martedì 14 maggio 2013

Kyenge, l'imbarazzante silenzio La ministra che vuole abolire il reato di clandestinità

Libero


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E' dirompente il silenzio del ministro per l'Integrazione Cécile Kyenge sul caso del clandestino ghanese, che armato di piccone, sabato 4 maggio ha seminato il terrore nel quartiere Niguarda di Milano. Subito dopo la sua nomina a ministro, la Kyenge aveva parlato prima dello ius soli (dare cioè la possibilità agli immigrati che nascono in Italia di ottenere la cittadinanza italiana) poi, in un'intervista a Lucia Annunziata, della necessità di abolire il reato di immigrazione clandestina.

I morti dell'assassino sono diventati tre. Il cladnestino Kabobo non doveva essere a Milano, era stato arrestato ma poi scarcerato per decorrenza dei termini, doveva essere espulso ma lui aveva fatto ricorso. Politici di destra e sinistra sono intervenuti per commentare la vicenda. Ma il ministro di Cécile Kyenge tace. Non parla più. Eppure dalla ministra dell'Integrazione ci si aspetta una dichiarazione, un commento. Una presa di posizione. Le vittime, a Niguarda e a Castagneto Carducci (una ragazza trucidata), sono italiane. Ministra Kyenge, vuole ancora dirci che la clandestinità non è un reato?



Allam sul caso Kabobo: "No alla Kyenge ministro"

Libero

Clandestini, immigrazione e polemiche. Magdi Cristiano commenta così: "La colpa è nostra"


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Salgono a tre le vittime del ghanese Kabobo: dopo due giorni di cure mediche muore anche Ermanno Masini, pensionato preso a picconate dalla follia omicida dell'uomo. Il caso fa discutere e punta il faro su una serie di problematiche, quanto mai attuali, legate al nostro sistema giuridico: clandestini, mancate espulsioni, legge sull'immigrazione e vecchie polemiche.

L'africano irregolare doveva essere espulso ma, per una serie di cavilli legali, diviene elemento inespellibile. Magdi Cristiano Allam, leader di Io amo l'Italia, ospite de La Telefonata di Maurizio Belpietro commenta così: "Voglio fare un esempio: quando Gianluca Casseri uccise due senegalesi e poi si suicidò a Firenze ci fu una reazione violenta da parte dei senegalesi e il sindaco Renzi proclamò un giorno di lutto cittadino. Si promise il diritto alla cittadinanza e si fece mea culpa perché bisognava purificare le coscienze dal razzismo. Oggi invece un africano uccide a picconate  e non succede nulla. Pisapia si è limitato a esprimere il proprio cordoglio, nessun ministro è venuto a Milano".

Una situazione difficile che spacca in due politica e pubblica opinione: "La colpa è nostra perché a fronte di diritti che accordiamo - spiega Allam - siamo incapaci di far rispettare le nostre leggi e far condividere i nostri valori". Argomento caldo delle ultime settimane, soprattutto dopo la proposta da parte del neo ministro Kyenge su lo Ius Soli, la possibilità di una nuova legislazione in ambito immigrazione: "Devono essere gli italiani a decidere i contenuti e non mettere a capo del ministero dell'integrazione un immigrato come la Kyenge".

Magdi Allam ha infatti iniziato una lotta "personale" contro la politica congolose, una raccolta firma per farle abbandonare la poltrona. Cécile Kyenge, secondo il leader di Io amo l'Italia, è colpevole di: "Aver giurato il falso sulla costituzione. Ha detto che avrebbe servito esclusivamente l'Italia e poi però dice che non può essere italiana. Ebbene chi non si sente italiana non può servire l'Italia. Sono contrario anche allo Ius Soli". Magdi poi avverte: "Il terrorismo è un pericolo anche italiano perché abbiamo la cultura del buonismo e dell'immigrantismo e pensiamo che gli stranieri siano buoni a prescindere".



Magdi Allam su caso Kabobo: "No a Kyenge ministro"
Guarda il video su LiberoTv



Chi è Mada Kabobo, il picconatore ghanese di Milano

Libero

di Salvatore Garzillo


CatturaLa storia giudiziaria di Kabobo inizia in Puglia nel luglio 2011. Arrivato da clandestino, il ghanese presenta istanza per l’asilo politico e ottiene un permesso di soggiorno temporaneo (come previsto dalla legge); tuttavia la commissione regionale, incaricata di valutare la sua situazione, respinge la domanda e mette fine alla validità del permesso. Come molti altri africani nella sua condizione, Kabobo fa ricorso e diventa «inespellibile»:  non può essere allontanato dall’Italia prima della definizione della vicenda burocratica.

Alla fine di luglio 2011 arriva nel Cara di Bari (Centro accoglienza richiedenti asilo), dove il primo agosto scoppia una rivolta tra i circa 200 ospiti, che lamentano i ritardi nel riconoscimento dello status di rifugiati. Sono 35 i poliziotti feriti per il lancio di pietre e decine gli stranieri fermati, tra cui anche il ghanese (accusato fra l’altro di furto aggravato). L’extracomunitario viene trasferito al carcere di Lecce. Qui, a conferma del suo temperamento burrascoso, si becca una denuncia per danneggiamento per aver spaccato un televisore. Dal penitenziario uscirà - a titolo definitivo - il 17 febbraio 2012. Il motivo del rilascio è disarmante: decorrenza dei termini di custodia. Da quel momento, diviene uno dei tanti immigrati clandestini in giro per il nostro Paese.

Rispunta a Milano nell’aprile scorso, quando i carabinieri lo notano mentre si aggira davanti a una farmacia in viale Monza. Kabobo viene accompagnato in caserma per l’identificazione e il fotosegnalamento, dopo i quali è rimesso in libertà in quanto non risulta avere «pendenze giuridiche». Poiché è ancora in attesa di scoprire l’esito del suo ricorso, non può essere allontanato dall’Italia – è la legge – e una volta messo alla porta dai militari, si trasforma in un senzatetto.

Non è ancora chiaro dove abbia trascorso l’ultimo periodo, anche se gli investigatori ritengono che possa aver dormito in strada in un rifugio di fortuna ricavato in un parchetto poco distante dal luogo delle aggressioni. Per tutto il giorno i carabinieri hanno setacciato la zona proprio in cerca di indizi in proposito ma, al momento in cui scriviamo, non ci sono conferme in tal senso.

La storia del ghanese non è diversa da quella di molti altri suoi connazionali. È legalmente autorizzato a stare in Italia, sebbene abbia precedenti penali, abbia partecipato a una sommossa, lanciato pietre, rubato, danneggiato proprietà e aggredito poliziotti. La sua condizione di immigrato clandestino non gli ha impedito di vivere all’aria aperta – esclusa la breve parentesi nel penitenziario di Lecce – né di continuare un’esistenza da balordo senza punti di riferimento. Fino alla mattina in cui ha deciso di prendere in mano un piccone e fare una strage.

