lunedì 29 aprile 2013

Il compagno Zanonato col colbacco, il ministro che ama l'Armata Rossa

Libero

Il successore di Corrado Passera è un comunista d.o.c. Nel 1993 per la prima volta è sindaco di Padova. Per far festa indossa il copricapo tipico dell'Urss


Cattura
Flavio Zanonato, il nuovo ministro dello sviluppo economico è un comunista d.o.c. Lui nel Pci era di casa. E per le grandi occasioni amava portare in testa pure il colbacco. Lo testimonia questa foto di qualche anno fa che lo ritrae sorridente col tradizonale copricapo dell'Urss comunista. Anche lui poi tra Pds, Ds, e ora Pd ha cercato di mostrarsi come un rappresentante nuovo dei progressisti di casa nostra.

Ma l'album di famiglia non tradisce. Lo scatto risale a vent'anni fa e lo rispolvera il Mattino di Padova. Era l'1 febbraio 1993, un lunedì. Flavio Zanonato si siede per la prima volta sulla poltrona di sindaco di Padova. La cronaca del quotidiano padovano dell'epoca svela il dna comunista del ministro. Scriveva sul Mattino di Padova di quel giorno Paolo Possamai: "A mezzanotte l'incoronazione. Padova è governata per la prima volta da un sindaco non Dc. E oltretutto ex comunista". E grande risalto avrà quel regalo che a Flavio Zanonato fa il repubblicano Gianluca La Torre: un colbacco dell'Armata Rossa. Il ministro avrà anche sulla scrivania una bottiglia di vodka da collezione?



(I.S)

Le lezioni al veleno di Travaglio tra gogna mediatica e topi di fogna

Libero

Il vicedirettore del Fatto attacca Libero sulla vicenda degli hacker, aggrappandosi alla privacy

di Francesco Borgonovo


Cattura
Ieri sulla prima pagina del Fatto è comparso un editoriale di Marco Travaglio sobriamente intitolato «Topi di fogna», epiteto insolitamente raffinato persino per il nostro vicequestore preferito, noto ai più per lo stile british. Travaglio ce l’aveva con i sedicenti «hacker del Pd» che nei giorni scorsi hanno violato le email di alcuni parlamentari del Movimento Cinque stelle, sbattendo sul web la loro corrispondenza privata, comprensiva di discussioni politiche interne e pure di fotografie che ritraggono le loro vittime in atteggiamenti intimi. Fin qui, tutto comprensibile. Questo genere di violazione della privacy è spregevole, specie se riguarda la più profonda intimità delle persone, che nulla ha a che fare con le squallide rappresaglie di partito. Però Travaglio ha allargato il tiro, sostenendo che i topi di fogna suddetti hanno dei complici fra i giornalisti. Faceva riferimento ad alcuni cronisti del Corriere della Sera. Ma non ha trascurato neppure Libero.

Con un innaturale slancio di cortesia, Marco ha precisato che «il giornale di Belpietro si dimostra addirittura più corretto, o meno scorretto, di quello di De Bortoli». Troppa grazia. Peccato che Travaglio proprio non ce la faccia a riconoscere che il lavoro del nostro Matteo Pandini - autore degli articoli sul caso degli hacker - è stato irreprensibile. No, deve per forza trovare un modo per darci addosso e avvicinarci alla categoria fognaria con cui è inviperito. Sostiene, il caro Marco, che siamo artefici di un falso: «Un enorme disegno che mi ritrae vestito da postino mentre consegno a Beppe Grillo una busta con la scritta: “Raccomandati”. Titolo: “Anche Travaglio finisce nella Grilloleaks”». Secondo lui «è tutto falso: (...) non ho mai raccomandato nessuno, tantomeno a Grillo».

Beh, allora citiamo quanto ha detto a Libero, che ha avuto la premura di chiamarlo. Nell’intervista rilasciata a Pandini, Marco spiega di aver inviato a Giulia Sarti, una delle parlamentari grilline coinvolte nella vicenda, «una mail con alcuni curricula di collaboratori da sottoporre al M5s. Un favore chiestomi da Pardi». A casa nostra, si tratta di raccomandazione. Mica c’è niente di male, Travaglio faccia pure quel che gli pare. E infatti, nel suo pezzo, Pandini specificava: «Non ci sono ombre di alcun tipo». Quanto alla nostra vignetta, si trattava della rappresentazione satirica di quanto il vicedirettore del Fatto ci aveva dichiarato. E dire che lui, con la satira, dovrebbe avere qualche dimestichezza, visto che la utilizza come scudo appena  scrive qualcosa di pesante.

Nonostante ciò, l’amico Marco s’indigna per la caricatura di Benny. Per concludere in bellezza, Travaglio - prigioniero della sua ossessione antiberlusconiana - se la prende anche col Cavaliere e con «i custodi della privacy a targhe alterne» e «le vestali della sacralità del Parlamento a seconda delle convenienze». Bene, gli facciamo notare due piccoli particolari. Intanto, a parlare per primo di hacker del Pd e a diffonderne l’indirizzo web (da cui si poteva risalire alle mail rubate) è stato l’Espresso. Cioè il settimanale per cui scrive Marcolino. Quanto alla privacy, poi, il Commissario Travaglioni potrebbe evitare di strapparsi i capelli, ché già gliene restano pochini.

Il Fatto ha campato per anni pubblicando intercettazioni, pettegolezzi e sputtanamenti vari ai danni dei nemici politici. Tra i quali ci piace ricordare la presunta conversazione in cui Berlusconi avrebbe definito Angela Merkel «culona inchiavabile». La frase ha fatto il giro del mondo, peccato solo che l’intercettazione non sia mai uscita. Non risulta da nessuna parte, ma chissenefrega. Il Fatto l’ha sbattuta in prima pagina. Questo sì che è giornalismo. Travaglio ci spedisce nella fogna. Intanto, con la gogna si diverte come un pazzo.

