domenica 19 maggio 2013

Il colpo di Meyer: Yahoo compra Tumblr

Corriere della sera

Acquisito per 1,1 miliardi di dollari il sito di microblogging social che piace ai giovanissimi. Ma gli utenti non sono felici.

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Yahoo compra Tumblr per 1,1 miliardi di dollari MILANO - Il board di Yahoo ha deciso: ok all'acquisizione di Tumblr per 1 miliardo e 100 milioni di dollari. La notizia sarà annunciata lunedì mattina, mail Wall Street Journal – che nei giorni scorsi aveva già anticipato la cosa – ha confermato che i vertici a Sunnyvale hanno approvato. All'unanimità.

DAVID KARP - L'acquisizione porterà uno dei siti social più in voga del momento, soprattutto tra i giovanissimi, tra le braccia di una delle internet company più vecchie. Non dovrebbe cambiare molto soprattutto all'inizio, dato che l'amministratore delegato di Tumblr, David Karp, rimarrà a occuparsi del servizio per i prossimi quattro anni. A essere particolarmente soddisfatta dell'affare Marissa Meyer, che stando alle indiscrezioni riportate dalla stampa Usa considera l'acquisizione «fondamentale e significativa della strategia che attende Yahoo prossimamente».

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GIOVANI E PUBBLICITA' - Tumblr è una piattaforma di (micro)blogging social un po' particolare: facilita la pubblicazione di immagini e video e permette di essere aggiornati sulle pubblicazioni degli amici. A differenza di Facebook e Twitter però dà la possibilità di personalizzare moltissimo la propria pagina, aggiungendo e togliendo le funzioni prestabilite dai gestori. Una libertà che piace molto agli utenti, che infatti sono numerosi: 108milioni secondo le ultime stime.

E sono anche molto giovani. Come riportato da un recente studio, gli utenti Usa tra i 13 e i 18 anni preferiscono Tumblr a tutti gli altri social network, e così è anche per la fascia immediatamente superiore tra i 19 e i 25 anni. Non solo, Tumblr è molto ben posizionata nell'advertising online e su dispositivo mobile: già nel 2012 ha maturato un attivo di 13 milioni di dollari e le previsioni per il 2013 dicono che potrebbe superare i 100 milioni.

MATUSA - Ora fatturato e utenti finiranno nelle mani di Yahoo, alla disperata ricerca di rifarsi il trucco e rilanciare un marchio che da troppo tempo fatica a trovare un mercato su cui puntare con successo. Per Marissa Meyer è un ottimo colpo e infatti il board ha approvato all'unanimità. Non sono altrettanto entusiasti però gli utenti di Tumblr, che stanno reagendo sulle loro dashboard – così si chiamano le pagine di profili Tumblr – con commenti tutt'altro che favorevoli.

«Vado a buttarmi da un dirupo», commenta uno, mentre molti altri prendono le distanze da un'azienda vista come vecchia e ormai senza più futuro. A rinforzare la disperazione di molti utenti basterebbe una rapida scorsa alle passate acquisizioni di Yahoo: Geocities nel 1999, Flickr nel 2005, Delicious sempre nel 2005. Realtà che erano pimpanti e sulla cresta dell'onda al momento in cui si è presentata Yahoo con tanti milioni di dollari e che oggi non godono di ottima salute. Ma ora c'è il nuovo corso di Marissa Meyer, e forse le cose potrebbero cambiare.

Gabriele De Palma
19 maggio 2013 | 22:11

Gigantesca esplosione sulla luna visibile a occhio nudo dalla terra. Impatto di meteorite

Il Mattino


MILANO - L'impatto di un meteorite sulla superficie della Luna ha causato una gigantesca esplosione visibile per qualche istante dalla Terra perfino ad occhio nudo. L'evento, ripreso lo scorso 17 marzo dai telescopi della Nasa, visibile in un video pubblicato due giorni fa, è solo l'ultimo di una vera e propria pioggia di meteoriti, oltre 300, che hanno colpito il nostro satellite negli ultimi 8 anni. Il meteorite, con un diametro inferiore a mezzo metro e un peso di 40 chilogrammi, ha colpito la regione del Mare Imbrium generando un cratere del diametro di 20 metri.



"ESPLOSIONE PARI A 5 TONNELLATE DI TRITOLO" Il 'sasso' spaziale ha impattato con una velocità tale da sprigionare un'energia pari all'esplosione di 5 tonnellate di tritolo. «Ha generato un bagliore 10 volte maggiore di quanto siamo mai riusciti ad osservare in precedenza», commenta Bill Cooke del Meteoroid Environment Office della Nasa. E in effetti chiunque avesse puntato gli occhi sulla Luna al momento dello scontro, avrebbe potuto vedere il bagliore senza l'ausilio di un telescopio. Per circa un secondo, il sito dell'impatto ha infatti brillato quanto una stella di magnitudine 4. «In quella notte del 17 marzo - ricorda Cooke - le telecamere della Nasa e della University of Western Ontario hanno raccolto un insolito numero di meteore sulla Terra. Queste palle di fuoco stavano viaggiando lungo orbite quasi identiche tra la Terra e la fascia degli asteroidi». Questo potrebbe significare che il nostro Pianeta e la Luna sono stati bersagliati da più meteoriti allo stesso tempo. «La mia ipotesi – conclude l'esperto – è che i due eventi fossero collegati».

domenica 19 maggio 2013 - 16:04   Ultimo aggiornamento: 16:04

Il lento declino degli informatori farmaceutici

Corriere della sera
di Giulia Cimpanelli


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Una professione che sta morendo. E non si parla di artigianato, né di funzioni sostituite dal web o dalla tecnologia, bensì degli informatori scientifici del farmaco, che da tempo vivono una profonda crisi. Se negli anni Novanta erano circa 22mila e nel 2000 erano arrivati a 34mila, oggi sono diminuiti a 16, di cui 5mila sono agenti di commercio.

E’ quanto denuncia la Federazione delle associazioni degli informatori scientifici del farmaco (Federaisf), quanto si presuppone dal netto taglio delle facoltà universitarie volte a garantire questo titolo, che da 10 sono passate a tre, e dalle esperienze dirette degli stessi professionisti. Dopo un periodo fiorente, durante il quale gli informatori avevano possibilità di carriera e venivano addirittura contattati dalle stesse aziende che giocavano al rialzo su stipendi e benefits per assumerli, oggi questi professionisti perdono il lavoro. Lo sa bene Mario Di Maira che a 54 anni è stato messo in mobilità dall’azienda farmaceutica di cui era dipendente da una decina d’anni e dopo 25 di lavoro nel settore.

