mercoledì 15 maggio 2013

Milano, i parenti del 21enne vittima di Kabobo: "Non vogliamo Pisapia ai funerali"

Libero

Gli amici e familiari di Davide Carella protestano con il sindaco, che non ha risolto l'emergenza-sicurezza della città

di Marianna Baroli



Il declino di un sindaco vola sul filo della tecnologia. Più precisamente, dei social network. Dopo il messaggio postato sul profilo ufficiale del primo cittadino su Facebook con cui Giuliano Pisapia annunciava la decisione di indire il lutto cittadino per onorare le vittime del Niguarda, morte ingiustamente sotto la follia di un piccone e in un clandestino irregolare di origini ghanese, il web è esploso. E non in quel senso positivo che Giuliano era abituato a conoscere.

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A parlare, tra gli indignati, i parenti di una delle vittime. Roberto Testa, cugino di Daniele Carella il giovane 21enne ucciso, sceglie Facebook per parlare a cuore aperto al sindaco Pisapia e non trattiene la rabbia.  «Caro sindaco, dopo che ho perso un cugino come posso non avere rabbia? Le do un consiglio non venga al funerale eviti episodi di rabbia perché le assicuro che i parenti tutti delle vittime non hanno bisogno di essere presi in giro con frasi fatte».  Per lui, troppi gli errori commessi: «Da quando Pisapia è al potere sono stati fatti troppi errori - continua - mio cugino era una persona stupenda e non meritava di morire. Penso che il sindaco e l’amministrazione Pd indirettamente abbiano delle grandi responsabilità su questa tragedia».

E così, dopo i mesi in cui era divenuto il re incontrastato del social network è arrivato ora il triste declino. Lui, prima di divenire sindaco, aveva puntato tutto sul mondo online: nei tempi in cui ci si preparava all’arrivo del grande vento arancione su Milano, Pisapia aveva scelto come arma vincente piattaforme come Facebook e Twitter in grado di entrare nelle case meneghine con notizie e aggiornamenti in tempo reale su quel che si voleva fare per un futuro migliore. Allo sventolare delle bandiere in piazza Duomo nel clima di festa c'erano anche loro, i milanesi 2.0 che tuttavia, da alcuni mesi, hanno iniziato ad abbandonare e a rivoltarsi contro il sindaco arancione.

Ma i bei tempi di un regno tecnologico felice sono giunti alla fine. Il punto arriva ieri, dopo mesi di agonia per Giuliano e il suo staff che hanno dovuto ammettere la sconfitta e arrendersi al fatto che, ormai, è giunto il momento di deporre mouse e corona e abbandonare l'idillio di complimenti e messaggi di sostegno e fare un passo in avanti su quel palco virtuale ora fatto di insulti e critiche. Milano ferita nel profondo questa volta non ce la fa più. Gli stessi che un tempo ricoprivano di elogi gli spazi del sindaco, oggi lo seppelliscono sotto dure critiche. «Fare anche qualcosa di concreto per la sicurezza pare brutto?» chiedono su Twitter in risposta all’annuncio del lutto cittadino. Ma non solo. «Oltre al lutto cittadino, inizi ad avere il pugno di ferro con gli extracomunitari irregolari», scrivono.

E ancora: «Come è possibile che su 2825 agenti siano meno del 20% quelli per strada?». Largo spazio anche ai delusi che si rivolgono al primo cittadino come fossero amici traditi: «Caro sindaco, ricordo bene le tue parole, sei venuto qui prima delle elezioni a prometterci un ambiente migliore, maggior attenzione ai poveri ed agli anziani, agli ammalati. E' tutto come prima, anzi...». Su Twitter Giuliano Pisapia viene appellato come «Il peggior sindaco che la storia di Milano abbia mai avuto». Il declino di un presunto eroe si legge ora perfettamente su una bacheca che somiglia a un campo di battaglia e che accusa il primo cittadino «votato non per meriti ma per dispetto» di aver «svenduto la un tempo bella Milano alla criminalità».

La Boldrini "perdona" i violenti di Sel

Massimiliano Scafi - Mer, 15/05/2013 - 07:58

Il Pdl contesta la presidente della Camera: non condanna i fatti di Brescia, non è super partes

Roma - Sì, va bene, il femminicidio. D'accordo pure con la condanna delle violenze sulle donne, «ma dei fatti di Brescia non ne vogliamo proprio parlare?».


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Renato Brunetta è infuriato. Ce l'ha con Laura Boldrini, che «non censura i teppisti che stavano sotto le bandiere del suo partito». L'accusa di «usare due pesi e due misure per esprimere solidarietà». La chiama «deputata». Le dice che non è imparziale, che addirittura, come equidistanza, era meglio Fausto Bertinotti. E il presidente della Camera si difende cosi: «Sono fuori dell'agone politico, non posso censurare nessuno se voglio essere neutrale».

L'aria a Montecitorio è già tesa quando Simone Baldelli comincia a parlare del «clima di odio» di questi giorni» e a dare voce «all'insoddisfazione» Pdl verso la Boldrini. «Avremmo avuto piacere di ascoltare parole di solidarietà, immediate e incondizionate come lo sono state da parte nostra nei suoi confronti per i fischi con cui lei è stata ingiustamente contestata a Civitanova e dopo gli insulti che ha ricevuto via internet».

Ma è la replica ironica di Laura Boldrini a fare da detonatore. «Pensavo che il suo fosse un intervento per richiamo al regolamento. Evidentemente avevo capito male». Il dibattito si increspa, si passa dai fatti di Brescia, alla Kyenge fino alle aggressioni del picconatore a Milano. Poi tocca a Brunetta, che già dall'incipit fa capire che il suo non sarà un intervento molto conciliante: «Visto che mi ha definito onorevole e che sono invece presidente del gruppo parlamentare, io non la chiamerò presidente, ma deputata Boldrini».

La voce si alza. «Io c'ero a Brescia e ho visto le bandiere e gli insulti del suo partito e i teppisti che stavano sotto le bandiere del Sel - dice il capogruppo Pdl rivolgendosi direttamente a Boldrini - e le chiedo se lei usa due pesi e due misure per esprimere la vicinanza». Brusii, proteste. «Io c'ero - insiste Brunetta gridando - e ho visto che insultavano e impedivano lo svolgimento di una manifestazione democraticamente convocata». Berlusconi era sul palco, «ed esprimeva le idee di un leader di un partito, non ha lanciato nessun insulto alla magistratura».

