lunedì 6 maggio 2013

E morto Giulio Andreotti, aveva 94 anni



Corriere della sera

È deceduto oggi alle 12 e 25 nella sua abitazione romana

Giulio Andreotti è morto oggi alle 12 e 25 nella sua abitazione romana. Lo hanno reso noto i suoi familiari. Aveva compiuto 94 anni il 14 gennaio scorso. L'ex senatore a vita era stato ricoverato il 3 maggio dell'anno scorso al Policlinico Gemelli di Roma per una crisi respiratoria. Da allora, dimesso dall'ospedale, le sue condizioni erano migliorate ma non si era mai ripreso completamente.

 Andreotti: la fotostoria Andreotti: la fotostoria Andreotti: la fotostoria Andreotti: la fotostoria Andreotti: la fotostoria


I FUNERALI - Domani, secondo quanto si apprende da fonti vicine al Quirinale, si svolgeranno i funerali di Stato. Ma Patrizia Chilelli, storica segretaria del presidente, al suo fianco dal 1989, ha annunciato all'Adnkronos che «non ci saranno funerali di Stato né camera ardente. Le esequie saranno celebrate nella sua parrocchia con gli stretti familiari». Poi ha aggiunto: «Un grande uomo che mi ha insegnato tanto. Solo chi gli è stato davvero a fianco ha potuto capire l'uomo, non solo il politico». Numerose le reazioni dopo la diffusione della notizia. La prima dichiarazione è dell'ex sodale dc, Cirino Pomicino: «Lo stato d'animo è quello di chi ha perduto un amico e un maestro di vita e di politica, nei prossimi anni si vedrà cosa Giulio Andreotti ha dato al Paese».

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LA CARRIERA POLITICA - Nato a Roma il 14 gennaio 1919, Andreotti è stato tra gli uomini più importanti della Democrazia Cristiana. Presidente del Consiglio per 7 volte, senatore a vita, ha ricoperto numerosi incarichi di governo: 8 volte ministro della Difesa, 5 volte ministro degli Esteri, 3 volte ministro delle Partecipazioni statali, 2 volte ministro delle Finanze, ministro del Bilancio e ministro dell'Industria, una volta ministro del Tesoro, ministro dell'Interno (il più giovane della storia repubblicana), ministro dei Beni culturali e ministro delle Politiche comunitarie. Figura controversa, secondo i giudici ebbe rapporti molto ravvicinati con la mafia almeno fino al 1980.

ALL'ESTERO - Dalla Gran Bretagna alla Spagna scomparsa di Andreotti irrompe come «breaking news» sui media internazionali, rimbalzando nella fascia dedicata alle «urgentissime» sui siti della britannica Bbc, dei quotidiani spagnoli El Mundo e El Pais e, oltralpe, della France tv che lo descrive come «figura emblematica della Democrazia cristiana». In Francia la notizia è in evidenza anche su Le Figaro mentre in Germania irrompe sulla prima pagina del tabloid Bild.



Giulio Andreotti: una vita al potere (06/05/2013)


Giulio Andreotti, l'uomo (06/05/2013)


Andreotti, i siti stranieri (06/05/2013)

Nino Luca
@Nino_Luca6 maggio 2013 | 14:27






Siamo ancora ad Andreotti?

Corriere della sera
Che senso ha leggere oggi l'antibiografia del Divo Giulio

Siamo ancora ad Andreotti? Nella primavera del 2013, aspettando un governo che non arriva, che senso ha leggere un libro come Andreotti, il papa nero, (l'antibiografia del Divo Giulio) scritto da Michele Gambino (Manni editore, 16 euro)? Forse nessun senso, se non per mero valore storico. Forse molto senso perché in tanti, dalle nostre parti, tendono a dimenticare. E chi dimentica il passato rischia di non capire bene il presente. O di perdersi particolari importanti.

La storia di Andreotti è lo specchio della storia d'Italia degli ultimi 50 anni. Una storia spesso confusa, ancora oggi piena di misteri e contraddizioni. Una storia che affonda le sue radici nello sbarco delle truppe Usa in Sicilia alla fine della seconda guerra mondiale (con l'aiuto della mafia) e arriva alla caduta del muro di Berlino; una storia che si snoda da Sindona a Moro, dall'uccisione di Mino Percorelli a quella del generale Dalla Chiesa, dai militari golpisti alla potentissima P2 di Licio Gelli, dai palazzinari romani ai mafiosi che fanno affari nella Capitale.

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Su questo potente e drammatico sfondo, descritto in maniera efficace da Gambino, si svolge la storia umana e politica di Andreotti, il politico italiano più longevo, sette volte presidente del Consiglio. L'autore scava dentro quella storia, cercando prove documentate, studiando a fondo quelle carte di cui tutti hanno parlato ma che pochi hanno letto. Tracciando un profilo politico, umano e religioso di questo personaggio di cui si è detto e scritto molto («Mi è stato attribuito di tutto, tranne le guerre puniche» ama ripetere Andreotti) e consegnandoci alla fine non solo la storia del personaggio politico ma anche la storia di quello che siamo diventati oggi.

UNO SPECCHIO DELL'ITALIA - Che Andreotti sia il personaggio più longevo e controverso della storia italiana è risaputo, così come è noto che siano stati accertati - almeno fino al 1980 - i suoi rapporti con la mafia. Altrettanto nota è la sua amicizia sincera con molti pontefici e la sua generosità con i più deboli che per anni hanno bussato alla sua porta. Nota la sua inimicizia storica con la sinistra così come il suo impegno per la nascita del primo governo appoggiato dai comunisti. Un personaggio composito, difficile da capire e incasellare. Meno note le misteriose zone di confine (o ancora più sconosciuta la struttura

«Noto servizio» che pare dipendesse direttamente da lui) in cui pezzi dei servizi segreti e delle gerarchie militari hanno svolto compiti di copertura e depistaggi subito dopo la fine della guerra e in cui l'attuale senatore a vita (a quei tempi giovane sottosegretario) pare avere avuto un ruolo più che centrale. «Una dimensione che egli potrà praticare da una posizione di privilegio: dal 1959 al 1974 gli anni cruciali delle schedature illegali, delle deviazioni, dei patti scellerati tra servizi e neofascismo - scrive Gambino - dei generali infedeli promossi ai vertici delle gerarchie, della strategia della tensione, Andreotti è ministro della Difesa per ben otto volte, con sei diversi presidenti del Consiglio. Di fatto, il ventre molle delle istituzioni preposte alla sicurezza si forma sotto la sua gestione politica».

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Il profilo dell'Italia di Andreotti che esce dalle pagine del libro di Gambino è quello di un Paese che ha agito per molto tempo su due binari, uno trasparente e uno nascosto. Un'esigenza storica - quella degli Usa, vincitori della guerra e salvatori della patria che devono allontanare il pericolo dell'avanzata del comunismo sovietico in uno dei paesi europei con il partito comunista più forte - che pare essersi innestata (nel caso di Andreotti) nell'immagine di un uomo apparentemente innocuo ma potentissimo, insondabile e distante, capace «di accumulare enormi quantità di fondi occulti per mantenere il potere».

UNA DIMENSIONE FILOSOFICA - Un uomo che ha dovuto mantenere il potere - suggerisce Michele Gambino nella suggestiva immagine tratteggiata nelle pagine in cui lo paragona al Grande Inquisitore di Dostoevskij dei Fratelli Karamazov - in nome di «una missione più alta»: gli uomini non devono cercare la verità. «Tutti a pensare che la verità sia una cosa giusta - fa dire Paolo Sorrentino nel suo film Il Divo al magistrale Toni Servillo che interpreta Andreotti - e invece la verità è la fine del mondo, e noi non possiamo consentire la fine del mondo in nome di una cosa giusta».

