sabato 25 maggio 2013

Napoli. Cucciolo cieco abbandonato fra i rifiuti. Lo hanno adottato, per lui una nuova vita

Il Mattino

di Alessandra Chello

 

Trovato agonizzante su uno stradone alla periferia di Napoli: aveva gli occhi fuori dalle orbite

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Ricordate? La sua storia raccontata dal nostro giornale ha avuto una marea di «clic» Il piccolo grande eroe Vincenzino ha commosso mezza Italia. Era stato abbandonato, tra i rifiuti, e nel suo vagare alla ricerca di cibo è stato investito da un'auto. Nell'impatto gli occhi gli sono usciti dalle orbite. Sarebbe morto di certo. Con una lenta agonia. Se non l'avessero trovato Mariana e Valentina le due volontarie che l'hanno fatto operare. E lo hanno curato con amore giorno dopo giorno.

Così la forza e la tenacia di questo cucciolo di pochi mesi, alla fine è stata premiata. Il piccolo è tornato a vivere. Per lui una valanga di commenti, pensieri e incoraggiamenti a non mollare. Moltissime le richieste di adozione. Non è stato facile scegliere... La nuova «mamma» si chiama Giada ed abita in una bella casa con un grande giardino a Bolzano. Pensate che non lo lascia solo un istante. E al mattino lo porta con sè al lavoro. Vincenzino ha anche un fratello maggiore Johnny: i due sono già inseparabili. Una storia a lieto fine che riporta alla mente un pensiero dell'autore del «Piccolo Principe» Antoine de Saint Exupéry: non si vede bene che col cuore. L'essenziale è invisibile agli occhi....

 

 
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vincenzino il cucciolo cieco abbandonato tra i rifiuti e la sua nuova vita

 

vincenzino cucciolo senza occhi

 

Funerali di Don Gallo, se la messa diventa una Festa dell'Unità

Francesco Maria Del Vigo - Sab, 25/05/2013 - 12:50

Da Bagnasco al transessuale Regina, da Paolo Ferrero ad Alba Parietti. Migliaia di persone per i funerali del prete dei No Global. L'omelia di Bagnasco interrotta da fischi e "Bella Ciao"

Da Angelo Bagnasco (duramente contestato) a Vladimir Luxuria. I funerali di Don Gallo hanno messo insieme le due anime della sua lunga e discussa vita, la religione e la politica, che inevitabilmente hanno finito - anche questa volta - per scontrarsi.

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Sono migliaia le persone, almeno seimila, che questa mattina hanno sfilato per le strade di Genova dalla Comunità di San Benedetto al Porto fino alla Chiesa del Carmine. Un lungo corteo di umanità varia che sembrava un testo scappato da una canzone di De Andrè: dall'ex parlamentare Vladimir Luxuria insieme alla transessuale Regina, animatrice delle notti in Versilia, al presidente Claudio Burlando, dal primo cittadino Marco Doria vicino a Dori Ghezzi accanto al segretario della Fiom Maurizio Landini, dai giornalisti Antonio Padellaro e Gad Lerner agli allenatori del Genoa Davide Ballardini e Giampiero Gasperini, da Alba Parietti al segretario di Rifondazione Comunista, Paolo Ferrero.

Tutti insieme per l'ultimo saluto al compagno Don Gallo, il sacerdote che alternava (e spesso sostituiva) il Capitale di Karl Marx al Vangelo degli Apostoli, il religioso che scriveva libri con l'ex Br Renato Curcio, amava i No Global e aveva scambiato l'altare per il palco di un comizio. Il prete degli ultimi - come amava definirsi lui - che spesso ha finito per flirtare con i potenti (rigorosamente di sinistra). Sciarpe rosse, pugni alzati, magliette rosse, bandiere della pace e dei No Tav, striscioni dei centri sociali. Un funerale tra politica e polemiche, come non poteva non essere.

Durante l'omelia il cardinale Bagnasco è stato interrotto, mentre parlava "dell'attenzione agli ultimi" del sacerdote, da un coro che ha intonato Bella Ciao. Solo la signora Lilli, storica segretaria di Don Gallo, è riuscita a calmare gli animi: "Così mancate di rispetto allo stesso Gallo. Lui ha sempre creduto nella Chiesa". Poco dopo altre contestazioni. Mentre il cardinale ricordava il rapporto tra Gallo e Siri una salva di fischi ha interrotto nuivamente l'omelia. Il cardinale Siri infatti allontanò Don Gallo dalla Chiesa del Carmine proprio per arginare le proteste dei fedeli nei confronti di un sacerdote che preferiva la politica alla fede. Altra accoglienza per Don Ciotti, fondatore di Libera, che l'ha buttata in politica: "Don Andrea ha pianto per Carlo Giuliani. Così come si è indignato davanti alla base americana di Vicenza: ma cosa ce ne facciamo di quelle cose lì quando non abbiamo i soldi per i servizi sociali?".

Bersani si tiene l'auto blu Fuoco amico de L'Espresso contro l'ex segretario Pd

Libero

Il settimanale di De Benedetti fa le pulci a Pier: ora è un "semplice" deputato, perchè allora si tiene vettura e scorta pagate dai contribuenti?


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Fuoco amico. O fuoco "rosso" se preferite. L'Espresso, il settimanale di casa De Bendetti, vicino al centrosinistra fa le pulci a Pier Luigi Bersani. In un lungo articolo da titolo che sa tanto di presa in giro, "Qualcuno ha visto Bersani?", c'è la cronaca del Pier post catastrofe elettorale. Bersani a quanto pare in largo de Nazareno è una sorta di fantasma. Non ha più il suo ufficio da segretario. Insomma la sua scrivania non c'è più. Ha un ufficio alla Camera solo come deputato. Ma il dato più interessante riguarda l'auto blu di Bersani.

Paghiamo noi - Il Pd ha un parco macchine a noleggio per i dirigenti del partito. Auto blu private a disposizione dei vari leader. Ma Pier Luigi ha pure l'autoblu ma non privata. La sua è pagata dai contribuenti. A fare luce è proprio l'Espresso: "Girava con l'auto blu, Bersani, quando era segretario del Partito. Ma questo continua a farlo. Non usa una di quelle a noleggio con conducente messe a disposizione dal Pd, sia però chiaro, come un Fioroni qualsiasi. No, Bersani ha la scorta, e la macchina è pubblica. Anche ora che non è più segretario? 'Che c'entra - spiega Stefano Di Traglia, staff comunicazione Bersani - l'auto della scorta ce l'ha per le minacce ricevute'".

Le minacce -  Già Bersani ha scorta e auto blu per le minacce. Quali? Quelle ricevute circa tre anni fa con una lettera anonima contente minacce di morte, recapitata nella sede dell’Ansa di Bari. Però a quanto pare ora che lui, Bersani, non è più segretario del Pd, nè candidato premier, nè premier incaricato, le minacce sono scomparse. Ma l'auto blu resta. Il presunto "rischio" a cui è esposto l'ex segretario del Pd è scomparso per sua stessa ammissione.

Finto anticasta -  Già il 17 marzo del 2012 su twitter Pier postava una foto in metro con questa didascalia: "Verso l'incontro con Hollande in metropolitana, non in auto blu". Sempre nel 2012 al Corriere il Pd spiegava sotto il vento dell'anticasta che "per quanto riguarda Bersani, il segretario del Pd ha ridotto tutto quel che poteva, a cominciare dalla macchina blindata del partito, con due militanti di scorta: soldi del Pd e quindi pubblici. Dismessa la vigilanza interna, Bersani a Roma viene comunque seguito da una macchina della Finanza, con a bordo un autista e un uomo della tutela". Un anno dopo Bersani fuori da tutti i giochi gira con scorta e auto blu a spese nostre. Per difendersi da chi? Forse da chi lo ha ucciso dentro le mura del Pd.

(I.S)

Ai funerali di Don Gallo fischi e contestazioni al Cardinal Bagnasco sulle note di Bella Ciao

Libero

Solo l'intervento di una collaboratrice del 'prete rosso' ha placato le proteste. Poi prendono la parola Don Ciotti, Luxuria, Landini, Lerner e Padellaro


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I No Tav, l'Anpi, la Fiom, fan, semplici fedeli: erano in migliaia le persone accorse a dare l'ultimo saluto a Don Andrea Gallo nella chiesa del Carmine di Genova. A portare a spalla la bara del 'sacerdote degli ultimi' i portuali, accompagnati dai canti partigiani di alcuni dei presenti. L'omelia è del Cardinale Angelo Bagnasco che riceve una valanga di fischi e viene ripetutamente interrotto da applausi provocatori. Fuori dalla chiesa alcuni militanti di sinistra intonano Bella Ciao. La situazione si fa incandescente, tanto che Bagnasco è costretto ad uscire dal retro.