E nei giorni successivi, conclude Brunetta, «non ho sentito da parte sua, Boldrini, alcuna presa di distanza dal suo partito». Sì, meglio Bertinotti della «deputata Boldrini», lui almeno «si caratterizzava per la sua equanimità». Il presidente della Camera rinvia il dibattito ma replica subito a Brunetta, parlando di sé in terza persona. «Come è noto, l'ordinamento parlamentare assegna al presidente della Camera il buon andamento dei lavori e di fare rispettare il regolamento». In questo «è terzo e imparziale rispetto alla competizione politica e, per quanto la riguarda, tale intende rimanere la presidente».

Quanto al merito, prosegue mentre i banchi del centrodestra rumoreggiano, «nei confronti delle deputate insultate a Brescia in quanto donne, ricorda che si è già pronunciata chiaramente al riguardo e rassicura tutti essere attenta e sensibile sulla questione». Il sessismo, spiega, «è la sua bandiera culturale». Ma tutto ciò, sostiene la Boldrini, non significa «che la presidente della Camera non deve entrare «nell'agone a tutto danno del ruolo di garanzia», Senza contare che «le continue dichiarazioni creano nuovi terreni di scontro». Controreplica di Brunetta: «Non chiediamo la difesa dei partiti ma della libertà di manifestare opinioni e di condannare la violenza. E la sua è una risposta inquietante, afasica».

Napoli, dalle buche al Giro d'Italia sette inchieste per il sindaco

Il Mattino
di Luigi Roano

I pm hanno avviato verifiche e controlli sull'attuale amministrazione. La replica: curiosa la storia del cerino che resta sempre in mano a me


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Napoli - Sette inchieste - almeno quelle di cui si ha notizia certa - e un mare di investigatori sguinzagliati un po’ ovunque si trovino uffici comunali. Tanto che sono stati «avvisati» di indagini in corso sul loro conto il sindaco Luigi de Magistris, l’assessore Anna Donati e alcuni dirigenti del Comune. Il sindaco ha aperto porte e finestre di Palazzo San Giacomo, come promesso all’atto del suo insediamento, praticamente due anni fa. Così oltre alle inchieste pendenti sulla vecchia amministrazione, i pm napoletani hanno avviato verifiche e controlli sull’attuale amministrazione.

Attivismo che nelle ultime settimane sembra aver lasciato perplessi gli inquilini di Palazzo San Giacomo. Chiariamolo subito: un ex pm non può che apprezzare l’impegno dei suoi ex colleghi, sa che tipo di lavoro fanno, ma nei fatti l’offensiva sta rallentando e non poco l’attività amministrativa. Fuor di metafora, l’impatto politico delle inchieste - questo il ragionamento che si fa in Comune - è tale da provocare la paralisi nella gestione della città. Al netto del legittimo lavoro dei pm. Con una punta di amarezza, nei giorni scorsi de Magistris racconta così questo momento particolare: «Ben vengano inchieste e verifiche si scoprirà che gli amministratori non hanno nulla da nascondere, però si faccia luce anche sulla cattiva amministrazione del passato che ci ha lasciato una eredità pesantissima».

Gli esempi che trapelano da Piazza Municipio sono soprattutto due. Bagnoli - in due tempi - e l’inchiesta sulle buche.

mercoledì 15 maggio 2013 - 08:08   Ultimo aggiornamento: 10:10

Figurine Panini dei calciatori contraffatte: sequestrate bustine per 2,7 milioni

Il Mattino

La Guardia di Finanza di Modena ha denunciato sette persone. A capo della banda dei falsari ci sarebbe un ex dipendente


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Oltre 5,7 milioni di figurine Panini «Calciatori 2012-2013» contraffatte, oltre 3 milioni di bustine per il loro confezionamento, circa 3 mila scatole, computers e apparecchiature utilizzati per le operazioni di scannerizzazione e di grafica, macchinari specializzati per la stampa, il taglio e l'imbustamento delle figurine e un camion per il trasposto della merce.

È quanto la Guardia di Finanza di Modena ha sequestrato al termine di un'indagine coordinata dal Pm di Modena Lucia Musti, nell'ambito delle iniziative volte alla tutela dei marchi e della proprietà industriale. L'inchiesta ha portato alla denuncia di sette persone che a vario titolo dovranno rispondere dei reati di contraffazione di marchi e segni distintivi, introduzione nello stato e commercio di prodotti con segni falsi. A capo della banda di falsari delle figurine ci sarebbe un ex dipendente della Panini che da circa dieci anni si era messo, commercializando, tramite le edicole, piccoli giocattoli e gadgets per bambini.

Le fiamme gialle hanno così potuto ricostruire l'intera filiera produttiva: dal soggetto che ha fornito la materia prima alla società specializzata che si è occupata della scannerizzazione delle figurine e della realizzazione del supporto informatico, fino al soggetto incaricato di individuare i potenziali clienti, ossia i soggetti distributori. Il tutto avveniva tra Modena, Bologna e Reggio Emilia. Il valore delle bustine contraffatte, peraltro piene di doppioni e senza le cosiddette figurine speciali, è stato quantificato in oltre 2,7 milioni di euro. I finanzieri hanno accertato che le figurine contraffate riproducevano solo un quarto di quelle originali.