Dieci anni di iTunes, rivoluzione digitale

Corriere della sera

Il negozio di musica e non solo di Apple venne lanciato il 28 aprile del 2003 da un Jobs particolarmente ispirato
 

1
MILANO - Sono passati dieci anni da quando Steve Jobs si presentò sul palco del Moscone Center ad annunciare la rivoluzione nella musica digitale: un negozio online dove poter acquistare legalmente singoli brani e interi lp. Quella del 28 aprile 2003 fu una delle presentazioni più ispirate per annunciare uno dei servizi che ha auto più successo. I numeri di iTunes Store sono impressionanti: 25miliardi di download, 35 milioni di canzoni in catalogo, 435 milioni di utenti registrati in 119 Paesi del mondo. Oggi il negozio digitale, che non vende più solo musica ma molto altro, è il più grande distributore di musica al mondo e nell'ultimo trimestre ha portato nelle casse della mela più di quattro miliardi di dollari.


2
C'ERA UNA VOLTA
- Per capire l'importanza di iTunes i numeri, seppur impressionanti, forse non bastano. Bisogna ricostruire il contesto e quello che accadeva alla musica digitale nel 2003. Il file -sharing dominava la scena e sollevava problemi legali e dibattiti culturali. Uno dei termini più usati nelle cronache dell'epoca era Celestial Jukebox, e cioè l'idea di una immensa collezione di musica in cui trovasse posto tutto quello che era stato registrato dall'umanità. L'industria della musica innalzava le prime barricate tentando di arginare un fenomeno che stava contagiando tutti gli utenti. Napster era stato da poco dichiarato fuorilegge e già era spuntata un'alternativa tecnicamente migliore e a prova di accusa, KaZaa. La reazione delle major musicali era però colpevolmente solo concentrata su un fronte, condannare gli utenti e i servizi peer-to-peer, ma non era stata in grado di organizzare un'offerta alternativa per la musica digitale a quella che voleva dichiarare illegale. Fu qui che intervenne Steve Jobs.

IPOD+ITUNES
- Al capo di Apple la musica è sempre piaciuta e già un anno e mezzo prima di del negozio online era stato in grado di confezionare il primo lettore di mp3 che ebbe diffusione planetaria, l'iPod. Per caricare la musica sul lettore gli utenti dovevano passare per un programma che trasformava i cd in file compressi mp3 e li passava all'iPod. Contemporaneamente alla commercializzazione del lettore, Jobs iniziò una lunga serie di colloqui con le major della musica – che all'epoca erano 5, mentre oggi dopo qualche fusione sono rimaste in 3 – per ottenere i diritti dei loro cataloghi e metterli a disposizione degli utenti. Dopo lunghe trattative venne allestito un'offerta complessiva di 200mila canzoni, in formato compresso proprietario di Apple (l'AAC) e al prezzo di 0,99 centesimi a brano con offerte speciali per chi acquistasse l'intero album. In 18 ore vennero vendute 275mila canzoni, meno di un anno più tardi ne erano state comprate 50milioni.


CRESCITA - Dall'aprile del 2003 a oggi la crescita di iTunes è stata costante e segnata da tappe significative ricostruite in una bella timeline pubblicata proprio sullo store. Sono aumentate le versioni locali dello store, che è giunto in Italia nell'ottobre del 2004, è aumentata la disponibilità di formati di compressione e soprattutto è stato ampliato il catalogo con l'acquisizione progressiva di artisti prestigiosi. Tra questi sono da ricordare Madonna, che ha messo a disposizione la propria opera nel 2005, i Led Zeppelin nel 2007 e soprattutto i Beatles, che hanno deciso di vendere la propria musica su iTunes solo nel novembre 2010, dopo un corteggiamento durato anni. Gli ultimi mostri sacri del rock a cedere dopo più di una ritrosia sono stati gli AC-DC nel novembre del 2012. Oltre ai numeri e ai nomi ci sono episodi nella storia dello store musicale di Apple che sono particolarmente significativi. Come quando una sconosciuta Adele balzò in testa alla classifica dei singoli su iTunes prima ancora che la sua opera prima, l'album 19, fosse disponibile nei negozi di cd.
Il discorso di Jobs nel 2003

Cattura
CONCORRENZA E CRITICHE - Per i primi cinque anni di vita iTunes non conobbe una concorrenza adeguata, nessuno riusciva a replicare il modello store digitale in accoppiata al lettore mp3, nonostante i tentativi non mancarono: da Microsoft, con Zune, a Sony che si era vista scippare l'erede digitale del suo walkman. Le cose cambiarono tra il 2007 e il 2008 quando fece la comparsa il negozio online di mp3 allestito da Amazon. Tre le novità principali a cui Apple si dovette presto adeguare: migliore qualità dei file (con un formato di compressione più ricco di dati); l'addio ai Drm, i software che impedivano la libera copia dei brani acquistati; e una riduzione del prezzo da 99 a 69 centesimi a canzone.

IL MEGLIO DI APPLE - Gli stimoli di una concorrenza finalmente agguerrita hanno reso iTunes migliore. E oggi qualcuno, come Charles Arthur sul Guardian, si interroga sull'importanza dello store e si chiede se non si possa addirittura considerare il maggiore successo per l'azienda di Cupertino. A leggere i bilanci la risposta dovrebbe essere no: nell'ultimo trimestre gli introiti di iTunes hanno rappresentato il 9 per cento del fatturato, contro il 72 per cento di iPhone e iPad. Però i numeri degli utenti registrati al servizio aumentano in progressione costante e a rassicurare Apple c'è il fatto che tutti i dispositivi connessi (pc, iPod, iPhone e iPad) garantiscono revenue solide. Lo store musicale può quindi essere visto come la cartina di tornasole della salute dell'ecosistema della mela morsicata, un servizio che oltre a generare profitti contribuisce notevolmente a fidelizzare gli utenti e mantenerli sulla piattaforma Apple.

AUGURI - Gli auguri a chi ha cambiato la musica digitale online sono giunti da più parti. Ovviamente anche molti cantanti più o meno famosi hanno voluto celebrare il compleanno facendo sentire la propria vicinanza. Justin Timberlake, PitBull, Mariah Carry, i Maroon 5, Avril Lavigne, John Bon Jovi e tanti altri li hanno fatti pervenire sull'account Twitter di iTunes contrassegnandoli con l'hashtag #DecadeofiTunes.


