lunedì 13 maggio 2013

Windows lascia lo spazio: sulla ISS Linux

Corriere della sera

Cambia il sistema operativo sulla Stazione spaziale: «Motivi di sicurezza e la necessità del controllo assoluto»

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MILANO - Niente più Windows nello spazio. La United Space Alliance, la società che gestisce l'infrastruttura IT a bordo della Stazione Spaziale Internazionale (ISS), ha annunciato di aver cambiato il sistema operativo sui laptop presenti a bordo della stazione orbitante. Al posto di Windows Xp è stato ora installata una versione di Linux, la Debian 6, sistema operativo open source.

PERSONALIZZAZIONE - I motivi della sostituzione sono sostanzialmente tre, due sono citati nel comunicato stampa, la stabilità e la sicurezza del sistema; il terzo lo spiega uno dei responsabili della United Space Alliance, Keith Chuvala: «Abbiamo bisogno di un sistema operativo su cui avere il controllo assoluto. Così se abbiamo bisogno di una modifica la possiamo realizzare da soli». Cosa impossibile da fare con Windows e gli altri sistemi operativi proprietari, perché il codice sorgente proprietario non viene condiviso e quindi è impossibile (oltre che illegale) modificare i programmi.

SICUREZZA - Sulla sicurezza di Windows XP non c'è da sorprendersi, è sempre stato obiettivo privilegiato di chi confeziona virus informatici a causa della sua popolarità tra gli utenti (XP nei suoi anni migliori era presente su 8 pc su 10), oggi è un sistema operativo ancora più pericoloso perché vecchio e non più tenuto aggiornato da Microsoft. Ma c'è un precedente proprio a bordo della ISS. Nel 2008 un astronauta russo portò con sé sulla stazione spaziale un computer portatile con un virus per XP, che si diffuse rapidamente alle altre macchine in orbita.

LINUX E SCIENZA - La migrazione da Windows a Linux non deve quindi sorprendere più di tanto. Già altri computer sulla ISS erano mossi da cervelli open source (release RedHat e Scientific Linux) e in generale tutte le attività scientifiche di altissimo livello adottano sistemi operativi "open" per gli stessi motivi elencati dalla United Space Alliance. La Nasa e SpaceX, per i loro progetti di viaggi spaziali, usano Linux, così come il Large Hadron Collider al Cern o chi esegue ricerche sulla mappatura del dna.

Gabriele De Palma
gabrieledepalma13 maggio 2013 | 17:32

Diaria, il M5S verso la resa dei conti E Grillo annuncia nuove querele: “Non gestisco io i finanziamenti”

La Stampa

Gli eletti contro la “gogna mediatica” sul blog del comico: oggi l’assemblea congiunta per sciogliere il nodo della restituzione della parte non spesa


Si va verso la resa dei conti sul “nodo” diaria. Dopo lo scambio di mail, anticipato ieri, tra i parlamentari 5 stelle il dibattito entrerà nel vivo oggi pomeriggio: alle 18 ci sarà, infatti, l’assemblea congiunta che servirà - è la speranza di molti, in primis la capogruppo Roberta Lombardi - a mettere la parola fine su un problema che sta mettendo in difficoltà M5S. Alla vigilia, tra l’altro, del nuovo tour nelle piazze di Beppe Grillo in vista del voto delle amministrative (stasera alle 19 primo comizio ad Avellino). L’auspicio dei “vertici” grillini è che si trovi una soluzione chiara in modo da dare nuovo «slancio» e motivazione a Grillo. E c’è chi boccia qualunque “gogna mediatica”. 

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La questione di fondo rimane se restituire o non restituire la parte non spesa della diaria. Cosa dice il codice di comportamento M5S? Sullo stipendio è chiaro: «L’indennità parlamentare percepita dovrà essere di 5 mila euro lordi mensili, il residuo dovrà essere restituito allo Stato insieme all’assegno di solidarietà (detto anche di fine mandato)». E su questo tutti i parlamentari sono d’accordo. Tra l’altro, mette in evidenza un deputato, questo significa uno stipendio netto di quasi 3mila euro che «non sono pochi».

Ma le difficoltà e i malumori nel Movimento sono nati sulla diaria e su ciò che non viene speso. Sempre il codice di comportamento 5 stelle dice che «i parlamentari avranno comunque diritto a ogni altra voce di rimborso tra cui diaria a titolo di rimborso delle spese a Roma, rimborso delle spese per l’esercizio del mandato, benefit per le spese di trasporto e di viaggio, somma forfettaria annua per le spese telefoniche e trattamento pensionistico con sistema di calcolo contributivo». È su questo che ci sono le divisioni. Alcuni eletti grillini non hanno esitato ad esprimere la propria contrarietà, anche nel corso dell’assemblea con Grillo. E poi, alcuni di loro, hanno puntualizzato la loro posizione anche su Facebook.

Come ad esempio Alessandro Furnari (che alcuni vedono giocoforza già fuori da M5S) che su Fb ha scritto: «In assemblea parleremo del testo che Beppe Grillo ha letto l’altro giorno, un testo differente da quello che io ho accettato prima delle parlamentarie. Poi riaffronteremo la questione delle persone che hanno dei problemi personali per cercare di risolvere i loro problemi. Quello a cui ho assistito l’altro giorno è stato spiacevole. Ho visto gente delusa che si sentiva offesa da «certe parole...» ed io sono ancora molto amareggiato. È importante che dopo l’assemblea ci sia il coraggio per far uscire la verità».

Un deputato è convinto, così racconta, che nessuno verrà cacciato ma se rimarranno quelle persone («massimo una decina» assicura) che non vogliono restituire la parte di diaria non spesa, dovranno comportarsi di conseguenza. Il che significa, dovranno essere loro ad andarsene, magari `emigrando´ al gruppo Misto. Ma sul tavolo rimane ancora l’ipotesi di una lista di nomi, la famigerata `black list´, da pubblicare on line in modo che poi sia la Rete ad esprimersi. E in modo che anche gli elettori del Movimento siano a conoscenza di chi ha preso una decisione che andrebbe, così assicura qualche deputato, contro la volontà della maggioranza. In ogni caso, sarà il voto di oggi a decidere.

Ciò che però non piace a nessuno è la “gogna mediatica”, il metodo usato dallo stesso Grillo di attaccare direttamente dal suo blog il giorno dopo aver mostrato apparente comprensione nei confronti delle situazioni «particolari» di alcuni eletti grillini. Anche chi infatti non ha dubbi sul fatto di restituire la parte della diaria non spesa, esprime dissenso su un metodo che non tiene conto dei casi personali di ognuno. Intanto, sembrerebbe partita la “controffensiva” del M5S nei confronti dei media. Sul blog, Paolo Ribichini ha pubblicato un post («La calunnia è un venticello») nel quale annuncia una querela nei confronti di un sito web “Diritto di Critica” che ha scritto un articolo sul caso diaria. «I soldi dei finanziamenti ai parlamentari non sono gestiti da Beppe Grillo e non sono usati per finanziare il suo blog», si precisa.

Mobile, sicurezza, servizi in Cloud: la patente europea per il computer si rinnova

Corriere della sera

Due certificazioni principali e un percorso per il «lifelong learning». «Più competenze per tornare competitivi»

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MILANO - La metafora è efficace: ci si può mettere «alla guida» di un computer come di un'automobile, possedendo competenze variegate, che vanno dall'accensione del motore al destreggiarsi tra le insidie del traffico. E certificarle, queste competenze, con una «patente», da conseguire studiando e da esibire nell'ufficialità. Ma più che al volante dell'auto, chi si siede alla tastiera di un pc o utilizza tablet e smartphone, una volta patentato ha in mano un titolo deperibile.