Sotto questa luce il lunghissimo passaggio del sette volte presidente del Consiglio dentro la biografia del Paese non è più solo quello che può sembrare ma - scrive Gambino - ecco che «le ombre terribili della sua storia assumono una dimensione quasi filosofica in una visione senza speranza per il mondo...i discendenti del Grande Inquisitore hanno bisogno di uomini che esercitino il potere per loro conto, che governino in loro nome quel gregge di esseri fragili, deboli, corruttibili, chiamati uomini».

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PERCHE' LEGGERE - «Certo non è Andreotti ad aver modellato così il Paese. Ma il Paese così com'è, somiglia in maniera impressionante ad Andreotti. La corte dei miracoli che lo ha circondato per decenni - mafiosi e fascisti, palazzinari e massoni, banchieri amici e cardinali poco spirituali, faccendieri e boiardi - è la crema a rovescio del Paese, l'emblema del peggio che diventa classe dirigente all'ombra di un uomo capace di tenere tutti i fili in mano, grazie alla sua rabdomantica conoscenza della debolezza umana, alla sua capacita di manovrare nell'ombra, al suo fare della furbizia una virtù da "Bagaglino". Forse l'Italia sarebbe stata quel che è senza Andreotti, ragioni storiche sono lì a dimostrarlo, ma non poteva essere migliore con Andreotti, perché Andreotti è stato - primo e più a lungo di chiunque altro - il grande sciamano della mediocrità italiana». Ecco perché (forse) ha senso nella fredda primavera del 2013 leggere questo libro. Perché ci aiuta a capire un po' meglio perché viviamo questi strani giorni.

Iacopo Gori
IacopoGori27 marzo 2013 (modifica il 6 maggio 2013)



Andreotti, il sopravvissuto per antonomasia

Corriere della sera
I sei processi per mafia, i sette governi che ha presieduto. Ha tenuto artificialmente in vita il mito della Prima Repubblica
di Massimo Franco



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Da tempo, quando gli si chiedeva come stesse, rispondeva laconico: «Sopravvivo». Lo diceva ormai senza civetteria, convinto che la sua epoca fosse davvero finita. La voce, lo sguardo, il fisico erano cambiati profondamente, dopo i novant'anni. Giulio Andreotti si era come afflosciato: non incurvato ma quasi piegato e svuotato. Le «dita da pivot» che aveva descritto una volta, ammirata, il suo avvocato Giulia Bongiorno, apparivano ossute, quasi adunche: mani da vecchio per quel politico tenebroso, considerato a lungo senza età. L'uomo delle battute fulminee, della memoria di ferro, della puntualità così maniacale che finiva per arrivare in anticipo, era entrato in una sorta di dimensione atemporale.

Perfino i due auricolari che portava per compensare la sua sordità senile, e che prima apparivano come un paio di orecchini tecnologici, ora sottolineavano la fatica di ascoltare, capire, forse perfino accettare il mondo che lo circondava; e che non era più il suo. Ma finché è stato vivo, Andreotti ha tenuto artificialmente in vita il mito di una Prima Repubblica capace di resuscitare, di tornare in auge, di riportare l'Italia a un passato controverso, osservato con una punta di nostalgia da quanti per età lo confrontavano alla crisi di identità di oggi. D'altronde, era il sopravvissuto per antonomasia: a due guerre mondiali, sette papi, la monarchia, il fascismo, la Prima e forse anche la Seconda Repubblica. E ancora, a sei processi per mafia e omicidio e ai sette governi che aveva presieduto.


Il ritratto


Giulio Andreotti: il ritratto di Massimo Franco (06/05/2013)


SIMBOLO DC - Simboleggiava la Democrazia cristiana come immarcescibile partito-Stato e crocevia di una complessità italiana che toccava Vaticano e Stati Uniti, mondo arabo e terrorismo; santi, servizi segreti e mafia. Nella Dc, per paradosso Andreotti non aveva mai avuto incarichi. Era un esponente del governo. E tale è rimasto per sempre: da quando Alcide De Gasperi, d'accordo con Pio XII lo nominò sottosegretario a 27 anni, nel 1946, a quando guidò l'ultimo governo della Prima Repubblica, dal 1989 al 1992. Lo storico Andrea Riccardi, attuale ministro nell’esecutivo di Mario Monti, una volta lo ha definito «un cardinale esterno», per scolpire i suoi rapporti organici con il Vaticano, ma forse sarebbe meglio dire con la Curia romana.

1 IL CARDINALE «ESTERNO» - E l’ex capo dello Stato Francesco Cossiga lo paragonava a una sorta di «segretario di Stato vaticano permanente», seppure prestato all'Italia. Ma forse a regalargli un peana involontario fu soprattutto il socialista Rino Formica, che lo osservava come un extraterreno. «In lui ci sono duemila anni di storia. Ci sono il sacrificio di Cristo, la papessa Giovanna, i Borgia, l’inquisizione, la diplomazia». Molto suggestivo e perfino verosimile; ma solo fino a quando l'Italia è rimasta immersa con l'Europa e il resto del mondo nella guerra fredda.

Per quell'equilibrio geopolitico Andreotti era forgiato alla perfezione. In un mondo diviso in due schieramenti ideologici e nemici si muoveva come nei suoi ministeri: felpato, accorto, e sempre consapevole che ci potevano essere piccoli strappi, compromessi più o meno inconfessabili, intese col «nemico». A patto che non si superassero gli equilibri atlantici. Partendo da questa legge non scritta, è riuscito a pattinare dai liberali all'accordo con i comunisti e poi con il pentapartito anticomunista, rimanendo uguale a se stesso; indifferente alle alleanze perché il suo ruolo era quello di difendere il più possibile lo status quo, il primato democristiano e soprattutto gli equilibri interni e internazionali di cui i governi erano l’involucro democratico.

Ma quando i paradigmi sono cambiati, Andreotti si è trovato spiazzato. Nel 1989, tornando a palazzo Chigi si era guardato intorno e aveva detto, rassicurato: «Qui non è cambiato niente». E invece stava cambiando tutto. E lui presto si è trovato orfano della guerra fredda, della Dc, delle ambizioni sul Quirinale. E alla fine imputato per mafia e poi per omicidio, in alcuni dei processi più spettacolari e controversi della storia politico-giudiziaria. Ne è uscito quasi indenne, con più di un'assoluzione, e una prescrizione dei reati di cui era accusato. Ma non è mai riuscito a togliersi di dosso del tutto l'odore di zolfo dal quale prima, quando era al potere, si lasciava avvolgere con civetteria luciferina, e che alla fine lo ha accompagnato come una maledizione esagerata.

«POSTUMO DI ME STESSO» - Una volta, negli anni Cinquanta del secolo scorso, gli chiesero che avrebbe fatto se avesse avuto un potere assoluto. «Probabilmente qualche sciocchezza», rispose. Mezzo secolo dopo, teorizzava che «il potere logora chi non ce l'ha». Anche in questo scarto fra le sue battute ha incarnato l'evoluzione, anzi l'involuzione di un sistema politico nel quale era impossibile l'alternativa. Nel 2009, per i novant'anni ebbe un sussulto di popolarità e di protagonismo.

