giovedì 9 maggio 2013

Forza Nuova: «Kyenge torna in Congo» A Macerata insulti contro il ministro

Corriere della sera

La scritta razzista comparsa davanti alla sede locale del Pd

«Kyenge torna in Congo». Questa la scritta apparsa davanti alla sede del Pd, in via Spalato a Macerata, firmata dai militanti di Forza Nuova. L'attacco razzista contro il ministro per l'Integrazione da parte del movimento di estrema destra arriva dopo la proposta del senatore Mario Morgoni di concedere la cittadinanza onoraria a Cecile Kyenge. Un modo per sostenere la proposta, avanzata di Kyenge, di introdurre in Italia una legge per il riconoscimento della cittadinanza italiana ai figli di genitori stranieri che vivono e lavorano in Italia. Il cosiddetto «ius soli».

CONTRO IL MINISTRO - «Le recenti dichiarazioni del ministro della (dis)integrazione, che si è vantata di essere arrivata clandestinamente in Italia elogiando la poligamia - si legge nel comunicato di Fn di Macerata -, una pratica avulsa alla nostra tradizione e altamente lesiva della dignità della donna, ci portano a ribadire la più totale contrarietà di Forza Nuova allo ius soli». Le parole dei militanti di Fn fanno eco anche a quelle dell'eurodeputato della Lega Nord Mario Borghezio che nei giorni scorsi aveva dichiarato: «Questo è un governo del bonga bonga, vogliono cambiare la legge sulla cittadinanza con lo ius soli e la Kyenge ci vuole imporre le sue tradizioni tribali, quelle del Congo. Lei è italiana? Il Paese è quello che è, le leggi sono fatte alla cazzo...».

IL PD:«SPREGEVOLE»- Immediata la risposta del Pd. «Forza Nuova va oggi ben oltre ogni forma di razzismo e di inciviltà. Lo striscione volgare di insulti al ministro Kyenge e il comunicato che lo accompagna rievocano il lato peggiore del fango dell'ideologia totalitaria - ha detto il presidente dei senatori del Pd Luigi Zanda - L'episodio di questa mattina è semplicemente spregevole e meschino».

La scritta di Forza Nuova davanti al Pd di Macerata (Ansa)

La scritta di Forza Nuova davanti al Pd di Macerata (Ansa)

INSULTI RAZZISTI - Nelle ultime settimane si sono moltiplicati gli insulti razzisti contro Cecile Kyenge anche sul web. «Attacchi razzisti inaccettabili, ma purtroppo già sperimentati sulla propria pelle da molti stranieri in Italia , tra i quali tanti medici», aveva commentato Foad Aodi presidente dell'Amsi (Associazione medici stranieri in Italia). Contro gli insulti razzisti al ministro anche una nota del vicepresidente del Senato Maurizio Gasparri che ha espresso, a nome della presidenza di Palazzo Madama, in particolare «ferma condanna» contro le «frasi razziste» pronunciate anche da Borghezio.

Redazione Online9 maggio 2013 | 12:41

Uno smartphone in Braille per chi non vede

Corriere della sera

Ideato da un designer indiano, per ora è un prototipo: sarà in commercio entro fine anno

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MILANO - Uno smartphone in Braille che permetterà a chi è cieco o ipovedente di "leggere" testi e immagini sul telefonino e fare chiamate in completa autonomia. Il nuovo cellulare, che per ora è un prototipo, dovrebbe essere in commercio entro fine anno. Gli ultimi test sono in corso al Prasad Eye Institute in India, dove risiede un quinto di tutti i ciechi nel mondo. L’invenzione, infatti, è di un designer indiano, Sumit Dagar, che tre anni fa ha deciso di progettare il "Braille Smartphone" perché il mercato della telefonia ignora gli utenti non vedenti. Ma come funziona? Grazie a un’innovativa tecnologia touch screen converte parole e immagini nel linguaggio che porta il nome dell’ inventore, il francese Braille, divenuto cieco all’età di tre anni in seguito a un incidente.

TESTI E IMMAGINI 3D - Lo smartphone trasforma le informazioni sullo schermo, proiettandole sulla superficie. Le immagini diventano tridimensionali e lo stesso accade per i testi, che assumono la forma di bassorilievi in Braille. Lo schermo è composto da una griglia di punti, come i pixel: si solleva in base al contenuto da visualizzare. Nella parte bassa del dispositivo ci sono i classici tasti: "chiama", "accendi", "cancella", "seleziona" . Per comporre i numeri di telefono compare sullo schermo un tastierino numerico ed è disponibile una tastiera qwerty come quella dello smartphone tradizionale.

IL COMMENTO - «Le modifiche fisiche di superfici di materiali piezoelettrici, mediante impulsi elettrici, sono utilizzate da circa vent’anni per far emergere i punti della scrittura braille da righe di speciali display che così riproducono ciò che è scritto sullo schermo del computer - spiega Giulio Nardone, presidente dell’Associazione disabili visivi -. Nel caso dello smartphone, è lo stesso schermo che ha la capacità di creare sporgenze percepibili al tatto».

RIVOLUZIONE? - Si apre dunque un mondo nuovo per chi non vede? Nardone è cauto. «Oggi noi ciechi utilizziamo il cellulare servendoci del sintetizzatore vocale che legge tutto ciò che appare sullo schermo - dice -. Anche quando si cammina per strada, per esempio, è possibile parlare al telefono con l’auricolare o ascoltare i messaggi, lasciando l'apparecchio in tasca e reggendo una borsa con una mano e il bastone bianco nell'altra. Non riesco ancora a immaginare i vantaggi sotto il profilo pratico - osserva il presidente dell’Associazione disabili visivi -. Per esempio, un sms di 20 parole, che la voce legge in 5 secondi, occuperebbe almeno 3 schermate del display e ci costringerebbe a usare entrambe le mani, una per reggere l'apparecchio, l'altra per scorrere con i polpastrelli le righe Braille».


Maria Giovanna Faiella
9 maggio 2013

Rivoluzione in arrivo per la Coca-Cola Per la prima volta cambierà il logo

Il Mattino


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La storia di Coca-Cola è ricca di momenti da ricordare e oggi, 8 maggio 2013 - data del 127° anniversario della bevanda più famosa al mondo - si appresta a diventare uno di questi. Per la prima volta, grazie al progetto "Condividi una Coca -Cola", il celebre logo sarà sostituito dai nomi di battesimo, dai nomi generici e dai modi di dire più diffusi e popolari tra gli italiani. Con 350 milioni di bottiglie e lattine - prodotte nei 7 stabilimenti italiani Coca-Cola - "Condividi una Coca-Cola" è infatti la prima e più imponente campagna di personalizzazione mai realizzata. Per il mercato europeo un'iniziativa di questa portata e rilevanza è una novità assoluta.

Da maggio ad agosto 2013 sulle bottiglie e lattine di Coca-Cola, Coca-Cola light e Coca-Cola Zero, campeggeranno i 150 nomi propri più diffusi in Italia (da Alessandra a Valentina, da Andrea a Stefano), ma non solo…. Protagonisti anche i nomi generici («mamma», «amico», «il prof», «la squadra») e i modi di dire più comuni e popolari tra il pubblico di giovani consumatori (come: «Lo Zio», «il Socio» ,«il Fenomeno» , «la Vip», «la Stilosa», «il Genio»).

«L'idea nasce dal desiderio di essere sempre più vicini al nostro pubblico e diventare, sempre più, la bevanda di tutti - afferma Fabrizio Nucifora, Direttore Marketing Coca-Cola Italia -. Attraverso Condividi una Coca-Cola vogliamo infatti ringraziare chi da sempre ama il nostro brand e i suoi prodotti, perchè sono proprio i nostri fan i veri protagonisti ed artefici del successo dell'azienda».L'obiettivo è quello di incoraggiare i consumatori italiani a condividere un «momento Coca-Cola», all'insegna dell'allegria e della felicità, con amici e persone care.

