domenica 12 maggio 2013

Nano e panzone sì, nero e gay no

Marcello Veneziani - Dom, 12/05/2013 - 07:55

Perché è reato insultare il ministro Kyenge in quanto nera e non è reato insultare Brunetta in quanto basso?


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Perché è reato insultare il ministro Kyenge in quanto nera e non è reato insultare Brunetta in quanto basso? Perché si può chiamar panzone un obeso e non si può chiamar ricchione un gay? Perché si può metaforicamente sparare su Nitto Palma ed è reato invece fare la stessa cosa sul ministro dell'Integrazione? Cos'è questo ius sola, come direbbero i discendenti romaneschi dei latini? Sono domande di una semplicità rozza ma necessarie in una società che ha perduto l'abc elementare di una civiltà.

Lo scopo non è accettare per compensazione e par condicio tutti i tipi di insulti nel nome di un liberismo della cafoneria; ma, al contrario, per distinguere i confini della buona educazione dall'inciviltà senza confonderli coi confini tra lecito e illecito. Considerare come reati alcuni tipi di maleducazione significa sollevare la società e le sue agenzie da ogni responsabilità educativa, affidando tutto ancora una volta ai giudici.

No, l'educazione non va tutelata dai magistrati, ma va impartita dagli insegnanti, dai fantomatici padri, dalle ineffabili madri, dai media e dalle élite. Viviamo nell'era della cafoneria arrogante, come mostrano gl'insulti del web, il grillismo politico, l'offesa in Twitter. L'uomo volgare impone dappertutto il diritto alla volgarità, scriveva Ortega y Gasset già nel 1930. È la democrazia come diritto alla cafoneria, salvo alcuni casi ideologici, penalmente perseguibili. Ma è pure il frutto rancido dell'età dei diritti, che dovrebbero stare ai doveri come inspirare sta ad espirare.

Kyenge, Boldrini e sinistra fanno i buonisti sugli immigrati. Intanto gli italiani muoiono

Libero

L'azzoppamento sistematico delle leggi sull'espulsione e la magistratura politicizzata hanno consentito ai killer di Milano e Livorno di restare fra noi

di Maria Giovanna Maglie



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Mada Kabobo che ha usato il suo piccone insanguinato nella mattanza a Milano, Ablaye Ndoye che ha massacrato una ragazza a Castagneto soffocandola nel suo stesso sangue, l’altro uomo che alle nove di sera una settimana fa ha aggredito una studentessa alla stazione di Bologna, e giù indietro nelle cronache dei furti, delle violenze, dello spaccio di droga, degli omicidi, hanno tutti una caratteristica comune che nessun buonismo, nessuna sentenza,  nessun predicozzo che metta sullo stesso piano  vittime e carnefici uccidendo così le vittime una seconda volta potranno cancellare: erano in Italia illegalmente, erano stati fermati, identificati, condannati all’espulsione anche più di una volta, ma qui erano rimasti circolando indisturbati e impuniti, finché non hanno massacrato.

Io non sosterrò mai che le uscite del neo ministro dell’Integrazione, Cecile Kyenge, o le prediche del neo presidente della Camera, Laura Boldrini, siano fonte di istigazione, non le accuso, né loro né i dolenti poeti della domenica alla Nichi Vendola, di essere mandanti di queste morti; dico però che queste persone hanno potuto uccidere perché le richieste inopportune di cambiare le leggi da parte di alcuni politici e il boicottaggio delle leggi esistenti e necessarie da parte dei giudici, lo rendono possibile, addirittura lo agevolano. Alla luce di vicende gravissime come quella di Milano  sarebbe necessario che il governo di larghe intese e il premier Enrico Letta dicessero con chiarezza cristallina che non è  opportuno, non solo che non è urgente, abolire il reato di immigrazione illegale, e che lo ius soli è un argomento troppo serio e complesso per affrontarlo nei talk show in tv.

Un clandestino è un clandestino, non un migrante, non c’è niente di romantico né di meramente solidale; un clandestino arriva senza autorizzazione, senza un lavoro, senza un progetto, senza speranze; un clandestino finisce col delinquere anche solo per sopravvivere: farlo restare con un pretesto di legge, interpretando creativamente le norme, boicottando le nostre leggi solo per ragioni politiche, attaccandosi pretestuosamente a direttive europee, come fanno numerosi magistrati, è incosciente e pericoloso. Attirare nuove masse abolendo i controlli all’ingresso e promuovendo un indiscriminato diritto di nascita e cittadinanza è suicida.

Tra le sciocchezze politically correct che circolano in questi giorni una vuole che gli italiani sarebbero entusiasticamente a favore. Balle, per una volta tocca essere d’accordo con Grillo, fate un referendum e vedrete che cosa rispondono gli italiani! Infine, gentile presidente del Consiglio, davvero si sentiva l’esigenza in un governo ristretto, tanto da accorpare come pacchi donne, giovani e sport, di una furbata come la nomina di un ministro dell’Integrazione? Qua c’è già abbastanza disintegrazione interna.