Gabriele De Palma
@gabrieledepalma
 29 aprile 2013 | 14:45

Ingroia, il Tar Lazio nega la sospensiva del trasferimento ad Aosta deciso da Csm

Corriere della sera

No al provvedimento urgente chiesto al Tribunale. Sul ricorso deciderà la Camera di Consiglio il 23 maggio

 

Cattura
PALERMO - Resta confermata, almeno per ora, la reimmissione in ruolo presso la Procura di Aosta come pubblico ministero di Antonio Ingroia, l'ex procuratore aggiunto di Palermo che aveva preso un'aspettativa elettorale per partecipare alle politiche alla guida del movimento Rivoluzione civile. Lo ha deciso il Tar del Lazio, che ha respinto un provvedimento urgente presentato dal magistrato con un decreto cautelare del presidente della I sezione quater, Elia Orciuolo.

1
URGENZA - «Avevamo chiesto un provvedimento urgente al presidente del Tar del Lazio - ha spiegato Ingroia all'Adnkronos- e ci ha risposto che non se ravvisa il bisogno in quanto ha fissato la camera di consiglio per il 23 maggio». «Attendo la decisione del Tar», ha concluso il magistrato, dicendosi «convinto che il nostro ricorso sia fondato. Vedremo».

Redazione online29 aprile 2013

Etruscanning: una tomba etrusca in modalità 3D

Corriere della sera

Senza mouse o tastiere, i visitatori si possono «muovere» all'interno dell'inumazione com'era nel VII secolo a. C.
Video :  Il percorso in 3D di una tomba etrusca
Conservata ai Musei Vaticani
 
Rivivere con la stessa intensità di emozioni la scoperta della tomba etrusca Regolini-Galassi di Cerveteri, risalente al lontano aprile del 1836 e conservata ai Musei Vaticani, è oggi possibile. Grazie all’installazione interattiva Natural Interaction, sviluppata dall’Istituto per le tecnologie applicate ai beni culturali del Cnr (Itabc-Cnr) assieme a un team internazionale, i visitatori possono entrare virtualmente al suo interno, toccare gli oggetti che compongono il ricchissimo corredo funebre e ascoltarne la storia dalla stessa voce dei due defunti ritrovati in essa.

 Una tomba etrusca in 3D Una tomba etrusca in 3D Una tomba etrusca in 3D Una tomba etrusca in 3D Una tomba etrusca in 3D

INTERAZIONE - «Si tratta di un modello d’interazione basato sull’uso di interfacce che rilevano i gesti dei visitatori che senza joystick, mouse e tastiere, possono muoversi in diverse direzioni nell’area interattiva: camminare per esempio diritto se portano il braccio destro di fronte a loro, ruotare la testa verso destra alzando il braccio destro a 90 gradi rispetto al corpo, selezionare e toccare gli oggetti spostandosi fisicamente in un punto preciso del pavimento», spiega Eva Pietroni, ricercatrice all’Itabc-Cnr e responsabile scientifico del progetto Etruscanning: la tomba Regolini-Galassi in 3D. L’innovativa applicazione è stata inoltre inserita nella mostra Italia del futuro, una selezione di eccellenze scientifiche della ricerca italiana promossa dal ministero degli Esteri e realizzata dal Cnr in collaborazione con Iit (Istituto italiano di tecnologia), Istituto nazionale di fisica nucleare, Istituto di biorobotica della Scuola superiore di Sant’Anna, al via proprio in questi giorni: sarà ospitata dagli Istituti italiani di cultura dapprima del Giappone (Tokio) e successivamente di Usa ed Europa.

IL RESTAURO DIGITALE - La mostra appena aperta che ospita l’iniziativa comincia tuttavia con un filmato tridimensionale non interattivo che mostra la tomba come appariva in età etrusca, cioè a metà del VII secolo a. C., con al suo interno gli oggetti virtualmente restaurati e ricollocati nella loro presunta posizione originaria. Per realizzare questa ricostruzione gli esperti si sono basati sulla documentazione storica giunta fino a noi, soprattutto sui disegni particolareggiati di due studiosi dell’Ottocento, Luigi Canina e Luigi Grifi, che li misero a punto partendo dagli appunti di scavo.

RICOSTRUZIONE - «Utilizzando modelli metrici corretti, si è potuto tuttavia eseguire una sorta di verifica sperimentale della plausibilità delle loro interpretazioni. Verifica che ci ha messo di fronte a diverse imprecisioni ereditate dal passato», spiega Pietroni. «La tomba doveva essere per esempio più stretta di quella tramandataci. Di conseguenza il carro a quattro ruote e il letto ritrovati al suo interno dovevano essere uno sopra l’altro e non accostati come i disegni dell’epoca mostrano». Le tecnologie utilizzate hanno dato il massimo della loro potenzialità. Non solo hanno permesso di simulare e ricostruire il contesto funerario a distanza di quasi due secoli dalla scoperta, ma anche di darne una visione nuova e più precisa rispetto a quella tradizionale in cui oggetti e tomba convivono insieme in un rapporto ragionato.

PRELAZIONE - «Finora erano rimaste infatti due realtà separate», prosegue la ricercatrice. Nel momento in cui la tomba fu scoperta gli oggetti furono infatti subito rimossi e dopo essere transitati per un breve periodo nelle case private di Regolini e di Galassi, furono portati nei Musei Vaticani dove tutt’ora si trovano. «All’epoca si mobilitò addirittura la Commissione consultiva per l’antichità e le belle arti, l’allora ministero dei Beni culturali dello Stato Pontificio, che fece rispettare la legge di tutela del patrimonio artistico del 1820: essa sanciva infatti il diritto di prelazione da parte dello Stato, cioè la possibilità per quest’ultimo di acquistare i beni ritrovati sottraendoli a un’eventuale loro dispersione», dice Maurizio Sannibale, curatore del Museo Gregoriano etrusco, una sezione dei Musei Vaticani.