Assistenza sanitaria ai conviventi gay dei deputati: arriva l’ok della Camera

La Stampa

La proposta approvata con i votidi Pd, Pdl e Sel. Contraria la Lega. Astenuti Scelta Civica, 5 Stelle e Fratelli d’Italia


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L’ufficio di presidenza della Camera ha accolto a maggioranza la richiesta di estensione dell’assistenza sanitaria integrativa per i conviventi dello stesso sesso. La proposta (avanzata nella scorsa legislatura dalla deputata del Pd, Paola Concia), è stata reiterata in questa legislatura da Ivan Scalfarotto (Pd). 

L’assistenza sanitaria integrativa al convivente dello stesso sesso del deputato che lo richiede è passata, secondo quanto si apprende, alla Camera, con i voti favorevoli di Pd, Pdl e Sel. Solo la Lega ha espresso un voto contrario. Si sono astenuti Scelta Civica e Fratelli d’Italia, ma si sono astenuti anche i rappresentanti dell’ufficio di presidenza del Movimento 5 Stelle che hanno chiesto, sempre secondo quanto si apprende, di rinviare per avere più tempo per discutere.

Schiaffo di Pisapia ai milanesi: "Non voglio militari in strada"

Sergio Rame - Mar, 14/05/2013 - 17:08

Nel 2011 Pisapia ha mandato via i soldati dalle strade di Milano. Adesso i pattugliamenti militari e lascia le periferie in balia della criminalità. Il Pdl insiste: "Serve l'esercito"

Proprio al Niguarda, il quartiere dove il ghanese Mada Kabobo ha ammazzato a picconate tre persone, era presente una camionetta di militari a presidiare il territorio.

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Militari che nel 2011 sono stati cacciati da Giuliano Pisapia, non appena è diventato sindaco. Un errore che adesso Milano paga con un triste primato. Dall'anno scorso il Viminale l'ha innalzata come la città più pericolosa d'Italia. Eppure il sindaco di Milano non ha alcuna intenzione di correre ai ripari.

Per Pisapia la brutale carneficina accaduto sabato mattina è stata semplicemente un "tragico fatto" che, però, non implica un’escalation di criminalità nel capoluogo lombardo: "Milano resta una città sicura come tutte le grandi città metropolitane nel senso che ci possono essere dei momenti in cui la follia prevale sul buonsenso". Il sindaco forse dimentica i dati del ministero degli Interniri elaborati lo scorso agosto e pubblicato dal Sole 24Ore. Eccoli qui: 295mila reati e una "pressione" di 7.360 denunce ogni centomila abitanti. Uno sconcertante primato: tra il 2010 e il 2011, nel capoluogo lombardo, l'incremento è stato del 7%, mentre tutta la penisola ha registrato un trend negativo. Mesi fa addirittura il console americano si era spinto a segnalare ai suoi connazionali l'emergenza sicurezza di Milano.

Eppure, dopo essersela presa con il quartiere di Niguarda e con le vittime che non hanno subito avvertito il 113, Pisapia si ostina a non voler ammettere che aver interrotto l'operazione "Strade sicure", avviata dal precedente sindaco Letizia Moratti, è stato un errore. D'altra parte, una delle pattuglie era stata "posizionata" proprio nel quartiere di Niguarda dove sabato mattina il ghanese ha seminato il terrore per oltre un'ora. In città l'allerta resta alta. Il presidente della Regione Lombardia Roberto Maroni ha subito ricordato che "il presidio del territorio è fondamentale". Da qui l'importanza di far tornare le pattuglie miste nelle strade delle grandi città in modo da "prevenire forme di follia o di violenza".

Proprio per affrontare l'emergenza sicurezza Maroni incontrerà, nei prossimi giorni, sia Pisapia sia il ministro dell’Interno Angelino Alfano. Purtroppo, il sindaco di Milano ha già bocciato la possibilità di richiedere i pattugliamenti militari ritenendo che "sia più utile che i pattugliamenti vengano fatti da chi conosce il territorio". Una decisione che getta nel panico i milanesi. "Sono bastati due anni di amministrazione Pisapia perché a Milano si imponesse con forza il problema della sicurezza", ha commentato Mariastella Gelmini, vicecapogruppo vicario del Pdl alla Camera, secondo cui occorre "attivare con la massima urgenza delle misure capaci di frenare l’ondata di degrado e violenza, anche con l’impiego di quella grande ed inestimabile risorsa che è l’esercito".

Avere nelle strade del personale dell’esercito significherebbe, infatti, poter contare su un forte deterrente per la criminalità e offrire alle altre forze dell’ordine un valido supporto nell’importante compito di vigilare sulla sicurezza dei cittadini ed intervenire nei casi di immediato pericolo. Ancora più dura la Lega Nord che sin dalle prime ore ha puntato il dito contro il sindaco per le politiche buoniste avviate sin dall'inizio della legislatura. "I militari li ha mandati via lui, lasciando  le  periferie,  e non  solo, senza nessun presidio - ha tuonato il consigliere comunale Igor  Iezzi, - invece di polemizzare si metta al lavoro per evitare ulteriori tragedie".

Borgo Ticino, strage infinita: il nazista morto “fa appello” contro la condanna

La Stampa

chiara fabrizi
borgo ticino


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E’ stato chiesto il secondo grado di giudizio per accertare le responsabilità dell’eccidio nazifascista del 13 aprile ’43, a Borgo Ticino: Pietro Tacchi Venturi, difensore d’ufficio di Ernst Wadenpfuhl, il soldato tedesco condannato all’ergastolo il 17 ottobre scorso e deceduto a novembre, ha presentato richiesta d’appello, che sarà discusso il 17 luglio, a Roma. 
«Un atto dovuto», precisa il legale.

Con molta probabilità si procederà a dichiarare l’estinzione del reato, anche se l’avvocato ha presentato una diversa interpretazione dei documenti processuali. Della strage si parlerà giovedì alla 21 in biblioteca a Novara all’incontro promosso dall’Anpi sul tema «La giustizia e la memoria. Le stragi nazifasciste nel Novarese». Interverranno il vicesindaco di Borgo Ticino Giovanni Orlando, il regista Enrico Omodeo, Gianni Cerutti dell’Istituto Storico Resistenza Novara e il filosofo Giannino Piana

Roma, suora rinviata a giudizio Molestie su due gemellini di 4 anni

Il Mattino

La vicenda avvenne in un asilo all’Aurelio Denuncia dei genitori



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ROMA - Attenzioni morbose a sfondo sessuale sui bambini, ma anche punizioni per ottenerne il silenzio. A commetterli, secondo la procura di Roma che ne ha chiesto e ottenuto il rinvio a giudizio, una insospettabile suora che fino a un paio di anni fa era in servizio in un asilo nel quartiere Aurelio. Una religiosa che avrebbe molestato e punito i suoi alunni.
Vittime due fratellini di 4 anni, l'ultimo caso di pedofilia con sfondo religioso a finire sulle scrivanie dei magistrati di piazzale Clodio. Un caso delicato che, in base alla ricostruzione degli inquirenti, vedrebbe protagonista appunto una suora quarantenne di origine asiatica trasferita da tempo in un altro istituto. La donna a luglio dovrà difendersi in aula, davanti ai giudici della IV sezione collegiale del tribunale di Roma dalla terribile accusa di violenza sessuale e maltrattamenti sui bambini che le venivano affidati.

