venerdì 10 maggio 2013

All’asta i sandali di Gandhi In India scoppia la polemica

La Stampa

Il cimelio valutato 15 mila sterline sarà venduto in Inghilterra. Ma Delhi insorge: “Un insulto alla memoria di un uomo che ha sempre respinto la ricchezza materiale”


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Un paio dei celeberrimi sandali del Mahatma Gandhi e altri effetti personali del padre dell’indipendenza dell’India saranno messi all’asta il 21 maggio a Ludlow, nel nord ovest dell’Inghilterra. Lo ha annunciato la casa d’aste britannica Mullock’s. Quella che è presentata da Mullock’s come “una delle più grandi collezioni di ricordi legati al Mahatma Gandhi” contiene lettere, litografie, dipinti, fotografie, registrazioni audio, ciotole, oltre ad una bottiglia, una lanterna e un berretto di lino. Della collezione fa parte anche uno scialle di filo tessuto dallo stesso Gandhi. L’asta proporrà anche un documento firmato di suo pugno dal Mahatma contenente le sue ultime volontà stimato ad un prezzo di partenza fra le 30.000 e le 40.000 sterline (35.500 e 47.400 euro).

I sandali in cuoio “portati da Gandhi” e “in cattivo stato” provengono dalla sua casa di Juhu, nell’ovest dell’India, dove visse fra il 1917 e il 1934, ha precisato Mullock’s. Il loro prezzo di vendita è valutato fra le 10.000 e le 15.000 sterline (11.800 e 17.780 euro). I sandali hanno sempre costituito quasi un simbolo di Gandhi, anche per via di un aneddoto divenuto il paradigma della sua filosofia di vita improntata alla generosità e al pragmatismo. La storia vuole che il Mahatma, correndo per prendere un treno in India, abbia perso un sandalo. Non riuscendo a trovarlo prima della partenza del convoglio, decise, in extremis, di gettare anche il secondo sandalo perché il paio potesse far comodo a qualcuno che non se lo potesse permettere.

Un paio di sandali in cuoio, un orologio, una ciotola e un piatto appartenuti all’artefice del movimento di disobbedienza civile che portò all’indipendenza dell’India del 1947, erano già stati venduti all’asta nel 2009 a New York per quasi 2 milioni di dollari ad un ricco uomo d’affari indiano. L’acquirente aveva annunciato che li avrebbe donati al suo Paese che aveva tentato di impedire lo svolgimento dell’asta.

L’India non approva le aste di oggetti appartenuti a Gandhi, sostenendo che costituiscono un insulto alla memoria di un uomo che per tutta la vita ha respinto la ricchezza materiale. Da qualche anno l’India ne fa una questione d’onore e cerca di accertarsi che tutti gli effetti personali del padre dell’indipendenza restino, il più possibile, nel Paese. Per questo Nuova Delhi ha acquistato lo scorso luglio, per più di un milione di dollari, lettere, documenti e fotografie legati al Mahatma Gandhi alcuni giorni prima che Sotheby’s li mettesse all’asta.

Finocchiaro, allora è un vizio: la scorta al supermercato le porta le borse

Libero

L'Espresso rivela: gli agenti usati dalla senatrice Pd per pesare patate e banane. E se qualcuno scattava una foto, si arrabbiavano


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La scorta scambiata per camerieri e portaborse. Anzi, porta-sacchetti della spesa. Un vizietto duro a morire, quello di Anna Finocchiaro. La senatrice del Pd è stata beccata a Roma, giovedì sera, accompagnata al supermercato Sma in piazza Pio XI, zona Aurelia, non lontano dalla sua abitazione. Lo riporta il sito de L'Espresso, ricordando la veccha polemica sulle guardie del corpo che avevano accompagnato l'ex ministro per le Pari opportunità all'Ikea, spingendole il carrello. Matteo Renzi l'aveva sfottuta, per questo, auspicando che la scelta per il Quirinale non cadesse su di lei. E la Finocchiaro s'era offesa a morte: "Miserabile", definì quell'accusa. Eppure poco o nulla ha fatto per allontanarsi da quelle abitudini.

Anzi: i testimoni riferiscono di agenti della scorta che nel supermercato romano le portano le borse di carta e le sacchetti di plastica con frutta e verdura, intorno alle 19 di giovedì "Graziosi - scrive Lia Quilici su L'Espresso -, nell'aiutarla a scegliere e pesare delle banane. Ma prontissimi, pur sotto l'occhio delle telecamere del supermercato, a intercettare chiunque estraesse un telefonino per tentare di scattare delle foto, domandando con fare inquisitorio che sta facendo, lei?". Insomma, a differenza del precedente all'Ikea, per ora niente foto. Resta solo la brutta figura per la senatrice, che oltre alla consuetidine di utilizzare la scorta per fini extra-sicurezza pare anche avere quella ad autosabotarsi. Coi venti anti-Casta di questo periodo, presentarsi all'assemblea Pd con queste credenziali non è proprio il massimo.

Smentita e conferma - "Tralascio i commenti che la giornalista aggiunge sul mio conto - replica in una lettera a L'Espresso la stessa Finocchiaro -. Io voglio solo dire che la notizia non è vera. Come ho già avuto modo di affermare è il Ministero degli Interni che mi ha obbligato ad essere accompagnata dalla scorta. Ma nessuno giovedì sera mi ha aiutato a fare la spesa al supermercato dove, come è ovvio, sono stata solo accompagnata dagli agenti che hanno l'obbligo di farlo quando esco di casa. La spesa me la sono fatta da sola e da sola mi sono scelta le banane e da sola mi sono caricata le buste in macchina. E nessun ha impedito a nessuno di scattare fotografie". Stringata risposta della redazione: "L'Espresso conferma i fatti ed è in grado di produrre i testimoni".

Facebook Phone dopo l’attesa il flop da 99 dollari a 99 centesimi

La Stampa

In USA viene tagliato il prezzo dell’HTC First, lo smartphone con Facebook Home. “Non è cool come il sito” dicono gli analisti

antonino caffo


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L’esperienza “Facebook centrica” su smartphone è arrivata poco più di un mese fa grazie all’HTC First. Secondo alcuni analisti, il device sarebbe già un flop viste le quasi 10 mila unità vendute nei primi tre giorni di disponibilità, una cifra che gli esperti della Global Equities Research (che ha condotto la ricerca) considerano quanto mai irrisoria. “Lo smartphone ora come ora è un grande flop – ha sentenziato Trip Chowdhry, analista della Global – la causa maggiore è l’assenza del fattore cool al quale gli utenti di Facebook sono abituati”.

All'inizio di questa settimana AT&T, operatore che distribuisce l’HTC First negli Stati Uniti, ha ridotto il prezzo da pagare al momento della sottoscrizione di un abbonamento biennale da 99 dollari a 0,99, il che farebbe pensare che la domanda per il dispositivo sia ben sotto le aspettative. L’operatore ha abbassato anche il prezzo pieno per portarsi a casa lo smartphone, da 450 dollari a 350, una riduzione a poche settimane dal lancio che è inusuale nel mondo dell’hi-tech di consumo.

Il problema del poco interesse degli utenti verso il First potrebbe derivare dal posizionamento di HTC, indietro rispetto ad Apple e Samsung nella vendita di terminali appetibili. “Con tutta onestà HTC non fa parte della stretta cerchia dei concorrenti alle prime posizioni nella classifica degli smartphone – ha detto Chowdhry – nel mercato il dispositivo viene prima dell’applicazione e non il contrario. Questo è stato il difetto principale nella strategia di vendita”. Ma quali sono i motivi principali di un (presunto) flop del genere? Il portale Cnet prova a citarne alcuni.

In primis l’HTC First non è uno smartphone per tutti. Vengono tagliati fuori dal target di riferimento tutti coloro (sembrerà strano ma sono molti) che non sono iscritti a Facebook e non intendono farlo. Lo smartphone non è innovativo a livello hardware: oltre i materiali di costruzione e il form factor generale la componentistica interna è al di sotto di altri modelli sul mercato che possono utilizzare l’app Facebook Home e hanno caratteristiche più avanzate (Galaxy S III, S4, Note II, HTC One e HTC X). Questi motivi segneranno la fine del Facebookfonino? Probabilmente no ma è certamente una battuta d'arresto e un aumento dei dubbi, da parte dei costruttori, sul reale tornaconto del collaborare con un solo social network.

