sabato 18 maggio 2013

Kyenge: "Posto pubblico agli immigrati" e gli italiani restano disoccupati

Libero
di Ignazio Stagno



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Il Ministro dell'integrazione Cecile Kyenge vuole incentivare l'occupazione. Degli immigrati però. Sul suo sito personale, www.cecilekyenge.it, durante la campagna elettorale nelle fila del Pd prometteva posti di lavoro ai migranti nella pubblica amministrazione. La Kyenge che si è già distinta per voler introdurre lo ius soli e abolire il reato di clandestinità ora a quanto pare avrebbe in testa di dare un posto pubblico agli immigrati. Sul suo sito nemmeno tanto tempo fa scriveva: "Serve una legge organica sul diritto di asilo. Questa è una delle proposte che intendo portare avanti che sarà la garanzia di accesso per i migranti ai posti nella pubblica amministrazione, su esempio di ciò che furono in le americane “affermative action”, politiche già applicate in Gran Bretagna. L’Emilia Romagna già applica in parte queste possibilità, ma anche molte grandi aziende estere hanno compreso che i migranti possono essere un volano per l’economia nonché referenti privilegiati per dialogare e creare partnership commerciali con i paesi di origine anche nel settore privato".

Precedenza agli immigrati - La Kyenge pretendeva pure che la misura fosse adottata nei primi cento giorni dell'eventuale governo Bersani. Le cose poi sono andate diversamente. Bersani a palazzo Chigi non è entrato. ha sbattuto sul muro a Cinque Stelle. Lei invece, accettando le larghe intese, si è presa il "posto" da ministro e ora punta a cambiare radicalmente le politiche sociali del Paese. Le affermative action a cui si riferisce il ministro sono delle misure di tutela per le minoranze. Quote di impiego bloccate per chi appartiene ad una minoranza. In un momento di crisi come quello che l'Italia sta attraversando in questo momento, e con una disoccupazione galoppante pensare a dare un posto fisso agli immigrati lasciando indietro gli italiani potrebbe scatebnare una bufera senza precedenti. Il lavoro pubblico o privato che sia non si ottiene perchè si ha un determinato colore della pelle. Il merito è l'unico giudice delle capacità di chi vuole lavorare. Con buona pace della Kyenge.

Non va ai funerali  - Intanto oggi si celebrano a Milano i funerali delle vittime delle picconate del ghanese Kabobo. Centinaia di milanesi hanno voluto portare un saluto, l'ultimo, a chi è rimasto sotto i colpi del clandestino. Ma c'è un'assenza che fa rumore ed è quella del ministro Kyenge. Lei non ha partecipato alle esequie. La sua presenza poteva essere un segnale per ricucire la polemica dopo le sue parole che hanno cercato di sconfessare una "relazione tra immigrati e reati". I numeri dicono il contrario e la Kyenge a quanto pare non lo sa. In chiesa durante il funerale erano presenti  il sindaco Giuliano Pisapia con gli assessori Pierfrancesco Majorino e Lucia De Cesaris, l'assessore regionale alla Sanità Mario Mantovani, il presidente della Provincia Guido Podestà e il capo della Polizia Locale Tullio Mastrangelo. La Kyenge no. Eppure il suo ministero riguarda l'integrazione. Partecipare ai funerali sarebbe stato un gesto opportuno.

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L'elenco di chi se la sfanga: ecco chi non paga le multe

Libero

In molti Comuni da lunedì non opererà più Equitalia: scopri chi potrebbe "sfangarsela" e non saldare la contravvenzione. Le condizioni e i tempi


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La notizia è di qualche giorno fa: c'è un piccolo esercito di italiani che potrebbe non pagare vecchie multe. Un'ancora di salvezza per i recidivi della cintura, per i parcheggiatori selvaggi ma anche per chi non vuole pagare la tassa sui rifiuti (o per chi, semplicemente, si è dimenticato di farlo). E' successo che la riscossione non tocca più ad Equitalia: la società ha comunicato ai sindaci di interrompere, dal 20 maggio, l'invio di ogni documento. Perché? Perché mancherebbe il tempo per incassare le multe, infatti dal primo luglio Equitalia deve cessare l'attività. Il provvedimento affonda le radici nel passato, nel decreto Sviluppo del 2011 varato dal governo Monti che sgravò dal compito l'ente di riscossione. Ma molti Comuni, circa 2000, non si sono organizzati per tempo. Resta il buco: non c'è nessuno che riscuote.

Mancate entrate - Difficile, anzi utopico, immaginare che senza un messo o una società che deve recuperare i crediti un cittadino accetti comunque di pagare. La conseguenza per i Comuni potrebbe essere pesantissima: la stima delle mancate entrate è di 1,4 miliardi di euro l'anno (un calcolo che non tiene conto degli importi di Imu e tassa sui rifiuti). Per inciso, di questo testoretto il 50%, quindi circa 700 milioni all'anno, sarebbe destinato alla sicurezza stradale. Per essere chiari, insomma, da lunedì potremmo ritrovari molte buche in più nell'asfalto delle nostre città, cittadine e paesi.

Le condizioni - Sì, è "tutto vero": la possibilità di restare impuniti e di non pagare tasse salate è concreta. Ma per chi? In primis per chi deve pagare nei Comuni e nelle Province che non si sono organizzate per tempo dopo l'avvicendamento di Equitalia. Quindi un'importante premessa: dato che l'attività di Equitalia riguardava solo Comuni e Province, le multe che potrebbero non essere saldate sono quelle comminati dalla polizia locale o provinciale, i vigili urbani insomma. Per le altre infrazioni - Polizia e Carabinieri - non cambia nulla e chi è stato beccato, semplicemente, dovrà pagare.

I tempi - Altra nota importante. Equitalia, nella riscossione delle multe, entrava in campo soltanto quando il "pizzicato" non voleva saldare il conto, quando vi era una "ragionevole sicurezza" che il pagamento non sarebbe avvenuto. Un lasso di tempo non definito con precisione, ma comunque molto lungo. Per intendersi vengono sommati i tempi di legge a quelli di un eventuale ricorso, nell'attesa dell'amministrazione che, anche dopo la scadenza dei termini, tende ad aspettare il pagamento prima di suonare al campanello di Equitalia. In buona sostanza, se per una vostra multa è già stata allertata Equitalia, avrete ottime possibilità che cada in prescrizione (che scatta dopo un lustro, cinque anni).

L'azzardo - Insomma, la speranza di non pagare è concreta per le vecchie multe. Al contrario, per quelle prese dopo il 20 maggio, non saldare sarà difficile. Per chi ci volesse provare si tratta di un vero e proprio azzardo. Certo, per un po' di tempo nessuno vi verrà a chiedere nulla. Ma le amministrazioni, prima o poi, si doteranno di un nuovo riscossore. Se non volete pagare un verbale dovete sperare che l'ente locale impieghi più di cinque anni per trovare un sostituto di Equitalia. Sinceramente sembra difficile, l'ipotesi è improbabile, anche perché i sindaci, stretti tra Patto di stabilità e i mancati introiti Imu appena sospesa, sono alla disperata ricerca di risorse e liquidità.

Tre parametri, una casa

La Stampa

yoani sanchez


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Mettere zeri a destra sembra essere diventato lo sport preferito di chi decide i prezzi delle case che oggi si vendono a Cuba. Un mercato chiuso, in fin dei conti, dove il compratore potrà trovare molte sorprese nella vasta gamma di offerte. Dai proprietari che chiedono per le loro abitazioni somme astronomiche che non hanno niente a che vedere con la reale domanda, fino a vere occasioni che dimostrano tutta l’ingenuità del venditore. Molti hanno fretta di vendere, altri dispongono del fiuto necessario per rendersi conto che è il momento di compare un’abitazione a Cuba. È una scommessa con il futuro, se va male perdono tutto o quasi tutto, ma se va bene conquistano in anticipo una posizione per il domani. I lenti si affrettano e i rapidi corrono alla velocità della luce. Sono tempi in cui bisogna andare di fretta, la fine di un’epoca può essere vicina… assicurano i più scaltri. 

Sorprende vedere come, pur dotati di poche cognizioni immobiliari, i cubani si gettino nel commercio dei metri quadrati. Nella maggior parte dei casi descrivono i loro spazi residenziali con una tale sovrabbondanza di aggettivi capace di affascinare o di intimorire. Per questo motivo quando si legge “appartamento di una stanza in quartiere centrale dell’Avana con camera al piano intermedio” dovrà intendersi “stanza in condominio popolare di Centro Avana, con camera ricavata in un soppalco di legno”.

Se si parla di giardino, meglio pensare a un appezzamento composto di terra e piante all’entrata, mentre nel caso di residenze con cinque stanze, basterà una visita per rendersi conto che si tratta di due camere divise con pareti di cartongesso. Gli annunci immobiliari cubani vanno letti con la stessa sfiducia con cui nei social network si guardano le foto di persone giovani e di bella presenza alla ricerca di un compagno. Tuttavia, si trovano anche vere perle in mezzo a tanta esagerazione. 
In questo momento i parametri che determinano il costo finale di un appartamento sono almeno tre: ubicazione, stato costruttivo e pedigree. Il quartiere influisce molto sul costo finale dell’immobile.