Con lui sono state licenziati 150 informatori e altri 600 erano stati lasciate a casa negli anni precedenti. La crisi, dunque, miete vittime nel farmaceutico: “Ma la cosa incredibile è che la mia azienda ha tagliato 150 teste dopo un 2011 chiuso con un incremento del fatturato del 12 per cento”, spiega.
Allora a cosa è dovuta la crisi della professione? “Tutto è iniziato con l’avvento dei farmaci generici – commenta il presidente dell’Aiisf delle province di Novara e Verbania Fabrizio Di Lorenzo – che hanno acquisito una buona fetta di mercato facendo calare il fatturato delle farmaceutiche e aumentando la concorrenza al punto che la figura dell’informatore, nell’ottica delle aziende, ha ormai senso di esistere solamente nel caso di farmaci molto specifici e salvavita”. Una categoria probabilmente in lento ma inesorabile cammino verso la totale sparizione: “Le aziende non assumono più. Per questo per i giovani è inutile intraprenderla e chi viene licenziato fa molta fatica a ricollocarsi”, continua Di Lorenzo. Di Maira, per esempio, ci è riuscito ma a condizioni decisamente svantaggiose:
“Ero assunto a tempo indeterminato da una grande azienda. Ora ho dovuto aprire la partita iva e lavoro a provvigione per una piccola. Il mio tenore di vita è decisamente calato ma ad alcuni colleghi è andata peggio: sono rimasti disoccupati o lavorano per società poco serie che non pagano”.
Ultimamente, infatti, raccontano i due, piccole imprese di integratori o fitoterapici nascono all’ordine del giorno in un mercato che non è regolamentato: “Queste prendono decine di informatori a partita iva, li sottopagano e spesso le provvigioni si fanno attendere” E se non scomparirà del tutto, perlomeno, la professione cambierà radicalmente: “Si sta prevedendo addirittura un nuovo contratto di lavoro che non sarà più per informatori scientifici del farmaco ma per informatori commerciali del farmaco: dipendenti diretti delle direzioni vendite delle aziende che avranno anche la facoltà di vendere alle farmacie, più che quella di informare i medici sui prodotti farmacologici”.
 
Una figura ibrida con una spinta commerciale molto più forte: “Il tutto anche a scapito della sanità pubblica e dei cittadini che avranno medici sempre meno informati su principi attivi e controindicazioni dei farmaci in commercio”, conclude Di Lorenzo.

twitter@GiuliaCimpa

Nella movida estiva la sicurezza è garantita dai rom

Chiara Campo - Dom, 19/05/2013 - 16:17

Concorrenza sleale in zona 6: sconti alle associazioni amiche per aprire un "cocomeraio" e una discoteca. La pulizia e la sorveglianza? Ai nomadi 

Una «Cocomero night» lunga tre mesi. Dal 15 giugno al 10 settembre Massimo Bertani, economista e supporter di Sel, e Franco Mazzeo, anima del Barrio's Cafè che tanto si era adoperato per la vittoria di Giuliano Pisapia, hanno proposto al Consiglio di zona 6 due iniziative per ravvivare l'estate tra il Giambellino e i Navigli.

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Dal 15 giugno al 10 settembre vogliono aprire una tipica «anguriera» in piazza Tirana, una spazio di 40 metri quadri con inizio attività alle 17 chiusura a mezzanotte. «Chiuse tra viale Cassala, via Ludovico il Moro e la Ferrovia» hanno scoperto invece due strade senza nome, a fianco di una - come scrivono nella descrizione del progetto - «c'è un giardino con una fontana senza acqua, dall'altra sotto le arcate della Ferrovia si è stabilita una piccola comunità rom». Per scaricare la movida dal centro storico suggeriscono dunque di «allungare il Naviglio», fa diluire il divertimentificio del ticinese fino a quest'area degradata che si propongono di sistemare per aprirci tutti i venerdì, sabato e domenica dal 14 giugno al 21 luglio (dalle 22 alle 2) lo «SgrausoMusicHotel», bar e musica assicurati.

I soggetti giuridici di riferimento saranno la cooperativa sociale «Liberi Liberi» e l'associazione culturale «A me piace il sud» di cui fa parte Mazzeo. Tradotto dal consigliere comunale del Pdl Fabrizio De Pasquale: «Mentre negozianti e gestori di locali vengono tartassati con gli aumenti degli affitti e della Cosap, è diventata abitudine di questa amministrazione concedere aree e spazi alle associazioni amiche che poi li usano con finalità esclusivamente commerciali. Non hanno bisogno di licenze, hanno gli sconti della Cosap e fanno “concorrenza sleale” ai locali. Poi chiediamoci perché molti sono costretti a chiudere».

Il progetto sottoposto al Consiglio di Zona 6 ha già avuto il parere favorevole della Commissione cultura e dovrà avere l'ok definitivo nella prossima seduta del Parlamentino ma l'esponente del Pdl non ha dubbi che verranno concesse tutte le richieste: il patrocinio e con esso il riconoscimento dei coefficienti minimi per l'occupazione del suolo pubblico e il supporto per la stampa di locandine da parte della tipografia civica. Il valore aggiunto? La «Cocomero Night» «si avvarrà della collaborazione di uomini e donne detenuti o ex detenuti al fine di favorire un loro reinserimento lavorativo». Per piazza Tirana e per la movida lungo il Naviglio «è intenzione dei promotori coinvolgere membri della comunità rom per i servizi di pulizia e di vigilanza notturna».

E qui De Pasquale non può fare a meno di ironizzare: «La zona è totalmente sotto controllo dei nomadi, se non ci fosse un servizio d'ordine svolto da loro sarebbe difficile svolgere qualsiasi tipo di attività commerciale potranno stare tranquilli, non accadrà nulla. Ma non è un messaggio di integrazione, casomai la dimostrazione di come purtroppo stanno le cose». E la zona appartata per fare movida «mi sembra perfetta per un rave party, penso che ne avremo presto la prova». Ci sarà un palco e un punto ristorazione, verranno serviti panini, acqua e la birra assicurano i futuri gestori «solo in bicchieri di plastica».

Lo yacht di Bossi jr era una bufala. E l'assalto al Carroccio cola a picco

Luca Fazzo - Dom, 19/05/2013 - 07:53

Il "caso" era montato sui giornali dopo che il nome del figlio del Senatùr era spuntato dall'ordine di arresto di Belsito


E adesso, cosa farà il marmittone tunisino piazzato sul molo del porto di El Kantaoui a montare la guardia alla barca - un grezzo motoscafone, a dirla tutta - divenuto il simbolodella voracità della politica italiana, del nuovo leghista evoluto in vecchio, incontenibile trasporto per i confort della vita? Lo «Stella», entrobordo da venti e passa metri che per la Guardia di finanza apparteneva a Riccardo Bossi, figlio primogenito del fondatore della Lega Lombarda, esce repentinamente dalle cronache della nuova Tangentopoli in salsa Carroccio.

