domenica 28 aprile 2013

La blogger Yoani Sànchez contestata a Perugia Urla e schiamazzi contro la dissidente cubana

Corriere della sera

Gli striscioni nel pomeriggio, poi le urla. Lei non si scompone

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Prima gli striscioni con i quali si chiedeva «giustizia per 5 cubani sequestrati in Usa». Poi la contestazione non ha appena ha cominciato a parlare in un evento del festival di giornalismo internazionale in corso a Perugia. La blogger dissidente cubana Yaoni Sanchez al centro delle polemiche. La donna è stata vittima di una serie di improperi all'interno della Sala dei Notari da parte di militanti del regime cubano che contestavano la sua attività in chiave anti-castrista.


La blogger cubana Yoani Sanchez contestata a Perugia (28/04/2013)

IL PALCO OCCUPATO - I militanti hanno persino occupato il palco. Ci sono rimasti una decina di minuti, contrastati dal resto del pubblico. Poi il dibattito con Mario Calabresi, direttore de La Stampa, e la blogger è regolarmente iniziato.

Redazione Online28 aprile 2013 | 22:44

La statura di Fo secondo Montanelli

Indro Montanelli - Dom, 28/04/2013 - 08:25


Dario Fo, poeta di corte dell'ultrasinistra, flagella nella sua ultima fatica teatrale il senatore Amintore Fanfani, responsabile di ogni nequizia passata, presente e futura.I sarcasmi più grevi hanno però come bersaglio il metraggio del notabile democristiano che, come tutti sanno, non è quello di un granatiere. Toulouse-Lautrec, che per gli stessi motivi dovette per tutta la vita subire analoghe canzonature, disse una volta, giocando sulla lunghezza del suo doppio casato: «Ho la statura del mio nome». Non sappiamo se questo discorso si possa applicare a Fanfani. Certo, si applica a Fo.

Emanuela, Mirella, il supertestimone e la 127 finita nel Tevere. È caccia alle prove

Corriere della sera

Il 23 giugno 1983 un'auto finì nel Tevere «C'era un manichino, fu un depistaggio». In corso verifiche sull'attendibilità di Marco Accetti


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ROMA - Adesso che la Procura ha imposto il massimo riserbo, che per le analisi sul flauto (forse) di Emanuela è stato fissato un termine di 30 giorni e che la stessa scadenza si è data il supertestimone («per un mese non rilascerò dichiarazioni pubbliche»), solo l'esame dei riscontri fin qui emersi consente di mettere alla prova la fondatezza della recente svolta sui casi Orlandi e Gregori (e fors'anche Skerl...).
L'enigmatico Marco Fassoni Accetti, fotografo e autore cinematografico, titolare di un grande spazio adibito ad eventi artistici i cui magazzini sono colmi di scenografie, colonne, statue, elementi mitologici e manichini (manichini, sì: ciò ha la sua rilevanza...) quanto ha detto di vero?

Lui, l'uomo che con 30 anni di ritardo racconta di essere stato un «telefonista» della vicenda Orlandi e di aver incontrato «molte volte» Emanuela, quali prove esibisce per escludere l'autocalunnia? Come sostanzia il movente, vale a dire la sua appartenenza a un «nucleo di controspionaggio» (formato anche da esponenti dei servizi segreti e della banda della Magliana), incaricato di compiere «lavori sporchi» per conto di ambienti vaticani interessati a condizionare la politica della Santa Sede?

Domande, tante. Talmente complesse, inerenti il contesto geopolitico degli anni '80 e la Ostpolitik, quando il muro di Berlino era ancora in piedi, che l'occhio degli investigatori oggi deve necessariamente «incrociare» quello degli storici. In primo luogo, a caccia delle prove. Comprese quelle sull'eventuale aggiunta di un terzo giallo di cui Fassoni Accetti ha già parlato - l'omicidio di Katy Skerl, la studentessa trovata strangolata a Grottaferrata il 22 gennaio 1984 - ai due già intricatissimi di Emanuela e Mirella.

Negli interrogatori sostenuti nell'ultimo mese a Palazzo di giustizia, il superteste di chiamate in correità non ha voluto sentir parlare. Non farò il nome, ha premesso, né degli altri personaggi implicati nelle «azioni» né delle 3 o 4 amiche della Orlandi e della Gregori coinvolte, inconsapevolmente, nella «trama di inganni» che portò ai due «sequestri simulati», che sarebbero dovuti durare «poche ore o giorni». La «pistola fumante», dunque, difficilmente sarà presto nelle mani della Procura.

Gli inquirenti per ora sono costretti a cercare i riscontri in via deduttiva, nella gran mole di dichiarazioni che Fassoni Accetti ha messo a verbale. Potrebbero fornire «incroci» preziosi, ad esempio, i controlli sulla rete di cabine, che allora erano «Sip», in cerca degli apparecchi usati dai «telefonisti». Anche la decrittazione fornita dal testimone dei messaggi in codice contenuti in rivendicazioni e lettere spedite nel 1983 potrebbe segnare un punto a favore della sua credibilità.
Gli episodi da verificare - magari marginali, ma suscettibili di diventare addirittura decisivi in base alla rilettura odierna - sono decine.

E uno di questi potrebbe già essere stato acquisito: riguarda un enigma che all'epoca finì nei trafiletti di cronaca. Era il 23 giugno 1983, 19 ore dopo la scomparsa di Emanuela. Un pescatore, Carlo Lazzari, raccontò di aver visto «a valle del ponte della Magliana, alle 14.30, due giovani che si guardavano attorno con circospezione vicino a una Fiat 127, sopra la scarpata che sovrasta la sponda». Poco dopo, continuò il testimone, «ho sentito il rombo del motore con l'acceleratore bloccato e visto l'auto balzare in acqua.

E' in quell'istante - concluse, terribilmente impressionato - che ho notato un braccio penzolare dal finestrino posteriore». Quell'auto con un «probabile» cadavere fu cercata per settimane, ma l'ispezione del fondale fu ostacolata dalla corrente. Gli investigatori, sì, la collegarono al caso Orlandi: ma soltanto una decina di giorni dopo, quando la scomparsa di Emanuela deflagrò sui mass media (il 23 giugno il fatto non era pubblico e la polizia rassicurava la famiglia ipotizzando una «scappatella»).

E invece oggi, 29 anni e 10 mesi dopo, cosa succede? Che Marco Fassoni Accetti «ripesca» dalla memoria la Fiat 127: «Era un sequestro sceneggiato, no? Non dimenticate che io sono un artista. E che con le scenografie, i manichini ho sempre lavorato...». Casi Orlandi, Gregori, Skerl... Il lavoro dei magistrati, ogni ora di più, somiglia a una gigantesca sciarada, resa ancor più sfuggente da «intossicazioni» investigative e sofisticati depistaggi.