All’Avana, le zone più appetibili sono il Vedado, Miramar, Centro Avana, Víbora e Cerro, perché molto centrali. Le meno richieste sono Alamar, Coronela, Reparto Eléctrico, San Miguel del Padrón e La Lisa. La pessima situazione del trasporto pubblico in parte influisce sul fatto che la gente preferisca case situate vicino ai luoghi con maggiore offerta commerciale e abbondanti spazi ricreativi.

Se c’è un mercato agricolo nelle vicinanze, la somma richiesta cresce; se il Malecón è poco distante, pure. Si evita la periferia, anche se tra i “nuovi ricchi” che hanno messo da parte un po’ di capitale - con metodi legali e illegali - comincia ad affiorare la moda di cercare una proprietà in campagna. Tuttavia, è ancora troppo presto per parlare di una tendenza ad allontanarsi verso zone più verdi e meno inquinate. Per il momento, l’obiettivo più diffuso è quello di cercare un appartamento il più centrale possibile. 

Lo stato costruttivo, è un altro degli elementi decisivi per stabilire il costo di un appartamento. Se il tetto è composto di travi e tegole, le cifre sono più basse; mentre le costruzioni degli anni 40 e 50 del secolo scorso godono di ottima reputazione e appeal. Quelle di minor valore sono chiamate “opere di microbrigata”, si tratta di vecchi edifici di cemento e piccoli appartamenti stile Europa dell’Est. Se la copertura del tetto è leggera - tegole, zinco, legno, alluminio - obbliga il venditore a una richiesta inferiore.

Lo stato del bagno e della cucina è un altro punto che influisce in maniera diretta sulle possibilità di commercializzare l’immobile. La qualità dei piani, se le finestre sono munite di inferriate e se la porta è nuova - di vetro o metallo - diventano altri punti a suo vantaggio. Se non ci sono vicini al piano superiore, il proprietario può chiedere una cifra più alta. Sono anche molto apprezzate le case munite di due ingressi, pensate per una famiglia numerosa, i cui componenti vogliono separarsi e acquistare indipendenza. Tutto conta, tutto vale. 

Fin qui sembrerebbe un mercato immobiliare come qualunque altro in qualsiasi luogo del mondo. Nonostante tutto, c’è un particolare che definisce in maniera molto peculiare il valore delle case in vendita. Si tratta del pedigree. Questo termine indica se l’abitazione è appartenuta da sempre a una famiglia o se è stata confiscata durante una delle ondate di espropriazioni che si sono succedute a Cuba. Se il vecchio proprietario scappò nel 1994, durante la Crisi dei Balseros, e lo Stato assegnò la proprietà a una nuova persona, il prezzo dell’appartamento si riduce.

Può capitare che la stessa situazione si sia verificata durante le fughe dal Porto di Mariel, nel 1980, momento in cui la proprietà venne concessa ad altri dopo l’emigrazione del precedente proprietario. Ma dove i prezzi toccano il fondo è nel caso degli immobili confiscati tra il 1959 e il 1963 durante le fughe in massa degli esiliati. Pochi vogliono correre il rischio di acquistare una casa che potrebbe essere oggetto di una futura lite giudiziaria. Anche se alcuni approfittano di questa situazione per comprare a prezzo di liquidazione vere e proprie residenze signorili nei quartieri più centrali. 

Per riuscire a verificare l’ubicazione e lo stato costruttivo, come il passato legale della casa, i potenziali acquirenti si avvalgono della loro stessa esperienza, di un buon architetto e persino di un avvocato chiamato a indagare i dettagli della proprietà. Ogni elemento sarà utile a mettere o togliere una cifra, uno zero, un centinaio, al prezzo totale che sono disposti a pagare. In un mercato chiuso tutto è possibile. Malgrado ciò, in questo momento sembra quasi che le cognizioni immobiliari si siano risvegliate con incredibile forza dopo un lungo letargo. 

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Gli agenti segreti nell’era dei social

La Stampa

La Cia dice sì alle pagine Facebook e Twitter per le spie: ma è vietato registrarsi con la vera identità

paolo mastrolilli
inviato a new york


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Un agente della Cia, prototipo globale della discrezione, può avere una pagina Facebook o un account su Twitter? Risposta ufficiale dei servizi segreti americani: non solo può, ma deve. A certe condizioni.

L’avvento di internet ha rivoluzionato il mestiere delle spie, facilitando la raccolta e la diffusione delle informazioni, ma il boom dei social media ha creato un dilemma. Non c’è dubbio che Facebook, Twitter, Linkedin e altri network fanno ormai parte della vita quotidiana di milioni di persone, e quindi rappresentano una fonte preziosa di notizie. Nello stesso tempo sono così diffusi, che sarebbe innaturale non frequentarli, soprattutto per i più giovani. Il segreto di un buon agente è sempre stato quello di sapersi mescolare alla società, dando l’impressione di essere la persona più normale del mondo: casa, famiglia, lavoro, nulla che possa generare il minimo sospetto. Se questo è vero, però, un americano senza un piede nei social media sarebbe oggi come uno che va in giro in mutande: esserci è necessario, per non suscitare dubbi e domande.

La Cia quindi ha deciso di dare via libera alle pagine Facebook, o ai cinguettii su Twitter, a patto di seguire regole rigorose descritte in un manuale che il Wall Street Journal ha letto. Bisogna mettere informazioni in rete, ma non troppe. E’ lecito usare il proprio nome vero, anche perché cambiarlo dopo aver avuto per anni una certa identità online provocherebbe subito sospetti. Si possono descrivere i viaggi personali, anche con fotografie, ma nulla deve accennare alle missioni di lavoro.

Non sono permessi i collegamenti o le amicizie con i colleghi, perché se un agente fosse scoperto questi link potrebbero consentire ai nemici di individuare anche gli altri uomini della Cia. Se qualcuno aveva già delle connessioni con altre spie dovrebbe eliminarle, ma non subito e non tutte insieme, perché anche questo è un comportamento che potrebbe attirare l’attenzione dei servizi segreti rivali, sempre alla ricerca di piste da seguire. Questo, infatti, è un altro elemento da tenere sempre presente: i social media sono diventati un nuovo terreno di confronto fra le spie, e quindi bisogna usare la stessa scaltrezza adottata nel mondo normale, dando sempre per scontato che qualcuno potrebbe seguirti per smascherarti.

L’ultimo caso pratico è quello di Ryan Fogle, arrestato nei giorni scorsi dai russi che lo hanno accusato di essere un agente della Cia e lo hanno espulso. Fogle aveva una pagina Facebook su cui raccontava tutto ai suoi 243 amici: la visita in un bunker della Guerra Fredda a Mosca, una gita a Mont Saint-Michel in Francia, un viaggio a Cracovia in Polonia. Aveva rivelato anche le date e l’itinerario del suo prossimo ritorno negli Usa, raccontando che avrebbe festeggiato il Memorial Day di fine maggio al ristorante Ray’s the Steaks d Arlington, in Virginia. Tutto approvato dalla Cia, o ingenuità di una spia virtuale principiante?

A casa di Oriana ora c'è una moschea

Gian Micalessin - Sab, 18/05/2013 - 07:50

Costata più di un milione e mezzo, l'hanno finanziata il Qatar e il Monte dei Paschi. Alla faccia della Fallaci

Colle Val d'Elsa (Siena) - Lei ora c'è. Non è più solo un fantasma o un'evocazione. É un concreto, candido parallelepipedo di cemento adagiato tra i colli senesi. Una mezzaluna scintillante tra le nubi. Una cupola triste e nera tra gli ulivi.


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É la moschea di Colle Val d'Elsa. Quella che Oriana Fallaci voleva far saltare e su cui i leghisti volevano far pascolare i maiali. Un simbolo di convivenza per i suoi sostenitori. Un'icona del cedimento alla penetrazione islamica per chi vi si oppone. Degli antichi furori rimane poco. «Vieni, te la faccio vedere» borbotta la voce roca di Taher sussurrata da una laringe dove il bisturi ha spento le corde vocali. É tunisino, ha appena detto preghiera tra il tanfo di piedi di piazza Bartolomeo Scala, la sala di Colle Val d'Elsa adibita a moschea. «Vedi qui siamo stretti, ma se Dio vuole saremo in quella nuova prima del 10 luglio, prima dell'inizio del Ramadan» brontola mentre si fa largo tra l'ottantina di fedeli intenti a rimetter sandali e scarpe. Cinque minuti e ci siamo. Non è imponente come suggerirebbe l'immaginario delle polemiche.

É uno svarione squadrato appoggiato in 2000 metri di parco. Uno scatolone di calcestruzzo simile a una brutta scuola elementare anni 60. Il minareto contro cui tuonava l'Oriana è diventato una simbolica torretta di vetro da cui, giura Taher, non s'affaccerà alcun muezzin, non riecheggerà alcuna chiamata alla preghiera. Dentro è il solito kitsch di lampadari dorati ancora inscatolati, tappeti verdi da srotolare, orpelli d'ottone d'appendere, libri da sistemare. Taher misura a piccoli passi il salone. «Qui nelle occasioni importanti ci verranno i fratelli di tutti i paesi vicini, lì invece - mostra un angusto corridoio diviso da un mezzo muro - lì ci mettiamo le donne... tanto vengono solo per le feste».