Ma negli ultimi due è vissuto in una bolla di oblio, protetto da una famiglia della quale tuttora quasi si ignora l'esistenza, tale è la sua discrezione, pur avendo due figlie e due figli. Quando seppe che si stava scrivendo una biografia su di lui, commentò: «Non mi piacciono le biografie da vivo. Però capisco che ci si occupi di me. In fondo, io sono postumo di me stesso». Ma fino a oggi, nessuno ha creduto che fosse «postumo». E anche adesso non sarà facile convincere che Andreotti non c’è più. Forse perché rimane, come la memoria di certi dinosauri, se non come autobiografia, come campione e specchio per lunghi decenni della maggioranza silenziosa e moderata dell'Italia.



Andreotti: la fotostoria (06/05/2013)


Giulio Andreotti, l'uomo (06/05/2013)

6 maggio 2013 | 14:51






Da «Belzebù» a «Divo Giulio» I mille volti di Andreotti

Corriere della sera
Dalla collaborazione con De Gasperi ai processi per mafia

Giulio Andreotti (Ansa)
MILANO – «A parte le guerre puniche mi viene attribuito di tutto». Così si raccontava Giulio Andreotti. E ci prendeva in pieno. Forse nessun altro politico è stato l’immagine stessa del potere, nella sua accezione quasi metafisica. Un’entità del dominio come in maniera sublime e, per certi versi melanconica, lo ha rappresentato Paolo Sorrentino nel film Il Divo. Il potere fatto essenza che finisce per rendere inadeguata qualunque definizione, anche le più forti. «Belzebù», «Gobbo Malefico» e mille altre maschere gli sono state cucite addosso nel tentativo, vano, di afferrarlo. Andreotti è riuscito ad avere la meglio su qualunque ritratto, anche il più orripilante. Saranno forse gli storici a dire una parola definitiva su chi è stato realmente. In attesa non resta che mettere in fila la sua lunghissima biografia che da sola racconta un bel pezzo di verità.

TUTTO TRANNE PRESIDENTE - Nato a Roma il 14 gennaio del 1919 è stato ben sette volte Presidente del Consiglio e decine di volte ministro in tutti i dicasteri a disposizione, dalla Difesa agli Interni, dagli Esteri, al Bilancio, alle Partecipazioni Statali. Gli è mancato solo lo scranno più alto, quello della Presidenza della Repubblica alla quale sembrava destinato nel ‘92. Dal 1945 in poi ha sempre avuto un seggio in un’assemblea legislativa. Prima in seno alla Costituente, quindi in Parlamento. Da eletto e poi, a partire dal 91, da senatore a vita. I primi passi in politica furono subito ad altissimo livello. Giovanissimo fu uno dei collaboratori del più grande statista del dopoguerra, Alcide De Gasperi, del quale fu sottosegretario alla Presidenza del Consiglio nel 1947.

Al fianco di Aldo Moro sin dai tempi della Fuci, l’organizzazione universitaria dei cattolici, e poi in vari esecutivi e ancora nella Dc. In politica estera Andreotti è stato uno dei fautori più convinti del dialogo di Europa e Stati Uniti con quei regimi politici distanti dalla sua Dc: dall’Unione Sovietica alla Cina. E poi tra i primi a credere in un atteggiamento di apertura ad organizzazioni a suo tempo considerate filo terroristiche come l’Olp di Arafat. In politica interna sostenne l'apertura della Dc a sinistra e, nel 1983, fu scelto come ministro degli esteri del primo governo guidato dal socialista Bettino Craxi. Allo stesso modo non disdegnò mai i contatti, aperti o sotterranei, col Partito Comunista che in alcuni passaggi difficili della sua lunga carriera gli sono pure tornati utili.

IL SANGUE DI MORO - Nella Dc diede vita alla corrente che prendeva il suo nome, circondato da una schiera di politici tra i più i discussi e anche compromessi con la mafia, da Vittorio Sbardella al siciliano Salvo Lima. Controverso il ruolo di Andreotti nella gestione del sequestro Moro. Fu tra i più convinti sostenitori della cosiddetta linea della fermezza rifiutando ogni trattativa con i terroristi. Ma nei suoi memoriali Moro gli riservò i giudizi più severi. «Non è mia intenzione rievocare la sua grigia carriera. Non è questa una colpa –scrive Moro- si può essere grigi ma onesti, grigi ma buoni, grigi ma pieni di fervore.

Ebbene on. Andreotti è proprio questo che le manca. Le manca proprio il fervore umano. Quell’insieme di bontà, saggezza, flessibilità, limpidità che fanno senza riserve i pochi democratici cristiani che ci sono al mondo. Lei non è tra questi». Il suo nome fa capolino in tutte le trame di servizi segreti, interne ed internazionali, che lo indicano anche come una delle personalità più gradite agli Stati Uniti e soprattutto ai suoi apparati di intelligence.

GELLI E SINDONA - In tutte le cospirazioni che hanno attraversato l’Italia compare spesso il nome di Andreotti. Rapporti a volte riscontrati come quelli col capo della P2 Licio Gelli e in altri casi solo ipotizzati. Certi invece i legami col bancarottiere siciliano Michele Sindona, che definì addirittura il «salvatore della lira» e in favore del quale intervenne tentando di salvare dal fallimento la sua Banca Privata Italiana. Con Sindona il «divo Giulio» continuò a mantenere rapporti anche durante il periodo della sua latitanza, nonostante fosse all’epoca Presidente del Consiglio.

LA MAFIA E PECORELLI - E poi ci sono le vicende giudiziarie nelle quali viene apertamente chiamato in causa. A cominciare da quelle di mafia, con i pentiti che raccontano dei rapporti con gli «esattori siciliani», i cugini Nino ed Ignazio Salvo e le frequentazioni con boss di prima grandezza. Il pentito Balduccio Di Maggio raccontò addirittura di un bacio tra Andreotti e il «capo dei capi» Totò Riina. A Palermo finisce sotto processo per favoreggiamento alla mafia. In primo grado, il 23 ottobre 99, viene assolto perché il fatto non sussiste.

Più articolata invece la senza d’appello, emessa il 2 maggio del 2003, che stabilisce che avrebbe favorito la mafia fino al 1980 (ma il reato era già prescritto) e assolto per i fatti commessi successivamente. La sentenza parla testualmente di «un’autentica, stabile ed amichevole disponibilità dell’imputato verso i mafiosi fino alla primavera del 1980». Ma Andreotti è stato processato anche per l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli, che sul suo periodico Op, lo attaccava continuamente. Al processo celebrato a Perugia venne assolto in primo grado, condannato a 24 anni in appello, ma definitivamente prosciolto in Cassazione.


Alfio Sciacca
asciacca36 maggio 2013 | 14:03






Andreotti e i rapporti «amichevoli» con la mafia: quel lungo processo alla storia d'Italia

Corriere della sera
La sentenza di Palermo, le stragi, Salvo Lima, il «bacio» di Totò Riina. E il caso Pecorelli
di  Giovanni Bianconi



Il senatore Giulio Andreotti, protagonista di mezzo secolo di politica italiana, per sette volte capo del governo e per tante altre ministro, ebbe rapporti molto ravvicinati con la mafia. Per esempio, «ha avuto piena consapevolezza che suoi sodali siciliani intrattenevano amichevoli rapporti con alcuni boss mafiosi; ha, quindi, a sua volta, coltivato amichevoli relazioni con gli stessi boss; ha palesato agli stessi una disponibilità non meramente fittizia, ancorché non necessariamente seguita da concreti, consistenti interventi agevolativi; ha loro chiesto favori; li ha incontrati; ha interagito con essi».