Gli analisti pensano che fino a quando non vi sarà una forte integrazione di un dispositivo hardware con il software il brand non potrà raggiungere il suo vero potenziale. Proprio l’app Facebook Home potrebbe essere il traino principale delle speranze nel settore mobile di Zuckerberg. La conferma arriva dal sito del Nasdaq: “Durante una ricerca, circa tre settimane fa, abbiamo rilevato come l’app Facebook Home sia stata scaricata e installata più di 1 milione di volte nei soli Stati Uniti. A livello mondiale potremmo essere sui 5 milioni”. Cifre che hanno permesso a Facebook di guadagnare il 25% sul tempo speso sulla piattaforma e, secondo il Direttore del prodotto Adam Mosseri, di coinvolgere una base utenti più ampia oltre alla cerchia dei frequentatori abituali.

Youtube, ecco i canali a pagamento

Corriere della sera

Al via la rivoluzione del sito di videosharing con i primi 53 canali. Gli abbonamenti partono da 0,99 dollari

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Come avevamo anticipato a inizio a settimana, sono arrivati i primi canali a pagamento di Youtube. Il portale video di proprietà di Google ha coinvolto in questa prima fase di test 30 editori per un totale di 53 canali, nessuno dei quali è visibile dall'Italia. Gli abbonamenti partono da 0,99 dollari al mese e per iniziare a prendere confidenza con la novità gli utenti avranno a disposizione 14 giorni di prova gratuiti. Nelle prossime settimane l'offerta aumenterà, anche se da Google Italia ci fanno sapere che non esistono ancora piani precisi per il nostro Paese.

PORTALE BANDIERA DELLA GRATUITA' - Il successo dell'iniziativa Oltreoceano e nel resto del mondo dipenderà innazitutto dall'interesse concreto che manifesteranno gli editori di contenuti, chiamati a proporsi direttamente compilando un form online. Mountain View sottolinea di essere venuto incontro proprio alle loro necessità: «Oggi più di un milione di canali genera entrate pubblicitarie su Youtube e una delle richieste più frequenti che ci viene fatta è quella di garantire maggiore flessibilità nella monetizzazione e nella distribuzione. Abbiamo lavorato su questo fronte», si legge sulla pagina di lancio dell'iniziativa. Il messaggio è chiaro: vi stiamo dando l'opportunità di valorizzare ulteriormente a livello economico i vostri video, coglietela. La palla passerà poi agli utenti e alla loro disponibilità a mettere mano al portafoglio per accedere alle sezioni di un portale che per anni, dal 2005 per la precisione, è stato una bandiera della gratuità in Rete.

IL NODO DEL PREZZO FUTURO - Piattaforme come Netflix e Spotify hanno trovato terreno fertile con i loro abbonamenti, ma gli analisti si chiedono se un dollaro al mese per un solo canale sia giustificabile in proporzione agli 8 dollari con cui si può accedere all'intero catalogo di Netflix. Ci sono poi editori come National Geographic, attivo nel nuovo spazio a pagamento con una produzione destinata ai bambini, che sono già intenzionati a chiedere 2,99 dollari al mese. Bigstar Movies, uno dei pochi che ha reso disponibile il trailer di presentazione anche in Italia, propone le sue pellicole indipendenti a un canone non meglio specificato di «meno di 5 dollari al mese». La casa di produzione canadese DHX ha puntato sulla quantità e parte con tre canali, due per i più piccoli e uno intitolato Retro. Presenti anche uno spazio dedicato alla comunità gay e i due canali di iamplify dedicati al fitness. Si tratta in questo secondo caso di un piattaforma di contenuti che incoraggia a sua volta i professionisti a sviluppare video pensati per la Rete e si occupa di distribuzione e monetizzazione.

A CHI ANDRANNO LE ENTRATE - In quest'ottica, la finestra messa a disposizione dal più noto Youtube non può che rivelarsi preziosa. Le entrate generate andranno «per più del 50% ai proprietari dei canali, Youtube terrà il resto per sé», ha spiegato il responsabile dei rapporti con gli editori Malik Ducard durante la conferenza stampa di presentazione del progetto. La percentuale potrebbe aggirarsi intorno a quel 70% che caratterizza la maggior parte dei rapporti tra piattaforme e sviluppatori. Per perfezionare i pagamenti gli utenti dovranno collegare la carta di credito al sistema Google Wallet, l'alternativa a PayPal firmata da BigG. Questo aspetto è interessante: se il modello verrà replicato in Italia, dalla sede nostrana di Google non hanno notizie in merito, potrebbe essere occasione per spingere Wallet anche entro i nostri confini.

Martina Pennisi
10 maggio 2013 | 13:59

Ci voleva una ministra nera per scoprire l’Italia razzista

Corriere della sera
di Rania Ibrahim


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Ma siamo sicuri che l’Italia fosse pronta ad avere un ministro della Repubblica italiana nera? Abbiamo voluto fare gli americani per poi accorgersi di colpo che siamo nati in Italy? Abbiamo applaudito Obama tutti contenti riconoscendo l’importanza della “scelta razziale” in un Paese come gli USA e poi, una ministra nera ci ha turbato il sonno, facendoci scoprire quanto siamo ancora indietro e attaccati a paure e pregiudizi.

Pensavate sarebbe passata inosservata come Josefa Idem, anche lei nuova italiana? Non certo in Italia. Almeno non nella mia Italia, quella che in questi giorni invece di stringersi a “coorte”… si stringe attorno alle esternazioni razziste e xenofobe di chiunque… dal giornalista frustrato al politico superato becero e ignorante, al nuovo italiano inacidito o all’ex parlamentare trombato. La stessa Italia che ho imparato a conoscere sulla mia pelle, attraverso i commenti e gli insulti razzisti che riceviamo nel blog o durante le conferenze e le manifestazioni. Quella dei media fomentatori di odio e populismo a beneficio di share e audience.

Insomma sono state nominate due ministri donna a ricoprire cariche istituzionali importanti, un vero onore, e di chi si parla… non certo della bionda, della bianca della tedesca… della sportiva, ma solo della nera, dell’africana…di quella come dicono tanti soprattutto nelle segrete urne e dietro ai loro pc che non potrà mai rappresentarli pienamente perché nera, africana e perché parla di meticciato. Capisco, forse la Kyenge ancora non ha imparato a fare il “politico all’italiana” visto che con la sua sincerità ha “offeso” molti italiani parlando di meticciato. La prossima volta più falsità o diplomazia a seconda del contesto signora Kyenge, mi raccomando.

Non basta visivamente mettere parlamentari di colore, disabili, con il velo…o con il turbante, la strada è lunga e mi pare che stiamo messi male. Bisogna arrivare alla pancia e non solo nel mondo elitario degli intellettuali e degli addetti al lavoro, ma alla strada, i quartieri e oggi il web, sono lo specchio del disagio e della condizione di tutta questa insofferenza e sofferenza.

Eppure credo che se andiamo avanti così, non basterà un giuramento a renderci italiani, rimarremo sempre un marocchino di merda, un musulmano di merda, un ebreo di merda o una negra di merda. E vi assicuro che basta poco per sentirsi addosso uno di questi eleganti appellativi, allo stadio o in una fila di un supermercato o anche fuori da scuola, sulla pelle dei nostri figli. Spesso per sciocchezze.

Molti italiani la pensano così…grazie al cielo non la maggioranza…che ci piaccia o no…negarlo sarebbe mera ipocrisia. E c’è anche chi ne va fiero.
Non so bene di chi sia la colpa, forse dei nuovi cittadini, delle istituzioni, della politica opportunista che etichetta, ghettizza e che usa bandiere nelle campagne elettorali proponendo trans, lesbiche, disabili, 2g, neri o altro? insomma, capisco l’importanza delle testimonianze e dei simboli…ma siamo sicuri che in questo modo si ottengono risultati?
Insomma basta nascondersi. Dovrebbero essere temi trasversali, universali e non hanno bisogno di testimonial.
Non dobbiamo tollerare esternazioni indegne come “Scimmia congolese”, “Governante puzzolente”, “Negra vai a lavare i cessi”, “Kunta Kinthe tornatene in Congo” faccia da casalinga… sono solo alcuni dei moltissimi insulti razzisti rivolti alla Kyenge sulla sua pagina Facebook. Alla mercé dei soliti razzisti dal dito veloce e dalla tastiera bollente non ci sono le capacità e le competenze della Kyenge, ma il suo colore di pelle, cosa irrilevante dal punto di vista istituzionale e politico, anzi da ogni punti di vista.
Populismo, xenofobia e demagogia della specie più becera. E vi assicuro che fa male all’anima.
Ma cosa dobbiamo dimostrare ancora per essere riconosciuti come italiani e basta? Insomma bruciano e sputano sul Tricolore e vanno al governo per anni, una Italo-congolese nera dice che rispetta e va fiera delle sue origini non ci rappresenta, ci offende? Che dire se non la solita italietta!? L’Italia provinciale, del campanilismo, della Bergamo de sure o de sota, l’Italia del nord contro il sud, del lumbard contro il terun…insomma di quella Italia ancora troppo divisa e che si indigna spesso ultimamente per dichiarazioni che parlano di meticciato e che non un muove un dito davanti ad una politica sorda e cieca rispetto ai reali problemi allarmanti del Paese.