Il Cardinale Angelo Bagnasco contestato dai militanti di sinistra. Guarda il video su LiberoTv

La canonica placa le proteste -
Solo l'intervento di Lilli, storica collaboratrice di Don Gallo alla Comunità di San Benedetto, riesce a placare le proteste: "Ragazzi. Ragazzi! Voi così non rispettate la memoria e l’insegnamento del Gallo – ha detto – Lui credeva nella Chiesa, ne aveva un rispetto profondo ed era convinto che per vivere la Chiesa ha bisogno della testa e del cuore”, sono state le sue parole. Fuori al folla rumoreggia.

Don Ciotti: "saldava la Terra e il Cielo" - Prende poi la parola il prete antimafia Don Luigi Ciotti, amico oltre che collega di Don Gallo, applauditissimo dalla folla. L'incipit è una citazione di Papa Francesco: "No ai cristianid a salotto", esordisce. Di Don Gallo dice, usando una delle sue frasi preferite: "Era innamorato di Dio, saldava la Terra con il Cielo". Al corteo funebre hanno partecipato oltre 6mila persone.

Passerella radical-chic - Hanno preso la parola, tra gli altri, l'ex-parlamentare di Rifondazione comunista Valdimir Luxuria, il segretario della Fiom Maurizio Landini, il presidente della Regione Liguria Claudio Burlando e il sindaco di genova Marco Doria. E poi Antonio Padellaro, Gad Lerner e Dori Ghezzi. Fuori dalla Chiesa molti dei suoi giovani, quelli che Don Gallo aveva accolto nella sua comunità, indossavano una maglietta "Dimmi chi escludi e ti dirò chi sei". 

La comunione di Luxuria - Don Gallo "ha accolto tutti, gay, transessuali, omosessuali, poveri, drogati, gli ultimi, perché sapeva amare. Ha dimostrato con la sua opera che una chiesa inclusiva è possibile". Con queste parole Luxuria ha voluto ricordare l'amico Don Gallo, che "ci ha fatto sentire tutte, noi creature transgender, figlie di Dio, volute da Dio, amate da Dio. Ci auguriamo che tanti seguano il tuo esempio". Lo ha seguito innanzitutto il Cardinale Bagnasco, che ha dato la comunione proprio a Luxuria e a Regina, presidente del Movimento italiano transgender. Atto che scatenerà polemiche, soprattutto nel cuore della chiesa più tradizionalista, ma che perlomeno ha evitato di creare ulteriori polemiche. E pazienza se appena un mese e mezzo fa la stessa Luxuria avesse ammesso la propria vicinanza al buddismo...




Luxuria: "Non ho cambiato sesso grazie al buddismo"

Libero


Le confessioni dell'ex rifondarola: "Bevevo e prendevo sostanze. Poi la conversione dal cattolicesimo mi ha salvata"


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Si confessa a Oggi, Vladimir Luxuria. E racconta i motivi che l'hanno spinta alla conversione: quella dal cattolicesimo al buddismo. L'ex rifondarola spiega: "Stavo attraversando un momento di profonda crisi, non vedevo più un futuro, cercavo di stordirmi in ogni modo. Fumavo, beveveo e prendevo sostanze. E' la pratica del buddismo che mi ha salvato". Ma non è tutto. Luxuria spiega che "il buddismo mi ha dato fiducia in me stessa. Ho imparato ad accettarmi, anche per questo alla fine ho rinunciato all'intervento del cambio di sesso. Ho capito che vado bene così. Il mio corpo fa parte della mia specificità".

Obama, gaffe con il marine dopo lo "scandalo" dell'ombrello

Il Messaggero
di Anna Guaita

E la destra repubblicana va all'attacco


NEW YORK – E’ stata una gaffe, non c’è dubbio. Ma Obama se ne è accorto subito e ha cercato di riparare. Il presidente era salito di corsa sul suo elicottero, dimenticando di fare il saluto militare al Marine di guardia ai piedi della scaletta. Quando se ne è reso conto, Obama è uscito dalla cabina, è risceso ai piedi della scala, ha stretto la mano al Marine e gli ha chiesto scusa. Quando poi è atterrato ad Annapolis, dove per l’appunto stava andando a tenere un discorso ai cadetti che si diplomavano, a ogni buon conto ha di nuovo stretto la mano al Marine.

CatturaTanta foga nel riparare alla gaffe si deve probabilmente al fatto che in questi giorni il presidente aveva fatto un altro gesto che era stato interpretato – quello erroneamente – come una gaffe nei confronti dei Marines. Era successo durante la conferenza stampa insieme al primo ministro turco Tayyip Erdogan. Quando si è messo a piovere, Obama, che evidentemente aveva chiesto ai Marines di guardia al podio di star pronti con due ombrelli, li ha chiamati perché riparassero sia lui che il collega turco: «Io ho un cambio di vestiti – ha scherzato Obama – ma non so com’è messo il primo ministro». Poi ha guardato i membri della stampa, inzuppati e ha commentato «Mi dispiace per voi, gente!».

Quel gesto, la scorsa settimana, aveva indignato i conservatori, che hanno subito citato il regolamento dei Marines, i quali non hanno il permesso di portare con sè ombrelli quando sono in alta uniforme (e difatti quelli di guardia alla Casa Bianca regolarmente si infradiciano quando piove). Dunque, nel chieder loro gli ombrelli, il presidente avrebbe, secondo i suoi critici, violato il regolamento militare, un gesto che è stato condannato come un suo ennesimo abuso di potere. La destra è difatti assolutamente e appassionatamente convinta che Obama stia abusando dei suoi poteri quasi su tutti i fronti. E non si può negare che ci siano dei settori in cui anche osservatori di posizioni moderate e magari di sinistra sono pronti a criticarlo.

Obama è sotto accusa ad esempio per l’uso di droni per uccidere sospetti terroristi in Paesi stranieri, per la confisca dei tabulati telefonici dell’Associated Press (necessaria, a detta del Dipartimento di Giustizia, per identificare chi aveva fatto trapelare un notizia top secret sulla cattura di un terrorista in Yemen), o ancora per l’insistenza con cui l’IRS , il temutissimo fisco americano, ha indagato sulle finanze di gruppi politici di destra. Da settimane si stanno tenendo udienze alla Camera sia su questi fatti, sia sui fatti di Bengazi, dove lo scorso settembre quattro funzionari americani, incluso l’ambasciatore Chris Stevens, vennero uccisi da una banda di terroristi affiliati ad al-Qaeda.

La destra grida all’insabbiamento, all’abuso di poteri, c’è chi sostiene che Obama sia peggio di Richard Nixon, che i suoi scandali siano i peggiori della storia americana, e qualcuno invoca l’impeachment. I più cauti ammoniscono gli zelanti ad andarci con i piedi di piombo, ricordando come negli anni Novanta un altro impeachment, quello di Bill Clinton, si risolse con un tracollo della popolarità dei repubblicani e la vittoria del presidente. E i sondaggi sembrano commentare proprio in quel senso: Obama è risalito a un tasso di approvazione del 53 per cento, mentre il Congresso rimane ai minimi storici, al 16 per cento. E qui si innesta lo “scandalo” dei Marines e gli ombrelli: è stato lo stesso portavoce del corpo dei Marines, Eric Flanagan, a spiegare che non c’era stato nessun abuso di potere: «L’articolo 10 del codice militare - ha detto - precisa che i Marines devono eseguire i compiti richiesti loro dal presidente, anche se si tratta di tenere un ombrello».


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La gaffe di Obama con il marine: dimentica di salutare e torna indietro per stringergli la mano (foto Carolyn Kaster - Ap) 




Sabato 25 Maggio 2013 - 17:05
Ultimo aggiornamento: 17:43

Kiev, quell'amore perduto e poi ritrovato tra il prigioniero italiano e la compagna ucraina

Corriere della sera

Una statua commemora la storia di Luigi Pedutto e Mokryna Yurzuk ritrovatisi dopo 60 anni grazie alla tv

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Il loro amore ha resistito alle peggiori tragedie storiche del Novecento e adesso una statua celebra la loro riunione avvenuta dopo 60 anni. Nei giorni scorsi in un parco di Kiev è stato inaugurato un monumento dedicato alla struggente storia d'amore tra il prigioniero di guerra italiano Luigi Pedutto e la condannata ai lavori forzati ucraina Mokryna Yurzuk. La statua è stata eretta vicino al «ponte degli innamorati» dove ancora oggi i giovani ucraini si promettono amore eterno.

L'AMORE NATO NEL CAMPO DI CONCENTRAMENTO - L'ottantottenne italiano e la novantenne Mokryna si sarebbero conosciuti nel 1943 in un campo di concentramento nazista vicino alla città di Sankt Polten, Austria e presto si sarebbero innamorati. Peccato che dopo la liberazione il loro amore fu diviso dai nuovi equilibri internazionali: Mokryna fu costretta a tornare al di là della Cortina di ferro e gli innumerevoli tentativi di Pedutto, originario di Castel San Lorenzo, paesino di duemila anime nel cuore del Cilento, di riunirsi all'amata, risultarono vani. Per oltre 60 anni i due non si rividero più ed entrambi si sposarono nei propri paesi ed ebbero figli da altre relazioni.