Fabrizio Peronaci
fperonaci@rcs.it28 aprile 2013 | 11:10

Jusp, i pagamenti «italiani» via smartphone

Corriere della sera

Due 25enni, Jacopo e Giuseppe, una startup e l'idea di fare tutto in casa: ecco il «pos» da attaccare al telefono

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MILANO - Jacopo Vanetti e Giuseppe Saponaro hanno 25 anni, sono italiani e agli eventi per startupper preferiscono le notti insonni passate a scrivere codici. E si sono appena aggiudicati un finanziamento da 6 milioni di dollari per commercializzare il loro prodotto, Jusp. L'idea è semplice: permettere a chi è in possesso di uno smartphone di accettare pagamenti con carte di credito e bancomat. Negli Stati Uniti ci ha pensato nel 2009 Jack Dorsey, fondatore di Twitter, con Square. In Europa quando Vanetti e Saponaro hanno iniziato ad accarezzare l'idea di lavorare a un progetto simile il campo era sgombro. Adesso sono gli svedesi di iZettle a farla da padrone e altre realtà come le tedesche SumUp e Payleven si stanno già mettendo in luce.

Sul perché ci sia voluto tanto tempo per concretizzare e lanciare il prodotto i due hanno la risposta pronta: «In Italia non è come negli Stati Uniti, dove con i manager non vogliono parlare: se non hai un nome importante o una grossa società alle spalle non ti prendono in considerazione», spiegano. Infatti il nuovo assetto societario vede la presenza dell'ex BNL, Banca Intesa e Poste Italiane Stefano Calderano nel ruolo di Ceo. Il presidente è Roberto Mazzei, che veste gli stessi panni in Principia Sgr, uno dei due fondi italiani che ha investito in Jusp. L'altro è Vertis Venture. «Quando abbiamo iniziato a chiedere finanziamenti in Italia, dove tradizionalmente si preferisce scommettere sulle soluzioni legate al Web, ci hanno risposto che non era un prodotto adatto al mercato europeo. Quando è arrivata iZettle si sono voluti assicurare che avesse successo. E nei primi 3-4 mesi ha ottenuto 50mila clienti», proseguono.

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Adesso la strada è in discesa, ma «non si pensi che siamo diventati ricchi. Al finanziamento doveva corrispondere un nostro innesto di capitale pari a 250mila euro e abbiamo dovuto accendere un mutuo». A richiedere tempo anche la scelta di ingegnerizzare il dispositivo internamente. Payleven, ad esempio, acquista l'oggetto analogo dalla britannica Miura e si occupa di tutti i servizi collegati e della distribuzione. Vanetti e Saponaro hanno preferito occuparsi direttamente di questo aspetto così da poter intervenire eventualmente in corsa. L'inserimento del chip Nfc, tecnologia che permette di pagare facendo scorrere lo smartphone sul dispositivo e potrebbe mettere in difficoltà Jusp e le altre realtà attive nel settore, è un esempio: «Quando e se avrà una penetrazione rilevante lo inseriremo».

La produzione ha sede in Taiwan e per ora sono stati realizzati i primi 400 pezzi; in arrivo ce ne sono 20mila. Il piccolo negoziante o il libero professionista che acquista Jusp deve mettere mano al portafoglio per 47 e rotti euro, Iva inclusa. A ogni pagamento accettato viene applicata una commissione del 2,7%. Per ora, incuriositi dal portale e dalle prime indiscrezioni sulla società, hanno aderito in 4mila: «Tantissimi medici e anche uno chef a domicilio». L'obiettivo è quello di chiudere il primo anno a 56mila clienti. Il servizio è associato a un'applicazione disponibile gratuitamente, per ora solo per i primi 400 clienti, per sistemi operativi iOs, Android e Windows Phone.


Martina Pennisi
@martinapennisi24 aprile 2013 (modifica il 27 aprile 2013)

Gambia, una testimonianza dal braccio della morte

Corriere della sera
di Riccardo Noury


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Ricordate Amadou Janneh, l’attivista ed ex ministro dell’Informazione del Gambia, scarcerato nel settembre 2012 a seguito di una grande mobilitazione internazionale dopo che era stato condannato all’ergastolo per aver stampato e distribuito magliette che invocavano la libertà e chiedevano la fine della dittatura?

Amadou è in esilio negli Usa, dove sta cercando – come si dice – di rifarsi una vita. Ma non dimentica nulla del periodo trascorso in carcere e, soprattutto, non può rimuovere un’esperienza terribile. Ha voluto raccontarla ad Amnesty International. Eccola:

“Dopo la condanna all’ergastolo per il reato di tradimento, nel giugno 2011, fui trasferito nella prigione di massima sicurezza del Secondo miglio, nella periferia di Bangui, la capitale del mio paese. Inizialmente non compresi perché mi avessero messo nello stesso braccio dei condannati a morte. Poi capii: era un’intimidazione, volevano mettermi paura. Del resto, il giudice lo aveva detto: se avesse potuto, mi avrebbe condannato a morte”.

“Alla metà di agosto del 2012, il presidente annunciò l’imminente esecuzione di tutti i condannati a morte. Ci allarmammo tutti. Decisi di entrare in tutte le celle e prendere i nomi di ognuno. Erano 48 tra cui una donna, due uomini del Senegal, altri due del Mali e uno della Guinea-Bissau. Riuscii a mandare la lista alla Coalizione per il cambiamento, l’Organizzazione non governativa di cui facevo parte. Speravamo che aver reso pubblica la notizia avrebbe potuto fermare il boia”.
“Invece, alle 9 di sera del 23 agosto, la prigione venne invasa dagli uomini della sicurezza. 

Prelevarono otto uomini e una donna.
“Non ho idea del criterio che usarono per scegliere quelle nove persone. Non se lo aspettavano. Non erano state avvertite. Mentre li portavano via, uno di loro si voltò e gridò ‘Amadou, ora mi uccidono’. Poi ci fu silenzio”.

“Per quattro notti, gli uomini della sicurezza tornarono minacciosi. Dicevano che erano lì per prendere altri prigionieri e metterli a morte. Per quattro giorni, il governo negò che vi fossero state nove esecuzioni. Poi le ammise. Le famiglie devono ancora ricevere i nove corpi”.
Sono state le prime esecuzioni dopo quasi 30 anni.

Il 14 settembre il presidente Jammeh ha annunciato una “moratoria condizionale” sulle esecuzioni, che sarà “automaticamente abolita” se il tasso di criminalità dovesse aumentare.

Bestiario di due mesi di ordini e contrordini dalla "A" alla "Z"

Corriere della sera

di Gian Antonio Stella



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Per i nordcoreani (e certi italiani) le canaglie siamo noi

Fiamma Nirenstein - Dom, 28/04/2013 - 08:40

Pyongyang e Iran denunciano il Canada all'Onu per i diritti  umani. Ridicolo? Eppure in Occidente c'è chi la pensa così...

Non è tanto strano, per quanto possa sembrarlo, che il regime nella Corea del Nord, che ha appena svolto il suo terzo esperimento nucleare minacciando vicini e Stati Uniti, che affama e rinchiude nei campi la sua gente cui è proibito quasi tutto, abbia attaccato all'Onu il Canada accusandolo di violare i diritti umani.


