mercoledì 29 maggio 2013

Guida alle migliori videocamere da auto

Corriere della sera

Con poco più di 200 euro si realizzano filmati in Hd . Il boom delle «action cam» da usare ovunque

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MILANO- Il video è il modo più semplice e potente per farsi conoscere sul Web, anche attraverso i social network. Non c’è bisogno di realizzare riprese in stile «Fast and Furious», basta essere originali, ironici e usare la videocamera per condividere un itinerario o uno spaccato di vita«on the road». Per avere un’idea del fenomeno, basta pensare che più di un miliardo di utenti unici visita YouTube ogni mese, per un totale di oltre quattro miliardi di ore di video viste. Lo stato dell’arte della tecnologia permette anche ai meno smanettoni riprese di sicuro impatto a bordo dell’auto, a fronte di un budget di 200 euro circa. Proprio quelle che abbiamo utilizzato per girare questa video prova con la Mini Paceman.

GO PRO, LA MIGLIORE- GoPro è la regina incontrastata del settore «action cam» grazie a riprese di qualità senza «effetto mosso» e grazie al fatto d’essere stata la pioniera. Il modello Hero3 Black Edition (449 euro) è quello di punta, il prezzo è proibitivo rispetto ad altre, ma le caratteristiche lo giustificano in parte. Il gioiellino hi-tech ha un peso di circa 70 grammi ed è più piccolo di quasi un quarto rispetto ai precedenti dello stesso brand. La Black Edition può registrare immagini con una risoluzione di 4K (4.096 x 2.160 pixel a 12 FPS) e incorpora anche un’interfaccia Wi-Fi, una porta UBS e una micro HDMI.

Video : La prova della Mini Paceman girata con le «action cam»

LE ALTERNATIVE-La Jvc GC-XA1 Adixxion (299 euro) è una delle più versatili in commercio, è ultracompatta e squadrata, e secondo la casa è resistente alle «botte» -non si rompe anche se cade da due metri ma è meglio non provarci- e agli spruzzi d’acqua. In caso di maltempo può essere utilizzata all’esterno dell’auto senza custodia e, grazie ai fori per il treppiedi posizionati sui due lati (in basso e sulla sinistra), potete sbizzarrirvi sull’angolo di ripresa. La Gc-xa1 cattura immagini in Full HD (1.920x1.080) a 30 Frame per secondo e incorpora un ottimo zoom digitale 5x, comunica con computer e smartphone grazie all’interfaccia Wi-Fi, ma soprattutto vanta un display laterale da 1,5”, piccolo, ma sufficiente. L’interfaccia è complicata, la sconsigliamo ai non esperti. Può semplificare la vita l’app per la gestione in remoto del dispositivo tramite iPhone, iPad o iPod Touch, ma in questo caso è la connessione a non dare una mano. Facile invece il collegamento alla TV tramite cavo HDMI per vedere subito sul grande schermo quanto è stato filmato.

SAMSUNG LOW COST- A chi si spaventa a causa dei tasti di piccole dimensioni e per i design non ortodossi delle action cam, è dedicata invece la QF20 (229 euro) con una concezione classica e un costo più limitato. Il design compatto rende questa Samsung adatta sia per le riprese a mano sia per l'uso «camera car» Il display è da 2,7 pollici, per iniziare le riprese basta premere un tasto, inoltre la QF20 vanta un sensore CMOS 5 Megapixel BSI e una risoluzione 1080i Full HD. Quando la vostra vena da regista prenderà il sopravvento, potrete soddisfarla scuotendo l’apparecchio, a quel punto il software selezione casualmente un effetto artistico.

QUASI COME AL CINEMA-Chi ha pretese cinematografiche ben più ambiziose, troverà nella ATC Chamaleon (199 euro) pane per i propri denti. La Oregon monta due videocamere orientabili indipendentemente, entrambe con un angolo di ripresa di 170°, in un sol colpo potrete effettuare doppie riprese, da due diverse angolazioni. Terminata la registrazione è possibile mixare i filmati a casa con calma o riprodurli con la sincronizzazione automatica in modalità split screen (lo schermo diviso in due) ad una risoluzione di 1.080p (720p per ogni lente).

FRA FULL HD E OTTICA RAFFINATA-La Midland XTC300 Full HD (259 euro) invece non ha display ed è destinata alla riprese in soggettiva stile POV (Point of View), è compatta e funziona grazie ad un unico grande tasto posizionato sulla parte posteriore. Potrete posizionarla ad esempio vicino allo specchietto e accenderla al momento del bisogno allungando la mano fuori dal finestrino. Lo stabilizzatore automatico e il grandangolo a 140°, oltre al sensore in grado di catturare immagini in formato Full HD, garantiscono un’ottima qualità delle immagini nonostante l’essenzialità del design. Simile come concept è il modello Sony HDR-AS15 che ha fronte di un peso di soli 90 grammi e un obiettivo grandangolare Carl Zeiss, vanta un prezzo di 300 euro. Il sensore CMOS Exmor R garantisce una qualità HD anche in condizione di luce scarsa. Un recente aggiornamento del firmware (il software di funzionamento) della HDR-AS15 è in grado d’aumentare il numero di frame registrati al secondo fino a 60, in modalità Full HD.


Lino Garbellini
lgarbell27 maggio 2013 (modifica il 29 maggio 2013)

Mister P4 svela gli altarini Nuzzi stasera intervista Bisignani

Libero

Il faccendiere mette in piazza segreti e vizi dei potenti: i fucili d'oro di Prodi, l'amicizia di lady Fini con Gheddafi, le mosse di Alfano alle spalle del Cav...


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Stasera alle 22,30 in diretta su La7 e in streaming su www.la7.it Gianluigi Nuzzi intervista Luigi Bisignani. La puntata sarà dedicata al ruolo e alle finalità di cricche, comitati d'affari, network orizzontali che si annidano nelle pieghe del potere istituzionale. Il faccendiere parlerà del suo libro 'L'uomo che sussurra ai potenti'. (ChiareLettere, 2013). Riportiamo di seguito alcuni passaggi del libro anticipato da Franco Bechis su Libero in edicola oggi 29 maggio 2013. 

Di seguito alcuni passaggi dell'articolo di Bechis:

Berlusconi inedito - C’è anche un Silvio Berlusconi segreto nei racconti di Bisignani. Come quello dell’incontro combinato a palazzo Chigi con l’uomo più ricco del mondo, il messicano Carlo Slim, azionista di Telecom: «Arrivati nel salottino che faceva da anticamera alla stanza del premier, vedemmo uscire Luisa Todini (…) Slim, piuttosto compiaciuto, bisbigliò: «Gran chica guapa».  Davanti all’uomo più ricco del mondo Berlusconi volle fare il classico baùscia. Si fece portare da un commesso un libro fotografico e disse: «Questa è l’ultima villa che ho costruito ai Caraibi, la consideri sua quando ci vuole andare, ci sono una ventina di stanze». Il ricchissimo Slim che non viveva da ricco, rispose: «Grazie, ma per me è troppo grande, tranne che con figli e nipoti non saprei proprio come riempirla». Del Berlusconi attuale Bisignani dice che «in questo momento gli piace moltissimo l’imprenditore Alfio Marchini, pupillo di Gianni Letta e candidato sindaco di Roma, cui vorrebbe affidare un ruolo nel centrodestra contro il parere di tutti».

Gheddafi e Fini - Un capitolo a sé riguarda i viaggi di Mohammar Gheddafi, con la rivelazione di un inedito inquietante: «Di recente molti sospetti sono circolati attorno a uno degli archivi di Gheddafi scoperto dopo la sua morte, e finito probabilmente nelle mani di collaboratori di 007 italiani. Potrebbe contenere indicazioni chiave sui finanziamenti elargiti dal regime ai governi europei.  Credo che della questione si sia interessato anche Monti durante la sua blindatissima visita a Tripoli del 2012». L’ultima volta a Roma del colonnello nell’agosto 2010 fece scalpore per un incontro con sole donne all’Auditorium, fra cui tre ministre del governo Berlusconi:  

Gelmini, Carfagna e Prestigiacomo. Il colonnello quasi si invaghì di quest’ultima: «tentò invano di invitare la Prestigiacomo a Tripoli per siglare un importante accordo sull’ambiente, ma lei si rifiutò». Bisignani poi racconta che il figlio del Colonnello «era amico di Elisabetta Tulliani», conosciuta quando era compagna di Luciano Gaucci. Gheddafi era anche intimo di Massimo D’Alema, la cui foto campeggiava a Tripoli. I due si videro in Libia quando D’Alema era a palazzo Chigi: «Gheddafi fece notare al premier che poteva essere discendente della famiglia Ben Halima, proveniente dalla città cirenaica di al-Beida, la stessa di sua moglie. D’Alema, maestro nell’affermazione dei ruoli, confermò la propria origine araba, ma disse di non aver mai considerato quella cirenaica. Gheddafi lo riteneva l’unico interlocutore internazionale del quale aveva una certa soggezione».