L'INCONTRO - La svolta di questa favola d'amore arriva nel 2004. Pedutto che non ha mai dimenticato quella donna che nel campo di concentramento gli cuciva gli abiti e gli portava il cibo, scrive alla trasmissione televisiva russa «Aspettami», una sorta di «Chi l’ha visto» locale nella quale si aiutano i prigionieri di guerra e dei gulag a ritrovare il proprio passato. Racconta la sua storia d'amore e finalmente i due ex amanti possono rincontrarsi «L'ho cercata per 62 anni - fu il primo commento di Pedutto - E finalmente adesso l'ho trovata». Mokryna nel corso degli ultimi anni è venuta anche in Italia, ha visitato il paese natio dell'ex soldato e ha ottenuto la cittadinanza onorario di Castel San Lorenzo.

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INAUGURAZIONE - All'inaugurazione del monumento Mokryna non era presente, poiché data l'età, non se l'è sentita di arrivare fino a Kiev. Pedutto che per oltre 60 anni ha conservato nel portafoglio come una reliquia sia una foto dell'ex compagna sia una ciocca dei suoi capelli, non è riuscito a trattenere le lacrime e ha confessato ai media ucraini la sua felicità: «Quando avevo nove anni, il mio insegnante mi disse: "Ricordati che nella vita un giorno o l'altro sarai ricompensato per tutti i momenti difficili che avrai vissuto". Adesso sento di essere stato ricompensato per tutto quello che ho sopportato».

MATRIMONIO - Pedutto negli scorsi anni ha chiesto all'ex compagna di sposarlo (sono entrambi vedovi), ma Mokryna ha glissato mettendosi a ridere: «Si sono ritrovati troppo tardi - ammette Galyna Yemeliyanova, nipote di Mokryna - Entrambi hanno figli e nipoti e non se la sentono di vivere in un paese straniero». Tuttavia periodicamente si incontrano e di solito è Pedutto che va in Ucraina portando regali all'ex compagna come olio d'oliva e parmigiano con i quali cucinano gli amati spaghetti. Per comprendersi parlano un mix di ucraino, italiano e russo, ma c'è chi confessa che riescono a capirsi anche senza parlare. Il prossimo incontro è previsto ad agosto quando assieme andranno a Kiev per visitare il monumento dedicato al loro amore. Maria Shevchenko, produttrice della trasmissione televisiva che ha permesso ai due di ritrovarsi, sostiene che non è detto che gli ex amanti non decidano prima o poi di sposarsi: «Da una coppia come questa - ammette la Shevchenko - ci possiamo aspettare di tutto».

Francesco Tortora
25 maggio 2013 | 12:56

Google, croce e delizia per i giornali. L’Antitrust spinge per un accordo sul diritto d’autore

Corriere della sera
di Eliano Rossi


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Un paradosso. Non può definirsi in altro modo. Nel giro di poche ore Google riceve due notizie: prima il prestigioso riconoscimento “è Giornalismo”, premio fondato da grandi giornalisti come Indro Montanelli, Enzo Biagi, Giorgio Bocca, oltre all’imprenditore Giancarlo Aneri. Poi, la segnalazione di Giovanni Pitruzzella, presidente dell’Antitrust, che ha chiesto ufficialmente al Governo e al Parlamento di intervenire a tutela dei contenuti editoriali su Internet, ricordandogli che la Francia ha già firmato un accordo con il colosso di Mountain View proprio su questo tema e la Germania, seppur con modalità diverse, si appresta a fare altrettanto.

Se non si tratta di un paradosso, appunto, poco ci manca. Soprattutto perché il premio è stato assegnato proprio da una giuria di giornalisti. Categoria che, seguendo il senso della segnalazione dell’Antitrust, dovrebbe ritenersi danneggiata dal modo in cui Google ha finora sfruttato i contenuti editoriali delle testate.

Il premio è stato assegnato da un pool di grandi firme come Giulio Anselmi, Mario Calabresi, Curzio Maltese, Paolo Mieli, Gianni Riotta e Gian Antonio Stella. Questi hanno riconosciuto l’indispensabilità del ruolo che il motore di ricerca più usato del mondo ha giocato nella rivoluzione digitale. Il premio, ben inteso, è da riferirsi all’incontestabile innovazione che Google ha portato alla diffusione delle notizie. A ritirare il riconoscimento a nome della “grande G”, oltre a un assegno di 15mila euro, sarà Hal Varian, capo del settore Economia.

Con molta eleganza il signor Varian ha accettato il riconoscimento, ma ha rifiutato il denaro, chiedendo alla giuria di individuare altre due persone che si sono distinte nel giornalismo digitale in Italia. E così l’assegno (e ci sentiamo di dire anche il premio morale) passerà ad Anna Masera, Social Media Editor de La Stampa e Arianna Ciccone, fondatrice del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia e del blog collettivo Valigiablu. Varian ha anche annunciato che Google stanzierà un importo uguale al premio, al fine di finanziare borse di studio dedicate a giornalisti italiani.

Se tra i giurati ci fosse stato anche il presidente dell’Antitrust, probabilmente il premio sarebbe andato fin da subito alle due stimate colleghe. Nella segnalazione inviata al Governo e al Parlamento, Pitruzzella avrebbe lasciato intendere che il modo in cui Google sfrutta i contenuti editoriali delle testate è un disincentivo alla produzione di contenuti informativi a livello socialmente desiderabile. Secondo l’Antitrust è necessario mettere all’ordine del giorno, in tempi adeguati rispetto alle esigenze di trasformazione del settore, una disciplina che contempli strumenti idonei a incoraggiare su Internet forme di cooperazione virtuosa tra i produttori di contenuti editoriali e i fornitori di servizi innovativi che riproducono ed elaborano il materiale coperto dal copyright.

Lo scorso 1 Febbraio l’amministratore delegato di Google, Eric Schmidt, e il Governo francese di François Hollande avevano firmato un accordo per cui la società californiana si è impegnata a versare 60 milioni di euro per i contenuti digitali delle testate, sia tradizionali che web, d’Oltralpe. I soldi servono ad agevolare la transizione digitale dei media francesi e a finanziare gli investimenti per l’innovazione. In Germania invece, si sta discutendo sulla possibilità di cambiare la legge sulla proprietà intellettuale, in modo da far pagare a Google lo sfruttamento dei contenuti coperti dal diritto d’autore.

L’Antitrust sarebbe più favorevole a un accordo simile a quello in discussione in Germania, anche se appare la strada più difficile da percorrere. Quando la Francia ha provato ad imporre questa linea, l’azienda californiana ha minacciato di escludere dall’indicizzazione del motore di ricerca le testate francesi, facendo saltare l’accordo. Qualsiasi sia la strada che si sceglierà di percorrere, l’esigenza di cambiare il modello attuale e di scendere a patti con Google è evidente. Farlo in tempi brevi, pure. Anche se, nel frattempo, gli addetti ai lavori gli assegnano un riconoscimento prestigioso proprio per il giornalismo.

L'ultimo viaggio del barcone carico di ghiaia sul Naviglio

Corriere della sera

«Ho girato il filmato perché stava finendo un'epoca e volevo documentarlo», spiega Ermanno Tunesi


Il video di Ermanno Tunesi


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L'ultimo barcone del Naviglio Grande, che portava a Milano la ghiaia dalle cave dell' Alto Milanese, lasciò la darsena di Turbigo una tiepida mattina del 1979. Con l'entrata in vigore del divieto di navigazione, il canale perdeva per sempre la sua funzione di «strada d'acqua» dopo che per secoli aveva «costruito» Milano, trasportando i materiali, i frutti delle campagne che irrigava e anche il marmo di Candoglia, necessario alla fabbrica del Duomo.

IL VIAGGIO SUL NAVIGLIO - Nel 1976 Ermanno Tunesi, operaio di Boffalora sopra Ticino, nonché storico locale e regista amatoriale, riprese uno degli ultimi viaggi dei barconi di ghiaia sul Naviglio Grande. Il video, girato in super8, s'intitola «Il barcaiolo» e ripercorre il viaggio di un barcone dalle cave fino quasi a Milano. La giornata di lavoro incominciava all'alba, con il carico di ghiaia che veniva sistemato sul barcone. Poi, la partenza, quando ancora faceva buio: guidato da due barcaioli, che lo governavano stando uno a poppa e l'altro a prua, il barcone scivolava sulle acque del canale, passando sotto i ponti di Cuggiono, Bernate Ticino, Robecco sul Naviglio, Cassinetta di Lugagnano.

IN DARSENA - All'altezza di Castelletto di Abbiategrasso, dove il Naviglio si biforca, i barconi giravano a sinistra e proseguivano più lentamente fino alla darsena di Milano: in questo tratto la corrente è più debole rispetto, ad esempio, al tratto di Robecco sul Naviglio. Una volta scaricati, i barconi erano riportati a Turbigo da un trattore che li trascinava controcorrente.

