domenica 26 maggio 2013

Il torinese che riporta Diabolik a Parigi

La Stampa

Il personaggio ispirato a Fantomas sarà pubblicato in Francia

stefano priarone
TORINO

Sono pressoché coetanei, nati entrambi all’inizio degli anni Sessanta. Uno è un celebre ladro, l’altro è un editore torinese.


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La Francia li ha fatti incontrare. Diabolik, il leggendario ladro creato nel 1962 dalle sorelle milanesi Angela e Luciana Giussani, torna dopo molti anni sul mercato francofono con il primo numero della collana «Diabolik Gold» (un pregiato cartonato di 256 pagine a colori) pubblicato dalla Pavesio Editeur, filiale francese della casa editrice fondata a Torino da Vittorio Pavesio, l’«uomo del fumetto» in città: disegnatore di formazione, fondatore e creatore artistico di Torino Comics e titolare dello «Steamboat», la lussuosissima fumetteria di via Po dove alle pareti, accanto a quelle di Walt Disney cui lo lega una singola re somiglianza fisica, abbondano le sue foto accanto ai grandi del fumetto contemporaneo. 

La conquista di Parigi
Pavesio in Francia lavora da tempo, con l’intento di proporre giovani autori italiani su uno dei mercati più grandi (e più selettivi) del mondo. «E’ piuttosto difficile imporsi in un Paese così ricco di proposte, dove pubblicare edizioni curate e di alta qualità può non essere sufficiente per spiccare in mezzo alla abbondante produzione locale», spiega il disegnatore-direttore-torinese. Ora, in un catalogo che comprende tra gli altri alcune delle firme più note della letteratura disegnata itaiana, da Massimiliano Frezzato a Simone Bianchi, si affaccia uno dei personaggi storici del fumetto italiano.

«Per la nostra casa editrice pubblicare quello che è stato definito il Re del Terrore è un piacere e un onore - dice Pavesio - La nostra edizione partirà dal numero 101 della serie italiana, uscito nel 1967. Nei primissimi numeri, infatti, il personaggio è un po’ datato per il gusto di oggi: troppo sanguinario e negativo. Noi partiamo nel momento in cui le Angela e Luciana Giussani, le creatrici di Diabolik, stavano caratterizzando le caratteristiche “moderne” della loro creatura, rendendola meno crudele, e sviluppando il ruolo dei comprimari, a partire dall’affascinante compagna Eva Kant e l’ostinato ispettore Ginko». Il primo numero («Criminels impitoyables» è nelle librerie francesi in questo giorno, il secondo arriverà a fine giugno.

Le origini
«Diabolik deve molto alla Francia», dice da Milano Mario Gomboli, direttore generale della Astorina, la casa editrice che da sempre pubblica Diabolik in Italia. «Le sue creatrici hanno sempre riconosciuto in Fantomas il modello cui si erano ispirate. E negli anni Settanta l’edizione francese di Diabolik ebbe un certo successo anche in Francia».

In città
Archiviato il successo dell’edizione 2013 di «Torino Comics», Pavesio sta per chiudendo il primo semestre della sua avventura più coraggiosa: «Steamboat», l’ibrido fra caffè, negozio di fumetti, spazio espositivo e workshop, aperto a fine novembre in via Po 53, a pochi metri da piazza Vittorio. «Il nome del locale è un duplice omaggio - racconta - Da un lato c’è lo lo “Steamboat Willie”, il cortometraggio sonoro che lanciò nel mondo il personaggio di Topolino, dall’altro c’è lo “steampunk”, una corrente della fantascienza ambientata nel XIX secolo in cui si vedono spettacolari macchine azionate dal vapore». Proprio in quest’ultimo ambito, la Pavesio Editore è tra i curatori della festa a tema ospitata alla libreria Bookcomics dell’8 Gallery: protagonisti cosplayer (persone che si vestono come i personaggi di film, fumetti o cartoni animati) vestiti in abiti vittoriani arricchiti di dettagli fantastici.

Una penna rossa in cella: solo così cambierà la legge

Vittorio Feltri - Dom, 26/05/2013 - 14:47

I lettori avranno notato che la nuova condanna al carcere di alcuni giornalisti non ha destato grande scalpore. Ne abbiamo parlato noi del Giornale e pochi altri. I grandi quotidiani hanno riportato la notizia come se si trattasse di un tamponamento sull'autostrada: routine

I lettori avranno notato che la nuova condanna al carcere di alcuni giornalisti non ha destato grande scalpore. Ne abbiamo parlato noi del Giornale e pochi altri. I grandi quotidiani hanno riportato la notizia come se si trattasse di un tamponamento sull'autostrada: routine.

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Nessun dibattito nei talk show televisivi, zero interrogazioni parlamentari. Il fatto che si stia facendo strame della libertà di stampa non scandalizza. Ormai usa così. L'abitudine alle cose orrende cancella lo sdegno, appiattisce in basso le emozioni e le commozioni, addormenta le coscienze. Prevale la reazione tipica delle democrazie calpestate: chissenefrega. Cosicché a molti pare addirittura normale che il direttore di Panorama, Giorgio Mulè, abbia subìto una pena pesante per omesso controllo: 8 mesi di reclusione, senza condizionale in quanto recidivo.

E normalissimo che Andrea Marcenaro e Riccardo Arena, autori degli articoli «criminali», abbiano avuto un castigo peggiore: un annetto dietro le sbarre. Attenzione. La sentenza di cui ci occupiamo è di primo grado, quindi non definitiva. Ci sarà l'appello e ci sarà pure la Cassazione. Può darsi che alla fine il giudizio venga modificato e sfoci persino in un'assoluzione. Intanto però i tre colleghi non vivranno sereni. È impossibile lavorare con profitto sapendo che tra un anno o due - dipende dalla velocità (o lentezza) della giustizia - potresti essere arrestato e sbattuto dentro. Sul Corriere della Sera, ieri, l'avvocato (eccellente) Caterina Malavenda, esperta (...)

(...) in materia, ha steso un commento dicendo che comunque i tre reprobi difficilmente andranno in carcere: esistono pene alternative, per esempio l'affidamento ai servizi sociali e i cosiddetti domiciliari. Sai che consolazione. In fondo, perdere il posto di lavoro, lo stipendio e la dignità è il male minore, secondo un'interpretazione piuttosto superficiale dei rischi che corrono coloro i quali si dedicano all'informazione. Rammento che dalla caduta del fascismo solamente tre colleghi su migliaia hanno patito una condanna penale. A parità di reati, tutti gli altri se la sono cavata con multe più o meno salate.

Gli sfigati hanno un nome: Giovannino Guareschi, Lino Jannuzzi e Alessandro Sallusti, considerati di destra. Ai quali si aggiungono ora Mulè, Marcenaro e Arena, che fanno parte della redazione di Panorama, settimanale edito da Mondadori, azienda di proprietà della famiglia Berlusconi. Coincidenze insignificanti? Può darsi. Segnalo però una stranezza. I giornalisti di sinistra, che sono la maggioranza in Italia, e che spesso si sono spinti ben oltre i limiti considerati invalicabili dalla legge (o meglio, da chi la amministra con ampia discrezionalità), l'hanno sempre fatta franca. Evidentemente sono stati fortunati. Non oserei pensare che abbiano goduto di un privilegio derivante dalla loro posizione politica.

È un dato comunque che chi è di destra viene bastonato, chi invece è di sinistra (o passa per esserlo) viene accarezzato. Ecco perché mi permetto di rivolgere una preghiera alla magistratura. Sono quasi sicuro che le toghe, rosse o di altra tinta, siano imparziali e non si sognerebbero di discriminare gli imputati. Ci mancherebbe. Ciò che chiedo loro è anche di apparire vistosamente tali. Come? Condannando subito alla galera un paio di pennini rossi (o rosa) ovvero redattori o editorialisti che firmano sui quotidiani di peso, per esempio Repubblica, Corriere e Stampa.

La mia (nostra) richiesta non è ispirata a sentimenti negativi nei loro confronti, ma funzionale al raggiungimento di un obbiettivo: la revisione della legge che disciplina malamente e arcaicamente ciò che attiene alla nostra professione e alla libertà di pensiero. Legge vecchia e inadeguata che, unanimemente, è ritenuta meritevole di essere riscritta sulla base delle esigenze maturate nel tempo. Sottolineo. Il potere legislativo e il potere esecutivo, pur essendo d'accordo sulla necessità di mutare registro e di allinearsi in questo campo ai Paesi più evoluti, per esempio l'Inghilterra, traccheggiano e non combinano niente.

Nei giorni di fuoco, durante i quali Sallusti era in procinto di essere arrestato (poi lo fu), il Parlamento - con 20 o 30 anni di ritardo - scoprì che le regole circa la diffamazione a mezzo stampa erano superate e cercò (per finta) di recuperare terreno. Era scontato, però, che i partiti avrebbero litigato su questioni di lana caprina. In effetti, fecero un buco nell'acqua. Anziché cancellare la prigione per i giornalisti, la confermarono. Recentemente, il governo ha ripresentato la cosiddetta legge bavaglio tesa a stroncare l'abuso di intercettazioni. Iniziativa lodevole?

Forse sì, nelle intenzioni. Ma in pratica essa prevede la galera per i giornalisti che diffondono conversazioni telefoniche. Dal che si evince che i politici, lungi dal volere eliminare le pene detentive per la categoria, aspirano a estenderle. Ma allora è un vizio. Per estirpare il quale supplico i magistrati di infliggere il supplizio del carcere a un paio di giornalisti progressisti, senza esitazioni. Soltanto in questo modo otterremo il risultato auspicato, cioè la mobilitazione degli onorevoli e dei senatori di sinistra (gli unici che contano) finalizzata a rivedere l'iniqua legge, risparmiando l'umiliazione della cella agli scribi.

La mia è una supplica, illustri magistrati, non una provocazione. Se mi fate la cortesia di blindare qualche mio collega chic, di quelli che fin qui avete trascurato, sono sicuro che le Camere si daranno immediatamente una mossa per rifare di sana pianta la legge obbrobrio in vigore e che voi applicate non per capriccio o faziosità, bensì perché c'è. Basta depennarla e sostituirla con quella inglese; un'operazione che comporta uno sforzo della durata di 10 minuti. Nel senso che è sufficiente prendere in blocco la normativa del Regno Unito, madre della democrazia e della libertà di stampa, e trasferirla nei nostri codici di Carlo Codega. Insisto, signori giudici e signori della pubblica accusa: siate più ragionevoli dei politici e costringeteli ad esser assennati almeno per pochi minuti. Non è un'impresa ardua.