La nuova casa di Allah italiana la quarta dopo Roma, Palermo e Segrate, con la struttura architettonica di una vera moschea, avrà un costo finale di oltre un milione e mezzo di euro a fronte dei preventivati 800 milioni di lire bastati - a suo tempo - a scatenare furibonde polemiche. Oggi nessuno fa caso neppure ai 300 mila euro, usciti dalla Fondazione Monti di Paschi di Siena per volere di Giuseppe Mussari, il presidente arrestato dopo aver affossato l'istituto. Nessuno si cura neppure delle ingenti «donazioni» arrivati dalle fondazioni del Qatar. Le stesse usate dall'emirato per finanziare le comunità islamiche di tutto il mondo e favorire l'egemonia dei Fratelli Musulmani. Per la giunta comunale di Colle, dominata dal Pd e guidata dal sindaco Paolo Brogioni il protocollo d'intesa sulla moschea resta una bandiera, «un atto di altissimo profilo etico e politico al fine di conseguire l'obiettivo comune dell'accoglienza, dell'integrazione e della solidarietà...».

In questo clima di normalizzazione anche il comitato anti moschea sembra in ritirata. «Il nostro comitato è solo ambientale, non si oppone alla moschea in quanto tale. Chiedevamo solo di farla altrove... di non concedere un parco destinato a verde pubblico senza oneri di urbanizzazione e per soli 11mila euro all'anno di affitto. Ci chiediamo perché il comune non intervenga dopo l'accertamento da parte della magistratura di due abusi edilizi» ripete Leonardo Fiore, 52 anni, consigliere comunale della Lista Civica nata per contrapporsi alla moschea.

La risposta allo sconcerto di chi si chiede perché dieci anni dopo il controverso progetto arrivi a compimento nella quasi indifferenza si chiama Izzedin Elzir. Questo elegante e gentile palestinese, poco più che quarantenne stabilitosi a Firenze nel 1991 per studiare design di moda è dal 2010 il presidente dell'Ucoii (Unione Comunità Islamiche d'Italia) la principale rappresentanza dei musulmani d'Italia. Con Izzedin l'organizzazione, arroccata in passato su posizioni conflittuali, ha imboccato la strada del sorriso e del confronto. Così anche la sua candidatura a primo imam della nuova moschea contribuisce a stemperare la contesa. «Ovviamente - spiega a Il Giornale - sarò un imam pro tempore nell'attesa di un successore italiano che conosca la cultura di questo Paese e possa predicare in italiano, l'unica lingua capace di unificare una comunità composta da musulmani slavi, asiatici e africani».

Il verbo di Izzedin, sempre attento a suggerire voglia d'integrazione e d'adesione ai valori della Repubblica, è la versione italiana di quelle tesi sull'«islam europeo» propagandate dall'intellettuale musulmano Tareq Ramadan. Nipote dell'Hasan Al Banna fondatore dei Fratelli Musulmani e docente di teologia islamica ad Oxford, Ramadan è l'ideologo di un Islam dal volto gentile e dialogante, studiato su misura per le comunità musulmane europee. Un progetto considerato mistificante da quanti, in Francia, lo accusano di divulgare un modello «double face» inesistente nella pratica, ma perfetto per soddisfare le illusioni degli europei, alimentare la rivolta delle banlieu e avallare posizioni antisemite.

Non a caso l'8 maggio scorso il ministro dell'interno francese Manuel Valls e la collega Najat Vallaud-Belkacem, si son ben guardati, a differenza di Laura Boldrini e dei ministri Enzo Moavero Milanesi ed Emma Bonino, dal partecipare alla conferenza di Firenze sull'Unione Europea dov'era previsto l'intervento di Ramadan. Sospettato di essere al soldo del Qatar e di contribuire all'operazione di maquillage politico religioso con cui l'emirato alimenta l'illusione delle «primavere arabe» e di una democrazia islamica guidata dai Fratelli Musulmani l'intellettuale è al centro delle violente polemiche rilanciate oltralpe anche da Le Monde.

In Italia resta, invece, l'ospite fisso delle principali conferenze dell'Ucoii. «Sono orgoglioso d'invitarlo e mi dispiace se i ministri francesi non riescano a percepire il messaggio d'apertura del suo pensiero» ribatte il presidente dell'Ucoii. Ezzedin del resto non si scompone neppure di fronte alle ambiguità dell'emirato che finanzia la sua moschea. Il Qatar, un regno assoluto dove non si è ancora svolta un'elezione legislativa e dove i partiti restano fuorilegge, è nel suo giudizio «un Paese assai aperto, guidato da un emiro intelligente che investe in maniera lucida e guarda allo sviluppo dell'umanità. Nelle loro aperture - ribadisce a Il Giornale - non vedo strategie nascoste, finché non mi pongono condizioni li ringrazierò e accetterò il loro aiuto».

(ha collaborato Antonio Spanò)

In visita alla tomba del Duce. Non c'era nessuno E l'oste dice: «La crisi più forte della nostalgia»

Corriere della sera

Viaggio a Predappio, il paese natio di Benito Mussolini. Oggi deserto, tra i pochissimi omaggi quello di Licio Gelli

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Per anni è stata la mecca della nostalgia; contestato simulacro di un regime che non c'era più. Predappio già, il paese natale di Benito Mussolini. Che riposa nel cimitero locale. Da sempre affollato dagli aficionado del Duce, magari vestiti in camicia nera e fez. Ma nel 2013, ai tempi della crisi, anche la nostalgia paga pegno. E oggi Predappio giace deserta. Pochissimi gli omaggi, come si scoprirà, tra cui quello di Licio Gelli, già venerabile capo della P2.

DAL 1957 TUTTO E' IMMUTABILE- Certo, la lunga teoria di negozi, con le immaginette mascellute, le magliette coi motti, credere obbedire combattere, perfino il vino Tricolore, è sempre al suo posto. Così l'imponente sede della Gil, l'elefantiaca casa dell'Ina, troppo grande per un posto tanto piccolo, e le case per gli operai ai bordi della main street, via Roma. E la tomba quindi, col busto gigante, gli ex-voto dei camerati, il registro funerario («Duce, salvaci» o ««Duce se ci fossi tu, tutti questi politici li avresti mandati via») domina sempre la cripta. Dal 1957, anno in cui la salma venne riportata, per iniziativa del conterraneo Adone Zoli, nel piccolo camposanto di questo comune romagnolo immerso tra le colline preappenniniche. Da allora l'architettura, il clima, l'atmosfera sono quelli sopradescritti, immutati e immobili.


SOTTOVOCE - Certo, è una visita che può intimidire, soprattutto chi non è mai stato di quel partito lì. E l'idea di esser confuso con i nostalgici di cui sopra, camicia nera e fez, tante volti visti alla tv nei rituali servizi sugli anniversari delle Marce su Roma, può non essere allettante. Con questo disagio, quasi sottovoce, si chiede all'autista dell'autobus di Forlì, a che ora è la corsa per Predappio; alla stessa maniera, sottovoce, ci si rivolge alla ragazzina in sneakers, per sapere a che fermata dovevo scendere.


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TURISMO MAI TROPPO GRADITO - E così quando si arriva, si cerca a fatica l'insegna della casa natale e si chiede a un altro ragazzino, sempre sommessamente, una foto. Perché a Predappio, non sono molte le indicazioni per i luoghi del mussolinismo (se non uno sbiadito cartello, trovato altrettanto a fatica che asetticamente riporta i vari lasciti architettonici del Ventennio). Il pellegrinaggio ducesco è una voce turistica mai molto gradita ai predappiesi (salvo i commercianti), fieramente comunisti (e post-comunisti), come tutti gli altri romagnoli, dal 1945 in poi. Nelle amministrazioni, nei costumi sociali, nell'economia cooperativistica. E nelle vie prospicienti alla suddetta main street, intitolate ai due più grandi nemici del regime, Gramsci e Matteotti.

IL DESERTO - Ma soprattutto, in questo 2013, i luoghi del mussolinismo sono appunto deserti, vuoti, senza un'anima viva. Si potrebbe obiettare, che un giovedì di maggio infrasettimanale non è un buon giorno per valutare l'afflusso di visitatori. Ma un conto è non registrare adunate oceaniche (giusto per restare in tema), un conto è non avere a che fare con una-persona-una. Dunque, non c'è nessuno alla casa natale, peraltro chiusa, sbarrata. Nessuno nei negozi di memorabilia, con i rispettivi proprietari e/o inservienti sulla porta in attesa di qualcuno che non giungeva.

NESSUNO, NESSUNO - Nessuno al ristorante, il centrale Del Moro, o perlomeno nessuno che sia riconducibile a pellegrinaggi di sorta (un trio di anziani della vicina Bagnocavallo; una coppia di agenti di commercio; una madre e una figlia). E a domanda, conferma anche l'oste che «i tempi son cambiati»; che «la crisi è stata più forte delle nostalgie». Ma soprattutto non c'è nessuno al cimitero. Nel silenzio assoluto, escluso il ticchettio della pioggia, tra i vari loculi dove, oltre ai Casadei, ai Camporesi e agli Zoli, non mancano altri Mussolini, si procede verso la famosa cripta. Lì Benito riposa insieme alla moglie Rachele e ai figli Bruno, Vittorio, Romano e Annamaria. Ci si poteva aspettare la nera guardia d'0nore, il picchetto "eterno" che si dà indefesso il cambio. Nessuno, di nuovo nessuno.