LE MOLESTIE
In particolare due gemelli di 4 anni, solo all'apparenza finiti nelle grazie della suora. Secondo la ricostruzione del pm Silvia Santucci e del procuratore aggiunto Maria Monteleone, le finalità della religiosa erano altre, come avrebbero confermato i due fratellini durante un delicatissimo incidente probatorio. Nei giorni scorsi il gip Maurizio Caivano ha disposto il rinvio a giudizio della religiosa che non ha mai voluto difendersi dalle accuse, tanto da non lasciarsi interrogare. L'inchiesta è stata aperta dopo la denuncia dei genitori dei piccoli, due operai che allertati proprio dai comportamenti dei bambini hanno cominciato ad indagare.

IL FRATE 
Intanto, a luglio si aprirà davanti al tribunale di Roma il processo sempre per violenza sessuale a carico di un frate francescano che per dieci anni avrebbe circuito per i suoi sfoghi un ragazzino ciociaro che gli veniva affidato per le vacanze estive dai genitori. La vittima, che si è convinta a denunciare all'età di 25 anni, aveva subito le attenzione del religioso Vito B., all'epoca in servizio nella basilica di Sant'Alessio all'Aventino. «Mi ha rubato l'adolescenza», si è disperato poi quando ha cominciato a prendere consapevolezza degli abusi subiti. Tanto da decidersi a rivolgersi alla procura solo dopo aver tentato il suicidio.

DON RUGGERO
E' prevista a breve, invece, la sentenza in appello di don Ruggero Conti, il parroco di Selva Candida, condannato a 15 anni e 4 mesi di carcere per aver abusato tra il 1998 e il 2008 di sette bambini che frequentavano la sua parrocchia. Il pm Francesco Scavo in primo grado per lui aveva chiesto 18 anni.

Adelaide Pierucci
martedì 14 maggio 2013 - 14:02   Ultimo aggiornamento: 14:02

I giornali tedeschi si alleano contro i filtri anti-pubblicità

La Stampa

L’appello sull’homepage di alcuni dei più noti siti d’informazione: sulle nostre pagine disattivateli per favore, il giornalismo online costa

alessandro alviani
berlino


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Per favore disattivate almeno per le nostre pagine il filtro anti-pubblicità del vostro browser, perché il giornalismo online costa e si finanzia soprattutto attraverso le entrate pubblicitarie. È il senso dell’appello che da lunedì compare sull’homepage di alcuni dei più noti siti d’informazione tedeschi, da quello della FAZ a quello della Süddeutsche Zeitung, passando per Spiegel online e Zeit online. Il testo viene mostrato solo nel caso in cui l’utente abbia installato un “adblocker”, un’estensione per browser che consente di stoppare le pubblicità inserite sui siti, impedendone la visualizzazione. 

“Cara lettrice, caro lettore, sono contento che legga Süddeutsche.de. Purtroppo Lei usa un adblocker, che ci crea problemi – finanziamo il nostro giornalismo su internet soprattutto attraverso i ricavi pubblicitari e dipendiamo in modo essenziale da essi. La prego pertanto di disattivare l’adblocker almeno per il nostro sito”, scrive ad esempio il direttore del sito della Süddeutsche Zeitung, Stefan Plöchinger. “Perché? Gli adblocker bloccano la più importante fonte di entrate della nostra redazione online”, aggiunge.

Appelli simili si leggono tra gli altri anche su spiegel.de, zeit.de e faz.net. Il testo cambia da sito a sito (su Spiegel online, ad esempio, ha l’aspetto di un grosso banner rosso in cima all’homepage, che si conclude con l’invito a rinunciare al filtro anti-pubblicità in toto oppure a creare un’eccezione per il sito – con tanto di spiegazione di come fare - “perché anche in futuro vogliamo offrirvi Spiegel online gratis”), il senso resta invece lo stesso: anche a noi non piacciono le inserzioni aggressive e troppo intrusive, per questo non le usiamo sul nostro sito; in cambio vi chiediamo di disattivare il filtro anti-pubblicità.

L’inedita alleanza nasce da un dato, esplicitato in un comunicato stampa dello Spiegel: la pubblicità rappresenta la più importante fonte di entrate per siti come Spiegel online, tuttavia le estensioni che la bloccano impediscono nel 25% del totale delle visite che essa venga visualizzata. Accogliamo con favore la campagna dei siti, perché indirizza l’attenzione verso il tema della soddisfazione degli utenti nei confronti della pubblicità online, tuttavia non siamo noi la causa delle difficoltà degli editori, ha ribattuto Till Faida, co-fondatore di Adblock Plus, il filtro anti-pubblicità più scaricato per i browser Firefox, Chrome e Opera, con quasi 10 milioni di utenti attivi in Germania.

Siamo del tutto consapevoli che il giornalismo di qualità si finanzia attraverso la pubblicità, aggiunge Faida, ma il problema sta nel fatto che l’industria pubblicitaria online non è abbastanza favorevole all’innovazione per trovare alternative ai banner lampeggianti e tenta di replicare su internet il modello pubblicitario tipico della tv. Faida ha quindi lanciato un appello a siti, editori e pubblicitari per avviare un dialogo e creare pubblicità non contro, bensì per gli utenti.

All'asta l'ultima «Mini»

Corriere della sera

Sembra solo un vecchio rottame e invece ha un enorme valore storico. Perché questa è l'ultima Mini uscita dal vecchio stabilimento di Longbridge a Birmingham. Un tempo era utilizzata dai dipendenti per gli spostamenti interni, (pochissimo in realtà) è stata abbandonata in un tunnel. Un container infatti è caduto sulla vettura danneggiandola. Secondo le ricostruzioni della stampa inglese, è stato uno degli operai a salvarla dal macero. Oggi le Mini, quelle nuove, vengono prodotte a Oxford da quando il gruppo Bmw ha rilevato la proprietà del marchio, mentre a Longbridge si fanno le Mg (la casa è controllata dai cinesi della Saic). La «Longbridge Tunnel Mini» sarà battuta all'asta da Silverstone Auctions il prossimo 27 giugno.