Comunque forse un merito questa nomina ce l’ha, quella di sbatterci in faccia la realtà, di scardinare una volta per tutte ipocrisie degli italiani che ancora si credono brava gente, che ancora pensano che questo non sia un paese razzista, il paese del furbo che va avanti e del buono che è un fesso. Un paese che si immagina bianco e che si ricorda del tricolore solo ogni 4 anni durante i mondiali e allora si che si vedono sventolare le bandiere sui balconi, un paese che nega il sacrosanto diritto ai suoi cittadini di inginocchiarsi e pregare in una Moschea, definendosi cattolico per poi non accorgersi delle proprie Chiese vuote anche la domenica mattina.

Un paese che all’occorrenza sottolinea fieramente la cultura e le gesta dei suoi avi e poi si perde nei programmi della De Filippi e della D’Urso, o del Grande fratello divenuti oramai il vero sogno dell’italiano medio…ci crediamo accoglienti e poi teniamo aperti i CIE, diamo una connotazione geografica e spesso religiosa al crimine fregandocene delle statistiche e della realtà che ci farebbe apparire peggiori di quanto noi non vogliamo vederci.
Chissà se questa era l’Italia che si immaginava mio padre quando nel 1971 scelse questo paese per viverci e realizzarsi.?Ah, dimenticavo, ancora oggi mio padre sta aspettando la cittadinanza italiana.
(La vignetta è di Mario Biani)

Adorare la Santa Muerte è un atto di blasfemia”

La Stampa

Il cardinal Ravasi da Città del Messico: “Quel culto non è religione”

pablo lombo

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È un culto blasfemo, una degenerazione della religione». Con queste parole il cardinal Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, ha condannato l’adorazione della Santa Muerte, diffusa in Messico soprattutto negli ambienti criminali. Parlando a Città del Messico, a margine di una serie di eventi per il dialogo tra credenti e non credenti, ha denunciato un culto che risale alle tradizioni indigene latino-americane, poi fuso con l’evangelizazzione dei missionari spagnoli: la Santa Muerte, rappresentata come una scheletro di donna riccamente vestito. I devoti la pregano su altari allestiti in casa, circondati dalle loro offerte: candele, cibi, bevande come la tequila, droghe come la marijuana. Recitano la formula-preghiera per invocarla, le chiedono favori, in genere quelli che gli altri santi non possono offrire. E anche i loro doni sarebbero irricevibili per gli altri santi. 

Il cardinal Ravasi ha definito queste pratiche «antireligiose», aggiungendo: «La religione celebra la vita, ma qui c’è solo morte. Non basta prendere le forme di una religione perché ci sia religione. Questa è blasfemia». Anche perché il culto è particolarmente popolare nelle zone del Messico dove più imperversa il cartello della droga. Per il cardinale è importante che un Paese come il Messico, dove si stima che 70 mila persone siano state uccise negli ultimi sei anni in atti di violenza legati alla droga, mandi un chiaro segnale ai giovani: «La mafia, il traffico di droga e il crimine organizzato non hanno aspetti religiosi, non hanno niente a che vedere con essa, anche se usano l’immagine della Santa Morte».

Non ci sono statistiche sui devoti ma in Messico, così come nelle comunità messicane degli Stati Uniti, spuntano sempre più luoghi di culto. E accadono eventi inquietanti, come quello del marzo 2012, quando due bambini e una donna sono stati uccisi nello stato di Sonora (al confine con gli Stati Uniti) da un gruppo di otto persone che hanno poi ammesso di aver versato il loro sangue sull’«altare» della Santa Muerte per chiedere la sua protezione. 

Come tutti i santi, anche questa ha una sua festa, el «Día de Muertos», Ognissanti, il primo novembre. Quel giorno tutti i cimiteri si riempiono di musica, fiori, balli e pietanze per rendere omaggio alla morte dei propri cari (familiari e amici ma anche star del cinema o della musica). Nonostante i tentativi degli evangelizzatori di sradicare questa tradizione indigena, esse è rimasta viva, pur trasformata nel corso dei secoli.

In passato il culto è stato condannato dai parroci e dai vescovi perché legato alla stregoneria popolare ma è sempre sopravvissuto con riti clandestini. Nel 1992, con la riforma della Legge per le Associazioni religiose e il culto pubblico, la Iscat, la «Iglesia Católica Tradicional Mex-Usa» - vincolata, secondo i suoi seguaci, alla Sucessione Apostolica della Chiesa Brasiliana - ha acquisito personalità giuridica ed è diventata la dimora della «Santa Muerte». Ma nel 2007 il Ministero dell’Interno del Paese ha cancellato questo status giuridico. 

Indifferenti a questi aspetti formali, i narcos, ma anche i membri di gruppi come la Mara Salvatrucha, continuano a pregare la loro «Santa Muerte» e a chiederle potere, protezione, fortuna, amore e pure la felicità.

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Santa Muerte tra statue e processioni

Maxi-attacco degli hacker ai bancomat Rubati 45 milioni in ventisette Paesi

La Stampa

«E’ stato il cyber-furto del secolo» Otto indagati, il capobanda trovato morto nella Repubblica Domenicana


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Non hanno indossato una maschera per coprirsi il volto, non hanno minacciato lo sportellista né messo piede in un caveau ma con una precisione chirurgica che ha visto all’opera assistenti sparsi in una ventina di Paesi che hanno rubato 45 milioni di dollari da migliaia di bancomat in poche ore in un attacco informatico senza precedenti. Soltanto a New York City, lo scorso 19 febbraio i ladri hanno prelevato 2,4 milioni di dollari da 2.904 dei cosiddetti ATM in oltre 10 ore.

I procuratori federali di Brooklyn hanno svelato di avere iscritto nel registro degli indagati otto membri della squadra di New York, incluso il capobanda che è stato trovato morto nella Repubblica Domenicana lo scorso 27 aprile. «Al posto di pistole e maschere, questa organizzazione di crimine informatico ha usato computer e Internet», ha dichiarato Loretta E. Lynch, rappresentante legale degli Stati Uniti a Brooklyn. «L’organizzazione si è fatta strada tra i sistemi di computer di gruppi internazionali [bancari] arrivando alle strade di New York», ha aggiunto. Le telecamere mostrano individui delle cosiddette «cashing crew» riempire di denaro contante borse sempre più pesanti. 

L’accusa sostiene che per far perdere traccia del denaro prelevato illegalmente, la banda si dava all’acquisto di prodotti di lusso come orologi Rolex e automobili.In pratica, gli autori della rapina hanno alzato i limiti di prelievo di una serie di conti bancari associati a bancomat emessi in giro per il mondo. Le informazioni necessarie sono state poi inviate ad hacker in una ventina di Paesi, dove venivano codificate in carte magnetiche poi usate per i prelievi illegali. 

Se Twitter diventa la piazza dell'oltraggio

Corriere della sera

Parole pesanti e sessismo contro i big: è caccia all'Isola dei famosi

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Spesso coperto dall'anonimato, la sigla che richiama qualcosa di battagliero o qualcosa di grevemente scurrile, l'insultatore professionale, il violento seriale che certo non sa che farsene delle generose esortazioni del presidente Napolitano a moderare le parole per non infiammare una platea vulnerabile ai richiami della guerra civile, ha trovato in Twitter il suo paradiso dell'oltraggio purificatore.

Prendi uno «famoso», fallo a fette, irrompi nella sua vita, offendi quanto ha di più caro, demoliscine l'immagine, deridi il suo aspetto, picchia duro nelle sue debolezze, offendilo a morte. E sarai un campione della vendetta via Web. Si può fare, si può fare tutto, nei social network, e su Twitter in particolare. Si possono fare molte cose belle. Tipo: scambiarsi battute amichevoli, informare, scherzare, suggerire letture, film, canzoni, musiche, commentare insieme eventi sportivi, di intrattenimento, di approfondimento, cimentarsi nei calembour, rimorchiare, sentirsi meno soli, entrare in contatto con mondi sconosciuti, levarsi dalla testa la provincia e l'asfissia del piccolo gruppo, promuovere se stessi, pubblicizzare cose che vale la pena far conoscere, esibirsi, stupire, giocare, litigare. Se però il tuo volto è apparso qualche volta in tv, se il tuo profilo è seguito, se c'è curiosità attorno a quello che dici e sintetizzi nella densa concisione dei 140 caratteri, allora devi essere psicologicamente pronto alla deriva del linciaggio verbale, della violenza allo stato puro, anche se il sangue (per fortuna, eh) scorre solo verbalmente. Devi sapere che nulla ti verrà risparmiato.

