degli inserzionisti: Facebook guadagnerà 6,6 miliardi di dollari nel 2013, di cui 5,6 dalla pubblicità, secondo stime di eMarketer e la stessa Sheryl Sandberg, chief operating officer del colosso californiano, ha ammesso che «esiste tensione reale» tra quanto vogliono gli inserzionisti e la libera espressione. L'impegno di Facebook a far pulizia rendendo più severe le sue regole ha indotto alcune aziende, come la casa automobilistica giapponese Nissan, a tornare sul social network. Non così Nationwide, la maggiore società immobiliare del Regno Unito che ha annunciato di aver sospeso a tempo indeterminato gli spot fino a che non verranno definite «regole severe e chiare per impedire che il suo brand venga accostato a contenuti indecenti».

venerdì 31 maggio 2013 - 14:02   Ultimo aggiornamento: 14:02

Cacciata di casa e umiliata Le sue foto su Street View

Corriere della sera

Immagine su Google: la ragazza s'interroga su come far entrare abiti, libri e oggetti vari dentro il bagaglio dell'auto



Cacciata di casa dal fidanzato e umiliata su Street View Come far stare tutte quelle cose, perlopiù cianfrusaglie, dentro il bagagliaio della macchina? E quello che probabilmente si sta chiedendo questa ragazza ripresa da una delle telecamere di Google. Ma forse il suo più grande turbamento sta nel fatto di essere appena stata buttata fuori di casa dall'oramai ex fidanzato.

«DRAMMA PERSONALE» - Lo scatto fa il giro del Web: il servizio di mappatura Street View ha catturato una giovane donna al lato di una strada in un quartiere nel sud della California. Di spalle, verosimilmente abbattuta, e con tutti i suoi beni buttati lì, sul marciapiede: dal grosso peluche fino alla sedia a sdraio. Una delle Google car ha immortalato la curiosa scena, che ha tutta l'aria di essere un autentico «dramma personale». La foto risale a qualche tempo fa, ha però trovato il cammino del successo su Internet soltanto ora attraverso il popolare portale Reddit. Se l’utente che ha postato l'immagine scrive che la ragazza è l'ex fidanzata di un suo amico, appena cacciata di casa, altri si chiedono se invece non stia solo pulendo la sua auto.

Elmar Burchia
31 maggio 2013 | 15:44

A Cuba offerta pubblica di accesso a Internet. Sotto vigilanza

La Stampa

Nell’isola non si accede al web dalle case. Previsti 118 Internet point a pagamento, ma resta la censura

claudio leonardi


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L’accesso al web dalle case, a Cuba, è ancora privilegio di alcune categorie professionali, tra cui medici e giornalisti. Il governo ha però promesso di rendere attivi sull’isola, il 4 giugno, 118 internet point pubblici, per ampliare le opportunità di connessione a chi non possa sfruttare reti aziendali, scolastiche o situate in grandi alberghi.

Le noti dolenti arrivano sui costi del servizio. Lo stipendio medio dei cittadini cubani è di 20 dollari al mese. Si può quindi immaginare quanto possa pesare l’esborso di 4,5 dollari per collegarsi per un’ora a siti internazionali, cifra che scende a 0,6 dollari per chi voglia navigare solamente su siti nazionali. Una discrepanza che, in tutta onestà, sembra giustificata esclusivamente da una volontà di deterrenza e di allontanamento da fonti di informazione libere dal controllo del governo comunista cubano.

La consultazione della posta elettronica costerà, senza varianti, 1,50 dollari. 

Un’ora di connessione, tra l’altro, potrebbe permettere molto poco se la velocità della tecnologia a disposizione restasse quella finora messa a disposizione a Cuba. A gennaio, Etecsa, la Società di telecomunicazioni locale, ha annunciato di volere agganciarsi a un cavo a fibre ottiche sotto-mare proveniente dal Venezuela, che avrebbe fornito connessioni a internet ad alta velocità.
Nulla però cambierà nella politica di controllo sul web finora esercitata dalle autorità isolane. Etecsa, provvederà “immediatamente” a fermare l’accesso degli utenti se commetteranno “qualsiasi violazione delle norme di comportamento etico promosse dallo stato cubano”, ha precisato il Ministero delle Comunicazioni nel decreto governativo.

Scetticismo e critiche piovono dai dissidenti n patria e all’estero. In prima fila, la coraggiosa Yoani Sanchez, recentemente intervenuta a Perugia, al Festival del giornalismo. Sul suo account Twitter, la blogger cubana ha scritto che “ci vorrà del tempo per avere internet a casa, ma sono sicuro che arriverà... e questo farà male (al governo).”.

Facebook lancia le Pagine verificate

La Stampa

Come su Twitter un pallino blu indica se l’account è reale per distinguerlo dai fake. Intanto slitta l’acquisizione di Waze

antonino caffo


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Prendendo un’altra pagina dal libro di Twitter, Facebook ha annunciato l’arrivo delle Pagine verificate, una caratteristica che renderà più facile per gli utenti riconoscere i profili ufficiali di celebrità e personaggi pubblici. Da ieri, quando gli utenti arrivano sulla bacheca di un personaggio famoso, come Selena Gomez presa ad esempio dal team di Zuckerberg, si può vedere un pallino blu vicino al nome che, al passaggio del mouse, mostra la scritta “Pagina verificata”.  L’icona è stata progettata per velocizzare la distinzione tra gli account reali e quelli fake, magari creati da fan e semplici utenti. Il segno distintivo è visibile un po’ ovunque: dalle ricerche del nome utente sulla barra superiore, sulla timeline dei personaggi famosi seguiti e negli altri spazi dedicati ai profili utente.