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CONCLUSIONI - A queste conclusioni sono giunti gli ultimi giudici del senatore a vita, quelli della Corte d'assise di Palermo che lo hanno assolto per non aver commesso il reato di associazione mafiosa a partire dal 1982, ma hanno invece dichiarato prescritto il reato di associazione per delinquere semplice (l'associazione mafiosa non esisteva ancora nel codice penale) commesso almeno fino al 1980. Una sentenza confermata dalla Corte di cassazione, che ha messo l'ultimo sigillo su una vicenda durata dieci anni. Secondo i giudici d'appello, infatti, è provata la consapevolezza, da parte di Andreotti, dei rapporti tra il suo «luogotenente» in Sicilia Salvo Lima e Stefano Bontate, il capomafia eliminato dai corleonesi di Totò Riina nella guerra di mafia del 1981. E sono da considerarsi provati gli incontri diretti tra lo stesso Bontate e Andreotti in persona, a cui ha sostenuto di aver assistito il pentito Francesco Marino Mannoia.

In quegli incontri si discusse il problema del presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella, considerato un ostacolo dai boss e assassinato il 6 gennaio 1980; una vicenda alla quale i giudici dedicano considerazioni pesanti. Nelle riunioni con i mafiosi, secondo i giudici d’appello, Andreotti «ha loro indicato il comportamento da tenere in relazione alla delicatissima questione Mattarella, sia pure senza riuscire, in definitiva, ad ottenere che le stesse indicazioni venissero seguite; ha indotto i medesimi a fidarsi di lui ed a parlargli anche di fatti gravissimi (come l’assassinio del presidente Mattarella) nella sicura consapevolezza di non correre il rischio di essere denunciati; ha omesso di denunciare le loro responsabilità, in particolare in relazione all’omicidio del Presidente Mattarella, malgrado potesse, al riguardo, offrire utilissimi elementi di conoscenza».

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STORIA - Di simili comportamenti che potevano considerarsi un reato accertato fuori tempo massimo, concludeva la corte, «il senatore Andreotti risponde dinanzi alla Storia». Questo resta di quel lungo processo, ribattezzato da qualcuno il «processo alla storia d’Italia», insieme all'assoluzione dal resto delle accuse; perché il famoso quanto presunto incontro tra Andreotti e Totò Riina – quello del «bacio» raccontati da un altro pentito, Baldassare Di Maggio – secondo i giudici non c'è mai stato, così come non sono stati provati tutti gli altri favori e interessamenti che lo stesso Andreotti avrebbe garantito alla mafia.

Risulta anzi una sorta di riscatto dell'uomo politico, quando contribuì a varare la legislazione antimafia e il governo di cui faceva parte si diede da fare, ad esempio, per far rimpatriare il mafioso Tommaso Buscetta dopo l’arresto in Brasile. Sono gli stessi giudici d’appello a riconoscere ad Andreotti «un progressivo e autentico impegno nella lotta contro la mafia, che ha in definitiva compromesso la incolumità dei suoi amici e perfino messo a repentaglio quella sua e dei suoi familiari».

BUSCETTA - Proprio Buscetta, all'indomani delle stragi di Capaci e via D’Amelio nel 1992, diede il via con le sue dichiarazioni all'inchiesta sull'ex presidente del Consiglio, che gli sono valsi il processo di Palermo e quello di Perugia per l'omicidio del giornalista Mino Pecorelli. Da questa seconda vicenda il senatore a vita è uscito indenne dopo l'assoluzione di primo grado, una condanna in appello e il ribaltamento della Cassazione che annullò quel verdetto senza rinvio e dunque sancì la definitiva e completa assoluzione. Processi che hanno fatto discutere e hanno diviso il Paese, ricco di colpi di scena, ai quali l'imputato più illustre della storia giudiziaria d'Italia non s’è mai sottratto, rivendicando in ogni occasione la propria innocenza.

Fu lui a chiedere al Senato, nel 1993, di concedere l'autorizzazione a procedere nei propri confronti, e fu lui a voler essere presente in aula, accanto agli avvocati Franco Coppi, Giaoacchino Sbacchi e un’ancora sconosciuta Giulia Bongiorno, in ogni occasione in cui era richiesta la sua partecipazione. Dall'inizio alla fine del lungo iter giudiziario. Dopo la sentenza dell'appello presentò ricorso in Cassazione per evitare che restasse la macchia della prescrizione sul reato «commesso» fino al 1980, ma la Corte suprema confermò il verdetto. Concludendo il processo giudiziario e lasciando aperto, come annunciato dagli stessi magistrati, quello della storia.


6 maggio 2013 | 13:40






Da Totò al Divo, da Noschese a Sordi. Andreotti fu sempre «personaggio»

Corriere della sera
Dalle prime timide imitazioni alla definitiva trasfigurazione di Sorrentino, venne rappresentato migliaia di volte

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MILANO - Se Giulio Andreotti è stato il politico più longevo dell'Italia del Dopoguerra, inevitabilmente è stato anche il più rappresentato nella cultura popolare del nostro Paese. Al cinema come in tv, in musica e a fumetti, dal bianco e nero di Totò alla ieratica trasfigurazione del «Divo» di Sorrentino. Anche perché l'uomo si prestava a diventare personaggio con quelle caratteristiche inamovibili da Commedia dell'Arte: la leggendaria cifosi, gli occhiali quadrati, la voce che mai si increspava, il sorriso sardonico, il battutismo libero presto diventato aforismatico.

IL CENSORE - È solo a partire dagli anni 60 però che, sempre più profonda la sua confidenza con le leve del potere, Andreotti entra nei radar del «pop». Prima semmai è lui ad essere l'implacabile censore di cineasti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, con delega allo Spettacolo, nemico numero uno del neorealismo dei Rossellini e dei De Sica, colpevoli di dare un'immagine del Paese pauperistica e peccaminosa. Allentato dunque il clima pesante dell'Italia Scelbiana e moralista degli anni 50, l'Ugo Tognazzi dell'avanspettacolo e il Totò versione candidato («Vota Antonio Vota Antonio») sono i primi a occuparsene: il cremonese imitandolo superbamente (inaugurando una lunga serie); il napoletano facendo dire alla moglie negli «Onorevoli»: «( Io voto Giulio: non c'è rosa senza spine, non c'è governo senza Andreotti»).

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IL BERSAGLIO - Sarà poi nei 70 della sinistra extraparlamentare che la satira si accanirà contro l'eterno primo ministro: Belzebù, Moloch, la Sfinge, il Gobbo e il Papa Nero, bersaglio preferito delle riviste e nei ciclostili. Ma anche la Rai del potere non lo trascura: il camaleontico Noschese lo imita talmente bene che l'anziana madre del senatore gli dice: «Ma adesso ti metti a fare il buffone in tv»? E Il Senatore sembra non ascoltarla, la mamma; autoironico per natura, successivamente non disdegnerà di scendere in campo direttamente. Interpreta infatti se stesso nel «Tassinaro» del seguace Alberto Sordi e si palesa all'innocuo «Bagaglino» di Pingitore e compagnia bella (è Oreste Lionello il suo alter ego).