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Appello a Google, Apple e Samsung per prevenire furti

La Stampa

Il procuratore generale di New York scrive ai produttori smartphone chiedendo di cooperare

New York


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Dopo il continuo aumento dei furti di smartphone il procuratore generale dello Stato di New York, Eric T. Schneiderman, ha chiesto ai produttori di telefonini di fare di più per fermare i ladri. Come riporta il New York Times , ieri mattina Schneiderman ha infatti inviato una lettera ai dirigenti di Apple, Google, Microsoft e Samsung per avere informazioni legate alla sicurezza, chiedendo di cooperare per stabilire nuove misure.

«Dobbiamo lavorare insieme per trovare una soluzione e diminuire le rapine che prendono di mira i possessori di cellulari», ha detto Schneiderman in una nota. Con 69 miliardi di dollari di guadagni solo nel 2012 (dati Idc) il mercato degli smartphone è un settore molto redditizio negli Stati Uniti, anche per i ladri: solo a New York i furti di iPhone e iPad rappresentano il 14% dei crimini nella città. 

La decisione del procuratore generale è l’ultima mossa per porre fine a quella che da molti è stata definita un’epidemia nazionale. Più volte le autorità hanno sostenuto che i produttori di cellulari non facciano abbastanza per la prevenzione e anzi facciano profitti vendendo nuovi smartphone ai clienti che hanno subito un furto. 

(TMNews)

Sul caso Orlandi è emersa una nuova pista”

La Stampa

Intervista con il giornalista e scrittore Fabrizio Peronaci, autore con Pietro Orlandi, del libro "Mia sorella Emanuela"

GIACOMO GALEAZZI
CITTA' DEL VATICANO


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Svolta nel caso Orlandi. "E' emersa una nuova pista", dichiara a "Vatican Insider" il giornalista e scrittore Fabrizio Peronaci, autore con Pietro Orlandi del libro "Mia sorella Emanuela" sulla scomparsa della giovane cittadina vaticana.

In che maniera l'ex supertestimone e attuale indagato Marco Fassoni Accetti lega il sequestro di Emanuela Orlandi a vicende interne al Vaticano?
"Quest’ultima pista fornisce uno scenario mai emerso in questi termini. Per la prima volta una persona si autoaccusa del sequestro Orlandi, attribuendosi il ruolo di telefonista, e parla dell’esistenza di un “nucleo di intelligence e controspionaggio” operante all’ombra del Vaticano,  nato all’indomani dell’elezione del papa polacco, incaricato di “lavori sporchi” anche per conto di personalità ecclesiastiche. Questo sorta di  “ganglio”, nel quale sarebbero confluiti ex collegiali come Fassoni Accetti, elementi dei servizi segreti ed esponenti della banda della Magliana, nel 1983 sarebbe giunto all’apice con i sequestri Orlandi-Gregori, ma avrebbe compiuto altre azioni di pressione e dossieraggio. Presunti obiettivi? Esercitare influenza sulla gestione dello Ior, sulla riforma del codice di diritto canonico di cui si discuteva all’epoca, così come sulle nomine interne e sulla politica dichiaratamente anti-comunista di Karol Wojtyla, mal digerita dai fautori della Ostpolitik".

Quali sono i riscontri finora emersi a favore della credibilità di Fassoni Accetti?
"Il personaggio dimostra un’impressionante conoscenza dei fatti: telefonate, date, protagonisti. Potrebbe trattarsi di un abilissimo manipolatore che ha letto tutti i giornali e i libri pubblicati, ma su alcuni punti l’esattezza dei suoi riferimenti va oltre. Nessuna aveva mai preso in considerazione né tantomeno decodificato, ad esempio, un articolo su una lettera scritta da Agca nell’autunno 1982 al cardinale Oddi, pubblicato su “Il Tempo” solo il 25 giugno 1983, tre giorni dopo la scomparsa di Emanuela, in cui il terrorista dichiarava di “aspettare risposte” dal Vaticano. Secondo Fassoni Accetti, si trattava di un messaggio criptato stampato grazie a un loro “agente” (soprannominato “Ecce homo”) nelle redazioni: la “risposta” attesa era proprio il sequestro della Orlandi, per premere a favore della scarcerazione del turco, che in cambio avrebbe ritrattato le sue accuse ai bulgari di complicità nell’attentato a papa Wojtyla, cosa che avvenne. Anche la decrittazione del codice 158 per contatti telefonici diretti con il Vaticano (da leggere come 5-81, mese e anno dell’attentato), o di alcuni testi firmati Phoenix (in realtà il Sisde), o delle lettere giunte da Boston sono novità oggi all’attento esame della Procura".

Il rapimento di Emanuela fu un'intimidazione rivolta a Marcinkus? Il ruolo di Fassoni Accetti nel caso Orlandi lo collega agli scontri di potere allo Ior?
"L’ipotetico scenario è il seguente: il “ganglio” operava ricatti su più livelli, inerenti singoli personaggi avversati e da distruggere nella sfera privata, così come le scelte di politica estera e finanziarie. Quindi non è da escludere che Emanuela Orlandi, ostaggio più “redditizio” di Mirella Gregori per la sua cittadinanza vaticana, sia stata utilizzata, con il passare dei mesi, nell’ambito di pressioni di diversa natura. Una lettera inviata da Boston il 15 ottobre 1983 annunciava nuovi “prelevamenti” di ragazze, fissando il termine del maggio 1984: guarda caso proprio in quel mese a Ginevra, sostiene l’indagato, verrà siglato l’accordo Ior-Ambrosiano per la restituzione di 400 milioni di dollari, che avrebbe rappresentato l’obiettivo, vinto, della trattativa segreta". 

Quanto incidono sulla credibilità del supertestimone i suoi precedenti?
"Occorre distinguere tra oggi e ieri. Fassoni Accetti vive in maniera totalizzante la sua attività creativa, di fotografo d’arte e regista indipendente. E’ istrionico, provocatore. Crede di poter dominare gli eventi, compresa l’autodenuncia sulla sua partecipazione al sequestro Orlandi alla quale è stato indotto confidando nel “nuovo clima portato da papa Francesco”. Anni fa si presentò in tv travestito come Roberto Benigni e dandosi il nome di Alì (Agca) Estermann (il comandante delle guardie svizzere ucciso nel 1998) per rispondere pubblicamente, racconta, a qualcuno che lo aveva minacciato.

A New York organizzò uno show simile ad uso dei media. Con analoghe tecniche (travestimenti, foto scattate per strada, contatti con amiche e compagne per trarle in inganno) Accetti spiega che avrebbe ideato il “sequestro simulato” della Orlandi, che sarebbe dovuto durare pochi giorni e invece, per motivi ancora non chiari, si trasformò in tragedia. Quanto ai precedenti strettamente giudiziari, l’unico noto è per omicidio colposo legato all’investimento di un bambino nel 1983. Non risulta sia stato mai accusato di molestie o pedofilia. Sostiene che fotografava anche adulti e anziani per ispirare le sue opere, e che per i minori è in possesso della liberatoria delle famiglie. In una telefonata intercettata a fine anni Novanta, la sua ex fidanzata esclamò: “Eri anche in quella storia della Orlandi!”. Il che suona come una conferma, un indizio in più".