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La barca non è di Bossi junior: questa è l'amara verità che consegna alle cronache il verbale di interrogatorio del vero proprietario della barca. Il figlio del Senatùr, confermando in questo l'impressione di non essere particolarmente astuto, se ne vantava con le ragazze come di cosa sua. Invece era di un amico che qualche volta, e con parsimonia, gli permetteva di salirci a bordo.

Tutto qua. Non c'entrano i fondi neri della Lega, i diamanti di Belsito, i finanziamenti pubblici sperperati nel mantenimento della «family», come nelle carte dell'inchiesta veniva definito il cerchio magico dei parenti di Umberto Bossi. E quel che ne resta alla fine è, a ben vedere, un apologo su come i massmedia riescano ad entusiasmarsi per i luoghi comuni, l'ovvio, il clichè che - a volte meritatamente - incombono sui protagonisti della seconda Repubblica.

Il verbale di interrogatorio di Stefano Alessandri, un signore romano di 55 anni, reso alla Guardia di finanza e approdato ieri sulle pagine del Fatto Quotidiano - organo di stampa non sospettabile di indulgenza verso le disinvolture della casta - lascia pochi dubbi. Di prestanome che cercano di salvare il proprio politico di riferimento sono piene le cronache. Ma in questo caso si può escludere che si tratti di un alibi graziosamente offerto a Riccardo Bossi per salvare il salvabile.

Alessandri ha fornito alle «fiamme gialle» dati incontrovertibili per dimostrare che lo «Stella» è suo. Il fatto che sia stato comprato qualche anno prima che Alessandri e Bossi facessero la loro conoscenza, per esempio. Ma anche - secondo quanto si dice - un dato ancora più solido, perché proviene da quella fucina di rivelazioni che sono spesso i dissidi coniugali: quando il matrimonio di Alessandri è andato in crisi, tra i beni che la sua signora ha preteso di condividere nella separazione dei beni c'era anche il barcone. Il figlio di Bossi non c'entra niente.

La storia dello yacht era finita su tutte le prime pagine il giorno in cui erano scattate le manette ai polsi di Francesco Belsito, ex tesoriere della Lega Nord, l'uomo che già da qualche mese è sotto inchiesta per la allegra gestione della cassa padana. L'inchiesta principale, che ha decapitato il movimento e ha catapultato Roberto Maroni alla sua guida, è ancora in corso. Tra i motivi che rallentano la chiusura dell'indagine c'è anche la difficoltà di inquadrare esattamente nel codice penale le imprese di Belsito e, di rimbalzo, di Umberto Bossi.

Peculato, appropriazione indebita, truffa ai danni dello Stato? L'indagine milanese si è barcamenata a lungo tra sottigliezza giuridiche. Che i soldi erogati dallo Stato alla Lega Nord fossero impiegati per fini eterodossi è un dato di fatto. Ma quale reato in grado di reggere in aula si dovesse imputare a Bossi e Belsito è tema che ha fatto discutere a lungo i pm milanesi. Poi, all'improvviso, il 24 aprile Belsito, fino a quel momento indagato a piede libero, viene arrestato. Insieme a lui finiscono in cella altri personaggi piuttosto grigi, come quel Romolo Giarardelli, detto l'Ammiraglio, che incarnerebbe il trait d'union tra gli investimenti leghisti e quelli di alcuni clan della 'ndrangheta.

La lettura dell'ordine di cattura per Belsito non dà grandi soddisfazioni ai cronisti: false fatture, reati contabili, nulla in grado di appassionare i lettori. Se non fosse per le poche righe a pagina 32 in cui, per dimostrare la perdurante pericolosità di Belsito, nel provvedimento si parla della barca: «Uno yacht del valore di 2,5 milioni di euro che Riccardo Bossi, figlio di Umberto Bossi, avrebbe a suo tempo acquistato avvalendosi di un prestanome grazie ad un'ulteriore appropriazione indebita di Belsito». Bum. Il giorno dopo, la storia dello yacht di Bossi è su tutti i giornali, simbolo galleggiante di quella che è stata efficacemente ribattezzata «Lega Ladrona».

I pubblici ministeri, a dire il vero, invitano i cronisti alla cautela: dello yacht, spiegano, si parla in una intercettazione realizzata in un'altra indagine, «non siamo sicuri neanche che esista davvero». Ma lo yacht esiste, eccome. E infatti alla fine di aprile viene individuato in Tunisia dall'inviato del Corriere della sera. Il barcone è ormeggiato a El Kantaoui, settanta chilometri a sud di Hammamet, la Sant'Elena di Bettino Craxi. Le immagini dello «Stella» fanno il giro d'Italia.

Parte la rogatoria internazionale, il governo tunisino mette i sigilli allo yacht e piazza un agente di guardia al molo. Riccardo Bossi, che fino a quel momento ha taciuto, rilascia un'intervista a Chi negando di essere il padrone del vascello, ma non viene creduto. Però adesso il verbale di interrogatorio del vero padrone della barca costringe a prendere atto della realtà: lo yacht non è del figlio di Bossi. Che è un bauscia, come si dice a Milano. Ma per scoprire questo non serviva una rogatoria.

Pechino, nudo sullo scooter con la croce gigante: «L'ho fatto per noia»

Corriere della sera

Impazzano sui social le performance dell'artista Li per le strade della capitale: ma ora rischia il carcere. E non le farà più

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Ne succedono di cose strane a Pechino, megalopoli con oltre 20 milioni di abitanti: in questi giorni sono rimbalzate nella blogosfera le bizzarre istantanee di un ragazzo, completamente nudo, che di notte corre per le strade della capitale cinese portando in spalla una croce gigante. In un altro scatto lo si vede sfrecciare su uno scooter. Mistero. Per dare una spiegazione alla stramba sequenza se ne sono dette di ogni. La polizia ha chiesto aiuto a eventuali testimoni per identificare lo sconosciuto. Che ora è uscito allo scoperto e racconta il motivo del suo gesto. In realtà, il giovane era salito agli onori delle cronache già una volta: sempre di corsa, sempre nudo, ma con una bambola gonfiabile sottobraccio.