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IL DIVO - È l'antipasto del declino però: la Prima Repubblica volge al termine, il cantautore Francesco Baccini vuole «salvarlo», ma non ci riesce. Di certo non scade nell'oblio, ma tra Berlusconi e Bossi, i nuovi padroni, Giulio scivola sullo sfondo. Ma è destino che non debba finire qui: nel 2008, Andreotti ritorna prepotentemente al centro dell'attenzione nello straordinario «Il divo» di Paolo Sorrentino. Il Giulio-Peppe Servillo è il Potere, asciutto, anaffettivo, implacabile, robotico al punto che il Giulio-Giulio ne rimane quasi spaventato e offeso («È una mascalzonata» sarà il suo primo commento). Per mostrar un po' più indulgenza in seguito: alla fine, il film di Sorrentino, volenti o nolenti, lo toglie dalla cronaca e lo consegna alla Storia. Per diventare, come ebbe lui a dire in una delle sue migliaia di battute, «postumo di se stesso».


Matteo Cruccu
ilcruccu6 maggio 2013 | 15:13







Andreotti e quella volta che trattenne Falcão

Corriere della sera

Salvò il Coni, fu il testimonial dell'Olimpiade a Roma e bloccò il passaggio del brasiliano all'Inter
di  Fabio Monti



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Giulio Andreotti è stato anche un grande uomo di sport. Nel 1946, il Comitato olimpico nazionale era prossimo allo scioglimento, così come stabilito nel '44, quando Giulio Onesti era stato designato commissario straordinario. Ma, subito dopo la guerra, si era fatta strada l'ipotesi di conservare l'ente e per questo era stato organizzato un convegno al ministero delle Finanze il 28 aprile ’46. A prescindere dal colore politico dei partecipanti, tre cose erano apparse chiare: che nonostante le commistioni con il fascismo, il

Coni aveva solide ragioni per essere conservato; che andava comunque riaffermata l'autonomia dello sport; che andava rivisto e chiarito il profondo legame fra educazione fisica e attività sportiva. Siccome a decidere sarebbe stato il presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, in un successivo colloquio con Onesti, l’onorevole Adriano Ossicini aveva prospettato l’ipotesi di andare a parlare della questione con Giulio Andreotti, suo amico d’infanzia, che allora, oltre al ruolo di responsabile del settore giovanile della Dc, svolgeva quello di portavoce di De Gasperi.


L'intervento di Andreotti si rivelò determinante, perché qualche tempo dopo, lo stesso Onesti telefonò a Ossicini: «Abbiamo vinto, il Coni è salvo». E il Coni è diventato negli anni un modello osservato con interesse e attenzione in tutto il mondo, soprattutto perché, attraverso il Totocalcio, è stato in grado di autofinanziarsi (fino al 2002). Andreotti ha avuto un ruolo fondamentale nell’organizzazione dei Giochi olimpici di Roma ’60. A convincere i membri Cio nella votazione finale del 15 giugno ’55 (35 voti per Roma, 24 per Losanna), era stata proprio la certezza che l’imponente impegno organizzativo sarebbe stato sostenuto dal governo italiano, garantito dalla designazione di Giulio Andreotti, uno degli uomini politici allora più influenti e all’epoca ministro della Difesa, che aveva accettato la presidenza del Comitato organizzatore.

Proprio l'incontro organizzato dal Coni il 14 luglio 2010, per ricordare i 50 anni dall’Olimpiade ’60, aveva segnato l’ultima uscita pubblica di Andreotti, che, accolto da una standing ovation, nel salone d’onore del Coni, aveva caldeggiato la candidatura di Roma 2020, ricordando che «nessuna Olimpiade è costata meno di Roma 1960, perché non si fecero spese superflue. Quei Giochi mi hanno regalato gioia ed emozioni». Le stesse che, in qualche modo ricercava, quando andava a seguire le corse di trotto (Tordivalle) e di galoppo (Capannelle).

A Ugo Bottoni, l’ammiraglio del trotto, scomparso il 24 settembre ’73, Andreotti aveva dedicato un capitolo nel secondo volume dei suoi «Visti da vicino» e pubblicato nel 1983. La legge 91 del marzo ’81 sul professionismo sportivo, tuttora in vigore, ha la sua origine da un intervento di Andreotti (4 luglio ’78), dopoché i carabinieri erano arrivati al Leonardo Da Vinci, l’hotel alla periferia di Milano, che ospitava il mercato. A mandarli era stato l’avvocato Campana, presidente dell’Assocalciatori, che aveva denunciato al pretore Costagliola la presenza di mediatori.

Di fronte alla serrata del calcio, era stato lo stesso Andreotti a convocare un vertice a Roma, per dar vita ad un decreto-legge tampone, per far sì che l’ attività calcistica potesse riprendere, con l’impegno di presentare entro un anno alle Camere «un progetto di legge per regolamentare in modo definitivo i rapporti fra gli atleti professionisti e le società». I contratti di trasferimento già stipulati vennero considerati validi, e con questo perdevano valore gli avvisi di reato di Costagliola, ma venne riconosciuta la legittimità della posizione del sindacato calciatori.

Il calciomercato lasciò gli alberghi per trasferirsi in una sede federale, quella del Totocalcio a Milano, ma da quel decreto uscì la legge 91, quella che ha abolito il vincolo dei giocatori e ha rivoluzionato il mercato. Fra tanti interventi storici per lo sport italiano, si è inserita anche la leggenda di una telefonata, fatta da Andreotti, noto tifoso romanista, all’allora presidente dell’Inter, Fraizzoli nel giugno ’83. Attraverso il lavoro di Sandro Mazzola e Giancarlo Beltrami, il centrocampista brasiliano Falcão aveva dato la propria disponibilità a trasferirsi all’Inter, dopo aver vinto lo scudetto con la Roma. Una storia di contatti che si era trascinata per mesi. Quando tutto era pronto, Fraizzoli avrebbe dovuto avviare la trattativa con la Roma (il giocatore era sotto contratto). Un giorno in lacrime, presenti Mazzola, Beltrami e la moglie, la signora Renata, raccontò: «Ho ricevuto una telefonata da molto, molto, molto in alto; Falcão non possiamo più prenderlo. E non chiedetemi perché. Tanto avete capito». E Falcão è rimasto a Roma, fino all’85, quando Viola (divenuto senatore Dc alle elezioni dell’83), ottenne la rescissione del contratto per il brasiliano, infortunato al ginocchio.


Andreotti privato - GUARDA LE IMMAGINI     LA FOTOSTORIA

Quel black out in diretta tv ospite di Paola Pergo: GUARDA IL VIDEO



6 maggio 2013 | 13:52

Tivoli, imbrattata lapide di Peppino Impastato

Corriere della sera

Scritta firmata «camerati» sul monumento dedicato al giornalista ucciso a Cinisi il 9 maggio 1978

La lapide imbrattata a Tivoli (internet)

Un brutto risveglio. La lapide dedicata a Peppino Impastato, il giornalista ucciso dalla mafia il 9 maggio 1978, è stata imbrattata con simboli e scritte fasciste. «Un oltraggio a pochi giorni dall'anniversario». Un blitz notturno nella notte tra giovedì e venerdì sul lungo Aniene a Tivoli, in provincia di Roma. Per questo i cittadini sono stati invitati a «ripulirla» il giorno dell'anniversario.


I manifesti di Casapound che hanno usato Peppino Impastato (Internet)


LE SCRITTE - Infatti, ora si legge: «A Giuseppe Veroli e a tutte le vittime dell'antifascismo», firmato «i camerati», con tanto croce celtica. L'indignazione è corsa sul web. Migliaia le condivisioni della foto diffusa dall'Associazione culturale immaginarte. Non è chiaro chi siano gli autori del gesto. Qualcuno crede sia un'iniziativa di singoli. Anche perché due anni fa Casapound, il movimento neofascista, aveva stampato una serie di manifesti con il volto del giornalista e la scritta «martire per la giustizia». Subito la denuncia dalla Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato che ha condannato l'iniziativa. E sembrava chiusa lì. Poi venerdì mattina la nuova scoperta.