“Le pagine verificate appartengono ad un ristretto numero di personaggi pubblici e di spicco – spiega Facebook – si tratta di celebrità, giornalisti, funzionari di governo, marchi popolari e imprese) con un grande pubblico”. La funzione è un altro esempio di come Facebook prenda spunto dagli altri social network, come Twitter, per aggiungere funzionalità e opzioni. Proprio il microblog aveva introdotto il concetto di account verificato nel 2009 con delle icone che hanno ispirato molto le nuove di Facebook.

In realtà già a febbraio del 2012 il social network aveva cominciato a verificare alcuni account pubblici. Il risultato era un’apparizione più frequente nei risultati di ricerca correlati ad un certo nome ma nessuna distinzione grafica che è invece arrivata con il “bollino blu”. Recentemente Facebook ha anche cambiato la terminologia utilizzata per fare riferimento agli utenti che ricevono aggiornamenti dalla pagine pubbliche: non più semplici iscritti ma “seguaci”, ovvero followers. Twitter docet. L’assegnazione della veridicità di un account è un processo automatico e non richiedibile. Resa visibile solo da qualche giorno, la procedura non è ancora completa e per questo potreste non vedere il bollino sull’account del vostro gruppo preferito o atleta, pur sapendo che si tratta di un profilo ufficiale.

Sembra inoltre, secondo il portale All Things D, che sia saltata l’acquisizione da parte del network di Zuckerberg di Waze, la social-app di navigazione gratuita ai top delle classifiche di download di iOS e Android. Le due società erano in trattativa per una potenziale acquisizione con un prezzo che sarebbe stato di circa 1 miliardo di dollari. I colloqui si sarebbero interrotti per un dissenso interno al team di Waze, basato prevalentemente in Israele, per le difficoltà di trasferirsi negli Stati Uniti presso la sede di Facebook a Menlo Park in California.

La ragazza delle 56 stelline ritrova il suo volto

Corriere della sera

Tatuata contro la sua volontà, il laser le ha ripulito il viso

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Voleva solo tre stelline intorno ad un occhio ma il sonno le era stato fatale e al suo risveglio se ne era ritrovate ben 56. La disavventura capitata quattro anni fa all’allora diciottenne Kimberley Vlaeminck aveva fatto il giro del mondo. Quella «intera via Lattea sulla faccia» aveva catapultato la giovane belga al centro delle cronache, suo malgrado. Ora, dopo quattro anni da quell’incidente che le ha sfigurato il viso, e dopo essersi sottoposta a numerosi trattamenti laser, quelle stelline sono sparite, tutte.

STELLE SUL VOLTO, STELLA SUL WEB - Un dramma personale che l’ha resa famosa, anche se Kimberley Vlaeminck, in realtà, la fama non l’ha mai voluta e nemmeno cercata. Riavvolgiamo il nastro: nel giugno del 2009 la diciottenne aveva dichiarato di essersi appisolata sul lettino nel negozio di tatuaggi di Courtrai, nelle Fiandre (a nord del Belgio). Al suo risveglio la sgradita sorpresa: una galassia di piccoli tatuaggi sul viso. Per settimane i media hanno cercato di far luce su quelle che potevano essere state le cause dell’incidente: nel mirino era subito finito Rouslan Toumaniantz, il tatuatore.

A detta di Kimberley la spiegazione era da ricercare nel problema di comunicazione, in quanto il tatuatore non parlava il fiammingo. Poco dopo però si era scoperta un’altra verità, quella del tatuatore: nessun tattoo a tradimento, solo un capriccio della ragazza che aveva effettivamente chiesto 56 stelline ma si era poi pentita di aver scelto proprio quel tatuaggio così vistoso. Intanto Kimberley era diventata una stella su internet. Derisa e celebrata dai fotomontaggi delle locandine di film come «Starmageddon» o «Starface», fino ai gruppi di fan su Facebook. Troppo clamore che l’ha fatta cadere in depressione, racconta adesso il quotidiano Het Laatste Nieuws. La storia, però, ha un lieto fine.

LASER - La ricerca di un trattamento per rimuovere quelle stelline non è stato facile, confessa Kimberley, oggi 22enne. Dopo molti tentativi andati a vuoto la giovane ha trovato un centro che si è detto disponibile a cancellare per sempre quel disegno attraverso la terapia laser. Un’operazione non semplice. Il successo del processo è infatti determinato dalla qualità della pelle, dall’anzianità del tatuaggio, dall'esperienza del tatuatore e dal processo di guarigione del paziente. Oltre, ovviamente, dalla grandezza - in questo caso dal numero - dei tattoo. Il primo trattamento risale al 2010. Ne sono seguiti nove. Il costo per ogni sessione: 250 euro.

«IL RISULTATO È FANTASTICO» - «Lacrimavo, la pelle mi pungeva, è stato molto doloroso», dice Kimberley nell’intervista al giornale. Nei giorni scorsi la giovane si è sottoposta all’ultima sessione. Un successo, ammette lei stessa: «Il risultato finale è fantastico». Quelle vistose stelle sono infatti sparite completamente, la pelle è tornata candida e il viso immacolato. «Lavoro come cameriera e adesso la gente a malapena mi riconosce». Kimberley sottolinea di aver anche ritrovato la felicità in amore. «Ho un periodo molto difficile alle spalle, ma sono riuscita a superarlo». Con un sorriso, scrive Het Laatste Nieuws, Kimberley sottolinea: «Ancora mi spavento ogni volta che mi guardo allo specchio».