Un weekend con Fred Phelps Jr., l’uomo più odiato d’America

Corriere della sera

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Topeka, Kansas – “Stai attento, mi raccomando”, mi dice Fred Phelps Jr., che qua tutti chiamano sempre Fred Jr., mentre mi accompagna alla stazione degli autobus. “Lavoro con i carcerati e quegli autobus sono pieni di gentaccia. Per qualsiasi cosa hai il mio numero, se hai bisogno chiamami che ti aiuto io”. Prima di salutarmi sua moglie Betty mi ha dato un sacchetto di carta marrone, con il pranzo per il viaggio. Dentro c’è un po’ d’uva, una banana, due panini con il formaggio, delle patatine e una Coca Cola Zero. Il pane era soffice e fatto in casa da Betty. Sono molto salutisti in famiglia, stanno attenti alla dieta e fanno parecchio sport.

La domenica vanno tutti quanti a giocare a calcio poco lontano da casa loro. “Noi giochiamo più che altro in difesa”, mi spiega Betty con un sorriso timido. “Quando ci arriva la palla la calciamo lontano”, interviene Fred Jr. con il suo vocione del Midwest. Quando erano giovani il calcio lo avevano appena sentito nominare dagli insegnanti di ginnastica. Entrambi giocavano a softball. Poi negli ultimi anni dicono che c’è stata una diffusione pazzesca anche qua in Kansas, si sono appassionati e hanno cominciato a giocare quasi tutte le domeniche pomeriggio. “È proprio uno sport divertente”, mi dice Fred Jr..

Come quasi tutti i suoi fratelli, anche lui è avvocato. C’è chi sostiene che i picchetti della Westboro Baptist Church siano in realtà un modo per arricchirsi: fanno infuriare le persone, si fanno aggredire e poi denunciano gli aggressori per ottenere risarcimenti. Io in realtà credo che odino veramente gli omosessuali. Fred Jr. mi racconta che la prima volta che ha visto l’oceano aveva la mia età, trent’anni. Ha sempre abitato qua a Topeka, e fino alla fine degli anni Ottanta faceva parte del partito democratico, come anche suo padre Fred. Fu anche un delegato alla convention di Atlanta del 1988. Là cominciò a notare come “gli omosessuali stavano cominciando a prendersi il paese”.

“Accanto a noi c’erano i delegati della Califonia”, ricorda Fred Jr., “e indossavano queste magliette che inneggiavano all’omosessualità. Era disgustoso”. Quell’anno lui e Betty avevano anche organizzato un evento di raccolta fondi a casa loro per Al Gore, che era candidato alle primarie democratiche per la presidenza ma fu sconfitto dall’allora governatore del Massachusetts Michael Dukakis, a sua volta battuto da George H. W. Bush. Quattro anni più tardi però Gore divenne vicepresidente con Bill Clinton, e i Phelps furono invitati alla cerimonia inaugurale.

Fred Jr. mi porta a spasso per la città con una disponibilità senza limiti. Si lamenta del traffico, che io non noto, e mi fa vedere la sua prima casa. Di fronte ci abitava sua sorella Becky. Non appena quella casa fu messa in vendita la vicina la acquistò per demolirla. “Non ci avevamo mai parlato”, sospira Fred Jr., “ma ci odiava così tanto che spese 260.000 dollari per comprare la casa e buttarla giù”. Ora in quel lotto c’è un grande prato. Mentre andiamo alla stazione del Greyhound nella sua monovolume beige, quasi non riesco a realizzare che sono seduto vicino a uno degli uomini più odiati d’America.

La sua gentilezza fa letteralmente a pugni con le sue idee e con l’odio che ha per l’omosessualità.
Mi saluta calorosamente, e dopo pochi minuti mi manda un altro saluto via Twitter. “Auguri ad Andrea Marinelli, che attraversa l’America scrivendo di matrimoni gay. Stai al sicuro Andre!”. E condisce il tutto con due hashtag: “Dio odia l’America” e “Dio odia i matrimoni gay”.


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Creta: i Minoici non venivano dall'Africa

Corriere della sera

Sono originari dell'Europa, smentita ipotesi di un arrivo dall'Egitto o dal Medio Oriente. Analogie con i sardi

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Ricordate il leggendario re Minosse che, secondo la tradizione, ordinò la costruzione di un labirinto a Creta per rinchiudere la mitica creatura metà uomo e metà toro conosciuta come il Minotauro? Ebbene, la prima civiltà avanzata dell’Europa, quella appunto dei minoici, è originaria del nostro continente e non proviene dall’Asia o dall’Africa come molti studiosi pensavano. L’analisi del Dna di antichi resti umani sull’isola di Creta getta una nuova luce sull’origine della civiltà minoica, concetto quest’ultimo sviluppato da sir Arthur Evans, l'archeologo britannico che dissotterrò il Palazzo di Cnosso a Creta, databile a circa 4 mila anni fa. Evans era del parere che la cultura minoica avesse le sue origini altrove. Fu infatti egli a suggerire che i minoici si fossero rifugiati a Creta provenendo dal delta del Nilo in Egitto, per fuggire alla conquista della loro regione da parte di un re proveniente dal sud del Paese circa 5 mila anni fa.

LE IPOTESI - Ma le analisi del Dna indicano che i minoici erano indigeni europei. I risultati della ricerca sono riportati dalla rivista Nature Communications. «Evans fu sorpreso di trovare una civiltà così avanzata sull'isola di Creta», spiega George Stamatoyannopoulos, uno degli autori, genetista dell'Università di Washington a Seattle. «Per sostenere l’origine nordafricana dei minoici portò come prove le apparenti somiglianze tra l’arte egizia e quella minoica, oltre che le somiglianze tra le tombe circolari costruite dai primi abitanti di Creta meridionale e quelle costruite dagli antichi libici. Ma altri archeologi hanno sostenuto che le origini dei minoici fossero in Palestina, Siria o in Anatolia».

IL DNA - Gli studiosi hanno analizzato il Dna di 37 resti di individui seppelliti in una grotta sull'altopiano di Lassithi, nell'est dell'isola. Si ritiene che la maggior parte di queste sepolture risalgano al periodo minoico medio, cioè a circa 3.700 anni fa. In particolare è stato analizzato il Dna mitocondriale estratto dai denti degli scheletri, localizzato negli organelli cellulari (i mitocondri) e che passa pressoché invariato dalla madre ai figli. Le sequenze sono state confrontate con quelle simili di altre 135 popolazioni europee, dell’Africa e dell’Anatolia, provenienti da campioni sia antichi che moderni. Il confronto ha escluso un’origine nordafricana dei minoici, visto che gli antichi cretesi hanno mostrato poca somiglianza genetica con i libici, gli egiziani e i sudanesi. Ma sono altrettanto distanti geneticamente dalle popolazioni della penisola arabica, tra cui i sauditi e gli yemeniti.

AFFINITÀ CON I SARDI - Il Dna antico minoico è invece molto più simile a quello delle popolazioni dall'Europa occidentale e settentrionale. Una particolare affinità genetica è quella con le popolazioni dell’età del bronzo dalla Sardegna e della penisola iberica e con i campioni neolitici provenienti dalla Scandinavia e dalla Francia. Inoltre il Dna minoico assomiglia anche a quello delle persone che vivono oggi sull’altopiano di Lassithi. Gli autori concludono quindi che la civiltà minoica era frutto di uno sviluppo locale, originato da abitanti che probabilmente avevano raggiunto l'isola circa 9 mila anni fa, nel Neolitico. «I minoici sono europei», afferma Stamatoyannopoulos, «e sono anche legati agli odierni cretesi. Ma è anche evidente che poi la loro civiltà ha subito l’influenza culturale di altri popoli del Mediterraneo, compresi gli egiziani».

Massimo Spampani
28 maggio 2013 (modifica il 29 maggio 2013)

La ragazza con il cuore a forma di piede

Corriere della sera

Una rara cardiopatia fa sembrare il ventricolo sinistro simile a un piede nell'ecografia

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Per un profano, guardare le immagini di un cuore pubblicate sulla rivista Lancet nell'articolo dall'eloquente titolo «Il cuore a forma di piede» può avere il sapore dello scherzo: com'è possibile che quest'organo, ben noto a tutti nella sua forma più o meno stilizzata, possa sembrare così simile a un'orma umana sulla sabbia? Eppure succede, quando si è affetti da una cardiopatia chiamata «ventricolo sinistro non compatto».

CASO – Il caso clinico è stato raccontato sulle pagine della rivista inglese da Ioannis Andreou del Dipartimento di Cardiologia dell'ospedale universitario Hippokration di Atene. Qui si è presentata una ragazza di diciannove anni con difficoltà di respiro crescenti e i sintomi di uno scompenso cardiaco (fra cui ad esempio affaticamento e aritmie). I medici l'hanno sottoposta a un'ecocardiografia e poi a un'ecografia cardiaca con mezzo di contrasto: entrambi gli esami suggerivano la presenza di «trabecole» di tessuto che aggettavano nel lume del ventricolo, associate a profonde incavature poste fra le trabecole stesse.

Anche la risonanza magnetica l'ha confermato, ma l'immagine più stupefacente i medici l'hanno raccolta facendo una ventricolografia con mezzo di contrasto, in pratica una radiografia ottenuta dopo aver iniettato una sostanza che rende opaco tutto il tessuto del ventricolo sinistro: in questo modo si vede chiaramente l'aspetto «a forma di piede» che ha assunto il ventricolo della ragazza, dove la zona nera è la cavità libera e le «dita» sono le incavature rimaste fra le trabecole di tessuto cardiaco sporgenti nel cuore.