Benedetta Argentieri
bargentieri@corriere.it 6 maggio 2013 | 11:23

Piazza di Spagna, beffa per i turisti: coni gelato a sedici euro

Corriere della sera

In un locale di Alfiero Tredicine, servizio in piedi e conto salato per quattro inglesi: uno scontrino da 64 euro


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ROMA - Un gelato che lascia l'amaro in bocca: «E quando abbiamo pagato non ci hanno detto neanche grazie». Roger Bannister, alle cinque del pomeriggio, vaga incredulo per via della Vite: assieme ai suoi compagni di viaggio - il fratello Steven, le loro mogli Wendy e Joyce, due coppie dai modi gentili - alle «15.38», come dimostra lo scontrino, ha pagato sessantaquattro euro per quattro coni gelato. Non li hanno mangiati al tavolo, ma in piedi.

Benvenuti nel centro storico di Roma, anno 2013. È qui, in cima a via della Vite, dietro piazza di Spagna, che i quattro inglesi (vengono da Birmingham, hanno visitato Roma per sei giorni, tra poche ore ripartiranno) hanno comprato il gelato che ha lasciato loro l'amaro in bocca. Quattro coni «a cartoccio», «con due cialde e tre gusti», spiegano loro, pagandoli sedici euro l'uno, 64 totali: «È incredibile, vero? Non è una cosa normale, giusto?».

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Sono così colpiti dalla cifra spesa che ne parlano con chiunque si avvicini loro, mostrano lo scontrino, spiegano e raccontano: «Non ci siamo seduti al tavolino, non eravamo ai piedi della scalinata di Trinità de' Monti, ma là, in quel bar all'angolo. Abbiamo preso il gelato per mangiarlo in strada.. .». Da un bar esce una commessa, sorride: «La scorsa settimana da noi sono entrati due turisti spagnoli che si lamentavano per lo stesso motivo...».

Il bar in questione è proprio in cima a via della Vite: il personale è gentile, e nessuno - la cassiera, le commesse, «un responsabile» che preferisce rimanere anonimo - nega che quelli siano i prezzi: «Basta guardare, sono affissi ovunque». Vero. E i coni gelato comprati dagli inglesi possono costare anche 20 euro: scusi ma venti euro per un cono consumato in piedi, senza sedersi? «I prezzi sono quelli, in piedi o seduti non fa differenza».

Lo scontrino è intestati alla «Cardesi srl», di Alfiero Tredicine, cognome noto in città sia per i camion bar del Centro sia per l'attività politica (nel Pdl) di Giordano, consigliere comunale. Inutile chiedere se, in ogni caso, non si tratti di un prezzo comunque stellare. Ecco la difesa: «Ma dentro quei coni entrano sette etti di gelato!».

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Casi di turisti sorpresi dal prezzo, nel centro di Roma, non mancano: nel 2009 al ristorante «Passetto», dietro piazza Navona, due giapponesi pagarono un conto da 695 euro, nel 2010 un blitz della Finanza svelò il giro delle false guide turistiche (chiedevano dai 50 ai 150 euro), e a settembre altri turisti si lamentarono per un bed and breakfast all'Esquilino: li facevano dormire su letti a castello. Senza citare centurioni, bancarelle e mendicanti, il centro storico della città vive, ormai da anni, una situazione non proprio a misura di turista: basta ricordare il caso dell'americana che, trasportata su un'ambulanza privata, si è vista consegnare un conto da 1.300 euro.

Il candidato al Primo municipio, Matteo Costantini, è il primo a raggiungere i turisti sotto choc per il prezzo del gelato: «Mi trovavo a passare, seguo ciò che accade, non è la prima volta che mi segnalano episodi simili. È uno scandalo che vengano trattati così, se diventerò presidente istituirò un numero verde. Mi sono offerto di rimborsare i soldi ma abbiamo deciso di dare la stessa cifra in beneficienza all'Amref». E i turisti confermano: «Non vogliamo avere i soldi indietro, vogliamo capire come sia possibile».

Alessandro Capponi
6 maggio 2013 | 9:38

Le specie marine aliene portate dall’acqua di zavorra delle navi

Corriere della sera

Nell’acqua usata dalle navi come zavorra e scaricata al porto d’arrivo sono presenti microrganismi estranei

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Per la prima volta un modello matematico basato anche su un’accurata osservazione, si occupa della cosiddetta ballast-water, altrimenti detta acqua di zavorra, che le navi utilizzano appunto come stabilizzatore dello scafo e che viene poi scaricata nel mare d’arrivo, trasportando microrganismi spesso estranei agli ambienti che possono costituire un vero e proprio pericolo per l’ecosistema. Poiché il carico e lo scarico avvengono talvolta in località anche molto lontane e differenti tra loro, tali operazioni generano una migrazione di sostanze che causa squilibri negli ecosistemi e gravi danni alla biodiversità.

IL MODELLO MATEMATICO - Lo hanno elaborato scienziati anglo-tedeschi con il proposito di calcolare le possibilità di sopravvivenza di una specie faunistica in un viaggio e quantificare le probabilità che colonizzi le acque di arrivo. Rotta, dimensione della nave, temperatura e biogeografia: queste sono le quattro variabili, come spiega Bernd Blasius, dell’Università di Oldenburg, che gli esperti hanno esaminato e incrociato esaminando 3 milioni di viaggi compiuti nel periodo tra il 2007 e il 2008. La conclusione del report è che in generale esistono scarse probabilità che i microrganismi trasportati con l’acqua di zavorra colonizzino il porto di destinazione, ma secondo Michael Gastner, dell’Università di Bristol, si tratta in realtà di una roulette ecologica, e vero è che le dimensioni sempre più monumentali delle navi e i viaggi sempre più numerosi aumentano esponenzialmente le possibilità di colonizzazione.

ZONE PIÙ A RISCHIO – Lo studio, pubblicato sul Journal Ecology Letters riguarda le acque americane e identifica nella baia di San Francisco e nella baia di Chesapeake (insenatura dell'oceano Atlantico lungo la costa orientale degli Stati Uniti, suddivisa fra i territori del Maryland e della Virginia ed estuario del fiume Susquehanna) alcuni tra i posti più colonizzati. I microrganismi che viaggiano in nave possono avere un impatto sull’ambiente marino anche per decenni e i danni possono essere ingenti.

ACQUE DI ZAVORRA - Ma quali sono le acque di zavorra più minacciose? Secondo i ricercatori sono quelle portate dalle navi che provengono da Singapore, Hong Kong, Suez e Panama. Innanzitutto da questi porti partono molte navi e inoltre si tratta di acque calde, che danno dunque ai microrganismi che trasportano maggiori probabilità di sopravvivenza nel corso dei lunghi itinerari. Anche le acque fredde dei mari del Nord però trasportano ballast-water con alte possibilità di resistenza, proprio perché approdano nel mare statunitense, spesso simile come condizioni e temperatura. Le tratte più a rischio sono quelle di media distanza: nei lunghi itinerari infatti si assiste a una selezione naturale della fauna marina, mentre nei brevi viaggi l’acqua di zavorra sfocia in un ambiente marino dalle condizioni simili che la rende meno minacciosa.