«Ampia e preziosa - sottolineano alla Guardia di Finanza - è stata la collaborazione fornita dalla Panini in tutte le fasi delle indagini». Secondo gli inquirenti, tra i progetti per il futuro vi era sicuramente anche quello di duplicare simili iniziative in occasione dei prossimi Mondiali di calcio in Brasile. Anzi, la collezione dei calciatori 2012-2013 doveva servire proprio da test al fine di individuare eventuali migliorie da apportare alle procedure ed al sistema illecitamente allestito.

 
mercoledì 15 maggio 2013 - 11:11   Ultimo aggiornamento: 11:11

Malato di tumore, la ditta lo licenzia: troppi giorni di assenza per le terapie

Il Mattino

Gia' malato aveva compiuto un atto eroico: si era gettato in acqua per salvare una donna che voleva uccidersi



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VENEZIA - Noncurante delle sue condizioni di salute. Noncurante dei tumori con cui deve ancora convivere da sette anni. Quasi un anno fa, era il 24 luglio, Oliviero Biancato, elettricista 52enne di Marcon, si tuffò nelle acque del Marzenego per salvare una donna che si era gettata dal cavalcavia di San Giuliano. Voleva farla finita. Lui evitò la tragedia, senza pensarci su nemmeno un secondo. «Non posso farci niente - dichiarò al tempo - ti scatta qualcosa dentro e non puoi fermarti». Ora Oliviero Biancato è disoccupato. Troppi giorni di malattia per le terapie e la ditta di Mestre per la quale lavorava fino al 29 aprile gli ha consegnato la lettera di licenziamento. «Mio marito è stato la sola persona a muoversi, e ce n'erano altre sul cavalcavia. Non so in che Paese viviamo», sottolineò la moglie del 52enne subito dopo il salvataggio. La stessa moglie che ha dovuto consolare il suo uomo dopo la brutta notizia.

Un fulmine a ciel sereno. Motivo? «Ha esaurito i giorni di malattia concessi in tre anni (sono 274, ndr) per potersi curare - spiega - è stato operato a giugno scorso, poi ha cominciato una prima fase di tre cicli di chemioterapia che non sono andati bene». La trafila è lunga. Dentro e fuori dall'ospedale. Anche perché serve tempo per riprendersi dalle sedute. Per rimettersi in forze. «Tra novembre e dicembre siamo stati nel limbo perché non si capiva che terapie dover seguire. A metà febbraio c'è stato un nuovo ricovero, perché la malattia è ripresa», racconta la moglie. Il countdown quindi è scattato di nuovo. Inesorabile. Poi la decisione inaspettata dell'azienda: il licenziamento. «Il 24 maggio mio marito dovrà sottoporsi al sesto ciclo di chemio - racconta la donna - se la tac fosse andata bene lui aveva tutta l'intenzione di tornare al lavoro. Invece è stato convocato dai dirigenti della ditta perché volevano parlare con lui. Non ce l'aspettavamo».

Oliviero Biancato è rimasto "vittima" dell'articolo 19 del contratto collettivo dell'industria metalmeccanica, che norma il cosiddetto «periodo di comporto». Una pensione d'invalidità, naturalmente, c'è. «Non è una questione economica - spiega la moglie - ma di avere almeno il diritto di ammalarsi. Pensi che mio marito voleva rientrare al lavoro e lasciar perdere le terapie. Non vuole neanche pensare di andare in pensione anticipata, ne soffrirebbe troppo nelle sue condizioni. Se per curarsi si perde il posto, allora uno per che cosa lotta a fare».

mercoledì 15 maggio 2013 - 11:11   Ultimo aggiornamento: 11:11

Venezuela, la guerra della carta igienica

Corriere della sera

Il governo importerà 50 milioni di rotoli per contrastare gli oppositori secondo cui ci sarebbe carenza del prodotto

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Cinquanta milioni di rotoli di carta igienica, per inondare il mercato e far calare i prezzi: lo ha deciso il governo venezuelano del chavista Nicolas Maduro. In questo primo mese di governo del successore di Hugo Chavez, in Venezuela la lotta fra chavisti e antichavisti si intensifica di giorno in giorno e coinvolge ormai tanti settori: come quello appunto della produzione di carta igienica, la cui carenza è dovuta ad un eccesso di domanda frutto a sua volta alla «campagna mediatica» promossa dall'opposizione, secondo Maduro.

«SATURARE IL MERCATO» - Di fronte a tale carenza, il governo ha quindi annunciato un'imminente operazione di import di 50 milioni di rotoli della carta per l'igiene intima: proprio per inondare il mercato, far arrivare il prodotto nei negozi e far calare i prezzi. L'operazione è orientata in altre parole a «saturare il mercato», ha sottolineato il ministro del commercio, Alejandro Fleming: «In Venezuela non c'è una carenza della produzione, bensì un eccesso della domanda a causa degli acquisti ossessivi della popolazione, frutto di una campagna mediatica che punta a perturbare il Paese». La «revolucion bolivariana» farà quindi arrivare a Caracas «50 miloni di rotoli, in modo che il nostro popolo si rassereni e capisca che non deve lasciarsi manipolare da questa campagna mediatica», ha aggiunto Fleming durante una visita presso uno stabilimento del gruppo «Papeles Venezolanos».

LUNGHE FILE AL SUPER - Quello della carenza di tanti prodotti di base è, insieme all'inflazione e l'insicurezza, uno dei principali problemi per milioni di venezuelani, ricordano per ennesima volta oggi i media antichavistu, mentre il governo accusa l'opposizione di alimentare un eccesso di domanda. Già in passato, il presidente Chavez, morto il 5 marzo, aveva rafforzato diverse leggi che puniscono le imprese che speculano e fanno incetta di prodotti base. E proprio qualche giorno fa, il presidente Maduro ha accusato il gruppo Polar, la principale impresa alimentare del paese, di favorire l'accaparramento. Fatto sta che a Caracas e in tante altre città del Paese le file ai supermercati e negozi non fanno che allungarsi, proprio per l'assenza dagli scaffali di tanti prodotti di base, come carne, pollo, farina, latte e formaggi. Non manca solo la carta igienica.


Redazione Online 15 maggio 2013 | 19:34

Cloud computing: «Così ho ideato i codici segreti per proteggere i dati»

Corriere della sera

Dal poker online a un nuovo tipo di codifica per ottenere il massimo della sicurezza nella Nuvola

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Tutto nacque con una partita a poker a Berleley. «Si, l’idea ci appassionò e con un collega affrontai questa sfida. Giocavamo via Internet più spinti dall’entusiasmo giovanile che dalla consapevolezza di un risultato possibile». Così Silvio Micali racconta la sua storia americana che lo ha portato nel marzo scorso a vincere il premio più importante per un ricercatore nel campo dell’informatica, il Turing Award, assieme all’israeliana Shafi Goldwasser. Entrambi insegnano al Mit di Boston brillando come stelle nell’intrigante universo della crittografia, la scienza dei codici segreti.