Elmar Burchia
1 giugno 2013 | 12:36

Yoani a Cuba dopo tre mesi: abbracci e sorrisi

La Stampa

La dissidente cubana Yoani Sanchez è tornata all’Avana, dopo un giro di oltre tre mesi in America ed Europa. «Questo viaggio mi cambierà la vita in molti modi», ha detto al suo arrivo all’aeroporto della capitale cubana, dove è stata ricevuta dagli applausi di familiari, amici e simpatizzanti. «Sono qui con molti progetti, ma anche esausta», ha confessato la Sanchez, autrice del seguitissmo blog Generation Y.

(REUTERS)


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Aquile: è l’Italia il Paese preferito dalle regine dei cieli

Corriere della sera

Negli anni Settanta si temeva che sparissero per sempre dal nostro territorio. Oggi si contano 600 coppie

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Il leone è il re della foresta, le orche dominano nei mari e il cielo è il regno delle aquile. Gli animali che rappresentano il primo anello della catena alimentare, in terra, in acqua o per aria, fanno sorgere negli altri esseri viventi, uomini compresi, una certa ammirazione mista a un giustificato timore reverenziale. Mentre dei primi due dominatori, forse per fortuna, in Italia non c’è traccia, il nostro Paese si segnala per essere uno dei più frequentati dalle regine del cielo. Le aquile, in Italia, volano alto e bene dopo che, attorno agli anni Settanta, si era addirittura temuta una loro scomparsa. Adesso si sa invece per certo che la loro popolazione, rispetto a 40 anni fa, è più che raddoppiata: sono circa 600 le coppie che vivono sulle nostre montagne, 400 nelle Alpi e 200 negli Appennini.

 Le aquile italiane Le aquile italiane Le aquile italiane Le aquile italiane Le aquile italiane

MACCHINE VOLANTI - Sono macchine volanti perfette: le femmine raggiungono un’apertura alare di 2 metri e quaranta, i maschi venti centimetri meno, con una vista dieci volte superiore a quella dell’uomo e un angolo visivo di 300 gradi. Sono capaci di salire nelle correnti ascensionali senza muovere una piuma, diventando puntini che si perdono a oltre 4 mila metri di quota, oppure frecce che raggiungono i 300 km all’ora in picchiata. Angelo D’Arrigo, unico uomo a essere stato capace di volare sopra l’Everest con un deltaplano, si allenava con uno di questi rapaci nei cieli della valle di Kumbu, per imparare a sfruttare le correnti ascensionali.

VALSAVARANCHE - La Valsavaranche, in Valle d’Aosta, nel cuore del Gran Paradiso, è una gola stretta e lunga: circa 25 km per 2,5 di larghezza, con cime che arrivano a oltre 3 mila metri. È uno dei posti del pianeta con la più alta concentrazione di aquile reali: qui abitano cinque coppie, oltre a una di gipeti. Laura Fasce e suo marito Paolo le conoscono per nome e le seguono, con e senza binocoli, da 42 anni. Non è un’impresa semplice e non può riuscire se non sorretta da un’enorme passione, visto che a volte si tratta di stare per ore nel gelo, in compagnia solo di un cannocchiale, sperando che le aquile decidano di aprire le ali. È grazie a questo lavoro meticoloso, e totalmente volontario, che ora si può tracciare un quadro demografico preciso della popolazione di questi rapaci.

A COPPIE - «Fino a quelle creste là», spiega Laura Fasce, «c’è il territorio della coppia di Chevrère, da lì inizia la zona dove vive la coppia di Molère». E via di seguito lungo la valle, perché le coppie di aquile reali vivono insieme tutta la vita, finché morte non le separa, nella stessa “casa”. Si tratta di “appartamenti” ben areati, che possono variare dai 40 ai 500 km quadrati, a seconda della densità di popolazione di aquile e della disponibilità di prede. Anche se non si tratta di monolocali soffocanti, le pareti, o meglio le creste divisorie, sono precise al millimetro e devono essere rispettate. I rapporti con i vicini sono delicati, all’insegna del rispetto reciproco, ma con poco spirito di tolleranza. Ognuno deve tenere le ali dalla sua parte. E anche i figli, maschi o femmine che siano, hanno circa sei mesi, massimo un anno di tempo per togliersi di torno. Se non lo fanno con le buone, papà e mamma glielo fanno capire a suon di artigliate: in natura, almeno quella delle aquile, non ci sono bamboccioni.

GIOVENTÙ NOMADE - Quello dei giovani resta un mistero: nessuno sa dove e come passino la prima parte della loro vita, in attesa di entrare in una coppia fissa quando sostituiranno un maschio o una femmina deceduti. L’ipotesi più probabile è che siano nomadi, approfittando di zone non occupate stabilmente da coppie di aquile: si sa infatti che questi giovani si spostano anche per centinaia di chilometri nell’arco della prima parte di vita, prima di sistemare le piume in modo stabile da qualche parte. Altro mistero mai chiarito è l’uso dei nidi. Ogni coppia nella sua area ne costruisce diversi: da due fino a 12-13. Li tengono in ordine, anche se quello che usano è uno solo, ma perché lo scelgano resta un enigma.