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In coro, come usa all'Onu, tutti gli altri stati delinquenti si son fatti sotto, e dagli al Canada. L'Iran: «Siamo preoccupati delle violazioni dei diritti umani, in particolare per lo sfruttamento sessuale dei bambini». La Cina: «Ci angoscia la discriminazione razziale»; Cuba: «Razzismo e xenofobia»; l'Egitto: «La discriminazione razziale nel lavoro», ed ecco la Corea del Nord: «Il diritto alla riunione pacifica e libertà di espressione». Ma che c'è di strano che all'Onu ci si esprima così se ogni Paese democratico, compreso il nostro, ha l'abitudine a opinioni diffuse di ammirazione per Paesi dai regimi liberticidi e violenti? Il perché, resta un mistero dai tempi in cui l'Urss veniva dipinta come un paradiso terrestre da molti politici e anche da intellettuali di valore (Italo Calvino, uno per tutti, fece nel '52 un suo famoso viaggio in Urss che poi dipinse come un Paese fresco, ingenuo, onesto, consolante...).

Anche la Corea del Nord piace, come si è visto due sere or sono alla trasmissione de La7 «Otto e mezzo» di Lilli Gruber: il filosofo Gianni Vattimo ha dichiarato che non è «come ce la dipingete voi», imperialisti delle cui informazioni «non si fida affatto». Alla domanda del perché se la preferisce non ci vada un po' a stare, lui ha divagato. Del resto queste simpatie per i regimi che odiano la libertà, le donne, i cristiani, gli ebrei, sembrano avercele in tanti. Vattimo ama molto anche l'Iran che spera abbia quanto prima «la sua atomica», gli piace l'Egitto dei Fratelli musulmani, che almeno, dice lui a differenza di Monti sono stati liberamente eletti, odia Israele e lo ripete a ogni momento mentre adora i Palestinesi inclusa Gaza. Tornando da Cuba confessa di essere «uno di quegli intellettuali occidentali che si fanno affascinare da dittatori e caudilli sudamericani... Castro mi ha abbracciato e io gli ho preso il viso fra le mani con qualche lacrima negli occhi».

Sulle lacrime che Castro ha provocato è in buona compagnia: gli incarcerati per delitti di opinione, le famiglie che soffrono mille stenti. Lui stesso ci dice che fra amore per la libertà e per Castro, il secondo vince. Vince, un esempio fra tanti, anche in Oliviero Diliberto, leader dei comunisti italiani, che da Cuba nel 2008 ha tessuto lodi sperticate per la società e l'economia cubana, rassicurato dal fatto che Raul non cambierà il socialismo dell'isola. Non gli importa della mancanza di beni e di libertà. È palesemente entusiasta. Un aggettivo che si può usare tranquillamente, restando in America Latina, quando alla morte di Chavez Fausto Bertinotti, ex presidente della Camera, ha definito il Venezuela di Chavez «protagonista del riscatto e del rinascimento». Così la pensa anche, più o meno, Don Andrea Gallo, che nel suo pubblico rimpianto definisce Chavez «un grande statista» e parla del suo Venezuela come di un Paese in cui si è cercata «la via della liberazione, dell'unione di varie culture e di lotta al capitalismo».

C'è da domandarci cosa faccia ancora tutta questa folla in Italia. E come mai un uomo di cultura come Dario Fo abbia potuto combattere addirittura la partecipazione a festival e incontri degli scrittori israeliani. Infine non possiamo ignorare, nella nostra enciclopedia turistica alla rovescia, Beppe Grillo. Sua moglie è iraniana, e ne ha ricavato una grande ammirazione per l'Iran dove «l'economia va bene, le persone lavorano». Ahmadinejad non ha intenzione di cancellare Israele dalle mappe: «Lo dice e basta. Del resto anche quando uscivano i discorsi di Bin Laden mio suocero, iraniano, mi spiegava che le traduzioni sono tutte filtrate da un'agenzia internazionale che si chiama Memri dietro cui c'è un agente del Mossad». Per Grillo anche tutto quello che sappiamo del conflitto israelo-palestinese è inganno. Quel che è certo è che ha «scoperto che la donna in Iran è al centro della famiglia. Le nostre paure nascono da cose che non conosciamo». Cioè, le donne, tutti, in Iran stanno benissimo. Magari ci starebbe bene anche lui.

Il whisky migliore? Giapponese Per bere la lingua non conta più

Andrea Cuomo - Dom, 28/04/2013 - 08:47

Il mercato alcolico è un affare talmente globalizzato da tradire ogni geografia. Senza per forza perdere di qualità. Anzi...

Scozia, Irlanda, Stati Uniti? Whisky, whiskey o bourbon? Macché: Nikka! Il whisky più pregiato al mondo arriva dal Giappone, dove la purezza dei corsi d'acqua, il clima e l'utilizzo di botti tipiche locali creano un distillato lievemente piccante, intenso, delicato, ispirato allo stile scozzese - da dove arriva l'orzo maltato - ma con un minore apporto di torba, ciò che lo rende poco fenolico e più morbido.

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E infatti gli intenditori di tutto il mondo stanno iniziando ad apprezzare questi whisky particolari e spesso molto costosi. Per dire, lo Yamazki 50 years-old, prodotto dalla Suntory Holdings ltd, arriva a costare 13mila euro a bottiglia. Ma non state a preoccuparvi di procurarvene una per il dopo-cena di stasera: ce ne sono solo 150 in giro per il mondo e probabilmente sono state già scolate o giacciono nel caveau di qualche oligarca russo.

Il fatto è che il bere alcolico è affare talmente globalizzato da avere tradito ogni geografia, soprattutto in quei prodotti che non sono vincolati da un disciplinare rigido o da condizioni climatiche precise. Prendete il vino: un tempo era roba da francesi, italiani, al massimo spagnoli e portoghesi. Poi sono arrivate etichette anche pregiate dal Sudafrica, dall'Argentina, dal Cile, dagli Stati Uniti, dall'Australia, dalla Nuova Zelanda, dal Libano.

E ora perfino dalla Cina, Paese che sta scoprendo che tra i piaceri dell'occidentalizzazione non è tra gli ultimi quello di degustare con lentezza un rosso pregiato. Di importazione, ma anche di produzione propria. E non pensate solo a imitazioni, a blunelli e boldò. Nella regione montuosa e arida del Ningxia, qualche centinaia di km a ovest di Pechino, il governo locale ha irrigato le distese desertiche favorendo la coltivazioni di uve internazionali come il Merlot. Ora, si sa che i vini migliori nascono da territori stressati e difficili.

E così dalla regione ai confini della Mongolia sono uscite bottiglie sorprendenti. Ma sorprendenti davvero. Al punto che in una recente degustazione condotta da un panel di esperti francesi e cinesi su cinque vini cinesi e altrettanti bordolesi, i primi quattro posti sono stati occupati dagli asiatici, che peraltro costano anche molto meno dei blasonati colleghi europei. Si dice che tra vent'anni la Cina sarà il più grande consumatore di vino al mondo, ma non è detto che per i produttori tradizionali questo significhi necessariamente un boom dell'export.

Altra bevanda alcolica, altra sorpresa. La vodka che va più di moda non è russa, polacca o finlandese, bensì francese. Si chiama Grey Goose e nasce da un'idea di un miliardario Usa che voleva sfruttare il blasone francese (enfatizzato da una bandierina tricoleur sulla bottiglia satinata) per creare una vodka di lusso. Non a caso è prodotta a Cognac con grano d'inverno coltivato nella Beauce, filtrata attraverso i calcari di Champagne e diluita all'acqua di fonte di Gensac-la-Pallue. Oggi il marchio appartiene al gruppo Bacardi. Peraltro anche l'Italia si affaccia nel mercato della vodka con la Sernova delle distillerie Fratelli Branca (quelle del Fernet) e la Uvix di Moletto, che stanno incontrando successo in tutto il mondo.