Cantare nel coro della chiesa tiene lontana la demenza

Corriere della sera

Secondo uno studio inglese partecipare a gruppi canori migliora i problemi comportamentali e psicologici, la capacità di svolgere le normali attività quotidiane e il livello cognitivo

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MILANO - Qualche giorno fa le pagine del New York Times hanno ospitato un dibattito fra Richard Scheffler della California University e Richard Sloan della Columbia University a proposito delle tesi esposte dalla psico-antropologa Tanya Luhrmann della Stanford University, una delle maggiori esperte americane sui rapporti fra psiche e religione. Essere fedeli praticanti, dice la Luhrmann, allunga la vita di 2 o 3 anni e a ciò concorrono vari fattori: il supporto sociale degli altri credenti, il sano stile di vita di chi va regolarmente in chiesa e che in genere non beve, fuma poco, non fa quasi mai uso di stupefacenti, né ha comportamenti sessuali promiscui. Un altro fattore è la tendenza a sviluppare pensieri positivi verso gli altri grazie alla capacità di immedesimarsi nel rapporto con un Dio buono. Ciò infonde serenità, a tutto vantaggio della salute, con un sostanziale calo dello stress che migliora la qualità dei rapporti col prossimo e con sé stessi. Tant’è vero che il sistema immunitario di queste persone risulta più attivo e la loro pressione arteriosa più bassa.

PRIMA L'UOVO O LA GALLINA - «Ma questo accade perché a messa ci vanno persone più salutiste o è la messa che fa stare più bene la gente? - si chiede Richard Scheffler -. E se è la messa a donare salute, a prescindere da un intervento divino, cosa succede in chiesa per cui si sta meglio?». «I benefici per la salute non sono poi uguali per tutti - lo incalza Richard Sloan -, ci sono differenze fra uomini e donne, fra giovani e anziani e gli studi che forniscono questi dati sono per lo più riferiti ai soli cristiani».

CORI ANTI DEMENZA - Ma c’è un nuovo studio che potrebbe mettere tutti d’accordo. Le funzioni religiose di ogni credo sono infatti animate da canti corali e i ricercatori inglesi della Canterbury Christ Church University e dell’Università del Sussex hanno appena pubblicato sulla rivista Dementia uno studio che fornisce una risposta del tutto inattesa: partecipare ai cori migliora i problemi comportamentali e psicologici, la capacità di svolgere le normali attività quotidiane e il livello cognitivo, migliorando la qualità di vita e combattendo la demenza.

Nello studio sono state sufficienti dieci settimane per osservare buoni risultati in soggetti che già presentavano segni di demenza e la frequentazione delle messe, soprattutto da parte di anziani, è un esercizio continuativo che, a patto che partecipino ai cori, può ottenere un effetto sovrapponibile a quello che i ricercatori inglesi hanno osservato, peraltro su soggetti più compromessi e sui loro stessi familiari che li accompagnavano nei cori.

VIA LA DEPRESSIONE - Gli studi scientifici che hanno cercato finora di spiegare come la fede possa migliorare la salute sono comunque ormai moltissimi: uno dei più lunghi (10 anni) pubblicato dalla Columbia University sull’American Journal of Psychiatry ha dimostrato come il rischio di depressione si riduca a un decimo fra chi ha molta fede sia fra cattolici che fra protestanti e ciò accade anche nei figli di persone depresse e quindi più a rischio per motivi genetici e ambientali, che attivano una protezione che poi si mantiene anche nella vita adulta.

Uno studio policentrico brasiliano su 110 adulti-anziani (da 60 anni in su) e pubblicato sul Journal of Rehabilitation Medicine ha verificato l’influenza della fede su dolore, disabilità, ospedalizzazione, salute mentale e qualità di vita: 31 dei soggetti studiati erano depressi, 27 ansiosi, 10 con compromissione cognitiva lieve e 89 con algie di vario tipo che rendevano anche difficoltosa la frequentazione delle messe. Ancora una volta chi aveva più fede ha riportato una significativa riduzione dei valori di depressione, della compromissione cognitiva e della percezione del dolore, ottenendo un generale miglioramento della qualità di vita.

DUE CERVELLI DIVERSI - Non soddisfatto degli studi psicologici c’è anche chi, usando la risonanza magnetica funzionale, ha cercato eventuali differenze cerebrali fra chi ha fede e chi non ce l’ha: uno studio della British Columbia University di Vancouver pubblicato su Science ha dimostrato che più i processi mentali avvengono per via intuitiva, più si ha fede e viceversa più si tende a essere razionali, meno se ne ha e ciò a prescindere dal tipo di credo a cui si appartiene: in qualsiasi tipo di fedele le aree cerebrali più attive sono sempre quelle correlate al pensiero intuitivo.

ATTENZIONE VISIVA E CANTI CALVINISTI - E la messa cambia anche le funzioni cerebrali visive: uno studio pubblicato su Cognition dai ricercatori delle università di Leiden (Olanda), Bologna e Beer-Sheva (Israele) ha indicato che la fede cattolica e il giudaismo "aprono gli occhi", mentre ciò non avviene per altri credo religiosi come il calvinismo: andare a messa cambia il modo in cui si percepiscono gli stimoli visivi per l’abitudine a seguire immagini a tutto campo, piuttosto che i particolari vicini. I fedeli infatti seguono la cerimonia che si svolge sull’altare come se fosse un grosso palcoscenico, l’effetto si mantiene a lungo ed è direttamente proporzionale al numero di funzioni religiose cui si assiste.

La spiegazione è che viene indotto un particolare stile di attenzione visiva per determinate inquadrature: una messa in San Pietro indurrebbe un effetto maggiore di una messa nella propria parrocchia. Il fatto che ciò non succeda ai calvinisti correla col fatto che questo culto, improntato all’estrema semplicità, ha eliminato quasi tutte le strutture cerimoniali della tradizione cattolica e quindi c’è meno da osservare durante le funzioni religiose. Ma alla luce dello studio inglese sull’importanza dei canti corali, la grossa importanza che questa religione ha impartito alla preghiera e al canto collettivo potrebbe però giocare a favore dei 40 milioni di fedeli che questa dottrina conta nel mondo.

Cesare Peccarisi
26 maggio 2013 | 10:01

Il blog di Beppe Grillo ancora contro Tv Talk : «Pronti ad azioni giudiziarie»

Corriere della sera

Il senatore Ciampolillo: M5S danneggiato nella vigilia elettorale

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È di nuovo tensione tra il Movimento 5 stelle, la giornalista Sabrina Giannini di Report e le trasmissioni di informazione di Raitre, con tanto di minaccia di azioni giudiziarie. «Ieri pomeriggio (sabato ndr), alla vigilia delle elezioni amministrative, in pieno silenzio elettorale, su Raitre, il conduttore della trasmissione TV Talk, in compagnia della giornalista Sabrina Giannini di Report, ha tracciato l'ennesima pagina di "alto" giornalismo della televisione pubblica, costruendo un programma teso a falsificare la realtà e a danneggiare il M5S in questa importante vigilia elettorale» denuncia sul blog di Grillo il senatore a Cinque Stelle Lello Ciampolillo. Nella trasmissione TV Talk ospite anche Vladimir Luxuria) è stato infatti ripreso il tema della trasparenza e del finanziamento ai partiti. Come già accadde nella puntata di Report in cui sono stati avanzati dubbi sui ricavi del blog di Beppe Grillo e i rapporti con la Casaleggio Associati. Trasmissione che già accese le polemiche tra i grillini.

IL POST - «Si è cercato di assimilare i rimborsi elettorali pubblici destinati ai partiti che il M5S ha espressamente rifiutato, alle semplici elargizioni volontarie dei cittadini al M5S - attacca Ciampolillo -. La trasmissione si è caratterizzata per riferimenti pretestuosi e illazioni false e scorrette nei confronti di Grillo e del M5S, specie da parte di Vladimir Luxuria». Quindi spiega: «Contrariamente a quanto riportato dalla giornalista Giannini nella trasmissione Report e ripreso ieri pomeriggio in Tv Talk, le elargizioni private al Movimento sono state ampiamente rendicontate sul Blog di Beppe Grillo l'11 aprile 2013, al pari della destinazione di quelle non spese in beneficienza per i terremotati dell'Emilia Romagna e, infine, come apparso sempre sul Blog di Beppe Grillo il 17 maggio 2013, in favore del Comune di Mirandola per la ricostruzione di una palestra; ben prima anche della trasmissione Report del 19 maggio 2013».

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AZIONI GIUDIZIARIE - «Per quanto accaduto nella trasmissione Tv Report,a meno di ventiquattro ore dalle elezioni di domani 26 maggio 2013 - scrive ancora Ciampolillo (intendendo probabilmente, nello specifico, la trasmissione Tv Talk e non Report) - il M5S chiederà comunque conto e giustizia, sia in sede di diritto di replica sia in sede parlamentare, riservando eventuali azioni anche in ambito giudiziario».


Redazione Online26 maggio 2013 | 13:05

Il misterioso antenato dai capelli rossi

Corriere della sera

Il nostro progenitore dagli occhi e azzurri e i capelli rossi è forse figlio di una donna Neanderthal e un uomo Sapiens

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C'è la storia di un nostro antenato la cui fine continua a rimanere un mistero. È quella dell'Uomo di Neanderthal (Homo neanderthaliensis) che visse in Eurasia, e nel vicino Oriente, tra i 200 mila e 40 mila anni fa. Nelle ultime decine di migliaia di anni della sua esistenza (tra i 40 e i 30 mila anni fa), nei territori in cui risiedeva, incontrò l'Homo sapiens, nostro diretto progenitore, il quale usciva dall'Africa cominciando la sua conquista del pianeta.

Da qui sembra aver inizio l'enigmatica decadenza di Neanderthal e infine la sua scomparsa. Una delle prime spiegazioni fornite dal paleoantropologi era che il sapiens, più intelligente, avesse avuto il sopravvento sul rivale. Tra le ultime ipotesi sulla causa c'è pure un clima ambientale poco favorevole alla sopravvivenza del Neanderthal. In passato però si diceva che tra le due specie non poteva esserci stato un contatto, un rapporto; ma dopo molte discussioni intorno ai reperti fossili la genetica ha dimostrato il contrario. Ciò, tuttavia, non ha posto fine alle diatribe e quindi alla caccia delle prove che attestino il fatidico incontro continua.