GIPETI - All’interno dei territori delle aquile qualche attraversamento in quota di altri uccelli può essere tollerato, ma voli radenti sono invece sempre motivo di duelli aerei feroci. Chi si deve muovere con cautela quando passa nelle “case” delle aquile sono i gipeti, enormi e meravigliosi avvoltoi, con colori delle piume che sembrano scelti da Gauguin. Sono loro i secondi uccelli nel regno dei cieli. Sono più grossi delle aquile: possono arrivare ad avere un’apertura alare di 2 metri e 70, ma non sono nati per uccidere, come le regine dell’aria: il gipeto mangia solo carcasse, e non ha quindi artigli da killer come quelli delle aquile. È per questo che i duelli aerei finiscono sempre nello stesso modo. «Una volta», ricorda Laura Fasce, «ho visto un gipeto precipitare tra gli alberi del bosco, dopo un duello in volo con un’aquila, come un aereo colpito da un missile». Le aquile, però, soprattutto se c’è abbondanza di selvaggina, a volte tollerano il passaggio dei gipeti.

APPENNINO - La natura non ha morale, ma è spietata solo quando serve. Inutile giudicare, meglio osservare e non finire di stupirsi. Come accade a Michele Mendi e Mario Pedrelli, della Lipu di Parma, che seguono le cinque coppie di aquile del Parco nazionale dell’Appennino tosco-emiliano. «Stavo osservando una coppia che aveva nidificato per la prima volta a poche centinaia di metri dal paesino di Riana, in provincia di Parma, di fronte a Casarola. Una volta la madre arrivò al nido e se ne andò subito dopo aver depositato sul bordo un povero scoiattolo, ormai morto, che aveva appena catturato volando radente sopra le cime degli alberi. L’aquilotto, che aveva dimensioni ormai ragguardevoli, per la gran fame e muovendosi goffamente si avvicinò con troppa veemenza al suo pasto e lo fece precipitare nel vuoto. Ricordo la “faccia” di quel piccolo, protesa per lunghi minuti fuori dal nido, con la sua vista d’aquila che inquadrava il cibo perduto centinaia di metri sotto».

VOLO A FESTONI - A saper guardare in alto, anche senza cannocchiale, se ne vedono di tutti i colori. Come “il volo a festoni” delle aquile. Lo fanno prima dell’accoppiamento, oppure per avvisare gli intrusi che tira una brutta aria. È una delle rare volte in cui le si vede sbattere le ali: salgono quasi in verticale e poi si lasciano cadere con le ali chiuse quasi del tutto, a forma di cuore. Poi le riaprono e, con l’abbrivio della velocità raggiunta durante la picchiata, risalgono in cielo, disegnando delle onde con cui attraversano la loro valle. A volte quest’acrobazia aerea la eseguono anche semplicemente quando maschio e femmina si vedono nel loro territorio, magari dai versanti opposti della valle. Deve essere il loro modo per salutarsi, per farsi festa. Questo volo si chiama anche danza del cielo.

Stefano Rodi
27 maggio 2013 (modifica il 31 maggio 2013)

Il Pentagono sugli hacker cinesi “Cyber attacchi sotto controllo”

La Stampa

I cinesi hanno tentato di entrare in possesso di informazioni militari di sensibile importanza, «ma i nostri sistemi hanno resistito bene»

francesco semprini
washington


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Il Pentagono si fa garante della incolumità del patrimonio bellico americano rispondendo alle indiscrezioni secondo cui hacker cinesi sarebbero venuti in possesso di «informazioni e dati sensibili» su alcuni armamenti statunitensi. «Continuiamo ad avere piena fiducia nei nostri sistemi militari - spiega il portavoce della Difesa, George Little - La notizia che cyber-attacchi abbiano in qualche modo compromesso le nostre capacità o conoscenze tecnologiche non sono corrette». 

Si tratta dello sviluppo più recente nel braccio di ferro tra Washington e Pechino sul cyber-spionaggio, una vicenda costellata di reciproche accuse legate a presunti atti pirateschi dei sistemi informatici dei rispettivi governi, e in particolare delle Forze armate. Martedì il Washington Post aveva pubblicato uno dossier parzialmente riservato del Defence Science Board, un osservatorio indipendente americano, nel quale si diceva che i bucanieri della rete avevano guadagnato accesso a computer contenenti informazioni «sensibili» su almeno una dozzina di armamenti americani, inclusi sistemi missilistici, navi e aerei. Sebbene il dossier non contenesse indicazioni esplicite per quanto riguarda la matrice di queste azioni, l’attenzione degli esperti e dei vertici militari è stata rivolta immediatamente al Paese del Dragone, dati gli episodi avvenuti nel recente passato.

I cinesi hanno tentato di entrare in possesso di informazioni militari di sensibile importanza, così come di brevetti e segreti commerciali, attraverso azioni di spionaggio elettronico di cui è stata data più volte notizia dal dipartimento della Difesa e Casa Bianca. Tom Donilon, il consigliere per la Sicurezza nazionale del presidente Barack Obama, aveva spiegato a marzo che Pechino sarebbe dietro una campagna su «larga scala» per rubare segreti di carattere industriale. Per quanto riguarda il dossier del Defence Science Board, «si mettono in evidenza alcuni elementi che destano una certa preoccupazione e che ci apprestiamo ad affrontare immediatamente per garantire la sicurezza informatica», avverte il colonnello Damien Pickart dell’Aeronautica militare, anche lui portavoce del Pentagono.