Mada Kabobo, 31 anni, è un ghanese irregolare e con precedenti. Era stato segnalato nel 2011, in Puglia, gli era stata intimata l’espulsione. Sarebbe stato identificato durante un normale controllo circa un mese fa anche a Milano. I precedenti penali a suo carico sono per  furto e resistenza. Ma Kabobo ha fatto richiesta di asilo politico e ottiene, nel 2012, per questo motivo un permesso di soggiorno temporaneo, previsto dalla legge. La commissione incaricata di valutare la sua posizione respinge in seguito la sua domanda e da quel momento scade anche il suo permesso di soggiorno. Kabobo, però fa ricorso contro la decisione in tribunale e di conseguenza, per «motivi di giustizia»,

pur non essendo in regola sul territorio italiano non può essere allontanato prima della definizione giuridica della sua vicenda. Analoga è la storia dell senegalese Ablaye Ndoye: condannato per furti e violenze, aveva chiesto asilo politico, provvidenziale pretesto per restare, non era stato mandato nell’apposito centro perché non c’era posto, sic, e quindi era libero; dallo scorso marzo, dopo che l’asilo gli era stato negato, era scomparso, si fa per dire, visto che nel paese lo conoscevano tutti e che viveva con la comunità senegalese, non apprezzato, si dichiara ora, ma tollerato, e certo non denunciato a norma di legge.

Ora, secondo Laura Boldrini, che aborre il termine clandestino tanto da chiedere ai giornalisti di non usarlo invocando la Carta di Roma e secondo il ministro Cecile Kyenge, che non molto tempo fa ha ottenuto di far uscire da un centro di espulsione due romeni poi arrestati per rapina, qualsiasi immigrato che riesca a entrare in Italia dovrebbe essere libero di restarci, e qualsiasi immigrata che riesca a entrare in Italia in stato di gravidanza, libera di restare, dovrebbe partorire un cittadino che diventi automaticamente italiano. Loro sono fatte così, speriamo che la mattanza di Milano faccia rinsavire gli altri.

Grillo accusa Letta ma dimentica il suo "nipote d'arte"

Emanuela Fontana - Dom, 12/05/2013 - 07:46

Enrico Grillo è persino nello statuto del Movimento. E tra gli eletti gli episodi di Parentopoli abbondano

Roma - «State molto attenti a fare dossier su famiglie e moglie, attenti perché noi faremo altrettanto. Non è un consiglio, è proprio una minaccia».


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Così ai giornalisti due giorni fa. Paura. Ma nella parenteide si è infilato invece Grillo per primo. Con la storia di Enrico. Letta, «il nipote mantenuto». Mentre minacciava i giornalisti di tenersi lontani dagli alberi genealogici, il comico prendeva per il naso il presidente del Consiglio per la sua parentela con Gianni lo zio. E via così, a dire che Letta sa far solo il nipote.

Il problema è che anche Grillo ha un nipote. Anche il suo giovane riveste un ruolo di partito: è vicepresidente del Movimento Cinque Stelle. E anche il «ragazzo» si chiama Enrico. Proprio così. Gli Enrichi nipoti sono due. Uno è Letta junior, presidente del consiglio. L'altro è Grillo junior, vice dei Cinque Stelle. Enrico Grillo è figlio di Andrea, fratello maggiore di Beppe. Enrico due nella vita fa l'avvocato, è anche il legale di Gianroberto Casaleggio. Ma del movimento fondato dallo zio è formalmente l'erede al trono.

Più in ombra di Casaleggio, che già abita emisferi impalpabili lontani dai riflettori, Enrico Grillo è in realtà una delle menti del Movimento. È sua la stesura dei quesiti referendari lanciati con i V day, e di fatto è anche il legale di fiducia dei grillini. Praticamente stessa generazione dell'Enrico numero uno, questo Enrico ha 42 anni e nel 2002, appena trentunenne, si trovò a sostituire Carlo Taormina nel processo d'appello contro Stefano Diamante, accusato di aver ucciso la madre per non farle scoprire la laurea finta.

Zio Beppe insomma, attaccando Letta, si era dimenticato per qualche minuto il suo Enrico. Sono forse i tanti pensieri che agitano la mente dal capo a cinque stelle ad averlo distratto. La trasferta romana per redarguire i deputati che non intendono riconsegnare una parte della diaria per le spese sostenute a Roma non è andata granché. La maggioranza, certo, è con lui. Ma in trenta, si dice, sarebbero davvero stufi della coppia Grillo-Casaleggio. Ripetono che la riconsegna della diaria non era prevista dal regolamento. Intanto sul blog gli elettori fustigano i traditori. Beppe non può sconfessarli: «La faccia ce la metto io», ripete sconsolato.

Tornando ai parenti, l'accusatore di Letta si è anche dimenticato un bel po' di intrecci di sangue nel M5s. Nel collegio Lazio 2, a Latina, sono stati eletti madre e figlio. Ivana Simeoni, operatrice del servizio 118 cittadino, senatrice, e Cristian Iannuzzi, deputato. Pur riducendosi la metà dell'indennità, a casa di mamma e figlio arriva comunque la cifra piena dei 10mila euro lordi che normalmente spettano a un parlamentare (diaria esclusa). Il Movimento li ha sempre difesi, sostenendo che Cristian e la mamma sono stati candidati dai cittadini, attraverso le parlamentarie (o parentarie?).

Anche in Lombardia ci sono famiglie che hanno scelto compattamente la causa grillina, trovandosi così tutti in politica. È il caso delle senatrici Giovanna Mangili e Laura Bignami, mogli di consiglieri M5s a Cesano Maderno e Busto Arsizio. Non è Parentopoli: è passione, risponde il Movimento.
Mangili sta anzi cercando di dimettersi da senatrice «per motivi personali», in realtà proprio perché non vuole che la sia accusi di «inciuci».