E le birre? Ogni Paese ha la sua etichetta e il suo stile birrario, anche se poi il consumatore medio va con il pensiero sempre alla Germania, all'Olanda, al Belgio, alle rosse e dense irlandesi, alle Ales inglesi, alle Pils ceche. Negli ultimi anni tra le birre da export ci sono anche molti marchi italiani: non solo la Peroni che spopola come birra very young in tutto il mondo, ma anche con i birrifici artigianali capaci di donare alle bottiglie il glam e la varietà del vino italiano.

Assaggiavo i cibi di Hitler Sapevo che potevo morire”

La Stampa

Margot Woelk lavorava nella Tana del Lupo con altre 14 ragazze, tutte uccise dai sovietici

marina verna

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Lei, come tutti i tedeschi durante la guerra, aveva fame. E davanti le mettevano piatti sontuosi: asparagi bianchi con patate lesse e burro fuso, peperoni dolci con riso, insalata di mele noci e cavolo rosso, zuppa di piselli, strudel di mele, macedonia di frutta esotica. Da mangiare, non da guardare. Ma non c’era gioia nel suo saziarsi, non poteva esserci: Margot Woelk era una delle quindici assaggiatrici addette alla cucina di Hitler nella Tana del Lupo, il quartier generale tedesco di Rastenburg nella Prussia orientale.

Aveva 24 anni, un marito al fronte, la sua casa bombardata a Berlino. Per questo era sfollata dalla suocera nel paesino di Gross-Partsch - oggi Parcz in Polonia - dove sembrava di vivere in pace. Ma a nemmeno tre chilometri c’era la Wolfsschanze, gli ottanta bunker nascosti tra la foresta e le paludi, protetti da campi minati e filo spinato, dove Hitler passava lunghi periosi. La reclutò il sindaco di Gross-Partsch e lei - ancorché mai iscritta alla Gioventù hitleriana - non potè dire di no. E per due anni e mezzo fu assaggiatrice ufficiale del Führer. Non lo incontrò mai, né mai vide un piatto di carne o di pesce: Hitler era strettamente vegetariano.

Di questo suo passato non ha parlato con nessuno, nemmeno con Karl, il marito che nel 1946 tornò a casa e visse con lei a Berlino per quasi quarant’anni. Non ne parlava, ma lo sognava. Finché quel passato è uscito da sè, durante un’intervista in occasione dei suoi 95 anni. Qualche settimana fa una giornalista di un quotidiano locale è andata a trovarla per raccogliere i suoi ricordi di guerra ed è stato lì, davanti a una tazza di caffè e una fetta di torta, che Margot Woelk ha deciso di parlare: «Volevo raccontare che cosa succedeva in quell’orribile posto, con quell’uomo ripugnante, quel porco».

Succedeva questo: ogni mattina alle 8 una SS passava sotto la sua finestra e gridava: «Margot, alzati!». Quando arrivava nella Tana, i cuochi avevano già cucinato. Il personale di servizio riempiva i piatti di verdure, salse, spaghetti, frutta e li disponeva su un grande tavolo di legno. Lì, tra le 11 e le 12, le 15 ragazze consumavano il loro tetro pasto. Poi, passata un’ora e constatato che erano ancora vive e vegete, i cibi venivano imballati dentro casse speciali e portati a Hitler. Girava voce che gli Alleati volessero avvelenarlo. In realtà, a tentare di ucciderlo furono alcuni ufficiali tedeschi, con una bomba nascosta in una valigetta e portata dal colonnello von Stauffenberg nella sala conferenze della Wolfsschanze. La bomba esplose uccidendo tre uomini, ma non Hitler.

Era il 20 luglio 1944. «Noi eravamo fuori, sedute su una panca - ha raccontato Margot Woelk -. quando abbiamo sentito un fortissimo “bang” e lo spostamento dell’aria ci ha fatte cadere. Qualcuno urlava “Hitler è morto”, ma non era vero». Da quel momento le misure di sicurezza divennero ancora più strette e le ragazze furono trasferite in una scuola vicina ai bunker, dove vivevano «come animali in una gabbia». Ci rimasero fino all’autunno, quando Hitler tornò a Berlino e lei dalla suocera.

Quando l’Armata rossa era a pochi chilometri da Rastenburg, un ufficiale tedesco la prese in disparte, le disse: “Va’, scappa” e la mise su un treno per Berlino. Le salvò la vita: le altre 14 assaggiatrici furono tutte uccise dai sovietici. 

Cécile Kyenge, per la prima volta nel governo un ministro di colore

Il Messaggero

E' il primo ministro di colore al governo: «Chi nasce in Italia è italiano: lo ius soli la mia priorità»

ROMA - «Una decisione che marca un cambiamento concreto». E' la prima dichiarazione del neo-ministro dell’Integrazione, la deputata Pd Cécile Kyenge Kashetu, 49 anni, medico oculista, originaria della Repubblica Democratica del Congo ma cittadina italiana.

Cattura«Una decisione, quella di Enrico Letta, che segna il passo decisivo per cambiare concretamente l’Italia e il modo di vedere un’integrazione che è già presente nel Paese», aggiunge.

«Chi nasce in Italia è italiano». «Quella dello ius soli è una delle mie prime priorità, poi ci sono tante cose che dovranno cambiare ma questa rimane comunque una priorità al di sopra di tutto», afferma ancora Kyenge. «Probabilmente troverò delle resistenze dovremo lavorare molto per realizzarlo - ammette il neo ministro -. Ho lavorato con un gruppo forte, che ha creduto molto in questo e sicuramente loro mi aiuteranno a stare sul pezzo e sulle priorità per il Pd».

«Per me è una grossa soddisfazione: ringrazio Enrico Letta per una decisione che segna il passo decisivo per cambiare concretamente l’Italia, la sua società e il modo di vedere un’integrazione che è già presente nel Paese. Il mio percorso è merito di un lavoro svolto con Livia Turco e il Forum immigrazione del Partito Democratico: io sono la portavoce di una politica fatta all’interno del partito, ma che è frutto di un lavoro comune che raccoglie anche le istanze e le forti richieste della società civile che in questo momento chiede a gran voce una nuova legge sulla cittadinanza».

Kyenge è arrivata in Italia nel 1983, e si è laureata in medicina e chirurgia all'Università Cattolica di Roma, specializzandosi poi in oculistica all'Università di Modena. Impegnata al servizio della promozione sociale e dell'integrazione, con riguardo particolare per la sua terra d'origine, l'Africa. Ha promosso e coordinato il progetto AFIA su sanità e salute a Lubumbashi, nella Repubblica Democratica del Congo; partecipato alla formazione di operatori sanitari sulla medicina dell'immigrazione; è impegnata nell'associazionismo e nella promozione della piena cittadinanza degli immigrati attraverso il progetto “Diaspora Africana”.