La presidente Laura Boldrini ha denunciato l'atmosfera intossicata, violenta, turpemente sessista che l'ha colpita nel sottosuolo mefitico di Twitter. L'orrore del disprezzo violento per le donne, possibilmente di fede politica opposta a chi insulta selvaggiamente, non è una novità. La quantità di offese vomitevoli a politiche come Mara Carfagna non è storia di oggi. L'odiatore delle donne blatera, fantastica le sevizie più turpi, stupra con il linguaggio il bersaglio del suo berciare: anche questo è l'incantato mondo del social network.

Enrico Mentana ha raggiunto il livello di insopportazione e ha deciso di farla finita con i «ceffi» che hanno invaso quel grande «bar» che è Twitter. Ma forse quel bar è da sempre il ricettacolo di sentimenti non proprio limpidi. Si può disertare o abbandonare. Ma se la decisione è di restarci, allora bisognerà accettare una dose di odio che nemmeno si credeva fosse tanto ribollente. Se ci si chiama Giuliano Ferrara, ogni abominio sulla grassezza non verrà risparmiato e tutte le espressioni che possano rendere più odioso, duro, mascalzonesco l'uso del termine base «ciccione» saranno sventagliate come una scarica simbolica di mitra per fustigare e umiliare la mole del Nemico: altro che la moderazione saggiamente raccomandata dal capo dello Stato.

Se ci si chiama Anna Paola Concia e si mette sul profilo la foto scattata insieme alla moglie tedesca, la criminologa Ricarda, la raffica di insulti associati al termine «lesbica» appesantito di tutti i cattivi umori della paranoia omofobica striderà pesantemente nel dorato mondo del social network. Poi arriva lo staff di Renato Brunetta a mimare le movenze della persona decisa a far rispettare la propria autorità: «si comunica che qualsiasi commento ingiurioso, minaccioso o atto a istigare la violenza verrà segnalato alle autorità giudiziarie competenti».

Anzi, «qualsiasi» è scritto «qls», altrimenti l'editto non rientrava nei 140 caratteri. Ma tutti sanno che le autorità giudiziarie competenti non potranno fare nulla di nulla per arginare gli agguati del fetentissimo sottomondo dei trolls e che il profilo di Brunetta verrà sommerso di commenti ingiuriosi e minacciosi e anche, si accettano scommesse, con maleodoranti volgarità sulla statura del suo titolare (come fanno i satiri «canonizzati», del resto).

E insomma, se si decide di entrare in quel bar, bisognerà anche saper convivere con la folla di «ceffi» che hanno molestato Mentana e che sembrano molestatori professionali. Il terrorismo, la violenza politica, c'entrano poco, o quasi per niente. C'entra che con Twitter quel mondo rinchiuso nell'impotenza periferica e vaniloquente dei bar reali può finalmente realizzare il sogno frustrato da una vita: entrare in contatto, sia pur immateriale, con il personaggio da massacrare, offendere, annichilire, oltraggiare.

Il classico bullo da bar che grida agli avventori: «Io quelli li farei fuori uno per uno», ora può, con le parole, con la violenza verbale, in 140 caratteri, realizzare quella losca fantasia. I «ceffi» possono finalmente cantargliela a quelli della «casta», ai politici ladri, ai giornalisti invariabilmente bollati come «venduti», «lecchini», «servi del potere», «pennivendoli», «mercenari», ricalcando alla lettera gli epiteti che risuonano nei blog grillini.

Non è che prima non ci fossero: ma erano invisibili, ora sono visibilissimi, anche se molti nascosti nell'anonimato, perché la vigliaccheria è uno stato d'animo che prescinde dal mezzo in cui ci si esprime. Come negli anni Ottanta, quando la diretta senza filtri di Radio Radicale si trasformò in «radio parolaccia», un esplodere di odi immondi, di razzismo, di intolleranza, di violenza che si ritroverà un po' di lustri più tardi nell'antro di Twitter, il luogo della massima trasparenza e della massima tossicità. Grande platea di incontri e di scambi e anche arena di rancori inestinguibili, un ring dove le regole non valgono più e la violenza tracima senza ritegno. Il bello e il brutto, inestricabilmente mescolati. Non è obbligatorio starci, ma se sì, è il social network, bellezza.

Pierluigi Battista
10 maggio 2013 | 8:04

Riciclo dei rifiuti: Svezia e Norvegia vogliono la nostra spazzatura

Il Mattino

di di Antonio Galdo
in collaborazione con nonsprecare.it



Cattura Roma, Napoli, Palermo, e tante altre città italiane soffocano tra i rifiuti, e invece le amministrazioni pubbliche della Svezia e della Norvegia vogliono la nostra spazzatura. Sì, ci chiedono di acquistare i nostri rifiuti per alimentare gli impianti di termovalorizzazione che consentono di produrre energia e riscaldamento proprio dal riciclo dell’immondizia. In questi paesi, infatti, la quota di energia elettrica prodotta dai termovalorizzatori, riciclando i rifiuti, è già al 20 per cento, mentre più della metà dell’immondizia raccolta con il sistema del “porta a porta” finisce in questi impianti.

La raccolta differenziata nei paesi scandinavi è ormai a livelli massimi (oltre il 90 per cento), e dunque non esistono più spazi per ricavare la “materia prima” per gli impianti di riconversione energetica. Da qui la richiesta di importare spazzatura.
Svezia e Norvegia sono due paesi con un’altissima sensibilità per le questioni ambientali. Secondo l’università di Stoccolma, grazie al recupero dei rifiuti, ogni anno in Svezia si risparmia qualcosa come 1,1 milioni di barili di petrolio.

Le città sono più pulite, gli impianti girano a pieno regime, e le bollette energetiche della famiglie sono più basse. Forse, per capirci qualcosa e per ragionare sulle inutili crociate contro qualsiasi tipo di impianto di riconversione dei rifiuti, gli amministratori delle nostre città come Napoli, Palermo e Roma dovrebbero fare un giro nei paesi scandinavi. Tornerebbero con le idee più chiare.

giovedì 9 maggio 2013 - 17:05   Ultimo aggiornamento: venerdì 10 maggio 2013 09:09

Venezuela: ancora irrisolto l'omicidio del leader indigeno Yukpa

La Stampa

traduzione di g. jannelli e b. parrella


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Montano in Venezuela le proteste della società civile per l'assenza di indagati a due mesi dall' omicidio di Sabino Romero, leader dell'etnia indigena Yukpa. Quest'ultimo è stato ucciso domenica 3 marzo a colpi di pistola nella regione della Zulia, nell'area occidentale del Paese. Due uomini su una moto si sono avvicinati all'auto di Romero e gli hanno sparato a bruciapelo, ferendo anche la moglie. 

Sabino Romero è deceduto alcuni giorni prima del presidente Hugo Chavez, e molti temevano che quest'evento potesse limitare le indagini della polizia. Non a caso "Foro por la Vida", entità che raccoglie le maggiori organizzazioni in difesa dei diritti umani in Venezuela  ha chiesto l'avvio di un' “indagine formale esaustiva, trasparente e rapida” per individuare i responsabili. 

Fin da subito si è pensato a un omicidio su incarico. Romero era un leader emblematico e riconosciuto, da tempo in prima linea nel conflitto tra gli indigeni da una parte e i proprietari terrieri dall'altra. Aveva ottenuto la demarcazione delle terre ancestrali degli Yukpa e promosso la protesta contro i progetti di sfruttamento minerario sulle montagne Perija, lungo il confine con la Colombia.
Trascorsi due mesi dalla sua morte, nessun sospetto è stato ancora accusato o investigato.

Il 24 aprile attivisti e membri della comunità si sono ritrovati nel Centro Culturale del Parco centrale di Caracas per chiedere che la giustizia faccia il suo corso. L'evento, intitolato “El legado indocampesino: Homenaje al Cacique Sabino en Caracas” (Il lascito del contadino indigeno: omaggio al leader Sabindo a Caracas) ha riunito artisti, musicisti, studiosi e attivisti per ricordare la vita di Sabino Romero. Il sito d'infomrazione indipendente Apporea propone alcune foto dell'evento, sottolineando come tutt'ora non si sappia chi sia il mandante dell'omicidio. 

Il Latin American Bureau  spiega così la possibile ragione del ritardo della giustizia -- citando l'alleato di lunga data degli Yukpa e coordinatore della ONG Society Homo et Natura Lusbi Portillo: «CICPC [L'organo che si occupa delle indagini scientifiche, penali e criminali] sta compiendo indagini sulla morte di Sabino ma la polizia e gli allevatori si oppongono. Ogni volta che individuano qualcuno da interrogare, polizia e allevatori iniziano a protestare, chiudono le strade e bruciano copertoni delle auto. A ogni interrogatorio si scatena l'inferno». 