A Mira, il sindaco Alvise Maniero ha piazzato un nuovo assessore all'Ambiente in sostituzione di Roberta Angnoletto, al settimo mese di gravidanza. La prescelta è Maria Grazia Sanginiti, moglie del deputato Emanuele Cozzolino. Un'altra famiglia pentastellare: Azzurra Cancellieri, deputata, è sorella di Giancarlo, capogruppo M5S in Sicilia. Onore invece a Tiziana Buccarella, sorella di Maurizio, che ha rinunciato allo scranno dopo che anche il fratello aveva vinto in Puglia, come lei, le parlamentarie.

Quel patto con la massoneria è il nuovo mistero vaticano

Fabio Marchese Ragona - Dom, 12/05/2013 - 07:38

Un cardinale rivela: prima del conclave un porporato ha denunciato gli "affari" delle Logge nella Chiesa ed esortato a "chiudere la vicenda"


«Oggi dobbiamo seriamente affrontare il problema e fare di tutto per trovare possibili infiltrati dentro al Vaticano».


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Un discorso lungo, dettagliato e senza mezzi termini, tenuto da un cardinale presente alle congregazioni generali che hanno preceduto il conclave dal quale è uscito Papa il gesuita Jorge Mario Bergoglio. Tra lo stupore dei confratelli, il porporato, inizia a leggere il testo di svariate cartelle, fino a quando non pronuncia quella parola che nessuno avrebbe immaginato venisse detta proprio in quella sede: massoneria.

Il retroscena di quelle lunghe giornate d'inizio marzo viene raccontato a Il Giornale da un cardinale italiano che, come tutti gli altri, si trovava all'interno dell'Aula nuova del Sinodo dove i porporati lavoravano a ritmi serrati in vista della clausura in Sistina: «L'affaire dei massoni in Vaticano sta diventando troppo grande», avrebbe detto all'assemblea il porporato durante una delle riunioni presiedute dal decano Angelo Sodano, «il collegio cardinalizio deve muoversi per impedire che questa gente possa stare nel cuore della Chiesa e dev'essere uno dei primi punti da affrontare con il nuovo Pontefice eletto».

La massoneria torna quindi a scuotere le sacre stanze e a far discutere cardinali e laici. Questa volta però sembra esserci uno scossone finale: la parola d'ordine che filtra Oltretevere è «tolleranza zero» verso i possibili infiltrati, tanto che, come racconta l'eminenza anonima, «un gruppo di cardinali sarebbe intenzionato a parlare dell'argomento con Bergoglio alla prima occasione utile». Ma a render ancor più attuale il tema è un nuovo libro, Vaticano massone. Legge, denaro e poteri occulti: il lato segreto della Chiesa di Papa Francesco pubblicato da Piemme e scritto a quattro mani dai giornalisti Giacomo Galeazzi e Ferruccio Pinotti. All'interno del testo, corredato anche da qualche documento, si parla anche di eminenze e laici, dipendenti del Vaticano, appartenenti a logge segrete che avrebbero avuto un ruolo determinante nel furto di documenti dall'appartamento del Papa, nelle dimissioni di Benedetto XVI e nell'elezione di Francesco al soglio pontificio.

Nel volume di oltre 500 pagine viene pubblicata anche una lettera indirizzata a Papa Giovanni Paolo II: il mittente è l'allora Gran Maestro della loggia massonica Grand'Oriente d'Italia, Virgilio Gaito, che insieme al cardinale Silvio Oddi (già Prefetto della Congregazione per il Clero e scomparso nel 2001) chiede al Pontefice di seppellire l'ascia di guerra perché «è giunto il momento di lanciare un doveroso appello alla riconciliazione che ponga fine a questa secolare incomprensione tra Chiesa Cattolica e Massoneria». Appello del Gran Maestro a Wojtyla che rimarrà inascoltato: insieme al prefetto per la Congregazione della Dottrina della Fede, Joseph Ratzinger, Giovanni Paolo II manterrà durante tutto il pontificato la linea dell'inflessibilità.

Era stato sempre il Papa polacco nel 1983 a promulgare il nuovo codice di diritto canonico, inserendo anche un canone riguardante le logge massoniche. In un documento pubblicato lo stesso giorno dell'entrata in vigore del codice, infatti, l'allora prefetto Ratzinger chiarì che per un cattolico appartenere a una loggia massonica significava compiere un grave peccato, con il divieto di fare la comunione, senza alcuna deroga.

Un tema che ancora oggi continua a far parlare di sé e che resta comunque in primo piano, lasciando un alone di mistero alla Dan Brown sulla presenza o meno dei massoni in Vaticano. Domanda alla quale hanno cercato di rispondere anche i porporati durante le congregazioni pre-conclave, ricordando quel fumo di Satana entrato da qualche fessura all'interno della Chiesa, di cui aveva parlato nel giugno del 1972 Papa Paolo VI. «Serve un impegno da parte nostra», avrebbe detto il cardinale all'assemblea di confratelli, «per chiudere la vicenda una volta per tutte. Senza tentennamenti e per il bene della Chiesa».

Più propaganda che cronaca Indro alla campagna di Grecia

Luigi Mascheroni - Dom, 12/05/2013 - 07:28

Così Montanelli sul Corriere fascistizzato stravolgeva la guerra e giustificava il fallimento italiano (dettando la linea ai colleghi)

Il difficile rapporto fra informazione e guerra nasce probabilmente già con l'assedio di Troia. Chi fa il resoconto degli eventi vuole essere libero di scrivere ciò che vede, chi fa la guerra vuole controllare ciò che si scrive.