Nel 2004 è stata eletta consigliere della circoscrizione n°3 di Modena, successivamente responsabile provinciale del Pd del Forum della Cooperazione Internazionale ed immigrazione. E’ stata consigliere provinciale Pd nella commissione Welfare e politiche sociali e responsabile regionale delle politiche dell'immigrazione del Partito Democratico. Portavoce nazionale della rete Primo Marzo dal settembre 2010 per la quale si è occupata di promuovere i diritti dei migranti e i diritti umani. Presidente dell'Associazione Interculturale DAWA, dell'Associazione Giù le Frontiere e del comitato scientifico dell'Istituto Italiano Fernando Santi, collabora inoltre con il centro studi politiche internazionali (Cespi).

Ha attivamente partecipato all'elaborazione della Carta Mondiale dei migranti del febbraio 2011 a Gorée e come Forum nazionale dell'immigrazione del Partito democratico, alla prima Festa nazionale dell'immigrazione a Cesena. Impegnata attualmente in diverse campagne nazionali tra cui L'Italia sono anch'io, Lasciatecientrare, Per non dimenticare mai il 2 novembre, la giornata globale per la libera circolazione il 18 dicembre e sta elaborando un dossier sul razzismo istituzionale in Italia. A fine febbraio 2013 si è dimessa dalla carica di consigliere provinciale e alle ultime elezioni è stata eletta deputato.


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Cécile Kyenge, primo ministro di colore della storia della Repubblica italiana

Ministro per l'integrazione, è un medico oculista di origini congolesi eletta in Emilia Romagna, già consigliere provinciale a ModenaMinistro per l'integrazione, è un medico oculista di origini congolesi eletta in Emilia Romagna, già consigliere provinciale a ModenaMinistro per l'integrazione, è un medico oculista di origini congolesi eletta in Emilia Romagna, già consigliere provinciale a Modena

Il nuovo incontro

La Stampa
yoani sanchez


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Giovedì scorso sono stata all’Avana senza muovermi da Madrid. Grazie alla chitarra di Boris Larramendi ho fatto un salto sull’Isola. Un breve - ma intenso - ritorno, solo a colpi di accordi e di buona musica. In un locale della capitale spagnola ho incontrato un gruppo di amici, alcuni laureati alla facoltà di Arte e Letteratura, ma anche vecchi conoscitori dei numerosi gruppi musicali sorti negli anni Novanta a Cuba. Mi sono sentita di nuovo a casa, perché proprio nella sala del nostro appartamento avevamo avuto uno di quegli incontri che l’altra notte abbiamo ricordato. Abbiamo evocato il nostro infuso di caña santa e quel poco di zucchero con cui recuperavamo le energie dopo aver portato la bicicletta per 14 piani di scale. Ma soprattutto abbiamo ricordato le buone canzoni che ascoltavamo insieme, lo spazio di libertà che almeno per qualche ora riuscivamo a creare. 

A parte i motivetti e il riso con fagioli, mi ha fatto piacere soprattutto aver incontrato di nuovo questi compatrioti. Molti di loro cercano ancora di farsi strada in una Spagna stremata da crisi economica e divergenze politiche. Alcuni sono disoccupati, altri illegali, diversi hanno figli nati in Spagna che non conoscono il paese dei genitori; tutti sono interessati alle sorti di Cuba. Boris ha cantato sino a perdere la voce, le palme delle nostre mani si sono arrossate a forza di accompagnarlo con gli applausi e - subito dopo mezzanotte - è affiorato l’umorismo, le barzellette ci hanno tenuto compagnia. Un televisore alla parete mostrava immagini girate nelle strade avanere.

Il Malecón e l’incrocio tra 23 e L, sono diventate lo sfondo audiovisivo che accompagnava la nostra guaracha improvvisata intorno a due tavoli. In un istante mi sono resa conto che quella registrazione che passava sullo schermo era stata realizzata da una telecamera della polizia segreta. In pratica era materiale di sorveglianza filtrato e trasformato in un semplice video da divertimento, in uno spazio ricreativo. La banalizzazione dell’occhio ufficiale; il controllo trasformato in frivola notizia del quotidiano. Ma neppure questo fatto è riuscito a distoglierci dalla cosa più importante che stava accadendo in quella sala: la convergenza. Stavamo comprendendo ciò che avevamo in comune dopo tante traversie e una prolungata separazione. Eravamo più liberi che in qualunque incontro avanero ma nonostante tutto continuavamo a essere il frutto dei nostri vecchi incontri avaneri. In un mattino madrileno abbiamo ritrovato il nostro passato. 

 

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Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Usa: zainetti antiproiettile per andare a scuola più sicuri. Ma con la scoliosi

Il Messaggero
di Anna Guaita


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NEW YORK – E’ ora di andare a scuola. Il pulmino arriva fra pochi minuti. Ecco i bambini che si caricano lo zainetto sulle spalle. E’ allegro, colorato e pieno di libri. Ma ha qualcosa di strano: è grosso, lungo, li copre quasi interamente. Scomodo? Un po’ troppo pesante? Sì, è vero. Ma questo è uno zainetto speciale. Fa le veci di un giubbotto antiproiettile. I genitori americani li stanno comprando a migliaia, e alcune scuole private lo consigliano, mentre le scuole pubbliche – in perenne economia – hanno chiesto al produttore se non può cercare di abbassarme i costi. Gli zainetti sono venduti anche nella versione “totale”, cioè attaccati a un giubbotto che si chiude sul davanti, in modo da offrire protezione a 360 gradi. Sono prodotti dalla Elite Sterling Security, un’azienda creata da Miguel Caballero, un imprenditore colombiano che si è specializzato in abbigliamento in kevlar durante le guerre narcos. Di recente la Elite ha cominciato a produrre abbigliamento anche per bambini

Che un giorno si dovesse arrivare a mandare i propri figli a scuola armati di uno scudo come i legionari romani sarebbe sembrato un sacrilegio solo qualche anno fa. Ma questa è la nuova realtà americana. La sparatoria di Newtown ha fatto impressione in tutto il mondo. Ma la verità è che il massacro del Connecticut è arrivato dopo tante altre sparatorie, alcune minori, neanche rilevate dalla stampa internazionale, ma certo abbastanza scioccanti nelle comunità che ne sono state colpite. E i genitori sono pronti a tutto pur di proteggere i propri bambini, anche a costringerli a portarsi addosso un peso extra.

Sicurezza non lowcost. Lo zainetto antiproiettile pesa un chilo e mezzo e costa dai 350 dollari in sui. Ma non è l’unica difesa che genitori e presidi stanno adottando. Moltissimi provveditorati hanno chiesto “corsi di sopravvivenza in caso di crisi armata” ad ex agenti dell’Fbi e altri esperti. Veri e propri allenamenti vengono organizzati di concerto con le forze dell’ordine. E non solo per insegnare ai ragazzi come e dove scappare, e ai professori come proteggerli, ma anche per imparare come coordinare i soccorsi. Uno dei problemi a cui nessuno aveva pensato prima, e che può risultare mortale, è che quando accorrono polizia, ambulanze e vigili del fuoco, si può creare un ingorgo di mezzi, per cui le ambulanze non hanno il percorso libero per correre agli ospedali.