Il blog indipendente VenezuelaAnalysis.com  racconta di un incontro svoltosi il 25 marzo tra un comitato di diciassette Yukpa e il Ministro degli esteri Elias Jaua, dove quest'ultimo ha promesso che entro sessanta giorni sarebbe stato pagato il dovuto agli Yukpa perchè possano tornare ad abitare le proprie terre. 

Il collettivo di artisti "Trinchera Creativa" ( @TrincheCreativa) ha diffuso via Twitter un' immagine di Sabino Romero con la didascalia: "Quanti leader devono morire perchè la giustizia in Venezuela si svegli e gli assassini vengano condannati?" 



La Associated Press  parla di almeno otto omicidi che negli ultimi anni hanno coinvolto la comunità Yukpa, quasi tutti scatenati da conflitti legati alla proprietà della terra. Nel 2008 l'ultra-centenario padre di Sabino, José Manuel, è stato picchiato a morte. Altre fonti rivelano che anche la figlia di Romero è in pericolo per il suo impegno pubblico in favore degli Yukpa, sottolineando che nel 2012, il “fratello è stato ucciso dopo che gli erano stati cavati gli occhi: a tutt'oggi nessuno è stato accusato del delitto". 

Gli Yukpa combattono da anni per reclamare le loro terre che oggi sono invece occupate da allevatori e contadini. Fin dal 2004 Lusbi Portillo racconta  su Soberania.org le loro battaglie. Nonostante la propaganda governativa in appoggio agli indigeni, sono ben pochi i progressi fatti in materia di demarcazione delle loro terre. Secondo il blog del "Foro por la vida", appena il 3% del territorio Yukpa risulta ufficialmente delimitato. 

Nel 2008 durante un episodio del talk show locale "Aló President", Hugo Chavez aveva dichiarato pieno appoggio agli Yukpa: «Che nessuno ne dubiti: fra i proprietari terreri e gli indigeni, questo governo sta dalla parte degli indigeni...nessun dubbio al riguardo. Gli Yukpa devono essere protetti dal governo, dall'esercito e dallo stato... quelle terre sono state occupate dagli Yukpa da sempre, che ne ricavavano carne e latte. Sono stati cacciati dalle loro terre. E non mi riferisco ai conquistadores spagnoli. Parlo degli ultimi trent'anni... Adesso qui stiamo vivendo una Rivoluzione. L'esercito, i servizi segreti e il governo sono dalla parte degli indigeni... esiste una commissione per la demarcazione delle terre con un compito pendente. Devono demarcare [il territorio] perchè così dice la costituzione e la legge». 

Marino Alvarado, direttore dell'organizzazione venezuelana di difesa dei diritti umani PROVEA, sottolinea che la lotta degli Yukpa va oltre la retorica ufficiale contro i latifondisti e include anche l'opposizione alle  miniere nella regione: «La lotta di Sabino Romero aveva di mira il modello energetico di sviluppo basato sull'estrazione. La demarcazione [del territorio Yukpa] era ferma sia per la "pressione dell'oligarchia di latifondisti" – come afferma certa propaganda officiale – ma anche perchè nei territori indigeni in tutto il Paese esistono risorse che sono già state vendute. 

Secondo l'International Working Group on Indigenous Affairs (IWGIA), in Venezuela vivono circa 27 milioni di indigeni, che rappresentano circa 40 etnie diverse. La costituzione del 1999 riconosce esplicitamente la natura multietnica del Paese e include clausole per incoraggiare la participazione degli indigeni in ogni ambito decisionale. Il Venezuela ha inoltre ratificato molti accordi internazionali che difendono i diritti degli indigeni tra cui la   Convenzione ILO Convention 169 e la Dichiarazione ONU sui diritti delle popolazioni indigene

Tra le normative nazionali rientrano la  Legge organica sulla demarcazione e le garanzie per il rispetto dell'habitat e delle terre delle popolazioni indigene e la Legge organica sulle popolazioni e le comunità indigene (LOPCI)

Le relazioni tra il governo e i nativi rimangono ispirate dal paternalismo, senza che vengano considerate le necessità locali e le modalità decisionali che caratterizzano questi gruppi. La mancanza di progressi rispetto ai loro diritti, soprattutto nella demarcazione dei territori orginari, ha provocato una serie di mobilitazioni contro il governo. Intanto gli Yukpa aspettano di vedere se finalmente otterranno giustizia per gli omicidi della propria gente e se un giorno potranno tornare a vivere sulle proprie terre.

Le carte ricaricabili

La Stampa


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La diffusione di Internet ha reso sempre piu' frequente la pratica del commercio elettronico, una fetta di mercato che nel nostro Paese, secondo i dati del Rapporto dell'Osservatorio e-commerce B2c Netcomm-School of Management stilato dal Politecnico di Milano, e' valsa nel 2012 oltre i 9 miliardi di euro, con un tasso di crescita pari al 12% rispetto all'anno precedente. A rendere possibile lo sviluppo del commercio elettronico e' stata anche la diffusione di metodi pagamento, come le carte di credito ricaricabili, che hanno aiutato gli italiani a superare la diffidenza per gli acquisti a distanza, riducendo il rischio che malintenzionati frodatori riescano a introdursi nel conto corrente e a svuotarlo con facilita'.

Caratteristiche delle carte ricaricabili
La carta ricaricabile e' una carta multifunzionale che il titolare puo' utilizzare entro la somma che vi ha caricato e rispettando i limiti sottoscritti nel contratto stipulando con l'ente che l'ha concessa. Generalmente, le carte ricaricabili offrono la possibilita' di fruire di alcuni dei servizi di un conto corrente, quali:- la canalizzazione dello stipendio;- l'esecuzione di pagamenti;- il versamento di contanti;- in alcuni casi, la domiciliazione delle utenze.
 
I rischi delle carte ricaribaili Il principale e piu' evidente rischio connesso all'utilizzo delle carte ricaricabili e' quello di subire frodi. Inutile dire che questo rischio puo' essere ridotto al minimo se, nell'utilizzo della carta, si osservano alcune semplici norme di prudenza. Inoltre, la carta di credito ricaricabile costituisce gia' di per se' una limitazione dei rischi: in caso di frode, non si potra' venire truffati per un valore superiore a quello caricato sulla carta.

Condizioni di apertura e costi
Poiche' nella concessione di una carta ricaricabile la banca non assume alcun rischio, la sua attivazione risulta piuttosto semplice con codice fiscale, documento d'identita' e la firma di un contratto. Per l'esecuzione delle pratiche, non e' previsto alcun processo istruttorio (ovviamente, nel caso si abbiano pendenze in essere con un istituto di credito, questo potrebbe utilizzare i soldi caricati sulla carta per appianare il debito). Per quel che riguarda i costi di mantenimento di una carta ricaricabile, e' bene ricordare che sono previsti alcuni costi fissi e altri variabili, che si combinano a seconda di quanto stabilito nel contratto firmato con l'istituto prescelto.

Tra i costi fissi rientrano quelli da sostenere per la semplice attivazione della carta. Spesso sono previsti canoni annuali e un costo di emissione della carta. Di quelli variabili, invece, fanno parte le spese che variano in funzione del numero di servizi effettivamente utilizzati (servizi di pagamento, di versamento, strumenti di pagamento, ecc.) e del numero di ricariche effettuate.
Prima di scegliere una carta ricaricabile il consiglio e' di valutarli attentamente, per scegliere quella piu' vicina alle proprie esigenze.

Emanuela e i segreti dei telefonisti «L'Amerikano e un altro prelato»

Corriere della sera

L'indagato Marco Accetti e le rivendicazioni alla famiglia. «Io un assassino, assurdo... Tutte manipolazioni»


Cattura ROMA - Aveva promesso di non rilasciare dichiarazioni «nel merito dell'inchiesta» finché non saranno concluse le analisi sul flauto che ha fatto ritrovare, ma a denunciare quel che considera un «massacro mediatico» ai suoi danni ci tiene, eccome: «Io sarei l'assassino di Emanuela Orlandi e fors'anche di Mirella Gregori? Ammettiamolo pure. E allora che faccio? Aspetto 30 anni, abbandono il lavoro di fotografo e regista, saluto le persone care e mi presento in tribunale per farmi comminare un ergastolo...».