Quale valore attribuisce la Procura di Roma alla ricostruzione di Fassoni Accetti?
"E’ centrale la questione del flauto che ha fatto ritrovare “per alzare la temperatura emozionale”, mi ha detto, prima di iniziare la sua deposizione. Se gli esami tecnici dimostreranno che si tratta proprio del flauto traverso di Emanuela, la sua posizione ovviamente si aggraverà. Ma già adesso la Procura, decidendo di indagarlo per sequestro di persona, dimostra di voler andare fino in fondo, in attesa delle necessarie verifiche. Anche i lunghi e numerosi interrogatori – sei in poco più di un mese – depongono a favore di un consistente impegno investigativo".

Ilario Martella, il giudice istruttore dell’inchiesta sull’attentato al Papa, che indagò anche sul caso Orlandi, ha rivolto un appello a papa Francesco. L’impegno diretto del Santo Padre potrebbe sbloccare la situazione?  "Il giudice Martella ha sollecitato un appello corale al pontefice, perché la Santa Sede chiarisca se quanto affermato all’epoca da Wojtyla, vale a dire che il sequestro di Emanuela si inquadrava nell’intrigo internazionale, è ritenuto tuttora valido. In caso di risposta affermativa, ha aggiunto, papa Francesco potrebbe darne le motivazioni, chiarendo una volta per tutte se il Vaticano è stato “cointeressato” alla vicenda o del tutto estraneo. Come è evidente, anche questa presa di posizione di Ilario Martella conferma la delicatezza di questa fase".

Siamo vicini alla soluzione del caso Orlandi?
"Ritengo di sì. Se i riscontri già in possesso della Procura sono, come è prevedibile,  ben più numerosi e incisivi di quelli trapelati, ci troveremmo di fronte all’attesissima svolta: contesto geopolitico, logica e movente del doppio sequestro, 30 anni dopo, sarebbero finalmente chiari. Con l’effetto di poter scartare le altre piste – sessuale, messe nere, puramente economica con l’esclusivo coinvolgimento della Magliana, allontanamento volontario – che spesso in passato, tra speculazioni e voci incontrollate, hanno aggiunto dolore allo strazio infinito delle due famiglie".

Cattolici e reali inglesi Il busillis del matrimonio “misto”

La Stampa

Se un cattolico sposa un membro della famiglia reale può o no educare i figli secondo i princìpi di Santa romana Chiesa?

marco tosatti
roma


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Qualche giorno fa vari media cattolici avevano riportato la notizia di un’esenzione molto particolare: e cioè che i cattolici che sposano qualche membro della famiglia reale britannica non avrebbero l’obbligo di educare i propri figli nella fede cattolica. La notizia era nata da una dichiarazione di Lord Wallace of Tankerness, che parlando alla House of Lords, aveva dichiarato di aver ricevuto assicurazioni di un approccio “ecumenico” ai matrimoni misti regali. Lord Wallace aveva detto, fra l’altro: “Se non fosse possibile per un bambino di un matrimonio misto essere educato come cattolico, il genitore cattolico non ricadrebbe sotto la censura della legge Canonica”.

Ma ieri un portavoce della Conferenza episcopale inglese ha dichiarato: “Desidero affermare con chiarezza che né il sottoscritto, né i vescovi cattolici dell’Inghilterra e del Galles hanno mai detto al governo britannico che i cattolici che si sposano nella famiglia reale non dovrebbero educare i figli nella fede cattolica”, ha detto mons. Marcu Stock, la stessa persona citata da Lord Wallace, segretario generale della Conferenza episcopale. Due anni fa finiva, con una decisione presa dai sedici Paesi del Commonwealth, una discriminazione storica: fino al 2011 una legge discriminatoria nei confronti dei cattolici che imponeva agli eredi al trono di sposare membri di qualsivoglia religione, purché non fossero cattolici. 

Nell’incontro dell’ottobre 2011 a Perth in Australia, dei sedici Paesi del Commonwealth, di cui è sovrana la Regina di Inghilterra, Cameron ha chiesto di cambiare le norme relative alla successione, contenute in diversi punti della legislazione approvata nel diciassettesimo e diciottesimo secolo. La nuova legge consente all’erede di sposare un membro della fede cattolica e abolisce la precedenza dell’erede erede maschio sulle sorelle femmine. In questo modo è il primogenito (o la primogenita) a salire al trono, indipendentemente dal sesso. 

si tratti di un uomo o di una donna.
Il problema non è di estrema urgenza, dal momento che i successori immediati di Elisabetta sono tutti anglicani. Ma tocca comunque un nervo sensibile in una parte dell’opinione pubblica britannica, anche se nel Paese, numericamente una minoranza di poco superiore al 10 per cento, i cattolici superano nella partecipazione alla vita religiosa protestanti e anglicani.

Il contratto è chiaro: spetta al condomino risarcire i danni causati dalla rottura del tubo

La Stampa

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Il proprietario di un appartamento cita in giudizio una vicina, chiedendo il risarcimento dei danni provocati dalle infiltrazioni di umidità derivanti dal cattivo funzionamento dell’impianto fognante dell'appartamento soprastante. Il contraddittorio è esteso agli amministratori di condominio e alla società assicuratrice, che, al termine del giudizio di primo grado, viene condannata al risarcimento. La pronuncia cambia in appello, in quanto, secondo la Corte, i danni non rientrano nella garanzia assicurativa: la polizza stipulata dal condominio, infatti, prevede la copertura anche per i danni causati dal singolo condomino, non per quelli provocati da acqua condotta a seguito di guasto o rottura accidentale degli impianti idrici, igienici o di riscaldamento.

Accertato che i danni erano derivati dalla rottura delle tubazioni di proprietà della vicina, ne dovrebbe rispondere solo quest’ultima. La Cassazione (sentenza 3553/13) ritene che i giudici di merito abbiano ben interpretato le singole clausole del contratto, pervenendo logicamente alla conclusione che la garanzia non fosse operativa in relazione a guasti riconducibili a tratti dell’impianto idrico di proprietà di singoli condomini. Tale interpretazione, inoltre, è conforme alle regole generali riguardanti il funzionamento del condominio. Perciò la Cassazione rigetta il ricorso.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Nomadi, 50 anni di una band da film

Paolo Giordano - Mar, 14/05/2013 - 10:06

Suonano per milioni di persone e li hanno applauditi Giovanni Paolo II e il Dalai Lama. E Pupi Avati pensa a loro


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Capita, a volte, di sentirsi nomadi. Talvolta lo si è per sempre: si cerca un sogno, o la speranza di un sogno, e non si finisce mai di cercarlo. Dai e ridai, diventa una ragione di vita. Così. Ora i Nomadi compiono mezzo secolo di nomadismo, sono la band italiana più longeva di tutte, nel mondo li battono solo i Rolling Stones ma nessuna conserva lo stesso spirito di quando è nata. Identico.