IPOTESI - Le foto sono state pubblicate sui social network cinesi e sono diventate virali in un batter d’occhio. Diversi blog e forum occidentali le hanno pescate e successivamente rilanciate: un uomo svestito corre in mezzo alla strada con una grossa croce. Sembra che stia scappando. Subito è iniziata la caccia all'identità e alle ragioni che possano avere spinto l’esibizionista a quell'insolita corsa notturna. Gli internauti hanno avanzato le ipotesi più disparate. Addirittura che potesse essere una sorta di provocazione collegata alla crescente persecuzione nei confronti dei cristiani in Cina. Nulla di tutto ciò. Sul microblog cinese Sina Weibo è stato tale Li Binyuan ad ammettere nel frattempo di essere lo «streaker di Wangjing». «Finora l’ho fatto una decina di volte, ma solo in sei occasioni mi hanno ripreso e messo online», racconta.

CON LA BAMBOLA GONFIABILE - Li si sarebbe laureato alla prestigiosa China Central Academy of Fine Arts, riferisce il blog Kotaku. Un artista, insomma. E come tale cerca di farsi notare. «Il tutto è nato per noia - spiega il ragazzo - poi, visto il successo, ho continuato». Aggiunge: «Dopo ogni corsa andavo online per vedere le reazioni della gente». Che, ovviamente, divergono. Per qualcuno è un gesto oltremodo offensivo, altri invece lo trovano semplicemente divertente. A inizio aprile la sua «performance artistica» finì su molti media, con tanti punti di domanda.

Di nuovo completamente nudo, era stato immortalato mentre correva per le strade della capitale tenendo sotto braccio una bambola gonfiabile. Dietro di lui una ragazza, altrettanto nuda. In un primo momento alcuni immaginavano che fossero le conseguenze di un gioco erotico finito male, altri pensano che si trattasse di una trovata pubblicitaria. La spiegazione, come detto, è tutt’altra: solo un'espressione artistica di un artista annoiato.

ULTIMA CORSA - In Cina, però, la nudità in pubblico è un reato. Se beccati si finisce diritto in cella. «Non credo che quello che ho fatto fosse sbagliato - sottolinea Li -  quando le persone sono stressate, hanno bisogno di staccare la spina». In ogni caso, dopo che la sua identità è stata scoperta, il ragazzo ammette che quella di qualche giorno fa è stata la sua ultima folle corsa.

Elmar Burchia
19 maggio 2013 | 12:48

Boldrini, una vita da regina grazie ai poveri immigrati

Libero

Donna in carriera, all’Alto commissariato Onu per i rifugiati aveva 8mila euro al mese con casa e viaggi pagati. Bastava difendere gli extracomunitari

di Matteo Pandini
@Padanians


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Per Laura Boldrini non è stato semplice cambiare vita. Dopo circa 25 anni passati nelle Agenzie delle Nazioni Unite ha lasciato il suo ultimo incarico (portavoce dell’Alto commissariato per i rifugiati, l’Unhcr) solo dopo essere stata eletta alla Camera grazie a Sinistra ecologia e libertà. Ha detto addio a un contratto da dirigente ma è caduta in piedi, perché è passata dai quasi 8mila euro netti al mese della sua vecchia attività ai circa 17.600 che spettano alla terza carica dello Stato, prontamente ridotti a 12.500 dopo la sobria sforbiciata decisa col suo omologo a Palazzo Madama, Piero Grasso.

Un taglio che ha entusiasmato i grillini e che ha galvanizzato i fan di questa acerrima rivale dell’ultimo governo di centrodestra, troppo duro - a suo dire - con gli extracomunitari. A sessant’anni - gliene mancano otto - la dottoressa Boldrini avrà già diritto a una pensioncina che, assicurano dal suo efficientissimo staff, non è stata ancora calcolata con precisione ma senza dubbio sarà «contenuta». D’altronde l’ha maturata in soli quindici primavere.

Nulla di strano, per certi ambienti. Quelli delle organizzazioni internazionali sono contratti particolari, che di solito durano da uno a tre anni e possono essere rinnovati. Spesso i funzionari hanno benefit come l’affitto della casa e il rimborso della retta scolastica dei figli, oltre a correzioni alla busta paga in base al costo della vita e la copertura finanziaria per alcuni viaggi privati. Ma com’è stata la carriera dell’attuale presidente della Camera? Negli anni Ottanta aveva cominciato a lavorare per la Fao, accantonando una sommetta ogni mese per ottenere il vitalizio.

I fondi non furono sufficienti per acquisire il diritto: al termine dell’incarico le vennero restituiti. Nel 1993 è passata al Programma alimentare mondiale. Ruolo di portavoce per l’Italia. Un incarico che non prevedeva copertura previdenziale. Poi, il grande salto: portavoce dell’Alto commissariato. Contratto importante, tecnicamente inquadrato come P4, step XI. Dodici mensilità tra i 7 e gli 8 mila euro. Netti. Senza trattamento di fine rapporto.

A differenza di altri colleghi, non ha avuto il rimborso per gli studi della figlia ventenne (che Chi ha descritto impegnata sui libri in quel di Londra per laurearsi in Scienze politiche). Ovviamente, i viaggi per attività istituzionale (con alberghi e ristoranti connessi) sono stati a carico dell’Agenzia. E meno male per lei, visto che la terza carica dello Stato non s’era risparmiata. Ha girato come una trottola. Non solo in Europa o nell'area del Mediterraneo. Missioni su missioni. Anche in luoghi di crisi. Pakistan, Afghanistan, ex Jugoslavia, Caucaso, Iran, Angola, Ruanda, Sudan.

Dalla mezzanotte (ora di Ginevra) del 16 maggio sono scaduti i termini per farsi avanti e sperare di occupare il posto lasciato libero dalla dottoressa Boldrini. Sul sito dell’Unhcr sono snocciolati i compiti di chi vuole cimentarsi in un incarico così delicato. Sul web sono elencati con precisione. Tra le altre cose, il prescelto dovrà mantenere i contatti con le autorità nazionali e i mass media e curare le missioni diplomatiche. Il tutto con un obiettivo primario: il bene dei rifugiati. Che l’Unhcr vuole ovviamente «proteggere e assistere» per «trovare soluzioni durevoli».

Il successore dell’attuale presidente della Camera dovrà affrontare seminari, conferenze, tavole rotonde sui temi umanitari. E poi, come chiarisce il sito internet ufficiale, dovrà produrre comunicati stampa. Evidenziare i problemi dei rifugiati. Organizzare corsi di formazione per giornalisti. Condurre gruppi di cronisti nella aree di emergenza per «aumentare la visibilità dell’Unhcr». Informare il personale. Mica tutti possono ambire a un ruolo del genere. È richiesta la laurea, almeno dieci anni d’esperienza, la perfetta conoscenza dei problemi dei rifugiati e le leggi dei diversi Paesi.