Nel rapporto si fa riferimento ad alcuni armamenti che rappresentano la spina dorsale delle difese missilistiche regionali del Pentagono in Asia, Europa e nel Golfo. Oltre che sui progetti di sviluppo dei missili Patriot, gli hacker avrebbero messo le mani anche su quelli di un sofisticato sistema per intercettare missili balistici noto come Terminal High Altitude Area Defense (Thaad), e a su quelli dei missili balistici Aegis per la Marina, dei caccia F/A-18, dei velivoli V-22 Osprey, degli elicotteri Black Hawk. E ci sarebbero anche i progetti di sviluppo del supercaccia F-35, ovvero il progetto targato Lockheed Martin che vede la cooperazione di tanti Paesi e sul quale sta prendendo forma la difesa dei cieli di mezzo mondo. A tranquillizzare gli animi è lo stesso colosso di Bethesda: «Abbiamo fatto importanti investimenti per contrastare le minacce provenienti dagli attacchi informatici - spiega Jennifer Allen, portavoce del più grande contractor al mondo per il settore Difesa - rimaniamo fiduciosi dell’integrità dei nostri sistemi di sicurezza». 

Anche Al Qaeda scivola sulle note spese truccate

La Stampa

L’algerino Belmoctar accusato di fare la cresta sui riscatti degli occidentali rapiti

giordano stabile


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Un capobastone inaffidabile, ingestibile e dalla contabilità piena di ombre. È il ritratto che esce da una lunga lettera di reprimenda, dieci pagine, che i capi di Al Qaeda nel Maghreb (Aqmi) hanno inviato un anno fa a Moctar Belmoctar, meglio noto come Il Guercio, la volpe del deserto che ha messo a segno rapimenti e blitz spettacolari contro gli occidentali in tutta l’Africa settentrionale. L’ultimo: l’assalto alle miniere di uranio della francese Areva in Niger che ha bloccato la produzione per almeno due mesi. O l’attacco al campo di estrazione del gas a In Amenas, a gennaio in Algeria, con bilancio finale di 67 vittime, di cui 37 occidentali e giapponesi.

Il Guercio l’ha scampata anche quella volta, mentre il suo commando si è immolato contro le truppe scelte algerine. Oramai è un cane sciolto, seguito da un gruppo di fedelissimi affascinati dal suo ardire e dai bei soldini che arrivano dai rapimenti. Ma con la leadership dell’Aqmi la rottura è totale. Anche perché, nella lettera di reprimenda, ritrovata dall’«Associated Press» in un edificio abbandonato dai jihadisti nel Nord del Mali, si esprimono dubbi sulla consistenza del riscatto ottenuto per il rilascio del canadese Robert Fowler nel 2008, «solo 700 mila euro». Una velata insinuazione al Guercio: non è che te ne sei intascati un po’?

Possibile, vista la personalità di un comandante in grado di far girare le scatole persino al vertice della più pericolosa organizzazione terroristica mondiale. Dalle critiche e istruzioni esce fuori però anche una mentalità aziendale, e burocratica, della ditta Al Qaeda. I capi locali debbono presentare una dettagliata nota spese ogni mese, pena la sospensione dei finanziamenti dall’ufficio centrale, che raccoglie le «elemosine» caritatevoli dai sostenitori, soprattutto nei Paesi del Golfo. A Belmoctar i capi rimproverano anche di «non rispondere al telefono quando viene cercato», di saltare le riunioni e soprattutto di non obbedire agli ordini e di «voler soltanto fare il capo».

Ma è l’affaire Fowler a bruciare di più. Il diplomatico doveva servire da merce di scambio con gli americani sullo scacchiere Afghanistan-Pakistan. Belmoctar ha invece «voluto agire da solo» e ha ottenuto una somma «ridicola». Tesi confermata dagli esperti di intelligence di Stratfor, che valuta in 3 milioni il riscatto medio pagato dagli Stati occidentali per un loro ostaggio in mano a islamisti. La delusione per la cessione di Fowler senza contropartita arriva ai capi di Aqmi persino dal quartier generale, situato nel Khorasan, antico nome arabo per la regione Af-Pak, dove sta lo sceicco Ayman Al Zawahiri. Dalle pagine ritrovate emerge la lontananza dell’Aqmi dai capi assoluti, dai quali hanno ricevuto, nonostante le «molte lettere spedite», solo «qualche messaggio».

Il Guercio stava invece per fondare il suo gruppo, «Coloro che si firmano con il sangue», protagonista degli attacchi spettacolari successivi. Dopo che probabilmente aveva provato a scalzare, e far fuori, senza successo, il leader dell’Aqmi, Abdelmalek Drukdel. Altro che non rispondere al telefono.

Ostia Antica, trovata la «Spa» degli antichi romani: un quartiere benessere per la talassoterapia

Il Messaggero

di Laura Larcan


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Ad Ostia Antica il benessere del corpo, e della mente, si conquistava in spiaggia, quando il mare ancora non si era ritirato di oltre sei chilometri (come appare oggi) e se ne sfruttavano ancora fino in fondo le proprietà salutari del clima.
Lontano dal fermento cittadino, era l’originaria linea di costa della città di duemila anni fa, nel quartiere suburbano di Porta Marina, a riservare un «buen retiro» per gli ostiensi, non d’elite ma rigorosamente pubblico, dove curarsi sistematicamente con la talassoterapia. Insomma, una sorta di «Spa» d’epoca imperiale che sfoggiava, oltre alla vista mare, un monumentale complesso architettonico a carattere termale di extralusso, dove raffinati mosaici rivestivano i pavimenti, fregi dai rilievi marmorei dipinti correvano sulle pareti, alte colonne dividevano gli ambienti.