Il gioco della prossima estate sarà quindi quello di ricercare, nei punti vendita, la confezione di Coca-Cola personalizzata con il proprio nome, ma anche quella con il nome o soprannome del miglior amico, del proprio amore… Per condividere con «lui/lei» la bevanda più amata della storia.

giovedì 9 maggio 2013 - 09:09

The BOBs: scelti i migliori progetti di attivismo online

La Stampa

traduzioni di e. intra e s. gliedman


Dopo due giorni di appassionante dibattito, la giuria di  The BOBs , composta da 15 persone tra blogger, giornalisti ed esperti di comunicazione, ha reso note le proprie scelte nelle categorie multilingue. Mentre oltre 94.000 netizen hanno votato online nelle 34 categorie complessive - nella nona edizione del concorso internazionale per i migliori blog dedicati all'attivismo online curato dal gruppo editoriale tedesco Deutsche Welle.


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I progetti in lizza erano oltre 4.200 e nelle candidature si è tenuto conto, fra l'altro, dell'iniziativa complessiva su cui poggia il blog, della sua attuazione e della rilevanza per la società in generale, dell'impegno continuo, della trasparenza e autenticità. Ecco il riepilogo dei risultati finali.

Miglior blog
Quest’anno il primo premio va a Li Chengpeng, giornalista e microblogger cinese. Ad assicurargli la vittoria è stato il blog personale di Li Chenpeng  李承鹏博客 seguito da più di sette milioni di persone, per lo più giovani utenti Sina Weibo. Li Chengpeng è diventato un simbolo del movimento anticensura cinese. Durante un tour per la presentazione di un suo libro le autorità gli avevano vietato di parlare ai fan, per timore che la folla di giovani a caccia di autografi si potesse trasformare in una protesta politica di massa. Li Chengpeng aveva allora indossato una mascherina chirurgica e mostrato una maglietta con la scritta “Vi amo tutti”, due oggetti diventati poi il simbolo della protesta per milioni di cinesi. “È un importante esempio per le giovani generazioni, le stimola a impegnarsi socialmente e a battersi per le proprie idee".

Miglior attivismo sociale
Premiata l’iniziativa 475, che prende il nome da una legge marocchina che consente agli stupratori che sposano le proprie vittime di evitare la condanna. La campagna è cominciata dopo il suicidio di Amina, sedicenne costretta a sposare il suo aggressore. “Il premio è andato all’iniziativa del Marocco, ma credo che il problema della violenza contro le donne sia ovunque: in India, come sappiamo, in Bangladesh, nei Paesi dell’ Asia sudorientale, nell’America del Sud”, commenta Claire Ulrich, membro della giuria. “In questo caso si vede come nel tentativo di fare giustizia siano le donne, e spesso le adolescenti, a pagare ulteriormente il prezzo dei crimini altrui.”

Miglior innovazione
FreeWeibo.com merita il premio perché mette in circolazione quello che viene censurato dalle autorità cinesi. censura su Sina Weibo. Oltre all'accesso è senza restrizioni, vengono salvati e condivisi i post cancellati. “La censura sistematica è uno dei problemi più grossi nella Cina contemporanea,” spiega uno dei confondatori, Hu. “Solo esponendola la gente sarà in grado di combatterla”.

Premio Reporter Senza Frontiere
La collaborazione tra i Bobs e Reporter Senza Frontiere ha portato alla creazione di un premio speciale rivolto ai progetti online che si impegnano nella promozione della libertà d'espressione. La vincitrice di quest'anno è Fabbi Kouassi, blogger e attivista del Togo. Il suo blog riporta le violenze perpretate dalla polizia contro i giornalisti nel Paese e comunemente ignorate dai media internazionali. "Fabbi difende la libertà di espressione con estrema convinzione e richiama l'attenzione sulla precaria situazione che si trovano a dover affrontare i giornalisti in Togo", sostiene Christian Mihr, direttore di Reporter Senza Frontiere in Germania.

Premio Global Media Forum
Al centro del Global Media Forum organizzato da Deutsche Welle -- previsto dal 17 al 19 Giugno a Bonn con annessa premiazione ufficiale dei vincitori di The BOBs -- ci saranno le sfide dell'economia globale. Ad aggiudicarsi il premio è stato il progetto Infolady, che in Bangladesh fornisce alle donne un telefono cellulare in grado di connettersi a Internet e una bicicletta, con la quale queste possono spostarsi fino alle zone rurali per rispondere alle domande dei residenti sui temi di salute, agricoltura e sviluppo. Essendo ben pochi i medici presenti nelle zone frequentate regolarmentele dalle donne di Infolady, spesso loro rappresentano l'unica forma di consulenza medica disponibile per chi vive in queste aree remote -- e quando incontrano qualche ostacolo alle "infoladies" basta contattare un team di esperti pronti ad aiutarle ovunque si trovino. "È un progetto rivoluzionario che aiuta a ottenere informazioni salva-vita per i più poveri del Bangladesh", spiega un altro membro della giuria, il bengalese Shahidul Alam.

Il blog più creativo e originale
Quanti piccoli dati lasciamo in giro navigando online? È questa la domanda a cui vuole rispondere il progetto Me and My Shadow. Il sito propone un approccio divertente mirato a evidenziare le tracce che lasciamo quando facciamo acquisti, navighiamo e pubblichiamo materiali su Internet. L'iniziativa offre inoltre suggerimenti su come modificare le proprie impostazioni sulla privacy, proprio per evitare di lasciare in giro troppe informazioni personali. " Me and My Shadow non solo presenta in maniera assai giocosa e visivamente coinvolgente le modalità per consentire di scoprire le tracce digitali che lasciamo senz'accorgercene nelle varie attività online, ma offre anche soluzioni per stare in guardia", conclude Georgia Popplewell. 

Mio padre e Berlino

La Stampa

yoani sanchez



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Dalla finestra odo il rumore di un treno che passa. A Berlino si sente sempre fischiare un treno da qualche parte. Mi affaccio e scorgo una realtà ben diversa da quella vista da mio padre in quel 1984 quando giunse per la prima volta in questa città. 

Macchinista di treni, si era guadagnato -grazie a ore volontarie e molto lavoro - un viaggio verso il futuro. Sì, perché a quel tempo la RDT rappresentava l’orizzonte che molti cubani un giorno o l’altro speravano di raggiungere. Per questo motivo a quel conducente di locomotive con le mani sporche di grasso, dettero anche un buono perché potesse comprare qualche vestito prima di andare in Europa. Gli toccò un completo giacca e pantaloni, oltre a una valigia enorme dentro la quale io e mia sorella giocavamo a nasconderci. Arrivò in Germania Est che era pieno inverno e restò soltanto due settimane per una visita guidata, il cui obiettivo principale era quello di dimostrare ai fortunati viaggiatori i vantaggi del modello socialista. Mio padre tornò a Cuba convinto. 

In aeroporto, di ritorno, mostrava un sorriso luminoso e teneva un sacchetto in mano. Dentro c’erano un paio di scarpe per ognuna delle sue figlie, forse la cosa migliore ottenuta in quel viaggio. Inoltre c’erano i ricordi. Per anni ci ha raccontato il suo soggiorno nella RDT. Ogni volta aggiungeva nuovi dettagli, fino a trasformare quel viaggio quasi in una leggenda familiare da ascoltare ogni volta che ci riunivamo per festeggiare qualche ricorrenza. Al giorno d’oggi lo stupore di quel macchinista si riassume nel fatto che a Berlino aveva potuto sedersi in una caffetteria e chiedere qualcosa da bere senza fare una lunga coda, aveva comprato alcuni regali alle sue piccole senza mostrare una tessera del razionamento ed era riuscito a farsi una doccia calda nell’hotel dove alloggiava. Si era sorpreso per ogni piccola cosa. 

Adesso sono io che mi trovo a Berlino. E sto pensando che mio padre non riconoscerebbe questa città, non ci ritroverebbe quel luogo visitato in un anno così orwelliano come indicato da quella data. Di quel muro che la divida in due resta soltanto un pezzo da museo dipinto da alcuni artisti; l’hotel dove alloggiò probabilmente è stato demolito e il nome della donna che fungeva da traduttrice e che lo sorvegliava - perché non scappasse a occidente - non compare più sulla guida telefonica. Non esiste più neppure la valigia, le scarpe durarono solo un anno scolastico e le foto di colore arancione scattate in AlexanderPlatz sono state maneggiate così tante volte da non essere quasi più visibili. Tuttavia, sono sicura che quando tornerò a Cuba, mio padre cercherà di spiegarmi Berlino, dicendomi come entrò in una panetteria e come riuscì a mangiarsi una pasticcino senza presentare la tessera del razionamento. Sorriderò e gli darò ragione. Non è giusto distruggere dei sogni così a lungo accarezzati. 