CARDIOPATIA – Non è quindi proprio il cuore ad avere la forma di un piede ma, per la precisione, lo spazio vuoto interno al ventricolo sinistro, quello che pompa il sangue in tutto l'organismo. Purtroppo non è solo una curiosità anatomica: l'anomalia è tipica di una rara cardiopatia, il ventricolo sinistro non compatto, in cui si ha un ispessimento della parete di queste camera cardiaca a cui si associano trabecole che sporgono nella cavità e profondi recessi fra queste. «La patologia è talora correlata a malattie neuromuscolari e si manifesta con insufficienza cardiaca, formazione di trombi ed emboli, aritmie», scrive Andreou.

La malattia può essere più o meno grave e restare anche del tutto asintomatica; trattandosi di una patologia congenita, si diagnostica spesso in bambini e giovani adulti ed è più frequente nel sesso maschile. Le stime sono molto variabili perché non c'è una definizione diagnostica standardizzata e vanno da un caso ogni diecimila persone a uno-due ogni mille. Nella maggior parte dei pazienti, grandi e piccoli, deve essere trattato lo scompenso cardiaco che provoca; fra gli adulti le aritmie sono frequenti, tanto che la morte improvvisa aritmica è il motivo del decesso prematuro di oltre la metà dei pazienti con ventricolo sinistro non compatto.

Elena Meli
28 maggio 2013 (modifica il 29 maggio 2013)

Pubblico impiego, stop agli aumenti. Ma non vale per i giudici

Libero

D'Alia gela gli statali: "Aumenti solo nel 2015". Toghe e prefetti sono però esclusi dal blocco


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Che differenza c’è tra un magistrato e un prof della scuola statale? Nessuna verrebbe da dire. Nel senso che entrambi svolgono una funzione di utilità pubblica e sono inseriti, come categoria si intende, nel mare magnum della Pa. Vero, ma solo in parte. Perché per gli insegnanti, che detto per inciso guadagnano in media molto di meno, dal 2010 è scattato il blocco degli aumenti contrattuali. Mentre per i giudici la crisi e la spending review non sono mai esistiti.  «Tutto merito - ci spiega il segretario confederale della Uil Antonio Foccillo - della riforma del 1993 che ha escluso alcune figure dalla contrattazione della Pa».

Di chi stiamo parlando? «Dei magistrati, appunto, ma anche dei prefetti, dei professori universitari e degli addetti al consolato dalla segreteria in su». Che negli ultimi tre anni non hanno subito nessuna decurtazione in busta paga. A differenza di chi lavora nella sanità, negli enti locali, nella scuola, nell’università (ad eccezione ovviamente dei professori), nella ricerca, nello Stato e nel parastato. Insomma, sono tutti statali, ma qualcuno è più statale degli altri. «C’è una forte disparità - continua Foccillo -  tra chi è protetto dalla legge, pur guadagnando bene, e chi nonostante i bassi salari non ha potuto incrementare di un solo euro il proprio salario individuale».

La vicenda torna di forte attualità nel giorno delle dichiarazioni del ministro della Funzione pubblica, Gianpiero D’Alia, che toglie qualsiasi speranza a chi puntava su uno sblocco dei contratti della Pa a partire dal 2014 (sono fermi dal 2010 come detto). Niente da fare. Se ne riparlerà tra due anni, forse, e solo se l’economia tornerà a correre.

Il “viaggio” dei tappi, è la plastica più pregiata va tutta in solidarietà

La Stampa

È un «affare» per le associazioni che li raccolgono: una tonnellata - ovvero 400mila tappi - viene valutata tra i 150 o 200 euro

chiara priante


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All’inizio fu una leggenda metropolitana. Erano gli anni Novanta e circolava voce che, raccogliendo tappi di bottiglie di plastica, si potesse contribuire a comprare una carrozzina a un disabile: nel ‘95 un portatore d’handicap novarese arrivò a quota 5 quintali di tappi, prima di scoprire che nessuno gliel’avrebbe “convertiti”.  La notizia fece talmente scalpore che una colletta portò al lieto fine della storia. Oggi, però, la raccolta tappi è realtà e vede mezzo Stivale impegnato a raccogliere - tra scuole, parrocchie, bar, Caritas - piccoli e, apparentemente insignificanti, tappi di bottiglie.

Non chiamateli, semplicemente, di plastica. Perché, come sarà pronto a riprendervi chi organizza queste raccolte, sono, più nello specifico, di polietilene o polipropilene, materiali che si prestano facilmente ad essere rilavorati per fare mobili da giardino e non solo. Per questo i tappi si raccolgono, e poi si rivendono. Le bottiglie sono invece di polietilene tereftalato - quello che conosciamo come Pet - e il processo di riciclaggio è differente. Dividerli, dunque, è un gesto corretto, che fa bene all’ambiente e non solo.

Prendiamo i tappi che si raccolgono a Collegno, Comune del Torinese di 50mila abitanti. Qui è il Masci, il Movimento Adulti Scout, ad aver organizzato la raccolta. Nelle scuole, nella sede dell’Università della terza età, all’ecocentro si può lasciare la borsetta con i tappi, come fa la signora Maria Gnogiu: «Non mi costa fatica, tengo sempre un contenitore in balcone». Una volta riempito un container, viene spedito in Toscana. Destinazione la Galletti E.Co Service di Livorno che li tritura gratis e rivende la plastica così ricavata per fare sedie da giardino, giochi per i parchi, cassette per la frutta. Il guadagno (al netto delle spese) va a iniziative che l’associazione Centro mondialità sviluppo reciproco promuove per la regione di Dodoma, in Tanzania.

Un progetto green, dunque, che abbraccia pure la solidarietà. «Il successo dell’iniziativa sta nel fatto che tutti possono partecipare: ogni giorno abbiamo a che fare con i tappi di bottiglie - dice Maria Giuma, maestra di Chieri, altro Comune del Torinese impegnato nella partita - La selezione, oltre ad avere un valore ecologicoe di salvaguardia ambientale, stimola i più piccoli a porre maggiore attenzione all’importanza del riciclaggio». 

Quanto si guadagna? Una tonnellata - ovvero 400mila tappi - viene valutata tra i 150 o 200 euro. 
Non un grande cifra, se si conteggiano spese di viaggio e raccolta. E, infatti, tutti i progetti funzionano grazie ai volontari che snocciolano, con fierezza, i risultati. Prendiamo il Masci: con 147 tonnellate di tappi costruiscono otto pozzi in Africa. Per questo le iniziative ecologic-solidali sono tante. In Piemonte, ad Alessandria come in Valsusa come a Rivoli. In Veneto dove “Amico dell’Ambiente”, sostenuta anche dall’Imball Nord, azienda attiva da oltre 30 anni nel settore del riciclo degli imballaggi, sostiene scuole e associazioni salvaguardando la natura. 

A Fossano, Genola e nella provincia di Cuneo Insieme per l’India e Comune di Fossano raccolgono i tappi e li vendono (per fare vasi di fiori, cassette e tubi di scarico) alla cooperativa sociale La Cometa San Lorenzo. C’è il progetto «Va a ciapà i tapp», dell’Associazione Lombarda Cooperative di Produzione e Lavoro, con la collaborazione diLeftLoft, a sostegno dell’associazione onlus La Nostra Comunità. A Genova l’associazione Non solo parole con la raccolta aiuta 500 famiglie. Tanti sono gli altri punti di raccolta, e pure non mancano le iniziative su Facebook.

Il modello di riferimento rimane la «Bouchons d’Amour», ovvero Tappi d’Amore, realtà attiva da anni in Francia. Un numero: da gennaio ad aprile 2013 ha già messo da parte 136mila tonnellate di tappi che saranno riciclati per finanziare progetti umanitari.

Colpo degli hacker cinesi rubati i segreti militari Usa

La Stampa

Nel rapporto svelato dal Washington Post i progetti di sviluppo dell’F-35
e delle nuove unità della Marina



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Ci sono i progetti di sviluppo del supercaccia F-35, ma anche quelli dei nuovi missili Patriot, o di nuove unità della Us Navy, la Marina degli Stati Uniti: i piani di realizzazione di almeno una ventina dei più sofisticati sistemi d’armamento Usa sono stati «violati» da hacker cinesi. La denuncia dell’ennesimo caso di cyber-spionaggio è contenuta in un rapporto riservato, rivelato dal «Washington Post», di una commissione di esperti governativi e civili per il Dipartimento della Difesa.

Nel rapporto si fa riferimento ad alcuni armamenti che rappresentano la spina dorsale delle difese missilistiche regionali del Pentagono in Asia, Europa e nel Golfo. Oltre che sui progetti di sviluppo dei missili Patriot, gli hacker hanno messo le mani anche su quelli di un sofisticato sistema per intercettare missili balistici noto come Terminal High Altitude Area Defense (Thaad), e a su quelli dei missili balistici Aegis per la Marina, dei caccia F/A-18 e F-35, dei velivoli V-22 Osprey, degli elicotteri Black Hawk.

Mini e microidro: quanto è preziosa l'acqua dei piccoli impianti

Corriere della sera

Negli ultimi dieci anni gli impianti di piccola taglia in Italia sono passati dal 21 al 27% del totale della potenza installata

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Quest'anno ricorre il 50mo anniversario della tragedia del Vajont, la diga-simbolo (che è tuttora in piedi) di un'epoca ormai tramontata: le grandi dighe sulle Alpi. Il settore idroelettrico, proprio quando sembrava aver raggiunto la maturità in Italia (e nel mondo le immense dighi sui fiumi tropicali vengono contestate dalle popolazioni locali e dagli ambientalisti per il loro pesante impatto) trova nuova linfa rifugiandosi in una nicchia che esiste da sempre, ma che è stata fin qui trascurata perché non in grado di dare (singolarmente) i grandi numeri: i mini e i microimpianti idroelettrici.