A rileggere la storia della vita quotidiana sulla spiaggia di Ostia Antica (città che nasce come appendice di Roma sul mare e sulla foce del Tevere) è la missione archeologica Alma Mater studiorum dell’università di Bologna che ieri ha presentato i risultati delle campagne di scavo avviate dal 2007 in collaborazione con la Soprintendenza archeologica di Roma, in occasione del convegno «Roma, Tevere, Litorale», coordinato da Catherine Virlouvet dell’École française de Rome. Il progetto «Ostia marina» si è concentrato su una porzione della zona suburbana fuori Porta Marina rimasta per secoli completamente inesplorata. Una vero e proprio «buco nero» per gli storici che ha svelato ora negli spessi strati sabbiosi un patrimonio ancora incontaminato, tale da documentare le scene di vita quotidiana sulla spiaggia di Ostia dal I al IV sec. d.C. prima e dopo Adriano.

IL LUSSO DI ADRIANO
È proprio l’imperatore filosofo il cardine di questo luogo. «All’epoca adrianea, nel dettaglio alla seconda metà degli anni Venti del II secolo d.C., è databile un complesso termale edificato sull’antica spiaggia di Ostia che noi abbiamo denominato Terme del Sileno dal fregio con maschere dionisiache scolpite in marmo dipinto che ha restituito tracce di colori rosso, blu e verde», racconta Massimiliano David direttore scientifico del progetto. Ma l’aspetto originale è che questo edificio si allinea lungo la costa con altri due edifici termali, una concentrazione unica su tutta la città (che ne conta 20) che dimostra come la zona fosse diventata un quartiere-benessere: «La stretta vicinanza al mare ne attesta un carattere talassoterapico - riflette David - e la concentrazione di terme ci fa pensare che la combinazione mare-terma fosse un punto di forza per il sistema economico della città. In altre parole, era la Spa di Ostia».

La qualità delle Terme del Sileno, poi, doveva essere di «classe A». Non solo sfoggiava varie piscine, con l’ipotesi che fossero d’acqua salata, ma era concepito tutto in grande stile: «Le murature sono conservate in altezza fino a tre metri, mentre le volte sono crollate - racconta Marcello Turci direttore del cantiere - Due colonne in marmo sono conservate in situ, e segnavano il passaggio tra calidarium e frigidarium, quest’ultimo rivestito di un mosaico dai raffinati motivi geometrici. Abbiamo ritrovato anche frammenti di statue che dovevano decorare le nicchie nelle sale». Un cantiere ricco di sorprese. D’altronde, come evidenzia l’archeologo Gian Piero Milani, «Il progetto Ostia marina è il primo scavo di profondità condotto all’interno del sito di Ostia Antica da più di trent’anni».

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Ostia, scoperta la spa degli antichi romani



Venerdì 31 Maggio 2013 - 09:49
Ultimo aggiornamento: 11:25

Orgasmo femminile: è veramente indispensabile?

La Stampa


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Il titolo di questo articolo è volutamente provocatorio, datosi che della risposta orgasmica femminile, si è tanto parlato, sia con modalità scientifiche che scandalistiche, ma spesso  poco attinenti alla realtà clinica. Il termine orgasmo (dal greco orgasmós, derivato di orgáó “essere in preda al desiderio”, da orgx “sentimento, passione”) vuole sintetizzare quella serie di eventi psico-neuroendocrini e relazionali che necessitano  al punto massimo della fase eccitatoria sessuale.

Svariate correnti di pensiero si sono alternate a tal proposito:

c’è chi  sostiene che la risposta orgasmica femminile non sia di fondamentale importanza, perché non correlando con l’aspetto evolutivo e quindi con la prosecuzione della specie, diventa  opzionale. C’è chi invece, in culture lontane dalle nostre, amputa parti degli organi sessuali alle donne, praticando la clitoridectomia per evitare che la donna possa provare piacere sessuale, determinando così la sua totale sottomissione al maschio e conclamando una sessualità finalizzata  al solo concepimento, avulso totalmente dal piacere. E ancora, chi correla la sua assenza con scadenti arti amatorie del partner, con l’assenza di educazione emozionale e sessuale, con un’educazione sessuofobica, con problematiche psichiche o psichiatriche, ecc.

Dal punto di vista storico la sessualità femminile, è sempre stata strettamente ancorata alla sfera della procreazione, le donne non avevano accesso alla dimensione del piacere, se non con il solo obiettivo di procreare. Il tempo, la rivoluzione sessuale e la pillola contraccettiva, hanno totalmente cambiato l’approccio alla sessualità delle donne, facendole approdare verso una nuova forma di consapevolezza psico\corporea e relazionale.

Vediamo cosa accade realmente...

La disamina della risposta orgasmica femminile, non può essere effettuata con modalità avulse dalla “donna”, dalla sua psiche, soma e relazione in cui la sessualità abita. Il raggiungimento di una fisiologica fase eccitatoria centrale e di quella del successivo orgasmo, è condizionato da un adeguato sviluppo psichico e psico-sessuologico, dall’assenza di traumi psicosessuali e di conflittualità relazionali, da una integrità di organi e apparati preposti al raggiungimento e mantenimento  della fase eccitatoria e dell’orgasmo, dall’assenza di fattori iatrogeni di tipo  medico e/o chirurgico. Inoltre, è  molto difficile descrivere cosa sia l’orgasmo femminile ed affermare se una donna lo raggiunga o meno, dal momento che non esistono parametri fisiopatologici in grado di “valutare oggettivamente” questo evento in assenza di una sua definizione soggettiva univoca; il tutto correla con variabili psichiche e relazionali.

Il quotidiano britannico The Sun,  ha pubblicato i risultati di una ricerca secondo la quale circa il 20% delle donne non avrebbe mai raggiunto il piacere durante il rapporto sessuale.