FINE DI UN'EPOCA - «Ho girato il filmato perché stava finendo un'epoca e volevo documentarlo – spiega Ermanno Tunesi - Certo, la velocità del barcone non poteva più stare al passo con le esigenze degli anni ' 80. Però un battello da solo riusciva a trasportare il carico di 11 camion e bastavano due uomini a governarlo». Sulla vita di un barcaiolo il regista Lamberto Caimi girò il film Ona strada bagnada, che nel 1999 vinse il primo premio al Cortofestival di Roma.

Giovanna Maria Fagnani
24 maggio 2013 | 20:39

La scultura del clochard scuote Mantova

Corriere della sera

Apertura con polemica per la kermesse: all'artista è stato chiesto di rimuovere l'opera troppo realistica




Fa discutere uno dei primi lavori esposti per la kermesse «Mantova Creativa»: è la scultura iperrealista di un clochard seduto nei pressi di piazza Sordello, realizzata dall'artista Annalisa Venturini, che ci ha lavorato per un anno intero. L'opera è diventata un «caso» cittadino. Al pubblico è piaciuta. Qualcuno, addirittura, ha pensato che quel povero vecchio fosse una persona vera (è in silicone), gli ha lasciato dei soldi, ha cercato di scuoterlo. Qualcuno ha anche chiamato i vigili e l'ambulanza. Censura immotivata, invece, da parte del festival, nei confronti di questa forma d'arte pensata per «scuotere» gli spettatori.

LA SCENATA - Il presidente di «Mantova Creativa», Giampaolo Benedini, ex assessore del centrodestra, giovedì si è presentato in piazza e ha chiesto all'artista di rimuovere l'opera da quel punto «per evitare problemi di percezione da parte dei passanti». Ha strappato i cartelli che segnalavano l'opera, ha dato in escandescenze, le ha detto che avrebbe causato problemi di ordine pubblico. L'artista si è rifiutata («Non accetto censure») e ha annunciato che non parteciperà più alla manifestazione. Il clochard è rimasto al suo posto dopo la scenata; venerdì è stato rimosso, forse per il maltempo. Insomma, un festival che a tratti procede tirando il freno a mano; tuttavia l'apertura al dibattito tra opinioni contrastanti è già un risultato, per una città tanto culturale quanto conservatrice, candidata a Capitale Europea della Cultura 2019.




IL PROGRAMMA - «Mantova Creativa» è una 4 giorni di incursioni inattese in città, discipline espressive, performance e incontri. La terza edizione, da giovedì 24 a domenica 26 maggio, prende forma su un programma enorme. A Mantova si appendono sculture di carta e fotografie ai portici, si rivestono le colonne con lunghe calze colorate, si riaprono la Rocca di Sparafucile di verdiana memoria e al Forte di Pietole approda il giardinaggio, mentre nomi del calibro di Berman, Guggenheim, Lubiam, Marcegaglia, Piaggio e Seletti (ma sono solo alcuni) portano creazioni e idee sul tavolo ideale dell'incrocio tra architettura, arti visive e comunicazione di ogni genere guardando al futuro, agli orizzonti inesplorati.

NOVITA' - Una manifestazione che pare come un'overdose di novità in 3 giorni densi di segni inaspettati, di contaminazioni tra professionalità e talenti emergenti che si espongono al giudizio del passante come dell'appassionato. Si trovano autoproduzioni, danza, cucina, musica, worskshop di comunicazione creativa e prodotti della manualità, arti visive con una sessantina di artisti, le cui opere saranno dislocate dalle Pescherie a vari negozi e agli ex Bagni pubblici, ma anche un concorso per il recupero del centro di Moglia, in collaborazione con il Politecnico di Milano–polo di Mantova e un'installazione interattiva dello studio Copiaincolla, con una navicella spaziale alla Loggia del Grano. Tra le novità di quest’anno ci sono la presenza della Fondazione Vico Magistretti, uno dei più grandi designer italiani apprezzato in tutto il mondo, e del designer Kuno Prey dell’università del design di Bolzano, che cuocerà biscotti su cui appariranno i ritratti fotografici del pubblico.

Valeria Dalcore
24 maggio 2013 | 20:23

Cabine telefoniche, parte il censimento «Stop al degrado urbano»

Corriere della sera

Sono oltre 1.300 i punti telefonici in strade e piazze. «Graffiti e vandalismi, fermare l'inquinamento paesaggistico»


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Erano funzionali ai romanzi di Scerbanenco e funzionanti nella Milano Calibro 9 che trafficava soldi in piazza Duomo. Nelle cabine abitavano i telefonisti della mala . Dalle cabine partivano gli ordini ai killer e le richieste di riscatto nei sequestri. Se i «posti di telefonia pubblica» conservano un'immagine noir , sporca, impolverata di stanchezza, non è neppure più per i criminali, convertiti anch'essi a tecnologie più sofisticate. Sono semplicemente oscene le strutture. Porte divelte, vetri sfondati, cornette strappate. Certo, «le postazioni sono state abbandonate dai clienti»; e però la desolazione che accompagna il tradimento va affrontata e, dove possibile, bonificata.

Piazzale Salvatore Farina, 15: apparecchio in rimozione. Via Massaua, 5: in dismissione. Telecom Italia ha deciso di smantellare una cinquantina d'impianti, quest'anno. Telecom chiama e il Comune risponde, rilanciando la campagna per il decoro: «Piano urgente di riordino e pulizia». La mappatura dei «box oggetto di vandalismo e degrado» è stata affidata alle Zone. Quali telefoni volete sacrificare? La prima cabina fu installata in piazza San Babila, nel '52, dalla concessionaria Stipel, l'antenata lombardo-piemontese della Sip. Solo in San Babila, oggi, sono attivi sedici telefoni pubblici. In tutta Milano ci sono almeno 1.300 impianti stradali (senza contare le linee di oltre 600 tra negozi e bar e i 1.100 apparecchi di pronto soccorso, stazioni e aeroporti). «Un intervento di razionalizzazione è necessario», spiegano dall'ex monopolista delle telecomunicazioni.

Nella lista delle postazioni da eliminare sono già elencati trenta indirizzi. Altre venti, forse venticinque cabine sottoutilizzate e/o fuori uso saranno localizzate nelle prossime settimane. Sono tutti telefoni installati su strade e piazze, i cosiddetti impianti «generici»; non saranno toccati i congegni di «rilevanza sociale e di servizio» in ospedali, scuole, terminal e caserme. I presidi Telecom «democratici» saranno tutelati. Così prescrive la legge. Il programma di rimozione è regolamentato da una delibera dell'Agenzia per le comunicazioni pubblicata nel maggio 2011. Possono venire aboliti solo quelli da cui partono meno di tre chiamate al giorno.

E quando Telecom battezza l'indirizzo e annuncia l'intervento, chi abita nei dintorni ha un mese per segnalare lo scippo e fare ricorso all'Agcom. È già successo con la cabina di viale Nazario Sauro: doveva essere disattivata e alla fine è stata risparmiata. Il traffico telefonico delle cabine è crollato dell'88 per cento negli anni Duemila, sono spariti i gettoni, hanno stravinto i cellulari, quest'enorme rete di apparecchi pubblici è diventata sovrabbondante, accessoria, costosa in misura grottesca (per sostituire o riparare una sola postazione, Telecom spende più di mille euro). Ma quanti pensionati usano ancora il vecchio telefono sotto casa?

Per chi e per quanti, sfortunati, poveri, espulsi, ai margini, la cabina è l'unico strumento di contatto con la famiglia, gli altri, il mondo? «Queste persone vanno sempre tutelate». Viale Caprilli, 13: in rimozione. Via Liguria, 52: da sopprimere. Il programma dell'azienda sarà integrato, a breve, dai suggerimenti dei municipi di quartiere. L'assessorato alla Mobilità di Pierfrancesco Maran ha invitato le Zone a procedere con un «censimento puntuale» degli impianti guasti e inutilizzati. Il telefono davanti al palazzo Atm di Foro Buonaparte, per dirne uno, appare malconcio e disertato. C'è pure un adesivo rosso incollato al vetro: «Questa cabina sarà rimossa dal giorno 31/08/2011». Se la sono dimenticata.

Armando Stella
25 maggio 2013 | 11:32

Pescara, ritrova i suoi figli scomparsi da 9 anni grazie a Facebook: «Non ci credo»

Il Mattino

L'odissea di una donna 43enne di Santo Domingo



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PESCARA - Ritrova i figli dopo nove anni grazie a Facebook. Dulce Esperanza Del Orbe ha 43 anni ed è di Santo Domingo. Ne aveva 19 quando incontrò un pescarese in vacanza, idraulico, uomo di mezza età. Era l’89, lei lasciò il lavoro, lo seguì. Tre anni di idillio, il primo figlio (’92), il secondo (’94), la crisi. Dulce voleva il matrimonio, il compagno no: «Vivevamo in campagna, non frequentavo nessuno, se protestavo mi ricordava che ero un’ospite, ingrata. Il permesso di soggiorno scaduto, non avevo lavoro».