SVILUPPO - Negli ultimi dieci anni gli impianti di piccola taglia in Italia sono passati dal 21 al 27% del totale della potenza installata, come veniva illustrato nel convegno Rinnovabili 2.0: l'idroelettrico verso il 2015, una scommessa per il futuro del territorio dello scorso dicembre a Milano. Un settore che il decreto Rinnovabili dell'anno scorso ha premiato con una quota di incentivi maggiore rispetto ad altre fonti rinnovabili. Non dimentichiamo che, secondo i dati Gse, nel 2012 la produzione lorda idroelettrica in Italia è stata di 41.940 GWh, pari al 45% di tutte le rinnovabili. «La nuova strategia energetica sembra riconoscere il valore, come dimostra l’assegnazione al solo comparto del mini-idro di una potenzialità pari a circa 500 MW di sviluppo», ha detto al convegno milanese Flavio Sarasino, presidente di Federpern (Federazione dei produttori idroelettrici). «Inoltre, grazie alle nuove tariffe energetiche, particolarmente interessanti anche per i piccoli impianti, sarà possibile avviare il recupero dei salti sui canali irrigui e dei mulini abbandonati presenti sul territorio italiano».

PICCOLO È BELLO - «Il futuro dell’idroelettrico, specie in Lombardia, sarà caratterizzato dalla diffusione di impianti di dimensioni sempre più ridotte nell’ottica delle smart grid», affermava Giancarlo Giudici, professore di finanza aziendale al Politecnico di Milano e coordinatore della ricerca nell'ambito dell'energia idroelettrica alla School of Management. «Ciò porterà a uno sfruttamento ai fini energetici degli acquedotti, dei canali artificiali (con recupero di magli e vecchi mulini) e degli scarichi degli impianti di depurazione delle acque reflue».

COOPERATIVE - Sulle Alpi, in Italia, 77 cooperative elettriche - spesso con impianti mini e microidroelettici - realizzano energia per oltre 300 mila utenti e producono oltre 500 milioni di kWh, come è emerso nel convegno di inizio maggio a Bolzano nell'ambito del progetto REScoop 20-20-20 in cui collaborano le cooperative di otto Paesi europei. «Le cooperative elettriche sono impegnate in continui processi di innovazione e ammodernamento delle reti di distribuzione», ha detto al convegno Ferdinando Di Centa, coordinatore delle Cooperative elettriche. Il modello REScoop è fondamentale per il successo della transizione da un sistema centralizzato di produzione dell’energia elettrica, basato su risorse fossili, a uno decentralizzato e bastato su fonti pulite e rinnovabili.

Mini-idro al castello di Porcìa (28/05/2013)

L'ESEMPIO DI PORCIA - Un esempio di mini-impianto idroelettrico è stato recentemente realizzato dalla Cantina Principi di Porcìa e Brugnera, presso Pordenone. «Abbiamo modificato con nuove tecnologie una turbina mini-idroelettrica che sfrutta un salto di quattro metri sul rio Buion, acque purissime che nascono da una risorgiva 100 metri prima», spiega Guecello di Porcia, direttore commerciale dell'azienda agricola. «Abbiamo realizzato anche un scala di risalita per le anguille: con un occhio di riguardo all'ambiente riusciamo a produrre 300 mila kW all'anno».

Paolo Virtuani
28 maggio 2013 (modifica il 29 maggio 2013)

Colorado all’asciutto Indiani e cowboy si alleano per salvarlo

La Stampa

Il “fiume del West” alimenta 40 milioni di persone

maurizio molinari
corrispondente da new york


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Siccità record e sfruttamento in eccesso rischiano di far morire il fiume del West ma per salvarlo si riunisce a San Diego un insolito summit a cui partecipano governo federale, Stati, gruppi ecologisti e tribù indiane, con l’imperativo di «fare presto». I 2334 km del corso del Colorado, dalla sorgente sulle Montagne Rocciose al Golfo di California, sono la spina dorsale del West sin da quando, circa duemila anni fa, le prime tribù indiane si insediarono lungo i suoi argini. Dalla nazione Navajo ai cercatori d’oro, dagli agricoltori degli altopiani alle dighe della California, l’insediamento dell’America sulle coste del Pacifico è avvenuto grazie ai rifornimenti d’acqua del Colorado.

Ma il rapporto «American Rivers» di quest’anno lo definisce «il fiume a maggior rischio di scomparsa» a causa dell’impatto della siccità record in arrivo, combinata con quella del 2012 e il massiccio sfruttamento delle acque che alimentano il 15 per cento dei raccolti agricoli nazionali, sette Stati e 40 milioni di abitanti, inclusa l’acqua potabile per metropoli come Denver, Los Angeles, Las Vegas e Phoenix.

Il previsto abbassamento in settembre delle riserve idriche di Lake Mead e Lake Powell al 45 per cento della capacità è il superamento della «linea rossa» che ha spinto il ministero dell’Interno a convocare a San Diego, in California, un summit fra i rappresentanti di tutte le comunità dipendenti dal fiume per chiedere di raggiungere in fretta un nuovo accordo sulla distribuzione delle acque, pena la necessità di razionarle a partire da gennaio.

«Il fiume Colorado è il più sfruttato e regolato del mondo ma fra 50 anni non sarà più in grado di sostenere nessuno - ha ammonito Michael Connor, inviato del governo federale a San Diego - se non lo aiutiamo a sopravvivere». Per California, Arizona, Colorado, Nevada, Utah, New Mexico e Wyoming significa fare i conti con le conseguenze di una siccità estrema - attesa per il secondo anno consecutivo - che li obbliga e ripensare in fretta reti idriche, distribuzione elettrica ed anche il tempo libero degli abitanti, per l’importanza che il fiume ha per molti sport. 

Attorno al tavolo del summit, nella sede del Geological Survey, siedono anche associazioni ecologiste, rappresentanti sindacali e inviati di dieci tribù indiane a conferma della pluralità di esigenze connesse ad un corso d’acqua che attraversa, fra l’altro, 11 dei maggiori parchi nazionali degli Stati Uniti. «Quello di oggi è solo il primo passo - ha detto Anne Castle, viceministro per l’Acqua e le Scienze - ne servono molti altri per trovare soluzioni pratiche alla carenza d’acqua che si verrà a verificare dalla fine di dicembre a causa della nuova stagione di siccità estrema».

Residenti, aziende, ranch, agricoltori e tribù di indiani sono chiamati a formare tre gruppi di lavoro per definire in tempi rapidi i «rimedi da adottare» ovvero come far risparmiare acqua a città, agricoltori e parchi. Si tratta di riorganizzare in pochi mesi le attività umane ed economiche in un’area di oltre 637 mila kmq che, solo pensando al turismo, alimenta un giro d’affari di oltre 26 miliardi di dollari annui. «Non c’è tempo da perdere, dobbiamo salvare il fiume del West» afferma Jennifer Pitt, capo della coalizione ecologista Colorado River. È una battaglia a cui guarda interessato il confinante Messico, attraversato dall’ultimo tratto del fiume, anche se i suoi rappresentanti non sono stati inviati.

Parigi, il prefetto dice basta al turismo clandestino del sottosuolo

La Stampa

Aumenta di giorno in giorno il numero dei «cataphiles», gli appassionati di catacombe, bunker e resti dimenticati. Ma è illegale, e dalla questura scattano le multe

alberto mattioli
CORRISPONDENTE DA PARIGI


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Si scoprono le catacombe e purtroppo non si levano i morti (sarebbe troppo anche per Parigi, una città dove succede di tutto e di più) ma i turisti, anzi quella razza particolarissima di appassionati cui della vecchia città piace più quel che c’è sotto il livello stradale di quel che c’è sopra.

Ovviamente non parliamo delle escursioni organizzate e «legali» nel sottosuolo di Parigi, ben note a tutti: dalla Catacombe «ufficiali» (ingresso da place Denfert-Rocherau) ai non meno ufficiali - e ripulitissimi a uso turistico - «Egouts», le fogne (da place de la Résistence, accanto al Pont de l’Alma). No: qui si tratta delle visite clandestine a opera dei cosiddetti «cataphiles»: si stima che gli habitués siano circa 300, che hanno a disposizione altrettanti chilometri di sottosuolo di varia gradevolezza. Ora, l’hobby magari è appassionante ma certamente è anche proibitissimo. 

Un decreto del prefetto di Parigi del 2 novembre 1955 vieta le gite sottoterra e, di aumento in aumento, attualmente la multa può arrivare fino a 135 euro. Soltanto lo scorso anno, i poliziotti del Gip, alias Groupe d’Intervention et Protection, volgarmente detti «cataflics», hanno verbalizzato circa 50 persone.