Ed è qui che entra in scena l'«uomo dai capelli rossi». L’uomo dai capelli rossi abitava in un riparo roccioso di Mezzena, sui Monti Lessini, non lontano da Verona. Era alto un metro e 65 centimetri, i suoi occhi erano azzurri e la pelle chiara. Lui (ma forse è una lei) e i suoi compagni vissero nella zona per quei fatidici diecimila anni, in cui il Neanderthal incontrò il sapiens, ma con alcuni intervalli perché erano nomadi. Il luogo è tuttora carico di suggestione e camminando tra una vegetazione quasi selvaggia e anfratti rocciosi sembra di compiere un viaggio indietro nel tempo, nel remoto passato delle origini. Come sia finita la vita del rosso antenato non si sa. Gli studiosi trovarono i suoi resti sepolti due metri sottoterra e, analizzando la mandibola, scoprirono che doveva aver sofferto di parodontosi.

Questa patologia, legata ad un uso intenso e usurante dei denti, cronicizzando, aveva dato origine a una forma di tumore osseo benigno che però non fu la causa della morte avvenuta quando aveva circa trent'anni. «Studiando la mandibola ed effettuando comparazioni geometriche al computer con quelle del sapiens — racconta Laura Longo, coordinatrice del progetto di ricerca sui "fossili umani veronesi", conservatore, fino al 2010, della sezione di Preistoria del Museo di storia naturale di Verona e ora ai Musei civici di Firenze — ci siamo resi conto che il mento non è più sfuggente come nei neandertaliani classici, ma rivela un accenno di protuberanza tipica degli uomini moderni. Ciò dimostra che l'uomo dai capelli rossi era il frutto di un meticciamento, vale a dire di un'unione tra Neanderthal e sapiens».

La prova è stata pubblicata sulla rivista scientifica americana Plos One ed è il frutto di un'ampia indagine, su fronti diversi, che ha mobilitato un nutrito gruppo di scienziati. Assieme a Laura Longo, ci sono gli antropologi Silvana Condemi direttore di ricerca al Cnrs (Centre national de la recherche scientifique) dell'Università di Marsiglia e responsabile dello studio di morfometria geometrica; Aurélien Mounier dell'Università di Cambridge e l'archeologo Paolo Giunti dell'Istituto italiano di preistoria e protostoria. Bisogna però ricordare che l'uomo dai capelli rossi entra sulla scena della nostra storia per la seconda volta. Nel 2007 la rivista statunitense Science pubblicò, infatti, i risultati di una ricerca sul paleo-Dna condotta da studiosi tedeschi, italiani e spagnoli.

David Caramelli, antropologo molecolare dell'Università di Firenze era il coordinatore del gruppo italiano. L’indagine riguardava i reperti di due ominidi: quello di Mezzena, appunto, e l'altro della Cava de El Sidron, nelle Asturie, nella Penisola Iberica. Proprio scrutando nel loro Dna, prelevato dalle ossa, si stabilirono i colori dei capelli e della pelle, fornendo interessanti informazioni sulla variabilità genetica dei Neanderthal. In realtà la storia di questo antico progenitore veronese inizia ancora prima: nel 1957, quando le sue ossa fossili vennero scoperte, e poi conservate, al Museo di storia naturale affacciato sull'Adige che attraversa la città scaligera. E lì il nostro progenitore è rimasto per decenni sino a quando Longo e i suoi collaboratori non ripresero in mano i reperti, nel 2006, per approfondirne la conoscenza.

Così l'uomo cominciò a rivelare la sua vera identità diventando il protagonista di una specie affascinante e ancora avvolta da enigmi difficili da sciogliere. «In un territorio come i Monti Lessini, gli incontri tra i Neanderthal e i sapiens devono essere avvenuti più volte e in più generazioni — racconta Laura Longo —. Lo dimostrerebbe la significativa mutazione che ha portato alla crescita di un mento incipiente. Inoltre, le analisi sul Dna mitocondriale, che si eredita solo per via materna, e quella delle caratteristiche fisiche dei resti, hanno permesso di stabilire che gli incroci sono sempre nati da coppie formate da femmine Neanderthal e maschi sapiens. E così risulta dimostrata la loro convivenza nella stessa zona veronese». Ma, forse le relazioni fra i diversi gruppi, che incrociavano le loro strade, non erano così serene. Forse il meticciamento nasceva dalla violenza, da scontri, stupri e rapimenti.

È d’altronde difficile immaginare uno scenario primitivo (in cui le difficoltà climatiche e ambientali riducevano le risorse disponibili) che non influisse sull'incontro tra due popolazioni con tecnologie e culture differenti. La lotta per la sopravvivenza deve essersi fatta esasperata ed è terminata con la vittoria del gruppo capace di reagire meglio a condizioni di vita estreme. Con tanti quesiti ancora aperti, scrutando nelle pieghe del nostro Dna, i genetisti hanno trovato nell'uomo contemporaneo una piccola ma significativa quota di materiale genetico (dall'1 al 4 per cento) che può risalire all'illustre, quanto sfortunato, abitante europeo, a buon diritto da considerare tra i nostri antenati. Ma la sicurezza su perché, e come, sia infine scomparso non c’è.

Giovanni Caprara
26 maggio 2013 | 9:52

Via dei Georgofili: dopo vent’anni nessun mandante

La Stampa

Firenze, il sindaco Renzi: passo spesso di lì, per non dimenticare

marco bardazzi
inviato a firenze

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Un gruppetto di studenti universitari americani si rifugia ridendo sotto l’arco di via dei Georgofili, per sfuggire all’ennesimo temporale che si abbatte su Firenze. Nel 1993 erano appena nati, quella stradina per loro è solo una scorciatoia per raggiungere il loggiato degli Uffizi dal Ponte Vecchio, senza bagnarsi troppo. Dietro ai ragazzi, una coppia di pensionati entra nel lussuoso Hotel degli Orafi: l’hanno scelto di sicuro dopo aver letto che è l’albergo in cui James Ivory ambientò il suo «Camera con vista».

Vent’anni dopo, è la vita normale di una città d’arte amata in tutto il mondo che riprende possesso di un angolo di Firenze trasformato dalla mafia in un luogo di morte. Colpire gli Uffizi, la notorietà mondiale della culla del Rinascimento, era ciò che si proponevano gli uomini che parcheggiarono un furgone «Fiorino» carico di esplosivo nel posto più impensabile. L’obiettivo fu centrato: l’eco di quell’esplosione che danneggiò anche i dipinti degli Uffizi fu planetaria.

Matteo Renzi sintetizza in un ricordo personale la reazione di Firenze a quello sfregio. «Ero uno studente del liceo, a pochi giorni dalla maturità - racconta il sindaco - eppure, la mattina dopo l’attentato a scuola non ci furono esitazioni: tutti a manifestare contro le bombe. I professori ci incoraggiarono a scendere in piazza. Compreso il mio docente di filosofia, il professor Cancemi, che era un missino e che mi chiamava “cattocomunista”. Venne e disse: “Ragazzi, niente scherzi: si va tutti in corteo insieme”».

Gli studenti americani e i turisti in cerca di una camera sull’Arno, non possono immaginare come appariva quella stradina la notte tra il 26 e il 27 maggio 1993. Alle 1:04 l’esplosione sventrò la Torre del Pulci, sede dell’Accademia dei Georgofili, e si propagò agli Uffizi e ai palazzi vicini. I vigili del fuoco si trovarono di fronte uno scenario da bombardamento bellico. Sotto le macerie rimasero i corpi di Nadia Nencioni, nove anni non ancora compiuti, della sorellina Caterina, di pochi mesi e dei genitori Fabrizio e Angela. Uno studente di architettura, Dario Capolicchio, morì nel rogo dell’appartamento in via dei Georgofili. Altre 48 persone rimasero ferite.

La prima ipotesi, nella notte, fu lo scoppio di tubature del gas. Nel caos delle macerie era difficile individuare il cratere che avrebbe svelato l’attentato. «Mio zio fu tra i primi a capire - ricorda Renzi - lui era il direttore generale di FiorentinaGas». Ma nessuno immaginava che si trattasse di terrorismo mafioso legato all’attentato a cui, a Roma, era scampato Maurizio Costanzo. Impossibile intuire ciò che doveva arrivare due mesi dopo: le bombe sincronizzate in via Palestro a Milano e contro le chiese di Roma. L’ufficio di Renzi a Palazzo Vecchio è vicinissimo, in linea d’aria, al luogo dell’attentato.

Oggi lo diventerà ancora di più, con l’inaugurazione nel Cortile di Michelozzo di Palazzo Vecchio della mostra «La notte dei Georgofili»: il racconto della strage e degli eventi successivi affidato alle foto e alle notizie dell’Agenzia Ansa. Renzi lo inaugurerà con il presidente del Senato Pietro Grasso e il direttore dell’Ansa Luigi Contu. E stanotte, alle 1,04, il sindaco e Grasso sfileranno, come sempre in questi anni, in silenzio in via dei Georgofili. «È una cerimonie emozionante» racconta Renzi. «Non ci sono discorsi, non servono: ci ritroviamo nella notte, ci soffermiamo all’ulivo della pace che si trova di fronte all’Accademia dei Georgofili, guardiamo i disegni e le poesie della piccola Nadia. Non si può non pensare alle giovani donne che oggi sarebbero lei e Caterina, al diritto di vivere che è stato loro tolto». 

Gli stragisti corleonesi sono stati individuati e processati. Resta aperto il capitolo dei possibili mandanti. Scoprirli è un traguardo che il procuratore di Firenze, Giuseppe Quattrocchi, ha ribadito di voler perseguire a oltranza: «Se qualcuno dentro o fuori le carceri, ha la consapevolezza e la coscienza di poter dire qualcosa che non sappiamo, ce lo dica o soltanto ce lo faccia capire: ci basta».
«La battaglia contro la mafia e le mafie deve continuare - dice Renzi - guai a pensare per esempio che la mafia e la camorra non siano presenti nella nostra città. Ma io mi emoziono a pensare che questi sono anche i giorni della beatificazione di padre Puglisi. La mafia si sconfigge guardando figure come la sua e con il lavoro quotidiano contro l’illegalità. Passo spesso a piedi da via dei Georgofili per venire a Palazzo Vecchio, proprio per non dimenticare il compito che abbiamo».