DAL POKER ONLINE - La scorsa settimana il matematico Micali tornava fra i banchi dell’Università di Roma, dove si era laureato alla fine degli anni Settanta, spiegando le ultime conquiste delle sue ricerche segnate, come spesso accade ai matematici, dall’idea del gioco. Poi fuggiva negli Stati Uniti. «Era il 1981 e insegnavo a Berkeley», rammenta Micali. «Il poker ci sembrò la via giusta per codificare delle carte arrivando a inventare un nuovo tipo di decodifica nuotando in un oceano immenso di possibilità. Si trattava di una codifica probabilistica, per dirla in termini scientifici, e questi studi erano utili pure per altri fronti, a cominciare dall’intelligenza artificiale».

CODICI SEGRETI - Ma come mai questa dedizione ai codici segreti? «Quando cominciai a occuparmene, la crittografia non era una materia diffusa. Però negli Stati Uniti c’era una scuola meravigliosa, si poteva studiare e mi affascinava sviluppare una nuova matematica». E Micali varcò l’Atlantico approdando a Berkeley, in California. Lì affrontava un tema decisamente astratto, ma fondamentale per cambiare l’approccio teorico alla materia, vale a dire il concetto di prova per stabilire la veridicità di un messaggio. «Questo concetto era rimasto inalterato per 2.500 anni, dall’epoca di Euclide. Era necessario innovare e quello che ho fatto è stato contribuire a trasformarlo da un oggetto statico e barboso a dinamico cambiando la sua logica e i tempi della prova accorciandoli tremendamente».

LOGICA - La dimostrazione richiederebbe esempi un po’ lunghi e complicati. Quello che interessa è il risultato finale raggiunto da Micali, cioè la prova della veridicità di un messaggio disponendo di pochissima conoscenza del suo contenuto, «anzi», dice, «dopo esserci chiesti quanta conoscenza trasmettere per fornire la prova, siamo giunti addirittura a un livello di conoscenza zero, il massimo immaginabile». Un’impresa non da poco, ma essenziale per garantire sicurezza e riservatezza come qualsiasi transazione in rete ormai richiede. «Ne è nato un sistema di password assolutamente nuovo, diventato uno strumento essenziale del cloud computing, senza il quale la nuvola che sempre più archivierà i nostri dati, non può consentire né sviluppo né sicurezza».

ATTESA - Ma come spesso accade nella scienza l’assimilazione dei risultati non è immediata. Il metabolismo della conoscenza sembra lottare con il tempo proiettando lontano le vittorie. Nel 1983, anche grazie ai risultati ottenuti, Silvio Micali abbandonava la California varcando la soglia del Mit. «I nuovi concetti che avevo elaborato attenderanno a lungo la loro applicazione. E adesso, finalmente, sono diventati parte integrante delle nuvole. Nel frattempo si sono aperte pure numerose altre applicazioni, ben oltre i sistemi di difesa ai quali siamo abituati ad associare i codici segreti. Oggi l’economia ma anche le comunicazioni tra le persone richiedono livelli di sicurezza eccelsi».

ITALIA: SISTEMA NON COMPETITIVO - Micali ha ritrovato a Roma l’Italia che aveva abbandonato oltre tre decenni fa. «Non ho rapporti con le università italiane», confessa. «In Italia ci sono buoni cervelli, ma il sistema non è competitivo. Si perde tempo in una burocrazia insostenibile. Comunque, la buona formazione che avevo ricevuto mi ha incoraggiato ad andarmene. Il livello dei risultati che si ottengono in Italia è molto basso». E al Mit ha conquistato l’ambito premio, una sorta di Nobel dell’informatica che porta il nome del padre dell’intelligenza artificiale, il grande Alan Turing.

TURING - Per conoscere meglio il mondo del geniale britannico, dalla vita tristissima e certamente non molto conosciuto da noi nonostante quotidianamente abbiamo a che fare con i concetti da lui elaborati, vogliamo offrire due riferimenti: il sito che raccoglie interviste sul personaggio e descrizione dello spettacolo andato in scena al Piccolo di Milano con la regia di Maria Elisabetta Marelli per ricordare i cento anni dalla nascita; il libro di Andrew Hodges, Alan Turing, storia di un enigma (Bollati Boringhieri).

Giovanni Caprara
14 maggio 2013 (modifica il 15 maggio 2013)

Frau Martin vince la sua battaglia “I bimbi nati morti sono persone”

La Stampa

Li chiamano “Sternenkinder”, bambini delle stelle. Grazie alla tenacia di una madre da adesso potranno ottenere un nome, l’iscrizione al registro civile e una sepoltura»

alessandro alviani
berlino


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Non si chiameranno più genericamente “Sternenkinder” (“bambini delle stelle”), bensì potranno ricevere un loro nome – e una vera sepoltura. Da oggi in Germania i bambini nati morti che pesavano meno di 500 grammi al momento del decesso potranno ottenere un nome. I loro genitori potranno inoltre registrarli all’ufficio di stato civile e dar loro una sepoltura. È quanto prevede una legge appena entrata in vigore, che riconosce per la prima volta gli “Sternenkinder” (come vengono chiamati comunemente in Germania) come degli esseri umani. Finora i bambini di meno di mezzo chilo nati morti venivano invece considerati alla stregua di un aborto e di loro non c’era traccia negli uffici di stato civile: era come se giuridicamente non fossero mai esistiti.

Una situazione che sarebbe rimasta probabilmente così se non fosse stato per Barbara Martin e suo marito Mario. Tra il 2007 e il 2008 Barbara Martin ha perso tre figli (due dei quali gemelli): uno è morto durante la gravidanza, uno durante il parto, uno poche ore dopo. In base a quanto previsto finora in Germania due dei tre bambini non sono legalmente mai esistiti, in quanto pesavano meno di 500 grammi. I Martin hanno intrapreso una lunga battaglia per cambiare la normativa tedesca, hanno lanciato una petizione e raccolto 40.000 firme, spingendo il Bundestag ad approvare una nuova legge a fine gennaio. «Ora la morte dei nostri bambini ha un senso», commentò in quell’occasione Barbara Martin.