Per salvare vite in caso di altri attacchi, migliaia di scuole si stanno anche fornendo di pannelli antiproiettili. Quelli bianchi, grandi proprio come uno scudo, stanno appesi al muro e sembrano delle piccole lavagne, e difatti hanno una superficie su cui si può scrivere con i pennarelli. Atri sono decorati con i colori dell’arcobaleno e sono incollati alle porte. Quelli appesi al muro possono diventare uno scudo dietro il quale i bambini possono ripararsi nel caso di sparatorie, quelli appesi alle porte impediscno che qualcuno possa penetrare nell’aula aprendosi un varco a colpi di pistola.

Battaglia politica. Certo, davanti a tutto questo organizzarsi, la domanda più naturale sarebbe: ma che fine ha fatto la lotta per ridurre il numero delle armi e rendere più difficile comprarle? Bene, una delle proposte più importanti del presidente Obama è stata bocciata al Senato, quella sull’allargamento a tutti gli Stati di un sistema federale di controllo del background del possibile acquirente di un’arma. La National Rifle Association l’ha vista come una forma di controllo e di intrusione nei diritti dei singoli cittadini e così al Senato non si è arrivati alla necessaria maggioranza. Tuttavia succede che alcuni senatori che si sono opposti alla legge hanno perso in popolarità, mentre altri che avevano cercato un compromesso super partes sono diventati molto più popolari.

Questo fatto fa sperare che un nuovo tentativo sia possibile. Dopotutto, il 90 per cento dell’opinione pubblica è favorevole ai controlli che terrebbero le armi lontane dalle mani di persone instabili di mente o con un passato criminale o di abuso di sostanze stupefacenti. Ma anche con nuove leggi, non c’è modo di nascondere il sole con un dito: nel Paese ci sono già tantissime armi, praticamente una pistola o un fucile pro capite. Criticare o ironizzare sui genitori che caricano i propri figlioletti con uno zainetto antiproiettile può venire spontaneo in Paesi come il nostro, o comunque un qualsiasi Paese europeo. Ma qui il rischio c’è ed è reale. E un po’ di scoliosi invece di un proiettile sembra dopotutto una scommessa accettabile.

Il genio torna dalla Svezia per soffrire nella sua Italia

Stefano Lorenzetto - Dom, 28/04/2013 - 08:44

Crea la prima rete al mondo che non va mai giù: in caso di calamità naturali fa funzionare telefoni e Internet. "Ho dovuto chiedere prestiti a parenti e amici"

 

È un cubo di 80 centimetri per 80. Si può spostare ovunque su rotelle, come fa col suo trolley un qualsiasi viaggiatore abituato a muoversi nelle metropoli fra stazioni ferroviarie, aeroporti e alberghi. Purtroppo le destinazioni di questa valigia, pesante 60 chili, sono assai meno amene: centri abitati rasi al suolo da terremoti, spazzati via da alluvioni, devastati da incendi; località di montagna isolate da bufere di neve; isole colpite da tsunami.

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Insomma, ovunque una catastrofe abbia privato la popolazione della possibilità di comunicare col resto del mondo.
Dentro non ci sono vestiti, biancheria e spazzolini da denti, ma schede madri, processori, banchi di memorie Ram, hard disk, interfacce di rete, radio, modulatori, amplificatori, antenne. Un groviglio così compatto da racchiudere in appena mezzo metro cubo quelle tecnologie che di norma richiedono decine di stanze climatizzate zeppe di armadi e di rack, gli scaffali aperti traboccanti di server, switch, router, ventole, gruppi di continuità, monitor, tastiere e altri componenti hardware. A governarlo vi è infatti un software rivoluzionario, studiato per ottimizzare dentro il cubo nero tutte le risorse che per essere allocate costringono Telecom, Vodafone, 3, Wind e tutti i gestori di telefonia mobile ad affittare interi palazzi e a servirsi delle migliaia di centraline sparse sul territorio.

Si chiama Primo, e non solo perché è l'acronimo di «private mobile», ma anche perché è davvero la prima rete mobile dedicata, trasportabile, in grado di creare una regione Internet a larga banda per l'utilizzo di telefonini e smartphone. Il primo apparato al mondo capace cioè di far funzionare le comunicazioni telefoniche e web quando tutte le reti, a cominciare da quella con la «r» maiuscola, vanno giù; alimentato, in mancanza di elettricità, con gruppi elettrogeni o pannelli solari. Nell'attimo in cui all'improvviso dovessero sparire dai display dei cellulari quelle tacche rassicuranti seguite da sigle per la maggioranza di noi esoteriche (Gsm, Edge, Umts, 3G, Lte), Primo è ancora su, come l'«Ercolino sempre in piedi» che negli anni Sessanta reclamizzava i formaggini Bel Paese Galbani.

A compiere il prodigio è stato Gianluca Verin, che di Carosello sa poco o nulla, essendo nato nel 1970. Originario di Bassano del Grappa, laureato in ingegneria elettronica (ramo telecomunicazioni) a Padova nel 1996, master nel Regno Unito all'Università di Sunderland, è un «cervello di ritorno» rientrato apposta in Italia dalla Svezia nel 2005 per creare nell'Area science park di Padriciano, a Trieste, questa start up che ora è diventata un'azienda, Athonet, con sede a Bolzano Vicentino. Nell'avventura s'è scelto come partner Karim El Malki, 39 anni, romano di padre egiziano e di madre veneta. L'idea è nata nell'appartamento che condividevano a Stoccolma, dove entrambi erano stati chiamati a lavorare dalla Ericsson.

Il battesimo di fuoco l'hanno avuto nel maggio 2012, durante il terremoto in Emilia, quando nel giro di un paio d'ore sono riusciti a ripristinare le linee telefoniche per la Protezione civile e il collegamento Internet per la popolazione di Mirandola. E questo spiega perché il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel luglio successivo abbia insignito l'azienda veneta del premio Nuvola verde per la sostenibilità ambientale, e anche perché nel febbraio scorso Athonet sia stata l'unica italiana tra le finaliste dei Global mobile awards 2013 a Barcellona, accanto a colossi del calibro di Apple, Samsung, Facebook e Vodafone.

«Mi piacerebbe poter installare Primo sul monte Grappa, dove ogni anno qualche escursionista muore perché non c'è campo per chiamare i soccorsi col cellulare», s'accontenta Verin. In realtà Athonet (battezzata così, su suggerimento del socio El Maki, in onore di Aton, il dio Sole degli Egizi), ha davanti a sé una prateria ben più vasta: Nokia Siemens Networks l'ha già chiamata in Spagna nelle aride zone montuose della regione di Murcia; il Brasile l'ha chiesta per la copertura di miniere e aree portuali; l'Olanda sta progettando di collegare con Primo gli ospedali alla rete Lte. Si sono fatti vivi anche la Cina e altri Paesi asiatici e ci sono buone probabilità che il rivoluzionario sistema dia presto voce ad alcune esotiche isolette dell'Oceano Indiano molto frequentate dai turisti.
Ma non l'ha ideato per i vacanzieri.