Di più: l’abitudine di andare a spasso sotto le strade dove lo fanno tutti è in crescita. Bastano un po’ di coraggio (o di incoscienza) e di faccia tosta: si solleva un tombino e giù, nelle viscere della terra, che peraltro i frequentatori abituali conoscono bene (esiste anche, pare, un gran traffico di mappe clandestine). Giorni fa, un’assessora del VI arrondissiment ha anche fatto un passo ufficiale, allertata dagli ambulanti del mercato dell’avenue Raspail, uno dei più animati di Parigi. Costoro si lamentano dei «cataphiles» che sbucano improvvisamente dai tombini (l’avenue Raspail è un classico punto di partenza e, si spera, anche di ritorno) e spaventano i clienti. I controlli sono stati rafforzati e tutto è tornato, più o meno, nell’ordine.

Sotto, in realtà, non ci sono soltanto topi e fango, impressionanti gli uni e l’altro. La Parigi sotterranea non è meno «piena» di quella alla luce del sole. Ci sono le catacombe vere e proprie, con tutti i loro teschi ordinatamente impilati. Ci sono i resti di molti morti della Rivoluzione, per esempio le vittime dei «massacri di settembre» come i religiosi del convento dei Carmes. Ci sono tracce dell’assedio del 1870 e della Comune. E, venendo a tempi più recenti, i rifugi antiaerei e i bunker tedeschi della Seconda guerra mondiale, le stazioni e i condotti dimenticati o chiusi della metropolitana, un nascondiglio della Resistenza e perfino, pare, un rifugio antiatomico ministeriale mai usato (e per fortuna). 

E’ un mondo sotterraneo, affascinante e un po’ inquietante, dove è vivamente consigliato di non avventurarsi con leggerezza né da soli o mal equipaggiati. Per chi sa quello che fa, invece, l’avventura è intrigante. E, mal che finisca, costa solo 135 euro.

Quei demoni continuano a tormentarmi”

La Stampa

Parla Ángel V., il messicano che ha ricevuto da papa Francesco una preghiera di liberazione il giorno di Pentecoste

mauro pianta
roma


Cattura
«Ci sono momenti in cui sembra che i demoni stiano per uscire. Li percepisco in bocca, quasi fuori da me, sento che mi si gonfia il collo. Ma poi no, non se ne vanno». Ángel V., 43enne messicano, è l’uomo che più di una settimana fa ha ricevuto la “preghiera di liberazione” da papa Francesco in piazza san Pietro, al termine delle celebrazioni per la Pentecoste. Guai, per il Vaticano, a parlare di “esorcismo”. Ha scelto il quotidiamo spagnolo El Mundo, Ángel V., per raccontare la storia della sua possessione: «Voglio aiutare tutti  quelli che sono nelle mie condizioni e non vengono creduti: ecco perché per la prima volta nella vita ho deciso di lasciarmi intervistare».

L’uomo, messicano di Michoacan, ha due figli. Una famiglia normale, la sua. Solo che, come racconta , ogni tanto cade preda dei demoni che albergano in lui. Sono quattro, per la precisione, e lo tormentano dal 1999. A nulla è servito l'aiuto di 12 preti esorcisti, compreso padre Gabriele Amorth.  «È stato nel 1999: ero su un autobus, di ritorno da Città del Messico. Ho sentito come una forza entrare nell’autoveicolo. Non la vedevo, ma la percepivo. Si è avvicinata e si è fermata di fronte a me. A un tratto ho avvertito come una pugnalata al petto, mi sentivo come se mi dovessero aprire le costole».

Inizialmente Angel credeva si trattasse di un attacco cardiaco, ma il cuore non c’entrava. Pian piano la sua salute è iniziata a peggiorare: cadeva improvvisamente in stato di trance e sentiva la pelle come bucata da mille aghi: «Mi dicevano che parlavo in altre lingue. Nessun medico riusciva a spiegarmi cosa mi succedeva. Ho fatto test, radiografie, analisi… Ma nessuno è mai riuscito a darmi una spiegazione».

«Ho avuto tantissima paura – osserva -. Mi sono anche sentito sporco al pensiero che dentro di me ci fosse qualcosa di malefico». E i familiari, come hanno reagito?  «Loro – ha risposto Angel – inizialmente si sono mostrati increduli: ancora oggi qualcuno dei miei fratelli ritiene che tutta la vicenda sia frutto di uno squilibrio psicologico. So che in tutti i paesi del mondo c’è tanta gente nella mia stessa situazione. Persone che si sentono incomprese dalla propria famiglia, dai propri amici e persino dalla propria Chiesa».

A Pentecoste c’era stata la preghiera di Francesco e poi l’intevento di padre Amorth. Ma non è cambiato nulla. Lo stesso Amorth lo aveva spiegato: si tratta di una possessione particolare, contentente un “messaggio”. Quale? Fino a che i vescovi del Messico non condanneranno pubblicamente l’aborto (introdotto in Città del Messico dal 2007), fino a che non vi sarà atto di riparazione a Maria e un atto di consacrazione di tutta la nazione, Ángel sarà condannato a convivere con i suoi demoni. 

Celentano: "Caro Tony, noi primi a onorare il rock in Italia"

La Stampa

"Ora affinerai un Rock superiore"


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Per ricordare l'amico Little Tony, Adriano Celentano ha pubblicato un testo affettuoso, una delicata e sincera lettera d'addio sul suo blog ilmondodiadriano.it: «Caro Tony, siamo stati i primi a onorare il Rock in Italia. E io - confessa Celentano - invidiavo tuo fratello Enrico per la sua abilità nel suonare la chitarra e soprattutto per il sound che ha sempre avuto nei suoi assoli, nulla da invidiare agli americani».

«Ma nei meravigliosi LIDI dove ora stai scorrazzando - aggiunge il Molleggiato -, avrai tutto il tempo, la GIOVINEZZA, che mai tramonta, e soprattutto la bellezza (di cui già qui sulla terra non scherzavi) per affinarti in un Rock superiore che fra le "tribolazioni terrene" non è dato ad alcuno di conoscere e che  da LASSU' invece, è tutta un'altra STORIA!!! Una storia - scrive Adriano - che non si può raccontare perché se dovessimo, anche solo per un attimo, vederne lo splendore, il nostro cuore, per quanto "matto", non reggerebbe all'impatto di tale bellezza e ne moriremmo di GIOIA!

Quella Gioia - conclude - che si può conoscere solo dove ora vivi tu! Ciao Amico! Adriano».


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Bologna, scoperta la più antica Torah del mondo

Corriere della sera

Catalogato come modesto manoscritto del XVII secolo, in realtà era stato compilato 850 anni fa

Cattura
Era lì, in un archivio, da secoli. Quasi dimenticato. Certamente non considerato quanto avrebbe dovuto. Perché un «tesoro» come il rotolo della Torah — la Bibbia ebraica — conservato alla biblioteca dell’Università di Bologna meritava ben altro. Come ha infine compreso il professor Mauro Perani: catalogato come un modesto manoscritto risalente al XVII secolo, in realtà sarebbe stato compilato all’incirca 850 anni or sono. E dunque si tratterebbe del più antico rotolo completo del mondo. Un reperto dal valore immenso, culturale e non solo.

PENTATEUCO Da millenni, gli ebrei leggono brani della Torah, ovvero i cinque libri mosaici (Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio: il Pentateuco) durante le funzioni del sabato in sinagoga e in altre festività. I testi sono manoscritti e realizzati in forma di rotolo che viene via via «aperto» per seguire il racconto biblico. Il documento, chiamato «Rotolo 2», che il professor Perani, ordinario di Ebraico presso il Dipartimento di Beni culturali dell’Ateneo felsineo (sede di Ravenna), stava esaminando è di morbida pelle ovina (lungo 36 metri e alto 64 centimetri) ed era stato precedentemente identificato da un bibliotecario, Leonello Modona, ebreo di Cento (siamo alla fine dell’Ottocento), come probabilmente risalente al XVII secolo.

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LEGAME Il «Rotolo 2», invece, sarebbe stato vergato in un periodo compreso tra la fine del XII secolo e l'inizio del XIII (1155-1225): dunque risulta essere il più antico rotolo ebraico completo della Torah oggi conosciuto. Questa scoperta sembra voler riconfermare il legame che unisce a filo doppio Bologna e la Torah: nella città di Bo-lan-yah (pronuncia dialettale che in ebraico significa: «In essa alloggia il Signore») fu stampata nel 1482 la prima edizione del Pentateuco ebraico e, oggi, a Bologna, si scopre il più antico rotolo della Torah fin qui ritrovato.

«SCRITTURA GOFFA»Come sia arrivato a Bologna, confessa la direttrice della biblioteca Biancastella Antonino, resta un mistero. In ogni caso l’istituto universitario sta mettendo in atto le dovute precauzioni per conservarlo e custodirlo. Sarà fotografato, sezione per sezione, e reso disponibile per gli studi in forma digitale. Ma come è stato scoperta la vera «età» del Rotolo? Nella prima catalogazione veniva messa in evidenza da Modona la «scrittura goffa» del documento. Nell’esaminarla per il nuovo catalogo della biblioteca, in via di stampa, il professor Perani si è accorto che «la grafia era molto antica e di origine orientale», probabilmente in stile babilonese, uno stile utilizzato ben prima di quanto ritenuto al momento dell’ultimo «esame», nel 1889.