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QUALCHE (CURIOSO) FIORE - Giusto qualche omaggio floreale. Spicca, appunto, sinistro quello di Licio Gelli e consorte e il registro suddetto con gli appelli (radi) degli «orfani» animano il freddo cubicolo. Nient'altro. Non essendoci telecamere a circuito chiuso, né qualsiasi altra forma di sorveglianza, viene in mente che chiunque potrebbe danneggiare il sito se solo volesse. Ma, forse, quest'angolo di memoria patria che altrove ancora sanguina e divide, qui giace ignorato anche da chi lo detesta.


Matteo Cruccu
ilcruccu17 maggio 2013 (modifica il 18 maggio 2013)

Piccolo imprenditore si uccide dandosi fuoco in piazza a Vado Ligure

La Stampa

Aveva una ditta edile, a febbraio, dopo le elezioni, era andato in Ape fino a Genova a trovare Grillo, che lo ha ricordato in un comizio

vado ligure

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Un piccolo artigiano edile di 47 anni, Mauro Sari, di Savona, è morto dandosi fuoco nel piazzale di una trattoria sull’Aurelia a Vado ligure. Inutile il tentativo di intervenire dei vigili del fuoco e del 118. Le ustioni hanno provocato la morte in pochi istanti. Accanto al cadavere è stata trovata la tanica di benzina. I carabinieri hanno informato la procura. Dalle prime informazioni pare che la motivazione del gesto sia legata sia a problemi di mancanza di lavoro che di salute. Lascia la moglie e due figlie.

Sari era finito nel mese di febbraio sui giornali di mezza Italia. Dopo il successo elettorale di Grillo, era andato con l’Ape fino a casa sua, a Genova, a suonargli al campanello. “Ho gravi problemi finanziari e nessuno mi aiuta - disse allora - Ecco perchè sono venuto da Grillo”. Ancora di recente il leader di M5S lo aveva ricordato in un comizio: «Un tizio era venuto a trovarmi. Prima di arrivare davanti a casa mia ha chiamato il 118 e gli ha detto vado a uccidermi da casa di Grillo. Ho trovato una persona che mi ha raccontato la sua storia di imprenditore. Abbiamo passeggiato insieme e chiacchierato mezzora. Sapevo che non potevo fare niente, ma almeno l’ho ascoltato e gli ho dato il numero di telefono». 

VIDEO  L’ultima intervista sotto casa del leader M5S


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Islam, la rivolta delle donne "Ci hanno negato la piscina"

Maria Sorbi - Ven, 17/05/2013 - 08:44

Salta l'accordo con l'Acquapark e scatta la lettera a Napolitano Il direttore dell'impianto: "Razzismo? Solo un affare impossibile"

Quello che sembrava solo un accordo commerciale andato a monte è diventato un caso nazionale. È diventato una denuncia di razzismo da parte della comunità islamica, con tanto di lettera al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e minaccia di manifestazioni in piazza.


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Tutto comincia con una telefonata. I rappresentanti della «Halal consumer», associazione che certifica la qualità dei prodotti e degli alimenti secondo i dettami della religione islamica, chiamano i responsabili dell'Acquaneva, un parco acquatico a Inzago, vicino a Milano. Vogliono avere un preventivo per organizzare un evento dedicato a donne e bambini.

Normali trattative tra privati. Almeno all'inizio. «Avevamo preso accordi con la struttura - denuncia la presidente di Halal, Basma Farrag - sia sul prezzo, sia sul giorno dell'evento e anche sull'uso degli impianti. Ma, da un giorno all'altro, il proprietario ha cominciato ad assumere un atteggiamento arrogante nei nostri confronti e a cambiare continuamente le carte in tavola. Fino ad aumentare il prezzo stabilito. Poi, quando abbiamo accettato le nuove tariffe, ci ha detto che non potevamo usare gli scivoli».

Dal canto suo Luigi Riva, direttore della struttura Acquaneva, dà la sua versione dei fatti e si scrolla di dosso l'accusa di razzismo. «Hanno montato un caso sul nulla - replica - L'associazione chi ha chiesto che la struttura fosse riservata esclusivamente al suo evento ma, se chiudiamo il parco al pubblico, ovviamente non possiamo abbassare il prezzo più di un tot».

Riva spiega anche che aver negato l'uso degli scivoli non è stato uno sgarro per scoraggiare la prenotazione: «Questione di manutenzione. Apriamo gli scivoli all'inizio di giugno». L'acquapark si stava anche organizzando per «arruolare» bagnine donne e rispettare la richiesta dell'associazione. «Il razzismo non c'entra proprio nulla. Per tutta la stagione abbiamo tra i nostri clienti donne islamiche che fanno il bagno vestite e nessuno dice niente».

Eppure il risentimento per il mancato contratto si è trasformato in una voglia di rivalsa da parte dell'associazione islamica. Ed è arrivato alle orecchie del dirigente della comunità islamica italiana Sharif Lorenzini, che subito ha commentato: «Avrebbe dovuto essere un giorno di festa ma si è trasformato nell'ennesimo atto di discriminazione e di razzismo contro i musulmani». Lorenzini parla di un «episodio spiacevolissimo» e lo considera una specie di goccia che ha fatto traboccare il vaso.

Da qui la decisione di impugnare carta e penna e scrivere al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano «per concordare una linea atta a equilibrare e rasserenare il clima sociale e concordare una serie di azioni per risolvere le questioni della comunità islamica». Insomma, Lorenzini denuncia il disagio e la frustrazione della comunità che rappresenta, soprattutto quando scatta qualche blitz contro presunte cellule terroristiche, come accaduto in Puglia qualche giorno fa con l'arresto dell'ex imam Andria.

«Operazioni come queste - commenta - portano poi gli operatori ad assumere atteggiamenti come quello del proprietario dell'Acquapark». Adesso la associazione «Halal consumer» sta valutando se intraprendere un'azione legale nei confronti dell'acquapark davanti alla cui sede potrebbe organizzare una manifestazione di protesta. Ma si parla anche di una manifestazione d'avanti al Quirinale. Tuttavia il coordinamento delle associazioni islamiche a Milano prende le distanze dal gruppo che muove accuse di razzismo: «La discriminazione su base religiosa non può essere tirata in causa ogni qualvolta si presenti un inconveniente che coinvolge i musulmani perché in questo modo si alimenta un vittimismo che non deve appartenere alla nostra comunità».

Blitz di Forza Nuova davanti a sede Pd bandiera insaguinata contro la Kyenge

Il Mattino

Chieste le dimissioni del ministro: «L'immigrazione uccide, no ius soli». Scatta la solidarietà


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PESCARA - Blitz di Forza Nuova contro l'immigrazione e il ministro Kyenge, nella notte a Pescara. I militanti del movimento di estrema destra hanno posizionato un tricolore insanguinato con sopra un piccone e con accanto la scritta «l'immigrazione uccide, no ius soli, Kyenge dimettiti», di fronte alla sede regionale del Partito Democratico. L'iniziativa, che fa seguito alla campagna choc contro l'immigrazione avviata nei giorni scorsi in tutta Italia, rientra nell'ambito di una mobilitazione nazionale, con azioni analoghe in diverse città capoluogo.

Il materiale è stato rimosso dalla Digos di Pescara, subito allertata dai funzionari del Pd che, stamani, arrivando in sede, hanno trovato il tricolore macchiato con della vernice rosse come a voler rappresentare il sangue e i volantini. La Questura, trattandosi di una mobilitazione nazionale, ha segnalato il tutto a Roma, anche se, a quanto appreso, non si ravviserebbero elementi di reato. «Qui in Abruzzo - commenta il segretario regionale di Forza Nuova, Marco Forconi - per il momento la situazione è sotto controllo, ma nella parte Nord della regione la presenza degli stranieri si fa sentire e c'è una situazione al limite dell'esplosione etnica».

«Noi facciamo azioni simboliche, come quella di oggi - aggiunge Forconi - anche per canalizzare la rabbia e per far sì che non esploda in maniera più violenta con azioni individuali. La percezione che ho è che, purtroppo, soprattutto nella zona di Pescara ci sia molta gente che, oltre ad aderire a Forza Nuova, nutre una rabbia enorme, in modo particolare anziani e giovani, e si fa fatica ad andare in piazza, perchè temo che si possano verificare episodi violenti».

LA SOLIDARIETA' AL MINISTRO
«Gli atti di Forza Nuova contro le sedi del Pd in Abruzzo ed in altre regioni vanno condannati con fermezza. La dialettica politica e' un bene prezioso, ma gli attacchi alle sedi dei partiti sono inaccettabili da qualunque soggetto arrivino». Lo afferma il parlamentare abruzzese del Pd Giovanni Legnini, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri. «Al ministro Kyenge - aggiunge - vanno tutta la solidarieta' ed il pieno sostegno all'azione che sta conducendo nel governo».