La «nuova» Ecdl- la Patente europea del computer - da quindici anni strumento di formazione in ambito scolastico e di riconoscimento di competenze utili nel mondo del lavoro, che ha «diplomato» in Italia due milioni di aspiranti «smanettoni» - si rinnova nei contenuti e nella struttura per adeguarsi ai cambiamenti dello scenario tecnologico, educativo e professionale: Web in mobilità, Cloud, reti sociali, nuove modalità di comunicazione e collaborazione online, oltre a una sempre più marcata esigenza di sicurezza. E se all'alba del programma si entrava in confidenza essenzialmente con Word, Excel e Powerpoint, oggi il panorama di riferimento è aggiornato, flessibile e «in grado di rispondere alle più moderne esigenze di longlife learning», ha detto Bruno Lamborghini, presidente di Aica, l'Associazione Italiana per l'Informatica e il Calcolo Automatico che eroga le certificazioni, gestisce i programmi e rappresenta in Italia l'Ecdl Foundation.

LA NUOVA PATENTE - Con la nuova patente del computer si avranno due certificazioni principali: Ecdl Base (gli elementi fondanti della competenza digitale, quattro moduli che esplorano le conoscenze di base del computer, della rete, dell'elaborazione di testi e dei fogli elettronici) ed Ecdl Standard, che prevede tre moduli completamente nuovi: Sicurezza informatica (che definisce i concetti e le competenze per un uso sicuro delle tecnologie digitali nello studio e nel lavoro), Strumenti di presentazione e Collaborazione in rete (reti sociali, memorizzazione remota, riunioni via Web, applicazioni mobili, musica, messaggi). Dal 2014, verrà poi introdotto l'Ecdl Profile: l'opportunità, cioè, di disegnare il proprio percorso scegliendo una qualsiasi combinazione dei moduli da certificare, a seconda degli interessi o delle esigenze professionali, inclusi i moduli specialistici quali web, image editing, progettazione Cad.

IGNORANZA INFORMATICA - L'annuncio di Aica non è una mera operazione di maquillage o il tentativo di ridare smalto a una certificazione che alcuni considerano un «vuoto pezzo di carta». L'impreparazione informatica - sottolinea una ricerca di Aica e Sda Bocconi condotta sugli impiegati della Pubblica Amministrazione Centrale - costa all'Italia circa 280milioni di euro l'anno. «Se si facesse della formazione di base - sostiene Giulio Occhini, direttore Aica - quella a basso costo, la produttività sul lavoro potrebbe aumentare, generando vantaggi complessivi per 835 milioni per l'intero settore». Per recuperare competitività, insomma, bisogna passare attraverso un aumento di competenze. L'Italia negli ultimi dieci anni ha perso 12 punti di produttività rispetto alla Germania - ricorda Lamborghini - e metà della crescita di produttività dipende da investimenti in Ict e competenze». Con gli investimenti giusti e l'idoneo supporto di competenze informatiche, sostiene, potremmo recuperare un punto l'anno.

QUALIFICHE EUROPEE - Il quadro di riferimento per la nuova Ecdl - riconosciuta in 150 paesi del mondo e parte integrante del Sistema Nazionale di Certificazione delle Competenze di recente istituzione - è l’European Qualification Framework (Eqf), che collega fra loro i sistemi di qualificazione dei Paesi dell’Unione Europea, fungendo da dispositivo di traduzione utile a rendere le qualifiche omogenee tra paesi e sistemi formativi differenti. Un processo tutt'altro che compiuto; ma adeguarsi rapidamente al quadro europeo delle qualifiche è di vitale importanza per l’Italia che altrimenti rischierebbe di trovarsi vincolata, in qualche caso, a preferire professionisti di altri Paesi e al tempo stesso incapace di dotare i propri cittadini di una qualificazione che permetterebbe loro di lavorare in qualsiasi altro paese dell’Unione.

Antonella De Gregorio
13 maggio 2013 | 17:21

Il giallo della rinuncia del Papa al titolo di “Sovrano della Città del Vaticano”

La Stampa

Ma è solo una formula abbreviata apparsa sull’annuario pontificio. E Ratzinger è ufficialmente «sommo Pontefice emerito»

giacomo galeazzi
citta’ del vaticano


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La formula dei due papi nell’annuario pontificio e il “giallo” di una formula abbreviata che stamattina ha fatto gridare i mass media ad una rinuncia di Bergoglio al titolo di sovrano della Città del Vaticano. Il vescovo di Roma Francesco e l’emerito Ratzinger figurano nell’edizione 2013 presentata questa mattina e in un primo momento era sembrato appunto che Bergoglio avesse rinunciato al titolo di Sovrano della Città del Vaticano. «Ma poi la sala stampa della Santa Sede ha precisato che il titolo resta -commenta il seguitissimo Papa Ratzinger Blog-. Era comunque difficile immaginare che il Vaticano si trasformasse in una monarchia costituzionale o in una Repubblica parlamentare».

L’ultima edizione dell’annuario pontificio, presentata questa mattina al Papa, reca sul frontespizio una formula inedita su Roma «sede del Vicario di Gesù Cristo, successore di San Pietro, Principe degli Apostoli». Inoltre la pubblicazione registra la presenza di due papi, Francesco, «vescovo di Roma e sommo pontefice della Chiesa universale, Primate d’Italia, Arcivescovo e Metropolita della Provincia Romana» e Benedetto XVI «Sommo Pontefice emerito», a chiarimento delle dispute giuridiche che si sono moltiplicate negli ultimi tre mesi.

La formula sui due papi è riportata nella pagina dell’Annuario pontificio relativa alla diocesi di Roma. Dopo la dizione relativa a papa Francesco, l’annuario precisa: «Il governo spirituale della diocesi di Roma è affidato al Vicario Generale di Sua Santità: Eminentissimo e Reverendissimo Signor Cardinale Agostino Vallini; per la Città del Vaticano è vicario Generale l’Arciprete «pro tempore» della Basilica papale di San Pietro in Vaticano: Eminentissimo e Reverendissimo Signor Cardinale Angelo Comastri». 

Sotto alla citazione di Benedetto XVI come «Sommo pontefice emerito», ci sono alcune righe di biografia di Joseph Ratzinger, che si concludono con: «rinuncia il 28 febbraio 2013». Inoltre papa Ratzinger è registrato nella «Serie dei sommi pontefici», dopo Giovanni Paolo II, con la data di elezione e con “28.II.2013”. Questa ultima data rimanda a una nota in cui si precisa che si tratta della data della rinuncia. Nella «Serie dei sommi pontefici», dopo Benedetto XVI è registrato Francesco, con nome e data di elezione.

La sala stampa della Santa Sede ha precisato che Papa Francesco rimane «Sovrano della Città del Vaticano». La sala stampa aveva inizialmente distribuito una fotocopia della pagina 1 del nuovo annuario pontificio nella quale vi è la formula semplificata delle qualifiche del Pontefice: Vescovo di Roma, Sommo Pontefice della Chiesa universale, Primate d’Italia, Arcivescovo e Metropolita della Provincia Romana. Nella stessa pagina figura (motivo per cui la sala stampa aveva distribuito quella pagina) la qualifica ufficiale di Benedetto XVI: «Sommo Pontefice emerito».