Traduzione di Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

Offese alla Boldrini, il pm doppiopesista

Gian Marco Chiocci Patricia Tagliaferri - Gio, 09/05/2013 - 08:30

Palamara indaga sulle foto osé del presidente della Camera, ma archivia gli insulti no global a chi difende i poliziotti

C'è diffamazione e diffamazione. Dipende da che parte arriva la denuncia. Se a sentirsi offeso dal web è un comune mortale, che al massimo presiede un'associazione a tutela di poliziotti, allora insulti e minacce sono di fatto «autorizzati».


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Il discorso cambia se la vittima è un (presunto) simbolo dell'anticasta che dall'alto della sua carica istituzionale si comporta come i politici della Prima Repubblica, scatenando il finimondo alla Camera per una foto di un finta Boldrini nuda su Facebook, pretendendo 7 poliziotti per stanare chi ironizza in rete, licenziando i vertici della sicurezza che non si sono adoperati in fretta, facendo pressioni su ministri e vertici della polizia. Cambia parecchio, la storia, anche se a procedere è lo stesso pubblico ministero, già capo dell'Anm.

Per il pm romano Luca Palamara, la presidente dell'associazione «Prima Difesa», Simona Cenni, non ha infatti motivo di chiedere l'intervento della magistratura per la valanga di offese che le sono rotolate addosso dopo aver difeso due degli agenti coinvolti nella morte di Federico Aldrovandi a Ferrara. La sua denuncia merita di finire in archivio, mentre quella di Laura Boldrini è sfociata in uno spiegamento di forze senza precedenti conclusosi con l'incriminazione per diffamazione aggravata a mezzo stampa di un giornalista. Denuncia che aveva già dato il via a blitz nelle case di chiunque avesse osato condividere l'immagine.

Per Palamara, invece, i vari post oggetto della querela presentata dalla Cenni «alla luce del contesto nel quale sono inseriti, appaiono privi di carica offensiva». Secondo il pm, infatti, «in ragione delle caratteristiche della rete, anche i frequenti sconfinamenti dell'area propria del diritto di critica che vi si verificano non si traducono “automaticamente” in altrettante ipotesi di diffamazione ma richiedono uno specifico vaglio della loro valenza diffamatoria che porti a sceverare le critiche che, per le stesse modalità con cui sono formulate, si condannano da sole ad una sostanziale irrilevanza e ad una pratica inoffensività». E allora vagliamole queste critiche «non offensive» postate su Facebook, blog, quotidiani on line:

«Questa Cenni mi fa venire i conati di vomito». «Spero la violentino dei punkabbestia e che dopo facciano divertire anche i cani». E ancora: «Schifosa donna senza pudore», «maiala», «ti auguro ogni male del mondo», «merita le stessa fine, di morire...», «che tu possa non riuscire a portare a termine la gravidanza» e via così, oltre alla diffusione del suo numero di telefono personale. Per Palamara tutto ciò non merita approfondimenti. Del resto, scrive nella richiesta di archiviazione, «il pubblico dei navigatori di internet sa che, a differenza di quanto avviene nei media tradizionali, le notizie e i commenti non sono normalmente frutto dell'attività di professionisti e non sono soggetti ad un regime di controlli interni (...).

Il che si traduce in una minore autorevolezza ed in un minore affidamento “preventivo” da parte del pubblico sulla credibilità dei contenuti esposti». Per il gip Cinzia Parasporo, invece, gli approfondimenti servono eccome. Il gip, su opposizione dell'avvocato Eugenio Pini, ha infatti rigettato la richiesta di archiviazione di Palamara non condividendo l'assunto «dell'assenza di valenza diffamatoria» dei post e intimando alla procura di compiere nuove indagini, anche solo la metà di quelle che la Boldrini ha preteso per sè.

Scovare i criminali con un software

La Stampa

Analizza i dispositivi digitali e risolve crimini informatici
carlo lavalle


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Un software che analizza molto rapidamente i dispositivi digitali di un sospettato potrebbe dimostrarsi un efficace strumento per inchiodare i colpevoli e risolvere i crimini. 
E’ stato sviluppato da Maurice van Keulen , insieme ai suoi colleghi dell’Università di Twente a Enschede, in Olanda, e verrà presentato alla XIV Conferenza internazionale sull’intelligenza artificiale e il diritto (ICAIL) in programma a Roma (10-14 giugno 2013) presso la sede del Cnr sotto il patrocinio del Senato della Repubblica italiana.

Quando un criminale viene arrestato, computer, cellulari e altri dispositivi diventano importanti fonti per provare la sua colpevolezza. Ma analizzare tutti i dati – in genere un caso può includere diversi terabyte di informazioni -, richiede tempo e di solito funzionari appositamente formati. L’enorme mole di lavoro può far ritardare le indagini per settimane.

Il software di van Keulen, realizzato in collaborazione con la società Fox-IT di Delft, specializzata in soluzioni di cyberdifesa, sicurezza IT, intercettazioni legali e analisi forensi digitali, promette di abbreviare i tempi di ricerca e aiutare l’attività investigativa. Il programma, un plug-in del sistema chiamato Tracks Inspector, ideato per raccogliere e memorizzare centralmente le informazioni di un caso, consente di estrarre e correlare dati dai diversi dispositivi di un soggetto sotto inchiesta identificando i vari contatti. Grazie ad un algoritmo è possibile risalire ad un’identità scandagliando account di sistema, email, sms, rubriche e altri file di notevole dimensione. Il software permette di impostare modelli complessi di ricerca in grado di scoprire i diversi alias che corrispondono ad una stessa persona. 

Inoltre, è stato progettato con una interfaccia simile ad un browser per poter essere facilmente usato da un qualsiasi agente di polizia anche non dotato di particolari competenze informatiche. Mediante il supporto della tecnologia si cerca così di rafforzare la capacità delle forze dell’ordine di gestire la fase di acquisizione e valutazione delle prove, in una realtà che ha moltiplicato il volume delle informazioni in formato digitale, senza dipendere da informatici, inesperti in materia di attività penale. Il sistema ha già dimostrato di funzionare in un’indagine sul campo portata avanti dal Servizio di Investigazione Criminale Regionale di Arnhem. Cinque detective senza formazione specifica in scienza forense hanno sperimentato il programma in un caso di traffico di esseri umani.

Grazie alle identità che il software ha svelato, i poliziotti hanno potuto collegare i sospettati ad un’operazione di pornografia minorile, conferma Willem Leeflang, responsabile del team di Tracks Inspector. Maurice van Keulen intende mostrare il valore del prodotto creato illustrandone in modo esauriente i risultati della pratica applicazione durante lo svolgimento dell’ICAIL 2013, promossa dall’Associazione internazionale per l’intelligenza artificiale e il diritto (IAAIL), ma c’è chi come Nick Furneaux, esperto di informatica forense, pensa che i software di analisi forense possano andare anche oltre la loro attuale capacità di aiutare la lotta al crimine coniugandosi con la tecnologia di gesture recognition. 

Manda 13mila sms dal cellulare aziendale, niente licenziamento

La Stampa


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Dipendente Telecom mandò più di tredicimila sms dal cellulare d’ufficio ma non sarà licenziato. Il provvedimento, dice la Cassazione, sarebbe eccesivo. La sezione Lavoro, bocciando il ricorso della Telecom, ricorda inoltre che la legge Fornero introdotta con la legge 92 del 2012 non è «immediatamente applicabile» ai procedimenti in corso. Il caso analizzato dalla Suprema Corte riguarda un dipendente Telecom, Giacomo L. che il 28 luglio 2001 si era visto licenziare dall’azienda per i messaggini privati inviati con il telefonino dell’ufficio: gli sms - registra la sentenza 10550 - erano stati 13.404 per un costo di oltre tre milioni di vecchie lire.