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Così Google Maps impoverisce la città

Corriere della sera

di Evgeny Morozov



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In un’intervista dello scorso febbraio al blog tecnologico TechCrunch, Daniel Graf, direttore di Google Maps per la telefonia mobile, ha espresso una visione filosofica — direi postmoderna — sul futuro delle mappe. «Se io e lei guardiamo la pianta di una città — ha detto Graf — ci vediamo le stesse cose? Non credo, dato che andiamo in posti differenti».
A metà maggio, quando Google ha annunciato l’imminente uscita della nuova versione del suo noto servizio di cartografia, si è visto chiaramente che Graf non stava scherzando. Nel prossimo futuro, le mappe saranno generate inmodo dinamico e altamente personalizzato, evidenziando per noi i luoghi frequentati dai nostri amici dei social network, i luoghi di cui parliamo nelle email o che sondiamo con il motore di ricerca. I posti che non abbiamo mai nominato — o per i quali non abbiamo espresso interesse — saranno invece più difficili da trovare.

Potrebbe sembrare una soluzione liberatoria ed efficace — almeno è così che Google vorrebbe che la considerassimo. «In passato — ha dichiarato l’azienda — una mappa era solo una mappa. La pianta di New York era la stessa, che si cercasse l’Empire State Building o un caffè in una strada. E se diventasse invece una piantina fatta apposta per noi, capace di adattarsi alla ricerca che vogliamo eseguire in quel preciso momento?».

Dal punto di vista pubblicitario, è una mossa geniale. Supponiamo che Google sappia tutto dei suoi utenti che a un certo punto hanno parlato di un certo ristorante nelle loro email. Non sarebbe logico che si mettesse in contatto con il titolare di quel ristorante, proponendo di raggiungere tutti quegli utenti mentre stanno utilizzando Google Maps, e assicurando che gli altri ristoranti, per i quali gli utenti non hanno ancora espresso interesse, sarebbero più difficili da trovare?

La logica di Google è però profondamente conservatrice. Finché la pubblicità è il cardine della sua attività, Google non sarà davvero interessata a introdurre sistematicamente delle novità nella nostra vita. Per avere successo con gli inserzionisti, deve convincerli di possedere profili accurati di tutti noi e di poter prevedere dove probabilmente andremo (o che cosa cliccheremo). Il modo migliore per farlo è cercare di trasformarci in creature altamente prevedibili, limitando artificialmente le nostre scelte. Un altro modo è quello di spingerci ad andare in posti in cui vanno altre persone come noi — i nostri amici di Google+, ad esempio. In poche parole, Google preferisce un mondo in cui frequentiamo regolarmente tre ristoranti a un mondo in cui le nostre scelte sono impossibili da prevedere.

In apparenza può sembrare che quello che Google sta facendo con le mappe non sia molto diverso da quello che ha fatto con i risultati delle ricerche. Anche quelli sono passati dall’essere universali — facendo la stessa ricerca, tutti vedevano gli stessi risultati— al diventare altamente personalizzati — quello che vediamo quando clicchiamo su «cerca» riflette le nostre precedenti ricerche. In quest’ambito la personalizzazione era però più difendibile: se si cerca «pizza», è ragionevole che Google ci mostri i ristoranti nei dintorni piuttosto che quelli di tutto il mondo. La personalizzazione delle mappe porta invece questa logica a estremi poco simpatici: ora, digitando «pizza», vedremo i ristoranti che secondo Google dovrebbero piacerci e non quelli che non abbiamo ancora scoperto.

A giudicare dalle modifiche che intende apportare alle mappe, l’incursione di Google nello spazio pubblico potrebbe avere conseguenze drastiche. Inoltre non si tratta solo di mappe: le sue automobili automatiche e gli occhiali intelligenti incideranno profondamente sul nostro rapporto con il mondo esterno. Lo spazio, per Google, è solo un altro tipo di informazione da organizzare per poter raggiungere l’audace obiettivo di «organizzare tutte le informazioni del mondo». Come ha detto l’anno scorso uno dei suoi ingegneri che si occupano delle mappe, «tutto quello che si vede nel mondo reale deve essere nel nostro database».

Il problema di questa impostazione è che Google non riconosce il ruolo fondamentale che hanno il disordine, il caos e le novità nel plasmare l’esperienza urbana. Nel 1970 il sociologo Richard Sennett scrisse il bellissimo libro Usi del disordine (edito in Italia da Costa & Nolan nel 1999), che tutti gli ingegneri di Google dovrebbero leggere. Sennett vi faceva l’apologia delle «città affollate, disordinate, travolgenti», dove stranieri e persone di diverse provenienze socio-economiche si trovavano spalla a spalla. La città ideale di Sennett non è un agglomerato di ghetti e comunità chiuse che non comunicano tra loro, ma piuttosto un intreccio di diverse realtà — ed è il trambusto che questa mescolanza genera a volte nella nostra vita quotidiana a renderla un luogo interessante, dando modo agli abitanti di diventare esseri umani maturi e complessi.

La visione urbana di Google, invece, è quella di chi cerca di raggiungere un centro commerciale su un’automobile automatica. È profondamente utilitaristica, egoista, e non mostra alcun interesse per il modo in cui viene vissuto lo spazio pubblico: nel mondo di Google, lo spazio pubblico è solo quel che si frappone tra la nostra casa e il ristorante ben recensito che non vediamo l’ora di raggiungere. Dato che nessuno recensisce lo spazio pubblico o ne parla nelle email, potrebbe anche scomparire dalle mappe altamente personalizzate di Google. A giudicare dai video promozionali di Google Glass, in effetti, potremmo anche non notare che sia scomparso: da quanto ne sappiamo, potremmo attraversare un deserto urbano che Google Glass ci farebbe apparire piacevole.

Il motivo principale per preferire mappe non personalizzate non ha nulla a che fare con la tecnofobia o la nostalgia per l’era pre-Google. La questione è in realtà abbastanza semplice: quando tu e io guardiamo la stessa mappa, c’è una buona probabilità che ci si metta a discutere di come migliorare lo spazio che vi è rappresentato. Che la nostra esperienza di quello che era lo spazio pubblico stia diventando sempre più privata — anzitutto per via degli smartphone, poi delle auto automatiche e dei Google Glass — e che tutto questo venga fatto in nome «dell’organizzare le informazioni del mondo» dovrebbe preoccupare chiunque sia interessato al futuro dell’urbanistica.

Se Google riuscirà nel suo intento, il nostro spazio pubblico presto avrà l’aspetto dei sobborghi californiani in cui quella società è di casa: belli ma isolati, soleggiati ma dotati di infrastrutture decrepite, ordinati ma esclusivi. Quel che disse Richard Sennett di queste comunità in Usi del disordine — che sono luoghi per «persone che hanno paura di vivere in un mondo che non possono controllare» — è vero anche per gli ottimizzatori di Google. Ma la mancanza di controllo è semplicemente il prezzo che dobbiamo pagare per vivere negli ambienti complessi, diversificati e cosmopoliti che chiamiamo «città». Purtroppo, per quanto notevole sia il suo impatto sull’urbanistica, non sembra che Google capisca cosa sia — e a cosa possa servire.

(Traduzione di Maria Sepa)
Evgeny Morozov

Venezuela, famiglia sterminata: 10 uccisi in 15 anni

Corriere della sera

di Riccardo Noury

Dieci componenti di una stessa famiglia uccisi in 15 anni. Una storia drammatica, quella dei Barrios, in Venezuela.


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L’ultimo omicidio risale appena al 16 maggio: la vittima si chiamava Roni Barrios e aveva 17 anni. Il suo corpo è stato ritrovato con ferite alla testa e al collo che hanno fatto pensare a un’aggressione a colpi di machete o di ascia. Il ragazzo viveva e lavorava nella capitale Caracas ma era appena rientrato nella sua città natale, Guanayén, nel sud del paese.

È qui, a Guanayén, che ha inizio la storia dolorosa della famiglia Barrios. Il 28 agosto 1998 la polizia fa irruzione nell’appartamento dove Benito Antonio Barrios, 28 anni, vive insieme ai due figli, Jorge Antonio e Carlos Alberto.  Quattro agenti di polizia picchiano Benito Antonio e lo portano via. Il suo corpo viene rinvenuto all’ospedale locale, con ferite mortali d’arma da fuoco al petto e all’addome. La polizia giustifica l’irruzione (non ciò che è accaduto dopo, che resterà e resta tuttora un mistero), sostenendo di aver ricevuto una telefonata in cui si segnalava una rissa tra due uomini.

Cinque anni dopo, l’11 dicembre 2003, la polizia arresta Jorge Antonio, uno dei due figli di Benito Antonio Barrios. Lo zio Narciso e il cugino Nestor seguono gli agenti, ritrovano Jorge Antonio che alla fine viene rilasciato. Gli agenti però uccidono Narciso Barrios, sparandogli diverse volte alla testa, di fronte a Nestor.

Il 21 settembre 2004 Luis Alberto Barrios, fratello di Benito Antonio, testimone oculare dei fatti del 28 agosto 1998, viene raggiunto da una serie di colpi d’arma da fuoco alla testa e muore. Il giorno prima aveva ricevuto una telefonata minacciosa dalla polizia. Pochi mesi dopo, siamo nel gennaio 2005, dopo quattro giorni di agonia muore il sedicenne Rigoberto Barrios.  Prima di spirare, accusa un poliziotto di avergli sparato. Sua madre dichiara di aver ricevuto minacce di morte dalla polizia.

Quell’anno, la maggior parte dei Barrios lascia Guanayèn. Ma la storia non finisce qui. Negli anni successivi, una seconda generazione dei Barrios perde la vita: Oscar José, 22 anni; Wilmer José, 19; Juan José, 28, Victor Tomas, 16, Jorge Antonio (figlio di Benito Antonio), 24; e, 10 giorni fa, come detto, Roni.

I Barrios ancora in vita sono terrorizzati. Alcuni di loro, i più tenaci nella ricerca della giustizia, sono stati ripetutamente minacciati. Si sono anche rivolti agli organi di giustizia regionali, che in diverse occasioni, a partire dal 2004, hanno ordinato al governo venezuelano di fornire protezione alla famiglia. Ordine non eseguito.

Nel novembre 2011, la Corte interamericana dei diritti umani ha stabilito che il Venezuela è responsabile dell’assenza di indagini efficaci e della mancata protezione.  L’anno scorso, peraltro, il Venezuela ha annunciato il ritiro dalla Convenzione americana dei diritti umani e, di conseguenza, dalla giurisdizione della Corte. Negli ultimi 15 anni, le autorità di Caracas non hanno detto una sola parola sullo sterminio della famiglia Barrios.