«No, volevamo creare qualcosa per le emergenze in caso di disastri naturali, quando tutte le reti collassano sotto il peso di migliaia di telefonate concomitanti o vengono distrutti i ponti radio. L'obiettivo era quello di rendere ancora possibili, in simili situazioni, le chiamate ai numeri di soccorso: 112 carabinieri, 113 polizia, 115 vigili del fuoco, 118 ospedali. Tutti i telefonini di norma le garantiscono anche in mancanza di una Sim. Ma se la rete va giù? Il nostro apparato si interfaccia con un satellite e mette in collegamento i telefoni di una determinata zona col resto del mondo, creando una rete suppletiva portatile, a banda larga, a basso consumo e ad alte prestazioni. Pensi a che cosa significa per una persona rimasta sotto le macerie col suo telefonino funzionante: può chiedere aiuto».

A Mirandola che cosa avete fatto?
«Dopo la seconda tragica scossa del 29 maggio, abbiamo issato Primo con la sua antenna sul tetto della scuola media. In 120 minuti tutti gli sfollati del campo Friuli 1 hanno avuto di nuovo a disposizione telefonia fissa e accesso a Internet. Sono rimasto con loro in tenda per due giorni. È straordinario vedere come questa Italia rissosa e disorientata all'improvviso torni a sentirsi di nuovo nazione nel momento del bisogno. L'isolamento, il non poter comunicare con i propri cari è peggio della mancanza di cibo. Non di solo pane... è vero? Allora tu vedi l'elettricista che corre ad aiutarti nonostante la sua casa sia stata distrutta dal sisma».

Era il primo test in situazione d'emergenza?
«Sì, e siamo grati alla Protezione civile e alla popolazione terremotata per aver collaborato all'esperimento. Adesso tutto il mondo sa che Primo è disponibile e perfettamente funzionante. Fra l'altro un sistema mobile chiuso consente di controllare chi lo usa e per che cosa, di dirigere il traffico in base alle priorità, evitando per esempio che le chiamate dei soccorritori finiscano nel calderone. Abbiamo fornito Sim dedicate ai volontari impegnati nella ricerca dei superstiti. E con 25 telecamere agli infrarossi governate da un modem Lte abbiamo reso possibile in streaming la videosorveglianza del campo sfollati, 24 ore su 24. Lo stesso sistema può essere utilizzato contro gli atti di sciacallaggio fra le macerie. Telecom e altri operatori privati hanno ripristinato Internet in wifi solo dopo un mese».

Perché andò a lavorare all'estero anziché rimanere in Italia? «Speravo di poter dimostrare subito quel che valevo, senza dover sottostare a umilianti trafile. E così è stato. In Ericsson, prima a Brighton e poi a Stoccolma, progettavo tecnologia per Internet e cellulari e nel contempo parlavo con i clienti. È stata un'esperienza a 360 gradi, fantastica».

Però è tornato a casa. «Nel 1998 ho rivisto a un matrimonio una mia compagna di classe del liceo classico, Debora. Ci siamo sposati. Ha vissuto per un anno con me a Stoccolma. Lei ha imparato lo svedese, io no. Nel 2001 pensavo di partire con la mia start up in Italia, per cui mia moglie mi ha preceduto sulla via di casa. Solo che nel Belpaese ti vengono i capelli bianchi prima di riuscire ad aprire un'impresa. Mi sono ritrovato ad avere per quattro anni la famiglia in Veneto mentre io restavo prigioniero a Stoccolma. Nel frattempo ci sono nate tre figlie, che oggi hanno 9, 6 e 3 anni. Lo sprone del mio amico El Malki, che prima di arrivare in Ericsson era docente di reti mobili all'Università di Sheffield, è stato decisivo. Io gli parlavo in inglese e lui mi rispondeva in italiano. Ho capito che dovevo rimpatriare».

Ci vuole un bel coraggio ad aprire un'azienda di questi tempi in Veneto, dove gli industriali si suicidano.
«Sapevo che sarebbe stata dura trovare i fondi per cominciare. Non immaginavo quanto. Vabbè, è difficile far capire un'idea senza poterla mostrare sul campo. Ma s'è mai vista una start up del peso di Apple o di Google partire in Italia?».

Qualche lungimirante l'avrà pur trovato, fra questi miliardari veneti che investono su tutto, abbigliamento, aeroporti, banche, autostrade.
«Già il fatto d'essere italiano non ti agevola. Non mi sono venute incontro neppure le società di venture capital americane, inglesi e svedesi, si figuri se andavo a perdere tempo con gli imprenditori del Nordest. Alla fine ci siamo arrangiati con amici e parenti. Sono stati loro a darci i soldi per partire».

Quanti dipendenti ha Athonet e quanto fattura?
«Quindici. Un milione di euro».

Dovrà licenziare qualcuno?
«Ho assunto una persona proprio oggi. Né in Gran Bretagna né in Svezia ho trovato il livello di competenza dei ragazzi che escono dall'Università di Padova».

Ma i neolaureati non hanno scelta: emigrare o restare qui a far la fame.
«Siamo la nazione più sottostimata al mondo per le risorse umane, che invece rappresentano il nostro asset migliore. Sarà che stando per molti anni all'estero si diventa patrioti, ma mi sentivo in debito col mio Paese».

E il suo Paese l'ha accolta bene?
«Se dovessi giudicare dall'avventura kafkiana che stiamo vivendo con la Regione Friuli Venezia Giulia, direi di no. Ma resto fiducioso. Sono sicuro che alla fine prevarrà il buonsenso».

Di che avventura kafkiana parla?
«Primo ha visto la luce nell'Area science park di Padriciano dipendente dal ministero della Ricerca, dove gli edifici non hanno numeri civici, bensì lettere alfabetiche. Siccome il nostro laboratorio ha traslocato da una palazzina a un'altra, distante meno di 300 metri, la Regione pretende di ritorno i fondi che ci aveva erogato perché sostiene che avremmo lasciato l'Area science park».

Il 79,6% della popolazione tra gli 11 e i 74 anni, pari a 38,4 milioni di italiani, accede a Internet; 16,8 milioni lo fanno da cellulare, 2,7 milioni da tablet. Per quanto può resistere la Rete a questo tasso di sviluppo?
«Internet non va giù quasi mai. È la rete mobile che fa cilecca. Faccio un esempio: in questo istante noi due ci mettiamo a parlare fra noi con i rispettivi cellulari. Ha idea di quale giro vizioso sono costrette a fare le nostre parole? Da qui vanno al ripetitore più vicino, poi finiscono in centrale magari a Venezia, da lì rimbalzano a Milano e da Milano ritornano in Veneto con altrettanti passaggi. Invece se comunicassimo con la banda larga di Primo tutto avverrebbe in questa stanza, senza sovraccarichi per la rete nazionale».

Le prossime frontiere quali sono?
«In futuro non esisterà nessuna macchina che non sia collegata al Web. Ci sarà una fame spasmodica di connettività per far funzionare il mondo. Useremo droni per spostare i container delle merci senza più bisogno dei mulettisti. I sensori sulle piste degli aeroporti saranno controllati da una rete cellulare come la nostra, l'unica in grado di garantire atterraggi e decolli anche in situazioni di emergenza».