Il supertestimone Marco Fassoni Accetti aggiunge: «Avevo deciso di raccontare quel che so, compreso il mio ruolo, confidando nel nuovo pontefice e nella coscienza di altre persone che all'epoca parteciparono e che tuttora spero si facciano avanti... Invece vedo che molti partecipano a una manipolazione per non coinvolgere responsabilità ad altri livelli: l'ho già detto ai magistrati, sono tentato di non collaborare più». Sei giorni dopo lo scarto in avanti della Procura, che ha deciso di indagare Fassoni Accetti per sequestro di persona aggravato dalla morte dell'ostaggio, l'inchiesta giudiziaria sulla Vatican connection è tornata di grande attualità.

Un intrigo complicatissimo. Sul quale il fotografo d'arte, che ha confessato di essere stato uno dei «cinque o sei telefonisti», ha fornito una lettura approfondita. L'indagato ha riferito di aver fatto parte dal 1979 all'83 di un «nucleo di controspionaggio» incaricato di «lavori sporchi» all'ombra del Vaticano, formato da giovani vicini ad ambienti ecclesiali («Io studiai al San Giuseppe De Merode, poi diventai comunista»), da elementi dei servizi (Stasi, deviazioni del Sisde) e da esponenti della Magliana. Obiettivo? Condizionare la politica di papa Wojtyla («per tutelare il dialogo con l'Est»), nonché intervenire con attività di dossieraggio («anche su impulso di personalità ecclesiastiche») nell'ambito di contrasti e guerre di potere all'interno delle Mura Leonine.

Due i presunti ricatti emersi finora: premere tramite il sequestro di Emanuela e Mirella per la liberazione di Alì Agca (il quale si sarebbe sdebitato ritrattando le accuse ai bulgari di complicità nell'attentato al papa); sfruttare il clamore planetario della vicenda per mettere all'angolo monsignor Paul Marcinkus, il presidente dello Ior, sulla restituzione dei 400 milioni di dollari del crack Ambrosiano (poi avvenuta nel 1984).

Fassoni Accetti alcuni riscontri sulla sua conoscenza dei fatti li ha già forniti. Altri sono al vaglio dei magistrati, a partire dalla «materia» che meglio conosce: le telefonate. Il primo uomo misterioso che contattò casa Orlandi il 25 giugno 1983, dicendo di aver incontrato Emanuela a Campo de' Fiori mentre vendeva collanine, «disse di chiamarsi Pierluigi, e non fu un caso - è la versione dell'indagato - Scegliemmo quel nome perché era lo stesso di un alto prelato, oggetto delle nostre attenzioni».
E l'Amerikano, l'uomo che telefonò la prima volta il 5 luglio, promettendo il rilascio di Emanuela in cambio di Agca? La sua voce, registrata dagli Orlandi su suggerimento della polizia, rimbalza da anni anche sul web.

E ora Fassoni Accetti rivela: «Quella dell'Amerikano era una parodia di Macioce, un'imitazione». Così Marcinkus era avvertito.Thomas Macioce, avvocato, presidente della Allied Stores Corporation di New York, nonché Supremo cavaliere di Colombo, la più grande organizzazione cattolica di beneficenza negli Stati Uniti: perché tirarlo in ballo? Che peso e poteri aveva nel torrione dentro le Sacre mura? Ricostruire il contesto non sarà facile. Di certo Macioce diventò consigliere d'amministrazione della banca vaticana nel 1989, quando si chiuse l'era Marcinkus. Ma restò poco ai vertici: morì di leucemia l'anno seguente.

«Cultura anglosassone; livello intellettuale elevatissimo; conoscitore della lingua latina; appartenente, o inserito, nel mondo ecclesiale»: questo è l'identikit che dell'Amerikano fece Vincenzo Parisi, il vicecapo del Sisde. Coincidenze? Quella voce, da 30 anni, rappresenta uno dei misteri più inquietanti, l'inafferrabile enigma, lo snodo principale del giallo. Soluzione vicina?

Fabrizio Peronaci
fperonaci@rcs.it10 maggio 2013 | 9:34

Da Mattei a Di Nella i morti dimenticati della destra

La Stampa

La “guerra civile” tra giovani di destra e di sinistra ha inizio nei primi anni Settanta. Per quaranta anni è come se fossero restati dei morti di “serie B”

fabio martini
roma

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Per quaranta anni è come se fossero restati dei morti di “serie B”. A lungo i giovani di destra caduti negli scontri di strada degli anni Settanta sono stati considerati - nell’immaginario collettivo della sinistra e di tanta stampa indipendente - come dei picchiatori che se la cercavano. Negli anni di piombo anche tanti militanti di sinistra caddero, ma mentre i compagni quasi sempre erano le “vittime”, i camerati sono passati alla storia come i carnefici: una lettura manichea sui terribili anni di piombo che ora, sia pure indirettamente, viene rivisitata e superata dalle parole del Capo dello Stato sui fratelli Stefano e Virgilio Mattei, i militanti dell’Msi morti nella loro casa di Roma per effetto di un rogo appiccato da un drappello di estremisti di sinistra.

Tra il 1972 e il 1983 venti giovani camerati, missini o vicini all’Msi, vengono assassinati, raramente per effetto di aggressioni promosse dalla destra, più spesso perché attaccati e uccisi da colpevoli che, talora, hanno finito per farla franca. La “guerra civile” tra giovani di destra e di sinistra ha inizio nei primi anni Settanta: dopo aver vissuto per 25 anni in un ghetto separato da tutto e da tutti, l’Msi diventa un bunker assediato: sezioni attaccate (i compagni le chiamavano covi fascisti), ma anche cortei che si trasformavano in guerriglie urbane, agguati, spranghe che menavano botte micidiali, stragi. Una lunga striscia di sangue che inizia il 7 luglio del 1972, sul lungomare di Salerno: al termine di una rissa scoppiata per caso Carlo Falvella viene colpito al petto, aorta recisa.

Il suo cognome finisce per entrare in un terribile slogan del Movimento del 77: «Tutti i fascisti come Falvella, con un coltello nelle budella». Il 16 aprile 1973 i fratelli Mattei muoiono, nel rogo scatenato dai compagni di Potere operaio che volevano intimidire il papà di Stefano e Virgilio, che era segretario dell’Msi in un quartiere popolare di Roma, la borgata di Primavalle, fatta realizzare tanti anni prima da Mussolini ma che stava diventando di sinistra. Una lunga striscia di sangue che quasi sempre ha come scenario Roma, ma anche Padova, Pavia. 

E Milano: il 29 marzo del 1975 la vittima è un ragazzo milanese di 18 anni, dai capelli lunghi: Sergio Ramelli. Luca Telese, nel suo “Cuori neri”, libro bello e fortunato dedicato ai delitti dimenticati degli anni di piombo, lo racconta così: «Sergio era riuscito a restare refrattario al furore ideologico del suo tempo» e nei «suoi ultimi giorni c’è qualcosa di stoico», «malgrado il moltiplicarsi delle minacce» e delle aggressioni: «a scuola lo insultano e lo prendono a calci», «incredibilmente non si lamenterà con i camerati», «terrà all’oscuro la famiglia. Fino a quando una sera, sotto casa, appena posato il motorino, due killer lo finiscono a colpi di chiave inglese.

Undici anni di delitti che in qualche modo formarono una generazione di futuri dirigenti politici. Ai funerali dei fratelli Mattei erano diventati amici due giovani camerati, che si chiamavano Gianfranco Fini e Maurizio Gasparri. Gianni Alemanno era diventato il miglior amico di Paolo Di Nella, l’ultimo giovane di destra assassinato nel 1983; un giorno Francesco Storace vide un proiettile forare il tabellone sul quale stava per attaccare un manifesto. In quegli anni nacque una comunità che, proprio perché cementata dal dolore e dal sangue, sembrava indissolubile. Una storia che si è simbolicamente spenta due giorni fa nello studio di un avvocato, col mesto scioglimento del Fli, raccolto a quel Gianfranco Fini che per un ventennio è stato il capo carismatico di una comunità che non c’è più.

Il contribuente sbaglia in dichiarazione? Può correggere l’errore

La Stampa


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La Cassazione (sentenza 10647/13) ha esaminato la questione relativa all’impugnazione di una cartella esattoriale:  nel caso in oggetto il contribuente ricorre per una cartella liquidata relativa all’IRAP dell’anno 2004, censurando la decisione dei giudici di merito sotto diversi aspetti; la Cassazione accoglie il ricorso ribadendo alcuni principi importanti in materia. Il contribuente che abbia commesso un errore a suo danno nella compilazione della denuncia dei redditi può emettere una dichiarazione correttiva e non è tenuto a seguire la procedura di rimborso; la correzione è possibile anche in sede di impugnazione di una cartella di pagamento, emessa in base alla dichiarazione del contribuente, non essendo di ostacolo il limite secondo cui la cartella sarebbe impugnabile solo per vizi propri. Infatti, nel caso, non si evidenzia il vizio della cartella ma l’errore del contribuente, nonché, l’esigenza del rispetto del principio della capacità contributiva e della obiettiva legalità dell’azione amministrativa.