Va detto, come annota ancora la Suprema Corte, che il dipendente si era sempre reso disponibile a rimborsare le telefonate fatte e che la Telecom, hanno sempre fatto notare i giudici dei precedenti gradi di giudizio, avrebbe avuto modo di controllare le telefonate private del dipendente. Da qui la reintegra del lavoratore come già aveva disposto la Corte d’appello di Napoli, nel 2010, evidenziando che «si era trattato di comportamenti senza raggiri» data la facile verificabilità degli invii per l’azienda. 

Inutile il ricorso della Telecom in Cassazione che, fra l’altro, si è appellata alla legge Fornero sui licenziamenti. Piazza Cavour ha respinto la tesi difensiva e ha evidenziato che «per quel che riguarda la dedotta applicabilità di nuova disciplina introdotta dalla legge Fornero, sul rilievo che, in mancanza di disposizione transitoria, il nuovo testo dell’art. 18 sarebbe immediatamente applicabile, la Corte non condivide la ricostruzione operata».

Piazza Cavour spiega infatti che «con la legge n. 92 è stata introdotta una nuova e complessa disciplina dei licenziamenti che a’ncora le sanzioni irrogabili per effetto della accertata illegittimità del recesso a valutazione di fatto incompatibili non solo con il giudizio di legittimità ma anche con una eventuale rimessione al giudice di merito che dovrà applicare uno dei possibili sistemi sanzianatori conseguenti a qualificazioni del fatto». Un diverso ragionamento, dice ancora la Cassazione, sarebbe in contrasto sia con i principi sanciti dalla Carta Costituzionale che dall’art. 6 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo. 

Il regista Zhang Yimou ha sette figli e rischia una multa da 18 milioni di euro

Corriere della sera

Tra i nomi più noti del cinema cinese, finito sotto inchiesta: avrebbe violato ripetutamente la legge sul figlio unico

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Sette figli potrebbero costare 18 milioni di euro al regista di Lanterne rosse, Zhang Yimou, tra i nomi più noti del cinema cinese. Rischia infatti una multa di 160 milioni di yuan (appunto 18 milioni di euro) per aver violato ripetutamente la legge sul figlio unico, avendone avuti sette da tre donne diverse. Le autorità hanno aperto un'inchiesta per verificare i fatti.

I MATRIMONI - Fonti vicine a Zhang e alla sua attuale moglie, l'attrice Chen Ting, hanno confermato che i due hanno avuto tre figli, due maschi e una femmina, prima di sposarsi nel 2011. Precedentemente il regista era stato sposato con Xiao Hua, dalla quale aveva già avuto una figlia. Inoltre, sempre stando alle voci che si sono diffuse anche nella rete, avrebbe avuto poi altri tre figli con due donne diverse. Regista di numerosi film di successo tra cui Lanterne rosse (ispirato ad un romanzo del premio nobel Mo Yan), La foresta dei pugnali volanti e I fiori della guerra, Zhang è noto anche per aver guidato la regia della cerimonia di chiusura delle Olimpiadi del 2004 ad Atene (è stato anche presidente della giuria alla mostra di Venezia nel 2007). Se a seguito delle indagini dovesse essere confermato che ha sette figli, secondo un esperto legale, in base alla consistenza del suo patrimonio potrebbe essere condannato al pagamento di una multa salatissima, di circa 160 milioni di yuan.

LA LEGGE - In base alle norme sulla pianificazione familiare, infatti, le coppie in Cina possono avere un secondo bambino solo in determinate condizioni, come ad esempio se entrambi i coniugi sono figli unici o se il primo figlio ha una malattia non ereditaria. In alcune province, nelle zone rurali, è possibile avere un secondo figlio se il primo è una femmina. Molti i commenti in rete sul caso del regista, che hanno sottolineato con rabbia come i ricchi possano avere più di un figlio, semplicemente pagando, mentre i poveri sono costretti ad aborti forzati.

Redazione Online9 maggio 2013 | 8:10

Ars, M5S caccia il «suo» vicepresidente

Corriere del Mezzogiorno

I cinquestelle mettono alla porta Venturino che aveva accusato i colleghi grillini di non «avere una strategia»


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PALERMO - È scontro nel Movimento Cinque stelle in Sicilia. Il gruppo parlamentare all'Assemblea regionale mette alla porta Antonio Venturino, l'ex mimo eletto vicepresidente vicario del Parlamento siciliano. La stura arriva da dichiarazioni di Venturino, peraltro assurto agli onori delle cronache qualche settimana fa per essersi recato alla base Usa di Sigonella a bordo di un'autoblu con lampeggiante.

IL «J'ACCUSE» DI VENTURINO - L'esponente siciliano dell'M5S accusa il movimento di «non avere una strategia», di essere «rimasto alla protesta»; «invece di dialogare con il Pd, con il quale si poteva concordare un programma di riforme, abbiamo consentito a Berlusconi di rilanciarsi, di togliere di mezzo Bersani e dare le carte nel governo Letta. Non esattamente un successo», sostiene non lesinando critiche a Beppe Grillo. Alla fine, si inserisce sulle polemiche relative all'indennità dei deputati, ritenendo che «con uno stipendio di 2.500 euro al mese, sia inibito l'espletamento del mandato parlamentare».

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«FUORI DAL MOVIMENTO» - La reazione dei vertici siciliani del movimento di Grillo non si fa attendere. Il gruppo parlamentare M5S, che a Sala d'Ercole conta 15 dei 90 deputati, con una nota sancisce che Antonio Venturino «si pone fuori dal Movimento 5 Stelle». La ragione? «Viola una delle regole fondanti del Movimento: la restituzione, con rendicontazione, delle somme eccedenti i 2500 euro più rimborsi spese». "Cherchez l'argent", insomma: Venturino, da due mesi, da febbraio, non conferisce al fondo per il microcredito per le imprese istituito dal gruppo quanto gli altri deputati regionali di Grillo versano. «È la questione dei soldi che pone Venturino fuori dal movimento. Le motivazioni politiche che adduce semplicemente non esistono, sono semplici foglie di fico poste per coprire motivazioni economiche», sbotta Giancarlo Cancelleri, portavoce dell'M5s in Sicilia e capogruppo all'Assemblea regionale siciliana.

NON HA RESTITUITO I SOLDI - Finora, viene spiegato, Venturino ha restituito circa 13 mila euro a fronte dei circa 30 mila di tutti gli altri componenti del gruppo parlamentare a Palazzo dei Normanni. «Il fondo per il microcredito lo aspetta, è aperto e lui può contribuirvi anche se non fa più parte del movimento: sarebbe il primo esterno al movimento a farlo», rincara la dose il capogruppo Cancelleri: di fatto stabilendo che Venturino è ormai fuori.

Redazione online 08 maggio 2013

De Magistris? Né riforme, né rivoluzione

Corriere del Mezzogiorno

Il sindaco «controriformista» che voleva cambiare Napoli

di MARCO DEMARCO


De Magistris non rispetterà neanche l'ultima delle sue promesse, quella di una nuova giunta comunale da varare entro il 10 maggio. A quanto pare, il sindaco ha bisogno di più tempo per verificare alcune disponibilità politiche: probabilmente quella dei vendoliani o anche quella di una parte dei democratici. Si vedrà se gli uni o gli altri indicheranno loro assessori. Di sicuro, queste disponibilità non si sono concretizzate nei tempi previsti e dunque, se il rinvio verrà confermato, sarà molto difficile presentarlo come un fatto positivo. Del resto, non molto tempo fa, il sindaco fece sapere di avere la fila davanti al suo studio: tutta gente pronta a entrare in giunta. Ora, però, de Magistris non cerca volontari dalle buone intenzioni o tecnici rappresentanti solo di se stessi o di impalpabili movimenti civici, ma esponenti di realtà forti, di aree politiche, meglio ancora: di partiti. E già questo la dice lunga sullo stato delle cose: quando il sindaco era autosufficiente, i partiti li teneva a distanza. Ora li cerca, li blandisce, addirittura ne invita a cena gli europarlamentari pontieri. Come si spiega?