SOSPETTI In contatto con i massimi esperti al mondo di ebraismo, il docente ha avuto conferma dei suoi sospetti. Tutti gli studiosi sono stati d’accordo nel datarlo tra l’XI e il XIII secolo, ha spiegato Perani. Sono state eseguite anche due prove al Carbonio 14, una all’Università del Salento e una in un laboratorio americano, che hanno confermato la datazione. Tra l’altro, ha detto ancora il docente, «il testo non rispetta le regole di Maimonide, che nel XII secolo fissò in maniera definitiva tutta la normativa rabbinica relativa alla scrittura del Pentateuco». Nella Torah «bolognese», quindi, «ci sono lettere e segni assolutamente proibiti» dopo la codificazione di Maimonide. Ad oggi i rotoli «sono molto rari perché i manoscritti — ha concluso Perani — quando sono rovinati perdono la loro santità, non possono più essere usati per le funzioni religiose e quindi vengono seppelliti». Per fortuna non è capitato al «tesoro ebraico» di Bologna.

Paolo Salom
@PaoloSalom29 maggio 2013 | 0:58

Vaticano-Israele, c'è l'accordo su tasse e Cenacolo

La Stampa

Il 3 e 4 giugno nuova riunione a Roma per definire gli ultimi due contenziosi rimasti: un parcheggio nel Monte Sion e un luogo di culto a Cesarea


ANDREA TORNIELLI
Gerusalemme


CatturaL'accordo tra Vaticano e Israele sul regime fiscale delle proprietà della Chiesa e sulla gestione di alcuni dei luoghi santi si avvicina: mancano da definire, riferiscono fonti israeliane, le questioni relative a due proprietà a Cesarea e a Gerusalemme. Il Cenacolo sul Monte Sion, luogo dove secondo la tradizione Gesù celebrò l'Ultima Cena, tornerà a essere luogo di culto cattolico.

Vi si potrà celebrare messa e verrà gestito dalla Custodia Francescana, anche se la proprietà rimarrà nelle mani dello Stato di Israele e non tornerà ai francescani che anticamente lo possedevano. È ciò che viene stabilito nel «Protocol Activity», un protocollo permanente tra la Santa Sede e lo Stato di Israele che entrambi le parti hanno già definito.

È stato ormai raggiunto, riferiscono le stesse fonti, anche l'accordo circa l'esenzione fiscale delle proprietà della Chiesa. I Luoghi Santi come pure i luoghi di culto e i cimiteri cattolici saranno completamente esenti dal pagamento, mentre dovranno versare una tassa gli edifici o le parti di edificio adibiti ad attività commerciali come vendita di souvenir, i bar, i ristoranti.

La delegazione vaticana e quella israeliana si incontreranno di nuovo a Roma i giorni 3 (incontri tecnici bilaterali) e 4 giugno (plenaria). È difficile prevedere che in questa occasione l'accordo venga definitivamente siglato dopo un processo difficile durato molti anni e costellato da molte crisi. Sia Israele che la Santa Sede avranno infatti capi-delegazione neofiti: per lo Stato ebraico il nuovo viceministro degli Esteri Zeev Elken, per il Vaticano il nuovo sottosegretario per i rapporti con gli Stati Antoine Camilleri.

Da quanto si apprende le due questioni rimaste ancora sul tavolo senza soluzione riguardano un parcheggio sul Monte Sion, dove sorge anche il Cenacolo, e un luogo di culto a Cesarea. Il parcheggio è un'area della quale la Custodia rivendica la proprietà. Ma lo Stato d'Israele ritiene di non poter cambiare la destinazione d'uso e dunque vuole offrire in cambio alla Custodia un pezzo di terra in un'altra area.

Diversa è la situazione della zona archeologica di Cesarea. Qui il patriarcato latino aveva una piccola chiesa dove si faceva memoria di San Paolo, che da Cesarea partì per raggiungere Roma. Dopo la nascita dello Stato d'Israele l'area venne espropriata la chiesetta demolita. Ora la Santa Sede chiede di avere un luogo di culto nella zona. L'area archeologica, dove ci sono ancora i resti di un'antica chiesa crociata, è parco nazionale e come tale non può essere toccato né concesso in uso esclusivo.

Vaticano e Israele stanno lavorando per trovare una soluzione che preveda o la possibilità di accesso e di culto in un luogo all'interno dell'area, senza che ne venga attribuita la proprietà alla Chiesa, oppure l'individuazione di un'area esterna sulla quale far nascere una casa per pellegrini. La trattativa è stata lunga e complicata. A leggere i comunicati ufficiali sembra che sempre si siano fatti passi avanti, come pure già innumerevoli volte - soprattutto da parte israeliana - è stato annunciato che si era ormai in dirittura d'arrivo. Questa volta sembra proprio la meta sia vicina. Se non il 4 giugno, forse alla prossima riunione bilaterale.

Anonymous, hackerato ministero dell'Interno

Corriere della sera

Sul blog: «Ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria: siamo ancora qui, più infuriati che mai»

Il blog di Anonymous Italia

Contro il ministero dell'Interno. «Per smascherare ciò che nascondono i tentacoli del potere». Pubblicando documenti riservati. Così gli anonymus hackerano il sito del Viminale, in un'operazione che vuole da una parte «vendicare» gli arrestati di pochi giorni, «i fratelli caduti nelle mani del vostro deplorevole apparato repressivo». Dal'altra fare «trasparenza» e, «dimostrarvi che non siete inviolabili».

I DOCUMENTI - Dopo il sindacato di polizia, tocca al ministero dell'Interno. E sul loro sito rivendicano l'azione. I documenti sono tanti. Migliaia. Dalle circolari sulle mobilitazione studentesche di febbraio, fino alle lezioni di «etica professionale». Poi, le direttive sulla festa della Repubblica o le «predisposizioni per il rientro del Capo dello Stato». E ancora, documenti sul Muos e relazioni tecniche. Sul blog gli anonymous puntano il dito contro le politiche di immigrazione. «Con i vostri occhi il file riservato relativo all'acquisto delle navi coinvolte in un progetto militare: troverete cifre esorbitanti destinate a navi che contribuiscono anche all'allontanamento dei migranti considerati "clandestini"».

GLI ALTRI MINISTERI - Ed è proprio sui Cie che si apre un capitolo. Ricordano i Cie così «troppo simili» ai quei recinti nell'800 che avevano come «scopo divertire il pubblico occidentale mostrando le fattezze considerate deformi ed animalesche degli esseri umani lì imprigionati». Gli effetti della Bossi-Fini, la situazione dei rifugiati politici e quella della comunità roma. «Questa lista di misfatti dovrebbe essere molto più lunga». Si passa poi al ministero dell'Ambiente e al Vaticano.«Ci dipingono come criminali, ma tutto quel che facciamo è mosso da sentimenti che sedimentano nel sogno di un Mondo libero, senza catene nè oppressi. Non agiamo in nome del profitto, non uccidiamo nessuno. E molto spesso paghiamo con la nostra Libertà».

Bendetta Argentieri
28 maggio 2013 | 21:46

Chiude (per ora) Linus, la bibbia del fumetto

Corriere della sera

Dai Peanuts a Corto Maltese in edicola dal '65. Editore in difficoltà: «Dobbiamo fermarci temporaneamente...»

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E' stata finora come la coperta del personaggio dei Peanuts scelto per identificare la rivista: una sicurezza. Da quasi mezzo secolo Linus c'era, e tanto bastava a sentirsi tranquilli, quasi bastasse a garantire che potesse durare per sempre, che quel mondo di tavole e disegni non smettesse mai di esistere. Invece la rivista di fumetti, fondata da Giovanni Gandini nel 1965 e intitolata a uno dei più celebri personaggi creati da Charles Schultz, rischia di sparire, toccata da vicino dalla crisi dell'editoria, della carta come veicolo di idee, immagini e sogni.

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IL COMUNICATO - Linus chiude per mancanza di fondi. Lo annuncia sul sito la casa editrice Baldini e Castoldi. Ma forse non è un passo definitivo. Nelle poche righe del comunicato si accennna alla possibilità di un'assenza soltanto momentanea: «Linus si è temporaneamente fermato per una serie di problemi gravi e di complicata soluzione, riguardanti stampa e logistica e conseguenti a un difficile momento della società editrice. La volontà dell'editore - spiega ancora il comunicato - è senz'altro quella di proseguire la pubblicazione di Linus, come ovvio permettendo agli abbonati di recuperare i numeri persi. Ma perché la volontà si trasformi in qualcosa di più concreto, e quindi nelle prossime uscite del mensile, mancano ancora alcuni passaggi che speriamo di potervi comunicare al più presto».

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STRISCE FAMOSE - Linus, come sanno i tantissimi appassionati di diverse generazioni, non è stata soltanto Peanuts. Negli anni Sessanta e Settanta Charlie Brown, Linus, Snoopy e gli altri personaggi del mondo immaginario di Schultz, diventati universali, erano il veicolo migliore andare a cercare un pubblico tutto nuovo nel nostro Paese, per poi introdurlo ad altri mondi, altri creatori. Su Linus sono stati pubblicati alcuni tra i fumetti statunitensi ed europei più importanti, che altrove,

In Gran Bretagna e Usa in particolare, venivano pubblicati sui quotidiani (tradizione del tutto assente in Italia): Bristow, B.C., Beetle Bailey, Big Sleeping, Bobo, Calvin & Hobbes, Corto Maltese, Dick Tracy, Dilbert, Doonesbury, The Dropouts, Jeff Hawke. E poi le tavole satiriche di Jules Feiffer, Krazy Kat, Lil Abner e Fearless Fosdick, Maakies, Monty, Il Mago Wiz, Pogo, il Popeye di Segar, Valentina di Guido Crepax, i fumetti di Andrea Pazienza e Kako di Flora Graiff. Accanto ai fumentti, testi di moltissimi autori come Michele Serra, Pier Vittorio Tondelli, Stefano Benni, Alessandro Baricco. Sulle pagine dei «Supplementi» di Linus hanno fatto il loro esordio in Italia i supereroi della Marvel, con alcuni episodi dei Fantastici Quattro pubblicati a metà degli anni Sessanta.