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È una regola rigidissima, a cui non sfuggì neppure la penna più bella del nostro giornalismo, Indro Montanelli: inviato straordinario per scrittura e coraggio, e perfetto uomo di mondo nell'adattarsi quando serve a esigenze “superiori”. Lo fece, ad esempio, quando si trovò a raccontare al lettore (che Montanelli era troppo intelligente per non sapere che non è mai il tuo unico padrone) durante la campagna di Grecia, fra l'ottobre 1940 e l'aprile 1941.

Fabio Fattore, in un intervento dal titolo «Indro Montanelli in Grecia: cronache e propaganda» sulla rivista Nuova storia contemporanea (in uscita il 15 maggio), sulla base di uno studio comparato delle maggiori testate presenti all'epoca - da Corriere alla Stampa, dalla Gazzetta del Popolo al Messaggero - e di lettere inedite del direttore del Corriere Aldo Borelli, mette in evidenza molte circostanze interessanti. La più importante delle quali riguarda il fatto che gli articoli scritti da Montanelli, per sua stessa ammissione, erano eseguiti su comando del «Nucleo corrispondenti di guerra», dipendente da Roma, e spesso con l'obiettivo di giustificare gli errori della campagna di Grecia: cosa che Montanelli fece sia sul Corriere sia, in forma anonima, sul quotidiano del Partito fascista albanese Tomori (in questo caso, come scrive Fattore, «con qualche accento antisemita in più...»).

Non solo: le tesi “accomodate” di Montanelli (che sarebbe stata la Grecia a voler aggredire l'Italia, e che poi sarebbe stata l'Italia ad aiutare la Germania nei Balcani, cioè il contrario di come andarono le cose) furono poi riprese da tutti altri corrispondenti italiani, ma solo molto tempo dopo. Anche in questo caso, insomma, fu il maestro d'orchestra Montanelli a dare il “la” a tutti. Il direttore del coro.
Come spiega nel suo saggio Fabio Fattore, il Minculpop stravolse completamente agli occhi degli italiani la conduzione militare, e i risultati, della disastrosa campagna greco-albanese: bloccando per settimane le cronache dai fronti terrestri, orientando la stampa e praticando una rigida censura.

E in più la propaganda si servì di Montanelli per giustificare gli errori commessi durante la guerra, mentre Mussolini arrivò a chiedergli relazioni riservate su quanto accadeva al fronte: il Duce non voleva certo che Montanelli raccontasse sul suo giornale le reali condizioni delle truppe italiane e l'impreparazione degli alti comandi, ma gli risultava utile riceve informazioni per uso personale (nella biografia Lo stregone, 2006, si fa cenno alle informative, ma secondo Sandro Gerbi e Raffaele Liucci erano destinate al Minculpop: qui si dimostra come il richiedente e destinatario fosse il Duce in persona).

In quel momento sottotenente di fanteria di 31 anni, Montanelli vola a Tirana il 28 ottobre 1940, giorno in cui le truppe del Regio Esercito, partendo dalle basi albanesi, entrano in territorio ellenico. E come tutti i suoi colleghi deve rapportarsi con il «Nucleo corrispondenti di guerra» che esercita un forte potere sulla stampa: fornendo materiale, organizzando visite al fronte, suggerendo temi da trattare e vietandone altri (all'inizio, ad esempio, è Alessandro Pavolini in persona a raccomandare ai direttori dei giornali di non svalutare troppo il nemico, perché si diminuirebbe il coraggio degli italiani; di usare mano leggera sul maltempo, altrimenti l'opinione pubblica si chiederà perché l'Italia ha deciso di attaccare proprio a fine ottobre; e di non sottolineare la mancanza di strade in Grecia: ciò darebbe l'impressione che il nostro Stato Maggiore l'abbia scoperto solo a invasione avvenuta (come in effetti accadde). Per capirci meglio, ecco un passaggio del pezzo di Montanelli

«Artiglierie e aerei schiacciano le difese nemiche» uscito sul Corriere di 5 novembre 1940: «I nostri sono ben nutriti e ottimamente equipaggiati, pongono una cura puntigliosa nel mantenimento del materiale, sapendo che anche la vita di un motore o di un mulo è preziosa», le perdite sono scarse perché «i Comandi operanti quaggiù sono meticolosi» e «il nostro Quartiere generale segue ogni spostamento mantenendosi collegato telefonicamente». La verità ovviamente è un'altra, e chi è sul posto la sa: la campagna è cominciata nel peggiore dei modi, i soldati sono impreparati, i Comandi non all'altezza, il caos totale.

E non va meglio il prosieguo della guerra, né il lavoro di Montanelli, che arriva addirittura a protestare con Borelli per i tagli operati dai colleghi di via Solferino, per un eccesso di prudenza, sugli articoli che hanno già superato i controlli militari. Fino al disastro finale, per l'Italia e per il grande giornalista, che non si sa quanto suo malgrado si fa portavoce della propaganda fascista. «Il ribaltamento della verità è completo - scrive Fabio fattore -: dosando bene fatti reali con versioni dettate dall'alto, Montanelli conclude prima che è stata la Grecia a volere aggredire l'Italia, poi che è stata l'Italia ad aiutare la Germania nei Balcani. La teoria, che confeziona fra febbraio e aprile 1941 sarà ripresa, dopo l'armistizio, da tutti i suoi colleghi: quando dovranno spiegare le ragioni di una guerra cominciata “in condizioni di netta inferiorità da parte nostra” per “sventare in tempo il piano nemico”».