  • L'orgasmo femminile, proprio per la sua caratteristica di interiorità, viene detto "orgasmo di mucosa", molto differente sia per i fattori caratterizzanti del suo raggiungimento, che per intensità rispetto a quello maschile, quest'ultimo detto invece "d'organo". La risposta orgasmica femminile è molto complessa e correla con tutta una serie di variabili intrapsichiche, emozionali e soprattutto “relazionali”, che ne determinano il suo raggiungimento o la sua assenza. 
  • L’anorgasmia coitale, termine con il quale si definisce l’impossibilità a raggiungere l’orgasmo nonostante un’adeguata stimolazione, sembra essere una condizione molto diffusa tra la popolazione femminile, in tal caso necessita una diagnosi clinica adeguata e scrupolosa. L’anorgasmia coitale, deve essere sempre analizzata, in quanto la sua presenza nella vita delle donne, denuncia altre problematiche di tipo organico,  psichico, relazionale o emozionale.
Vi sono situazioni nelle quali, come spiega David Edwards, membro della British Society for Sexual Medicine, il non raggiungimento del piacere sessuale può essere invece campanello d’allarme di condizioni mediche importanti non ancora diagnosticate: una scarsa lubrificazione vaginale potrebbe essere, ad esempio, la presenza di una forma di diabete non ancora emersa. Il giornale inglese inoltre,  dedica un ampio spazio ai fattori psicologici che giocano un ruolo fondamentale nell’anorgasmia femminile.
La conoscenza di sé, della più segreta geografia corporea e mentale, un’adeguata educazione emozionale e sessuale, una coppia mentalmente, emozionalmente e fisicamente empatica, diventa il più importante pre-requisito per accedere alla poliedrica sfera del piacere. Esistono però anche fattori oggettivi che danneggiano e compromettono il raggiungimento dell’orgasmo: l’assunzione di alcuni farmaci, come gli anti-depressivi e l’assunzione di alcolici può avere un effetto analgesico e sedativo bloccando gli impulsi sensoriali ed ostacolando il percorso verso il piacere sessuale.

Cosa blocca il raggiungimento del piacere nelle donne? Tra le complicanze psico-sessuolgiche annoveriamo:

1- Lo spectatoring: si tratta di una sgradevole e disfunzionale attitudine all’auto-osservazione della sessualità, che ne impedisce il  naturale fluire e fruire (frequentemente presente anche nel deficit erettivo).
2- L’ansia da prestazione: nonostante il termine faccia immediatamente pensare alla sessualità maschile, l’ansia da prestazione è quell’ansia anticipatoria che danneggia ed impedisce l’intimità. Più la donna, cercherà con modalità ossessive di raggiungere il piacere sessuale, più questo diventerà chimerico, più sposterà la sua attenzione dal “percorso” alla “meta”, più questa diventerà irraggiungibile.
3-  Il rapporto ambivalente con la fisicità: molte donne vivono un ambivalente rapporto con la loro fisicità, si percepiscono  brutte, goffe, in sovrappeso, inadeguate …. questa ambivalenza spesso amplifica la sensazione di inadeguatezza fino a fungere da catalizzatore d’ansia e disagio.
4- Educazione rigida e sessuofobica:
un’assenza di educazione emozionale e sessuale, prepara il terreno ad una proliferazione di falsi miti correlati alla sessualità, di interpretazioni fantasiose e non aderenti alla realtà, inoltre, dopo esperienze negative, la ragazza\donna si potrà percepire sempre più inadeguata.
5- L’assenza di stimolazione clitoridea:
non esiste in clinica differenza alcuna  tra orgasmo vaginale e clitorideo; la stimolazione clitoridea, diretta o indiretta, correla sempre con la risposta orgasmica femminile.
6- Una coppia inadeguata
: la coppia rappresenta il “luogo simbolico” deputato all’intimità, con le sue dinamiche, verbalizzazioni, empatia, aggressività, diversità, conflittualità….. e non rappresenta sempre il terreno adatto per poter concimare la sfera della sessualità. Molte volte l’ anorgasmia, viene detta “anorgasmia situazionale”, si manifesta cioè con alcuni partners e non con altri.
Una relazione d’amore con caratteristiche di “incastro perfetto” è quella relazione che mette insieme le tre “C” correlate alla sfera dell’intimità: corpo, cuore e cervello.
7- Una disfunzionalità del pavimento pelvico: un momento di fondamentale importanza nel raggiungimento  dell’orgasmo femminile è la formazione della cosiddetta piattaforma orgasmica. Questo termine traduce un’area di vasocongestione vulvo-vaginale (engorgement) che si organizza  nella  fase di plateau ed alla cui formazione contribuisce l’aumento del tono della muscolatura superficiale perineale e quella del muscolo pubo-coccigeo, unità componente il muscolo elevatore dell’ano. Appare perciò evidente come una buona funzionalità della muscolatura del pavimento pelvico contribuisca alla fase eccitatoria di plateau e conseguentemente, al raggiungimento dell’orgasmo femminile. Infatti, già nel 1952 Kegel riportava che il 40% delle donne con anorgasmia giunte alla sua osservazione, aveva una disfunzione del muscolo pubo-coccigeo.

Quanto è determinante la “relazione di coppia”? Una coppia conflittuale, scarsamente empatica, non supportiva, con elementi al suo interno di scarsa conoscenza dell’altro\a, non sarà una buona coppia durante l’intimità. Elementi  da non sottovalutare per un’adeguata risposta orgasmica femminile, sono la dimensione della “fiducia nei confronti del partner”, dell’empatia e del contenimento mentale, emozionale e sessuale, la dimensione ludica, del gioco, dell’attesa. Questi elementi dovrebbero essere sempre presenti durante l’intimità ed andrebbero sempre sostituiti  al controllo pulsionale e passionale, all’ansia da prestazione, all’incapacità nel  lasciarsi andare, all’inseguimento della “meta”, piuttosto che al piacere dato dal  “percorso”.