28 maggio 2013 | 19:42

Tasse, pratiche e documenti online Gli italiani li usano ma sono insoddisfatti

Corriere della sera

Studio della Commissione europea: molti cittadini prediligono ancora il privato

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La Commissione europea martedì ha pubblicato il decimo report sulla misurazione dei servizi europei di eGovernment, realizzato da Capgemini. Quasi metà dei cittadini Ue (il 46%) va online per cercare un lavoro, per usare le biblioteche pubbliche, per presentare la dichiarazione dei redditi, per servizi anagrafici o per richiedere il passaporto. E di questi l'80% dichiara che i servizi pubblici online fanno effettivamente risparmiare tempo, il 76% ne apprezzano la flessibilità e il 62% li ritengono anche economici. Ma gli stessi utenti dichiarano poi di essere più soddisfatti dei servizi bancari online (8.5 di soddisfazione su una scala da 0 a 10), e dello shopping online (7.6) rispetto ai servizi pubblici online (6.5).

PRIVATO PREFERITO - Lo studio Digital by default or by Detour evidenzia come, nonostante la disponibilità di servizi di eGovernment sia oggi generalmente elevata, l'utilizzo e la soddisfazione devono ancora migliorare, soprattutto se confrontati con gli eServices privati.

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L'AGENDA - La vicepresidente della Commissione europea Neelie Kroes, responsabile dell'Agenda digitale dell'Ue ha così commentato i risultati del sondaggio: «Si tratta di una tendenza promettente per l'eGovernment in Europa. Tuttavia, il fatto che gli utenti siano più soddisfatti dei servizi bancari online che dei servizi pubblici online dimostra che le pubbliche amministrazioni devono progredire nella progettazione di servizi commisurati ai bisogni dei cittadini».

28.000 EUROPEI - Nel report sono stati coinvolti 28.000 cittadini dell'Unione a proposito di 20-30 servizi individuali che riguardano tre grandi aree: l'avvio di una impresa, la ricerca di un nuovo lavoro e l'iscrizione a un istituto di livello superiore. Inoltre è stata valutata la qualità dei sistemi di abilitazione (per esempio l'autenticazione elettronica) per servizi efficienti e privi di errori.

GLI OSTACOLI - I servizi di eGovernment non sono sempre accessibili per tutti. Da tutti e 32 i paesi sono arrivate segnalazioni riguardo alla difficoltà di utilizzo (24%) e la mancanza di consapevolezza (21%). Altri hanno indicato una preferenza forte per il contatto personale (62%), o ritengono che il contatto di persona sia comunque necessario (34%), o che altri canali siano più efficaci (19%). Rimane, invece, modesta la preoccupazione sulla protezione e sulla sicurezza dei dati personali (11%).

eGovernment, l'Italia è nella media europea eGovernment, l'Italia è nella media europea eGovernment, l'Italia è nella media europea eGovernment, l'Italia è nella media europea eGovernment, l'Italia è nella media europea

LA SODDISFAZIONE - Queste difficoltà rischiano di tradursi in un abbandono del servizio dopo i primi tentativi: il 46% dei cittadini europei utilizza servizi di eGovernment, ma il 28% di questi tende alla rinuncia dopo un’esperienza personale. Solo il 47% degli utenti dichiara, infatti, d'aver ottenuto tutto quello che voleva dalla pubblica amministrazione, mentre il 46% è parzialmente soddisfatto e il 5% sostiene di non aver ottenuto nulla.

I SERVIZI MENO UTILIZZATI - I servizi meno utilizzati dal cittadino comprendono la denuncia di un reato (41%), la ricerca di un nuovo impiego (41%) e l'avvio di procedure per la richiesta di un assegno di invalidità (42%), mentre risultano tra i più utilizzati, e con probabile impegno a utilizzarlo di nuovo, i servizi di dichiarazione dei redditi (73%), quelli anagrafici (57%) o scolastici (iscrizione universitaria/domanda per una borsa di studio: 56%).

Maria Strada
28 maggio 2013 | 18:01

Sulmona, nome sulla scheda ma lui è morto Lo votano lo stesso e... arriva al ballottaggio

Corriere della sera

Infarto il 15 maggio, ma secondo con il 21,8%. Gli elettori: «Ci davano per finiti, ora vogliono le nostre preferenze»

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SULMONA – Il candidato sindaco è morto, stroncato da un infarto due settimane prima delle elezioni, ma viene premiato ugualmente dagli elettori con 3.255 voti e il 21,8% per cento dei consensi. È accaduto a Sulmona, dove si è piazzato secondo e sarebbe andato al ballottaggio Fulvio Di Benedetto, ingegnere molto conosciuto e molto amato in città, accasciatosi a terra e deceduto il 15 maggio nel corso di un drammatico incontro pubblico con gli altri candidati, se le regole in questo caso non favorissero il terzo classificato.

«DA LASSU'...» - La norma, per i Comuni sopra i quindicimila abitanti, non prevede infatti il rinvio del voto in seguito alla morte di uno dei concorrenti alla carica di sindaco. E Sulmona, la città di Ovidio, che con i suoi 25.170 abitanti è il terzo comune più popoloso della provincia dell’Aquila e il nono della regione Abruzzo, non ha fatto eccezione. «Da lassù stai sorridendo… è il nostro tributo», è il post con cui i fedelissimi di Di Benedetto, nella pagina Facebook di «Sulmona Futura», una delle liste della coalizione «Sulmona Unita» collegate al suo nome, salutano il candidato scomparso. E ancora: «Ci davano per finiti e ora tutti ci cercano?». La partita infatti non è terminata. C’è il ballottaggio, che vedrà contrapposti per il centrosinistra Peppino Ranalli (4.890 voti e 32,7% dei consensi) e per il centrodestra Luigi La Civita (2.007 voti, cioè il 13,45% delle preferenze). Ovvero il primo e il terzo classificato, come stabilito dalla norma.

COALIZIONE - Fioccano ora i contatti e i tentativi di portare gli orfani di Di Benedetto a sostenere l’una o l’altra coalizione ancora in gara. Il centrodestra ci spera. «Adesso abbiamo il dovere morale di cercare di allargare la coalizione anche a Sulmona Unita» il commento a caldo del candidato pidiellino Luigi La Civita. La spaccatura interna al centrodestra, in effetti, con La Civita impegnato nel rivaleggiare con Enea Di Ianni (Fratelli d'Italia e lista «Il popolo di Sulmona»), poi fermatosi a 1.630 voti e al 10,92% di preferenze, ha pesato non poco sul risultato elettorale, già «falsato» dalla morte dell’ingegnere.

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RICORSO - Non è escluso peraltro che i sostenitori di Di Benedetto promuovano azioni giudiziarie per invalidare le elezioni. Basta ascoltare Massimo Carugno, segretario regionale del Psi, il partito che insieme a quattro liste civiche forma la coalizione «Sulmona Unita», il quale definisce una «bestialità normativa» la norma che non ha consentito il rinvio delle elezioni e afferma senza mezzi termini che «il 26 % degli elettori sulmonesi, nonostante le grosse prospettive di vittoria, è stato indebitamente escluso dalla dialettica politica». Le vicende legate alla morte di Di Benedetto hanno offuscato gli altri due dati elettorali di rilievo: il flop del Movimento Cinque Stelle, nelle precedenti consultazioni politiche primo in città e ora fermo ai 526 voti (3,52%) di Gianluca De Paolis, e la deludente performance di Palmiero Susi, ex presidente della Provincia dell'Aquila, che con nomi di peso in lista ha raggiunto solo 1.062 preferenze e superato di poco il 7 per cento.

Nicola Catenaro
28 maggio 2013 | 15:30

Pietrelcina e San Giovanni Rotondo: scoppia la guerra per il cuore di Padre Pio

Il Mattino
di Donato Faiella


PIETRELCINA - La polemica sulla reliquia del cuore di Padre Pio è divampata al termine delle celebrazioni per il battesimo del Santo che si sono concluse ieri. La decisione dell’amministrazione comune di San Giovanni Rotondo di chiedere di rivedere l’intenzione di trasferire il cuore a Pietrelcina ha creato imbarazzo. L’amministrazione guidata dal sindaco Mimmo Masone ha preferito non commentare, nel modo più assoluto, le notizie che arrivano da San Giovanni Rotondo. La situazione, in effetti, crea non poco imbarazzo ai politici del paese natale di Padre Pio poiché tra la città che ha dato i natali al santo, ed il paese garganico che lo ha ospitato per tanti anni, esiste da anni un gemellaggio che dovrebbe tutelare le due comunità da qualsivoglia disputa nel nome del frate stimmatizzato.