Montanelli, a operazioni concluse, riceverà la Croce di guerra al valor militare. E il Corriere - che oggi tende a dimenticare gli anni della fascistizzazione e quelli del Montanelli in camicia nera - ne pubblicò per intero la motivazione ufficiale. A sprezzo del pericolo.

Pm "soft" e avvocati gratis: perché gli immigrati clandestini in Italia sono intoccabili

Libero

Così le espulsioni sono diventate impossibili: tutti gli assi nella manica di chi viene nel nostro Paese illegalmente

di Andrea Morigi



Da quando il pacchetto sicurezza, approvato già piuttosto monco dal governo Berlusconi nel 2009, è stato smontato pezzo per pezzo, è diventata un’impresa costosa e faticosa rimpatriare un immigrato illegale. Prima i magistrati e la Corte europea di Giustizia, poi la Corte Costituzionale si sono accaniti in particolare contro il reato d’immigrazione clandestina, depotenziando l’efficacia dei decreti di espulsione o di allontanamento. Basta che il destinatario sia povero per giustificarne la permanenza. Non aveva i mezzi economici per tornare a casa, quindi rimane e fa come gli pare. Anche perché non esiste più l’aggravante del reato di clandestinità né la pena detentiva per l’ingresso illegale nel territorio dello Stato, originariamente prevista con la reclusione fino a quattro anni. Tutto abolito per compiacere i tifosi dello ius soli, nella versione che pretende che, una volta toccato il suolo italiano non lo si abbandoni più.

Una fra tutte è Laura Boldrini, la quale quand’era a capo della struttura italiana dell’Unhcr, l’agenzia Onu per i rifugiati, si era spesa per purificare il linguaggio giornalistico e la politica da ogni possibile accenno all’illegalità del soggiorno degli stranieri. Era prevalsa l’idea che potrebbe trattarsi di migranti richiedenti asilo. Intoccabili anche nel caso di bocciatura delle loro legittime istanze, finché non si sia concluso l’iter dei ricorsi, per i quali godono del gratuito patrocinio legale. Sono povere vittime, in fuga da un pericolo di morte o da un’emergenza umanitaria. Tanto che la legislazione li protegge a oltranza e, davanti all’eventualità di allontanare dal territorio nazionale un perseguitato o uno scampato a un disastro naturale, finiscono per passare in secondo piano anche le esigenze della legalità e dell’ordine pubblico.



Chi è Mada Kabobo, il picconatore ghanese di Milano

Libero

di Salvatore Garzillo



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La storia giudiziaria di Kabobo inizia in Puglia nel luglio 2011. Arrivato da clandestino, il ghanese presenta istanza per l’asilo politico e ottiene un permesso di soggiorno temporaneo (come previsto dalla legge); tuttavia la commissione regionale, incaricata di valutare la sua situazione, respinge la domanda e mette fine alla validità del permesso. Come molti altri africani nella sua condizione, Kabobo fa ricorso e diventa «inespellibile»:  non può essere allontanato dall’Italia prima della definizione della vicenda burocratica.

Alla fine di luglio 2011 arriva nel Cara di Bari (Centro accoglienza richiedenti asilo), dove il primo agosto scoppia una rivolta tra i circa 200 ospiti, che lamentano i ritardi nel riconoscimento dello status di rifugiati. Sono 35 i poliziotti feriti per il lancio di pietre e decine gli stranieri fermati, tra cui anche il ghanese (accusato fra l’altro di furto aggravato). L’extracomunitario viene trasferito al carcere di Lecce. Qui, a conferma del suo temperamento burrascoso, si becca una denuncia per danneggiamento per aver spaccato un televisore. Dal penitenziario uscirà - a titolo definitivo - il 17 febbraio 2012. Il motivo del rilascio è disarmante: decorrenza dei termini di custodia. Da quel momento, diviene uno dei tanti immigrati clandestini in giro per il nostro Paese.

Rispunta a Milano nell’aprile scorso, quando i carabinieri lo notano mentre si aggira davanti a una farmacia in viale Monza. Kabobo viene accompagnato in caserma per l’identificazione e il fotosegnalamento, dopo i quali è rimesso in libertà in quanto non risulta avere «pendenze giuridiche». Poiché è ancora in attesa di scoprire l’esito del suo ricorso, non può essere allontanato dall’Italia – è la legge – e una volta messo alla porta dai militari, si trasforma in un senzatetto.

Non è ancora chiaro dove abbia trascorso l’ultimo periodo, anche se gli investigatori ritengono che possa aver dormito in strada in un rifugio di fortuna ricavato in un parchetto poco distante dal luogo delle aggressioni. Per tutto il giorno i carabinieri hanno setacciato la zona proprio in cerca di indizi in proposito ma, al momento in cui scriviamo, non ci sono conferme in tal senso.

La storia del ghanese non è diversa da quella di molti altri suoi connazionali. È legalmente autorizzato a stare in Italia, sebbene abbia precedenti penali, abbia partecipato a una sommossa, lanciato pietre, rubato, danneggiato proprietà e aggredito poliziotti. La sua condizione di immigrato clandestino non gli ha impedito di vivere all’aria aperta – esclusa la breve parentesi nel penitenziario di Lecce – né di continuare un’esistenza da balordo senza punti di riferimento. Fino alla mattina in cui ha deciso di prendere in mano un piccone e fare una strage.