SOLUZIONE – Per stabilizzare lo scafo di una nave è impossibile non utilizzare acqua di zavorra. Queste acque vengono prelevate generalmente in una zona sottocosta e, una volta che la nave arriva a destinazione, vengono scaricate in porto. Nelle acque di zavorra sono presenti sia sedimenti che microrganismi (batteri, microbi, piccoli invertebrati, uova e larve) che talvolta hanno dimensioni tali da non per poter essere filtrati. Il problema della ballast-water non è dunque di facile soluzione. E anche quando è possibile un sistema di filtraggio la soluzione potrebbe essere molto, troppo costosa, richiedendo un'eccessiva permanenza nelle navi nei porti che estenderebbe in maniera proibitiva i costi delle operazioni. L’ormeggio di una nave in un porto ha un prezzo molto alto e l’impatto economico della depurazione delle acque di zavorra potrebbe scoraggiare ogni iniziativa in questa direzione. Uno degli esempi più comuni di specie invasiva è la cozza zebra, il cui nome scientifico è Dreissena polymorpha: originaria del mar Nero e della zona del mar Caspio, oggi è comunemente reperibile in Nord America, Gran Bretagna, Irlanda, Spagna e Svezia. È inserita nell'elenco delle cento specie aliene più dannose del mondo.

Emanuela Di Pasqua
5 maggio 2013 (modifica il 6 maggio 2013)

Napoli, tintarella in Villa Comunale per il dipendente dell'Asìa

Il Mattino
di Giuliana Covella

Apposito specchio per concentrare i raggi, canotta alzata per acchiappare più raggi possibile.



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Talvolta non c’è bisogno di essere distesi, con ogni comfort, in riva al mare per prendere la tintarella. Bastano uno specchio solare, i gradini di una statua in un parco pubblico e un paio di cuffiette con musica a palla. È così che un operatore dell’Asia ha pensato bene di abbronzarsi sotto il monumento di Giambattista Vico nell’area cantierizzata in Villa comunale, lato piazza della Repubblica. Tutto questo, va detto, in orario di lavoro. Lo spazzino è stato «paparazzato» pochi giorni fa da un cittadino che, per ovvi motivi, preferisce mantenere l’anonimato, mentre tra le 10 e le 11.30 era comodamente seduto ai piedi della scultura a prendere il sole.

Una scena che ha dell’incredibile, ma non troppo, in una città come Napoli, dove tutto può accadere.
Anche che due operatori ecologici si concedano una pausa “sole” nell’orario in cui dovrebbero espletare il servizio. Bando dunque, ad ogni inibizione e l’uomo immortalato dalla fotocamera di un cellulare sveste ( o quasi) i panni dello spazzino, rimanendo in desabillè dal torace in su.

Riconoscibili, infatti, nella foto i pantaloni di servizio di colore verde con le due strisce bianche. E, sullo sfondo, il camioncino bianco dell’azienda che si occupa della pulizia delle strade cittadine. Il netturbino non ha voluto farsi mancare nulla, munito di auricolari per ascoltare musica neomelodica e di un pannello solare auto abbronzante. Non è stato da meno il collega, che ha preferito schiacciare un pisolino all’ombra, appollaiandosi sugli scalini ai piedi della statua.

Tutto questo di fronte al palazzo crollato alla Riviera di Chiaia lo scorso 4 marzo. Scene che fanno riflettere, specie alla luce delle polemiche degli ultimi giorni sulle tantissime strade-pattumiera della città: dal centro storico, a via Toledo, a via Santa Teresa degli Scalzi, dove accade anche che gli ingombranti rimossi dall’Asia compaiano come per magia cinque minuti dopo, a Porta Capuana, ai Colli Aminei, o a piazza Sanità, dove c’è chi invade il sagrato della chiesa da cartoni ed elettrodomestici un giorno sì e l’altro pure. Per non parlare dei quartieri dell’area nord, da sempre discariche a cielo aperto.

Un’emergenza che, a detta del vice sindaco Tommaso Sodano, si potrebbe fronteggiare reclutando i giardinieri comunali per potenziare lo spazzamento. I primi sono, infatti, 700 insieme ai fognatori, a fronte di un solo spazzino per ogni 2.200 napoletani. Lo stesso vice sindaco aveva tuttavia dichiarato, in un’intervista rilasciata al Mattino, che «cambiando l’organizzazione si possono efficientare i servizi e mettere alle corde furbi e furbetti che pure si annidano tra migliaia di comunali onesti ed efficienti».

Una soluzione che non convince Armando Coppola, presidente della IV municipalità:
«Da un anno sto chiedendo invano al vice sindaco di potenziare il numero di giardinieri sul nostro territorio, dove vivono 120.000 abitanti e vi sono solo 17 risorse per pulizia e manutenzione di parchi e giardini. Sodano ha pensato bene di spostare quelle risorse impiegandole per coadiuvare il lavoro dell’Asia. Mentre noi abbiamo piazze che dovrebbero essere rese fruibili per anziani e bambini con l'arrivo dell’estate e che invece sono immondezzai a cielo aperto». Un quadro in cui ha certo il suo ruolo l’inciviltà della gente. Ecco perché il presidente Asia Raffaele Del Giudice ha lanciato un appello a tutti i cittadini per collaborare a tenere pulita la città, pena multe salatissime per i trasgressori.

domenica 5 maggio 2013 - 13:01   Ultimo aggiornamento: 20:08

L'arca di Noè dei super alberi: clonate le piante millenarie

Il Messaggero
di Anna Guaita


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Ci sono centinaia, forse migliaia, di alberi sulla nostra Terra che erano già grandi e ombrosi quando Gesù Cristo predicava il suo Verbo. Quegli alberi sono un patrimonio della Terra, perché sono riusciti a sopravvivere a siccità e alluvioni, incendi e malattie, inquinamento e devastazione umana. Sono veri “campioni”, esemplari geneticamente più forti che hanno vinto la gara della selezione naturale. Con questa convinzione, un’associazione americana lavora da oltre 15 anni a raccoglierne il Dna e tramandarlo alle generazioni future: «Spero che fra 200 anni, i nostri discendenti saranno contenti di quel che abbiamo fatto» ha commentato tempo fa Meryl Marsh, che a lungo è stata a capo delle Operazioni Globali della Archangel Ancient Tree Archive.

GLI ESEMPLARI
Il progetto, ideato negli anni Novanta da David e Jared Milarch, può essere paragonato a una specie di Arca di Noè: non mira a proteggere le foreste di antica crescita che ancora esistono – impresa per la quale già si battono numerose associazioni – ma per crearne altre, loro gemelle, con le stesse caratteristiche genetiche. Il lavoro dei dipendenti della Archangel non è facilissimo: la raccolta degli esemplari richiede spesso di arrampicarsi su alberi alti e ripidi, per raggiungere le estremità più tenere dei rami più giovani. La signora Marsh ad esempio ha prima preso lezioni da un campione di alpinismo, e solo dopo ha cominciato a scalare quelle vette.

Clonare alberi vecchi di migliaia di anni, spiega al Messaggero, Jared Milarch, è «un inno alla vita». Uno degli alberi clonati ad esempio è la quercia di Brian Boru a Tuamgraney in Irlanda: la leggenda vuole che sia stata piantata dal re Brian Bórumha mac Cennétig, che governò l’Irlanda intorno al 1001. L’età della quercia è infatti stimata intorno a un migliaio di anni. Un altro grande albero clonato è la sequoia Alonzo Stagg, nella Sierra Nevada della California. È un albero vecchio di tremila anni, alto quasi 80 metri, con una circonferenza alla base di 34 metri.