In un successivo momento, il vicedirettore della sala stampa, padre Ciro Benedettini, ha mostrato ai cronisti la pagina del nuovo annuario nel quale compare la lista completa delle qualifiche del Papa e che non cambia rispetto alla edizione del 2012, quando Papa era Benedetto XVI. Papa Bergoglio rimane anche le altre qualifiche papali: Vicario di Gesù Cristo, Successore di San Pietro, Principe degli Apostoli, Servo dei Servi di Dio e, appunto, Sovrano dello Stato della Città del Vaticano. La formula sui due papi è riportata nella pagina dell’Annuario pontificio relativa alla diocesi di Roma. 

Malcolm X, nipote ucciso a bastonate Amaro destino nel nome del nonno

Corriere della sera

Malcolm Shabazz assassinato a Città del Messico. Dopo essere entrato e uscito dal carcere, era diventato un attivista

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Nel nome del padre, anzi del nonno. Quando il peso della leggenda ti schiaccia, anche se sei della seconda generazione. E prima reagisci cercando di infangarlo, quel nome; quando poi ti ci stai riconciliando, tutto crolla. Una parabola amara, la parabola del 28enne Malcolm Shabazz, figlio della figlia, Qubilah, dell'attivista Malcolm X.

UCCISO FUORI DA UN LOCALE- Il ragazzo è stato ucciso a bastonate, giovedì scorso, a Città del Messico, all'uscita di un locale della zona turistica della megalopoli. Un assassinio che sarebbe stato compiuto da due dipendenti di 24 e 26 anni del bar «Palace Club»: Malcolm Jr non avrebbe saldato il conto delle consumazioni e loro avrebbero inteso così dargli una lezione. Qualcuno degli avventori sostiene però che il giovane americano si sia buttato dal secondo piano del locale. Una fine misteriosa e tragica, che conclude un'esistenza altrettanto tormentata.

IN RIFORMATORIO A 12 ANNI - Malcolm Shabazz finì infatti in riformatorio a 12 anni, nel 1997, per aver incendiato la casa della nonna Betty, vedova del leggendario attivista nero. La nonna morì tra le fiamme e per il giovane iniziò un lungo periodo dentro e fuori dalle galere d'America, arrestato in seguito per rapina e aggressione. Una gioventù dissipata insomma, anche qui nel nome del nonno (mai conosciuto peraltro, mentre il padre, un militante musulmano algerino, per Malcolm Jr non è mai esistito): Malcolm X passò infatti il decennio tra i venti e trent'anni in carcere prima di convertirsi all'Islam e diventare uno dei padri della battaglia per l'emancipazione afroamericana.

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LA RISCOPERTA DEL NONNO - E il nonno, Malcolm jr sembrava aver riscoperto finalmente negli ultimi anni: andava in giro in tutto il mondo a tenere conferenze sulla figura dell'illustre congiunto di cui rivendicava, sul suo sito personale, di essere «il primo erede maschio». Malcolm Jr. stava scrivendo dei libri contro la violenza giovanile, probabilmente per riscattare la sua, di gioventù; s'impegnava per i diritti dei lavoratori clandestini messicani (e forse per quel motivo era sceso nella capitale, per incontrare un sindacalista espulso dagli Stati Uniti). Ed era in collegamento con alcuni attivisti iraniani, motivo per cui era stato tratto brevemente in arresto a febbraio, questa volta non per rapina o aggressione, ma, pare, perché sospettato di avere collegamenti con gruppi terroristici. Accusa poi rivelatisi infondata. Si stava riconciliando nel nome del nonno, Malcolm Jr, insomma. Non ce l'ha fatta.

Matteo Cruccu
ilcruccu13 maggio 2013 | 17:03

I Google Glass già messi al bando dai bar

Corriere della sera

Il divieto, anticipato da un locale di Seattle, secondo diversi legali sarà esteso con la diffusione degli occhiali della Big G

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MILANO - Ufficialmente non sono ancora sul mercato (il debutto è atteso fra la fine di quest’anno e l’inizio del prossimo) e per ora sono a disposizione solo di 2mila clienti privilegiati (ma si stima che saranno 9,4 milioni entro il 2016, anche grazie all’apertura di negozi al dettaglio dove acquistarli, a 1500 dollari al paio), eppure i Google Glass continuano a creare malumori un po’ dappertutto. Negli States sembra essersi scatenata un’autentica “caccia alle streghe” nei confronti dei super occhiali “a realtà aumentata” ideati dal colosso di Mountain View, perché l’idea che possano fotografare o filmare cose e persone senza dare nell’occhio (non hanno infatti un LED che si accende quando sono in modalità “rec”) viene considerata una pericolosa minaccia per la privacy.

E così fioccano divieti a non finire: i primi a metterli fuorilegge sono stati i casinò di Las Vegas (le leggi dello Stato del Nevada proibiscono “l’uso di computer o dispositivi di registrazione durante il gioco d’azzardo”) e in particolare il celebre Caesars Palace, che in una mail del portavoce Gary Thompson al sito Computerworld ha avvisato che «non sarà permesso l’ingresso al casinò ai clienti che indosseranno i Google Glass».

Ma se saranno confermati i rischi per la privacy insiti nella nuova tecnologia, anche i cinema e le banche, come pure i locali di strip di tutti gli Stati Uniti, sembrano pronti a seguirne l’esempio, mentre il signor Dave Meinert, proprietario di un bar di Seattle, ha deciso di giocare d’anticipo, vietando fin da subito l’ingresso ai clienti che indosseranno le futuristiche lenti. «Rispettate la privacy dei nostri clienti nello stesso modo in cui vorreste che loro rispettassero la vostra», si legge sul cartello che l’uomo ha affisso sul muro del suo “5 Point Cafe” e a chi lo accusa che si tratti solo di un modo per farsi pubblicità risponde serafico che «questo è un luogo privato», ribaltando di fatto il concetto di bar come “locale pubblico”.

Cattura «Questo è solo l’inizio - ha annunciato al New York Times l’avvocato Timothy Toohey, specializzato in materia di privacy – e alla fine i Google Glass scateneranno una vera e propria rissa». Una previsione che trova d’accordo anche il collega britannico Dan Tench, che sta lavorando proprio ad una causa contro Google in Gran Bretagna.

«Ci troviamo dinnanzi all’ennesimo trucchetto da spioni – ha detto il legale dello studio Olswang al Daily Mail – perché i Google Glass sono quanto di più invasivo ci possa essere, visto che se vai per strada con una videocamera e fai delle riprese, è chiaro a tutti cosa stai facendo, ma con questi occhiali puoi farlo senza che nessuno se ne accorga». Con i Glass non è però solo la privacy ad essere a forte rischio, anche l’incolumità degli automobilisti potrebbe infatti venir messa a repentaglio: da qui l’idea di un gruppo di legislatori della Virginia di approntare una nuova legge che proibisca l’uso dei Google Glass al volante, considerandoli una potenziale e pericolosa distrazione.