MEZZO DI CULTURA - La ricostruzione tridimensionale della tomba, e la sua applicazione interattiva, non costituisce tuttavia un’esperienza alternativa alla classica visione degli oggetti fisici esposti nelle vetrine del museo: usufruendo delle due realtà, quella virtuale e quella reale, il visitatore può fare nuovi paragoni e capire meglio il mondo simbolico degli etruschi. L’innovativa tecnologia messa a disposizione del pubblico invoglia dunque ad avvicinarsi alla mostra, a conoscere l’origine della nostra cultura occidentale e a porre l’attenzione su quella dimensione orientalizzante degli etruschi, risultato dei loro contatti con popoli diversi, quali per esempio, i sirio-fenici, gli egizi, i greci, i mesopotamici e gli italici, che al traino di spostamenti di merci e uomini avevano portato anche idee nuove e innescato un dialogo tra oriente e occidente.

Manuela Campanelli
19 aprile 2013 (modifica il 29 aprile 2013)

Capri e Ischia, due isole e un mare di storia per i ponti di primavera

Il Messaggero
di Giuseppe Montesano


L’imperatore Tiberio era un esistenzialista prima di Sartre? Era un grande uomo di Stato? Era un pervertito come sussurrava Svetonio? Forse non fu un grande statista, ma come turista fu insuperabile:
 

Cattura
basterà andare a farsi una passeggiata a Villa Iovis, la grandiosa dimora che si fece costruire a Capri, alta sulla roccia e dalla quale il panorama del golfo di Napoli nelle mattine limpide è abbagliante. Come uno sceicco odierno il buon Tiberio pensò bene di curare le sue malinconie con il clima e il panorama di Capri, scendendo in portantina fino alla sua spiaggia privata dove si bagnava in un’acqua il cui azzurro doveva essere assoluto: ma un po’ di quell’azzurro sopravvive, e anche chi imperatore non è può adesso sbarcare a Capri e godersi il vento che fischia tra i resti di Villa Iovis e l’acqua ancora limpida tra le rocce sotto.

LA RIVALITÀ Quindi Capri forever? E no, risponderebbero subito i patiti di Ischia. Villa Iovis? Roba romana, moderna: a Ischia ci sono venuti a vivere i Greci, volete mettere? E va detto che anche per i collezionisti di vip le cose sembrano a favore dell’Isola Verde: è lì che sbarca la potente Angela, la Merkel delle germaniche meraviglie, e non solo vi soggiorna, ma va a cena a casa del suo amico Iacono, un maitre licenziato alla cui tavola la buona tedesca si è seduta per mangiare, parlando forse di Eduardo De Filippo che recita Questi fantasmi, titolo perfetto per la politica italiana. D’accordo, replicheranno i filocaprioti: e l’aperitivo in Piazzetta nell’aroma di celebrità che passano e all’improvviso ti sorridono in stile Hollywood?

Ma qui i filoischiani zàc, colpiscono: lo sanno i filocaprioti che i giovani imprenditori trendy snobbano Capri per il loro meeting? Colpo difficile da digerire, certo: ma le risorse dell’isola azzurra non sono solo i vip figli di vip. Un essere umano civile, dotato di gusto per le atmosfere napoletane e di curiosità per l’alta cucina, sbarcherà a Capri fosse anche solo per andare al ristorante L’Olivo: l’esperienza dei piatti del giovane Migliaccio è da pellegrini della gola. Pensate alle fantasticherie barocche e goduriose della tradizione napoletana rese aeree e sognanti dalla modernità, un po’ come se Tim Burton fosse diventato un sacerdote della spigola e del calamaro e un Maestro Zen si mettesse a fare pastiere e timballi di maccheroni al ragù.

LE OASI VERDI E prima di sedersi da lui per un’esperienza che vale quanto la lettura di un’intera guida culinaria di Napoli, bisognerà andare a inerpicarsi sul “passetiello”: a poca distanza da Anacapri e dal suo mito ultrachic e modaiolo si apre una’isola selvaggia, aspra, profumata di ginestre e di mirto, un boschetto mediterraneo che non ha niente di lezioso e con il quale si entra davvero nell’altra Capri, quella non solita, quella dei fichi dal sapore di miele del poeta Rilke e delle bizzarrie di Malaparte, e tra curve e sentieri da dare il capogiro si potrà ricordare che a Capri ci soggiornava Lenin a giocare a scacchi e a immaginare la rivoluzione, e con lui tutti gli espatriati d’Europa che venivano qui a curarsi malattie e tristezze, e soprattutto a godersi la vita. Ma i filoischiani protesteranno: cos’è mai il passetiello al confronto con l’isola verde che a maggio è fiorita in ogni angolo in un trionfo di buganvillee e gelsomini?

E che dire dei giardini Poseidon dove le vasche di acqua termale si susseguono a picco sul mare, e si passa dal tiepido amniotico al caldo vulcanico al fresco dolce, mollemente adagiati nell’acqua termale su cui galleggiano petali di rose? E poi aggiungeranno: e se proprio volete un tocco di chic, abbiamo il giardino della Mortella. Sì, il giardino del raffinato sir William Walton, musicista e gaudente, è splendido: in alto sul mare di Forìo, è un delicato e metamorfico delirio di piante tropicali che nella terra calda prosperano felici, mescolando orchidee rarissime a palme arcane: pochi passi in mezzo a questi tropici mediterranei e ci si trova in un altro mondo, in un’epoca in cui la bellezza si trasformava in musica della realtà. Se poi dalla musica si volesse passare alla prosa del cibo, allora il denso e misterioso coniglio all’ischitana verrà in soccorso al viandante: cotto lentamente nel coccio, uno e multiforme dal momento che ogni casa ischitana dice di averne lei sola la ricetta “vera”.

LA TERZA MERAVIGLIA Ma già fioccano le proteste dei filocaprioti: e l’indescrivibile Grotta Azzurra, e il fascino lussuoso e ottocentesco del Quisisana, e l’assenza di folle? E subito i filoischiani: e il grandioso Castello Aragonese, e il monte Epomeo con le sue vigne, e Sant’Angelo e la sorgente di Cavascura? Finché a sorpresa, una voce insinuerà: scusate, e Procida con l’oasi di Vivara, lo scoglio tranquillo dove sembra che il Tempo non devasti i nostri giorni, dove la vita scorre senza affanni, ve la siete dimenticata? E qui ci fermiamo, non si può resistere alla voce delle sirene, facciamo una leggera valigia e via, si parte: le isole beate ci aspettano.