Questo è l’amaro commento di Eloisa Barrios (terza da destra in una foto scattata in occasione di un’udienza della Corte interamericana dei diritti umani), sorella di Narciso e zia di Roni: “Quando ho iniziato a chiedere giustizia per la morte di Narciso, il secondo dei miei fratelli a essere ucciso, non avrei mai immaginato che così tanti altri parenti sarebbero stati assassinati sotto i miei occhi. Ritenevo che cercando giustizia avrei protetto meglio gli altri. Ora mi rendo conto che è stato persino peggio”.

Quanti altri Barrios dovranno essere uccisi prima che il governo venezuelano si decida ad agire?

Disoccupato ruba fette d’arrosto per sfamare il figlio: condannato a sei mesi

Il Mattino

di Michela Allegri


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Dovrà scontare sei mesi di carcere per essersi infilato dentro le tasche e sotto i vestiti una fetta d'arrosto, un pezzo di formaggio e una bottiglia d'olio. Ha rubato per fame , Filippo P., 34 anni e disoccupato, con una famiglia da mantenere e ridotto sul lastrico dalla crisi economica che nel 2010 gli ha fatto perdere anche l'ultimo lavoretto precario. Era già stato arrestato due settimane fa, per aver sottratto pane, latte e una confezione di prosciutto dagli scaffali di un supermercato. Un furto più che modesto: aveva arraffato quello che bastava per sfamare la sua famiglia, giusto per mettere qualcosa nel frigorifero di casa, e per dare da mangiare alla moglie e al figlio di quattro anni. Processato con rito direttissimo, Filippo era stato condannato a cinque mesi con la condizionale, e liberato con l'obbligo di firma.

LA CATTURA
Due giorni fa, però, l’uomo è stato sorpreso di nuovo mentre tentava di uscire dal Conad di Corso Francia con una spesa di dieci euro non pagata e nascosta sotto la giacca. I vigilantes del supermercato lo hanno bloccato e hanno chiamato i carabinieri. Giunti sul posto i militari lo hanno arrestato con l'accusa di furto aggravato. Ieri mattina, Filippo è tornato sul banco degli imputati del tribunale di Roma, per la convalida dell'arresto e un nuovo processo per direttissima. Il giudice dell'ottava sezione penale, Fabio Mostarda, pur comprendendo il dramma personale dell'imputato, non ha comunque potuto fare altro che disporne la custodia cautelare in carcere. Filippo, difeso dall'avvocato Gianluca Arrighi, ha poi patteggiato una condanna a 6 mesi di reclusione che sconterà a Regina Coeli.

LA DIFESA
«Ho assunto gratuitamente la difesa - ha commentato l'avvocato Arrighi - perché ritengo che vi siano dei casi umani che noi penalisti non possiamo esimerci dall'accettare. Purtroppo negli ultimi anni i casi di persone che commettono furti di generi alimentari è aumentato in modo esponenziale. È ovvio che nulla giustifica la commissione di reati ma una cosa è rubare per arricchirsi e una cosa è rubare per mangiare. Il dato è allarmante e deve far riflettere su come i crimini siano spesso il riflesso dei malesseri della nostra società».

domenica 26 maggio 2013 - 12:12

La maxifattura per il ponte che non ci sarà mai

Corriere della sera

Con i contenziosi internazionali costi di almeno un miliardo per l'opera sullo Stretto di Messina

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ROMA - Correva l'anno 1980: l'Italia era sconvolta dalle stragi di Ustica e di Bologna e New York dall'assassinio di John Lennon, mentre a Danzica nasceva Solidarnosc e Ronald Reagan entrava alla Casa Bianca. La Sir di Nino Rovelli, detto il Clark Gable della Brianza, finiva in liquidazione e la società Stretto di Messina non era neppure in fasce. Trentatré anni dopo anche la concessionaria del ponte subisce la medesima sorte. E la liquidazione della Sir va avanti.

Due casi certo non paragonabili. Ma con la durata delle liquidazioni in questo Paese l'unica cosa che non deve temere Vincenzo Fortunato è di doversi cercare un'altra occupazione da qui alla pensione. L'ex capo di gabinetto del ministero dell'Economia è stato nominato liquidatore della Stretto di Messina, società controllata dall'Anas e fino a ieri incaricata di realizzare il ponte sospeso fra Scilla e Cariddi, il 22 aprile: sei giorni prima che il governo di Mario Monti uscisse definitivamente di scena. Consapevole che passerà alla storia. La vicenda del ponte sullo stretto è senza precedenti e, confidiamo, irripetibile.

Da qualunque punto di vista la si osservi, tanto da quello dei favorevoli quanto da quello dei contrari, il risultato è lo stesso. Si tratta di una sconcertante dimostrazione di superficialità, incapacità decisionale e dilettantismo politico. Quello che è peggio, con i soldi dei cittadini. Il conto di questa insensata avventura raggiungerà cifre inimmaginabili. Il ponte che non sarà mai fatto potrà costare ai contribuenti anche più di un miliardo di euro. Ai 383 milioni spesi per il progetto e il mantenimento della società Stretto di Messina si deve aggiungere il costo dell'inevitabile contenzioso, che potrebbe avere sviluppi sorprendenti. Il consorzio Eurolink, general contractor dell'opera guidato dalla italiana Impregilo, ha già invocato un risarcimento danni di 700 milioni più gli interessi.

E le implicazioni internazionali? Per un Paese nel quale gli investimenti esteri già arrivano con il contagocce, quanto accaduto non è una gran pubblicità. Di certo non la potranno fare i partner esteri del consorzio Eurolink, la spagnola Sacyr e la giapponese Ishikawajima-Harima Heavy Industries. Rimaste letteralmente di sasso, a veder evaporare per una pillola avvelenata messa in una legge dal governo italiano un contratto da alcuni miliardi di euro firmato con il governo italiano. Gli spagnoli hanno espresso il loro disappunto tramite l'ambasciata, non prima di aver presentato un bel ricorso all'Unione Europea. È stata raccontata mille volte la lunga storia del ponte, insieme alle promesse, spesso fatue, di politici di ogni colore che l'hanno accompagnata. Ma con l'ultimo capitolo si è andati ben oltre. Eurolink firma il contratto nel 2006: premier è Silvio Berlusconi, ma siamo alla vigilia del ritorno al governo di Romano Prodi.

Che blocca tutto. La Stretto di Messina vede la liquidazione ma il ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro si oppone. Dice che si rischia un contenzioso infinito e spedisce alla concessionaria una lettera nella quale indica che il personale dovrà essere ridotto al lumicino. Sette persone in tutto. Nel 2008 ecco ancora il Cavaliere e il successore di Di Pietro, Altero Matteoli, scrive alla società: «Ripartiamo di corsa». Ci sono i soldi e i tecnici si rimettono al lavoro. Il progetto definitivo è pronto a dicembre 2010, senza un giorno di ritardo rispetto alla tabella di marcia. A quel punto, però, succede qualcosa. Le trattative con gli enti locali e i lavori preparatori procedono, è vero. Ma uno strano disinteresse intorno a quell'opera si percepisce anche nel governo del Cavaliere. I segnali sono inequivocabili: si arriva al punto che una trattativa con i cinesi viene lasciata inspiegabilmente cadere.

La mazzata arriva a ottobre 2011 con una mozione dei dipietristi che chiede di sopprimere i finanziamenti pubblici. Inspiegabilmente passa con 284 favorevoli e un solo contrario. Oltre allo scontato sì dei leghisti, c'è anche quello del governo per il tramite del sottosegretario Aurelio Misiti, poi sconfessato dal ministro Matteoli. Il quale evidentemente non sa che i suoi parlamentari si sono astenuti in massa, ma qualcuno ha anche votato a favore. Per esempio, il coordinatore del Pdl Denis Verdini, i ministri Mariastella Gelmini e Michela Vittoria Brambilla, nonché uno stuolo di sottosegretari. Arriva il governo di Mario Monti e la faccenda si trascina stancamente, insieme a una nuova valutazione d'impatto ambientale richiesta dal ministero competente che durerà ben 18 mesi, contro i 4 previsti dalla legge obiettivo. Uscirà dai cassetti a marzo 2013, quando i giochi ormai sono fatti.

Perché nel frattempo, il 2 novembre 2012, ricorrenza dei morti, spunta un decreto che ridefinisce il percorso di approvazione dell'opera, stabilendo che entro il primo marzo 2013 il general contractor sottoscriva un altro cosiddetto «atto aggiuntivo» impegnandosi con quello a rinunciare agli adeguamenti economici legati all'inflazione fino alla delibera definitiva del Cipe e anche a eventuali risarcimenti nel caso in cui l'opera venga cassata. Con lo Stato pronto a riconoscere, in caso di mancata firma, soltanto i costi progettuali maggiorati del 10 per cento. Il 12 novembre Eurolink contesta per iscritto la legittimità del decreto, comunicando di voler recedere dal contratto. E partono le carte bollate. La vera domanda da porsi dopo tutto questo? Se, indipendentemente dal tempo e dai soldi necessari, il nostro Paese sia ancora in grado di realizzare opere pubbliche tanto impegnative. Quesito ben più importante di quello che per decenni ha diviso l'Italia. Cioè se quel ponte si debba fare oppure no.

Sergio Rizzo
26 maggio 2013 | 9:49

Messaggiare camminando, ora si può (ma sarebbe meglio non farlo)

Corriere della sera

«CrashAlert» è indirizzata solo ai pedoni che inviano sms camminando e si avvale di una videocamera dotata di sensori

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MILANO - È sufficiente dare un'occhiata alle decine di video che circolano su YouTube per rendersi conto che inviare sms, o comunque concentrarsi esclusivamente sul display del proprio smartphone, porti frequentemente a incidenti, talvolta soltanto ridicoli (VIDEO), altre con conseguenze gravissime. L'applicazione in questione si chiama significativamente CrashAlert e si propone di ridurre la pericolosità di quella che potrebbe soltanto sembrare un'innocente abitudine.

UN PERICOLO REALE - È capitato a tutti noi di ricevere un sms mentre stiamo camminando per la strada. Alcuni, diligentemente, si fermano, estraggono il cellulare, leggono ed eventualmente rispondono prima di rimettersi in marcia. Altri preferiscono invece non interrompere il proprio cammino, vuoi per la fretta o per semplice abitudine, ed eseguono le stesse manovre degli utenti più coscienziosi. Sembra una questione ridicola osservare la faccenda da questa angolazione, ma messaggiare con lo sguardo fisso sul display del proprio telefonino, magari in una strada affollata o congestionata dal traffico, continuando imperterriti a camminare può rappresentare un pericolo serio, talvolta mortale. E il grado di pericolosità aumenta in maniera sensibile se si scrivono o si leggono gli sms mentre ci si trova al volante di un auto.