L’ALTERNATIVA - Due anni fa, la distanza dai partiti, e in modo particolare da Pd e Pdl, era la conseguenza del grande progetto di de Magistris che consisteva, per dirla in breve, nel porsi come alternativa al riformismo neoliberale sia di sinistra che di destra. E intorno a questo progetto, infatti, aveva cominciato a mobilitare le ormai note risorse disponibili: da Raphael Rossi per l'ambiente, a Roberto Vecchioni per la cultura, da Riccardo Realfonzo per l'economia a Giuseppe Narducci e Alberto Lucarelli per il diritto. I quali, distribuiti nei vari uffici e sotto una incalzante regia sindacale, avrebbero dovuto contribuire a definire non solo un'idea alternativa di governo, ma addirittura un nuovo paradigma democratico basato su inedite strutture di sovranità popolare, su un vero diritto uguale e su più avanzate compatibilità economiche e ambientali. Grillo e Casaleggio erano ancora sullo sfondo della vicenda italiana.

PROGETTO NAUFRAGATO - Insomma, governare Napoli era l'occasione che la storia gli offriva, ma il progetto di de Magistris, confessato urlando alla folla plaudente la sua voglia di «scassare» tutto, era molto, ma molto più ambizioso. Il suo sarebbe stato un progetto rivoluzionario, e come tale fu presentato. Una rivoluzione creativa e solidale, con dentro pezzi di sudismo terzomondista, di rifondazione anticapitalista dell'economia, di utopia della decrescita e anche di liberazione dei costumi, perché Napoli sarebbe diventata, tra l'altro, la città delle «acchiappanze» in bicicletta e sul lungomare liberato dalle auto, la città dei quartieri a luci rosse e degli amori casuali, quella in cui il mito elitario della «bella giornata» più volte evocato da Raffaele La Capria, il mito borghese dei circoli nautici e delle terrazze al mare, sarebbe finalmente diventato popolare: di Gennarino Esposito come del Cavaliere di Posillipo.

LA TEORIA BENECOMUNISTA - Non è una esagerazione supporre che ad un certo punto, forse proprio mentre con la bandana in testa festeggiava la sua elezione in piazza, il sindaco della terza città d'Italia deve essersi immaginato come la possibile incarnazione di una profezia, come il leader che avrebbe portato la città prima, e il paese dopo, in un nuovo mondo-comunità, un mondo senza più né Stato né privato. Il mondo dei beni comuni, tanto vasto e indefinito da contenere sia la visione «compatibile» di Stefano Rodotà, per intenderci, sia quella «utopica» di de Magistris, appunto. La teoria benecomunista, che il sindaco ha subito abbracciato con incontenibile entusiasmo, avrebbe dovuto quindi costituire la piattaforma tecnico-programmatica con cui bilanciare l'immaterialità emotiva della rivoluzione.

Tuttavia, è proprio qui che il fallimento è stato più evidente, se è vero che come Buffalo Bill, il sindaco è passato di colpo dalle praterie sconfinate dei grandi progetti alle limitate arene dei grandi eventi. Il riformismo, sembrava dire il de Magistris degli esordi, non ha più nulla da offrire e sfidarlo non implica il consegnarsi nelle mani del velleitarismo estremista. Al contrario, la nuova frontiera sarebbe diventata quella concretissima del radicalismo. Un radicalismo postriformista o, se non suonasse male, addirittura controriformista. Dunque, niente più mezze misure o compromessi con la borghesia «idiota» o con l'imprenditoria assistita: l'altra faccia delle assemblee di popolo sarebbero state le intese programmatiche con il capitalismo illuminato della città.


L’INSUCCESSO DI INGROIA

- Di tutto questo progetto, passato anche per un clamoroso insuccesso elettorale dovuto, a detta dello stesso sindaco, all'idea «perdente» della rivoluzione civile di Ingroia, oggi resta solo un nome: Ugo Mattei, il prof torinese autore di un manifesto per i beni comuni e di un saggio recente non a caso intitolato «Contro riforme». A differenza di tutti gli altri tecnici o esperti già liquidati, Mattei è ancora a capo di Abc, l'azienda dell'acqua, l'ex Arin, che da mesi galleggia su un mare di polemiche. Per Mattei, la fase «generativa» del riformismo italiano è finita con gli anni Settanta. Poi è cominciata quella «estrattiva», in altre parole, parassitaria. E tuttavia, anche quelle degli anni Settanta furono riforme «monche», perché i giuristi di allora «erano assai carenti nello strumentario economico». La loro colpa, attraverso l'assistenzialismo, fu di aver voluto cavalcare «il desiderio delle classi subalterne di realizzare il sogno piccolo borghese di rinchiudersi nella proprietà».

DESIGN ISTITUZIONALE MANCATO - Ecco, dunque, a cosa doveva servire il laboratorio napoletano immaginato da de Magistris: a completare, nel vivo di una concreta esperienza amministrativa, l'opera sospesa negli anni Settanta; a creare uno spazio inedito tra Stato e mercato, tra pubblico e privato; a produrre, sono parole di Mattei, «un nuovo design istituzionale», un modello alternativo fondato «sulla sufficienza per tutti piuttosto che sull'accumulo per qualcuno». Eppure non sembra, oggi a Napoli, di essere in piena fase «generativa» del post riformismo bene comunista. Mattei sostiene anche che «garantire istituzionalmente il buon governo dei beni e dei servizi comuni costituisce una delle più importanti trasformazioni strutturali necessarie per bloccare il riformismo neoliberale». Giusto. Ma se è questo quello che è successo a Napoli, allora non si spiega perché questa è la città delle inchieste giudiziarie sulle buche stradali e degli accertamenti contabili su centinaia di assunzioni «assistenziali»; la città senza autobus ma con le regate milionarie nel golfo; la città con la cassa vuota che permette però la «privatizzazione» capitalistica gratuita di via Caracciolo e piazza Plebiscito. La città in cui il sindaco aspetta, rinvia, sonda, consulta, forse contratta.

Il nuovo connettore Lightning per iPhone e iPad fa perdere soldi a Apple

Corriere della sera

I produttori di accessori ora preferiscono soluzioni wireless compatibili anche con i dispositivi dei concorrenti

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MILANO - Che non fosse un’ottima idea lo si era capito fin da subito, ma che la sostituzione della tradizionale porta di alimentazione e connessione per dispositivi mobili Apple con il nuovo connettore Lightning potesse rivelarsi un autogol simile non era stato previsto. Invece il cambiamento di rotta sta inducendo chi produce gli accessori per iPhone, iPod e iPad a cercare strade alternative a quelle del nuovo formato proprietario imposto da Cupertino a partire da iPhone 5. Strade che penalizzano immediatamente Apple e che sul medio termine potrebbero fare ancora più male.

SORPRESA - La sostituzione del tradizionale attacco a 30-pin con la più piccola e performante porta Lightning è stata decisa da Apple per ridurre le dimensioni dell'ultimo smartphone di casa e quelle dei prossimi i prossimi, che si presumono sempre più sottili. Una scelta dettata dall'innovazione. Il cambio però ha reso immediatamente incompatibili tutti gli accessori iPhone preesistenti, sia quelli prodotti da Apple che da altre aziende. Aziende come Logitech, Cambridge SoundWorks o Voxx Accessories, che per poter vendere gli accessori ufficialmente compatibili pagavano una licenza alla mela e che – per proteggere il segreto industriale - non sono state avvertite del cambiamento di rotta.

DISAPPUNTO - Quello che si può chiamare l'indotto degli accessori Apple è un mercato florido che vive sulla popolarità di iPhone e iPad. Per le aziende che ne fanno parte la sorpresa per Lightning si è presto trasformata in disappunto. Anziché rincorrere affannosamente la nuova porta di connessione molti hanno deciso di intraprendere una strada diversa: quella della connettività wireless, soprattutto il Bluetooth di ultima generazione, tecnologia per cui non devono ad Apple un centesimo.

CONGIUNTURA - La reazione dell'indotto degli accessori accade anche a causa della tendenza del mercato dei dispositivi mobili, con Samsung e i device Android in genere che continuano a crescere e la leadership di Apple sempre meno solida. Il ritardo nella comunicazione della novità di Lightning si aggiunge quindi a un diminuito appeal dei prodotti con la mela morsicata. Il danno per Apple è doppio, perderà parte delle licenze per i connettori fisici (anche se non è possibile ancora quantificare l'entità del danno) e incentiverà involontariamente la produzione di accessori compatibili anche coi telefoni e i tablet dei diretti concorrenti. «Lightning è arrivato e ha accelerato una tendenza già presente – ha dichiarato al New York Times Non se ne può più dei connettori proprietari». Soprattutto se i formati proprietari, quelli cioè di proprietà di una singola azienda, cambiano improvvisamente.