Nel ’97, da sola, avvia la pratica per diventare cittadina italiana. Nel 2000 la coppia si divide. Dulce va in una casa famiglia, il giudice le affida i bambini e stabilisce norme rigide per gli incontri che i piccoli avranno con il papà. Trova lavoro, frequenta i corsi professionali della Regione, mette casa a Pianella. Luce in fondo al tunnel? No, è un’illusione. Il 6 ottobre 2002 i bambini scompaiono, sottratti dal papà. Per rivedere il più grande Dulce dovrà attendere il 17 aprile di quest’anno. L’altro arriverà forse in estate. Nel frattempo la donna è tornata a Santo Domingo, si è sposata con un uomo anche lui di Pescara, insieme gestiscono una pensione e hanno avuto due figli.

Il resto lo racconta lei: «Un giorno del 2011, ero davanti al computer, ho visto che su Facebook mi cercava una ragazza, dall’Argentina. Domandava: sei la mamma dei miei amici? E faceva il nome dei miei ragazzi. Io sono rimasta due giorni davanti allo schermo, così, piangevo e ridevo. Non riuscivo a crederci». Che c’entra l’Argentina? «Il mio ex compagno portò lì i bambini, poteva farlo, lui era il padre e il passaporto era in regola.

I miei figli hanno vissuto con lui e i suoi parenti. Li ha convinti che li avevo abbandonati, che non li avevo cercati, che non li amavo». E invece lei aveva denunciato la scomparsa dei bambini, aveva controllato ogni luogo: «Le ricerche non si sono mai fermate. Ho pianto allora, piango oggi. Immaginate che cos’è perdere due figli? Dirsi: è il giorno del compleanno, assomigliano a questi bimbi che escono da scuola, mi hanno dimenticato, mi pensano?».

I ragazzi si trovavano a Matriarca, un posto piccolo, vicino a Mar del Plata. All’inizio hanno vissuto una vita normale. Poi sono diventati fantasmi, non erano argentini ma neanche italiani. Fantasmi, appunto: «Mi hanno scritto: «Se hai ancora un cuore aiutaci a tornare in Italia». Pensavano sempre che io non li amassi. Mi sono rivolta di nuovo alla Polizia. Sono tornata a Pescara per le pratiche burocratiche». L’incontro con il figlio, 21 anni: «Ci siamo visti in Questura. Poche parole.

Poi altre due volte, da soli. Sta zitto, piange. Vive con i parenti del padre, non con me. Ha bisogno dei suoi tempi per capire, non sa che farà del suo futuro. Lo stesso accadrà, forse, con il più piccolo quando arriverà». Conclusione: «Racconto questa storia per ringraziare la Polizia. Per dire alla gente: fidatevi degli agenti. E alle donne che si trovano nella mia condizione: non soffrite, non abbiate paura, non siate uccelli in gabbia. Cercate aiuto, c’è sempre una via d’uscita».

 
sabato 25 maggio 2013 - 10:10   Ultimo aggiornamento: 10:10

Latina, vende miele alla banana e al peperoncino, i Nas sequestrano 700 confezioni e lo denunciano

Quotidiano.net

Il Nucleo laziale ha accertato che il titolare di un’azienda agricola di Latina aveva aggiunto al miele di propria produzione degli aromi di varia natura. Anche se il titolare dell'azienda aveva indicato nel'etichetta gli ingredienti, questa lavorazione è assolutamente vietata

Roma, 25 maggio 2013 


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Operazione del Nas di Latina che ha sequestrato quantitativi di miele illecitamente prodotto con l’aggiunta di aromi, durante un’ispezione compiuta in alcune aziende di allevamento api e di produzione. Il Nucleo laziale ha accertato che il titolare di un’azienda agricola di Latina aveva aggiunto al miele di propria produzione degli aromi di varia natura (frutta e spezie), indicandoli in etichetta, sia negli ingredienti che nella denominazione di vendita.

Tale lavorazione, assolutamente vietata, ha consentito all’apicoltore di conferire al prodotto caratteristiche diverse da quelle del solo alimento “tal quale” rendendolo più commerciabile rispetto a quello di altre aziende. I militari del NAS hanno denunciato il titolare dell’azienda per produzione di un alimento contenente sostanze vietate e sequestrato oltre 700 confezioni di miele (100 Kg.) con varie denominazioni (miele alla banana, al mandarino, al limone, al peperoncino, etc.) stoccate nel magazzino aziendale e pronte per la commercializzazione a livello locale.

Nello stesso settore, il NAS di Cosenza accertando che un laboratorio di produzione di miele, abusivo, versava in precarie condizioni igieniche (lavori di ristrutturazione in corso, sporco, polvere e calcinacci) richiedeva l’intervento dell’Azienda Sanitaria Provinciale che disponeva l’immediata chiusura del locale contenente circa 1 tonnellata e mezza di miele già confezionato e destinato alla vendita in tutta Italia.

Ritorno a casa», il Google-doodle che ha commosso l’America

Corriere della sera

Sabrina Brady vince il concorso del motore di ricerca

Il papà torna a casa dall’Iraq, dopo 18 mesi. E ad accoglierlo c’è Sabrina, la figlia di dieci anni. Lunghi capelli neri e con una bandierina americana in mano corre tra le braccia del padre soldato. Sullo sfondo si intravede il logo di Google, con il sole stilizzato dietro alla lettera «O». È «Coming Home» il doodle apparso giovedì sul motore di ricerca negli Stati Uniti. Un disegno visto da un numero gigantesco di persone e che ha commosso l’America. La storia (premiata) è stata «il giorno più bello» nella vita di Sabrina Brady.
«Ritorno a casa»«
CONCORSO - Dal 1998 a oggi il colosso Google ha disegnato migliaia di doodle. All’inizio si trattava di disegni semplici, ora sono creazioni sempre più complicate. Le idee arrivano dal team interno a Mountain View, dai dipendenti di altri paesi e in qualche caso anche dagli utenti. Come stavolta. Sabrina Brady, di Sparta, nel Wisconsin, ha vinto la sesta edizione del concorso Doodle 4 Google, riservato agli studenti americani che dovevano disegnare un logo personalizzato di Google ispirandosi al «giorno più bello» della propria vita. La ragazza ha ricevuto una borsa di studio da 30 mila dollari e un Chromebook. Altri 50 mila dollari andranno alla sua scuola. Il disegno è comparso nell'homepage del motore di ricerca per l’intera giornata del 23 maggio.

TOCCANTE - Il «giorno più bello» di Sabrina risale a quando aveva poco meno di 10 anni quando suo padre, un soldato americano, tornava dalla guerra in Iraq. È un piccola opera d’arte che racconta un momento straordinario, scrivono i blogger americani. «Uno dei loghi più commoventi che Google abbia mai pubblicato». Come spiega Google nel suo blog, quest’anno sono arrivati oltre 130.000 disegni da tutti gli Stati Uniti. Una cinquantina verranno esposti fino a metà luglio al Museo Americano di Storia Naturale di New York. Sabrina Brady ha già annunciato di volersi iscrivere in autunno alla Minneapolis College of Art and Design.

Elmar Burchia
24 maggio 2013 | 18:06

Palatucci, tutte le ombre sulla vita dello «Schindler italiano»

Corriere della sera

Si dice abbia salvato oltre 5.000 ebrei in una regione dove non ve n’erano neanche la metà. Mito o truffa clamorosa?
Dal nostro corrispondente ALESSANDRA FARKAS



 1NEW YORK – La sua pagina su Wikipedia lo ricorda, in ben 10 lingue diverse, come «il commissario di pubblica sicurezza che salvò dalla deportazione migliaia di ebrei durante la Seconda guerra mondiale e fu per questo deportato egli stesso nel campo di concentramento di Dachau, dove morì». «Per le sue gesta, Giovanni Palatucci è Medaglia d'oro al merito civile, Giusto tra le nazioni per lo Yad Vashem (12 settembre 1990) e Servo di Dio per la Chiesa cattolica», precisa l’enciclopedia libera.

SCHINDLER ITALIANO O BUFALA? - Ma a dar retta al crescente coro di storici e ricercatori che da anni studiano il più celebrato tra i «giusti» italiani, il mito di Palatucci non sarebbe altro che una truffa clamorosa orchestrata da amici e parenti del presunto eroe che si dice abbia salvato oltre 5.000 ebrei in una regione dove non ve n’erano neanche la metà. L’ipotesi di un salvataggio di massa da parte di Palatucci era già stata categoricamente esclusa dal Ministero degli Interni in un memorandum del luglio 1952 e successivamente dalla commissione dell’Istituto dei Giusti di Yad Vashem nel 1990. In una tavola rotonda organizzata dal Centro Primo Levi alla Casa Italiana Zerilli Merimò di New York, l’ex direttore di Yad Vashem Mordecai Paldiel ha spiegato che sotto la sua supervisione, nel 1990 Palatucci fu riconosciuto «giusto fra le nazioni» per aver aiutato «una sola donna», Elena Aschkenasy, nel 1940, e che la commissione «non ha rinvenuto alcuna prova né testimonianza che avesse prestato assistenza al di là di questo caso».