CRASH ALERT - L'app è chiaramente indirizzata soltanto ai pedoni e si basa su una tecnologia piuttosto semplice. Si tratta di una videocamera, dotata di sensori di distanza, che in pratica sostituisce gli occhi di chi è impegnato a guardare solo il cellulare, scannerizzando il cammino, e gli eventuali ostacoli contro i quali si rischia di andare a sbattere. Qualora ne rilevi uno, sulla parte superiore del display dello smartphome comparirà una barra con un quadrato rosso. La posizione del quadrato indica la direzione nella quale si rischia la collisione. «Quello che abbiamo osservato durante i nostri test - ha dichiarato Juan David Hincaplé della canadese University of Manitoba e

creatore dell'app - è che nel 60 per cento dei casi le persone evitano gli ostacoli mentre, senza la nostra applicazione questa percentuale scende al 20 per cento». Inoltre, sempre secondo i dati dei ricercatori dell'ateneo nordamericano, CrashAlert non distrae chi sta giocando o messaggiando, non alterandone in alcun modo la "performance" telefonica. È doveroso sottolineare però che gli stessi ideatori dell'app sostengono la necessità di evitare farsi distrarre dal proprio cellulare mentre si sta camminando per la strada ma, riconoscendo che c'è chi lo fa comunque, si propongono almeno di limitare i danni che questo tipo di comportamento può provocare.

OLTRE IL LIMITE - Uno studio americano, pubblicato sul Journal of Safety Research, ha rilevato che nel 2008 i casi di incidenti legati al texting sulla strada erano raddoppiati rispetto all'anno precedente. Alcune delle persone coinvolte se la sono cavata magari con un naso o un zigomo rotto contro un lampione o un muro, ad altri è andata ben peggio, visto che i dati relativi all'investimento di pedoni da parte di automobilisti, chiamano in causa la distrazione da messaggio di una delle persone coinvolte, nel 59 per cento dei casi. Ma non è soltanto la direzione dello sguardo incollato al display a generare problemi per chi messaggia camminando.

Una recente ricerca guidata da Kya Nobre, a capo del Brain and Cognition Lab dell'Università di Oxford, ha rimarcato un curioso limite alla capacità di attenzione degli esseri umani. Per quanto risulti sorprendente, possiamo concentrare la nostra attenzione soltanto su tre oggetti diversi. Questa è la ragione per la quale molti dei testimoni di un crimine non riescono a ricordare particolari cruciali di ciò a cui hanno assistito, ma è anche la stessa che porta a sbattere una persona contro un muro, mentre la sua attenzione viene assorbita da ciò che sta facendo con il proprio smartphone o iPod. In pratica, mentre stiamo scrivendo un sms, il nostro cervello è temporaneamente incapace di dedicarsi in modo consapevole a qualsiasi altro aspetto della nostra realtà.

TUTTA COLPA DEI TELEFONI - Se da un lato è criticabile il comportamento di chi, spesso incurante della altre persone, continua imperterrito a maneggiare il proprio smartphone, c’è chi dall'altro sostiene che il problema non siano le persone, ma i loro telefoni. Come dichiara Joe Marshall, specialista in interazione tra computer ed essere umano dell'Università di Nottingham: «Il problema delle tecnologie portatili - ha sottolineato Marshall - è che non vengono ideate per venire usate mentre ci si muove». Pertanto, secondo il ricercatore britannico, i marchi di telefonia mobile devono completamente ripensare i loro prodotti, favorendo la nostra interazione e al contempo garantendo la nostra sicurezza. E siccome persino i mitizzati occhiali di Google cambiano soltanto il fatto che invece che guardare un display con lo sguardo rivolto verso il basso lo si fa ad altezza d'uomo, per il momento l'unico modo per evitare di andare a sbattere o peggio è prestare attenzione.

Emanuela Di Pasqua
25 maggio 2013 | 14:58

JFK, mistero infinito. "L'ombra di Fidel Castro dietro la sua morte"

Matteo Sacchi - Dom, 26/05/2013 - 08:05

Secondo lo storico Brian Latell la Commissione Warren trascurò i rapporti del killer del presidente con i cubani. Per qualcuno la verità scottava troppo

Era il 22 novembre di cinquant'anni fa. Alle 12 e 30 il presidente John Fitzgerald Kennedy veniva ucciso a Dallas.

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Si tratta forse dell'omicidio più indagato della storia. Ma anche uno dei più discussi e su cui si hanno meno certezze. La versione ufficiale fornita dalla commissione Warren costituita una settimana dopo il fatto dal presidente Lyndon B. Johnson è nota: Kennedy venne ucciso con tre colpi di fucile (il primo a vuoto, il secondo alla spalla e il terzo alla testa) sparati da Lee Harvey Oswald il quale agì da solo. Questa ricostruzione ha sempre causato scetticismi (sfociati anche in due altre indagini, una del House Select Committee on Assassinations voluto dal congresso americano e una del procuratore distrettuale Jim Garrison). Tra i punti più contestati, il fatto che Oswald sia riuscito a sparare tre colpi in circa 7 secondi con un fucile italiano Carcano a otturatore manuale.

Sul tema sono tornati ieri al festival èStoria (che si conclude oggi a Gorizia) Massimo Teodori, per tre decenni docente di Storia americana all'Università di Lecce, e Brian Latell il quale, lavorando con la Cia, è stato a lungo National intelligence officer per l'America latina e ora è Senior Research Associate in Cuba studies all'Università di Miami. Lattel ha appena pubblicato un volume (non ancora tradotto in italiano) che si intitola Castro's Secrets. E che avanza una tesi sconcertante.

«Credo - dice Latell - che il rapporto della commissione Warren sia esatto quando indica Oswald come l'unico esecutore materiale. In questo senso non fu una cospirazione. Colpire Kennedy a ottanta metri con quel fucile era perfettamente possibile. Quello su cui la commissione Warren ha svolto un'indagine lacunosa sono stati i rapporti di Oswald con i cubani». Rapporti che Latell ha ricostruito proprio a partire dal suo libro per cui si è avvalso della testimonianza di molti ex agenti cubani, tra cui Florentino Aspillaga, per decenni uomo di punta nell'intelligence dell'Avana.

«I servizi cubani avevano un altissimo livello di efficienza e avevano avuto svariati contatti con Oswald. Oswald era un invasato filo cubano e aveva già cercato di uccidere il generale Edwin Walker... Kennedy si trasformò in un bersaglio perfetto andando a Dallas». Quanto al lider máximo è difficile dire esattamente in che misura fosse coinvolto nel progetto. Però esistono prove indiziarie. «Lo stesso giorno in cui venne ucciso, Kennedy ebbe un incontro con alti ufficiali del Pentagono e con agenti della Cia per pianificare la morte di Fidel.

La Cia stava cercando di reclutare un ex agente cubano a Parigi perché tornasse a Cuba a uccidere Castro. Purtroppo era un triplogiochista ed era ancora fedele al regime... Questo per dire che il livello di minaccia ai rispettivi leader era molto alto. Un paio di mesi prima dell'attentato a Kennedy, Castro tenne un discorso, era il 7 settembre del '63. Ci sono delle registrazioni. Disse: “Se vogliono assassinare un cubano gli americani sappiano che anche loro possono essere assassinati...”. Secondo me era una minaccia diretta a Kennedy, che per parte sua pianificava l'eliminazione di Castro».

Ma non solo: «Ho intervistato - spiega Latell - Florentino Aspillaga che all'epoca aveva il compito di intercettare le comunicazioni della Cia da Washington. Il giorno dell'attentato a Kennedy, tre ore prima che sparassero al presidente i suoi capi gli ordinarono di non intercettare più le comunicazioni radio da Washington ma di concentrarsi su quelle provenienti dal Texas. E Aspillaga a partire da questo si è fatto un'idea chiara: sicuramente Castro sapeva che cosa stava accadendo a Dallas. Forse non lo aveva pianificato direttamente ma ne era informato».

Resta la grande domanda. Come mai, se le cose stanno così, e c'è chi come il professor Teodori ne dubita, la Commissione Warren nella sua inchiesta non ha mai seguito la pista cubana? Una pista che politicamente avrebbe anche potuto essere molto conveniente. Latell lo spiega così al Giornale: «La Commissione non lavorò male... Semplicemente la Cia, l'Fbi e lo stesso Robert Kennedy (fratello del presidente e suo ministro alla giustizia, ndr) nascosero molte informazioni alla Commissione perché le ritenevano fondamentali per la sicurezza nazionale». Quelli di Latell per ora restano indizi ma se avesse ragione la morte di Kennedy assumerebbe tutto un altro aspetto.

Quel guinzaglio a 5 stelle

Giuseppe De Bellis - Dom, 26/05/2013 - 07:51

Le squadracce grilline colpiscono con la tastiera dei loro computer. La vittima è Pierluigi Battista, editorialista del Corriere della Sera

Le squadracce grilline colpiscono con la tastiera dei loro computer. La vittima è Pierluigi Battista, editorialista del Corriere della Sera, attaccato per aver osato criticare i parlamentari del 5 Stelle.

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Sul blog di Grillo, Battista è stato oggetto della ormai nota violenza verbale del popolo del comico. Gli hanno scritto «venduto», «maggiordomo», «servo». Lavorando al Giornale sappiamo che cosa vuol dire. Sappiamo che cosa significa l'insulto perenne, l'impossibilità di avere un'opinione senza che qualcuno te la rinfacci come se fosse eterodiretta. Battista ha la nostra solidarietà totale. Di più: ha il nostro sostegno.

I grillini se ne facciano una ragione: quelli col padrone (e con il guinzaglio) sono loro. I maggiordomi sono loro. I fascisti sono loro. La loro caccia al giornalista è patetica. Se rispondessero alle domande dovrebbero dirci come si immaginano loro i cronisti e gli opinionisti. La storia di Battista è il sintomo dell'intolleranza che i Cinque Stelle estremizzano più di ogni altro. E però quell'intolleranza verso le opinioni altrui, diverse da quelle della massa o di una massa, c'è dappertutto. Pure al Corriere. Ecco il paradosso: nel giorno del caso Battista, sul quotidiano di via Solferino si legge che l'ex direttore Piero Ostellino è stato censurato. Aveva un'idea diversa. Non è stata pubblicata. Perché anche i giornali «liberi e indipendenti» hanno le loro squadracce.