«Sinistra Ecologia e Liberta' esprime, in una nota il piu' vivo sdegno per l'atto di intimidazione nei confronti del ministro dell'integrazione Cecile Kyenge la cui colpa e' evidentemente quella di venire dall'Africa e di avere la pelle di un colore diverso». La nota e' firmata da Gianni Melilla, coordinatore regionale, Roberto Di Loodovico, coordinatore provinciale e Roberto Ettorre, coordinatore cittadino di Sel. «Gia' nei mesi scorsi a Pescara - ricorda Sinistra Ecologia e Liberta' - ci sono stati episodi di razzismo e di violenza che non vanno sottovalutati per il clima di odio politico che possono innescare in una societa' che soffre il forte disagio economico e sociale.

Prosegue il nostro impegno per la piena legalita' e integrazione dei cittadini immigrati in Italia cosi come si rafforza la nostra volonta' di una riforma legislativa del diritto di cittadinanza per i figli degli immigrati nati in Italia. In Abruzzo vi sono 90.000 cittadini immigrati che rispettano le leggi, lavorano e pagano le tasse, molti dei loro figli sono nati in Italia, parlano italiano e frequentano le nostre scuole insieme ai nostri figli. Questa realta' - affermano infine i coordinatori di Sel - va rispettata sopratutto in considerazione che l'Abruzzo e' stato una terra di emigrazione con oltre un milione di Abruzzesi che sono andati a cercare il lavoro nelle Americhe, in Australia e in tanti paesi Europei».

«Totale solidarietà di Anpi Pescara "Ettore Troilo" al Pd pescarese dopo l'aggressione fascista di Forza Nuova», così una nota dell'Associazione Nazionale Partigiani di Pescara. «Una bandiera insanguinata e un piccone sono stati ritrovati oggi dalle Forze dell'Ordine davanti alla sede del Partito Democratico, a complemento dei blitz squadristi che il gruppo neo fascista ha compiuto in tutta Italia».

«Gli episodi di razzismo vanno condannati duramente. Quello che sta accadendo in Italia per le parole e le proposte del Ministro Kyenge è vergognoso. Noi rivendichiamo con orgoglio la nostra battaglia in favore della cittadinanza per chi nasce in questo Paese. Non ci facciamo intimorire da chi inneggia all'odio razziale e strumentalizza fatti di cronaca per fare propaganda xenofoba. I giovani democratici abruzzesi - spiega Marco Rapino, segretario regionale Gd - saranno ancora di più impegnati al fianco di chi vuole il riconoscimento del diritto di cittadinanza in questo Paese. Il tema dello Ius soli è una causa che andrà sostenuta ancora più di ieri».
venerdì 17 maggio 2013 - 19:07   Ultimo aggiornamento: 19:07

Il gerarca che non si è mai pentito

Il Mattino

La sua dittatura ha perpetrato in pochi anni uno dei genocidi più grandi della storia moderna, perfezionando la tecnica della desaparacion, la “scomparsa” degli oppositori

emiliano guanella
BUENOS AIRES


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Decesso per morte naturale per il simbolo della dittatura argentina, il gerarca che non si è mai pentito e che fino all’ultimo ha rivendicato l’inaudita scia di sangue da lui provocata. Jorge Rafael Videla è morto nella notte, a 87 anni, nel carcere di Marcos. Paz, subito fuori Buenos Aires, la prigione destinata ai militari condannati per delitti di lesa umanità. Scontava diverse condanne all’ergastolo, a lui si imputava di essere l’autore intellettuale di centinaia di omicidi, sequestri di persone, torture, anche della scomparsa dei minori sottratti ancora in fasce alle loro madri, incarcerate nei lager del regime. 

Crimini che ha sempre negato, anche di fronte alle prove più lampanti, raccolte in vent’anni di incessante lavoro dalle associazioni di familiari delle vittime e che dal 2003 ad oggi sono finite nelle aule dei tribunali, grazie soprattutto alla volontà politica del governo argentino di riaprire i conti col passato. Un passato del quale il generale dell’esercito Videla, primo capo della giunta militare assieme a Massera (Marina) e Bignone (Aeronautica), non si è mai voluto dissociare, tutto al contrario, non temendo il giudizio ormai pressoché unanime di condanna della società argentina, che celebra proprio quest’anno i trent’anni di ritrovata democrazia. L’ultima sua provocazione risale al marzo scorso, una dichiarazione pubblicata dal periodico spagnolo Cambio16, con la quale chiamava letteralmente alle armi i commilitoni più giovani, dai 58 a 68 anni, per combattere contro la presidente Cristina Kirchner e i suoi seguaci. 

Il mondo personale di Videla, non è mai cambiato: l’odio verso i comunisti, i sovversivi, tutti quelli che, a suo avviso, minacciano le radici cristiane della società argentina. In nome di questa visione e con il beneplacito delle alte gerarchie cattoliche, che solo molti anni dopo faranno un primo parziale mea culpa, la sua dittatura ha perpetrato in pochi anni uno dei genocidi più grandi della storia moderna, perfezionando la tecnica della desaparacion, la scomparsa degli oppositori, particolare questo che ha reso difficile, assieme alla copertura politica goduta durante il governo di Carlos Menem, il lavoro della giustizia.

In aula, durante le varie udienze a cui ha dovuto partecipare, Videla non ha mai mostrato un gesto di debolezza; al contrario, sul suo viso l’espressione di sfida di chi non ha mai riconosciuto le istituzioni democratiche argentine. Significativo il primo commento a caldo di Estela Carlotto, presidente delle Abuelas, le Nonne di Piazza di Maggio. “Sono tranquilla: un essere disprezzabile ha lasciato questo mondo”.

Il manovale, il frontaliere e il manager. Storie di lavoro e di tasse nella civile Svizzera

di Matteo Borghi


Con l'aiuto del sito comparis.ch abbiamo immaginato tre persone con occupazione e stipendio diversi, alle prese col Fisco della Confederazione. In media, si paga un quinto delle imposte italiche. Lettura per chi vuole un Paese liberale
 

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Si dice sempre, giustamente, che in Svizzera si pagano meno tasse. Ma quante meno? Per capirlo abbiamo provato a immaginare tre storie calcolando, con l’aiuto del sito comparis.ch, l’imposizione fiscale effettiva cui i nostri lavoratori sarebbero sottoposti.

Soter, 32 anni, è un giovane greco cui è appena stato offerto un lavoro a Ginevra come manovale. Lo stipendio iniziale, di 4.500 franchi al mese, sarà appena sufficiente a mantenere lui, la moglie e i due figli di 7 e 9 anni in una città notoriamente molto cara. Eppure è un ottimo inizio per fuggire da una situazione che, nel suo Paese, sta diventando insopportabile. Le tasse non saranno molte: 368 franchi al mese, circa l’8%. Peccato però perché, se avesse ricevuto la stessa offerta nella capitale Berna avrebbe pagato meno della metà, 159 franchi. Nel vicino cantone Zugo, invece, con gli sgravi fiscali per i figli non avrebbe pagato proprio nulla. Ma già si sente fortunato a non dover lavorare nei “Piigs” dove, complici le tasse, avrebbe  preso uno stipendio pari a un terzo: e poi, con l’aria che tira, meglio uscirci dall’Europa il prima possibile.

Daniele, invece, ha 57 anni e fa il frontaliere. Lavora a Chiasso, appena oltre il confine, dove è il direttore di filiale di una grande compagnia di assicurazioni. Lo stipendio è ottimo, circa 9.400 franchi lordi al mese su cui ne paga meno di 960 di imposte, poco più del 10%: unica spesa aggiuntiva la spesa previdenziale e la “vignetta” di 40 franchi l’anno: ha sentito che, fra qualche anno, il costo passerà a 100 franchi, comunque una miseria rispetto a quanto si paga l’autostrada in Italia. Daniele si rende conto di essere molto fortunato (cosa che ripete sempre alla moglie e al figlio) e capisce bene il perché Carlo, il suo migliore amico di sempre – che fa il suo stesso lavoro a Como e non arriva ai 2.500 euro al mese – gli chiede, una giorno sì e l’altro pure di aiutarlo a trovare un posto di lavoro oltreconfine. Ma, gli dice lui, fra crisi e maggior chiusura verso i frontalieri è diventato pressoché impossibile ottenere un posto.

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Franz, 48 anni, vive e lavora a Zurigo dove è amministratore delegato di un’importante azienda farmaceutica. Il suo stipendio mensile è impressionante, all’incirca 250mila franchi su cui paga poco più del 20% di tasse. Single e con una quantità così ingente di soldi fra le mani Franz non può che alimentare, nei rari momenti in cui non lavora, la propria passione per le auto di grossa cilindrata, gli orologi raffinati e il lusso in generale. Neppure il referendum sul tetto agli stipendi dei manager l’ha minimamente preoccupato. Fra i tanti validi dirigenti all’estero quello che gli sta più simpatico è senza dubbio Martino, della sezione italiana con sede a Milano. Lui guadagna all’incirca, 10mila euro al mese. In realtà l’azienda gliene versa quasi 25mila ma, con tutte le tasse, è quello che gli resta: una bella cifra, certo, ma inferiore a quella che meriterebbe visto che è un gran lavoratore.