Il finanziamento al M5S? Lo gestisce direttamente Grillo

La Stampa

Per lo statuto dei 5 Stelle è lui a decidere sui soldi per la comunicazione dei gruppi

andrea malaguti
ROMA


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Nel caotico, riottoso, eppure idealmente e giustamente francescano universo del Movimento 5 Stelle - capace di rinunciare a 42 milioni di finanziamenti statali e di restituire di soli stipendi quasi 400 mila euro ogni mese - c’è un solo uomo che secondo lo Statuto del Gruppo, depositato l’11 aprile alla Camera, ha (per lo meno in teoria, più difficilmente in pratica), la possibilità di gestire soldi usciti dalle casse dello Stato senza rendicontarli. Quell’uomo è Giuseppe Grillo. 

Ed è proprio su di lui che l’onorevole del Pd Giuseppe Fioroni - dopo averlo anticipato a «Omnibus» su La7 - presenterà domani un’interrogazione per chiedere al Presidente della Camera, Laura Boldrini, e ai colleghi parlamentari, «come il compenso istituzionale di un gruppo possa essere affidato secondo Statuto a un soggetto diverso da un componente del gruppo stesso». Un inedito nella storia repubblicana.

In sostanza: perché Grillo, un non eletto, ha potenzialmente nella propria diretta disponibilità circa la metà degli oltre due milioni e mezzo di euro destinati annualmente al Movimento per il funzionamento delle attività di Palazzo? La risposta è contenuta con chiarezza tra i 21 articoli dello Statuto stesso: per la comunicazione. Che storicamente rappresenta circa il 50% del budget dei gruppi. Grillo pretende di gestirla personalmente. Di scegliere a chi affidarla. E per questo ha chiesto, nel Codice di comportamento degli eletti, un impegno vincolante e scritto a tutti i suoi 163 parlamentari, ottenendo adesione unanime. Perfetto. Ma la domanda è: poteva farlo? 

È questo il senso dell’interrogazione di Fioroni. Che si porta dietro un corollario politico non irrilevante: se Grillo utilizza soldi pubblici per la propria comunicazione politica, non fa un’operazione identica a quella dei giornali di partito? Usa soldi della collettività per fare informazione? Che differenza c’è, per esempio, tra i finanziamenti all’Unità e il denaro girato allo staff della comunicazione che utilizza il sito privato del fondatore del Movimento per diffondere il proprio lavoro?

Nei giorni del dibattito feroce su indennità e diaria, su casta e anticasta, la risposta a questi interrogativi rischia di diventare esplosiva. Esternamente. Ma anche nella pancia di un gruppo ormai incapace di tenere sotto controllo le proprie inquietudini e costretto a riunirsi nuovamente domani alle sei di sera per la definitiva resa dei conti. 

Un’analisi più approfondita dello Statuto aiuta a capire meglio i dubbi sollevati dall’onorevole del Pd. L’articolo 16, intitolato «comunicazione», recita testualmente: «Il gruppo utilizza il sito www.movimento5stelle.it quale strumento di comunicazione per la divulgazione delle informazioni sulle attività svolte, nonché quale mezzo per l’acquisizione dei contributi partecipativi dei cittadini all’attività politica e istituzionale. (....). Il Gruppo si avvarrà di un gruppo unitario di comunicazione (...). La concreta consistenza della struttura e composizione del gruppo Comunicazione, in termini di organizzazione, risorse e strumenti, sarà definita da Giuseppe Grillo, nella sua qualità di garante del Movimento 5 Stelle (...) L’assemblea delibererà sull’assunzione dei singoli addetti e determinerà l’entità dello stanziamento di cui al comma successivo». 

Oggi è la segreteria del Gruppo parlamentare a erogare gli stipendi ai dipendenti dello staff comunicazione (2.500 euro ai responsabili di Senato e Camera Messora e Biondo, 2.000 euro per gli altri), ma il testo non chiarisce se Grillo possa avocare a sé l’intera pratica. Per altro, sempre ipoteticamente, senza rendicontarla. L’articolo 4, intitolato «l’assemblea», spiega infatti: «(...) devono essere deliberate dall’Assemblea tutte le spese che, unitariamente o per voce omogenea, superano i centomila euro. Tutte le voci di spesa comprese tra i diecimila e i centomila euro dovranno essere comunicate all’Assemblea con cadenza almeno trimestrale». 

Per i lavori del gruppo, fa notare qualcuno nel Pd, vengono erogati all’incirca 1.300 euro a parlamentare. La cifra, moltiplicata per 163, supera i duecentomila euro (poco oltre i 2.5 milioni annuali). Se la metà - centomila euro, appunto - dovesse andare alla comunicazione, potrebbe essere gestita senza consenso assembleare e senza pezze d’appoggio? 

Curiosità che nelle ore in cui il papa ligure chiede anche con un tweet un «decreto per l’abolizione dei rimborsi elettorali e il dimezzamento dello stipendio dei parlamentari», potrebbero scatenare l’ennesima polemica. 

All’articolo due, comma 5, dello Statuto si può ancora leggere: «Il gruppo riconosce nella rete internet lo strumento capace di assicurare l’informazione dei cittadini e la trasparenza del proprio operato, ed individua come strumento ufficiale per la divulgazione delle informazioni il sito www.movimento5stelle.it». Il tempio del Fondatore come punto di caduta dell’intera informazione internettistica. La Verità. E la Via. Ma pagate in che modo?