Simona Marchetti
@Simo2313 maggio 2013 | 13:54

L’Ikea contro i nani da giardino

Corriere della sera

di Marta Serafini


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Finalmente Ikea diventa politicamente scorretta. Dopo anni di pubblicità in cui ci aveva abituato all’immagine della famigliola felice, il colosso svedese si è affidato all’agenzia Mother London per un video che sta già diventando virale su YouTube.
Nel filmato dal titolo Time for Change, una coppia lotta contro un’invasione di feroci nani da giardino che tentano in tutti i modi di invadere il territorio umano. Il video è molto divertente. E rappresenta un cambio di strategia nella comunicazione di Ikea, sulla scia di altri casi di campagne virali di successo, come quella di altri grossi marchi.
Resta da vedere come la prenderà il Fronte di Liberazione dei Nani da giardino


Scimmie che sanno parlare, la sorpresa delle gelada in Etiopia

Il Messaggero
di Stefano Ardito


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Habitat: i monti dell’Etiopia, oltre i duemila metri di quota. Pelo: lungo e folto, che dà loro una vaga somiglianza con un leone. Parenti stretti: il babbuino delle savane della Tanzania e del Kenya. Struttura sociale: branchi con al centro un maschio, ma tenuti insieme dalle femmine. Dieta: bacche e frutti selvatici, ma anche orzo e segale dei contadini locali, che quindi non le amano affatto. Segni particolari: abilissime nell’arrampicata, canini lunghi e aguzzi, una grande macchia rossa sul petto.

E forse la capacità di parlare. Le gelada, nome scientifico Theropitecus gelada, sono tra le scimmie più sorprendenti dell’Africa. Descritte nell’Ottocento dal naturalista tedesco Eduard Ruppell, vivono sulle montagne del Semien, fin oltre i quattromila metri di quota. Vivono in grandi branchi, vagano sull’altopiano, visitano spesso i villaggi e i campi. Per difendersi dai predatori e dall’uomo i maschi simulano un attacco, digrignando i denti e mostrando la macchia sul petto. Intanto il branco supera l’orlo dell’altopiano, e si cala con agilità sorprendente sulle rocce verticali.

PATRIMONIO NAZIONALE A suggerire che forse le gelada parlano è stato Thore Bergman, ricercatore dell’Università del Michigan, che coordina dal 2006, insieme a Jacinta Beehner, un programma di ricerca su questa scimmia e il Parco Nazionale del Semien. «Insieme alle specie locali di stambecco e di lupo, le gelada sono un patrimonio nazionale dell’Etiopia. Se ben tutelate, possono attrarre turisti da tutto il mondo» scrivono i ricercatori americani. Tra i comportamenti sociali più interessanti della specie meritano una citazione anche il grooming (la pulizia del pelo tra un animale e l’altro), la risata e la capacità di giocare.

L’IPOTESI
All’inizio di aprile, in un articolo pubblicato sulla rivista Current Biology, Bergman ha avanzato un’ipotesi rivoluzionaria. «Secondo i nostri studi, il modo in cui le gelada comunicano tra loro schioccando le labbra potrebbe essere un primo passo verso lo sviluppo di un linguaggio simile a quello umano». Da anni, gli zoologi arrivati dagli Stati Uniti registrano e analizzano con dei raffinati software i suoni prodotti da queste scimmie.

LE SOMIGLIANZE
«Anche il borbottio delle gelada ricorda quello degli esseri umani. Più volte mi è capitato di sentir parlare dietro a me, di voltarmi, e di scoprire che erano semplicemente le scimmie» conclude Thore Bergman. Se osservata dall’Europa, però, l’ipotesi degli zoologi del Michigan merita qualche critica. «La capacità di sviluppare un linguaggio, più che dalle vocalizzazioni, deriva dalla gestualità. L’uso della mano e della parola vanno di pari passo anche nell’uomo» spiega Elisabetta Palagi, ricercatrice del Museo di Storia Naturale di Pisa che lavora anche insieme al CNR.

«Pochi ricercatori italiani si occupano dei primati. Molti di loro, però, ottengono dei risultati importanti» prosegue la studiosa toscana. «Io mi interesso alle proscimmie e alle scimmie da vent’anni. Recentemente mi sono occupata del modo in cui la risata e lo sbadiglio, un altro modo di comunicare importante, si diffondano rapidamente, quasi per contagio». Al contrario di Bergman e Beehner, che trascorrono sulle montagne dell’Etiopia molte settimane ogni anno, Elisabetta Palagi e i suoi colleghi hanno lavorato su una popolazione di gelada in cattività. Quella del Natur Zoo di Rheine, in Westfalia, nel nord-ovest della Germania nei pressi del confine olandese. Al posto dei registratori di Bergman, hanno utilizzato delle videocamere.

IL GIOCO
«Nei rapporti tra le gelada, il gioco ha un ruolo importantissimo. Nel nostro lavoro, dal 2007, abbiamo analizzato in dettaglio 1400 sessioni di gioco» continua Palagi. «Nella mimica facciale delle scimmie, si parla di “contagio” della risata o del pianto se la reazione a un comportamento arriva in meno di un secondo. Il nostro lavoro è lunghissimo e complesso». Oltre al metodo usato, sono le conclusioni di Elisabetta Palagi a stupire. «Anche noi umani siamo connessi agli altri con il corpo prima che attraverso la mente. La faccia è il nostro strumento di comunicazione migliore. Oltre agli zoologi, si dovrebbero occupare delle gelada e di altre scimmie gli antropologi. Ma è un’idea che nel mondo della scienza italiana non piace». Insomma, le scimmie siamo noi.


Domenica 12 Maggio 2013 - 13:13

A spasso nell'Acquedotto Vergine: magie d'acqua sotto Roma

Il Messaggero
di Laura Larcan


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ROMA - Il corpo è immerso nell’acqua fino alla coscia. L’impianto idraulico del canale sotterraneo è stato messo fuori servizio solo parzialmente, altrimenti il livello salirebbe di oltre un metro. A contatto con la muta, l’acqua scorre rapida spinta dalla corrente, e si percepisce di circa quindici gradi, una temperatura stabile tutto l’anno, con piccole variazione di uno o due gradi. Se le gambe rimangono ferme troppo a lungo, però, il freddo si fa più intenso e regala una sensazione pungente di ghiaccio. Il buio nel tunnel è sferzato dalla luce proiettata dal casco. Bagliori che schiudono una meraviglia dell’antichità. Le murature in «opus reticulatum», le volte a botte sopra la testa e pozzi vertiginosi che spingono la vista fino a cinquanta metri di altezza. «Uno dei punti più suggestivi è la sorgente, dove si assiste allo spettacolo di polle d’acqua che fuoriescono cristalline, d’un verde smeraldo senza pari».

Non ha dubbi Marco Placidi, responsabile del Centro ricerche speleo archeologiche «Sotterranei di Roma» quando parla dell’Acquedotto Vergine di Roma, capolavoro di ingegneria idraulica ed estro architettonico del «genius» romano che dopo oltre duemila anni di vita è ancora funzionante. L’unico degli undici acquedotti che in epoca imperiale alimentarono i fasti della Roma dei Cesari. «Insieme alla Cloaca Maxima è il monumento più longevo», rimarca Placidi quasi con un pizzico di orgoglio paterno.


IL PROGETTO
«Sotterranei di Roma» sta infatti conducendo per la prima volta una documentazione sullo stato di conservazione di tutto il complesso, un’esplorazione in esclusiva per conto della società Acea che ha in consegna il monumento. È un’opera lunga 19,8 chilometri, che dall’odierna località di Salone sulla via Collatina arriva al centro storico della Capitale, alimentando oggi i giochi d’acqua della Fontana di Trevi. Non è certo l’unica «mostra acquatica». L’Acquedotto Vergine, inaugurato il 9 giugno del 19 a.C. (su progetto di Marco Agrippa genero di Augusto per alimentare Campo Marzo e le sue terme alle spalle del Pantheon) ha «nutrito» quasi tutte le illustri fontane del centro. Dalla natura alla tecnologia, dalle acque sorgive all’impianto di captazione, l’Acquedotto Vergine si traduce in un canale hi-tech che corre sotterraneo fino alla zona di piazza di Spagna, da cui continuava in superficie su un sistema di archi nell’ultimo tratto di due chilometri, fino alla Fontana di Trevi e giù fino al Pantheon.