Quella nomina razzista intrisa di buonismo

Magdi Cristano Allam - Lun, 29/04/2013 - 08:00

Denuncio la nomina di Cécile Kyenge a ministro della Cooperazione internazionale e l'Integrazione come un atto di razzismo nei confronti degli italiani

Come ex-immigrato da 40 anni orgogliosamente italiano denuncio la nomina di Cécile Kyenge a ministro della Cooperazione internazionale e l'Integrazione come un atto di razzismo nei confronti degli italiani.

Cattura
Lei personalmente non c'entra nulla: il fatto che sia di origine congolese, che abbia o meno la doppia cittadinanza e, per cortesia, lasciamo stare il discorso sul colore della pelle che è indegno di una nazione civile. La mia denuncia si fonda innanzitutto sul fatto che l'integrazione degli immigrati non può prescindere dalla condivisione dei valori fondanti della nostra identità nazionale e dal rispetto delle regole che sostanziano la cittadinanza italiana.

Viceversa Kyenge e il Pd, un contenitore che sta per implodere che associa ex-comunisti, catto-comunisti e spregiudicati qualunquisti, promuovono un modello di società multiculturalista, relativista e buonista dove si vorrebbe imporre alla nostra Italia di adottare l'ideologia immigrazionista, che c'impone di spalancare le frontiere per accogliere tutti, costi quel che costi, concependo l'immigrato buono a prescindere, e che in definitiva ci porterebbe ad annullarci come nazione per fonderci nel globalismo considerato come il traguardo più ambito, l'apice della nuova civiltà che ci premierebbe quali «cittadini del mondo», liberandoci definitivamente del «provincialismo» che ancora ci lega all'amore per la Patria.

In secondo luogo denuncio il fatto che, in un momento in cui circa 6 milioni di italiani sono letteralmente ridotti alla fame e metà delle famiglie non arriva a fine mese a causa di uno Stato ladrone e aguzzino che costringe ogni giorno mille imprese creditrici a fallire, il governo dovrebbe avere come proposta programmatica di fondo il principio «Prima gli italiani». Di fronte agli imprenditori e ai lavoratori che si suicidano per disperazione e che arrivano, come è accaduto ieri, a voler uccidere i simboli delle istituzioni, è da criminali favorire gli immigrati a discapito degli italiani.

In questa crisi strutturale causata dalla speculazione finanziaria globalizzata, dalla dittatura europea e dallo strapotere delle banche, il governo ha il dovere di privilegiare gli italiani nell'accesso ai beni e ai servizi per salvaguardare il nostro legittimo diritto alla vita, alla dignità e alla libertà qui nella nostra casa comune. Invece questa sinistra ci dice che dobbiamo rassegnarci alla prospettiva della civiltà multiculturalista, dove si diventa italiani se si nasce in Italia anche se i genitori disprezzano l'Italia, dove si sommano e si fondono i valori, le identità e le culture perché sarebbero tutte uguali a prescindere dai loro contenuti.

Il risultato è il fallimento della civile convivenza che si tocca con mano proprio nei Comuni amministrati dalla Sinistra, da Torino a Bologna, da Padova a Firenze. In terzo luogo denuncio il fatto che per ragioni vergognosamente elettoralistiche, con la finalità di accaparrarsi il voto degli immigrati costi quel che costi, il Pd investe sul maggior afflusso degli immigrati in Italia per colmare il deficit demografico e i posti di lavoro sgraditi dagli italiani. Un governo che ama l'Italia dovrebbe invece favorire la crescita della natalità degli italiani sostenendo concretamente la famiglia naturale e, in parallelo, riformare l'Istruzione per affermare la cultura della responsabilità, del dovere e delle regole che induca i giovani italiani a rivalorizzare i lavori manuali. Mi auguro di essere smentito dall'operato del neo-ministro Kyenge ma nell'attesa è nostro diritto e dovere proclamare ad alta voce «Prima gli italiani».

twitter@magdicristiano

Lo scandalo della Arendt ebrea che "capiva" i nazisti

Claudio Siniscalchi - Lun, 29/04/2013 - 08:19

 

La regista Von Trotta racconta la filosofa sfuggita ai lager che descrisse Eichmann come simbolo della "banalità del male"

«Fare ogni sforzo per comprendere non significa perdonare». Sta in questa frase pronunciata davanti ai suoi studenti da Hannah Arendt il senso profondo del nuovo film di Margarethe von Trotta dedicato alla filosofa ebrea-tedesca diventata americana.


Cattura
Hannah Arendt è il titolo. Margarethe von Trotta attraverso il suo cinema ha esplorato in largo e lungo l'universo femminile. Un modo di dire francese ricorda che si nasce incendiari e si muore pompieri. Sin troppo appropriato per la regista tedesca. È partita dai furori femministi e sessantottini ispirati da Heinrich Böll (Il caso Katharina Blum, 1975). Poi si è avvicinata alla terrorista appartenente alla banda Baader-Meinhof (Anni di piombo, 1981), a Rosa Luxemburg (Rosa L., 1985), alla benedettina Ildegarda di Bingen (Vision, 2009) e ora ad Hannah Arendt. Margarethe von Trotta nella sua essenziale e rigorosa biografia per immagini coglie l'essenza di uno dei pensatori più originali ed autonomi del Novecento. Mai fermarsi davanti alle ovvietà. La vicenda del film si svolge tra il 1961 e il 1963. Hannah Arendt ormai è un cittadina americana. Una professoressa universitaria, sposata con un filosofo, ben introdotta nella comunità intellettuale newyorkese.