L’odissea giudiziaria della giovane saudita fuggita in Italia per amore

La Stampa

La ragazza con regolare passaporto britannico rischia di essere estradata a Riad dal padre-padrone furioso

francesca paci


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E’ possibile che una giovane saudita nata a Londra (dunque con regolarissimo passaporto britannico) venga estradata alondra Riad dove l’aspetta la vendetta del padre furioso per la sua fuga in Italia con il neo marito pugliese? Difficile, perfino nel Belpaese così poco attento al diritto di chi chiede asilo. Me teoricamente possibile. Almeno a giudicare dalla sorprendente decisione del ministero della giustizia italiano che ha disposto il mantenimento della misura cautelare per la 35enne di Riad arrestata in Emilia Romagna “per falso documentale” e poi rilasciata con l’obbligo di restare nel comune di residenza. Sebbene sia infatti improbabile che il neo ministro Cancellieri e la collega degli esteri Emma Bonino consentano il rimpatrio, l’avvocato Simone Trombetti denuncia “il primo preoccupante passo compiuto in quella direzione” citando l’”inusuale” autorizzazione a comunicare l’indirizzo della donna al governo saudita.

La storia inizia nel 2008 quando la protagonista di questa odissea giudiziaria, che chiameremo Mona, decide di sposare un nostro connazionale, conosciuto quattro anni prima, contravvenendo agli ordini del padre, un nobile e potente notabile saudita vicino alla famiglia reale. Il genitore aveva altri progetti per la figlia, secondo l’iperconservatrice tradizione locale, e non apprezza affatto il matrimonio celebrato alle sue spalle in Egitto. Così, pochi giorni dopo le nozze, Mona viene “prelevata” e riportata all’ovile dove la famiglia la chiude in casa e ne prende il custodia il passaporto.

Passa un anno, “un anno lunghissimo” racconta Trombetti che segue la sua vicenda. Mona è tenuta d’occhio, minacciata, teme che non rivedrà più il marito. Lui però fa la spola tra un’organizzazione per i diritti umani e l’altra e riesce a farle rilasciare una copia del passaporto britannico dall’ambasciata del Regno Unito a Riad (Mona è nata a Londra). Il documento è vero ma per partire dall’Arabia Saudita Mona si serve del passaporto di un’amica (da cui l’accusa di falso documentale) e elude i controlli. 

Le distanze nel mondo globale sono assai più virtuali di quanto fossero in passato, per chi fugge ma anche per chi insegue. Così la giovane donna si accorge presto di non essere al sicuro neppure In Italia, dove la coppia si sposa una seconda volta per convalidare l’unione celebrata in Egitto. Il padre, furibondo, le fa sapere di aver sguinzagliato l’Interpol e lei, terrorizzata, sporge denuncia ai carabinieri del comune pugliese in cui vive. La logica vorrebbe che a questo punto scattasse l’happy end, giacchè Mona è cittadina britannica, giacché ha sposato un italiano, giacché l’Arabia Saudita è il paese in cui alle donne è proibito perfino guidare un’automobile e giacché suo padre non nega affatto di avere intenzioni a dir poco vendicative. Invece no. 

Tre settimane fa la polizia si presenta all’albergo dove soggiornano moglie e marito, in Emilia Romagna, e mostra il mandato d’arresto. La donna viene portata in prigione per falso documentale (la storia del passaporto dell’amica utilizzato all’aeroporto di Riad) e ci rimane per quattro giorni, finché la Corte d’Appello non ne dispone la scarcerazione a condizione che non lasci il comune di residenza.
“Il 6 maggio abbiamo saputo che il ministero della Giustizia ha trasmesso la richiesta di mantenimento della misura cautelare - insiste l’avvocato Trombetti - Non era scontato poiché non si trattava di un atto dovuto da parte del ministro, che avrebbe invece potuto dare un segnale politico ascoltando le ragioni della donna”.

Mona sarà davvero estradata? Trombetti non vuole crederci ma si attiene alla cronaca:  “L’atteggiamento del ministero prelude sorprendentemente alla valutazione di non opporsi alla richiesta di estradizione, già preannunciata dall’Arabia Saudita. Se il ministero darà seguito alla domanda di estradizione la donna potrebbe essere consegnata alle autorità saudite”. Certo, non esistono trattati di collaborazione giudiziaria tra Roma e Riad e l’ipotesi di Mona imbarcata a forza e rispedita dal padre-padrone che le annulla d’imperio il matrimonio precedente per coniugarla al di lui prescelto (può farlo) appare piuttosto inverosimile. Ma il rischio c’è e tacerlo lo ingigantisce. 

Viaggio a Maranello: visita alla fabbrica che produce sogni

Il Messaggero

di Giorgio Ursicino

L'azienda simbolo del made in Italy diventa sempre più globale, un posto dove i talenti di tutto il mondo sognano di lavorare. Quest'anno 250 assunzioni, i quasi 3.000 dipendenti hanno 29 diverse nazionalità.


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MARANELLO - Formula 1. Formula Uomo. Formula Ferrari. Formula vincente. Il Cavallino è tutto una formula. Segreta. Quasi magica. Inventata dal Drake che fondò la casa automobilistica più famosa del mondo partendo da una Scuderia e portata dal presidente Montezemolo ai massimi livelli di prestigio e di efficienza in tutti gli angoli delle scenario globale. Negli ultimi anni il nostro paese ha perso un po’ di smalto: è scesa la produzione industriale e si è ridotto il Pil, si è contratto il potere d’acquisto e sono diminuiti i consumi. Soprattutto si è raffreddato l’entusiasmo. In questa bella valle meno sorridente del solito, c’è chi continua a correre veloce, anzi ha aumentato la sua andatura in modo esponenziale. In una calda giornata della primavera emiliana, la fabbrica delle invenzioni ha spalancato i propri cancelli mostrando al mondo l’enorme energia che può sprigionare il made in Italy se messo in grado di funzionare.