Ottima padronanza dell’inglese e dell’italiano. Oltre, ovviamente, a «eccellenti capacità relazionali». E attitudine a parlare in pubblico. Laura Boldrini era così brava da meritarsi la definizione di personaggio dell’anno nel primo numero del 2010 di Famiglia cristiana. Era diventata un punto di riferimento per chi s’indignava contro il centrodestra, in particolare per i respingimenti dei barconi in arrivo dall’Africa. Solo Nichi Vendola poteva far cambiare vita alla dottoressa Boldrini. Originaria di Macerata, in una delle sue prime uscite pubbliche ha deciso d’andare al funerale di una coppia d’anziani suoi corregionali.

Si erano suicidati per problemi economici. La fresca presidente della Camera, già portavoce dell’Alto commissariato, aveva spiazzato tutti: «Non immaginavo tanta povertà». Dopo tutto quel girovagare, bentornata in Italia.

Lavaggio a più di 40° C, tessuto rovinato: chiamata in causa legittima

La Stampa


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Un’azienda affida ad una società appaltatrice l’incarico di eseguire dei ricami su una partita di tessuto 100% nylon. In conseguenza dei vizi manifestatisi nel tessuto dopo l’esecuzione dei lavori di ricamo (perdita del colore originale che rende il tessuto inutilizzabile per la confezione di magliette) si rivolge al Tribunale per la dichiarazione di risoluzione del contratto di appalto, chiedendo un risarcimento danni di oltre 54mila euro. La ditta appaltatrice, invece, chiede il pagamento del corrispettivo dovuto per i ricami e chiama in causa, chiedendo di essere manlevata, la società che aveva eseguito l’operazione di disintegrazione del tessuto di supporto per il ricamo. All’esito dei due giudizi di merito viene riconosciuta la responsabilità di quest'ultima azienda, nella misura del 70%, per aver effettuato il lavoro «senza assicurarsi preventivamente, mediante prove preliminari», che il tessuto non venisse a subire danneggiamenti o alterazioni a seguito della sua sottoposizione ad un bagno a temperatura superiore a 40° C.

Il restante 30% di responsabilità, invece, è addebitato alla società appaltatrice per aver negligentemente omesso di «comunicare alla subappaltatrice che il tessuto», per non subire degradazioni dei colori originali, «avrebbe dovuto essere sottoposto ad un bagno ad una temperatura non superiore a 40° C». La Cassazione (sentenza 3978/13) precisa che, in merito alla chiamata in causa del terzo (la società che aveva eseguito l'opera di disintegrazione del tessuto di supporto per il ricamo) per garanzia impropria, «la procura alle liti conferisce al difensore il potere di proporre tutte le domande che non eccedano l’ambito originario della lite», di conseguenza è nella «facoltà del procuratore convenuto chiamare in causa un terzo onde sollevare il convenuto stesso dall’eventuale soccombenza nei confronti dell’attore».

In pratica, è corretta, secondo la Cassazione, la decisione del giudice di appello di ritenere estesa la procura conferita al difensore del convenuto, nella copia notificata dell’atto di citazione, «anche alla chiamata in causa di terzo ai fini di garanzia impropria in quanto detta domanda di manleva non eccedeva l’ambito della lite originaria». La S.C., infine, esclude ogni concorso di colpa della committente, ravvisando tale concorso esclusivamente nell’ambito del rapporto contrattuale tra società appaltatrice e subappaltatrice.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Nessuno compra più carte In crisi i re della Modiano

Corriere della sera

Settanta in cassa integrazione. La concorrenza cinese «Non è colpa delle slot. Chi le usa vuole stare solo»

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La recessione non risparmia nemmeno le carte da gioco made in Italy. E così uno dei marchi italiani di maggior prestigio, la Modiano di Trieste, è entrato in crisi. La notizia è che la quasi totalità dei lavoratori, 70 unità, è stata messa in cassa integrazione a rotazione fino a metà agosto. I magazzini sono pieni, gli ordini non arrivano e i proprietari dell'azienda, la famiglia Crechici, hanno convocato i sindacati e concordato il da farsi. Assieme ai veneti della Dal Negro la Modiano si è sempre spartita il mercato italiano sostanzialmente fifty fifty, poi ha sviluppato con successo le esportazioni e una strategia commerciale orientata alla collaborazione totale con i grandi clienti.

Che chiedevano carte ad hoc, con i loro brand e i loro slogan, da usare come alternativa alle inserzioni pubblicitarie o agli spot in tv. Ma è proprio questo mercato delle promozioni ad essere crollato per colpa della crisi e dei tagli alle spese operati soprattutto dalle aziende produttrici di bevande alcooliche. A mettere ulteriormente in difficoltà la Modiano (che fattura circa 12 milioni di euro l'anno) è intervenuta la crescente concorrenza dei cinesi (grandi produttori del settore) o di chi ha delocalizzato e reimporta in Italia carte da gioco fabbricate in Paesi a basso costo del lavoro. Tempo fa girava su Youtube, e aveva conosciuto un certo successo tra i navigatori, un video che ritraeva gli operai cinesi di una fabbrica di carte che le inscatolavano a velocità supersonica a guisa di moderni Charlot.

Il mercato delle carte vive principalmente sui frequentatori dei bar o dei circoli tipo Acli e Arci e grazie a loro c'è stata finora una buona rotazione degli acquisti. Si calcola che un mazzo di carte in un bar duri poco più di un mese e ogni punto vendita per essere all'altezza delle richieste dei giocatori ne deve avere nel cassetto almeno una dozzina. Chi conosce questo mondo sostiene che l'offensiva di videopoker e slot machine non ha intaccato l'amore per briscola, tressette e zecchinetta. Dice Marcello Fiore, direttore generale e memoria storica della Fipe (federazione pubblici esercizi):

«Sono due segmenti di mercato e di società diversi tra loro. Chi ama le carte è portato a socializzare e a condividere con gli amici la sua passione, chi gioca con le macchine elettroniche preferisce star da solo». Fiore aggiunge che il gioco delle carte, almeno storicamente, in Italia è stato interclassista. E del resto nei bar di paese è facile ancora trovare il farmacista o l'avvocato che giocano ore assieme al bidello o al pescatore. Se vogliamo anche questa è una forma di ludopatia, decisamente mite e poco dispendiosa visto che la posta in palio, nove volte su dieci, è una consumazione al bancone.