Anche perché una volta, durante un pranzo di lavoro, Martino gli raccontò che prende meno di un qualsiasi parlamentare e addirittura la metà o un terzo di alcuni dirigenti pubblici. Franz si era messo a ridere pensando che in Svizzera lo stipendio degli eletti in Assemblea federale (246 seggi invece dei quasi mille italiani) non supera gli 80-90mila franchi l’anno, ovviamente lordi, a essere generosi. In effetti, dando un’occhiata all’ultimo rapporto sulla libertà economica dell’americana Heritage foundation (in cui l’Italia è all’83° posto, la Svizzera al 5°), Franz ha potuto vedere come il governo elvetico spende ogni anno il 34,7% del Pil mentre quello italiano più del 50%: ecco come il suo Paese si può permettere di tenere le tasse così basse.

(ps: per chi volesse fare una comparazione precisa il valore di un franco è di 0,80 euro)

Napoli, autobus perde una ruota Il sindacato: siamo messi male

Corriere del Mezzogiorno

Lo pneumatico distaccatosi dal mezzo ha terminato la sua corsa nei pressi del ristorante Il Sarago in piazza Sannazaro.


Un murales a Kabul: un pullman senza ruote

Un murales a Kabul: un pullman senza ruote

NAPOLI - Alle 5 di questa mattina un autobus della linea notturna «N1-3» ha subito il distacco della ruota posteriore, che è andata a terminare la sua corsa in prossimità del ristorante Il Sarago in piazza Sannazaro. Sul posto sono intervenuti i carabinieri. «Fortunatamente - sottolinea il sindacato degli autoferrotranvieri Faisa Cisal - tale evento è accaduto in un orario dove vi sono passanti e autoveicoli in misura molto limitata, diversamente sarebbe stata una tragedia» Il sindacato annuncia l'intenzione di denunciare l'accaduto alla magistratura perchè si faccia piena luce sull'accaduto. «Purtroppo sono mesi - prosegue il sindacato - che denunciamo a tutte le istituzioni competenti lo stato di completo abbandono e di vetustà del parco autobus che costringe l'Anm a porre in circolazione solo 200 autobus sui circa 600 in dotazione».

LEGAMBIENTE - In una nota Michele Buonomo e Antonio Gallozzi, rispettivamente presidente e direttore Legambiente Campania commentano il distacco della ruota: «Episodio inaccettabile la ciliegina sulla torta per un trasporto pubblico che scrive la sua lenta agonia. Manutenzione e sicurezza sono capisaldi per il cittadino».

17 maggio 2013

False dop, il giro del mondo delle finte etichette

Corriere della sera

Il mercato delle falsificazioni vale oltre 60 miliardi di euro

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Il mercato dei prodotti tutelati dal marchio Dop vale circa 12 miliardi di euro. Se si considera l'esportazione dell'intero settore degli agroalimentari italiani la stima per il 2012 sale a 31 miliardi. Nulla, comunque, a confronto di quanto costa all'economia nazionale la falsificazione dei principali prodotti alimentari italiani: oltre 60 miliardi di euro. Secondo la Coldiretti, all'estero due prodotti su tre sono contraffatti. E naturalmente, per far fronte all'enorme domanda, la fantasia dei falsificatori è messa a dura prova.

DAL PARMESAN AL REGIANITO - Le più copiate sono le denominazioni Parmigiano Reggiano e Grana Padano. Che in giro per il mondo assumono varie denominazioni. Dal Parmezano al Regianito. Ma poi abbondano prosciutti di Parma prodotti in Cina, gorgonzola ribattezzati Cambozola o Bovizola, mozzarelle di bufala campana che diventano «fresh buffalo», pomodori San Marzano coltivati in California e via elencando. I falsi sono diffusi in tutti i continenti: dagli USA al Canada e dall'Australia al Giappone. Secondo le associazioni di categoria, l'incremento delle falsificazioni è vicino al 950% in 10 anni. Secondo una stima dell'Icc Counterfeiting Intelligence Bureau i prodotti «taroccati» rappresenterebbero poco meno del 10% degli scambi mondiali, per un valore che si aggira attorno ai 433 mld di euro.

IL CASO MOZZARELLA DI BUFALA - Una delle realtà in prima fila nella lotta alla falsificazione è il Consorzio Mozzarella di Bufala campana, un prodotto che nasce in un territorio delimitato, ma che è sempre più presente all’estero. Il mercato parallelo della contraffazione costa una quota di mercato pari a 7 milioni di chili di formaggio fresco. Oltre 100 milioni di euro all'anno. Cifre che segnalano un'emergenza, di cui si è discusso anche nel corso dell'ultima edizione de Le Strade della Mozzarella: «La nostra principale preoccupazione - spiega il presidente del Consorzio Domenico Raimondo - è far comprendere il valore aggiunto del marchio Dop. Alla fine, in Italia almeno, i nostri clienti stanno cominciando ad avere maggiore familiarità con i due loghi, quello della Dop e quello del Consorzio, proprio per far comprendere che solo questa doppia presenza può garantire il consumatore sull’effettivo acquisto e consumo di mozzarella di bufala campana Dop».

Giro del mondo in 80 etichette (false)

Antonio Castaldo @gorazio
17 maggio 2013 | 16:19

Monti: «Aumentano i bimbi in classe senza aver cenato»

Corriere della sera

I servizi sociali del Comune registrano un incremento delle segnalazioni. «Le famiglie non ce la fanno più»


BOLOGNA - I servizi sociali del Comune di Bologna registrano un aumento delle segnalazioni «che arrivano dalle maestre su bambini che arrivano in classe, la mattina, senza aver cenato la sera prima perché le famiglie non ce la fanno più a fare la spesa». È quanto affermato da Nadia Monti, assessore alle Attività produttive di Palazzo d'Accursio, nel corso di una commissione provinciale che si è svolta questa mattina a Palazzo Malvezzi per fare il punto sugli effetti della crisi sul commercio.
Quella segnalata «è una dinamica che si sta riscontrando sempre con maggior frequenza», aggiunge Monti.

Il tema è arrivato sul tavolo della Giunta nell'ambito delle valutazioni riguardo allo sviluppo della «Family card» istituita dal Comune: uno strumento di cui Monti ribadisce la validità, segnalando che di recente la tessera è diventata oggetto di studio per l'Universitá di Padova.
Un'altra tendenza significativa è quella riportata da Cristina Galliera, di Legacoop. Per la prima volta, spiega la funzionaria, nella grande distribuzione si comincia a registrare un calo negli acquisti anche per quanto riguarda i prodotti alimentari di prima necessità: allo stesso tempo, però, aumentano le vendite di prodotti base utilizzabili per preparare gli alimenti in casa, come la farina.

Redazione online17 maggio 2013

Magistrati, tanti scatti niente meritocrazia Ecco come lievita lo stipendio

Libero

di Nicoletta Orlandi Posti 


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Lavorano sei ore al giorno per 260 giorni l'anno (l'ha deciso la sezione disciplinare del Csm) e guadagnano cifre che noi poveri mortali ci sogniamo. Stiamo parlando dell'ultracasta dei magistrati (un esercito di 8.909 giudici in servizio) che, mentre i politici annunciavano i tagli di stipendio e nonostante il blocco agli aumenti che la finanziaria 2010 aveva previsto per le buste paga si sono visti aumentare del 5% la retribuzione. Aumento con effetto retroattivo dal 2012, dato che la Corte costituzionale (fatta da magistrati) aveva dichiarato illegittimo il blocco degli stipendi. Così, secondo uno studio del Sole 24 Ore, un magistrato della Corte dei Conti che - poniamo - nel 2011 guadagnava 174 mila euro all’anno, ora ne prenderà 182 mila.

La tabella riportata sull'edizione cartacea del quotidiano Libero, basata in gran parte sul rapporto 2012 della Commissione europea per l'efficienza della giustizia del Consiglio d'Europa, parla chiaro: si va dai circa 2040 euro al mese (che diventano 3.500 con le indennità) degli ex "uditori" di prima nomina, ovvero il magistrato ordinario in tirocinio, ai 16.700 al mese (che diventano 18.900 con le indennità) di un Presidente di Cassazione. Con scatti automatici di carriera che variano da una media di 500- 1700 euro al mese. Più o meno un magistrato a carriera piena percepisce 5 milioni di euro. 

Entrando nel dettaglio un magistrato ordinario prende appena assunto 2.858 euro al mese. Dopo tre anni con la prima valutazione di professionalità passa a 3.966 euro al mese che aumentano in media ogni anno e mezzo con uno scatto di anzianità che fa arrivare lo stipendio a 4.680 euro al mese (che diventano 6.720 con le indennità). Parte invece da 5.877 euro al mese un giudice della Corte di Appello: anche lui ogni anno e mezzo si vede aumentare la busta paga fino ad arrivare a 6.690 euro al mese (8.764 con le indennità). Un magistrato di Cassazione invece dopo la prima valutazione di professionalità prende 8.074 euro al mese che con gli scatti diventano 10.744.

Se poi il giudice della suprema corte viene valutato di nuovo positivamente (cosa che succede praticamente sempre: di regola il Csm promuove tutti i magistrati al maturare del livello minumo di anzianità a meno che non si siano verificate gravi sanzioni disciplinari) lo stipendio di un FDS, ovvero idoneo alle funzioni direttive superiori, schizza a 10.343 euro al mese che con gli scatti che si maturano ogni anno e mezzo arrivano a 12.104 euro (14.264 euro con le indennità). Tutto ciò si traduce in una spesa di 73 euro al mese per ogni italiano, mentre la media europea è di 57.