«Il monumento antico termina a piazza di Spagna, all’altezza della salita di San Sebastianello - racconta Placidi - da lì in poi l’acqua viene imbrigliata in tubature moderne che arrivano alla Fontana di Trevi». Le indagini stanno procedendo a tappe. «L’obiettivo è di analizzarne lo stato di conservazione - avverte Placidi - per documentare l’evoluzione del monumento nei secoli e per elaborare una mappa aggiornata delle criticità su cui intervenire per la manutenzione e la valorizzazione». Il tratto sotto Villa Borghese, per esempio, svela una cascata di stalattiti: «Sono accumuli di calcare rilasciati nel tempo dalle infiltrazioni di acqua piovana perché qui la superficie non è coibentata da strati di asfalto», racconta Placidi. Belle, ma da tenere sotto controllo per evitare che occludano il flusso.

LE SCOPERTE
Gli speleologi considerano l’acquedotto come una sorta di Dna, capace di raccontare la sua personale storia di Roma. E magari offrire anche retroscena inediti. Dai prossimi giorni il «Vergine» sarà, infatti, al centro di un progetto sperimentale che il Centro speleologico condurrà con l’università RomaTre sullo studio delle malattie in antichità. «Da fonti storiche e analisi antropologiche condotte sui resti delle sepolture, è emerso che le cause frequenti di morte per gli antichi romani erano da imputare a patologie tumorali - dice Placidi - All’inizio si era ipotizzato che a minare la salute fosse stato l’inquinamento dell’acqua dal piombo delle tubature».

Ma oggi, la scoperta del radon, gas radioattivo, può ribaltare l’interpretazione. «Poiché il Vergine è l’unico ancora funzionante e attraversa materiali che emettono radon - annuncia Placidi - l’idea è di prelevare campioni d’acqua e monitorare quanto siano saturi del gas». Ma la fauna riserva già curiosità. È nell’Acquedotto Vergine che è stata trovata una biscia «albina». Il serpentello, che usualmente ha il pigmento bluastro, ha mutato il suo Dna adattandosi ad un mondo ipogeo senza luce, dove tutto l’anno vigono temperature stabili.

Condannato per istigazione a delinquere l'inventore del blog Cartellopoli

Corriere della sera

Il tribunale di Roma infligge 9 mesi all'attivista anti pubblicità abusive: sul suo spazio web avrebbe spinto ad azioni contro gli impianti di affissione nella Capitale


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ROMA - Cartellopoli alla sbarra per istigazione a delinquere: è il reato che è costato a Massimiliano T., 34 anni, una condanna a 9 mesi inflittagli dal giudice monocratico del tribunale di Roma. Secondo l'accusa l'imputato avrebbe istigato i frequentatori del suo blog (cartellopoli.com, che sul web oggi risulta in vendita per 2.595 dollari, mentre compare con nuova grafica un cartellopoli.net) a compiere azioni violente contro il diffondersi dei cartelloni abusivi nella Capitale. Il blog, secondo i difensori di Massimiliano, non faceva altro che battersi contro quella «mafia dei cartelloni abusivi» citata anche dal sindaco Alemanno e oggetto di un'inchiesta su sospette tangenti e autorizzazioni fuorilegge rilasciate da dipendenti infedeli del Campidoglio.

QUERELA DEGLI IMPIANTISTI - Nei mesi scorsi, in seguito alla querela presentata da una società che gestisce impianti pubblicitari, il sito in questione è stato anche sequestrato. Il rappresentante dell'accusa ha ottenuto la condanna sia per la gestione del blog che per quella del gruppo di discussione su Facebook. In base a quanto sostenuto dall'azienda che ha depositato la denuncia in Procura sono state molte le azioni vandaliche, che hanno riguardato un centinaio di impianti in varie zone di Roma: come «l'imbrattamento dei cartelloni con vernice spray», «il danneggiamento delle cornici» e «lo smontaggio e asporto delle plance pubblicitarie».

«DIRITTO DI CRITICA» - L'imputato si difende: «La polizia postale ha a lungo indagato cercando prove contro di me senza trovarne alcuna, come l'agente ha testimoniato in aula; i due testi che mi sono stati concessi (Michele Ruschioni, direttore del sito NoiRoma e Andrea Catarci, presidente dell' XI Municipio), sono stati abili a spiegare il ruolo del blog Cartellopoli a Roma (tutto fuorché uno strumento criminale), addirittura nell'ultima udienza il pm, che aveva chiesto il rinvio a giudizio, ha formulato richiesta di assoluzione con formula piena per inesistenza di prove a mio carico». L'avvocato Fulvio Sarzana di Sant'Ippolito, che difenderà Massimiliano T. in appello, ha spiegato: «La sentenza apre alla strada alla perseguibilità dei titolari di blog, non solo per le più classiche fattispecie della diffamazione, ma anche per ipotesi nella quale la manifestazione del diritto di critica, oltretutto compiuta da terzi rimasti anonimi, possa addossare una responsabilità per istigazione a delinquere e apologia di reato al titolare del blog».

Redazione Roma Online 13 maggio 2013 | 19:40

Per la festa della mamma i naziskin festeggiano la moglie di Goebbels

Corriere della sera


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«Auguri Mamma»: si apre così il nuovo manifesto del «Manipolo d’avanguardia Bergamo», un gruppo ancora semi sconosciuto, e in parte anche misterioso, che colpisce in città e nell’hinterland da alcuni mesi. Di certo l’ispirazione è di estrema destra e il simbolo del «manipolo» è una lettera dell’alfabeto runico. Gli «auguri», con cui si apre il manifesto affisso domenica sera per le strade di Bergamo in occasione della festa della mamma, sono rivolti a Magda Goebbels, moglie del ministro della propaganda nazista, che nel 1945 uccise i suoi sei figli avvelenandoli e poi si suicidò, mentre a Berlino entrava l’Armata rossa. Ed è con queste parole, pubblicate su Facebook, che il gruppo orobico accompagna il manifesto abusivo comparso in città: «Vuole essere a te dedicata questa giornata d’inebriante festa. Magda Goebbels, tu che col tuo doloroso e immenso gesto hai consacrato l’innocenza dei tuoi figli all’immortalità del tempo.

Cadono con le ali incenerite dai cocenti raggi della verità, i tediosi sproloqui degli esponenti di acefalia mentale dinanzi alla tua superba figura. Tu madre, tu donna, tu esempio». Queste le parole dedicate ad una fervente nazista. Stando ad alcune indiscrezioni, raccolte negli stessi ambienti politici di estrema destra, ma anche da fonti della polizia, il «Manipolo d’avanguardia Bergamo» sarebbe costituito da una decina di naziskin, alcuni dei quali fuoriusciti da altri movimenti. Il gruppo si è già fatto conoscere negli ultimi mesi: a fine aprile, ad esempio, attorno alla procura e al tribunale di Bergamo, erano apparsi i manifesti con tanto di nome e volto del dirigente scolastico di Palosco accusato di pedofilia, con la scritta «Ricercato». Interpellati via Facebook i rappresentanti del «Manipolo d’avanguardia», non hanno voluto commentare in alcun modo le loro recenti uscite.