Nebbiosi anni Sessanta, l'alba di un'epoca.
Allora Augusto Daolio e Beppe Carletti erano ragazzotti pieni di quell'entusiasmo utopico che oggi non si trova più, speravano di cambiare il mondo o almeno di aprire una parentesi e infilarcisi dentro in nome del beat e del rock. Lui cantava. Quell'altro, Beppe, suonava la fisarmonica come gli avevano insegnato a Novi di Modena, e gli altri del gruppo picchiavano duro, uno per tutti e tutti per uno. Migliaia di concerti. Ovunque. Per platee sterminate o ridicole. Insomma il vero spirito che negli anni Sessanta faceva germogliare la passione.

Daolio, uno dei cantanti italiani che nessuno potrebbe imitare, è morto nel 1992 lasciando il vuoto dentro la musica italiana. Carletti, invece, rinasce ogni anno e ora che ne ha 67 sembra lo stesso di quando aveva la frangia come nelle foto dell'epoca. «Abbiamo iniziato nelle balere» dice lui, ormai orgoglioso nonno ma sempre timida cassaforte di tanti segreti della nostra musica. Per capirci, quando i Nomadi incisero Dio è morto nel 1967, scritta da Guccini prendendo un aforisma di Nietzsche ma ispirandosi a un poema di Ginsberg, alla Rai tremarono le gambe e scattò la censura.

Ma Papa Paolo VI in persona capì il senso autentico del brano, tutt'altro che eretico, e quindi Radio Vaticana iniziò a trasmetterlo senza imbarazzi. Fu, in qualche modo, la consacrazione dei Nomadi, la via di uscita dalla loro gavetta di concerti a qualsiasi ora e per un numero qualsiasi di ore. Mica come oggi: mezzo secolo fa le band suonavano a tamburo battente, bastava attaccare la spina e via andare.
«Facevamo quattro brani, poi lasciavamo che la gente andasse al bar a bere, poi ricominciavamo e così via, un po' rock per ballare e un po' lenti per abbracciarsi, allora funzionava così», ha spiegato
Carletti l'altro giorno, emozionato, in un albergo milanese annunciando la grande festa per le sue nozze d'oro con la musica: 14, 15 e 16 giugno a Cesenatico, tre giorni di concerti e discussioni e partite di calcio in quella tipica euforia italiana che è uno dei nostri tesori.

Pensate: ancora oggi ci sono famiglie che fanno le vacanze in camper seguendo gli show della band. E credeteci: tanti gruppi di ventenni appena sbocciati sono stanchi dopo trenta date, mentre i Nomadi ne suonano un centinaio all'anno per una media di un milione di spettatori, un'enormità. A tutti loro, in questi decenni, si sono aggiunti Fidel Castro, Giovanni Paolo II e il Dalai Lama a dimostrazione che questa band, con Daolio e poi con Danilo Sacco e ora con l'eclettico Cristiano Turato, sa intercettare il gusto popular della musica mescolandolo con una indubbia capacità di suonare. Non per nulla in Italia ci sono ben 271 cover band che suonano canzoni dei Nomadi.

271, capito?
Qualcuna si esibirà a Cesenatico, le altre continueranno a farlo nei piccoli club di tutta Italia dove il pubblico non aspetta altro di cantare in coro Io vagabondo, brano scritto da Alberto Salerno per i Nomadi che in pochi mesi vendettero un milione di copie. Un'apoteosi. Carletti, che non è retorico neanche se ci prova, l'ha raccontata al bravo Andrea Morandi in Io vagabondo (edito da Arcana). E Augusto Daolio l'ha spiegata bene durante un Festival dell'Unità del 1983:

«I Nomadi sono come l'uomo mascherato: non muoiono mai». Non è un caso che mezzo secolo dopo la loro nascita, Pupi Avati abbia in mente di girare un film proprio su di loro, la versione girovaga di quella emilioromagnolità che ha già raccontato nel suo Gli amici del Bar Margherita del 2009. A fine anno ha ascoltato il disco solista di Beppe Carletti e si è deciso: musiche perfette per raccontare la storia del gruppo. Ci penserà, lo girerà e in quel film ci sarà un bel pezzo di ciascuno di noi che siamo rimasti nomadi purtroppo solo a tratti.

Contesta la Boldrini, trova la polizia a casa

Gian Marco Chiocci - Mar, 14/05/2013 - 09:09

Caccia all’uomo in rete. Blogger emiliano nei guai: gli agenti rimuovono dal suo computer un tweet ironico sul presidente

Dov'era il presidente della Camera Laura Boldrini quando i militanti del suo partito aggredivano con le parole e con le mani le donne del Pdl a Brescia? Se lo sono domandati in tanti di fronte all'assordante mutismo dell'inquilina di Montecitorio rotto soltanto ieri dopo l'affondo del direttore del Giornale Alessandro Sallusti («Non ne ero a conoscenza perché non si evincevano dalle cronache, ma se ci sono stati, vanno chiaramente condannati e io esprimo tutta la mia solitarietà a quelle donne che hanno ricevuto gli insulti in quanto donne»).

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La terza carica dello Stato era forse distratta dalla caccia all'uomo scatenata su internet da forze dell'ordine e magistratura per far incriminare chiunque osi ironizzare sul suo conto con frasi ingiuriose o immagini di una finta Boldrini nuda vincitrice dell'improbabile concorso «Depilata dell'anno». E così, alla già nutrita lista di internauti «attenzionati» con perquisizioni e oscuramenti di blog, è fresca la notizia di nuovo utente visitato dalla polizia per aver ri-pubblicato provocatoriamente l'immagine-farsa per protestare contro il bavaglio sul web imposto da Laura «Taleban» Boldrini.

L'impegno della presidente a salvaguardare la sua immagine su internet, non conosce dunque soste, seppur dovrebbe: perché ha preteso per sé, negli uffici del Parlamento, sette poliziotti della divisione crimini informatici (con buona pace per le indagini sui pedofili e sui terroristi on line) e perché ha di fatto «obbligato» la magistratura a intervenire in tempi insolitamente e straordinariamente rapidi rispetto a quelli riservati ai comuni mortali. L'ultima vittima è un utente emiliano, Alessandro M., letteralmente terrorizzato da quanto accaduto l'altro pomeriggio, intorno alle 16, allorché si è visto piombare a casa alcuni agenti del Compartimento della polizia postale di Bologna.