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La dura presa di posizione del sindaco Pompilio, inoltre, cade a pochi giorni dalla ostensione perenne del corpo del santo e, di certo, non rasserena le polemiche già sorte a livello nazionale per il modo in cui, secondo alcune associazioni, si manifesta la fede cristiana. Per il momento a chiudere la querelle interviene Padre Marciano Guarino, superiore del convento dei frati di Pietrelcina, il quale auspica che il campanilismo resti al di fuori della fede e non serva a nessuno per perseguire propri obiettivi che nulla hanno a che fare con la spiritualità. I fedeli sanniti sono pero delusi. La reliquia doveva essere trasferita già ieri, nel corso della celebrazione del compleanno di padre Pio davanti al Cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei. Tutto rimandato, si è detto, per motivi di sicurezza. Poi la polemica con San Giovanni che rischia di vanificare tutto.

Certo le dichiarazioni del sindaco e della Giunta di San Giovanni Rotondo erano state dure e dai toni quasi ultimativi. «Il cuore è l’organo più nobile di una persona, a maggior ragione di un santo come san Pio. Trasferirlo nella sua città natale togliendolo a San Giovanni Rotondo non ci sembra una decisione giusta ed opportuna - ha dichiarato il sindaco di San Giovanni Rotondo - Ci risulta inoltre che a Pietrelcina per consentire la giusta venerazione già esiste una reliquia del nostro amato santo, un osso della gola.

Non ne vediamo perciò la ragione di trasferirne addirittura il cuore, l’organo vitale per eccellenza». Alla presa di posizione del sindaco di San Giovanni Rotondo ha fatto seguito anche la dichiarazione di Giuseppe Saldutto, vicepresidente dell'associazione «Pro Padre Pio - L'uomo della sofferenza» che ha affermato: «I defunti vengano lasciati in pace. Bisogna ripristinare la spiritualità. Finalmente il sindaco Pompilio si è schierato contro una scelta non gradita dalla popolazione e dai fedeli. La Chiesa deve dedicarsi all'assistenza ai poveri e ai sofferenti e lasciare riposare i morti in pace».

Prese di posizione che hanno indotto i Frati Minori Cappuccini di frenare sull’ipotesi di trasferimento della reliquia. «Si tratta solo di una intenzione - viene assicurato in un comunicato ufficiale - che deve essere sottoposta all'attenzione di tutte le autorità competenti e che, pertanto, potrebbe divenire esecutiva o potrebbe non essere messa in pratica». Rassicurazione che è piaciuta a San Giovanni Rotondo: «Prendiamo atto della successiva puntualizzazione dei frati in merito all’annuncio di frate Colacelli ma pur trattandosi di una intenzione e non di una decisione già presa, l’amministrazione comunale avverte però forte e alta la necessità di vigilare e di intervenire a tutela della volontà di san Pio. già espressa in un testamento consegnato all’allora sindaco don Ciccio Morcaldi e ai desideri dei tanti nostri concittadini e devoti». La querelle, comunque, è solo all’inizio e sicuramente riserverà altre sorprese nei prossimi giorni.

lunedì 27 maggio 2013 - 10:10   Ultimo aggiornamento: 10:10

Processo Polenghi, il verdetto: «Ucciso dall'esercito thailandese»

Corriere della sera

Manca però un colpevole preciso, la famiglia soddisfatta a metà

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Il fotografo italiano Fabio Polenghi fu ucciso da un proiettile in dotazione all'esercito thailandese, proveniente dalla parte dove stavano avanzando i militari impegnati nel blitz contro le «camicie rosse» il 19 maggio 2010. Lo ha stabilito mercoledì mattina un tribunale di Bangkok, con un verdetto che conferma la validità del teorema della famiglia, ma non menziona in modo specifico nessun responsabile.

LA FAMIGLIA - «È un verdetto positivo, ma non risolutivo», ha dichiarato all'Ansa la sorella Elisabetta, che in questi tre anni ha portato avanti una tenace battaglia per la giustizia, e che ha ascoltato la lettura del verdetto assieme alla madre Laura Chiorri e alla sorella maggiore Arianna. «Non è una sentenza che mi mette il cuore in pace, semplicemente posticipa il problema. Non provoca nessun danno all'esercito», ha concluso Elisabetta Polenghi. I giudici della Corte penale di Bangkok sud hanno ricostruito con certezza la dinamica dell'uccisione.


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LA DINAMICA - Polenghi, 48 anni, fu trafitto alla schiena da un proiettile ad alta velocità di fucile M16 (in dotazione ai militari), mentre correva in direzione della Ratchaprasong Intersection, seguendo la ritirata dei «rossi» nell'ultimo giorno di una protesta antigovernativa protrattasi per oltre due mesi nel centro di Bangkok, con un bilancio finale di 91 morti e 2mila feriti. Il verdetto costituisce un importante primo passo legale nell'eventuale individuazione di un colpevole preciso. Per arrivare a ciò - in un Paese dove però nessun militare è mai stato condannato - l'iniziativa per un nuovo processo dovrà partire dalla famiglia. La sorella Elisabetta che in tre anni è venuta in Thailandia nove volte con un cospicuo sforzo economico, deciderà in giornata quale strada prendere.

Per la madre di Polenghi, che mai era volata a Bangkok dalla morte del figlio, la sentenza va vista tutto sommato come una mezza vittoria: «Vorrei però sapere chi ha ucciso Fabio, e soprattutto chi ha ordinato di sparare. Almeno per avere qualcuno con cui sfogarmi», ha spiegato. L'attuale governo thailandese è guidato dal luglio 2011 da Yingluck Shinawatra, sorella dell'ex premier in autoesilio Thaksin, tuttora adorato dalle classi medio-basse rurali che componevano l'ossatura del movimento extraparlamentare delle «camicie rosse». Per i fatti del 2010, l'esercito - considerato un bastione della monarchia e un rivale politico dell'attuale governo - ha sempre sostenuto di non aver ucciso nessun civile.

(fonte: Ansa)
29 maggio 2013 | 8:02

Caracas, dalla carta igienica alla farina Scarseggiano i prodotti nei mercati

La Stampa

Il governo accusa gli speculatori, ma l’opposizione ri ribella: «Il modello chavista sta rovinando il Paese»

paolo manzo

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Dopo la carta igienica adesso è la volta del vino per dire messa e della farina per produrre le ostie. La penuria di beni di prima necessità sta gettando un intero paese, il Venezuela, in un disagio sempre più profondo. Tutta colpa del “modello chavista”, sostiene in coro l’opposizione, che impone prezzi controllati e dunque più bassi di quanto non risulterebbe dall’incrocio di domanda e offerta su molti prodotti di consumo, dal riso al pollo, dalla carne al latte, passando appunto per la farina per le ostie e la carta igienica. 

Una penuria di prodotti senza precedenti che ha colpito persino la Chiesa Cattolica. La Conferenza Episcopale venezuelana in un comunicato pubblicato sulla rivista “La Iglesia Ahora” ha infatti invitato tutti i sacerdoti della regione a ridurre il numero delle messe proprio per ovviare alla mancanza del materiale necessario per la comunione. Ma ha lanciato anche un appello sottolineando il “disperato bisogno” di trovare il vino adatto, un vino “più puro e naturale possibile”. In particolare vino argentino o cileno, “di buona qualità”, perché quelli “francesi, spagnoli e italiani sono molto, troppo cari”. Il problema è che Industrias Pomar, che ha sempre in passato prodotto il vino per le messe, l’Ecclesia, oggi per sua stessa ammissione “non può più garantire la produzione costante e la distribuzione regolare per mancanza di alcuni pezzi per l’imbottigliamento”. 

Ma cosa sta succedendo? “Il modello con cui si pensava di sostituire lo stato all’iniziativa dei piccoli, medi e grandi imprenditori è fallito”, spiega José Guerra, professore presso l’Università Centrale del Venezuela. Il risultato di restrizioni, eccesso burocratico e controllo dei prezzi è stata la “distruzione della capacità produttiva nazionale e ora lo stesso governo che aveva accusato gli imprenditori di speculare sulla pelle del ‘pueblo’ li ha chiamati al dialogo. E, per evitare il caos, deve importare persino la carta igienica”, conclude l’economista vicino all’opposizione. Per il chavismo, invece, la causa delle lunghe file ai Mercal e ai Pdval, i supermercati statali dove è sempre più difficile trovare pollo, riso, e altri beni, è dovuta agli “speculatori che si accaparrano grandi quantitativi di prodotti, per poi nasconderli nella speranza che possano essere venduti a prezzi maggiori, lucrando sulla differenza”. 

Di certo c’è che sinora il deficit produttivo nazionale era stato coperto dalle importazioni. Come per esempio era accaduto la settimana scorsa quando il Parlamento a maggioranza chavista ha decretato l’acquisto dall’estero di 39 milioni di rotoli di carta igienica perché nessuno la produce più nel paese. Il problema è che adesso le riserve in dollari della Banca centrale si sono evaporate, passando dai 32 miliardi di dollari del 2008 ai 2 di quest’anno. Insomma, con un’industria nazionale monoprodotto- il petrolio ed i suoi derivati i cui introiti finanziano i progetti sociali chavisti e dunque non possono essere “sviati”- e con le riserve quasi a zero, la politica di ‘import substitution’ (cioè sostituire alla produzione nazionale le importazioni) che aveva retto sinora, non è più possibile. Ed è proprio per questa motivazione economica, sostengono gli analisti indipendenti, che nelle ultime settimane la democrazia bolivariana di Chávez è stata messa alle strette e molti elettori tradizionali del partito socialista unito del Venezuela hanno scelto di non votare Nicolás Maduro alle elezioni del mese scorso.