Armando Di Landro
13 maggio 2013 | 21:01

Se il figlio non mette il casco il padre può vedersi confiscare il motorino

La Stampa


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Un padre è sanzionato perché suo figlio minorenne circolava in motorino senza usare il casco; il Tribunale, tuttavia, non ritiene applicabile la sanzione della confisca del mezzo, perchè il ciclomotore appartiene al padre, cioè ad una persona estranea alla violazione amministrativa. Ricorre allora per cassazione il Ministero dell’Interno, censurando questa statuizione.

Secondo la Suprema Corte (ordinanza 3613/13) il ricorso va accolto. Poiché il minore di 18 anni è incapace secondo la legge, è il genitore a rispondere della violazione amministrativa commessa dal figlio. Chi era tenuto alla sorveglianza dell’incapace non può essere considerato persona estranea alla violazione e pertanto, in un caso come quello in esame, è senza dubbio possibile la confisca del ciclomotore di proprietà del genitore, non essendo applicabile la norma che esclude tale misura qualora il veicolo appartenga a persona estranea alla violazione amministrativa.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

L'asilo politico, ultimo alibi per sfuggire all'espulsione

Francesco De Remigis - Lun, 13/05/2013 - 08:04

Legge colabrodo: un ricorso rinvia di mesi l'allontanamento (come per Kabobo) Ma basta anche solamente dire che si sta male o che si sta frequentando un corso

 

La storia di violenza di Mada Kabobo, il trentunenne ghanese arrivato in Italia nel 2011 che si è reso protagonista di una «mattanza», apre interrogativi sulle richieste d'asilo nel nostro Paese; in particolare sulle degenerazioni e zone d'ombra che il sistema di protezione istituito nel 2002 contiene, nonostante la nobiltà del principio.

L'accoglienza dei «rifugiati» è infatti una questione che in Italia si sviluppa su più livelli: dal momento dell'ingresso - che più frequentemente avviene via mare (59%) - in cui l'immigrato può presentare domanda, si apre un canale con lo Stato, le autorità e via via con gli organismi che intervengono durante il periodo di valutazione della richiesta. Enti locali e terzo settore per ciò che riguarda l'aspetto strutturale - alloggio, cura, indirizzo occupazionale, formazione - e, nel mentre, una serie di progetti dell'Anci finanziati con risorse straordinarie dell'8 per mille Irpef. Nel 2012 ci sono state 15.715 richieste d'asilo, in calo rispetto al 2011 (37.350); 8.260 persone (37,3%) hanno ottenuto una forma di protezione; 1.915 (8,6%) lo status di rifugiato, 4.410 (20,3%) la cosiddetta «sussidiaria», 1.935 (8.9%) un permesso per motivi umanitari.

Alcuni hanno a disposizione circa 17 euro per 45 giorni e degli appartamenti appositi: una commissione, solitamente regionale, stabilisce chi ne ha diritto. Altri attendono la risposta in centri di accoglienza e, all'arrivo della risposta, positiva o negativa, decidono cosa fare: se essere rimpatriati a carico dello Stato «ospitante»; se chiedere la proroga del permesso di soggiorno temporaneo della durata di tre mesi per cercare fortuna nell'area Schengen - sostanzialmente cambiando la motivazione iniziale con cui hanno chiesto di avere accesso al nostro Paese - oppure se diventare clandestini a piede libero, perché di fatto diventano «inespellibili» in caso di ricorso in tribunale.

La legge è un colabrodo pieno di occasione per ottenere la proroga: ricerca di lavoro (30%), precarie condizioni di salute (21%), proseguimento di corsi e tirocini formativi (20%), cause di ordine amministrativo (12%), ricerca di un alloggio (10%) o completamento di borse lavoro (7%). L'immigrato, a quel punto, non è più un richiedente asilo. Ma non può neppure essere allontanato prima della definizione giuridica della propria vicenda. Come nel caso di Kabobo, che dopo la bocciatura da «rifugiato» ha ottenuto un permesso temporaneo, non rinnovato.

L'anno scorso, 13.900 richiedenti asilo hanno ottenuto il diniego. Secondo un documento della polizia federale tedesca sarebbero invece oltre 5mila i migranti che si sono avvalsi di un contributo di 500 euro per lasciare l'Italia. «Invece di chiudere i centri di accoglienza e di spingerne gli abitanti a proseguire la migrazione verso altri Stati dell'Ue, l'Italia deve espellere nei Paesi d'origine coloro che non hanno diritto all'asilo, perché immigrati per ragioni economiche», ha detto due mesi fa il ministro dell'Interno tedesco, denunciando questa degenerazione.

I soldi pubblici, per i richiedenti, solitamente sono messi a disposizione direttamente dalla Presidenza del Consiglio dei ministri. Ma, come abbiamo visto, ci sono deviazioni possibili durante il percorso della domanda da «rifugiato». Una trafila in cui l'immigrato può «perdersi» o addirittura successivamente disperdersi nel territorio nazionale o nell'area Schengen. O collezionare precedenti che vanno dai reati contro il patrimonio, al danneggiamento, alla resistenza a pubblico ufficiale come Kabobo. Del resto il tempo di valutazione delle domande è di circa sei mesi, ma i ricorsi allungano i tempi a dismisura. Lo Stato nel frattempo provvede anche a finanziare progetti di inserimento. Qualcuno però si dedica ad altro. Anche con un piccone alla mano.

La Babele italiana del caffè: ritratto del Paese in tazzina

Massimiliano Parente - Lun, 13/05/2013 - 08:42

Quando si tratta di chiederlo al bar, parliamo tutti lingue diverse Più che la bevanda nazionale, è un oceano di richieste e di pretese

Cosa c'è di meglio di un caffè, anche se lo zucchero non c'è, cantava Celentano. Che la faceva semplice, come al solito, perché in Italia con la fenomenologia del caffè c'è da diventare scemi più di quanto già non siamo per altre ragioni, è un topos.


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Il corto fra l'altro si chiama anche ristretto, come nel sesso dopo aver fatto sesso. Tuttavia se il lungo ha il limite fisico della tazzina, la scala dei ristretti è infinita, e di conseguenza delle relative lamentele piccate: «Avevo detto ristretto!». Il normale dell'uno è il lungo dell'altro e il ristretto dell'altro ancora. Il ristretto di Milano per un romano è già annacquato. I poveri baristi devono fare un corso di sopravvivenza prima di mettersi dietro il bancone e non diventare dei serial killer, io ai clienti gli sputerei nelle tazzine.

A me fanno rabbia quelli che chiedono il caffè al vetro, non capisco se per vederlo da fuori, come se ci fossero dei pesci rossi, o se perché avvertano la consistenza molecolare della tazzina, o se poi se la vogliono mangiare. C'è perfino chi lo chiede in tazza fredda, da raffreddare sotto il rubinetto, e in tazza calda, da riscaldare prima al vapore. «Ma perché?» domando a Sergio e Francesco, i miei baristi del Nik Bar di Roma, che mi vedono tutte le mattine all'alba. «Per le labbra» dicono. Hanno le labbra ipersensibili, oppure d'amianto, poverini.