Per noi, spiegò la coppia, «questi bambini sono stati reali, hanno meritato di essere riconosciuti come veri bambini. Una vita umana non può essere definita in base ai grammi». La legge che entra in vigore oggi ha anche valore retroattivo, il che significa che si applica tra l’altro anche ai figli dei Martin. Ai genitori resta comunque la facoltà di scegliere se registrare i figli presso l’ufficio di stato civile oppure no: non esiste alcun obbligo. Secondo alcune stime in Germania si verificano ogni anno circa 1.500 casi di bambini con meno di 500 grammi di peso nati morti. 

Boldrini, giornata nera. Alla Camera si parla della strage di Milano e lei sei la ride

Libero

A Montecitorio interviene il leghista Fedriga che chiede più sicurezza e regole contro gli immigrati clandestini. Quando finisce, la telecamera va sulla presidente di Montecitorio...


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Per Laura Boldrini quella di martedì alla Camera è stata una giornata nera. Di sicuro passerà alla piccola (e ancora freschissima) storia di questa legislatura per il durissimo scontro verbale con il presidente dei deputati Pdl Renato Brunetta, che sul caso delle offese alle onorevoli del Pdl sabato a Brescia l'ha accusata di tenere "due pesi e due misure" e di essere soldale a giorni alterni. Critiche ribadite, peraltro, dal Pdl in blocco, a cui la Boldrini ha replicato un po' piccata. Ma la giornataccia ha avuto un altro neo, meno appariscente, meno pubblicizzato, ma altrettanto doloroso.


Si parla di Kabobo e la Boldrini se la ride

Guarda il video su LiberoTv


Riso amaro
- Alla Camera si parla della strage di Milano, dove l'immigrato clandestino Mada Kabobo sabato mattina ha ucciso a colpi di piccone tre passanti. In ballo c'è la questione dell'immigrazione e della sicurezza, e l'intervento del deputato leghista Fedriga è molto duro, in linea però con la drammaticità dell'evento. Una volta terminato il discorso dell'onorevole, la telecamera passa al presidente di Montecitorio, un po' distratta. In questo video postato dallo stesso Fedriga, infatti, si può vedere la Boldrini sorridere e scherzare con i commessi prima di passare il microfono a un altro collega. Non il massimo della serietà, visto il tema del dibattito.

Caso Orlandi, il nodo della perizia fonica: a confronti voci di Accetti e dell'Amerikano

Corriere della sera

I magistrati attendono il riscontro per capire se l'indagato era il telefonista che parlava con accento Usa. Corriere.it propone ai lettori le due registrazioni audio


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ROMA - Il flauto traverso che ha fatto ritrovare oltre un mese fa, sul quale sono quasi terminate le analisi tecniche in cerca di saliva o di altre tracce utili a risalire al Dna. I riscontri già forniti dal superteste sulle rivendicazioni e i messaggi inviati 30 anni fa ai mass media e alla famiglia dopo la scomparsa di Emanuela. La localizzazione delle vecchie cabine «Sip», alcune delle quali ubicate nel centro di Roma, da cui ha detto di aver chiamato. E - soprattutto - le verifiche sulla voce: timbro, estensione, intensità, eventuali caratteristiche specifiche. Il caso Orlandi entra nella fase cruciale con l’esame più atteso: se la comparazione tra la voce di Marco Fassoni Accetti, il fotografo che si è autodenunciato del sequestro, e quelle del personaggio all’epoca ribattezzato l’«Amerikano» e di un altro, «Mario», darà esito positivo, allora sì che uno dei gialli più intricati del dopoguerra sarebbe a una svolta risolutiva.

FASE DECISIVA - Fassoni Accetti, che ha precisato di aver avuto il doppio ruolo di «ideatore del rapimento e telefonista», oggi sarà interrogato in Procura per la settima volta negli ultimi 40 giorni. Appuntamento carico di tensione e decisivo: l’uomo una settimana fa è passato dalla veste di testimone a quella di indagato per sequestro di persona aggravato dalla morte dell’ostaggio e quindi sarà accompagnato dal suo legale, l’avvocatessa Maria Calisse.

TRE TELEFONISTI - Inevitabilmente, sia il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo sia il pm Simona Maisto tenderanno l’orecchio anche al timbro della sua voce. Perché, i magistrati, le registrazioni delle conversazioni avvenute nella lontanissima estate 1983 tra i rapitori e i loro interlocutori (famiglia Orlandi, il legale di fiducia e le suore del centralino vaticano) le custodiscono agli atti. E le hanno già ascoltate con attenzione. I telefonisti, all’indomani del 22 giugno in cui la «ragazza con la fascetta» sparì dopo la lezione di musica a Sant’Apollinare, furono tre: l’«Amerikano» (così chiamato per alcune esclamazioni), che comunque parlava italiano e si fece vivo molte volte, per mesi; quindi «Pierluigi» e «Mario», apparsi nell’immediatezza del fatto, quando ancora si parlava di «fuga volontaria» della quindicenne (un mese e mezzo prima c’era stato l’analogo sequestro di Mirella Gregori). A finire su nastro furono solo «Mario» e l’«Amerikano».

Ascolta i 2 audio


IL RAFFRONTO AUDIO - E adesso il Corriere della Sera è in grado di fornire un primo confronto audio. Una comparazione inedita tra le due principali voci del mistero: da un lato quella attuale, di Fassoni Accetti, registrata in un colloquio-intervista di qualche tempo fa; e dall’altro l’intercalare dell’«Amerikano», imprendibile «Mister X» da decenni. Il raffronto si basa su diversi contatti avuti dall’inquietante personaggio: mentre chiede di parlare con il cardinal Agostino Casaroli, allora Segretario di Stato vaticano, a una religiosa evidentemente spaventata; mentre spiega cosa fare per liberare Emanuela allo zio, Mario Meneguzzi («Vai nelle redazioni, tu supplica! Fai pubblicare il testo integrale...»); e infine mentre comunica con tono concitato all’avvocato Gennaro Egidio che «per Mirella Gregori prepara i genitori… non esiste nessuna possibilità… as… assolutamente… entreremo in una fase prossima e restituiremo il corpo…».