PREMI, RICONOSCIMENTI E BIOGRAFIE - Eppure nel 1955 l’Unione delle Comunità Israelitiche Italiane gli conferisce una decorazione e nel 1995 lo Stato italiano la Medaglia d'oro al merito civile. Durante la cerimonia ecumenica Giubilare del 7 maggio 2000, papa Giovanni Paolo II lo annovera tra i martiri del XX Secolo. Nel 2004 si conclude la fase diocesana del processo di canonizzazione con la proclamazione a Servo di Dio dell’eroe morto a Dachau nel ’45, all’età di 35 anni. Ma chi ha condotto la ricerca storica sulla quale si sono basati questi riconoscimenti? Come nasce il mito del «Schindler italiano»? Le biografie ufficiali - di cui l’ultima, Giovanni Palatucci: un giusto e martire cristiano di Antonio De Simone e Michele Bianco con la prefazione del Cardinale Camillo Ruini - parlano di migliaia di ebrei da lui inviati nel campo di internamento di Campagna dove sarebbero stati protetti dal Vescovo Giuseppe Maria Palatucci, zio di Giovanni. Il famigerato campo che proprio il vescovo, nel 1953, definì un «luogo di villeggiatura». «Impossibile», replica Anna Pizzuti, curatrice del database degli ebrei stranieri internati in Italia (www.annapizzuti.it), «Quaranta in tutto sono i fiumani internati a Campagna. Un terzo del gruppo finì ad Auschwitz».

 Palatucci, il controverso «Schindler italiano» Palatucci, il controverso «Schindler italiano» Palatucci, il controverso «Schindler italiano» Palatucci, il controverso «Schindler italiano» Palatucci, il controverso «Schindler italiano»


SOMMERSI E SALVATI - Le biografie ricordano poi gli 800 reduci ebrei che nel 1939 si sarebbero clandestinamente imbarcati sul battello greco Agia Zoni che salpò da Fiume il 17 marzo 1939 diretto in Palestina e sarebbe stato allestito personalmente dall’eroico commissario. Ma dal diario della guida del gruppo conservato a Yad Vashem e dai documenti della capitaneria di porto raccolti presso l’Archivio di Stato, si scopre che fu un’operazione dell’Agenzia Ebraica di Zurigo, avvenuta sotto lo stretto controllo dei superiori di Palatucci che non solo innescarono un penoso processo di estorsione ma fecero respingere al confine i più bisognosi dei rifugiati, gli apolidi e i fuoriusciti da Dachau.

DALLA REALTA’ AL MITO - Dagli archivi si scopre che Palatucci fu funzionario di pubblica sicurezza presso la Questura di Fiume dal 1937 al 1944, dove era addetto all’ufficio stranieri e si occupò dei censimenti dei cittadini ebrei sulla cui base la Prefettura applicava le leggi razziali. Proprio a Fiume i censimenti furono condotti con una capillarità ineguagliabile e le leggi applicate con un accanimento che provocò proteste internazionali e la reazione dello stesso Ministero degli Interni. Secondo la monografia di Silva Bon Le Comunità ebraiche della Provincia italiana del Carnaro Fiume e Abbazia (1924-1945) e i dati raccolti nel Libro della Memoria di Liliana Picciotto, durante la breve reggenza di Palatucci la percentuale di ebrei deportati da Fiume fu tra le più alte d’Italia. L’affresco familiare recentemente pubblicato da Silvia Cuttin Ci sarebbe bastato mostra con lucidità e accuratezza l’esperienza tragica degli ebrei fiumani.

FASCISTA ZELANTE E VOLENTEROSO - In Giovanni Palatucci, Una Giusta Memoria Marco Coslovich ricostruisce l’ambiguo profilo professionale di un vice commissario di polizia che appena trentenne giura fedeltà alla Repubblica di Salò. «Palatucci non fu mai questore di Fiume», rivela Coslovich, «ma vice commissario aggiunto sotto il controllo di superiori notoriamente antisemiti». Tutt’altro che in conflitto con essi, le carte mostrano che egli era considerato un funzionario modello. Definito «insostituibile» dal prefetto Testa, godeva appieno dei suoi favori. Tra aprile e inizio settembre 1944 fu reggente alle dirette dipendenze dei gerarchi di Salò Tullio Tamburini ed Eugenio Cerruti. Anche lo storico Michele Sarfatti nel programma tv La storia siamo noi dedicato a Palatucci, nel 2008 ha espresso dubbi sulla plausibilità di numeri sproporzionati rispetto a una comunità di poco più di un migliaio di persone che tra emigrazione e internamento era ridotta a poco più di 500 persone nell’ottobre del 1943.

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EROE AD HOC PER L’ITALIA DEL DOPOGUERRA - Secondo lo storico veneziano Simon Levis Sullam l’affaire Palatucci s’inserisce nella questione più vasta di come la persecuzione antiebraica nell’Italia Fascista e il ruolo degli italiani sono stati rappresentati nei 68 anni dalla fine della guerra. Spiega Sullam, co-curatore dell’ultima grande opera sulla Shoah in Italia edita dalla UTET (2012): «Il mito del bravo italiano ha costituito dopo la Seconda guerra mondiale una fonte di auto-assoluzione collettiva rispetto al sostegno offerto a politiche antisemite e razziste nel periodo 1937-1945, cui migliaia di italiani parteciparono direttamente». Coslovich sottolinea come più della metà del fascicolo personale di Palatucci riguarda gli sforzi compiuti dal padre Felice e dallo zio Vescovo per la riabilitazione completa del commissario rispetto all’epurazione, la concessione di una pensione di guerra che la legge accordava solo a vedove e orfani dei caduti (Palatucci era invece celibe) e il coinvolgimento del governo italiano nel designare il loro congiunto come «salvatore di ebrei».

Guarda i documenti sulla figura di Giovanni Palatucci


LO ZIO VESCOVO - Tra il 1952 e il 1953, il Vescovo Giuseppe Maria Palatucci si avvale della collaborazione scritta di Rodolfo Grani, un ebreo fiumano di origine ungherese che aveva conosciuto durante il suo breve internamento a Campagna. Eppure lo storico Mauro Canali, esperto di storia del sistema di polizia fascista all’Università di Camerino, sostiene che nella copiosa fonte documentaria riguardante Grani non vi è segno che abbia mai incontrato Giovanni Palatucci. Aveva invece conosciuto Palatucci il Barone Niel Sachs de Gric, anch’egli ebreo fiumano di origine ungherese, avvocato della curia e rappresentante della Santa Sede per il Concordato con la Jugoslavia. Nel 1952 il vescovo gli invia un articolo da pubblicare sull’Osservatore Romano con «l’invito» a firmarlo al suo posto. I documenti attribuiti a Grani e Sachs, la cui autenticità è tutta da verificare e nessuno dei quali ricevette l’aiuto del commissario, sono all’origine dell’epica palatucciana. L’ultimo tassello della leggenda a cadere è quello relativo alle circostanze della sua morte. La motivazione dell’arresto firmata da Herbert Kappler e depositata all’Archivio Centrale dello Stato non lascia dubbi: Palatucci fu accusato di tradimento dai tedeschi per aver trasmesso al nemico (gli inglesi), documenti della Repubblica Sociale di Salò che chiedevano di trattare l’indipendenza di Fiume, non per aver protetto gli ebrei di quella città.

Alessandra Farkas
afarkasny23 maggio 2013 (modifica il 25 maggio 2013)

A spasso per Franklin, la contea del Mississippi dove non ci sono gay

Corriere della sera


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Meadville, Mississippi – “Le cose stanno cambiando, troppo in fretta”, mi dice rassegnata Betty, la bibliotecaria di Meadville, cittadina di 500 abitanti nel profondo sud del Mississippi e capoluogo della contea di Franklin dove, secondo il censimento del 2010, non esisterebbero coppie omosessuali. Franklin è una dry county, una contea asciutta, dove non si vende alcol ma tutti bevono lo stesso, ed è divenuta celebre dopo un articolo di Cnn, che l’ha definita una delle contee più omofobe dell’intero paese.

“Quell’articolo ha amareggiato molti qua, è meglio non nominarlo”, sostiene Betty, che ha corti capelli grigi e un sorriso molto dolce. “Sai, crediamo che l’omosessualità sia un peccato, come dice la bibbia, ma tutti conosciamo persone gay e non abbiamo niente di personale contro di loro”. Betty, che ha oltre sessant’anni, è nata e cresciuta nella contea. Ha tre figli e un buon numero di nipoti. “Se fossero gay gli vorrei bene lo stesso, sono i miei ragazzi”, mi dice. “Di certo però non appoggerei il loro stile di vita”.