Idem per il macchiato, non bastavano il macchiato freddo e il macchiato caldo, esiste il macchiato tiepido. E lo schiumato, una specie di macchiato ma con la schiumetta del cappuccino. Quindi può capitare di sentire un macchiato tiepido schiumato appena appena in tazza piccola di vetro calda. Come se avessero in bocca un test per verificare la prima e la seconda legge della termodinamica, non capisco perché non vengano assunti dal Cern di Ginevra per imprigionare il bosone di Higgs sul palato. E comunque allora facciano le cose fino in fondo e si facciano riscaldare o raffreddare i cucchiaini, per la sensibilità dei polpastrelli, e pure le sedie, per la sensibilità dei glutei, hai visto mai si bruciassero o congelassero le chiappe.

Attenzione perché se il macchiato è in tazza grande diventa un modo per farsi un cappuccino a scrocco. Sarà per questo che a Trieste, la città di Italo Svevo, il macchiato si chiama gocciato, per farti capire di mettercene un goccio e non fare il furbo, se ne metti troppo è la goccia che fa traboccare il prezzo in un sovrapprezzo. I maniaci della dieta ovviamente non lo zuccherano, i maniaci di Report chiedono il fruttosio, i maniaci del colesterolo mettono più zucchero che caffè e ci mettono la panna, i suicidi la panna e il cacao.

Poi c'è tutta la categoria dei corretti, corretto alla grappa, corretto alla Sambuca, corretto al Rum, gli italiani correggono tutto tranne se stessi. Quello che prendo io, l'americano, non è mai visto bene, per via del pregiudizio antiamericano del barista medio (la quintessenza dell'italiano medio), ti guardano tutti come se fossi Alberto Sordi in Un americano a Roma e per farti dispetto ti servono un caffè nella tazza del cappuccino con accanto un deprimente bricchetto dell'acqua calda mentre tu sei lì a sognare a occhi aperti il bicchierone di polistirolo Starbucks.

In ogni caso una cosa è certa: siamo un popolo di rompipalle, e non solo non ho capito la differenza tra un caffellatte e un cappuccino senza schiuma ma abbiamo inventato pure il caffè con latte e spruzzatina di cacao nel bicchierino di vetro, una specie di minicappuccino a percentuali invertite. Il quale però si chiama marocchino. Almeno a nord, se lo chiedi da Roma in giù ti mandano a Marrakech, mentre se lo chiedi a Marrakech non sanno proprio cosa sia e giustamente ti mandano a quel paese, cioè qui.

Picconate e ipocrisia Ora Pisapia cancella la festa degli stranieri

Giannino Della Frattina - Lun, 13/05/2013 - 08:13

Il sindaco di Milano minimizza il legame violenza-immigrazione. Ma poi annulla l'evento senza spiegazioni. E nessuno lo contesta

Milano - Perché c'è da dire che anche le vie della Milano dell'avvocato ultrarosso Giuliano Pisapia, così come quelle dell'inferno, son lastricate di buone intenzioni.


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Tra cui «la seconda edizione del Festival “riGenerazioni”, con la cerimonia di conferimento della cittadinanza simbolica ai bambini e ragazzi minorenni milanesi, nati in Italia, figli di stranieri» di cui un comunicato del Comune annunciava la presentazione questa mattina con l'assessore alle Politiche sociali Pierfrancesco Majorino. Era venerdì e un Mada Kabobo non ancora killer vagava per la città: uno dei tanti, troppi fantasmi clandestini che un presente difficile trascina verso un futuro disperato.

Sabato all'alba l'orrore del sangue e delle picconate, quella sentenza di morte senza appello che ha tolto la vita a un quarantenne e che il sindaco Pisapia ha subito derubricato a «gesto folle». Non fosse che il «folle» ha potuto girare indisturbato per due ore, seminando feriti e alla fine anche morte. E, allora, quale occasione migliore per parlare di immigrazione e di regole se non il Festival «riGenerazioni» da presentare proprio oggi? E, invece, niente. Perché ieri un altro ben più laconico dispaccio del Comune comunica improvvisamente che la conferenza stampa «è stata annullata». Nessuna spiegazione, nessuna motivazione ufficiale.

Silenzio nella città gentile e arancione di Pisapia dove si può anche morire a picconate, dove un extracomunitario irregolare che non dovrebbe certo essere in Italia può seminare il terrore. Vagare come uno zombie assassino per due ore e assolutamente indisturbato, ma il problema (dicono) non è la sicurezza. Strumentalizzazioni di una destra ancora una volta becera e incapace di argomenti, si son subito affrettati a denunciare, tra giornali e politica, i corifei della nuova era Pisapia. Peccato che a parti invertite non ci sia certo la stessa benevolenza. Basta leggere le cronache romane per vedere il sindaco Pdl Gianni Alemanno crocifisso (da quegli stessi politici e giornali) all'accadere di ogni fatto di nera.

«Due omicidi nelle ultime ore - si lamentava il 3 maggio col Messaggero il candidato del centrosinistra a sindaco di Roma Ignazio Marino, abbandonando l'abituale aplomb - Nella Capitale c'è un problema sicurezza». Non solo. «La sicurezza - rincarava la dose - rimane un problema a Roma, nonostante le promesse di Alemanno». E pazienza se le indagini hanno imboccato la pista di una «complicata relazione» della ragazza uccisa, la colpa a Roma è sempre di Alemanno. A Milano, invece, della follia e non certo di un Pisapia «santo subito». Anche se i numeri non dicono proprio così, come conferma Riccardo De Corato che è stato vicesindaco con delega alla Sicurezza.

Che ai tempi del centrodestra non era come oggi un più buonista assessorato a «Sicurezza e coesione sociale». Come se per la «coesione sociale» non fosse sufficiente il solo rispettare e far rispettare le leggi. Ma tant'è. E De Corato ricorda che secondo il censimento dell'Orim, l'Osservatorio regionale sull'integrazione e la multietnicità, «i clandestini a Milano sono 23mila», un numero esorbitante, trattandosi appunto di irregolari. «Una vera e propria polveriera. Persone che non avendo un lavoro non hanno la possibilità di mantenersi e come Mada Kabobo scelgono la strada della delinquenza». Perché nel 2011 il 75 per cento dei denunciati, fermati o arrestati per furto è straniero. E secondo l'Ismu è immigrato un responsabile su due di violenze sessuali e furti. Numeri che non si possono far vedere ai cittadini, come dimostra l'aggressione al presidio organizzato ieri dalla Lega a Niguarda. Il quartiere di Milano dove si può morire a picconate.

Morto Luciano Lutring, l'ex bandito divenuto scrittore e artista

Corriere della sera

Era soprannominato «il solista del mitra» negli anni '70


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Luciano Lutring, il cosiddetto «solista del mitra», protagonista della malavita milanese degli anni '70, è morto nella notte tra domenica e lunedì. La notizia è annunciata da amici e famigliari sul suo profilo Facebook. «Sono la figlia Katiusha, con dolore al cuore annuncio che mio padre e venuto a mancare questa notte. Ringrazio tutti coloro che gli sono stati vicini sempre e lo hanno stimato». Questa la frase postata che dà l'annuncio della sua morte di Lutring, a cui hanno fatto seguito molti commenti di vicinanza e condoglianze. Lutring, 76 anni, viveva ad Arona, ed è morto intorno alle 3 di notte. Dopo il carcere si era riabilitato ed era divenuto scrittore e apprezzato pittore.

LA VITA - Luciano Lutring era nato a Milano nel dicembre del 1937, e i genitori volevano fare di lui un violinista. Curiosamente, poi, diverrà famoso per utilizzare la custodia di un violino per nascondere il mitra con cui compirà molte delle sue famigerate rapine, centinaia, soprattutto a banche, negli anni Sessanta e Settanta. Lutring divenne quasi leggendario come eroe negativo anche per il suo stile di vita di latitante: grandi alberghi, belle ragazze, galanterie e lusso sfrenato. D'altra parte, in quegli anni, riesce a racimolare bottini per miliardi dell'epoca.