Il passato di paure, peripezie e fughe continue è alle spalle. Brillante allieva (e amante) di Martin Heidegger, con l'arrivo dei nazisti ha lasciato la Germania poiché ebrea, riparando in Francia. Ma anche lì sono arrivai i nazisti e Hannah si è rifugiata in America. Ha scritto un libro ponderoso, Le origini del totalitarismo (1951), mettendo sullo stesso piano nazismo e comunismo. Coraggio e originalità non le mancano. Gli israeliani nel 1960 hanno catturato il nazista Adolf Eichmann e intendono processarlo pubblicamente a Gerusalemme. Il settimanale The New Yorker convince Hannah a fornirne un resoconto. La filosofa scruta attentamente quell'uomo grigio, vestito in maniera ordinaria. Sembra un ragioniere. Un meticoloso responsabile delle linee ferroviarie. I treni devono arrivare in orario. Anche se le merci trasportate sono carne umana giudaica. Non ha il volto sicuro del macellaio. Né la tracotanza dell'ideologo. Hannah si mette alla macchina da scrivere. Una sigaretta fra le dita.

Sulla carta si imprimono parole sbalorditive. Il nazista ha commesso crimini gravissimi. A spingerlo è stata la «banalità del male». Scoppia un putiferio. Un'ebrea scappata miracolosamente alla furia del suo persecutore nazista che ne giustifica il comportamento. Colleghi, amici, persino il marito sono perplessi. Ma Hannah non indietreggia. Il vero male di Eichmann è un misto di superficialità e mediocrità. Per rendere credibile un personaggio tanto complesso quanto affascinante, Margarethe von Trotta si serve dell'attrice Barbara Sukowa. Aggiunge così eleganza, bellezza, fisicità. Un corpo duro, atletico, slanciato, accoppiato a una mente geniale, a un coraggio straordinario, a una coscienza cristallina. Il film di Margarethe von Trotta è schematico, didattico, freddo.

Non sale volutamente mai di tono. Poiché questo era il timbro del pensiero e della vita attiva di Hannah Arendt: ragionamento, riflessione, comprensione, umanità. L'intellettuale riservata prova una grande felicità nel visitare Israele, non ha dimenticato di essere una ebrea e una tedesca. Ma l'impazzimento dell'Europa ha costretto una sua figlia geniale a scappare e attraversare l'Oceano, cambiare lingua e abitudini. La vita ha preso una piega inspiegabile e imprevedibile. Torniamo da dove siamo partiti. Capire non significa perdonare. Hannah Arendt fece di tutto per capire la sua storia, il suo secolo, gli uomini come Eichmann. E Margarethe von Trotta è stata capace, cosa assai rara, di filmarne l'essenza del pensiero. Il pensiero di una umanista in un mondo terribilmente disumanizzato.

Odissea tra vaglia e contanti È il passato che ci insegue

Eleonora Barbieri - Lun, 29/04/2013 - 07:27

Il vecchio modulo esiste ancora ed è richiesto, per esempio, per l'acconto della casa vacanze. Ma c'è un'altra difficoltà: non si paga col bancomat

Chi saprebbe spiegare la differenza fra vaglia ordi­nario, vaglia circolare, vaglia veloce e vaglia internazio­nale? Prima ancora, facendo un passo indietro: chi avrebbe pen­sato che nel 2013 esistesse il va­glia, e anzi fosse necessario per pagare qualcosa? La sottoscrit­ta confessa la sua totale ignoran­za in materia: pensavo, mea cul­pa, che per pagare qualcuno a di­stanza bastasse un bonifico, di quelli comodi comodi, che puoi fare dalla scrivania, due o tre clic sul conto on line, e via.

Cattura
Invece no,no no.Il vaglia esiste (in quat­tro versioni, oltretutto) e ricorda - a noi tutti, che viviamo inconsa­pevolmente e leggermente nel Ventunesimo secolo- che il pas­sato non si scolla dal presente, che certi dinosauri della buro­crazia non si sono mai estinti, an­zi ogni tanto riaffilano i denti aguzzi per pizzicarci di sorpre­sa. Dunque la sottoscritta, dopo avere prenotato una casetta in Liguria per il mese di agosto (la banalità delle banalità, mica un soggiorno sulla Luna...) ha chie­sto alla titolare dell’agenzia im­mobiliare: «Mi darebbe l’Iban per l’acconto?».Risposta:«Il bo­nifico non va bene.

O mi porta i contanti,o mi fa un vaglia».La si­gnora ha fornito i dettagli: pare­con le agenzie immobiliari, ligu­ri specialmente (sia detto senza offesa: la sottoscritta lo ha anche sposato, un ligure) non si sa mai - che il bonifico non consenta di separare la quota dell’affitto ve­ro e proprio dalla commissione che spetta all’agenzia;e le due ci­fre sono da indicare separata­mente in un apposito registro di nuova invenzione, sempre nel­l’ottica della semplificazione etc etc. (i tedeschi verranno a pa­gare direttamente in spiaggia? Chissà).

Insomma serviva il vaglia. Che è un foglio normale, ha l’aspetto di un bollettino qua­lunque, non è più di quel colore rosellino di tanti anni fa. In ogni caso richiede, oltre alla compila­zione che fa sempre sudare un pochino, la coda alla posta. Biso­gna anche richiedere prima il modulo, perché non lo trovi esposto in bacheca, quindi: devi aspettare il turno, chiedere il va­glia, compilarlo, e poi aspettare il tuo turno per pagare. «580 eu­ro e 20 centesimi, signora». Che cosa avreste fatto? Io, mea culpa di nuovo, ho allungato il banco­mat (alla posta, questo lo so, non si può pagare con la carta di credito, anche se ne ignoro il mo­tivo).

La signora, al di là del vetro che attutisce sempre un po’ il suono delle parole, così che ti senti sempre un po’ più cretino del necessario, si è raddrizzata all’improvviso: «Ma il vaglia non si può pagare col banco­mat ». Il mio sguardo perso non l’ha impietosita. «Lei lo sapeva. Non è la prima volta che fa un va­glia ». Mea culpa inconfessabile. Inchiodata lì, davanti a un ve­tro. La storia è paradossalmente a lieto fine. Certo, 580 euro e rotti non li prelevi a qualunque ban­comat, ma a poche centinaia di metri c’era uno sportello della mia banca e così, inspiegabil­mente, sono riuscita nell’impre­sa: pagare (mi sono dovuta an­che scusare, è ovvio, e ho dovu­to anche ringraziare la signora della posta per la gentilezza di avermi aspettato).