Meadville è formata da un pugno di case di legno bianco, con i portici e nani da giardino in divisa da football. In aria aleggia un delicato profumo di gardenie, come ovunque qua in Mississippi, e i raggi di sole sono affilati già a fine maggio. Rivenditori di prodotti agricoli, due parrucchiere e qualche negozietto a gestione familiare si assiepano lungo la strada principale, l’unica che attraversa il paese. In giro non c’è nessuno, se non qualche pickup che passa lentamente e poi scompare. E’ una cittadina silenziosa, la cui pace è interrotta di tanto in tanto dal rumore di trattori che alzano polvere lungo la strada. Nel 1964 in questa contea Barry Goldwater, il candidato presidenziale più conservatore nella storia degli Stati Uniti, prese il 96,05% dei voti. Era un uomo così profondamente repubblicano da essere soprannominato Mr. Conservative.

Entro nel negozietto dell’usato del paese, un ammasso di mattoni e lamiere che sembra emettere l’unico segno di vita. Vende ogni tipo di cianfrusaglia, dai bicchieri alle scarpe, tranne le bibbie: quelle sono gratuite. A quanto pare qua vanno ancora molto di moda le bandiere confederate, uno dei simboli preferiti dai suprematisti bianchi. Sharon, la proprietaria, è affabile e disponibile. Ha una cinquantina d’anni e i capelli cotonati e pettinati all’indietro. “Certo che conosco omosessuali”, mi dice. “Non mi piace il loro stile di vita, ma non ho niente contro di loro”. Dietro di lei Martha, la sua assistente settantenne, mi sorride e fa l’occhiolino.

“Io lavoravo in un cinema giù a Natchez, avevo un sacco di amici gay”, dice ammiccando prima di tornare a spolverare il bancone. Passa un camion, sentiamo un doppio colpo di clacson. Sharon gira la testa e fa un timido cenno con la mano. “E’ mio marito, mi saluta così tutti i giorni”, mi spiega arrossendo. “Se i miei figli fossero gay mi metterei in ginocchio e pregherei il signore”, mi dice subito dopo. “Internet e la tv stanno cambiando tutto, per queste nuove generazioni l’omosessualità è quasi una cosa normale, ma la bibbia dice che è peccato. I tempi stanno cambiando, questi stili di vita ci stanno trascinando sempre più verso l’apocalisse e il giudizio universale”.

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Il caldo a Meadville è già infernale. Vado a prendere un gelato al camioncino fermo in un piazzale poco distante. Mentre aspetto incontro Carlie e Allie, due ragazzine di sedici anni che mangiano enormi granite colorate. “Abbiamo parecchi amici gay”, mi dicono con indifferenza e un grande sorriso all american. “A scuola nessuno li prende in giro o li bulla, vengono trattati normalmente”.

Mi sembrano le tipiche ragazzine americane, potrebbero essere del Connecticut come del Mississippi. “Non capisco perché dovrei avercela con i gay, non mi hanno fatto nulla di male”, mi dice Carlie dopo averci riflettuto un secondo. Chiedo se gli posso scattare una foto. Loro acconsentono, poi salgono in macchina. Poco dopo tornano indietro, si avvicinano e mi guardano imbarazzate. “Ci possiamo fare una foto insieme?”, mi domandano a loro volta.

Qualche metro più in giù vedo un uomo che si disseta seduto nel suo pickup. Ha le mani e un orecchio sporchi di vernice bianca e il collo arrossato dal sole. Si chiama Karl, ha 47 anni e ha l’accento più marcato che abbia mai sentito in vita mia. “Non mi importa”, mi risponde quando gli chiedo cosa ne pensa dell’omosessualità. “La vita è troppo breve per preoccuparsi di queste cose. Non mi piace, ma non è che li picchierei o niente del genere”. Si ferma un attimo. “Sai, il mio fratellino aveva avuto ragazze e tutto il resto, poi ha avuto una fase gay. Due anni fa lo hanno trovato impiccato a un albero.

Dicono che sia stato un suicidio, ma non ci ho mai creduto”. Sgrano gli occhi. “Mi dispiace”, gli rispondo. “Che ci vuoi fare”, continua Karl. “Non posso avercela con i gay”, ribadisce. “Ah, ma le ragazze bianche con un nero… Quello amico proprio non riesco a digerirlo”. Non è il primo a dirmi una cosa del genere, da quando sono arrivato. In molti mi hanno specificato che le coppie di due razze diverse non sono viste di buon occhio da queste parti. “Se a scuola vedessero un ragazzo nero tenere la mano a una ragazza bianca di certo troverebbero il modo di espellerli entrambi”, mi conferma Sheri, la psichiatra del paese.

Da in fondo alla strada proviene un penetrante rumore di sega elettrica. Sul tetto di Huff Farm Supply ci sono tre uomini avvolti da folate di polvere. Ai piedi della scala a pioli c’è un ragazzo sulla trentina, con la barba, gli occhiali da sole e un cappellino da baseball. Si chiama Pat ed è piuttosto restio a rivolgermi la parola. “Non abbiamo niente contro i gay”, bofonchia a denti stretti. “Ma quello è mio padre”, dice indicando il genitore che è sul tetto impegnato a segare assi di legno con la motosega. “E’ un pastore battista, e la bibbia dice che l’omosessualità è un peccato”. Pat non è affatto amichevole, non incrocia mai il mio sguardo. “Certo che conosco persone omosessuali, non ho niente contro di loro”, aggiunge. “La vedi quella casa laggiù?”, mi dice indicando una casetta di legno proprio dietro il loro negozio. “Quella è la casa dove è cresciuta mia nonna”, spiega con voce leggermente infastidita. “Ora ci abita una coppia di lesbiche”.

La Roma cambia logo, protestano i tifosi: «Non ci rappresenta»

Corriere della sera

Rivolta sul web per la modifiche grafiche e l'introduzione della scritta «Roma»: «Sembra un falso da bancarelle»


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ROMA - Non piace ai tifosi il nuovo logo della As Roma. E tra social network ed emittenti radiofoniche esplode la polemica sulla scelta della società di ritoccare l'immagine della Lupa Capitolina con i gemelli Romolo e Remo, corredata dalla scritta Roma 1927 (la data di fondazione) anziché dalla storica scritta «ASR». Pochi complimenti e tante critiche: la maggior parte dei fan giallorossi esprime quantomeno perplessità. Il tam tam della protesta contro la nuova linea grafica adottata si riassume in due commenti caustici: «Il nostro logo non è un peluche» e «Così sembra quello dei falsi sulle bancarelle».

«L'URBE DICE CHI SIAMO» - «La città di Roma rappresenta il cuore e l'origine del nostro club - ha spiegato il presidente James Pallotta -. Avere nel nostro logo e sul petto dei nostri calciatori rende omaggio in maniera appropriata a questo concetto e dice al mondo chi siamo». Ma il malcontento è arrivato fino al negozio «Roma store» di Piazza Colonna, dove il presidente era presente per il lancio ufficiale. «Questo stemma è una m..., sembra quello tarocco delle bancarelle - ha attaccato un tifoso, poi allontanato dalla sicurezza - ridateci il nostro vero stemma».

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«NEL MONDO NON CAPISCONO» - Pallotta non si arrende e spiega: «Ogni volta che c'è un cambiamento ci sono persone a cui non piace, abbiamo speso molto tempo con i nostri designer per cercare il giusto brand globale perché sfortunatamente c'è molta gente nel mondo che quando si dice ASR non capisce. Per questo abbiamo tolto AS e inserito la scritta Roma». Lo stesso Pallotta aveva già irritato i tifosi perchè, durante l'incontro della squadra con il Santo Padre aveva donato a Papa Francesco la casacca dei Boston Celtics invece di quella giallorossa (consegnata poi dal capitano della Roma, Francesco Totti). A due giorni dal derby di Coppa Italia, dunque, il clima non è esattamente il migliore per sostenere la squadra in vista di una sfida che vale la stagione.

Redazione Roma Online 24 maggio 2013 | 13:35

Scaglia a terra una gatta e la investe con l'auto, condannata: «E' crudeltà»

Corriere della sera

Due mesi e 10 giorni di carcere a una ragazza che per fare dispetto a una vicina le aveva ucciso l'animale


Ha catturato la gatta della vicina, l'ha caricata sulla sua auto, poi ha scagliato la povera bestiola contro il bordo della strada e l'ha investita con la vettura, uccidendola. Per questo una ragazza è stata condannata ieri dal Tribunale di Milano, sezione staccata di Legnano, a 2 mesi e 10 giorni di carcere. Per il giudice, la giovane è colpevole di uccisione di animali perché, ha motivato «con crudeltà e senza necessità cagionava la morte di una gattina europea, di proprietà di una signora, gettandola con violenza sul bordo stradale, dopo averla prelevata dalla sua automobile, mezzo con il quale in seguito al tramortimento dell'animale, iniziava la marcia per investirlo».

RISARCIMENTO - Il giudice ha anche condannato l'imputata al risarcimento del danno in favore delle parti civili costituite: la Lav, assistita nel procedimento dall'avvocato Jacopo Cappetta, e la proprietaria della gattina. Tutto è scaturito dalla denuncia della proprietaria della gatta.