Quanto sangue è costata la guerra italiana al terrore

Gian Micalessin - Dom, 26/05/2013 - 08:10

Dall’11 settembre 2001 a oggi sono centinaia i connazionali feriti e 112 i morti. Ore d’ansia per Barbara De Anna, la funzionaria Onu colpita venerdì a Kabul

La vampata dell'autobomba esplosa davanti alla sede dell'ufficio di Kabul le ha addentato le vesti e le carni. Il 90 per cento del suo corpo è una piaga ustionata, ma Barbara De Anna può farcela.

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Ieri l'hanno trasferita dall'ospedale americano di Baghram in Afghanistan a Ramstein, il centro medico in Germania dove passano tutti i feriti americani dell'Afghanistan e dell'Iraq e dove i medici conoscono a menadito rischi e complicanze delle lesioni causate dalle bombe talebane. Il nome della la 38enne fiorentina, arrivata in Afghanistan nel 2010 per conto dell'Organizzazione internazionale per le migrazioni, è l'ultima macchia insanguinata nel lungo elenco di morti, feriti e rapiti italiani vittime di una guerra iniziata la mattina dell'11 settembre 2001. Quell'elenco conta, quasi dodici anni dopo, 112 croci tricolori, qualche centinaio di feriti, decine di rapiti e, come unico disperso, l'inviato della Stampa Domenico Quirico scomparso in Siria 50 giorni fa.

La lunga lista s'apre proprio con la data dell'11 settembre 2001 quando dieci nostri connazionali, impiegati e dirigenti di compagnie statunitensi, trovano la morte nelle Torri Gemelle. Due anni dopo, il 12 novembre 2003, un camion bomba esplode all'interno della caserma dei carabinieri di Nassirya, la provincia meridionale dell'Iraq dove le nostre truppe sono arrivate dopo la caduta di Saddam Hussein. Il sangue di 17 nostri soldati segna il giorno più triste per le nostre forze armate dalla seconda guerra mondiale. E a completare il lutto s'aggiungono i cadaveri del regista Stefano Rolla, volato in Iraq per raccontare la missione e Marco Beci, un cooperante del ministero degli Esteri.

Dopo quel 12 novembre tutto l'Iraq sprofonda nell'incubo della guerriglia e degli attentati. Il 13 aprile 2004 le guardie private Fabrizio Quattrocchi, Umberto Cupertino, Maurizio Agliana e Salvatore Stefio, vengono rapiti da un gruppo di miliziani. Quando i rapitori decidono di eliminare Quattrocchi lui li affronta e prima di venir assassinato pronuncia la famosa frase: «Vi mostro come muore un italiano». Dopo quella spietata esecuzione arrivano le uccisioni del giornalista Enzo Baldoni e dell'imprenditore Salvatore Santoro seguite dalla drammatica fine del funzionario del Sismi Nicola Calipari, ucciso durante la liberazione della giornalista Giuliana Sgrena.

Per le forze armate rientrate dall'Iraq il 1° dicembre 2006 il bilancio finale è di 31 caduti. Nel frattempo inizia la sanguinosa e complessa missione afghana. Una missione costata dal 2004 ad oggi 52 vite e destinata a venir ricordata come l'operazione più sanguinosa dopo il secondo conflitto mondiale. Su questo fronte il giorno più nero è quello del 17 settembre 2009 quando un'autobomba, esplosa nel centro di Kabul, si porta via in un colpo solo sei paracadutisti della Folgore. Mentre i nostri militari cadono in Iraq e Afghanistan almeno altri 12 civili perdono la vita negli attentati messi a segno ai quattro angoli del mondo dai terroristi islamici. Tra il 2003 e il 2006 vengono crivellate di colpi in Somalia le suore Annalena Tonelli e Leonella Sgorbati, entrambe vittime di agguati nelle strade di Mogadiscio.

Alla fine del maggio 2004 il cuoco Antonio Amato si ritrova in trappola nell'albergo di Khobar in Arabia Saudita attaccato dai jihadisti. E cinque mesi dopo le sorelle di Cuneo Jessica e Sabrina Rinaudo, in vacanza nel Sinai, scompaiono tra le rovine dell'Hilton Hotel di Taba devastato da una bomba di Al Qaida. A luglio dell'anno successivo altri sei nostri connazionali vengono dilaniati dagli ordigni che colpiscono Sharm El Sheik. Il 26 novembre 2008 un viaggio di lavoro si rivela fatale per il 63enne Antonio Di Lorenzo crivellato di colpi dai terroristi che mettono a ferro e fuoco l'hotel Oberoi e altri 11 obbiettivi nel cuore di Mumbai causando 166 morti.

Ma negli ultimi anni è la Nigeria, flagellata dal terrorismo dei Boko Haram, a trasformarsi in un luogo sinistro per gli italiani. Nel marzo 2012 il tecnico piemontese Franco Lamolinara viene freddato dai suoi rapitori mentre le forze speciali inglesi e i militari governativi tentano d'irrompere nel covo dov'è tenuto prigioniero assieme ad un collega britannico. E nel marzo di quest'anno i Boko Haram replicano l'orrore massacrando l'ingegnere Silvano Trevisan ed altri sei ostaggi stranieri catturati con lui.

Il 53% delle nuove relazioni? Non nasce in ufficio, ma online

Corriere della sera
di La Redazione


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Per chi non se ne fosse accorto, nel Nord Italia la primavera sembra ben lontana dall’essere arrivata. Ma anziché andare all’attacco con frasi di circostanza come «Piove, governo ladro», potremmo quasi lanciarci verso un: «Piove, andiamo a farlo». Perché secondo un sito Lussemburghese per appuntamenti, forse complice il maltempo, gli italiani non solo «do it better», ma addirittura «do it more», almeno rispetto agli altri paesi. Nella speciale classifica europea di chi fa l’amore più frequentemente

l’Italia batte non solo la Francia e la Germania, ma anche quei paesi scandinavi che un tempo erano considerati il luogo mitico e leggendario dell’amore libero e disinibito.
In Italia le persone che affermano di far sesso tutti i giorni sono il 13%, esattamente come i polacchi, contro l’11% della Francia e della Spagna, l’8% della Svezia, il 7% della Danimarca e appena il 5% della Germania. In Europa soltanto un Paese, il sorprendente Belgio, è davanti in classifica con un 14% di «frequent lover». Il dato emerge dallo studio annuale sui comportamenti sessuali realizzato dall’Osservatorio di C-date, con una base di interviste a oltre 8.000 persone, maschi e femmine, di età compresa tra i 20 e i 60 anni e provenienti da  tutta Europa.

I «frequent lover» italiani, a differenza di quello che si sarebbe portati a pensare, non sono i giovanissimi, ma hanno soprattutto fra i 35 e i 45 anni. Non solo: in questa categoria di fortunati i più numerosi non sono i single (21%), ma uomini e donne coinvolti in relazioni stabili (77%).

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Ovviamente, oltre alla felice minoranza dei cosiddetti «frequent lover», nella geografia italiana dell’amore la maggioranza è composta da quel 54% che afferma di farlo in media una volta alla settimana (di solito nel week-end). C’è poi un 15% che sostiene di essere regolare una volta al mese, un 5% che «esercita» una sola volta a bimestre, o a semestre, e un 3% che va a letto con qualcuno una sola volta l’anno. Significativa anche la percentuale degli intervistati che non hanno fatto sesso nell’ultimo anno: l’11%.

La ricerca evidenzia anche che negli anni Dieci la maggior parte delle nuove relazioni comincia attraverso Internet nel 53% dei casi, mentre sul luogo di lavoro sono solo al 25%, e quelle da incontri in luoghi di socializzazione al 18%. Questo, sostengono gli intervistati, in favore di una maggiore discrezione (32%), ma anche per una maggior facilità di scelta del nuovo partner (30%).

Il Governo gela le speranze di Pisapia "Il Bilancio va approvato subito"

Il Giorno
di Giambattista Anastasio


Il viceministro Casero: Palazzo Marino deve evitare fughe in avanti
Milano, 26 maggio 2013




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Luigi Casero, viceministro a Economia e Finanze, il Comune ha delineato il Bilancio ma chiede al Governo di poterne rinviare l’approvazione a settembre, quando sarà varata la riforma della fiscalità locale. Il Governo come replica?

«Io credo che il Comune di Milano farebbe bene ad approvare il proprio Bilancio entro la scadenza di legge del 30 giugno, altrimenti sarebbe poi costretto ad operare per dodicesimi. A mio parere la Giunta di Giuliano Pisapia è nelle condizioni di poter approvare la manovra entro quella data, come tutte le altre amministrazioni locali, perché sull’Imu il Governo si è già impegnato a garantire, tramite un anticipo di tesoreria, la copertura del gettito del 2012. Nel frattempo siamo al lavoro per varare una riforma complessiva della fiscalità locale che interessa tutti e non solo Milano. Palazzo Marino eviti fughe in avanti o accelerazioni su questo tema e partecipi come tutti all’opera di contenimento della spesa pubblica».

Capisce però che è dura approvare un Bilancio senza avere certezze su una leva fondamentale quale l’Imu.
«L’anticipo di tesoreria è un aiuto in questo senso».

Il sindaco ha rilanciato al Governo anche altre richieste. Partiamo dalla deroga al Patto di Stabilità per gli investimenti necessari all’Expo. La commissione Bilancio del Senato ha ritenuto che non c’è la copertura per concederla. Arriverà o no?
«Il Governo crede fortemente nell’Expo come opportunità di sviluppo, intorno all’evento c’è molto interesse. Detto questo, la deroga non è un problema solo del Comune ma anche della Provincia e della Regione. Io non so dire se la deroga sarà concessa o no, ne dovremo discutere. Ma non voglio che si mischino le carte: il buco di Bilancio del Comune non deriva dalla mancata deroga per gli investimenti che, in quanto tali, rientrano nella spesa in conto capitale. Le difficoltà riguardano, piuttosto, anche la parte corrente dei conti. Non vorrei allora che certi temi si agitassero anche per coprire scelte non ottimali compiute in passato».

L’allentamento del Patto, però, è invocato da sindaci di tutte le latitudini.
«È proprio perché più Comuni, non solo Milano, chiedono la deroga al Patto che bisogna fare una valutazione complessiva sulla possibilità di esaudire la richiesta».