I DUBBI DA CHIARIRE - La persona è la stessa? L’odierno indagato - lo stesso che ammette di essere stato uno dei telefonisti in quanto esponente di un «nucleo di controspionaggio»al servizio di non meglio precisati «ambienti vaticani» - era forse l’«Amerikano»? Il cerchio sarebbe chiuso. O magari era l’altro, «Mario» (non presente nel nostro allegato audio), che biascicava un pesante romanesco, disse di chiamare da un ristorante e di aver incontrato Emanuela Orlandi a Campo de’ Fiori, mentre vendeva collanine? Le impressioni, ovviamente, non bastano. Però qualche dubbio affiora: specie in relazione a quei pochi secondi in cui, parlando con la suora del centralino, l’«Amerikano» forse si distrae, perde il controllo del diaframma e la voce risulta pertanto quasi spontanea, genuina: «Mi passi il segretario, per cortesia… Sua eminenza Casaroli… Il più veloce possibile!». Nelle altre chiamate, invece, tono e timbro risultano artefatti, impostati. E da qui discende un’altra questione: l’«Amerikano» che tramite il codice 158 contatta il Vaticano è lo stesso che chiama a più riprese casa Orlandi e l’avvocato, oppure si può ipotizzare la presenza di un quarto telefonista? Solo le perizie foniche, a questo punto, potranno dire una parola definitiva.

Fabrizio Peronaci
fperonaci@rcs.it15 maggio 2013 | 11:17

Costano troppo e sono inutili» . Bruxelles vuole eliminare le monetine da 1 e 2 cent

Corriere della sera

Soltanto il costo del conio per i governi ha causato un buco di 1,4 miliardi
Dal nostro corrispondente Luigi Offeddu



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BRUXELLES - «Tenga il resto», si diceva e si dice. Da Napoli a Salonicco, da Lisbona a Helsinki: tenga il resto, tanto quei due o tre centesimi color sughero o tabacco non servono quasi a nulla. E infatti quel resto, da domani o dopo, potrebbe scomparire: la Commissione europea studia ormai apertamente la possibile eliminazione degli «spiccioli degli spiccioli», le monetine da uno o due centesimi di euro nate 11 anni fa, e giudicate ormai quasi invisibili, da quanto sono poco usate. Pare che ne circolino ancora quasi 46 miliardi di pezzi, quasi 140 a cranio per tutti gli abitanti dell'eurozona. E il solo coniarli, avrebbe provocato ai singoli governi un «buco» totale da 1,4 miliardi: una volta finiti nelle tasche o nelle casse, rendevano meno di quant'erano costati al momento dell'uscita dalla zecca.

Il vicepresidente della Commissione europea e commissario agli affari economici Olli Rehn, dopo aver consultato una platea di banchieri ed economisti, ha già buttato giù quattro possibili scenari: primo, far finta di nulla e lasciare tutto com'è ora, per evitare nuovi sconvolgimenti in un momento finanziario già così delicato, e alla vigilia dell'ennesimo autunno caldo; secondo, stringere le cordicelle del borsellino cambiando la composizione della lega con cui sono fatte le monetine, rendendola più economica, e razionalizzandone il più possibile la produzione; terzo, una cura radicale con il ritiro istantaneo di tutto la monetaglia circolante con quella «pezzatura» e con l'arresto del suo corso legale; quarto, alt alla produzione ma ancora via libera alla circolazione fino a lento esaurimento della stessa.

La decisione finale di Bruxelles non è ancora all'orizzonte, ci vorranno altre consultazioni a tutti i livelli. I 17 Stati dell'euro non sono certo unanimi, né su questo né su altri temi; e dopotutto sono 17 le zecche, non una, da cui gli spiccioletti si diffondono a raffica su tutta l'Europa. Conflitti, coincidenze e contrasti di interessi bollono sotto la superficie, soprattutto fra Paesi «ricchi» e poveri, fra Nord e Sud: gli equilibri valutari della Baviera non sono certo gli stessi della Transilvania, le rispettive bilance dei pagamenti si basano su perni ben differenti. Ma una cosa hanno in comune: ovunque, oggi, si temono presto o tardi rimbalzi sotterranei dell'inflazione: e anche i minuscoli cents , pur tanto derisi, hanno contato per un po' qualcosa nel frenare (o ingannare) gli scarti dei prezzi «arrotondati», in tutti i caffè o chioschi dell'eurozona. Alla fine, però, si sono rivelati per quelli che erano stati fin dall'inizio: piccola cavalleria di ripiego, esclusa dai grandi flussi e dalle ambizioni di un'Europa che vuole (voleva) sognare in grande. Zio Paperone, negli Usa, insegnava che anche un solo centesimo poteva fra traboccare il suo forziere strapieno. Ma quando i forzieri sono 27, e di alcuni non si trovano più le chiavi?

Luigi Offeddu
15 maggio 2013 | 8:14

Il segreto del postino che nascondeva le lettere

Corriere della sera

Quattro quintali di buste e plichi trovati in casa

Cattura
Quattro quintali di posta mai recapitata trovati in casa di un postino di Mores (Sassari). Agli inquirenti non ha spiegato perché. Uno scrittore ne immagina la storia . N on se ne sono accorti a Mores che la posta non arrivava, così quando il maresciallo dei carabinieri della compagnia di Bonorva è entrato dentro al garage del postino è rimasto assolutamente basito. Cose che si possono raccontare ai nipoti, pensò. Infatti davanti a lui impilate in bell'ordine c'erano centinaia di cassette gialle che pareva di essere entrati in un campo di girasoli o in una limonaia cubista, e dentro quelle cassette tutta quella posta che a Mores non arrivava più da quattro anni. A pensarci bene, si disse il maresciallo, era come entrare nel cuore segreto del paese con tutte quelle bollette, multe, ingiunzioni di pagamento, riviste, vaglia postali, assegni circolari, persino lettere archiviate in ordine perfetto, che nessuno aveva ricevuto.

Tutte lì ad attendere una mano che le aprisse, degli occhi che le leggessero, magari lacrimando un poco, delle labbra che ne mimassero il contenuto nel segreto di una stanza. Se gli chiedi perché l'ha fatto, perché anziché consegnare la posta, l'ha stivata in bell'ordine nel suo garage, il postino di Mores non sa che dire. Forse non vuole riconoscere di aver peccato di indolenza. O forse il suo silenzio dipende dal fatto che chi si incarica di mutare le sorti del destino non ha una perfetta coscienza del suo mandato. Tutt'al più può raccontare che una mattina di quattro anni prima, nella strada che da Thiesi, dove si trovava il centro smistamento, lo conduceva a Mores, si è fermato ad ascoltare un sibilo di vento tra le rocce, o un campanaccio lontanissimo nella campagna, o il fruscio di una biscia tra i cespugli, constatando quanto vicina sia la campagna al paese, solo un passo.