Esistono donne anorgasmiche con un partner e multi-orgasmiche con altri partners? Donne che riescono ad accedere alla complessa sfera del piacere in perfetta solitudine e non con il partner?
La risposta è si.
La “quota relazionale” è un elemento di fondamentale importanza che caratterizza sia la funzionalità che la disfunzionalità della sessualità femminile:  fase del desiderio, fase dell’eccitazione e fase orgasmica dipendono fortemente  dalla coppia in cui la sessualità dimora.


Bibliografia:
“Sessuologia Medica. Trattato di psicosessuologia e medicina della sessualità”
Emmanuele A. Jannini, Andrea Lenzi, Mario Maggi Elsevier Masson; Milano, 2007
Capiolo 28: Fisiologia dell'orgasmo femminile. F.Pirozzi Farina, G. Morgia, pag. 119-124
Kaplan HS. The new Sex Therapy. Bailliere, Tindall, London, 1974.
Basson R. The female sexual response: A different model. J Sex Marital Ther 2000
Jannini EA, d’Amati G, Lenzi A. Histology and Immunohistochemical Studies of Female Genital Tissue. In: Goldstein I et al. (Eds.) Women’s Sexual Function and Dysfunction: Study, Diagnosis and Treatment. Taylor and Francis, London, 2006
“I codici del piacere”- Austoni, Zatti Franco Angeli, collana di psico-sessuologia
La salute sessuale del terzo millennio- Dichiarazione e documento tecnico. FISS- WA (federazione italiana sessuologia scientifica, Word association for sexual health) “Sessualità: usi e costumi degli italiani sotto le lenzuola” Valeria Randone -Kimeric 2011.

Speciale versione della Defender: Land Rover festeggia 65 anni

Il Messaggero
di Nicola Desiderio

Il marchio di fuoristrada più prestigioso del mondo tocca lo storico traguardo proponendo una speciale versione del modello che ha fatto nascere l'azienda ormai diventata un punto di riferimento mondiale.


Cattura
SOLIHULL - A 65 anni c’è chi va in pensione, c’è invece chi vive una seconda giovinezza come Land Rover che celebra i 13 lustri della propria storia così come aveva iniziato il 30 aprile del 1948: con l’alluminio. Le nuove Range Rover e Range Rover Sport sono infatti i primi suv al mondo costruiti completamente nel metallo leggero grazie al quale risparmiano 420 kg, ma dopo al fine della Seconda Guerra Mondiale fu necessità a fare virtù. L’acciaio infatti scarseggiava, ma di certo abbondavano le idee, come quella di fare una Jeep tutta britannica. Così nacque la Land Rover Series 1, costruita a Solihull, ma sviluppata nella vicina tenuta di Paddington dove erano stati portati avanti i test con Huey. Così infatti veniva chiamato il prototipo targato HUE 166 che avrebbe dato vita a un mito. Nel 1970 il mito sarebbe diventato un marchio con la Range Rover, il primo fuoristrada di lusso, arricchitosi nel 1989 dalla Discovery, nel 1998 dalla Freelander e nel 2010 dalla Evoque.

Nel frattempo la prima Land Rover è stata ribattezzata Defender, un nome da difensore della tradizione per un’auto rimasta uguale a se stessa e per un costruttore che non ha mai tradito la sua missione: fare fuoristrada e innovazione. E anche se qualche concessione alla moda – vedi 2 ruote motrici – c’è stata è perché un’industria deve guardare al mercato. Maurice Wilks traccio i primi schizzi della Series I sulla sabbia, ma oggi il gruppo Jaguar Land Rover è un’azienda solida e la gamba più forte è proprio quella con lo stivale pronto a sporcarsi visto che genera l’85% delle 358mila unità vendute in 169 paesi, cresciute del 30% nel 2012 e di un altro 17% nel primo trimestre.

Si vedono dunque i primi frutti della gestione Tata, subentrata nel 2007, capace di creare 2mila posti di lavoro, profitti per 1,5 miliardi di sterline e investimenti di 2,75 miliardi da qui fino al 2015. Soldi freschi per il cambio automatico a 9 rapporti, prossimamente sulla Evoque, e per l’ibrido sulle ammiraglie Range Rover e Range Rover Sport le quali vengono assemblate proprio a Solihull, in uno stabilimento dove oggi non si compie neppure una saldatura: solo rivetti, colla e alluminio.

Nuovi modelli, stessa casa: entrambi simboli di uno slancio ritrovato mentre il prototipo Electric Defender rappresenta l’identità stessa di un marchio che continua a guardare il futuro senza mai dimenticare da dove proviene. Per questo Land Rover onora i suoi primi 65 anni con la Defender LXV, l’antesignana in edizione speciale con carrozzeria 90 hard top verniciata in nero o bianco, con tetto grigio, cerchi e calandra bruniti e cuciture arancio per gli interni. In Italia arriverà in soli 30 esemplari. La pensione può aspettare.


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Land Rover, la regina dell'off road: Defender speciale per i 65 anni


Land Rover Defender Elettrico


Range Rover Sport


Range Rover Evoque 9 marce



Land Rover Freelander 2013


Range Rover Prova in Marocco fuoristrada


Land Rover Discovery 4 Spedizione a Pechino


Range Rover Evoque Convertible Concept


Range Rover Evoque collaudo prototipi