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Modiano, dunque, rappresenta un pezzo dell'identità italiana, quella che la casa editrice Il Mulino celebrò con una collana diretta da Ernesto Galli della Loggia. La nascita dell'azienda risale addirittura al 1868 quando Saul David Modiano arrivò da Salonicco nella città giuliana con l'idea di sviluppare il traffico commerciale con l'Oriente e invece avviò un'impresa che all'inizio produceva e commerciava cartine per sigarette. Al tempo Trieste era una piccola Detroit delle carte da gioco e Modiano fiutò l'aria, superò in qualità i suoi concorrenti e aprì fabbriche anche a Fiume e Budapest.

Alla vigilia della prima guerra mondiale il gruppo dava lavoro a mille dipendenti. Non sempre però le cose sono andate per il verso giusto e i Modiano usciranno di scena circa un secolo dopo, per la precisione nel 1988, quando la Grafad di Giulio Crechici, un'azienda cartotecnica, subentra, ristruttura e prosegue l'attività in maniera lusinghiera. Sceglie una nicchia di mercato, segue l'evoluzione tecnologica dei materiali (il pvc) da applicare alle carte, sviluppa un modello di business che la metta al riparo dalla concorrenza. Il fascino del brand è rimasto sempre elevato e i manifesti Modiano - specie quelli firmati dal triestino Marcello Dudovich, il più noto dei cartellonisti italiani - sono apparsi spesso in film italiani e stranieri.

La Grande Crisi, però, per dirla con Totò si sta rivelando «una livella» e non risparmia nemmeno tradizioni imprenditoriali e artistiche del calibro di quella dei Modiano. Nel maggio 2012 aveva chiuso per trasferirsi nella Repubblica Ceca anche un'altra storica azienda giuliana, la liquori Stock, che guarda caso era stata uno dei clienti più affezionati nell'ordinare mazzi di carte da gioco da regalare come promozione ai baristi. Ora i sindacalisti triestini che seguono le vicende della Modiano sono molti preoccupati. Quei magazzini pieni di carte invendute non li lasciano dormire tranquilli e solo ad agosto sapremo se i 70 operai rientreranno a tempo pieno.

Dario Di Vico
19 maggio 2013 | 9:38

Ingroia, il pm che non rinuncia ai cortei

Fabrizio Rondolino - Dom, 19/05/2013 - 07:51

La Fiom chiama a raccolta tutti gli antagonisti in funzione anti Pd. Ma i magistrati non possono manifestare


Non s'era mai vista una manifestazione così imponente contro il Partito democratico, e per di più nella mitica piazza romana di San Giovanni. Tutta la sinistra di lotta e di autogoverno s'è raccolta intorno a Maurizio Landini, l'eroe della Fiom e dei talk show che piacciono alla gente che piace, per mettere sotto pubblico e popolare processo la scelta del Pd, sofferta e in gran parte subìta, di compiere un tratto di strada comune insieme al Pdl.

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All'appello della Fiom, la rocca fortificata del movimento operaio che fu, hanno risposto grandi e piccini: Sinistra e libertà al gran completo con un Vendola radioso («Non do consigli ad Epifani, dico solo che sono di sinistra e se non vengo al corteo della Fiom non so dove altro potrei andare»), i comunisti combattenti di Ferrero e di Diliberto, il presidente mancato Stefano Rodotà (che dopo le medaglie grilline ha ricevuto anche la tessera onoraria della Fiom), l'immancabile Gino Strada, il valdostano renitente Antonino Ingroia (ma i magistrati possono andare in piazza?) e - novità politica di non poco conto - un certo numero di parlamentari e simpatizzanti del Movimento 5 stelle.

«Non capisco - ha scandito Landini fra gli applausi - come si possa essere al governo con Berlusconi e avere paura di essere qui». L'imputato contumace è il Pd, e sebbene la manifestazione fosse sulla carta «per il diritto al lavoro, all'istruzione, alla salute, al reddito, alla cittadinanza, per la giustizia sociale e la democrazia», in realtà è stata tutta contro il governo. O meglio: contro l'idea stessa di un governo Pd-Pdl, a prescindere. Così, l'assenza dalla piazza è diventata agli occhi dei manifestanti la prova provata del tradimento: «Chi non c'è parla da solo», ha minacciato Landini.

In realtà qualcuno del Pd in piazza c'era, e neppure dei meno importanti se si guarda all'imminente campagna congressuale: hanno sfilato con gli irriducibili il «giovane turco» Matteo Orfini e l'ex ministro Fabrizio Barca, ambizioso candidato alla segreteria, insieme all'intramontabile Sergio Cofferati, che si è pubblicamente lamentato per l'assenza del suo partito. Ma la loro presenza, certamente calcolata ai fini delle personali carriere, ha assunto il carattere di una sfida interna e di un posizionamento futuro che darà molto filo da torcere al governo.

La verità è che il Pd è il ground zero della politica italiana e l'elezione di Epifani alla segreteria appare sempre più, col passare dei giorni, il fragile tentativo di coprire l'assenza di una linea politica con un'assenza di leadership. Non c'è, né al Nazareno né nelle assemblee parlamentari, un gruppo dirigente cosciente della situazione e del proprio compito. Nessuno ha mai fatto un'analisi anche superficiale della sconfitta elettorale e della situazione che ne è scaturita. Nessuno ha saputo spiegare con convinzione e ragionevolezza la necessità del governo Letta. Nessuno è stato capace di coglierne il valore positivo e di scorgervi l'occasione per una ridefinizione del sistema politico capace di portare vantaggi a tutti.

Al contrario, il corpaccione democratico ha subìto passivamente la nascita del governo e ogni giorno continua a subirne l'esistenza, vergognandosi in privato e in pubblico. «Noi siamo la parte migliore del paese», ha detto a un certo punto Landini: come a significare che il Pd sta invece con la parte peggiore. Epifani avrebbe dovuto rispondere a muso duro, e invece - siccome concorda in cuor suo con Landini sull'appartenenza alla «parte migliore» - ha chiesto goffamente scusa: «Non importa esserci, importa dare le risposte». Che è un po' come ammettere: il Pd non c'è (più), e se c'è dorme.

A San Giovanni non è nato un nuovo partito (non ancora, almeno), ma è stato gettato il seme di un nuovo governo, o almeno di una nuova maggioranza possibile. L'adesione dei Cinque stelle alla manifestazione è un inedito assoluto, e segna una tappa importante dell'Opa grillina sul Pd. Con un'indubbia e divertita abilità tattica, Grillo ha mandato Bersani a schiantarsi due volte, prima con il suo «governo di cambiamento» e poi con la candidatura di Prodi al Quirinale: e ora che il Pd è al governo col Pdl, è pronto a prendersi tutti gli scontenti per ricominciare dalla casella iniziale. Che è, manco a dirlo, l'antiberlusconismo della «parte migliore» del Paese. Grillo, del resto, l'ha detto con chiarezza: al prossimo giro, quello finale, ci saremo soltanto noi e il Cavaliere. Stupisce che il Pd non sollevi obiezioni.