Gabriele De Palma
8 maggio 2013 | 17:10

Roma, Priebke al presidente degli ebrei romani: «Pagami l'avvocato»

Il Mattino

L'ex gerarca risulta nullatenente. Il presidente della Comunità Ebraica di Roma fa un appello alla Cancellieri


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ROMA - Fa appello al neo ministro della giustizia Anna Maria Cancellieri, il presidente della Comunità Ebraica di Roma, Riccardo Pacifici, al quale è arrivata una cartella esattoriale di Equitalia con la richiesta di pagamento delle spese legali che dovrebbe pagare l'ex gerarca Erich Priebke, che però risulta nullatenente.

Pacifici e il giornalista del Tg2 Walter Vecellio, risultati innocenti, erano stati accusati da Priebke di sequestro di persona e ingiuria nella notte del 1996 in cui il gerarca stava per essere scarcerato, dopo la prescrizione per le Fosse Ardeatine. «Devo difendere Equitalia. Non ha alcuna colpa, è solamente un agente di riscossione che esegue un ordine. Il problema è a monte» ha detto Pacifici a margine della presentazione della mostra Survivor. Primo Levi nei ritratti di Larry Rivers, dal 9 maggio al 15 ottobre al Museo Ebraico di Roma.

Appello al ministro Cancellieri. «Faccio appello - ha detto il presidente della Comunità Ebraica di Roma - al neo ministro della giustizia Anna Maria Cancellieri, che ha assolto con grande prestigio anche il suo incarico di ministro dell' Interno, e quindi del diritto e della convivenza pacifica, perchè è una totale ingiustizia l'idea che due imputati, querelati ingiustamente da un criminale, come hanno sentenziato non solo la storia ma anche i tribunali italiani, dopo tre gradi di appello, si ritrovino una lettera del tribunale che chiede di pagare ciò che Priebke, il centenario Priebke, non può fare perchè nullatenente, è abbastanza ridicolo».

«E dobbiamo ricordare - incalza Pacifici - che il nullatenente è stato qualche volta anche un piccolo benestante» e inoltre «ha querelato tanti giornalisti per diffamazione.
Alcune volte quelle cause le ha vinte e i soldi li ha incassati, altre volte le ha perse e non ha mai pagato nessuno. È come fare una partita a poker in cui si gioca sullo stesso piatto e c'è un giocatore che sa che può alzare la posta finchè vuole perchè tanto non pagherà mai e un altro che è terrorizzato dall'idea di dire o fare qualche cosa. È un meccanismo che non funziona, molto perverso, utilizzato abilmente dai propri avvocati che, guarda caso, sono gli stessi che hanno difeso Stormfront e che hanno perso anche quella sentenza. Vediamo se pagheranno questi soldi che abbiamo già deciso di destinare al reparto oncologico del Bambin Gesù a Roma».

Il legale di Priebke. Sulla vicenda della cartella esattoriale il legale di Priebke, Paolo Giachini, sostiene che la responsabilità del mancato pagamento delle spese di giustizia da parte dell'ex gerarca «grava proprio sull'attuale presidente della comunità ebraica Riccardo Pacifici» «Infatti - dice Giachini - lo stesso organizzando manifestazioni di piazza e ancora a seguito di pressioni sulle autorità, ha ottenuto in pochi giorni la revoca del provvedimento emanato dopo più di 15 anni di detenzione dall'Ufficio di Sorveglianza Militare che il 12 giugno 2007 autorizzava Erich Priebke a lavorare presso lo studio del proprio legale; riuscendo così ad ottenere a seguito di un definitivo ricorso del Procuratore Militare Intelisano la soppressione di una fonte di reddito all'ergastolano. Lavoro previsto come diritto 'obbligatoriò del detenuto dall' art. 20 dell'ordinamento penitenziario».
«Chi è cagion del suo mal pianga se stesso», conclude il legale.

mercoledì 8 maggio 2013 - 18:06   Ultimo aggiornamento: 18:06

Adesso è tutto Fini-to: chiude Futuro e Libertà, Gianfry lascia la politica

Libero

Ultimo atto per l'ex presidente della Camera, che si ritira dopo aver fatto danni in quattro partiti. I futuristi l'avevano già tradito da tempo

di Gianluca Veneziani

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Forse è destino di tutti i traditori essere traditi. Oggi Gianfranco Fini convocherà a Roma l’ultima assemblea nazionale di Fli, in cui comunicherà la sua decisione di abbandonare la guida del partito e la politica, smarcandosi dagli altri futuristi, che lavorano da tempo a un riavvicinamento con gli ex-An e Berlusconi. Si tratta dell’ultimo atto della commedia «Quattro matrimoni e un Fini-rale»: Fini si è sposato quattro volte, nell’ordine con Msi, An, Pdl e Fli, e adesso celebra il suo funerale politico. D’ora in poi si ritirerà a vita privata oppure darà luogo a una fondazione, per far politica, ma da lontano. Curioso che abbia ancora la forza di «fondare», un uomo che ha sfasciato tutte le compagini di cui è stato parte. Il compito di liquidare Fli verrà affidato a un triumvirato, composto dagli ultimi fedelissimi Roberto Menia, Aldo Di Biagio e Daniele Toto. Anche qui, il segno di un declino progressivo.

L’ex leader di An è passato dal triumvirato vincente Berlusconi-Bossi-Fini a quello scadente Casini-Fini-Rutelli fino a quello suicida Casini-Fini-Monti, che ne ha decretato la morte politica. Il trio di ricambio Menia-Di Biagio-Toto avrà solo la funzione del rimpiazzo, per rimuovere il ricordo del Cesare caduto. Stando alle indiscrezioni, Fini dovrebbe dimettersi, sostenendo di «non voler essere d’ostacolo» ai progetti futuri degli altri esponenti di Fli, ma anche di «non sentirsi l’uomo della riappacificazione», visto che «nessuna riconciliazione è possibile con il Cavaliere», il cui progetto di destra «non è compatibile» con quello di Gianfranco. Da qui l’aspra disillusione di Fini verso i suoi, da cui dice di sentirsi tradito.

Come Cesare, anche l’ex leader di An è stato «eliminato» dai suoi più stretti collaboratori. Gli ex amici e camerati che lo avevano seguito nella disperata avventura futurista, i 44 gatti (34 deputati e 10 senatori) che nel 2010 avevano costituito Fli sotto la sua guida, lo hanno via via rinnegato e abbandonato. Rimasti in pochi prima delle ultime Politiche, dopo la débâcle elettorale di febbraio hanno tagliato gli ormeggi definitivamente, lasciando solo il Capo. In primis, Adolfo Urso, Andrea Ronchi, Giuseppe Scalia e Antonio Buonfiglio, già transfughi nel 2011, hanno iniziato a interloquire, tramite la fondazione FareItalia, con gli ex An confluiti nel Pdl e Fratelli d’Italia, nella speranza di ricostruire una forza di destra.

Qualche giorno fa Urso scriveva sul suo account Twitter: «Abbiamo un anno per riformare la destra italiana senza rancori e senza nostalgie». Sicuramente, senza Fini. Quindi Fabio Granata, Flavia Perina, Gianfranco Paglia, Claudio Barbaro e Giorgio Conte, all’indomani della scoppola delle urne, hanno considerato conclusa l’esperienza di Fli e dato vita a un movimento, Politica oltre, che si propone di superare la destra e la sinistra, recuperando motti di reminiscenza rautiana («Andare oltre»); di politica di destra culturale e credibile, post-finiana, parlano poi gli esponenti della Fondazione Tatarella (tra cui Salvatore e Fabrizio Tatarella, fratello e nipote di Pinuccio).
 