GENTILUOMO - La sua attitudine da ladro gentiluomo, unita alle celebri frasi in dialetto milanese pronunciate sui luoghi dei misfatti, contribuisce a rendere Lutring un personaggio popolare. Definito, sia in Italia che in Francia, «nemico pubblico numero uno», riesce per anni ad eludere le polizie europee. Il 1 settembre 1965 viene ferito ed arrestato a Parigi; sconta 12 anni di carcere (la condanna iniziale era a 22 anni) in Francia, durante i quali inizia a scrivere e dipingere; tiene persino una corrispondenza con l'allora presidente della Camera, Sandro Pertini.

LA GRAZIA - Lutring infine venne graziato dal Presidente della Repubblica Francese Georges Pompidou, e poi nuovamente graziato nel 1977 dal Presidente italiano Giovanni Leone. In un famoso film basato sulla sua autobiografia, «Lo Zingaro», il suo personaggio venne interpretato da Alain Delon.

Redazione Milano online13 maggio 2013 | 8:35

Gli antagonisti del no a tutto

Corriere della sera


Si fa presto a dare la colpa alla leadership di Bersani o ai consigli maldestri dei suoi più o meno giovani «colonnelli». Si fa presto - come fanno i militanti di «occupy Pd» - a mettere sotto accusa la degenerazione oligarchica dei dirigenti, la loro pietrificazione correntizia, il loro distacco dalla base. Ma l'origine vera delle ore difficilissime che sta attraversando il Partito democratico non dipende da nessuno di questi fattori. È una difficoltà posizionale-strategica che rispecchia tutti i nodi accumulatisi in questi anni e mai sciolti.

La crisi dei democratici, la loro impotenza e irrisolutezza strategica si manifestano oggi pienamente perché solo oggi, per la prima volta, il Pd si trova stretto in una morsa tra il tradizionale avversario a destra (il Pdl), e un nuovo, inedito concorrente a sinistra. Non una delle tante più o meno velleitarie formazioni neocomuniste o verde-ecologiste sorte nell'ultimo ventennio, bensì il Movimento 5 Stelle, cioè l'espressione di stati d'animo e culture per ampiezza e contenuti radicalmente inedite nel panorama della sinistra.

È stata infatti la forte emorragia di voti verso i «grillini», cioè a sinistra, che ha determinato il cul-de-sac strategico dei democratici: proprio in quella circostanza elettorale in cui tutto avrebbe dovuto preludere alla loro vittoria sulla destra. Siamo così di fronte ad una specie di nemesi storica: quella battaglia contro le culture radical-movimentiste alla propria sinistra che il Pd non ha mai voluto o saputo condurre (salvo forse nel periodo della leadership di Veltroni), ora esso è costretto a subirla per effetto della presenza del «grillismo». Quando, però, è forse troppo tardi: sia a causa della radicale perdita di egemonia che esso ha subito nel frattempo, sia della ormai feroce lotta interna che lo dilania e lo paralizza. La cultura, o forse meglio, l'antropologia che si esprime nel M5S non ha più assolutamente nulla dell'antico sfondo marxista, non ha alcuna ispirazione classista, non prefigura né immagina alcuna fondazione di rapporti sociali nuovi.

Si tratta di una cultura, o più ancora di un'antropologia mossa da una sorta di irrefrenabile estremismo democratico nel quale sembra incarnarsi una volontà assoluta di eguaglianza, o per meglio dire di equiparazione, di livellamento: quella stessa che Tocqueville vedeva con inquietudine come l'inevitabile frutto della società democratica. Non c'è volontà di distribuzione delle ricchezze, bensì di cancellazione di qualunque cosa possa apparire un privilegio. Non c'è alcuna noncuranza per la formalità delle leggi, bensì il sogno di una giuridicizzazione universale, di una normazione estesa a tutto.

Non c'è visione di classe, bensì utopia di una cittadinanza planetaria articolata in diritti eguali per tutti gli esseri umani senza distinzione alcuna. E infine la Costituzione della Repubblica non è più, come nella tradizione del Pci, strumento o occasione per battaglie e per alleanze entrambe di natura squisitamente politica; bensì una sorta di inappellabile «Tavola della Legge», di definitivo ipse dixit rivolto alla comunità. La Carta non addita un progetto sociale per quanto ardito, bensì incarna un inveramento etico da adempiere.

Tutto ciò è qualcosa che ricorda abbastanza da vicino una forma di giacobinismo, e come questo sembra metterci poco, con l'aiuto delle circostanze, a scivolare in scoppi di indignazione preludio alla violenza. Si accampa al centro di questo panorama di estremismo democratico un mitico obbligo, quello della «trasparenza». Tutto deve essere comunicato a tutti, visto e ascoltato da tutti, partecipato da tutti, rendicontato a tutti: quasi a prefigurare un potere capillarmente distribuito, il controllo di ognuno su tutti, e di tutti su ciascuno: un potere con la sua sede ideale in un «Panopticon».

È una cultura, un'antropologia - quella cui ha dato voce così potente il M5S - che raccoglie il precipitato di venti-trenta anni di movimentismo italiano di ogni colore (femminile, omosessuale, viola, studentesco, dei beni comuni, ecc...). Un movimentismo a base di rivendicazione di «diritti», di invocata centralità della dimensione giudiziaria, di demonizzazione spesso paranoica di qualunque cosa appaia un «potere», di comunitarismo e insieme di individualismo, di sfiducia verso qualunque istanza organizzativa stabile (dai partiti ai sindacati) e di fiducia unicamente in ciò che viene dal «basso».

In un panorama sociale terremotato come quello nostrano, caratterizzato da una struttura politico-statale inefficiente e totalmente screditata, questa cultura si è presentata come la cultura per antonomasia della «protesta», dell'«antagonismo», del «rifiuto». Riallacciandosi immediatamente, cioè, a quella cultura che in Italia domina tradizionalmente larghi settori della sinistra, incarna la sua tradizione consolidata, ne rappresenta da sempre lo slancio vitale.

Si tratta di una cultura, di uno stato d'animo, che il Pci, quando esisteva, conosceva bene. Ma che riusciva a metabolizzare e a neutralizzare grazie alla sua ideologia e alla sua organizzazione, all'apparenza anch'esse ispirate all'«antagonismo» e al «rifiuto». Antagonismo e rifiuto che tuttavia né l'ideologia, né l'organizzazione del Pd, a causa della loro natura riformista, potevano ereditare; e che infatti non hanno ereditato. Ma che quindi, allora, il Pd avrebbe dovuto prendere di petto e combattere, consapevole del pericolo che essi rappresentavano. Ha invece evitato di farlo, anzi li ha spesso vezzeggiati, accarezzati, assecondati, probabilmente convinto di poterne sempre, alla fine, beneficiare dal punto di vista elettorale.

Ma così non è stato. Ora quell'antagonismo, quel rifiuto democratico-radical-giacobino se li ritrova davanti come base di consenso di un forte partito che non esita a contrapporglisi. Per la prima volta gli eredi dell'antico Pci si trovano a che fare con un forte partito nella loro stessa area e che anzi minaccia di scavalcarli a sinistra. Sta qui la causa di fondo della loro crisi, ed è questo il vero terremoto politico italiano.


Ernesto Galli Della Loggia
ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA13 maggio 2013 | 8:27