E quanta pace ci sia nella circolarità ostinata dell'esistenza. E quanta poesia ci sia nel rendere imperturbabile quella fissità. E racconta che questo fermarsi improvviso a osservare le minuzie, gli abbia fatto percepire il peso dei segreti che si portava nella sacca. E certo è possibile che abbia capito, all'improvviso, che poteva fare qualcosa per conservare intatto quel senso di nulla che amava anche se non sapeva spiegare perché.

Così anziché consegnare la posta, che è esattamente come rompere quel meraviglioso silenzio, per la prima volta rovescia la sua sacca sul tavolo di casa e vede come possa essere prosaica, esigente, disturbante la realtà. Ecco una busta gialla, con un indirizzo scritto a macchina, lo conosce bene quell'indirizzo, lo sa che se consegnasse quella lettera una vita potrebbe cambiare radicalmente; oppure quell'altra col logo di una grande industria da cui si sta aspettando l'esito di un colloquio di lavoro, se la consegnasse, il destinatario vivrebbe momenti d'ansia terribili prima di aprirla; o ancora la piccola busta rosa profumata, segnale e risposta di una profferta amorosa per cui era stata chiesta una dilazione, un certo tempo per pensarci, ecco: se la consegnasse, quella lettera, potrebbe determinare una felicità insopportabile, ma anche una insopportabile infelicità.

Tutto questo e altro ancora non sa dire il postino di Mores al maresciallo di Bonorva, ma preciso da una cassetta in cima a una pila estrae una lettera che lo riguarda e gliela porge. Il maresciallo la prende e legge il suo nome, poi legge l'intestazione di un laboratorio medico, erano mesi che aspettava quel referto e si era illuso che il fatto che non fosse mai arrivato significasse che non c'era niente di cui preoccuparsi, ma adesso il suo referto è lì e lui non vorrebbe mai averlo ricevuto. Il postino gli sorride come fa il colpevole quando, con una confessione completa, si è liberato della sua colpa.

Marcello Fois
15 maggio 2013 | 8:13

In volo sull'aereo senza pilota

Corriere della sera

Il test effettuato in Gran Bretagna: il velivolo era telecomandato da terra. «Sarà il futuro dell'aviazione civile»


MILANO - Viaggiare in un aereo senza pilota? «Potrebbe essere il futuro dei voli civili nel giro di 10 anni», commenta Lambert Doppen-Hepenstal, presidente di Astrae Consortium, un programma di intelligence aerospaziale inglese mirato a condurre gli aerei civili da terra, attraverso un "telepilota". Futuristico? Non troppo, se è vero che il primo esperimento è avvenuto proprio il 13 maggio: 800 km, da Warton - vicino Preston, in Lancashire - a Inverness, andata e ritorno. Con due piloti: uno presente a bordo, attivo durante le operazioni di decollo e atterraggio; il secondo che da terra ha letteralmente telecomandato il volo.

 L'aereo senza pilota L'aereo senza pilota L'aereo senza pilota L'aereo senza pilota L'aereo senza pilota

L’aereo usato per la prova, un jet con 16 posti per i passeggeri, ha viaggiato senza altri ospiti a bordo. Il volo è stato controllato da terra dal National air traffic center attraverso la tecnologia “telecomando” chiamata “Flying testbed”: un insieme di sensori che lavora di concerto con un impianto di robotica per identificare e quindi evitare eventuali pericoli. Un temporale in avvicinamento piuttosto che altri velivoli sulla traiettoria.

CatturaAstrae, acronimo di "Autonomous Systems Technology Related Airborne Evaluation and Assessment", è un progetto di ricerca supportato e finanziato da alcune grosse compagnie che si occupano di difesa e servizi militari e da diverse università del Regno Unito. «Un’evoluzione tecnologica di questo tipo potrebbe avere un grosso impatto sociale», continua Lambert Doppen-Hepenstal. La base per l'uso civile nascerebbe ovviamente dagli sviluppi in ambito militare, come i famosi droni utilizzati in zone di guerra ma anche sul territorio con scopi di monitoraggio e soccorso.

Restano aperte alcune questioni: in quanti sarebbero disposti a salire su di un aereo senza pilota? E non solo per una questione di fiducia nella tecnologia utilizzata: per esempio, sarebbe più semplice svolgere operazioni terroristiche, come hackerare/dirottare un aeroplano pieno di passeggeri, in mancanza di una mente umana a sovrintendere alle operazioni di bordo? La dimostrazione di come non è poi così difficile entrare nel software di un aereo l'ha data qualche settimana fa il ricercatore tedesco Hugo Teso. A queste e ad altre domande Astrae dovrà rispondere prima mandare sul mercato l'aereo telecomandato. Lo sottolinea Doppen-Hepenstal stesso: «Si tratta di un’evoluzione che ci porterà di fronte ad alcune scelte etiche e di legalità. È uno dei nodi che dovremo affrontare nell'attuazione del progetto, - insieme, naturalmente, a quello della sostenibilità dei costi».

Olga Mascolo
@OlgaMascolo15 maggio 2013 | 11:28

E’ utile o no chiamare il 112?». I carabinieri ai cittadini: «Abbiate fiducia»

Corriere della sera

Ai centralini delle forze di polizia arrivano ogni giorno migliaia di chiamate, spesso con le richieste più strane


Cattura
MILANO - Prima telefonata, ore 6.28: «Buongiorno. Sono un cliente del bar in piazza della chiesa a Niguarda, Belloveso, sono qui dentro chiuso nelle serrande perché c'è un matto davanti con l'ascia che spacca tutto». Seconda telefonata, ore 6.33: «Pronto, potrebbe mandare qualcuno in piazza Belloveso c'è un uomo per terra con la testa rotta, davanti al bar, e non dà segni di vita, io non l'ho toccato».