Dove si arriverà con la clonazione umana?

Corriere della sera

L'obiettivo dei ricercatori è di creare cellule per riparare tessuti malati, ma la tecnica pone problemi etici

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Un gruppo di ricercatori americani dell'Oregon ha appena proposto, sulla rivista Cell, una nuova tecnica di clonazione.

1 In che cosa differisce da quella usata per Dolly nel 1996? Le due tecniche sono un po' diverse. Per creare Dolly i ricercatori hanno «fuso» una cellula di ghiandola mammaria, con tutto il suo patrimonio genetico, con un ovocita privo, invece, del nucleo: il risultato fu una pecora «fotocopia» della donatrice di cellula mammaria. In Oregon hanno utilizzato il metodo del trasferimento nucleare: hanno preso il nucleo di una cellula della pelle di un individuo e lo hanno trapiantato in una cellula uovo privata del suo Dna. Quest'ultima ha dato origine a staminali embrionali con le stesse caratteristiche genetiche di quelle dell'individuo di partenza. Si tratta della stessa metodica che aveva già usato John Gurdon sulle rane nel 1962.

2 Qual è la novità del metodo americano? La novità proposta da Shoukhrat Mitalipov, a capo dell'équipe di ricercatori, sta nell'utilizzo dei terreni dove le cellule sono coltivate: in questo caso sono stati usati fattori particolari, come la caffeina, capaci di rendere i cromosomi più stabili e di aumentare l'efficienza delle cellule prodotte.

3 Qual è l'obiettivo di questi esperimenti? È quello di produrre cellule staminali pluripotenti, capaci di differenziarsi in quasi tutti i tipi di cellule dell'organismo, da utilizzare per riparare tessuti danneggiati da malattie (infarto, Parkinson, lesioni midollari, diabete e via dicendo). Il vantaggio è che queste staminali possono essere prelevate dal paziente stesso e ne hanno le stesse caratteristiche genetiche: una volta trapiantate, non subiscono cioè un rigetto da parte dell'organismo.

4 Ci sono altre strade per produrre cellule staminali capaci di dare origine a tutti i tessuti dell'organismo? Esiste un altro metodo chiamato «riprogrammazione genetica»: è stato messo a punto da Shinya Yamanaka (Nobel insieme a Gordon nel 2012). Il ricercatore giapponese è partito da cellule cutanee adulte di topo e ha inserito nel loro nucleo quattro geni della staminalità: geni cioè capaci di ringiovanirle e di trasformarle in staminali pluripotenti.

5 È possibile ottenere staminali per altre vie? C'è una terza via, quella più controversa sul piano etico, che sfrutta gli embrioni stessi per ricavare cellule totipotenti. A parte le questioni etiche, queste cellule, se utilizzate per riparare tessuti malati, subirebbero un rigetto da parte dell'organismo ricevente.

6 In passato si è parlato di false clonazioni. Che cosa è successo? Nel dicembre del 2002, Rael, leader della setta dei Raeliani (un movimento che crede negli extraterrestri e nell'immortalità) aveva annunciato, insieme alla scienziata Brigitte Boisselier, la clonazione di una bambina, Eva. I giornali di tutto il mondo ne avevano parlato, ma la vicenda si è poi rivelata, come c'era da aspettarsi, una bufala.

7 Ci sono altri casi? Un altro «falso» ha ingannato per un po' anche la comunità scientifica: il sud-coreano Hwang Woo-suk aveva pubblicato, su Science, nel 2004 e nel 2005 alcuni esperimenti di clonazione: in alcuni casi aveva utilizzato ovuli di donne e nuclei prelevati dalle loro stesse cellule, in altri aveva eseguito trasferimenti nucleari in cellule di malati. Alla fine si è scoperto che i dati erano stati falsificati, così i lavori sono stati ritirati dalla rivista e il ricercatore è stato condannato per frode. La falsificazione, però, non riguardava tanto gli esperimenti, che erano riusciti, ma le percentuali di successo che erano state esagerate dal ricercatore.

8 Qual è la differenza fra clonazione terapeutica e clonazione riproduttiva? La prima ha lo scopo di produrre staminali da usare nella medicina rigenerativa: per riparare cioè organi e tessuti danneggiati dalle malattie. Con la clonazione riproduttiva si vuole, invece, fabbricare la copia di un essere vivente. Dopo Dolly sono state clonate, con la tecnica del trasferimento nucleare, molte altre specie di animali, fra cui conigli, mucche e gatti. Secondo alcuni, la nuova metodica, proposta dai ricercatori dell'Oregon, potrebbe essere così efficiente da rendere possibile la clonazione delle scimmie. Quella dell'uomo resta, comunque, molto lontana.

Adriana Bazzi
17 maggio 2013 | 14:16







Persone, non pecore. Basta manipolazioni

Corriere della sera
Il filosofo: «Non è accettabile che la donna sia utilizzata come fornitrice di ovuli per la scienza»

Non si comprende la radicale problematicità etica dell'esperimento pubblicato dalla rivista Cell se ci si ferma alle promesse terapeutiche e alla falsa notizia che sono state ottenute cellule staminali dalla pelle. La pelle è il punto di partenza per mettere in atto un metodo che è quello che ha fatto nascere la pecora Dolly: una clonazione.

La tragica differenza è che qui si è clonato un essere umano, un vivente appartenente alla nostra specie, quello che di solito chiamiamo figlio. Alla parola clonazione si aggiunge l'aggettivo «terapeutico» perché lo scopo non è quello di far nascere qualcuno, ma di ricavare cellule per future terapie: e per ottenere questo è necessario distruggere proprio l'embrione che si è generato. Si crea e si distrugge per avere materiale per curare. Tragico paradosso.

Se quell'embrione fosse stato accolto, come con la procreazione medicalmente assistita, nel corpo di una donna, sarebbe nato un bambino, gemello di chi ha fornito la cellula che, opportunamente trattata, è stata inserita nell'ovocita privato del nucleo. Sembra che si sia riusciti in quella clonazione umana finora fallita, mentre ora si giunge allo sviluppo della blastocisti.

Dal punto di vista etico resta la questione centrale: è legittimo manipolare le cellule umane per clonare un essere umano da distruggere per ricavarne altre cellule? Non è un problema di natura religiosa, è una questione etica che riguarda tutti, e in primo luogo la comunità scientifica. Possiamo permettere che la donna sia utilizzata come fornitrice di ovuli per la ricerca? Possiamo accettare che si generino esseri umani per scopi di ricerca? Possiamo manipolare la coscienza pubblica valorizzando solo le future promesse terapeutiche senza spiegare che non è dalla pelle ma dall'embrione umano che si ottengono questi risultati, rendendo l'umano puro oggetto di laboratorio?

Non faccia velo al problema etico il fatto che ci si trova di fronte a fasi iniziali dell'esistenza umana, invisibili a occhio nudo, o che il risultato ottenuto avvenga attraverso manipolazioni che stravolgono il modo della riproduzione umana: resta il fatto che abbiamo clonato «uno di noi». Ci si aspetta un chiaro no, dai cittadini e dai ricercatori, in nome di una medicina e di una scienza rispettose dell'esistenza umana. Un no peraltro già espresso in Europa dalla Convenzione di Oviedo.
Adriano Pessina (Docente di filosofia morale,direttore del Centro di Ateneodi Bioetica dell'Università Cattolicadel Sacro Cuore di Milano)

17 maggio 2013 | 11:49







Senza le staminali la ricerca si ferma

Corriere della sera
Il biologo Redi: «Con questa tecnica è inoltre possibile fare a meno della sperimentazione sugli animali»

Assistiamo ogni giorno a piccoli avanzamenti nelle tecniche per ottenere cellule staminali embrionali. L'esperimento degli scienziati dell'Oregon migliora la metodologia capace di riprogrammare geneticamente le cellule differenziate (della pelle, del sangue, etc). Lo stesso Nobel per la medicina di quest'anno è stato assegnato a Gurdon e Yamanaka proprio per aver sviluppato studi pionieristici a questo riguardo.

Va dunque ribadito che le staminali embrionali sono una necessità dell'impresa scientifica, non una alternativa alle cellule staminali somatiche (chiamate «adulte») che impieghiamo oggigiorno per le terapie cellulari di diversi tipi di leucemie, per le grandi ustioni, per la cornea, e nel prossimo futuro per il diabete di tipo I, il Parkinson e l'infarto del miocardio.

La priorità sull'impiego delle staminali embrionali oggi non è per terapie (va detto per non creare falsi ottimismi). Le staminali embrionali sono una necessità per saggiare le attività farmacologiche di nuove molecole, per le prove di tossicità, per «portare» in provetta e studiare diverse patologie (risparmiando prezioso tempo e la vita degli animali), ma soprattutto sono una necessità per capire su quali meccanismi molecolari si basa la riprogrammazione genetica delle cellule differenziate: i tumori sono lì a dimostrare che in natura, «in vivo», le cellule differenziate sono in grado di compiere tragicamente molto bene questo processo.

Le tecniche per ottenere staminali embrionali comportano un confronto con il mondo cattolico sulla natura di queste entità cellulari, ritenute erroneamente degli embrioni. Ma va detto che le staminali embrionali non sono l'equivalente degli embrioni; queste entità non si trasformeranno mai in embrioni poiché l'ambiente dei terreni di coltura nel quale vengono ottenuti non permette questo tipo di sviluppo.