LA TECNICA
La procedura di clonazione è lunga e delicata, e spesso non riesce: «Ma – assicura Milarch -stiamo riuscendo a creare una biblioteca vivente di alberi di antica crescita». I motivi della missione non sono solo estetici o sentimentali: una volta ottenuto il clone, si cerca di piantarlo seguendo una logica pratica e scientifica. «È importante piantare l’albero giusto, con il Dna giusto, nel posto giusto» aggiunge Milarch. Per esempio: il salice nero è un albero efficace nel “fitorimedio”, nella bonifica di aree contaminate da prodotti chimici, nel filtraggio delle acque. La Archangel l’anno scorso ne ha regalati 6 mila esemplari alla tribù indiana degli Ottawa, nel Michigan, che ha così potuto cominciare il recupero naturale di terreni inquinati.

Il progetto più ambizioso della Archangel è comunque quello della «migrazione assistita». Come spiega Jared Milarch, gli ambienti naturali originali di alcune delle specie più importanti vanno deteriorandosi. Le sequoie, vanto e meraviglia delle coste americane dell’Ovest, soffrono per l’alzarsi della temperatura, la scarsità delle piogge e delle nevi. Ebbene, nel corso della Giornata della Terra, una settimana fa, Archangel ha propagato i cloni dei più grandi e forti campioni delle sequoie americane in altri Paesi - Germania, Irlanda, Gran Bretagna, Nuova Zelanda, Australia. Questi luoghi sono stati scelti perché «le proiezioni dei futuri cambiamenti climatici fanno prevedere che saranno i migliori ambienti surrogati rispetto a quelli originali».

I CAMPIONI
L’Archangel ricorda che l’uomo ha già distrutto il 98 per cento delle foreste di antica crescita. E ora abbiamo messo a rischio anche i campioni sopravvissuti centinaia se non migliaia di anni. Insomma: il clima cambia, spostiamo i grandi alberi dove potranno sopravvivere, aiutiamoli a migrare, come fanno gli uccelli quando in inverno vanno a sud.

La sede di Archangel e dei suoi laboratori di clonaggio è a Copemish, nel Michigan. Ma i suoi esperti lavorano in tutto il mondo e accettano segnalazioni di campioni il cui Dna vada salvato da ogni angolo del pianeta. Maggiori informazioni si possono trovare nel sito Ancienttreearchive.org. «Se qualcuno dall’Italia vuole segnalarci dei grandi campioni – ci saluta Milarch - raccomando che mandino fotografie, con dati vitali quali: altezza dell’albero e circonferenza del tronco. Meglio che a fianco nelle foto ci sia una persona in piedi, che faccia da metro di riferimento sulla misura dell’albero».

Anna Guaita

Domenica 05 Maggio 2013 - 16:52
Ultimo aggiornamento: 16:53

I centri sociali occupano anche il cinema Manzoni E il sindaco batte le mani

Chiara Campo - Lun, 06/05/2013 - 08:31

Il collettivo Macao espropria la sala per celebrare un anno di vita. Un brutto spettacolo nel centro di Milano. Ma Pisapia applaude

Per festeggiare un anno dalla «liberazione» della Torre Galfa che conquistò sinistra radical chic e pure l'ex assessore alla Cultura Stefano Boeri, Macao si prende il Cinema Manzoni.


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Era il 5 maggio 2012 quando il «Collettivo dell'arte» - così si fanno chiamare anche tanti esponenti dei centri sociali, «artisti» delle occupazioni forse - fece un'incursione nel grattacielo di via Fara e organizzò per giorni concerti, feste, persino visite guidate.
Seguì un blitz a Palazzo Citterio nel cuore di Brera, poi al teatro Derby e dal giugno scorso sono in pianta stabile nelle palazzine liberty dell'ex macello, viale Molise. Nessuno li ha più disturbati. Ma loro hanno continuato a covare altre «liberazioni» show, hanno prodotto un filmato che ritrae gli ex cinema milanesi che dopo la chiusura sono rimasti vuoti e nel giorno del compleanno hanno puntato sul più prestigioso, le sale storiche del Manzoni al civico 42 della via.

Da giorni annunciavano una protesta davanti a Palazzo Marino, «a Milano si continua a svendere il patrimonio culturale e identitario della città e il Comune è immobile». Nella lista dei loro supporter Valeria Golino, Riccardo Scamarcio, Francesca Archibugi, Valerio Mastrandrea. Ma intorno alle 14, dopo aver attraversato la Galleria e piazza Scala si dirigono al Manzoni, l'ex cinema proprietà di Prelios-Pirelli chiuso dal 2006. «É un meraviglioso pezzo di Milano abbandonato e vogliono farci un centro commerciale, la città deve farsi sentire» protestano i circa 200 attivisti.

Forzano le porte ma non faticano ad entrare, mancano gli striscioni con l'happy birthday ma l'incursione sembra a una grande festa ben organizzata, si impegnano con polizia e proprietà a lasciare gli spazi liberi entro fine serata. Macao organizza un'assemblea cittadina per «raccontare la storia del Manzoni» e «sensibilizzare la città sull'uso del patrimonio culturale». Arrivano gli esponenti dei Comitato «Manzoni Bene Comune» che da almeno un anno fanno incontri e sopralluoghi con l'assessore all'Urbanistica Lucia De Cesaris, con l'ex assessore Boeri e con rappresentanti di Prelios sostenendo la stessa cosa, che il Manzoni resti (anche) luogo di cultura, e ipotizzava un'occupazione simbolica già a gennaio 2012.

Occupare è reato? Il Comune invia una nota e non si trova una parola di dissenso sul blitz al Manzoni, anzi. Il vicesindaco De Cesaris e l'assessore alla Cultura Filippo Del Corno assicurano che «il Comune, nel rispetto dei ruoli e nell'ottica di superare l'attuale stato di abbandono, sta negoziando per garantire che all'interno del progetto di ristrutturazione proposto dalla proprietà vengano dedicati spazi per la cultura». La struttura, «chiusa da molto tempo, è da sempre privata». Ma la giunta ci tiene a difendersi dalle protesta di Macao.

In piazza Scala gli attivisti hanno contestato l'«immobilismo dell'amministrazione nel difendere i luoghi della cultura». A parte «timidi tentativi falliti di fronte alle lobby economiche e finanziarie - accusano -, Pisapia continua a svendere il capitale vivo della città». Non bastasse che Macao occupa da 11 mesi indisturbato gli spazi dell'Ortomercato, gli assessori ricordano che «nell'ambito delle proprie competenze questo Comune ha avviato un percorso per restituire alla cultura gli spazi abbandonati, affidandoli ad associazioni attraverso bandi».

E Milano «peraltro ha già da tempo lanciato l'appello affinché Stato e Regione approvino norme che introducano modalità più semplici, rapide e snelle, per l'assegnazione di immobili in disuso e abbandonati, anche di proprietà privata». Scusate il ritardo, è sottinteso. Ma la replica di Macao è uno schiaffo: quelle del Comune sono «timide attenzioni, non soddisfacenti», non bastano neanche «la privatizzazione e all'assegnazione con bandi».

Se il Comune non contesta il metodo di protesta, l'ex vicesindaco e capogruppo di Fdi Riccardo De Corato lancia l'allarme occupazioni facili: «Nel silenzio delle istituzioni Macao ha messo a segno un altro colpo, ci auguriamo che si faccia sentire il ministro degli Interni Alfano, perchè a Milano dopo che il sindaco rimbrottò il questore per lo sgombero del Lambretta non si è fatto più niente».