1
Nello stesso giorno, proprio appena prima di andare alla po­sta, in casa discutevo del fatto che la nonna di mio marito (an­ni novanta appena compiuti), per controllare la sua pensione, debba consultare il sito del­l’Inps, con il suo codice pin (chiunque abbia provato, sa be­nissimo come le parole «codice pin» siano ingannevolmente in­nocenti: la procedura è este­nuante, e spesso va cambiato perché misteriosamente «deca­de »). È ovvio che questa sia pura teoria: la nonna di mio marito, come la madre della sottoscritta e come migliaia, milioni di pen­sionati, non è in grado di andare sul sito dell’Inps: quindi o lo fa un parente con qualche decen­nio in meno oppure- così succe­de nel paesino della nonna - si va alla posta e ci si fa stampare il cedolino dall’impiegato,pagan­do.

Sia chiaro: che l’Inps cerchi di abbattere la burocrazia, ri­sparmiare la carta, evitare le co­de e le mattinate perse (magari di ferie), è fantastico. È una co­mo­dità che sogneremmo in tut­ti gli ambiti della burocrazia infi­nita di questo paese. Ma non è l’ideale per i novantenni,e nean­che per i settantenni. Anche se è ovvio che quando si cambia qualcuno rimanga in­dietro, anche se è ovvio che non saranno mai tutti contenti, figu­riamoci, la domanda è: c’è una logica? Oltre a complicarci la vi­ta, s’intende. Con grandissimo senso di colpa...

blog.ilgiornale.it/barbieri

Nessuna differenza tra somministrazione e vendita: ai minori non può essere fornito alcol

La Stampa


Con la risoluzione 18512/13, il Ministero dello Sviluppo Economico ha ritenuto che non ci possano essere interpretazioni differenti delle varie norme. Negozi e bar non possono, in generale, «fornire» bevande alcoliche ad un minorenne. La risoluzione diffonde la nota del Ministero dell’Interno con la quale è stato confermato e  chiarito quanto sostenuto dal Ministero dello Sviluppo Economico in materia di divieto di vendita di bevande alcoliche ai minori (d.l. n. 158/2012, convertito con legge n.189/2012, n. 189 – Art. 7, comma 3-bis).
 

Cattura
La norma ha introdotto, a integrazione della legge quadro in materia di alcol e di problemi correlati, legge n. 125/2001, l’obbligo di informarsi sulla maggiore età dell’acquirente per chi vende bevande alcoliche. E’ prevista inoltre una sanzione amministrativa per chi vende tali bevande a soggetti minorenni. L’art. 689 c.p. punisce gli esercenti di bar e ristoranti che somministrano bevande alcoliche alle persone con meno di 16 anni.

Le due norme, usando termini diversi – vendita e somministrazione - hanno «indotto a pensare che il nuovo divieto riguardasse esclusivamente la vendita per asporto e non la somministrazione, che non essendo prevista» dal recente decreto legge, «rimane pertanto sempre possibile compiuti i sedici anni di età». E' chiarito che «il legislatore con il termine “vende” non possa che avere voluto intendere “fornire” tali bevande ad un soggetto minore di anni 18, senza distinguere tra vendita, somministrazione o consumazione, ovvero che non può esserci alcuna differenza tra il mettere a disposizione del cliente minore di età la bevanda alcolica in bar o nel negozio e quindi tra somministrazione e vendita».

Il Ministero sottolinea inoltre la paradossale conclusione cui si giungerebbe «ove il termine vendita venisse inteso in senso restrittivo, ovvero con l’esclusione dal campo di operatività del nuovo divieto di somministrazione»: sarebbe vietato vendere bevande alcoliche per asporto ai minori di 18 anni, ma sarebbe lecito venderle per il consumo sul posto se compiuti i 16 anni. Ricapitolando, il Ministero specifica che la somministrazione, cioè la vendita per il consumo sul posto, è reato se eseguita nei confronti dei minori di 16 anni, è illecito amministrativo se eseguita nei confronti di soggetti di età compresa tra i 16 ed i 18 anni. La sanzione amministrativa deve essere sempre applicata nel caso di vendita di alcolici per asporto ai minori di qualunque età.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Una strage sulle rotte migratorie Due milioni di uccelli morti all’anno

La Stampa
antonella mariotti


Cattura
Duemilioni di ali spezzate. Tanti sono i migratori uccisi ogni anno. Questi i numeri del bracconaggio selvaggio che stermina rapaci, e ogni specie che in primavera e in autunno attraversa i nostri cieli sopra i nostri mari. Anche la Camorra entra in questa strage costruendo veri e propri bunker dai quali sparare e aumentare il numero delle “vittime”, con specchi d’acqua creati apposta per attirare il maggior numero di uccelli che vengono poi abbagliati e così disorientati.

«In Italia ci sono zone ad alto tasso di bracconaggio secondo i periodi di migrazione – racconta Fulvio Mammone Capria presidente della Lega protezione uccelli - quando gli uccelli migratori arrivano dall’Africa attraversano lo Stretto di Messina e in quella zona incontrano alcune decine di bracconieri. I fucili centrano i rapaci, ma non solo anche le cicogne, e in quella zona passa anche il falco pecchiaiolo (adorno), uno dei rapaci più “ricercati” dai bracconieri e anche più raro, che va dalla Sicilia alla Calabria». Questo tipo di uccello è un trofeo per i bracconieri che non agiscono anche all’interno dei piccoli comuni della costa calabrese.

Un altro fronte tragico per i migratori sono le isole campane Ischia e Procida, dove si spara in più zone, aree difficili da raggiungere dal corpo forestale e i volontari. Le associazioni come Lipu e Wwf ogni anno organizzano campi anti bracconaggio. Secondo la legge 157 del 92 tutti possono intervenire per reati venatori, in particolare la legge affida al Corpo Forestale dello stato e alla polizia provinciale il controllo della legalità in questo settore. Subito dopo intervengono tutte le forze di polizia a livello nazionale e con l’aiuto anche di guardie venatorie volontarie, e di quelle agricole che venatorie.

Ma individuare i bracconieri non è semplice, hanno tecniche raffinate, nascondono le armi – con centinaia di munizioni - in anfratti e grotte, spesso le armi hanno la matricola abrasa proprio perché destinate ad attività illegali e probabilmente provengono anche da un commercio illegale. Difficile è cogliere “in flagranza” i bracconieri sono ottimi conoscitori del territorio e sono magari alla seconda o terza generazione di questa attività.