Quindi, non ritiene che Milano meriti un trattamento particolare a fronte dell’Expo e dei 940 milioni di investimenti da onorare da qui al 2015?
«Expo è sicuramente un tema che nella sua specificità merita attenzione...».

Ma c’è il timore di creare un precedente «pericoloso» qualora si desse la deroga solo a Milano per l’Expo.
«C’è anche questa considerazione».

Il sindaco chiede, infine, più fondi per i mezzi pubblici.
«Il Governo ha già confermato gli stanziamenti per le metropolitane. Il sistema di trasporto milanese ha certamente la peculiarità di dover far fronte ad un eccesso di pendolarismo dai Comuni vicini. Ma dall’altra parte credo sia necessario razionalizzare il contratto con Atm e recuperare efficienza».

giambattista.anastasio@ilgiorno.net

Il Pd ha già la soluzione per riempire le casse: intascare il 5 per mille

Paolo Bracalini - Dom, 26/05/2013 - 08:45

Dagli Italianieuropei di D'Alema alla Scuola democratica di Veltroni. E non solo. Le 57 fondazioni che custodiscono il patrimonio immobiliare da 500 milioni di euro degli ex Pci-Ds sono considerate onlus

Roma - Il finanziamento col 5 per mille ai partiti? C'è già. Non per tutti, per alcuni, anzi per uno, i Ds, politicamente defunto ma formalmente (ed economicamente) vivo e vegeto.

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Per legge non si può ancora versare una percentuale del proprio reddito ad un partito, ma ad una fondazione sì, e i Ds-Pd abbondano di Fondazioni, 57 in tutta Italia, a cui il partito di Bersani e D'Alema ha girato, dal 2005 in poi, tutto l'immenso patrimonio immobiliare dell'ex Pci poi Ds poi Pd, un tesoro fatto di 2.400 immobili.
Valore stimato mezzo miliardo di euro? «Mah, è un esercizio che non ha senso» sbuffa il tesoriere dei Ds, il senatore piddino Ugo Sposetti. Le fondazioni Ds sono nate per proteggere il patrimonio, soprattutto immobiliare, dalle vicissitudini del partito (debiti, richieste di pignoramento eccetera). Ma c'è anche un altro vantaggio per il Ds-Pd. Le fondazioni infatti, come organizzazioni no profit soddisfano i requisiti dell'Agenzia delle entrate per accedere alle liste del 5 per mille. E la domanda la fanno eccome. Nell'elenco appena pubblicato per il 2013 troviamo infatti l'esercito delle Fondazioni democratiche, ex Ds, catalogate come «enti di volontariato». Gli italiani che faranno la dichiarazione dei redditi entro il prossimo mese potranno devolvere il loro 5 per mille alla Fondazione Ds di Viterbo «Gualtiero Sarti», presieduta dall'ex consigliere regionale Oreste Massolo.
Ma anche alla Fondazione dei Ds milanesi «Elio Quercioli», diretta dall'ex assessore Franco Cazzaniga, e che nel consiglio di amministrazione conta Ida Nora Radice, braccio destro dell'inquisito Penati. La Fondazione diessina Quercioli invita il contribuente: «Le risorse che la fondazione otterrà dal 5 per mille saranno finalizzate allo studio, alla ricerca, alla formazione, all'innovazione della Politica e della cultura politica». Come un ente di volontariato, anche se è un pezzo del partito, il Pd. Tant'è che la Fondazione, tramite la sua immobiliare Risorgimento Srl, è la padrona di casa del Pd, a cui affitta (a prezzo modico, 9 euro a mq) i suoi 72 (!) immobili. Quindi ricapitolando il Pd, nato dai Ds, è inquilino dei Ds sotto forma di fondazione, a cui si può generosamente versare il 5 per mille, come se fosse un ente misericordioso. Anche se poi le stesse fondazioni, attraverso le immobiliari, partecipano in altre società a scopo di lucro. Un incastro di scatole cinesi.
E lo stesso versamento si può fare con tutte le altre Fondazioni Ds (o Pd) iscritte nell'elenco del 5 per mille. Dalla storica e ricchissima Fondazione Duemila di Bologna, alla Fondazione novarese Democratici di sinistra, alla Fondazione Democratici di sinistra vicentini, alla Fondazione Ds Giulio Dolchi di Aosta e via così. Ma quanti soldi raccolgono dagli italiani, col 5 per mille? Diciamo che se questo sarà il nuovo finanziamento dei partiti, il futuro per i tesorieri non è duro. Quando si tratta di versare i propri soldi gli italiani hanno le idee chiare sulle priorità. 

In cima alla classifica degli enti che hanno ricevuto più 5 per mille nel 2011 ci sono l'Airc-Associazione ricerca sul cancro (5,9milioni), l'Unicef (5mln), Save the children, l'Opera San Francesco etc. Le fondazioni politiche le vedono col binocolo. La Fondazione Ds Luigi Longo ha raccolto 8 donazioni, per una miseria di 214 euro. Cinquanta donatori soltanto per la Elio Quercioli (1.200 euro), 138 per Italianieuropei di D'Alema (pari a 8mila euro), mentre «Democratica Scuola di politica», presieduta da Veltroni, ha convinto solo 12 contribuenti. Forse quando (e se) i partiti non avranno più soldi pubblici sarà diverso, gli italiani verseranno di più. Forse.

Reputation.com, Igniyte, BrandYourself Come proteggere la propria fama online

Corriere della sera

In Rete è difficile cancellare le tracce di se stessi. E nascono siti e strumenti per difendersi

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Foto scomode, video scandalistici, commenti fastidiosi: Internet ha la memoria lunga, anzi lunghissima e priva le persone di un diritto che prima era inalienabile, quello di essere dimenticati o dimenticare, proiettandole in un mondo dove si può uccidere la reputazione con una semplice immagine o frase di troppo. Quante cose, anche senza pensare ai video hard di Belen, vorremmo lasciarci alle spalle? Una foto con una persona che non ci è più vicina, o un commento cattivello su di noi, una frase che abbiamo scritto nella quale non ci riconosciamo più o qualcosa che si è fatto, detto, pensato su cui non abbiamo alcuna voglia di soffermarci: tanti sono i segni che si vorrebbe poter archiviare. Ma tutto nel cyberspazio rimane scritto con inchiostro indelebile, ostacolandoci nel sacrosanto diritto di scordare il passato.

QUELLO CHE GLI ALTRI PENSANO DI NOI - E questo pesante fardello di foto, video, scritti, pensieri, riferimenti, tag, costituisce una sorta di identità, pur parziale. Un ingombrante fardello che descrive come siamo, come siamo stati e talvolta persino come saremo, che ritrae i nostri amici, i nostri gusti e le nostre idee e ci profila nei dettagli, arrivando a delineare la nostra reputazione. E visto che sempre più spesso potenziali datori di lavoro o persino potenziali partner vanno a spulciare le pagine web per capire meglio con chi hanno a che fare diventa fondamentale talvolta ripulire la propria identità online, per il nostro buon nome. Un articolo del Guardian propone un’analisi interessante di tutte le aziende e i siti che si occupano di reputation online, considerato anche l’orientamento dell’Unione Europea che riconosce un diritto all’oblio che al momento su Internet non esiste.

ESEMPI - Così esordisce il pezzo del Guardian: «Tempo fa cercavo un pub sul web e non appena mi appare nome, indirizzo e collocazione nella mappa mi compare anche, sulla sinistra, il commento di un signore che, decisamente irritato, avvertiva chiunque si volesse avvicinare al locale che i tempi medi di attesa erano sui 40 minuti per un piatto di patatine». È chiaro che quell’opinione poteva essere vera in assoluto o solo per quel giorno in cui quel cliente aveva deciso di mangiare lì. In tutti i casi il pub in questione ha ormai un problema di reputazione e quel commento è destinato a perseguitarne il buon nome. Tanto è vero che Tim Dowling, giornalista del quotidiano britannico autore del pezzo, ha deciso, nel dubbio, di andare a mangiare le patatine altrove.

PER IL PROPRIO BUON NOME – Non stupisce dunque che nell’era digitale l’attenzione alla propria fama e a quello che gli altri pensano di noi sia cresciuta smisuratamente. Non solo più le grandi aziende, ma anche le persone singole sono propense a pagare cifre da capogiro per ripulire i risultati web scomodi, arrivando persino a sborsare diecimila dollari al mese per la «pulizia» dei motori di ricerca. «Col crescere dello spazio della Rete la nostra comprensione di molte questioni della vita muterà profondamente, dalle piccole cose della quotidianità alle questioni inerenti alla nostra identità, le relazioni e la nostra stessa sicurezza».

È il pronostico di Eric Schmidt, ex ceo di Google e attualmente presidente esecutivo, che nella sua ultima opera di recente uscita (in America) delinea insieme a Jared Cohen (manager di Google Ideas) un affresco di tutto quello che cambierà nell’era digitale, con un’attenzione particolare al tema dell’identità sul web. Il libro, il cui titolo completo è «The New Digital Age: Reshaping the Future of People, Nations and Business», parla infatti anche di questo e prevede la nascita di varie figure lavorative legate alla gestione della reputation, sostenendo che l’identity manager sarà imprescindibile per coloro che aspirano a una buona posizione. Basta guardare a uno dei siti leader del settore, Reputation.com, che per la cifra di 1200 sterline offre a circa un milione di clienti provenienti da 100 differenti nazioni un accurato servizio di salvaguardia della reputazione.

GESTIRSI DA SOLI - Altra azienda del settore è Igniyte, alla quale si è rivolto lo stesso autore dell’articolo del Guardian, dopo aver rilevato su Google un ritratto di sé in cui non si riconosceva per nulla. Queste aziende hanno spesso iniziato il proprio percorso offrendo una molteplicità di servizi e ora si ritrovano a occuparsi mediamente per il 95 per cento della propria attività di reputazione. Medici, professionisti, avvocati, politici, attori, presentatori: tutti vogliono avere l’opportunità di un colpo di spugna per quanto riguarda alcuni risultati che i motori di ricerca restituiscono o quantomeno fare finire quei risultati in fondo in fondo, talmente in fondo che nessuno li va più a vedere.

LA PRIMA IMPRESSIONE E' QUELLA CHE CONTA - Del resto è dimostrato che la maggior parte delle persone si ferma al primo o secondo risultato di Google, senza preoccuparsi di legge.