Di fronte al mandato controfirmato dal pm romano Luca Palamara (lo stesso che venne rintracciato dalla polizia al ristorante dopo il pateracchio di una perquisizione senza mandato a casa di un giornalista) è stato invitato a togliere sia l'immagine-beffa sia alcune frasi a commento di quanto evidenziato nel suo blog, su Facebook e Twitter. Frasi tipo questa: «Popolo del tweet, inviamo un fotomontaggio ose' al presidente Laura Boldrini, che ci denunci tutti, come in Corea».

Non l'avesse mai scritto. Non immaginava, il tapino, che nulla sfugge al pool della polizia postale ad personam. Quell'invito lanciato per sollevare un problema che va da tutt'altra parte rispetto il «femminicidio» alimentato dalla Boldrini, è stato intercettato. «Non ci volevo credere quando ho visto arrivare gli agenti», sbotta. «La mia era solo una provocazione, mi sembrava assurdo quando stava accadendo a seguito di certe finte immagini della Boldrini, e della reazione scomposta e spropositata che ne era seguita, con perquisizioni, indagati, oscuramenti.

Mi chiedevo in che mondo vivesse la Presidente posto che tutti i politici, anzi tutti gli italiani, sono vittime delle stesse prese in giro, più o meno pesanti, ma non hanno la possibilità di mobilitare a quel modo polizia e magistratura. Non mi faccia dire altro, non voglio finire in guai peggiori». Col terrore che impazza sul web, Laura «Taleban» un primo risultato sembra averlo ottenuto: il primo indagato per le finte foto ose' ha chiesto scusa pubblicamente; Alessandro, impaurito, si raccomanda di scrivere il meno possibile della sua vicenda; altri «commentatori» irriverenti, raggiunti dalla polizia, hanno perso la parola. Il tam tam sulla rete impazza. Rimbalzano solo tweet imbavagliati: «Tacete! La Boldrini vi ascolta».

A Niguarda i soldati c'erano La sinistra li ha mandati via

Alberto Giannoni - Mar, 14/05/2013 - 07:20


Si poteva fermare? Questa è la domanda che assilla tutti. Mada Kabobo all'alba di sabato ha assalito a colpi di spranga e piccone i passanti incontrati lungo il suo folle cammino. Ma poteva essere fermato prima che seminasse tutto questo orrore? Ieri mattina alle 10 e 50 i medici dell'ospedale Niguarda hanno purtroppo riscontrato la morte celebrale di Daniele Carella, 21 anni, una delle cinque persone aggredite dal ghanese, immigrato irregolare in Italia. Il giovane Daniele, senza alcuna colpa come gli altri, era stato colpito (alla nuca) da Kabobo in via Monte Rotondo, mentre aspettava il padre per aiutarlo come ogni mattina nel suo lavoro. Il quarantenne Alessandro Carolè era morto sabato. Fra i feriti, in gravi condizioni resta Ermanno Masini, di 64 anni.

Il quartiere è comprensibilmente sconvolto da una tale barbarie. E si chiede se una tragedia così assurda poteva essere evitata con una risposta più rapida. Oggi alle 19 i consiglieri di zona del Pdl raccoglieranno firme per chiedere un consiglio straordinario dedicato alla sicurezza. Parlano dell'«ennesimo grave crimine in zona 9». E collegando i fatti di piazza Belloveso e via Monterotondo a un allarme criminalità che sarebbe già stato oggetto di allarmi e segnalazioni. Che ci sia da anni un problema nel quartiere (peraltro molto grande) lo dice Alessandro Fede Pellone, capogruppo del Pdl

ed ex consigliere regionale. «In zona ci sono case occupate, con i noti problemi di spaccio e criminalità». In effetti, ripercorrendo la vicenda dell'operazione «Strade sicure» emerge che Niguarda era stata oggetto, come molte altre aree, di un controllo delle pattuglie miste militari-forze dell'ordine. Lo ricorda l'ex vicesindaco Riccardo De Corato, che da responsabile delle Sicurezza a Palazzo Marino aveva seguito l'operazione, dispiegata nel 2008 anche a Milano, e successivamente consolidata con rinforzi di uomini e mezzi.

Stando alle cronache che in quei mesi furono dedicate alla presenza dei militari (accolti con grande favore dalla popolazione) Niguarda non faceva parte del primo nucleo di zone presidiate, ma già dal 2008 arrivarono le richieste dal quartiere. E nel 2009 viale Testi fu inserita in elenco di nuove strade da presidiare. «Le pattuglie a Niguarda c'erano - conferma De Corato, che oggi è vicepresidente del Consiglio comunale - il tragitto di quelle pattuglie andava da viale Ca' Granda a viale Suzzani a Viale Testi. Pochi minuti di distanza dalla zona di cui parliamo». Come noto, i militari nelle strade non ci sono più, sostanzialmente rifiutati da Palazzo Marino.

Il sindaco, Giuliano Pisapia, tuttavia respinge le polemiche politiche: «Se non si restituiscono risorse a chi ha il compito di evitare o limitare i reati e arginare la criminalità sul territorio - ha detto - non riusciremo mai ad uscire da una spirale troppo spesso strumentalizzata per fini politici e non per finalità positive nell'interesse della collettività». Ma De Corato parla di «faccia tosta»: «Pisapia ha parlato di ritorno di risorse per forze dell'ordine, lo invitiamo a non lamentarsi, come fa in questi casi, ma visto che nella nostra città si continua a morire, lavori per far ritornare quei 434 uomini in divisa»

Usa: dice di aver scoperto la formula segreta della Coca Cola e tenta di venderla su eBay

Corriere della sera

Un antiquario sostiene di aver trovato dei documenti contenenti la ricetta. Ma la casa di Atlanta nega

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Da oltre un secolo la ricetta della Coca Cola è allo stesso tempo un misterioso segreto e un’affascinante leggenda. Sebbene gli ingredienti della bevanda siano indicati sull'etichetta, le loro proporzioni restano top secret e su ciò la multinazionale è riuscita a costruire un mito. Ma sembra che questo secolare mistero possa finalmente essere svelato: Cliff Kluge, un antiquario americano, originario di Ringgold, Stato della Georgia, afferma di aver ritrovato in un vecchio scatolone comprato recentemente all'asta la formula segreta della Coca Cola ed è pronto a venderla su eBay per 15 milioni di dollari.

DOCUMENTI - I documenti scovati dall'antiquario risalgono al 1943 e secondo la ricostruzione di Kluge furono spediti dalla società americana a un famoso chimico georgiano durante la Seconda Guerra Mondiale. In questo periodo la Coca Cola aveva grandi difficoltà a reperire tutti gli ingredienti necessari per produrre la celebre bevanda e si sarebbe affidata al chimico per la sua composizione: «Documenti come questi non si trovano tutti i giorni - ha dichiarato l'antiquario al network WXIA-TV - vi è una lettera, una ricetta e tutto il processo da portare a termine. Penso che sia proprio la formula segreta della Coca Cola».