«Dopo Ischia e Procida c’è Ponza – prosegue il presidente Lipu -, dove la specialità è la caccia a tortore e quaglie che in primavera cominciano a passare insieme a molti uccelli protetti e particolarmente protetti come cicogne e gru, e altri esemplari definiti non cacciabili. Sull’isola alcuni bracconieri posizionano piccole trappole a terra per catturare culbianco, schiaccino, codirosso, e fringillidi, che vengono attratti con un’esca, fanno scattare l’archetto e muoiono o subito o dopo ore di agonia». 

Da Sud a Nord non cambia molto, i bracconieri compiono stragi anche nel Bresciano per esempio. Il Corpo forestale dello Stato organizza ogni anno l’«Operazione pettirosso», per settimane alcune decine di agenti, alcuni da Roma altri dalle sezioni locali, bloccano gli uccellatori «vengono fermate circa 150 persone – dice la Lipu – nel Bresciano, alcuni anche recidivi e vengono denunciati anno dopo anno, ma non smettono. Il pericolo è il ricambio generazionale. Mentre noi speriamo che la caccia si estingua, le nuove generazioni diventano bracconieri». 

Un’altra zona sensibile è il basso Sulcis dove tordi e merli che provengono da tutt’Europa vanno a rifugiarsi nella più grande macchia mediterranea autentica: la provincia di Cagliari: autentica e tipica, con corbezzoli e querce, mezzo polmone verde diventa un bacino per tordi e merli, pettirossi, che si fermano per svernare. Solo in questa zona vengono uccisi almeno 200 mila uccelli. E’ così che si raggiungono i due milioni di uccelli morti ogni anno, così rischia di scomparire la biodiversità perché sulle rotte migratorie non ci sono solo i bracconieri ma la stanchezza, la selezione naturale e la cementificazione umana che fa scomparire ogni anno grandi distese d’acqua e paludi garanzia di sopravvivenza per tutte le popolazioni di piccoli e grandi migratori. 


fotogallery




Uccelli migratori

Gli eredi di Giuseppe Verdi se le suonano di santa ragione

Lucia Galli - Lun, 29/04/2013 - 08:08

Nel bicentenario della nascita del compositore, i suoi discendenti vengono addirittura alle mani per le sorti della storica villa dove visse il Maestro

Più intricata della trama de Il Trovatore, più complesso del plot di Nabucco: nemmeno la fantasia del librettista più creativo avrebbe saputo fissare su carta il melodramma che va in scena in questi giorni villa Sant'Agata di Villa Nova d'Arda, dove gli eredi di Giuseppe Verdi, sfiancati da anni di controversie, in attesa che si ritrovi un testamento, non si sono limitati agli acuti, ma sono perfino venuti alle mani.

Cattura
Nell'anno del bicentenario della nascita del Maestro, mentre il mondo fa a gara per ricordare il Cigno di Busseto, i quattro fratelli Carrara-Verdi sembrano non trovare miglior via alle celebrazioni che mettere all'asta la dimora dove Verdi abitò con Giuseppina Strepponi dal 1851. Non c'è Abigaille accecata dalla sete di potere, manca all'appello un Conte di Luna pronto a tutto per riparare il torto subito: i personaggi di questa opera hanno nomi, mestieri, ragioni ed intemperanze da terzo millennio. La «ventottesima» opera che Verdi non avrebbe mai voluto scrivere narra di un'infanzia armoniosa fra le 50 camere della villa, con i quattro fratellini che scorrazzando fra il pianoforte e lo scrittoio del maestro e poi fuori nei sette ettari di parco.

Il secondo atto, o almeno più recente, è di un mese fa: il primogenito Angiolo è stato condannato dal Giudice di Pace per lesioni nei confronti della sorella Emanuela «rea» di essersi avventurata nella villa di cui invece lui si sente l'unico proprietario. I 600 euro di multa per lui oltre ai lividi di lei non sono che la punta di iceberg che, a parte i molti più zeri, nasconde una montagna di incomprensioni. In ogni «melò» che si rispetti c'è un flashback, causa di ogni male: alla morte del padre nel 2001, in mancanza di testamento, si procede ad una divisione per quote di legge. L'armonia del quartetto si spezza in due fazioni. Da una parte Emanuela e una sorella vorrebbero procedere alla divisione e creare una fondazione per gestire la villa come un museo.

Diverso l'avviso del fratello e dell'altra sorella che sostengono l'esistenza di un testamento che invece assegnerebbe al solo Angiolo la parte disponibile dell'eredità. I toni si alzano e non manca il colpo di teatro: in tribunale spunta perfino la testimonianza di una loquace zia che ricostruisce il testamento fantasma a favore del «figlio maschio». Nemmeno Azucena avrebbe ricordato di più. Il primo duo di sorelle ricorre in appello e in attesa dell'esito del ricorso e dell'eventuale epifania del testamento, il fratello riesce a strappare all'amministratore del museo della villa un comodato gratuito per insediarsi a Villa Verdi che da allora è off limits a chi non la pensi come lui. Salvo botte.

«Mi dispiace che i nodi vengano al pettine nell'anno del bicentenario della nascita del Maestro», spiega Emanuela Carrara Verdi. La villa, vincolata dalla Sovrintendenza, è ora nelle mani di un pool di periti. Il bene è tutt'altro che... mobile e i poderosi lavori dovrebbero concludersi entro l'estate. Lo Stato avrebbe diritto di prelazione ma se non lo eserciterà la casa andrà all'asta. «L'esatto contrario di quello che ci auguravamo» spiega la signora Carrara Verdi. A chi finirà la villa del Cigno? Ad un pool di banche, ad una nuova fondazione oppure ad un magnate, magari straniero, col pallino del belcanto che potrebbe chiudere per sempre le porte di Sant'Agata al pubblico dei melomani? Intanto sta per arrivare il contributo di un milione per il Bicentenario e si spera che almeno su come spendere questo gruzzolo siano tutti d'accordo. Per «Forza del destino».