IL TESTIMONE - La ragazza, vicina di casa della signora, è stata vista e riconosciuta da un testimone scendere dall'auto con la gatta in braccio, lanciarla contro il bordo della strada, e poi risalire in auto ed investirla. «Simili atti di crudeltà non possono rimanere impuniti e va compiuto ogni sforzo per prevenirli favorendo la cultura del rispetto, in famiglia come a scuola - afferma Ilaria Innocenti, responsabile Lav settore Cani e Gatti -. Un particolare ringraziamento va al testimone di questo fatto raccapricciante per averci aiutato a fare giustizia, dando prova di un alto valore civico».

Redazione Milano online24 maggio 2013 | 16:08

Grandi siti e nuove scoperte: viaggio nel Perù delle meraviglie

Il Messaggero
di Marta Ghelma

La notizia della scoperta, 40 km a nord-est di Lima, dei resti di un tempio antico di 5.000 anni, ha fatto il giro del mondo. Se così fosse, infatti, sarebbe il primo delle Americhe nonché uno dei più imponenti di tutto il Perù

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(www.peru.travel/it/). Il sito di El Paraíso è solo una delle numerose meraviglie da includere in un tour archeologico del Paese. Le regioni costiere di Lambayeque e La Libertad, nel nord del Perù, ad esempio, sono una miniera per gli amanti del genere. Grazie agli scavi effettuati negli ultimi vent'anni, qui, sono avvenuti importanti ritrovamenti. Esempi dell'arte Moche, una delle grandi civiltà che popolarono il Perù precolombiano, sono stati rinvenuti, ad esempio, nella tomba reale del complesso Huaca Rajada, quali sculture, corone, monili, ceramiche, emblemi e bellissimi ornamenti. Risale ad oltre 1700 anni fa, poi, la tomba del Señor de Sipán, gran signore della civiltà Moche, ora visibile al pubblico presso il Museo Tumbas Reales de Sipán di Lambayeque, mentre il primo ritrovamento di sesso femminile della stessa civiltà Moche, la Señora de Cao, è conservata a El Brujo, 700 chilometri a nord di Lima.

Per approfondire la conoscenza della civiltà più famosa del Perù antico, la «Ruta Moche» (www.larutamoche.pe) è un itinerario che si sviluppa tra i dipartimenti di Ancash, La Libertad e Lambayeque, alla scoperta dei luoghi e dei siti archeologici più emblematici. Attivi tra il 100 a.C. e l'800 d.C., i Moche sono riconoscibili in particolar modo per la costruzione d'imponenti templi a forma di piramidi tronche e per l'imperdibile complesso monumentale nei pressi di Trujillo, la cosiddetta «capitale Moche» formata dalle Huacas (idoli) del Sol y de la Luna.

Un altro percorso, diverso ma altrettanto avvincente, è quello che segue le tre città perdute del Perù: Machu Picchu, Chan Chan e Caral. Scoperta nel 1911, nella Valle dell’Urubamba, dallo storico Hiram Bingham, Machu Picchu è senz'altro la più visitata e famosa. L'emozione di esplorare in libertà la sua cittadella, ancora oggi considerata uno degli esempi più straordinari dell’architettura paesaggistica mondiale, è indescrivibile. Ai piedi di quella che, in lingua quechua, viene chiamata la «montagna vecchia», camminando tra le scalinate e i canali di pietra, si respira un'atmosfera davvero magica.

Vale la pena, però di soffermarsi anche su Chan Chan, l'antica capitale religiosa e amministrativa della civiltà Chimú. Dichiarata Patrimonio Culturale dall’Unesco nel 1986, infatti, fino all'arrivo degli Inca nel 1470 d.C., quest'ultima era la più grande città in terra pre-colombiana. Da vedere anche la città perduta di Caral, abitata tra il 2600 a.C. e il 2000 a.C. dall'antica ed interessante civiltà Norte Chico. E, se i nostri racconti vi hanno stuzzicato la voglia di partire, non resta che fare le valigie e imbarcarsi in una nuova avventura. Ma senza dimenticare mappe, guide, binocoli e block notes...perché chissà, i prossimi Bingham potreste essere proprio voi!

Bartali, eroe discreto: staffetta partigiana fino all'estate del '44

Il Messaggero
di Mario Avagliano

Un libro canadese svela con testimonianze inedite il grande valore del campione di ciclismo: salvò centinaia di ebrei nascondendo intere famiglie in cantina e portando in bici ad Assisi nuovi documenti


Cattura
«Oh, quanta strada nei miei sandali / quanta ne avrà fatta Bartali / quel naso triste come una salita», cantava Paolo Conte. Ma è grazie ai suoi meriti extrasportivi, la partecipazione alla Resistenza e il salvataggio di molti ebrei, che Gino Bartali, il campionissimo italiano delle due ruote, è stato celebrato anche oltre Atlantico, con la pubblicazione del saggio “Road to Valor” dei canadesi Andres e Aili McConnon, fratello e sorella, rispettivamente ricercatore storico e giornalista di varie testate statunitensi (New York Times, Wall Street Journal e Guardian). Ginettaccio, staffetta partigiana, durante la Seconda guerra mondiale contribuì a sottrarre centinaia di ebrei tra Toscana e Umbria dalle grinfie dei nazifascisti, salvando un’intera famiglia dalla deportazione ad Auschwitz. Il libro made in Usa, che ripercorre le sue gesta, ora approda anche in Italia, proprio nei giorni della volata finale del Giro e alla vigilai del Tour, col titolo “La strada del coraggio – Gino Bartali, eroe silenzioso” (edizioni 66thand2nd).

LA CANTINA RIFUGIO
Inediti dettaglia su Bartali, classe 1914, originario di Ponte a Ema, frazione di Firenze, che nella sua leggendaria carriera ha vinto tre Giri d’Italia e due Tour de France, erano stati rivelati da Adam Smulevich su Pagine Ebraiche. In una testimonianza il fiumano Giorgio Goldenberg (che da quando vive in Israele ha cambiato il nome in Shlomo Pas) aveva raccontato che il popolare Ginettaccio e il cugino Armandino Sizzi nella primavera 1944 nascosero per mesi a Firenze, nella cantina della casa in via del Bandino, i quattro componenti della sua famiglia (padre, madre e due bambini, Giorgio e Tea), impedendone l’arresto da parte dei nazisti. Il libro, ricco di testimonianze e documenti, è diviso in tre parti e ricostruisce l'infanzia e la giovinezza del campione, fino al trionfo al Tour de France del 1938 (e Gino si lamenterà delle ingerenze politiche del regime fascista che gli impedirono di realizzare l'accoppiata Giro-Tour,

vietandogli la corsa rosa); il periodo bellico, la sua militanza nell’Azione Cattolica, mal tollerata dal fascismo, e l'attività clandestina nella Resistenza; e poi, dopo la Liberazione, il ritorno alle competizioni, la storica rivalità tra Bartali e Fausto Coppi divise il tifo sportivo dell’Italia repubblicana, nel fervore della ricostruzione, trasformandosi anche in un fenomeno socio-politico: Coppi simil-Peppone, “rosso” e laico, e Bartali-don Camillo, “bianco” e cattolico. Fino alla seconda straordinaria vittoria al Tour del 1948, con gli occhialoni infangati di fango che in qualche modo allentò la tensione esplosa nel Paese dopo l'attentato al segretario del Pci Palmiro Togliatti, fino alla morte avvenuta a Firenze nel maggio del 2000. Memorabili le sue battute «L'è tutto sbagliato l'è tutto da rifare», il suo spirito bonario, il fumare come una ciminiera e la verve polemica da toscano, che non disdegnava il buon Chianti.

LA RETE CLANDESTINA
Bartali fu staffetta partigiana a partire dall'autunno 1943 su incarico dell'arcivescovo di Firenze, il cardinale Elia Dalla Costa, e al servizio della rete clandestina Delasem messa in piedi dall’ebreo pisano Giorgio Nissim. Il ciclista toscano fingeva di allenarsi per le grandi corse a tappe che sarebbero riprese dopo il conflitto ma in realtà trasportava documenti falsi, celati in una sorta di cilindro montato sulla canna della bici, simile a una pompa per tubolari, per circa 630 ebrei nascosti in case e conventi tra Toscana e Umbria. Centinaia di km percorsi in bici avanti e indietro, da Firenze ad Assisi (la strada del coraggio), per “consegnare” nuove identità alle famiglie ricercate con feroce determinazione dai fascisti della Rsi e dai nazisti.

Bartali non si vantò mai di questa sua esperienza e non volle raccontarne i dettagli. «Non si specula sulle disgrazie altrui», soleva rispondere a chi gli chiedeva ulteriori ragguagli. Soltanto dopo la sua scomparsa, è stato possibile approfondire questo capitolo della sua esistenza, che potrebbe presto portarlo a essere iscritto nel registro dei Giusti del Museo Yad Vashem di Gerusalemme. E grazie a Ginettaccio, nel 2014 proprio la sua Firenze potrebbe avere l’onore di aprire il Tour De France. Una candidatura appoggiata dall’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e dal Conseil Représentatif des institutions juives de France. Quell’anno infatti si celebra il centenario dalla nascita di Gino Bartali, campione sulle due ruote e nella vita.