Il sindaco Bloomberg: “Non andate all’Università, fate gli idraulici”

Corriere della sera
di Benedetta Argentieri


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Consigli non richiesti. Forse. Ma che comunque arrivano da un uomo importante. Micheal Bloomberg, sindaco di New York, durante una trasmissione radiofonica, parla ai giovani americani. O meglio, agli studenti che facendo una gran fatica pagano le tasse universitarie (che ammontano fino a 50mila dollari) per frequentare una delle tante prestigiose università statunitensi. E che alla fine “non sono così bravi”. Proprio i ragazzi che non eccellono negli studi “avranno più problemi” dopo la laurea per trovare un lavoro. Bloomberg non ha dubbi: “Meglio diventare idraulici”. Risparmiare tutti quei soldi  e investirli in una scuola professionale. Lui, la chiama, “una scommessa vincente”.

Insomma il sindaco sembra spezzare i sogni di quei migliaia di giovani che hanno deciso di investire nella propria istruzione e puntare sul futuro.Magari indebitandosi con “il prestito d’onore”. Ma non riescono a emergere “con ottimi voti”. Vista la situazione economica per Bloomberg è meglio lasciar perdere e puntare su un mestiere che “servirà sempre”. Appunto, l’idraulico.

Neanche a dirlo, queste frasi hanno scatenato polemica oltreoceano.  Ma Mark Kantrowitz, autorità nel settore finanziario che riguarda gli studenti, gli dà ragione a metà. “Non è detto che se vai al college poi riuscirai ad avere un buon lavoro”. In ogni caso, per lui, “l’università è comunque un buon investimento”.

E in Italia? Già l’ex ministro Fornero, a ottobre dello scorso anno, aveva detto anche lei la sua: “In un mercato aperto come quello europeo laurearsi per laurearsi serve a poco. Se ci si laurea male si hanno competenze modeste, che portano poco lontano, meglio non inseguire il titolo per essere dottori per forza. Meglio avere una formazione tecnica spendibile”. A marzo l’allerme delle università: crollo degli iscritti. Anche perché, secondo le statistiche, i laureati trovano meno lavoro rispetto a chi ha smesso di studiare prima.

Napoli. Arriva il camion per riparare la buca ma resta incastrato nella buca

Il Mattino

Dopo mesi di richieste arriva la squadra per riparare il pericoloso fosso davanti alla scuola elementare. Parcheggia e sprofonda nella voragine

di Claudia Procentese


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A cadere nella buca stradale, questa volta, è lo stesso camion giunto sul posto per ripararla. È successo nel quartiere di San Pietro a Patierno. Dopo innumerevoli richieste di intervento nei giorni precedenti per una serie di avvallamenti lungo la carreggiata, finalmente, ieri mattina, in via dei Reggiolari, arriva il mezzo della ditta che si occupa della manutenzione stradale per conto del Comune di Napoli. La buca si trova a pochi passi dalla scuola elementare Oriani, i residenti avevano da tempo segnalato la sua presenza pericolosa per pedoni e veicoli. Poco dopo le 9, gli operai sono al lavoro allo scopo di colmarla, quando il camion viene inghiottito dall’avvallamento che cede sotto lo stesso peso del furgone.

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Chi guida l’automezzo, nonostante una serie di delicate manovre, non riesce a scansare la mini voragine che nel frattempo gli si è aperta sotto. La ditta, a questo punto, è costretta a chiedere aiuti e a sospendere i lavori. Nessun ferito, dunque. Soltanto qualche amara risata per l’avventura paradossale. “Solo Eduardo De Filippo, ormai, potrebbe trovare le parole per descrivere quello che sta accadendo a Napoli - commenta il consigliere della settima municipalità Mauro Marotta, che aveva chiesto la verifica del Servizio fognature sul tratto viario in questione ed il primo a giungere, ieri, sul posto -. Ridicolo? Di più, direi grottesco. Quest’episodio rappresenta tutta l’approssimazione di chi ci amministra”.

 
venerdì 17 maggio 2013 - 21:09   Ultimo aggiornamento: sabato 18 maggio 2013 13:01

Sinistra, coop e Regione "fuggono" dal Forteto (con 30 anni di ritardo)

Stefano Filippi - Dom, 19/05/2013 - 07:40

Tutti fingono di dimenticare che il primo a smascherare, già nel '79, la comunità toscana dell'orrore fu Carlo Casini

La sinistra imbarazzata prende le distanze dal Forteto, le Coop ne cambiano i vertici, la Regione chiede i danni dopo aver finanziato la coop, l'establishment politico-intellettuale di Firenze tace così come i magistrati minorili che frequentavano abitualmente la comunità dei bimbi abusati (mandati in affido sul Mugello proprio dal loro tribunale).

Ma possono dire che non sapevano?
No. Sarebbe una vergognosa menzogna. Del Forteto si sapeva molto, e già agli inizi della loro attività.

CatturaFondata nel 1977, la comunità viene messa sotto inchiesta nel 1979 da un magistrato che dava fastidio al palazzo di giustizia di Firenze: Carlo Casini, futuro parlamentare Dc e leader del «Movimento per la vita». In un ambiente di toghe progressiste e dunque illuminate, egli era l'integralista retrogrado. Casini fece arrestare Rodolfo Fiesoli, il Profeta del Forteto, e il suo braccio destro Luigi Goffredi, in seguito entrambi condannati in primo grado, in appello e in Cassazione. La sentenza divenne definitiva nel 1985. I reati accertati gravissimi: maltrattamenti, lesioni aggravate continuate e atti di libidine violenti su minori (tra cui una disabile) aggravati dal fatto che Fiesoli era l'affidatario.

La sentenza della prima sezione penale della Corte d'appello di Firenze, poi confermata in Cassazione, è datata 3 gennaio 1985. Sembra di leggere gli atti della procura di Firenze che nel 2011 ha riaperto il caso e lo scorso aprile ha ottenuto il rinvio a giudizio di 23 capi della comunità (il processo si aprirà il 4 ottobre). Nella motivazione compaiono già le allucinanti tecniche «rieducative» applicate nei 35 anni a venire: la pedofilia, l'omosessualità come terapia per liberarsi delle schiavitù sessuali, il rinnegamento della famiglia d'origine, le tecniche del «chiarimento» pubblico.