Fonte:
http://fiscopiu.it/news/il-contribuente-sbaglia-dichiarazione-pu-correggere-l-errore

Diretta sulle nozze di Valeria Marini, il vice di Raiuno rischia il posto

Corriere della sera

Critiche al responsabile di «Domenica In» Daniel Toaff per la trasmissione del matrimonio sulla televisione pubblica

ROMA - Quella diretta nuziale su Valeria Marini sposa di maggio, celebrata domenica scorsa su Raiuno, a Domenica In, non ha affatto intenerito gli animi dei piani alti di viale Mazzini. Che da subito avevano fatto trapelare da lassù il proprio disappunto per quell'insolita forma di servizio pubblico ai fiori d'arancio.

Dopo un matrimonio adesso infatti già si parla di divorzio. Tra l'azienda e il vicedirettore di Raiuno, Daniel Toaff, responsabile della programmazione pomeridiana della rete e quindi anche di quel reportage dagli scalini dell'Ara Coeli, trasmesso nello spazio di Lorella Cuccarini, che a molti è sembrato inopportuno, interminabile e pure un po' cafone. I primi a protestare sono stati alcuni consiglieri della Rai, ma decisiva è stata l'irritazione del direttore generale Luigi Gubitosi che avrebbe deciso di rimuovere il funzionario a tutta velocità. Intanto mettendolo in ferie. E poi provvedendo ad accompagnarlo entro un mese alla pensione. Toaff, che ha 64 anni, e lavora in Rai dal 1976, in teoria potrebbe rientrare infatti nella lista dei 600 dipendenti che verranno incentivati ad andare a casa entro fine giugno. L'interim verrebbe affidato a Maria Pia Ammmirati, uno degli altri vice di Giancarlo Leone.


Matrimonio della Marini (08/05/2013)

Non è stato tanto l'episodio, peraltro increscioso, della bestemmia che è scappata ad un operatore nel bel mezzo delle riprese, a fare chiedere alla Rai l'immediata «separazione» dal suo alto funzionario, quanto proprio l'idea di concedere tutto quello spazio - una quarantina di minuti pause comprese - ad un evento non proprio di prima scelta (costretti ad accontentarsi degli scampoli, visto che l'esclusiva se l'era aggiudicata il settimanale Chi ). E soprattutto non in linea con l'immagine e il target di Raiuno, che per lo stesso motivo, è noto, ha deciso di chiudere bruscamente anche la longeva collaborazione con Miss Italia, cancellata dai palinsesti, senza preavviso, dopo 25 anni.

Rai: bodyguard di Valeria Marini bestemmia in diretta (06/05/2013)

Ma, a chiedere lumi qui e là, non sono pochi, in azienda, a sospettare che l'allontanamento di Toaff, che da venti anni e più si occupa della Vita in Diretta (va detto, con ottimi risultati di ascolto) ed è vicedirettore della prima rete dal 2009, sia stato deciso per liberare una posizione chiave. E che quello del matrimonio che non s'aveva da trasmettere sia un pretesto per recuperare una casella che può tornare comoda, specie di questi tempi. E si fa notare che il servizio in questione, non dissimile da tanti altri passati senza scandali, è durato 13 minuti netti, preceduto da un lungo dibattito sui problemi dei pensionati nello spazio di Massimo Giletti, e incastonato in un capitolo più ampio sulle nozze d'oro e d'argento. Una scaletta che sarebbe stata approvata senza contestazioni.


L'Edicola di Fiorello: ironia sulle nozze di Valeria Marini (06/05/2013)

Pare che oggi, massimo domani, a Daniel Toaff (figlio dell'ex Rabbino Capo di Roma Elio Toaff), che fino a ieri era regolarmente nel suo ufficio di via Teulada, verrà recapitata la lettera con cui la Rai lo mette in ferie. Chi lo conosce, anticipa che non mollerà senza lottare, convinto di essere stato trattato ingiustamente da un'azienda a cui ha dato tanto. E, come si dice a Roma, di essere stato «messo in mezzo» per ben altri calcoli.

Giovanna Cavalli
10 maggio 2013 | 9:12

Buco Inpdap, che qualcuno intervenga sulla voragine

Corriere della sera

Il tempo stringe, dice la Corte dei Conti, perché tra poco mancherà la “liquidità indispensabile a gestire la stessa correntezza delle prestazioni”. Ovvero mancheranno i soldi per pagare le pensioni.


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Da quando l’Inpdap, l’Ente di previdenza dei lavoratori pubblici, è entrato a far parte dell’Inps, il suo patrimonio si è più che dimezzato passando dai 41, 3 mld di euro del consuntivo 2011 ai 25,2 mld del preventivo assestato 2012 e ai 15, 4 del bilancio preventivo 2013. Tanto è grave la situazione da far scrivere al magistrato della Corte dei Conti: “ (l’) azzeramento dell’avanzo patrimoniale in un triennio (va) a incidere sulla liquidità indispensabile a gestire la stessa correntezza delle prestazioni”.

Vale a dire sono a rischio le pensioni. Ma non ci avevano detto che dopo le tre o quattro riforme pensionistiche - Dini, Maroni, Fornero - la sostenibilità del sistema pensionistico italiano era in una botte di ferro? La colpa di tutti i mali, si sa, per molti italiani sono gli impiegati pubblici. Lavorano poco, sono assenteisti e spesso inefficienti, in pratica “rubano” lo stipendio e ora anche le pensioni. Almeno da quando l’Inpdap, - l’Istituto di previdenza di ministeriali, militari, insegnanti, ospedalieri, ferrovieri, dipendenti di regioni, province e comuni -, è confluito nell’Inps. Confluenza o meglio dissolvenza dell’Inpdap dentro l’Inps, decisa dal governo tecnico Monti e motivata da una parte con la necessità dell’ennesimo ritocco della riforma delle pensioni stavolta targata Fornero, dall’altra con il decreto SalvaItalia che con l’accorpamento mirava a risparmiare alcune decine di milioni di gestione.

È stato così creato SuperInps, un colosso mondiale di previdenza e assistenza che gestisce un terzo degli italiani, tra pensioni, invalidità, cassaintegrazioni e prepensionamenti. Dopo quello dello Stato italiano il bilancio dell’Inps è il primo in assoluto. Tanto grande che per alcuni i due bilanci si mischiano un po’ troppo. A capo di questo impero il dottor Antonio Mastrapasqua, commercialista dagli innumerevoli incarichi, nominato nel 2008 dal governo Berlusconi prima come Commissario incorporante le funzioni dell’abolito Consiglio di Amministrazione e poi Presidente, e anche stavolta di un CdA inesistente. Una situazione che da anni la Corte dei Conti stigmatizza come insostenibile, ma talmente inascoltata che alla scadenza del mandato, il 31 dicembre 2012, il governo Monti si è affrettato a prorogare il dottor Mastrapasqua.

“La verità”, ci dice Rocco Carannante, consigliere del Civ, il Consiglio di Indirizzo e Vigilanza dell’Inps “è che lo Stato da qualche anno usa l’Inps come cassa”. Il Civ è l’organo di indirizzo politico dell’Ente, che ha senso se l’interlocutore è un Consiglio di amministrazione che gestisce le scelte, “ma se al posto del CdA c’è un governo monocratico che agisce a suon di determine il sistema duale è fallito. Se pure il Civ dovesse non approvare il Bilancio l’ultima parola è sempre del Ministero del Lavoro che lo approverebbe, dunque il Civ è inutile.”

Cattura  Video

Parole pesanti quelle del rappresentate Uil in seno al Civ, l’unico, insieme al collega sempre della Uil, che ha votato contro l’approvazione del Bilancio 2013. E qui torniamo all’Inpdap. Un anno e mezzo fa, quando l’Inpdap fu messa di peso dentro l’Inps, sia il Presidente Mastrapasqua che la Ministra del Lavoro Fornero dissero che i conti erano noti e che tutto era sotto controllo. Appena 10 mesi dopo, il 4 ottobre del 2012, nella relazione al primo assestamento di bilancio 2012, il Civ scrive che l’Inpdap ha un buco di 13 mld, che il buco cresce e che si sta mangiando patrimonio dell’Inps. Perché quel buco? E chi sapeva?

Rocco Carannante: «Fino al 1996 non esisteva una Cassa previdenziale per i dipendenti pubblici e le pensioni venivano pagate direttamente dal ministero del Tesoro. Con la riforma Dini, viene Istituita anche per il Pubblico impiego una cassa, l’Inpdap, a quel punto il Tesoro» spiega Carannante, che è stato a lungo anche consigliere Civ dell’Inpdap «avrebbe dovuto fornire all’Inpdap tutti i contributi passati a carico del datore di lavoro, cioè lo Stato, e continuare a versare i nuovi contributi, calcolo che però non fu mai fatto. Praticamente all’Inpdap di certo entravano solo i parte di contributi a carico dei lavoratori».