Anche i fedelissimi hanno presto mollato la barca che affondava. Donato Lamorte, storico tesoriere di An e amico personale di Fini, capace di difenderlo durante la tempesta dell’affaire Montecarlo, ha recentemente preso parte a un incontro con Pasquale Viespoli, Mario Landolfi, Gennaro Malgieri e Silvano Moffa (proprio colui che, nel dicembre 2011, decise all’ultimo di non votare la sfiducia a Berlusconi). Gli stessi membri del futuro triumvirato trattano con l’ex nemico.

Roberto Menia il 16 maggio parteciperà a Palermo a un convegno su An organizzato da Domenico Nania del Pdl; Aldo Di Biagio è in dialogo costante con gli uomini di Fratelli d’Italia, da Ignazio La Russa a Fabio Rampelli: l’obiettivo è creare una grande Cosa di destra, che coinvolga pure il partito di Storace. Poi ci sono gli ex finiani che ormai sono approdati in altri lidi: Enzo Raisi è tra i firmatari del documento di rinnovamento di Fare per fermare il declino (sì, proprio l’ex partito di Giannino), mentre Benedetto Della Vedova è stato eletto in Parlamento con Scelta Civica di Monti. Pure tra i futuristi della Capitale tira aria di defezione.

Gregorio Esposito, già presente nelle liste di Fli alle Politiche, si candiderà alle amministrative con Alemanno. Paola Guerci, anche lei un passato futurista, si schiererà in lista, per il Consiglio comunale di Roma, con Fratelli d’Italia. L’unico che pare essere rimasto fedele a Fini è Italo Bocchino, ora tornato a fare il giornalista a Il Secolo d’Italia. Esattamente 25 anni fa, l’8 maggio 1988, Fini – appena eletto segretario del Movimento Sociale – consegnava al leader della destra nazionalista francese, Jean-Marie Le Pen, la tessera ad honorem del Msi, rivendicando il diritto della destra italiana  di consolidarsi come forza europea. A un quarto di secolo di distanza, di quel sogno restano solo i frantumi.

Clienti rumorosi, malumore dei residenti. Ma il titolare può salvarsi

La Stampa

Rimessa in discussione la condanna nei confronti dei titolari di due locali finiti nel mirino degli abitanti di un quartiere. A poter essere decisive le misure, seppur parziali, adottate per contrastare il fenomeno dell’incivile sciamare dei clienti all’esterno.


Il caso

CatturaClientela ‘non selezionata’? O, meglio, eccessivamente rumorosa? Nessun dubbio sui fastidi provocati, in orario notturno, alle famiglie che vivono nella zona. Ma non è scontato addossare la responsabilità per il malcostume alla persona che gestisce il locale pubblico (Cassazione, sentenza 6825/13). A protestare sono le persone che vivono in una zona urbana caratterizzata dalla fastidiosa presenza di una birreria e di un pub. A essere fastidiosi, più che altro, sono i clienti, abituati a sciamare in maniera poco urbana all’uscita dai due locali. Conseguenze?

Non solo le «due denunce da parte degli abitanti del quartiere, che lamentavano i ripetuti disturbi della quiete pubblica» ma anche i «diversi provvedimenti sindacali che, alla luce dei rapporti della Polizia Municipale, disponevano la chiusura anticipata dei due locali». Si arriva alla condanna penale per i titolari dei due locali. Fondamentale, secondo i giudici, l’assoluto disinteresse mostrato per la questione: «le reiterate lamentazioni dei residenti non avevano avuto effetto», e, quindi, «l’esercizio dei due locali senza l’adozione di alcun provvedimento idoneo a scongiurare schiamazzi e disturbo alla quiete pubblica era chiaramente riconducibile alla negligenza dei responsabili».

Ma questa prospettiva viene messa in discussione dai giudici della Cassazione, i quali accolgono il ricorso proposto da uno dei due titolari dei locali e sottolineano come quest’ultimo avesse, in realtà, manifestato uno spirito collaborativo. Non a caso, l’uomo rivendica di aver adottato «precauzioni volte ad impedire situazioni di disagio» come «presenza nel locale di diversi agenti di sicurezza» e «parcheggiatore nello spazio antistante al locale». Si può opinare sulla effettiva utilità di questi provvedimenti, ma, sottolineano i giudici, ci si trova di fronte a un elemento non preso in considerazione in Tribunale, elemento da ritenere decisivo poiché «i rumori provocati dagli avventori dei locali non possono essere addebitati ai gestori a titolo di responsabilità oggettiva» essendo necessaria «la prova di una colpa». E' incompleto, quindi, il quadro preso in esame in Tribunale. Per questo motivo, la questione dovrà essere nuovamente proprio in Tribunale, tenendo presente l’elemento probatorio portato dall’uomo e il principio di riferimento fornito dai giudici di Cassazione.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Google dice al capoufficio se lavori male

La Stampa

Un software spia le email dei dipendenti e cancella parole sconvenienti prima di inviarle. Ennesimo smacco alla privacy

antonino caffo

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Qualcuno potrebbe dire che perseverare è diabolico. Eppure nella sua storia Google pare perseveri parecchio. L’ultima trovata, come rivelato dall’Huffington Post, sarebbe la messa in opera di un software in grado di spiare tutto quello che fanno i dipendenti al computer, comprese le email inviate, ricevute e in bozza, per analizzare il “sentiment” dell’azienda ed eventuali problematiche interne. Il brevetto “Policy Violation Checker” è stato depositato il 2 maggio presso l’ufficio brevetti degli Stati Uniti ed è liberamente consultabile dal sito web. Come un correttore ortografico, che individua parole errate e offre alternative ortografiche, lo strumento ha l’obiettivo di bloccare sul nascere email dal contenuto “rischioso” e non conformi alla politica aziendale.

Secondo alcune fonti, il checker di Google non avrebbe il solo potere di leggere suggerire parole alternative a quelle utilizzate nel testo delle email (attraverso la tecnica hacker conosciuta come “keylogging”), ma anche quello di informare terze parti circa la violazione delle regole dell’azienda presenti in certi documenti. Una possibilità che tradotta vuol dire libero accesso alla corrispondenza elettronica inclusi i messaggi di posta, documenti word, fogli di calcolo e presentazioni condivise che potranno essere modificati a piacimento dal Grande Fratello aziendale così da renderli più conformi alle politiche interne.

Nonostante Google abbia affermato come una tecnologia del genere sia stata pensata per il più largo monitoraggio sulla sicurezza, è evidente che un utilizzo minore possa destare motivo di preoccupazione per la privacy delle persone. Per smorzare ulteriormente le polemiche, ieri il portavoce di Google Matt Kallman ha comunicato con una mail che anche se il brevetto dovesse essere approvato non è detto che l’azienda potrebbe produrre un software da lanciare sul mercato: “La nostra idea è facilitare i processi aziendali – ha detto Kallman – alcuni progetti presentati come brevetti sono diventati realtà, altri no e quindi non è detto che questo venga realmente realizzato”.

Sarebbe il caso per Google di non scherzare più con la privacy. I tempi sono maturi per una presa di posizione dura anche da parte dei governi democratici. Non è un caso che il Presidente Obama abbia istituito la figura del “Privacy Officer”, ovvero di una persona che seguirà le vicende statunitensi legate alla diffusione dei dati privati delle persone, sia a livello etico che legale. Il ruolo è stato affidato a Nicole Wong, avvocato fino a ieri alle dipendenze di Twitter e prima ancora in Google (per ben otto anni). Tra le altre diatribe che Obama dovrà affrontare, con il supporto del nuovo Officer, c’è la discussa proposta dello Sharing Cyber Intelligence and Protection Act (CISPA), legge che mira a contrastare la diffusione non autorizzata di contenuti protetti dal diritto d’autore.

Ingroia: "Prendo 5mila euro al mese senza lavorare"

Nico Di Giuseppe - Mer, 08/05/2013 - 16:48

Ospite de La Zanzara, l'ex pm siciliano continua la sua battaglia personale contro la decisione del Csm di spedirlo ad Aosta: "Voglio la procura nazionale antimafia o la Cassazione, altrimenti mi ritiro dalla magistratura". Nel frattempo ammette: "Prendo circa 5mila euro netti senza indennità, li prendo da un mese e mezzo, senza lavorare perché sono in attesa di essere ricollocato"

Continua la sua battaglia personale contro la decisione del Csm di spedirlo ad Aosta. Nel frattempo, l'ex procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia, guadagna 5mila euro netti, senza lavorare.