E già nell'85 i giudici di Firenze registravano il favore con cui assistenti sociali, psichiatri e psicologi giudicavano «positiva l'attività del Forteto» in virtù dei «riconoscimenti arrivati dal tribunale dei minori dopo l'inizio del processo». I giudici minorili, infatti, continuavano a inviare bambini in affido alla comunità nonostante le condanne per reati specifici. Ma il processo istruito da un pm cattolico e conservatore era considerato un «errore giudiziario». 

«Il verdetto non scalfì il prestigio di una comunità considerata un modello anche da chi mi aveva preceduto alla guida del tribunale dei minori», ha detto al Corriere Fiorentino il dottor Piero Tony, magistrato minorile a Firenze dal 1984 al 2004 (dal 1998 anche presidente). Nel 1980 un consigliere regionale Dc, Rinaldo Innaco, presentò due interrogazioni sul Forteto prima che la Regione acquistasse una vasta area boschiva sul Mugello da affittare alla comunità: rimasero lettera morta nonostante denunciassero i metodi che vi venivano applicati. 


E fu ignorato anche un pronunciamento ben più autorevole, la sentenza di condanna contro l'Italia (multa di 200 milioni di lire come risarcimento danni morali) emessa il 3 luglio 2000 dalla Corte europea dei diritti dell'uomo alla quale aveva fatto ricorso una madre, emigrata in Belgio, cui erano stati strappati i due figli per essere affidati al Forteto. La Corte di Strasburgo non usò mezze frasi per smascherare la comune-modello e i suoi appoggi: «Questa situazione e i precedenti penali di Fiesoli e Goffredi avrebbero dovuto indurre il tribunale dei minorenni a esercitare una maggiore sorveglianza riguardo al controllo dei bambini all'interno del Forteto, i cui responsabili operano in una comunità che non sembra sottoposta a un effettivo controllo da parte delle autorità competenti». 

Quando i funzionari europei vennero sul Mugello per un'ispezione, furono accolti da una messinscena: due locali della villa degli orrori trasformati ad hoc in un luogo dove i genitori affidatari vivevano assieme ai bambini, con tanto di lettini e giochi. Le cosiddette «sacre stanze» sono pronte per essere allestite in occasione dei controlli (rarissimi) dei servizi sociali e delle visite (ostacolate il più possibile) dei parenti. Ma nemmeno in anni più vicini a noi sono mancate le denunce. I dottori Massimo De Berardinis e Marino Marunti erano stati nominati dalla Asl 10 di Firenze responsabili delle Unità funzionali per la salute mentale. Essi hanno esposto più volte ai loro superiori dubbi e perplessità sui metodi del Forteto, in primo luogo le violazioni della legge. 

«La legge sull'affido - ha dichiarato il dottor De Berardinis - non era assolutamente nulla di quanto si sosteneva» al Forteto, che propugnava «una posizione ideologico/concettuale assolutamente paranoide». Ma non furono ascoltati, anzi vennero penalizzati nel loro lavoro perché i vertici del Forteto, secondo i dirigenti delle strutture sanitarie, erano «persone perbene». Ascoltato dalla commissione regionale d'inchiesta, il dottor Marunti ha documentato che era stato costretto a subire «un clima di isolamento e mobbing». All'inizio del 2010 ha scelto di andare in pensione anticipata.

L'imam terrorista di viale Jenner espulso dall'Italia

Luca Fazzo - Dom, 19/05/2013 - 07:16


MilanoVolo diretto Roma-Il Cairo per l'imam terrorista di viale Jenner: con buona pace del Tar della Lombardia e del Consiglio di Stato, che gli avevano concesso lo status di rifugiato politico; e con buona pace (si spera) anche dei fedeli della moschea che due venerdì fa si erano riuniti in preghiera al Palasharp per chiedere che Abu Imad rimanesse al suo posto.
 

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Invece nei giorni scorsi un decreto del ministro dell'Interno ha messo bruscamente fine all'esperienza italiana di Arman Ahmed El Hissini Helmy (questo il nome anagrafico del predicatore) espellendolo dall'Italia con effetto immediato, e riconsegnandolo alle autorità del suo paese. Sarà il governo egiziano a decidere ora che fare di Abu Imad. Sotto il regime di Hosni Mubarak avrebbe forse rischiato pesante, visto che tra i reati per cui in patria era ricercato c'era un progetto di fare la pelle proprio a Mubarak. Ma il rais è in galera, al Cairo comandano i fratelli musulmani. E nel nuovo corso integralista seguito alla «primavera araba» Abu Imad dovrebbe trovarsi a suo agio. A Milano, dove ha predicato per un decennio nella più importante moschea della città, Abu Imad - un signore dai modi

apparentemente pacati, quasi sempre disponibile al dialogo con i giornalisti - aveva fatto di viale Jenner un centro di reclutamento e finanziamento della guerra santa internazionale. In questo si era dimostrato un buon erede dell'imam precedente, che aveva lasciato l'incarico per andare a combattere e morire in Bosnia. Le indagini della Procura di Milano avevano accertato che - tranne l'ultimo periodo, quando le sue posizioni si erano fatte più moderate - a Milano Abu Imad era stato un punto di riferimento prezioso per il terrorismo internazionale: non diversamente dal suo collega Abu Omar, imam della moschea di via Quaranta, divenuto famoso in tutto il mondo per essere stato rapito dalla Cia nel febbraio 2003.

Mentre Abu Omar veniva inghiottito dalle carceri egiziane, Abu Imad continuava tranquillamente a predicare a Milano. Anzi, otteneva lo stato di rifugiato politico, grazie a una sentenza del Tar lombardo che lo metteva al riparo dall'estradizione: «l'appartenenza a un movimento religioso che si connoti per una radicale intransigenza ideologica non può di per sé sola costituire ragione di persecuzione politica», scrivevano i giudici del Tar.

Poi, però, Abu Imad è stato condannato per terrorismo, ed è finito nel carcere di massima sicurezza di Benevento a scontare la pena. Lo stato di rifugiato gli è stato revocato. Ma nè lui nè la comunità di viale Jenner si sono arresi alla prospettiva della sua espulsione alla fine della pena. Anche perché la condanna per terrorismo non contemplava - in considerazione del ravvedimento, seppur tardivo, dell'imam - il rimpatrio forzato.

Così, man mano che si avvicinava la fine della pena di Abu Imad e la sua scarcerazione, hanno iniziato a muoversi i due fronti: la comunità islamica che premeva per un permesso di soggiorno, la questura di Milano che avrebbe visto con sollievo l'espulsione. Alla fine, ha vinto la questura.