Dia un consiglio ai suoi colleghi imprenditori che non vedono la fine di questa maledetta crisi.
«Non lo dico perché sono stato costretto per sette anni a rimanere all'estero. Lo dico perché ci credo: dobbiamo fare di tutto per mantenere il lavoro in Italia. Delocalizzare, cioè portarlo in terra straniera, è la fine della creatività e l'inizio della sconfitta, significa che un giorno non si troveranno mai più le persone capaci di fare la differenza in un'azienda. Perché le idee restano dove si tramutano in lavoro, non ho dubbi su questo. Noi qui dentro lo sperimentiamo ogni giorno. Ed è l'unico segreto del nostro successo».

Ma secondo lei la crisi durerà ancora a lungo?
«Mi auguro di no. In tutta sincerità, non lo so. Spero soltanto che non abbia ragione Freak Antoni, leader degli Skiantos, il gruppo rock demenziale».

Cioè?
«Si dice che una volta toccato il fondo non puoi che risalire. A me capita di cominciare a scavare».


stefano.lorenzetto@ilgiornale.it

L'auto di Pulp Fiction 19 anni dopo Il ritrovamento sembra un film

Corriere della sera

È la Chevrolet rossa usata da John Travolta e Uma Thurman. Non si trovava più dal '94. Rubata durante le riprese.


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Anche in questo caso Quentin Tarantino avrebbe bisogno di Mister Wolf, il gangster addetto alla soluzione di problemi impersonato dallo spiccio Harvey Keitel, ma non per ripulire gli interni di una macchina dopo una sparatoria accidentale, bensì per sciogliere il mistero di un ritrovamento. La notizia infatti è a dir poco misteriosa: la polizia di Victorville, California, ha ritrovato l'auto rubata al regista nel 1994, la Chevrolet modello Chevelle Malibu di cui Tarantino era proprietario e che utilizzò, per risparmiare sui materiali di scena, nel memorabile Pulp Fiction , girato proprio quell'anno. Il ladro colpì durante le riprese.

Il mistero non sta soltanto nel ritrovamento improvviso di una macchina che credevamo esistere solo nel nostro immaginario di cinefili e che invece ha circolato regolarmente per quasi vent'anni nel più totale anonimato per le highway reali della California (in vero, il paese più irreale del mondo). Il mistero sta anche nel fatto che l'attuale proprietario della vettura si dichiara totalmente estraneo al furto e si considera lui per primo vittima di una frode. Il che aggiunge un'ulteriore nota onirica alla questione, derealizzando il divo, la sua denuncia, la sua stessa esistenza anagrafica, e rafforzando l'idea che non sia Hollywood il mondo dei sogni bensì il film della vita vera, quello che tutti noi contribuiamo a girare ogni giorno. Ma questo enigma, ovvero dove finisce la realtà e dove comincia l'immaginazione, dura da troppo tempo per provare a scioglierlo ora, per cui affidiamoci alla prospettiva positivista della cosiddetta fredda cronaca.

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La macchina è stata ritrovata nella zona di San Francisco Bay ed è la stessa che John Travolta guida nel film per accompagnare la pupa del boss a svagarsi un po': la Chevrolet rosso ciliegia da cui lui e Uma Thurman scenderanno per andare a esibirsi nel twist più conturbante della storia del cinema. Da questa prospettiva la macchina quindi esiste davvero, eppure le modalità del suo furto sembrano rispondere a una lezione di scrittura dello stesso Tarantino, una delle tante lezioni che sbocciano come gemme in mezzo ai suoi film e ne fanno forse il più grande narratore prestato alla macchina da presa. Quando rubi un'auto, se non vuoi avere grane resta il più vicino possibile a dove l'hai rubata. Sembra una sciocchezza, ma comportati così e non ti succederà nulla. In fondo è la versione riveduta e corretta della Lettera rubata di Edgar Allan Poe: l'unico posto in cui la lettera risulta invisibile è sullo scrittoio. Che poi, mutatis mutandis, è il consiglio di Umberto Eco nel suo Come si fa una tesi di laurea : se devi copiare, copia dalla tesi più recente scritta sullo stesso argomento nel tuo stesso istituto.

Lettere, tesi o auto che siano, gli oggetti che lasci sotto il naso agli investigatori sfuggiranno alle indagini più meticolose. Se cannibalizzi una Chevelle Malibu del 1964 e immetti i pezzi sul mercato, e magari li spedisci ognuno a un collezionista in un punto diverso del pianeta, vieni arrestato in due minuti. Se invece la lasci come l'hai rubata e te ne vai tranquillamente a zonzo per le vie dello stesso Stato in cui è stata immatricolata, badando bene a non spingerti oltre Oakland o tutt'al più San Francisco, rispettando il colore originale e l'evocazione gioiosa del nome che hanno inventato per lei, ebbene quell'auto non verrà mai trovata o, il che è praticamente lo stesso, verrà avvistata per sbaglio dopo vent'anni.

Come posso esserne certo? Semplice, nel mondo reale le cose troppo implausibili non vengono mai prese in considerazione. La logica non presta attenzione alle assurdità e guidare un'auto dove l'hai rubata è un'assurdità. Ma questo sembra o non sembra un apologo costruito ad arte? Possibile che una lezione così magistrale sia stata partorita dal caso? Riepilogando: Quentin Tarantino ha girato un film in cui la sua macchina vera indossava i panni della macchina di un gangster. Subito dopo, questa macchina vera, tornata sulle strade vere, è stata rubata nei modi fatalmente riconducibili alla fantasia di Tarantino.

Mauro Covacich
28 aprile 2013 | 9:20

Dalla Chiesa, il giallo della borsa i magistrati la trovano ma è vuota

Libero

Dopo 31 anni dall'uccisione del generale, di sua moglie e dell'agente di scorta non si trovano più i documenti contenuti nella valigia


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Il vuoto. E' tutto quello che resta della tragica scomparsa del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, di sua moglie Emanuela Setti Carraro e l'agente di scorta Domenico Russo in quel 3 settembre del 1982 in una Palermo strozzata e ammutolita da una guerra di mafia infinita. Vuota la cassaforte del generale, vuota la scatola che c'era dentro e vuota ora pure la borsa di pelle che il generale portava sempre con sè. L'amara realtà sulla borsa del generale emerge 31 anni dopo il suo assassinio. I magistrati di Palermo l'hanno ritrovata nel bunker sotterraneo del palazzo di giustizia del capoluogo siciliano.

Nomi scottanti Dentro la borsa non c'è più nulla. Nemmeno un foglio di carta. Dall'ufficio corpi di reato è scomparso tutto. Il pm Nino Di Matteo e il suo pool di magistrati hanno visuionato i reperti dopo una lettera di un "carabiniere ben informato" che con una lettera inviata proprio a Di Matteo aveva riacceso i riflettori sulla trattativa Stato-Mafia e sui documenti e soprattutto gli appunti che aveva dalla Chiesa poco prima di morire. L'anonimo carabiniere scrive nella lettera: "Nella borsa c'erano documenti relativi a indagini svolte personalmente dal prefetto e una lista di nomi scottanti. Un ufficiale dell'Arma ha messo al sicuro la valigetta". Un pò troppo al sicuro. I documenti sono spariti e con loro tutti i segreti che portava Dalla Chiesa, utili oggi per far luce sulla vicenda. Una storia quella del prefetto Dalla Chiesa che resta oscura dopo decenni. Intanto la verità continua dormire nel sottoscala del tribunale di Palermo.

(I.S.)