L'ALLARME - Poche frasi. Sono le trascrizioni letterali delle due chiamate arrivate al 112 all'alba di sabato. Voci dal luogo del massacro, quartiere Niguarda di Milano. I carabinieri arrivano e individuano Mada Kabobo alle 6 e 34 minuti. Poco dopo lo arrestano. Resta però aperto il dibattito sulle chiamate di allarme che non sono arrivate prima. Da parte di chi ha incrociato Kabobo, o è stato aggredito senza conseguenze, e non ha avvertito. Telefonate che avrebbero potuto, forse, fermare la furia omicida.

IL DIBATTITO - Sulle motivazioni per quelle telefonate non fatte, i lettori di corriere.it si sono confrontati con quasi 350 commenti. Di sdegno o di «assoluzione». E con diverse ipotesi: paura, superficialità, sfiducia. È forse questo il tema chiave. Mail con accuse di «ritardi», «mancati interventi», «inutile burocrazia». Sia il comandante provinciale dei carabinieri di Milano, Salvatore Luongo, sia il questore, Luigi Savina, in passato hanno più volte rinnovato un appello alla città: «Bisogna chiamare sempre quando si assiste a qualcosa di sospetto. La partecipazione dei cittadini è fondamentale». E allora bisogna spiegare come funzionano le centrali di emergenza.

I CENTRALINI - A Milano, ogni giorno, il 113 riceve circa 1.500 chiamate; il 112, che ha competenza anche sull'hinterland, 1.700. Tutte queste chiamate, sulla città, si traducono in 115-120 interventi delle Volanti e un centinaio del Nucleo Radiomobile. Interventi vuol dire pattuglie che vanno su un'emergenza vera. Altre telefonate, di solito per segnalazioni di persone sospette, danno luogo a circa 200 controlli/identificazioni (fondamentali per il presidio del territorio). E tutta la massa delle altre? Questo è il primo punto chiave. Migliaia di persone al giorno chiamano 112 e 113 chiedendo le cose più strane. Da: «Sono rimasto fuori casa, avete il numero di un fabbro?», a: «Il tram non passa da mezz'ora». Gli operatori devono comunque rispondere, perdendo minuti. Se capitano ritardi nelle risposte dei centralini, di solito il problema è nella massa delle chiamate «non pertinenti»: richieste di informazioni o lamentele che nulla hanno a che fare con il lavoro di polizia e carabinieri.

I CRITERI - Il tema chiave resta: 112 e 113 sono numeri di emergenza. Questo è il criterio che guida anche la scala di priorità. Una bicicletta rubata, ad esempio, non è un'emergenza. Così come non lo sono gli schiamazzi in un parco. In questi casi un intervento di polizia o carabinieri scatta senza necessità di arrivare nel più breve tempo possibile, cosa che invece avviene per di rapine, aggressioni, furti in flagranza. Anche perché viaggiare ad alta velocità con le sirene può creare pericoli e dunque va fatto solo quando è necessario. La conclusione del ragionamento la fa un vecchio maresciallo: «Preferiamo fare cento interventi a vuoto, tra quei cento ce ne sarà sicuramente qualcuno che previene un reato. Se fosse arrivata una telefonata che diceva "c'è un tipo minaccioso con un piccone in mano", le pattuglie sarebbero immediatamente andate. Probabilmente lo avrebbero trovato. Forse in tempo».

Gianni Santucci
15 maggio 2013 | 9:20

La madre terra? Guardate questa fotografia

Corriere della sera

di Paola D'Agostino


terra-madre
Curiosando tra le cianfrusaglie di Facebook come in un mercatino dell’usato, ho scovato all’improvviso una foto incredibile. Non conosco il nome dell’autore, ma l’immagine era presa dal sito “Informazione Libera” nella giornata mondiale degli orfani di guerra. Ritrae una bambina che ha perso la mamma in uno dei tanti confronti bellici sparsi per il mondo. Nel cortile dell’orfanotrofio la bambina ha disegnato al suolo una figura di madre, la propria, poi si è tolta le scarpe e ci si è accoccolata dentro, a riposare.

C’è qualcosa in questa foto che mi commuove profondamente, e più la guardo e più mi rendo conto che da sola, così senza nessuna scritta, è un trattato sull’accoglienza. Sul tratto di terra in cui decide di approdare, ogni essere umano, che abbia o meno con sé i rispettivi documenti, disegna la figura del tipo di amore che conosce, di cura, di attenzione. E noi siamo il pezzo di cortile, di asfalto, che ospita quel disegno. Nient’altro che uno spazio pronto ad essere disegnato.

Dentro di noi lo straniero se ne sta rannicchiato, come quella bambina orfana, a cercare riparo.
E noi, nell’accoglierlo, lo abbiamo lasciato entrare in quello spazio che l’altro aveva proiettato per sé sulla nostra terra, o meglio dentro un cortile, ossia una porzione di particella catastale che, solo casualmente, nella divisione dei terreni chiamata geopolitica è toccata a noi. Poi ci sarebbe ancora la Storia, e tutto il resto.
Quando su quella terra la bambina ci ha disegnato addosso sua madre, cioè la casa più assoluta che si porti nella valigia, si è tolta le scarpe per starci dentro, ossia ha cominciato ad amarla come se fosse la sua.
A rispettarla. È per questo che si parla di integrazione. Ecco, di integrazione, uno starsi dentro vicendevole, e non di tolleranza, vecchio termine ipocrita ed egocentrico. L’altro giorno ad una cena ho sentito due italiani discutere sull’opportunità o meno di considerare la tolleranza un valore assoluto. Ho provato a spiegargli che la tolleranza non è per niente un valore, ma non capivano. Tollerare presuppone un io che crede di concedere un favore enorme sopportando qualcosa di molto fastidioso. L’integrazione invece non tollera, sorride. Con quel sorriso che la bambina della fotografia ha disegnato per sua madre. Uno che tollera non sorriderebbe così. Avrebbe il semicerchio della bocca girato all’incontrario.

Quando si disegna una scena del genere sulla nostra zolla di terra, a noi, pezzo di cortile minimo nella particella catastale del mondo, non possono che derivarne vantaggi. Nuove immagini inattese, la sorpresa, l’incessante meraviglia dello scambio. Per esempio in questo caso specifico il grigio dell’asfalto si è colorato del momento di poesia contenuto nella foto

(A proposito, se l’autore della fotografia leggerà mai questo testo, lo prego di scusarmi per l’uso improprio e gli faccio i complimenti per lo scatto, di cuore).