Enormi progressi.
Chi ricorda lo stabilimento del 1991, quando Montezemolo tornò a Maranello con lo scettro del comando, ha l’impressione di fare un viaggio nel futuro. Di quella realtà sono rimasti i valori e la passione, la determinazione e il coraggio. Il resto è tutto cambiato, stravolto, migliorato, esaltato. La competenza è diventata eccellenza, quelli che erano dettagli si sono trasformati in aspetti fondamentali di un progetto unico, ambizioso, vincente. La Formula Ferrari. «La cosa più importante di questa azienda sono le persone, solo uomini e donne eccezionali possono costruire vetture

eccezionali», ha ricordato Montezemolo, puntando di nuovo i riflettori sullo spirito di squadra e sul fattore umano. L’arma della Ferrari sono sempre stati gli investimenti, indirizzare una parte cospicua del fatturato per migliorare i prodotti, le strutture e, soprattutto, la qualità della vita di chi lavora nella fabbrica. Un grande stabilimento che continua a crescere, che produce all’interno l’energia necessaria e lo fa in modo rinnovabile, con i più alti standard ecologici attualmente conosciuti.

Investimenti record. Ogni anno la percentuale di investimenti per la ricerca e sviluppo dei nuovi prodotti si avvicina al 20% e centinaia di milioni sono stati spesi negli impianti che consumano sempre meno energia e producono meno CO2. Vialetti, aiuole, alberi, l’atmosfera è rilassante, lo scenario rassicurante. La nascita delle mitiche granturismo è stata sempre affiancata dalla Gestione Sportiva, cioè il reparto corse che realizza i bolidi più vincenti nella storia della Formula 1. «Negli ultimi 14 anni abbiamo vinto 31 titoli fra Piloti e Costruttori, soprattutto siamo rimasti sempre ai vertici - ricorda il Presidente - siamo l’unica squadra che ha preso parte a tutti i Campionati, le corse fanno parte del nostro Dna.

La Formula 1 è il nostro reparto di ricerca avanzata, ma è anche la nostra pubblicità». Nel tempo le prestazioni delle Rosse (sia stradali che da corsa) continuano a non temere confronti, ma l’affidabilità ha fatto progressi enormi, diventando quasi totale. Le linee di produzione somigliano a sale operatorie per la pulizia e la luminosità, gli operai lavorano in postazioni ergonomiche e funzionali. Le vetture 12 cilindri vengono assemblate al terzo piano, le componenti salgono in ascensore che poi riporta a terra i gioielli, finiti pronti ad affrontare la prova su strada.

Un'azienda globale. La Ferrari attualmente è presente i 61 paesi con 200 dealer, ma la finestra sul mondo non è solo in uscita, è anche in entrata. A realizzare il simbolo del made in Italy, infatti, contribuiscono talenti provenienti da paesi diversi, tutti perfettamente integrati e formati con la filosofia Tailor Made, cioè ognuno ha il suo percorso personalizzato.

Il Cavallino è diventato il brand più “forte” del pianeta è numerosi giovani sognano di lavorare a Maranello, la Silicon Valley della tecnologia automobilistica, la Wolfsburg tricolore, la terra promessa degli amanti di tutte le hypercar. Aerodinamica, meccanica, elettronica, nulla viene lasciato al caso, il travaso fra pista e strada è continuo, costante. La Ferrari i fenomeni li coltiva da giovani, li segue mentre crescono, li aspetta quando sono pronti per iniziare a lavorare.

Talenti senza confini. Maranello è infatti in contatto con le più prestigiose università della Terra e porta avanti ricerca avanzata con fornitori selezionati che sono veri e propri partner. L’università di Modena ha una grande tradizione per gli ingegneri meccanici, mentre in quella di Oxford sono molto avanti per le competenze aerodinamiche. La Ferrari, che è a stretto contatto con entrambi gli atenei, è in pole position in tutti e due i settori e si propone come riferimento sia per l’efficienza dei propulsori (rapporto fra potenza sviluppata ed emissioni) sia per aerodinamica, cioè la capacità di ottenere carico in curva senza penalizzare l’avanzamento in rettilineo.

Nel primo quadrimestre del 2013 il business è andato molto bene in tutti i continenti: le vendite hanno sfiorato le 1.800 unità (+4%), il fatturato è cresciuto dell’8%, gli utili addirittura del 36%. Il business quindi tira, ma il Cavallino non segue il flusso, fa le sue strategie, è coerente con la sua vocazione innovativa: nel 2013 verrà ridotta la produzione che tornerà sotto le 7.000 unità. «La nostra non è una necessità, ma una scelta. Me lo ha insegnato Enzo Ferrari, noi vendiamo sogni e la nostra offerta deve essere sempre inferiore alla domanda», ha concluso Montezemolo.


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Formula Ferrari, le meraviglie di un'icona che il mondo ci invidia


Presentazione LaFerrari Ginevra


Ferrari F12 berlinetta su pista


Ferrari FF in Lapponia


Ferrari F12 berlinetta su strada


Ferrari F12 berlinetta statiche


Ferrari F12 berlinetta dettagli e interni


Ferrari FF lancio a Brunico


Ferrari California 2012


Raduno Ferrari a Silvestone