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BOTTINO - Da parte sua, il quartier generale della multinazionale di Atlanta tenta di sminuire la notizia e afferma che la ricetta trovata da Kluge potrebbe essere una delle tante simili a quella della Coca Cola, ma sicuramente non è l'originale, ideata dal dottor John Pemberton S. nel 1886 e che è custodita in una cassaforte nel Museo della Coca Cola ad Atlanta: «Nel corso degli ultimi decenni sono spuntate decine di ricette che affermano di essere quella della Coca Cola - dichiara l'archivista e storico della multinazionale Ted Ryan - In realtà esse cercano di riprodurre il sapore della bevanda, ma riescono solo ad avvicinarsi all’originale». Per adesso Kluge si è rifiutato di rendere pubblica la formula segreta e ha dichiarato di essere consapevole che difficilmente diventerà milionario attraverso l'asta su eBay. Eppure spera di recuperare un bel bottino da quello che definisce «un vero tesoro».


Francesco Tortora
 14 maggio 2013 | 12:31

Kabobo, dalla Libia a Milano Il killer che viveva d'elemosina

Corriere della sera

Identificato per la prima volta a Foggia nel 2011, poi il viaggio verso Nord. Mistero su due chiavi trovate nelle tasche dell'uomo

Sono voci che riempiono notti insonni nel deserto. Parole senza senso che entrano nella testa arsa dal sole della Libia. Mada Kabobo, l'assassino col piccone, quelle «voci» che nell'alba di follia di Niguarda gli hanno «ordinato di uccidere» dice di averle sentite proprio lì, nella terra che nel 2011 è ancora sotto il comando del Muammar Gheddafi. Settimane, forse mesi, in attesa di salpare, rischiando la vita sulle bagnarole che attraversano il Mediterraneo con il timone fisso a Nord.

CatturaViaggi della speranza, li chiamano. Nessuno sa quanta ne abbia trovata Kabobo in quella lotta tra la vita e il mare. Quale terra abbia baciato toccando le coste italiane. Lampedusa? La Sicilia? O forse le spiagge della Puglia? Che sia uno degli scampati ai naufragi o una semplice sagoma nelle immagini di quegli scafi riempiti di uomini come puntaspilli. Di certo in quella traversata non ha portato documenti né bagagli, ma solo quelle «voci» che gli riempivano la mente. Lo ha raccontato al gip Andrea Ghinetti durante l'interrogatorio di garanzia. «Voci assassine», voci e basta. Perché nessuno sa le ragioni di una follia che, almeno a quanto risulta dalle prime indagini, mai è stata diagnosticata da un medico né mai aveva dato segnali prima della mattanza di Niguarda.

Le sue tracce per la burocrazia italiana partono da Foggia. Era il 2011, un anno più tardi, a fine febbraio Kabobo è a Milano. Viene fermato in viale Monza, davanti a una farmacia. I carabinieri stanno facendo controlli antirapina. Kabobo è quasi inebetito davanti alle vetrine. «Prego, documenti?». Il ghanese finisce in caserma, viene fotosegnalato. In tasca non ha uno straccio di certificato, neanche un pezzo di carta con nome e cognome. Lo identificano grazie alle impronte. Ecco, Mada Kabobo, nato in Ghana il primo gennaio 1982, richiedente asilo politico.

La data è «convenzionale», viene assegnata ai migranti senza documenti all'arrivo in Italia. L'anno di nascita è presunto. Kabobo non parla italiano ma solo il dialetto di una sperduta cittadina africana della quale, durante l'interrogatorio, riesce solo a ripetere il nome, senza tradurlo in vocali e consonanti. Perché il 31enne è analfabeta dalla nascita. All'interprete biascica qualche parola in inglese. Dove hai dormito? «In una stazione, c'erano i treni». A Milano? «Non lo so». Potrebbe essere la stazione di Greco o solo la pensilina di un tram. Nella sala interrogatori di San Vittore c'è il legale d'ufficio, Matteo Parravicini. L'avvocato chiede riserbo e basso profilo. «Il caso è delicato», ripete al termine dell'udienza di convalida che conferma l'arresto.

Ma Kabobo davanti ai magistrati parla. E lo fa per più di un'ora e mezza. Non dice nulla dell'infanzia, racconta d'essere partito dalla Libia e d'aver, allora per la prima volta, sentito quelle «voci» che lo accompagneranno per più di un anno fino a Milano. Come vivevi? «Non lavoravo, chiedevo l'elemosina». E per mangiare? «Usavo quello che mi dava la gente». Kabobo stando al suo stesso racconto viveva a Milano come un clochard . Sei stato curato, sei andato in un ospedale? «Mai. Sono sempre stato solo, niente parenti, niente amici». Il giorno dell'arresto i carabinieri gli hanno trovato in tasca le chiavi di un'auto e di un appartamento. «Non so niente». L'ennesimo mistero nella vita dell'assassino di Niguarda.

Cesare Giuzzi Gianni Santucci
14 maggio 2013 | 11:06

Writer scoperti su Facebook da agenti infiltrati

Corriere della sera

Operazioni all'alba di polizia e carabinieri: trenta perquisizioni domiciliari e 23 persone denunciate


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Cento uomini mobilitati, 30 perquisizioni domiciliari e 23 persone denunciate: il modus operandi tipico delle operazioni di contrasto alla grande criminalità è scattato martedì mattina all’alba a Pavia ma il bersaglio sono stati i writers che da mesi lasciano il segno del loro passaggio sui muri della città. L’operazione nel suo genere è inedita e ha visto impegnati uomini della polizia municipale, polizia e carabinieri. Tra le persone denunciate, tutte per il reato di danneggiamento, ci sono anche numerosi minorenni. Singolare il metodo, singolare la finalità del blitz ma più singolare di tutto è il percorso seguito dagli inquirenti.

Per circa otto mesi gli agenti della polizia municipale hanno dapprima catalogato i murales o le semplici scritte spray comparse a Pavia, in modo da costituire un database delle “firme” e degli stili degli ignoti graffittari. Successivamente alcuni di loro hanno creato dei falsi profili facebook, consapevoli del fatto che i ragazzi spesso e volentieri raccontano le loro imprese sui social network e altrettanto spesso postano immagini delle loro azioni. Gli agenti “infiltrati”, se così possono essere definiti, hanno stretto amicizia con i writers, hanno raccolto materiale fotografico o semplici messaggi per poi concentrare tutto il lavoro in un dossier presentato alla procura della repubblica. I magistrati hanno a loro volta autorizzato le perquisizioni domiciliari e il blitz di questa mattina.

Claudio Del Frate
14 maggio 2013 | 9:57