È un dato empirico che può aiutare la riflessione del mondo cattolico al quale viene chiesto di riposizionare i propri legittimi convincimenti nelle nuove acquisizioni concettuali sul vivente. E così anche gli embrioni crioconservati, altra sorgente di staminali embrionali ma destinati in Italia, Austria, Germania e Irlanda alla morte, chiedono a tutti noi un dovuto rispetto al di là di quello che legittimamente ciascuno di noi possa ritenere essi siano: chiedono di partecipare alla vita come cellule, di essere impiegati e non di lasciarli morire.

Carlo Alberto Redi (Biologo, insegna Zoologia all'Università di Pavia)

17 maggio 2013 | 11:45

Husein in fuga dall’Iraq a Torino “Qui finalmente libero di essere gay”

La Stampa

La storia di un ragazzo di 26 anni: “Un mio amico è stato ucciso dal padre che aveva scoperto la sua omosessualità, non volevo rassegnarmi allo stesso destino»

lorenza castagneri
torino


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Nel cuore sempre il ricordo dell’amico di infanzia Hammar, ucciso con un colpo di pistola alla testa dal padre, quando scoprì che il figlio era omosessuale. «Ero terrorizzato. Credevo che la stessa cosa potesse succedere a me.

Così sono scappato». Husein a 26 anni ha già vissuto quattro o cinque vite. Da un po’ di tempo sta provando a ricominciare un’altra volta, proprio a Torino. Qui è andato a scuola per la prima volta e ha trovato quella famiglia che non ha mai avuto prima. Perché lui è un ragazzo gay, nato in un Paese, l’Iraq, in cui l’omosessualità è un concetto che non esiste. Che non può esistere. E’ un reato punito con la pena capitale. Una realtà che mai come oggi, Giornata internazionale contro l’omofobia e la trasfobia, fa riflettere. 

Eccola qui la «pecora nera della famiglia», la «causa del disonore dei genitori»: maglietta gialla da cui spuntano le braccia muscolose e tatuate, jeans e scarpe da ginnastica. Capelli rasati e un sorriso finalmente sereno. Questo oggi è Husein. «Sono nato in una cittadina nel Sud dell’Iraq – racconta – I miei non mi hanno mandato a scuola. A cinque anni lavoravo già in una panetteria. Ero così piccolo che per arrivare al bancone mi facevano salire su una cassetta di bottiglie di Coca Cola. Poi a 13 mi hanno costretto a sposarmi.

Un matrimonio fallito subito. Allora già sapevo che mi piacevano i ragazzi». Dopo il divorzio, Husein, solo, senza saper né leggere né scrivere, scappa. Prima in Iran, poi in Turchia. Sempre nascosto nella pancia di uno di quei tir che attraversano il deserto carichi di animali. Nascosto tra le pecore, costretto a rimanere per ore piegato come le bestie, con un maschera calata sul viso per non morire soffocato. A Istanbul ci rimane quasi un anno. 

Poi sale su un barcone e arriva in Italia. Sette giorni di viaggio. Sette giorni a tirare avanti solo con olive, pane secco e un po’ d’acqua. Sette giorni per arrivare fino a Foggia, in un campo profughi. Husein ottiene lo stato di rifugiato politico. Poi si sposta a Roma e si fidanza. Per la prima volta. Una serenità che dura pochissimo. Perché il mondo è piccolo, le voci corrono e arrivano fino all’Iraq. «Deve essere stato qualcuno del giro di compagnie che mi ero creato: ragazzi della mia città che una volta scoperta la mia omosessualità sono riusciti a farlo sapere ai miei genitori». Subito dopo cominciano le telefonate, le minacce: «Ti ammazziamo, sei la nostra vergogna».

E’ allora che Husein a poco a poco si avvicina ad Andos, l’associazione contro le discriminazioni da orientamento sessuale nata lo scorso anno. Uno dei volontari, Massimo Florio, lo convince a trasferirsi a Torino. Qui Husein vive in un appartamento da solo, si mantiene con lavori temporanei e intanto studia: tra poco sosterrà gli esami di terza media e frequenta una scuola professionale. Certo, le discriminazioni ci sono sempre. «Ma ho imparato a distinguere le persone di cui mi posso fidare da coloro che si vogliono prendere gioco di me». 

Tutto a 1 euro”: cosa c’è dietro?

La Stampa

a cura di maurizio ternavasio
torino


Cattura
È corsa al prezzo più basso: in Gran Bretagna l’esempio di Poundland, la storica catena di negozi che vendono tutto ad una sterlina, è stato seguito da un’altra (99p Stores) che ha fissato il prezzo a 99 centesimi e, da qualche giorno, dall’ennesimo concorrente che per ogni articolo chiede soltanto 97 centesimi. 

Qual è la ragione del loro successo?
La possibilità di soddisfare con pochi sacrifici un acquisto di tipo compulsivo e «di pancia»: chi va in questi negozi lo fa non perché abbia bisogno di qualche cosa in particolare, ma per non essere costretto a rinunciare alle abitudini precedenti alla crisi economica. In pratica ci si accontenta di pensare di aver fatto un affare, senza domandarsi se si è acquistato un oggetto o quasi un rifiuto.

Quando nascono queste catene?
Portland, che è una delle prime ad aver aperto i battenti in Europa, funziona con successo in tutta la Gran Bretagna dal 1990, dove ha 335 punti vendita che commercializzano oltre 3000 prodotti diversi.

E in Italia?
Da noi le catene di questo genere sono un fenomeno ben più recente, anche se già ai tempi della lira in molte grandi città esistevano negozi dalla filosofia più o meno simile che vendevano tutto a 1000 lire.

Che cosa si può acquistare in questi negozi?
Davvero di tutto. Dal sapone alle patatine, dagli articoli per il giardinaggio alla cancelleria, dai libri al cibo per animali. Ma anche soprammobili, pile, giocattoli, deodoranti, articoli per la pulizia della casa…

Anche nel nostro Paese la soglia di un euro è piuttosto rigorosa?
Più o meno sì. Una catena italiana (85 cent Quality Store) che ha circa 35 negozi in dieci regioni italiane ha fissato un prezzo di entrata (85 centesimi di euro, appunto) che corrisponde all’incirca ai 97 centesimi di sterlina. Ma vi si trovano oggetti con un costo fino a 5 euro. In altre realtà del genere la merce, a scaglioni di solito fissi (1, 2, 5 euro) può arrivare anche ai 10 euro.

Ma è vero che c’è anche chi vende ad un euro gli elettrodomestici?
È stata la provocazione messa in piedi da un centro commerciale di Palermo nello scorso mese di marzo. I pezzi disponibili erano soltanto 50 per ciascuna tipologia di prodotto (lavatrici, televisori e smartphone) e fin dall’apertura, nella struttura aperta poco più di un anno fa da Maurizio Zamparini, presidente del Palermo, si è radunata un’enorme folla: ed è stata subito ressa. Nella corsa per accaparrarsi la merce una donna si è fratturata il polso, e molti hanno accusato malori. Ingenti i danni al centro commerciale, «difeso» dai carabinieri.

Per fortuna non è sempre così…
No, anche perché i negozi low cost, cioè a prezzo fisso, di solito non presentano sugli scaffali dei prodotti civetta in serie limitata, cioè delle offerte particolarmente vantaggiose per attirare clientela a cui vendere articoli più cari. Qui tutto è un prodotto civetta, tutto è all’insegna della trasparenza.

Qual è la ragione del successo di questa tipologia di commercio?
Lo spiega Alessandro Mostaccio, segretario nazionale generale del Movimento Consumatori. «Le catene di negozi a prezzo fisso proliferano ai tempi della crisi. Chi non può più spendere 100 euro per degli occhiali da sole, ne paga volentieri due anche se le lenti sono di bassissima qualità: al massimo li userà per pochi giorni, e poi li metterà in un cassetto. Gli acquirenti sono in genere giovani dalle scarse possibilità economiche che non vogliono rinunciare a finalizzare un giro in centro con l’acquisto di qualche oggetto. Rinunciano al gelato, ma soddisfano la loro propensione edonistica con un acquisto consumistico il più delle volte inutile, oppure per fare qualche regalo. La molla è lo svago, il focus è sul prezzo e mai sulla qualità del prodotto».

Quali sono i meccanismi che consentono a realtà del genere, che spesso occupano ampie superfici nei centri storici, di fare business?
«Tutto è basato sui grandi volumi di vendita, anche se il ricarico sui singoli articoli è per forza di cose limitato – spiega Mostaccio -. La merce viene fabbricata in Paesi non solo dal basso costo di manodopera, ma anche con standard infinitamente più ridotti rispetto all’Europa per quanto riguarda i diritti dei lavoratori e la sicurezza ambientale e del prodotto stesso. Il sistema produttivo che c’è alle spalle non ha nulla di etico ed è spesso irresponsabile perché basato su una delocalizzazione spinta in realtà nelle quali la legislazione sui prodotti è pressoché inesistente. Poteva persino capitare che gli articoli commercializzati in queste realtà fossero privi del marchio CE. Hanno fatto scuola le bolle di sapone prodotte con acqua cinese inquinata».