Massimo Briguori viene dall’Inpdap, è sindacalista Usb: “Quando l’Inpdap doveva far fronte a esigenze di cassa, chiedeva i soldi al Tesoro, che li dava come anticipazioni, ovvero risultavano come prestiti dello Stato, che l’Inpdap doveva restituire. Per il Tesoro erano un credito e per l’Inpdap un debito”. Insomma un artificio contabile che spostava debito dallo Stato all’Inpdap. “Senza contare il blocco del turn over nel pubblico impiego” racconta Ettore Davoli, Cobas Inpdap, “che insieme alle privatizzazioni di servizi e funzioni hanno prodotto il risultato che i pensionati aumentavano ma diminuivano i lavoratori attivi che pagavano i contributi.”

Tutti e tre sono d’accordo: il dissolvimento dell’Inpdap dentro l’Inps doveva servire a risolvere il buco dell’Inpdap facendolo pagare ai lavoratori del privato. Ma ora che anche l’Inps ha bruciato quasi tutto il suo patrimonio cosa accadrà? Se lo Stato pagherà per ripianare il disavanzo dell’Inpdap - che il Civ ha calcolato in 23 mld di euro - aumenterà il suo debito, se non lo farà sarà a rischio la tenuta della sostenibilità del sistema pensionistico.


Piero Riccardi, Ernesto Pagano
10 maggio 2013 | 8:40

La nostra «ombra» digitale: quanto è grande e come possiamo difenderla?

Corriere della sera
di Maria Strada

Quante tracce lasciamo in rete navigando? Quanto è grande l’ombra di informazioni che emaniamo, e che resta sui vari siti anche quando spegniamo pc e telefonino?



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Per trovare una risposta è possibile andare su MyShadow (la mia ombra, appunto) e verificare. Nella sezione «Trace», senza registrazione e con pochi click, selezioniamo come ci connettiamo a internet (con un Pc, con un Mac, con il cellulare e di che tipo, se usiamo Facebook, Google, Twitter o altro, se navighiamo solo dal lavoro o anche da casa). Si ottiene un risultato articolato in tre sezioni: i miei apparecchi, i miei account e i miei dati.

Così scopriamo quante  informazioni, solo connettendoci, forniamo alla Rete. Per esempio, io mi connetto da casa con un laptop, e ho uno smartphone  con Windows. Automaticamente, cedo informazioni sulle applicazioni preinstallate e sui loro numeri seriali. O con un atto volontario, visto che sono utente di Twitter, dei servizi della «big  G» e ogni tanto acquisto qualcosa online, e che mi connetto anche dall’ufficio, io fornisco (volontariamente) il mio numero di carta di credito, e meno consapevolmente due o tre indirizzi ip diversi,  con luoghi diversi, svariate email.

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L’obiettivo di Myshadow è quello di rendere l’utente consapevole di cosa comportino certe abitudini in rete. Quindi ogni voce dei risultati è cliccabile e porta a suggerimenti specifici e agli ultimi articoli sull’argomento. E offre una buona collezione di tool che ci possono insegnare a navigare più sicuri e protetti. In pratica, a come mettere «a dieta» la nostra ombra di byte.

Il problema della privacy da smartphone, poi, è stato analizzato – almeno per quanto riguarda Apple e Android – anche dal Wall Stret Journal. Che ha studiato 101 applicazioni. Risultato, almeno per quanto riguarda gli iPhone: solo quattro app sono completamente neutre (Bump, la torcia elettrica, Ilovebeer e Perfect Photo). Altre, come Angry Birds, trasmettono a terze parti nome utente e password, lista contatti, posizione dell’utente e id del telefono. Non poco.


CatturaRovio, la casa produttrice del gioco, sostiene che i dati vengono inviati a una piattaforma di analisi per poter comprendere meglio i desideri degli utenti e per migliorare il prodotto. Ma la presenza della rubrica tra gli elementi condivisi crea un potenziale problema di privacy. Per carità, gli utenti hanno accettato tutto nelle regole del contratto. Ma i contatti non necessariamente.
Su Facebook, sui social network in genere, sono archiviate le informazioni che ci sono state chieste in sede di registrazione, quelle che scegliamo noi di condividere, e anche quelle che i nostri amici decidono di inserire per nostro conto. Sono memorizzate le nostre ricerche, i dati di condivisione delle foto e dei video (per la funzione di geolocalizzazione). Una mole di nostri dati, un’ombra gigantesca, che con MyShadow è forse possibile riportare un po’ sotto controllo.

Abercrombie non vuole clienti grassi nei suoi negozi»

Corriere della sera

Un libro accusa il presidente del marchio Usa: «Vuole sono persone magre e belle»

 CatturaCare signore: se la vostra taglia è quella large, o addirittura extralarge, pensateci due volte prima di mettere piede in un negozio Abercrombie & Fitch. Il motivo? Non sareste le benvenute. Oltretutto, sugli scaffali della catena di abbigliamento statunitense non trovereste vestiti della vostra misura. È la filosofia dell'a.d., Mike Jeffries, che «non vuole persone grasse nei suoi negozi». Gli uomini sono un'eccezione, se palestrati.

INSOFFERENZA - La marca di abbigliamento statunitense Abercrombie & Fitch è finita in questi giorni al centro di numerose discussioni nei blog di moda, sui forum e social network. Che la collezione femminile non vada oltre la taglia L è da tempo motivo di insofferenza di molte clienti. Ora, tuttavia, si è scoperto anche il motivo perché la catena di abbigliamento - che ha colonie di adoratori anche da noi - rinuncia alle taglie più grandi. A quanto sembra Mike Jeffrey, 68 anni, attuale presidente e amministratore delegato dal 1992, «non vuole che i suoi clienti vedano donne che non possano indossare i suoi abiti stretti e modellati».

I «COOL» (E GLI «UNCOOL») - È davvero poco lusinghiero ciò che riporta l’autore Robin Lewis nel suo libro «The New Rules of Retail» (tradotto: «Le nuove regole della vendita al dettaglio») a proposito del capo di Abercrombie. Al portale economico Business Insider ha raccontato che «Mike Jeffries vuole vedere solo persone magre e belle nei suoi negozi». Se Abercrombie non contempla le taglie al di sopra della 44 (media), la concorrenza - H&M in primis - offre da diverso tempo una collezione a misura delle clienti fino alla 46. Lo stesso fa American Eagle che arriva addirittura alla XXL. Il concetto di Jeffrey è molto semplice: sono benvenute solo le persone che sono effettivamente sexy nei capi Abercrombie. In altre parole, sottolinea Lewis: «Coloro che indossano la sua moda devono sentirsi come se appartenessero ai "ragazzi fighi"». «Uncool» per Abercrombie sono apparentemente solo le donne con quale chilo di troppo. Tale concetto, infatti, non vale per gli uomini. I capi maschili arrivano fino alla taglia XXL, «probabilmente per attirare i giocatori di football e gli sportivi pieni di muscoli», scherza Lewis.

STRATEGIA - La strategia di Abercrombie è stata già in passato accusata di essere «discriminatoria»: nel 2006, in un’intervista col magazine online Salon, lo stesso a.d. spiegava che «in ogni scuola ci sono i ragazzi fighi e popolari, e poi ci sono i bambini non così "cool". E, dovendo essere sinceri, noi ci occupiamo dei ragazzi fighi, quei ragazzi attraenti che hanno un certo tipo di atteggiamento e con un sacco di amici. Molte persone, semplicemente, non entrano nei nostri vestiti e non ci entreranno mai. Escludiamo della gente? Certamente».

FLESSIONI - Il credo del sex appeal è diventata un’ossessione solo negli ultimi anni per il marchio, nato nel 1892 come rivenditore di abbigliamento sportivo ed escursionistico. Nel marzo dello scorso anno aveva fatto scalpore la diffusione di una mail interna che rivelava la politica aziendale: per i commessi mezzi nudi del negozio milanese di corso Matteotti gli errori sul lavoro si pagano con dieci piegamenti, sulle braccia per gli uomini e sulle gambe per le donne. A fronte di tutte le critiche i negozi in tutto il mondo continuano ad attirare ogni giorno centinaia di clienti. E a Wall Street Abercrombie & Fitch ha chiuso l’ultima volta a più 6%. Assieme ai marchi Hollister, Gilly Hicks e Abercrombie kids la società conta nel frattempo oltre 1000 filiali in tutto il mondo.

Elmar Burchia
9 maggio 2013 | 17:41