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"Prendo circa 5mila euro netti senza indennità, li prendo da un mese e mezzo, senza lavorare perché sono in attesa di essere ricollocato". Un'attesa che lui stesso ha però contribuito a dilatare temporalmente, dal momento che ha fatto ricorso al Tar contro la decisione del Csm di ricollocarlo ad Aosta.
Ma di andare sui monti, la toga siciliana non ne vuole sapere. "La mafia c’è anche ad Aosta, soprattutto ’ndrangheta, riciclaggio, ma non c’è la procura antimafia quindi poi bisogna passare tutto ad altre procure. Le indagini non le fanno loro, ma Torino", ha motivato così il suo ostracismo nei confronti della scelta del Csm.

Lui vorrebbe andare alla procura nazionale antimafia, "anche perchè c’é un posto vacante, oppure in Cassazione. Aosta non è in linea con la mia esperienza professionale. Io ho fatto sempre il pm in Sicilia e sempre di mafia mi sono occupato".

Insomma, vuole condurre lui i giochi e decidere lui stesso del suo futuro professionale. "Se il Csm avesse detto sì a Crocetta, avrei preso la metà dei soldi e avrei fatto risparmiare lo Stato. Io voglio lavorare, la mia situazione è simile a quella di altri magistrati. Finora le decisioni del Csm sono state punitive. È una cosa risaputa che io non sia amato anche dentro alla mia categoria, sono considerato esibizionista e in cerca di riflettori. Se confermano Aosta, potrei andarmene dalla magistratura". In quel caso, Ingroia può tornare alla politica. Azione Civile lo aspetta.

Nel Paese dei santi subito Andreotti resta Belzebù

Vittorio Feltri - Mer, 08/05/2013 - 14:23

È l'unico personaggio opdiato appena morto. Quando chiese aiuto a un nemico vero come me per difendersi dai teoremi delle procure

Giulio Andreotti è l'unico defunto celebre che non sia stato fatto santo subito. Anzi, coloro i quali ne hanno scritto - articoli fiume - si sono limitati a ricordare prevalentemente i suoi peccati, inventandone parecchi, tranne quelli della carne perché egli, oltre che spiritoso, era puro spirito e non aveva mai alimentato il gossip, ma soltanto maldicenze politiche.

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Devo ammettere, a denti stretti, che anche a me Andreotti non piaceva. Ai miei occhi egli rappresentava il peggio della peggior Democrazia cristiana, l'emblema del doppiogiochismo, dell'ambiguità: ciò che ha creato per decenni i presupposti dello sfacelo di cui ora soffriamo le conseguenze. Probabilmente, il mio non era un sereno giudizio, ma un rancoroso pregiudizio. Sta di fatto che in lui vedevo il campione della politica all'acqua santa, più sensibile alle ragioni dello Stato vaticano che non a quelle della nostra vituperata Repubblica, mai diventata laica e pertanto rimasta indietro rispetto ad altri Paesi europei, specialmente in materia di diritti civili.

Come persona, mi era invece simpatico. Educato, incapace di alzare la voce, mai infastidito dalle altrui opinioni, era il prototipo del gentiluomo romano, l'esatto contrario del caciarone cui la commedia all'italiana deve il proprio successo. I miei sentimenti sul suo conto gli erano ben noti. Nonostante li esternassi per iscritto e in televisione, lo lasciavano però indifferente. D'altronde, era refrattario a tutto, figuriamoci alle passioni di un giornalista.

Il giorno della mia nomina, nel 1989, a direttore dell'Europeo, del quale era collaboratore fisso, titolare di una rubrica intitolata Visti da vicino, Andreotti mi telefonò per darmi il benvenuto, rendendo meno amaro il mio impatto con la redazione che mi aveva accolto proclamando, così, tanto per gradire, uno sciopero durato un paio di mesi. Per due anni e passa i rapporti professionali tra me e l'allora presidente del Consiglio furono cordiali, guastati da un solo incidente, la vicenda Gladio, sulla quale pubblicammo un'inchiesta controversa, per lui indigeribile: lo imbarazzava il fatto che la rivista su cui firmava interventi settimanali lo tirasse in ballo quale coprotagonista di uno scandalo. Come dargli torto?

Il premier mi invitò a Roma per trattare della questione. Lo raggiunsi a Palazzo Chigi. Attesi in anticamera qualche minuto, praticamente un'eternità per chi, come me, si aspettava d'essere investito da un uragano. Quando la porta si spalancò, mi alzai di scatto dalla poltrona, neanche avessi avuto una molla sotto il sedere. In quell'istante mi stupii di non essere stato colpito da infarto e mi feci coraggio. Mi avvicinai sollecitato da lui: «Si accomodi, direttore». Il tono della voce era cortese.
Conversammo una decina di minuti, forse meno.

Si informò circa l'andamento del giornale. Io intanto fremevo. Pensavo: adesso, superati i preliminari, me ne dirà quattro. Macché, nemmeno una parola, come se la cosa non lo riguardasse più. Mi parve di cogliere sulle sue labbra affilate e marmoree un vago sorriso, o forse era solo una smorfia. Mi salutò porgendomi la mano, subito ritraendola. Me ne andai sbigottito. Non capivo perché mi avesse costretto a scendere a Roma da Milano per poi non lamentarsi di nulla. Evidentemente si era accontentato della premura con cui mi ero precipitato nel suo ufficio, distante 550 chilometri dal mio, per balbettare una mezza frase di scuse pasticciate. Incidente chiuso.

Trascorsero alcuni anni, durante i quali continuai a criticare la Dc, l'andreottismo, il Caf e l'ambaradan politico dell'epoca in procinto di implodere sotto le bordate di Mani pulite. Ed ecco la bomba: Belzebù indagato per mafia e mille altri reati degni di Al Capone. Sembrava il canovaccio di un brutto romanzo, la sceneggiatura di un telefilm di quart'ordine. Incredibile, paradossale. Un uomo che era stato sette volte premier e 23 volte ministro, il personaggio più potente d'Italia che si impasta con la feccia mafiosa e bacia Totò Riina, allo scopo di impadronirsi di un poterino ributtante quale è quello della Piovra?

Non poteva che trattarsi del prodotto di una fantasia mediocre. Scrissi un paio di commenti freddi, poi non me ne occupai più. Nel 1994 incontrai Paolo Cirino Pomicino. Mi propose una cena riservata nella sua villa sull'Appia antica con lui e Andreotti, il quale aveva bisogno di parlarmi. Accettai. Concordammo tempi e modi e, una settimana dopo, mi ritrovai seduto a tavola con i due leader democristiani.

Nella circostanza non ero affatto intimorito, semmai pieno di curiosità. La chiacchierata entrò subito nel cuore del problema: manco a dirlo, quello giudiziario che angustiava il senatore a vita (nominato tale da Francesco Cossiga, consapevole dei guai del collega). Andreotti raccontò per filo e per segno l'ingarbugliata vicenda. Calmo, lucido, sintetico, egli mi persuase dell'opportunità di intraprendere una campagna di stampa, lunga e sistematica, che colmasse un vuoto. Quale? L'apparato informativo nazionale (cartaceo e televisivo) enfatizzava i rintocchi petulanti della campana accusatoria e ignorava perfino i trilli del campanello difensivo. Uno sbilanciamento intollerabile.

Raccolsi la perorazione e avviai sul Giornale (poi anche su Libero) la pubblicazione di una serie martellante di articoli che mettevano in luce gli argomenti a sostegno dell'innocenza di Andreotti. Della quale non dubitavo. Con tutti i giornalisti beneficati dalla Dc, quindi in debito di gratitudine nei confronti dei dirigenti scudocrociati, allora non capivo perché avesse scelto proprio me per quella sacrosanta operazione: riequilibrare le forze in campo giudiziario, sbilanciate a favore della Procura. Un'idea col tempo me la sono fatta: Andreotti non si fidava di nessuno, ma all'occorrenza preferiva rivolgersi a un nemico vero piuttosto che a un amico falso. Oggi si scopre perché.