sabato 27 aprile 2013

Nasce il governo Letta, ora la fiducia Il premier: «Sobria soddisfazione»

Corriere della sera

L'annuncio alle ore 17.20: 61 giorni dopo le elezioni, l'Italia ha un nuovo governo. Domenica il giuramento, poi alle Camere

1Dopo lunghe e convulse trattative Enrico Letta arriva al traguardo: sabato pomeriggio ha sciolto la riserva e presentato la sua squadra di Governo. Salito al Colle alle 15 per sottoporla al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, poco dopo le 17.15 ha presentato l'elenco dei ministri. Sessantuno giorni dopo le elezioni Politiche, e 127 giorni dopo le dimissioni di Mario Monti, quindi, l'Italia ha un nuovo esecutivo.

LA SQUADRA - Angelino Alfano guiderà il ministero degli Interni, Emma Bonino quello degli Esteri. Il ministro per i Rapporti con il Parlamento è Dario Franceschini, Giampiero D'Alia quello per la Pubblica amministrazione, Anna Maria Cancellieri quella della Giustizia, Fabrizio Saccomanni quello dell'Economia, Maria Chiara Carrozza quella per l'Istruzione. Le Riforme costituzionali vanno a Gaetano Quagliariello. Il ministero delle Politiche Agricole è stato affidato a Nunzia di Girolamo (che in Veneto ricordano per la polemica sui contadini). Tra le tante donne, il ministro Cécile Kyenge, medico oculista nato nella Repubblica Democratica del Congo, che si occuperà dell'Integrazione. È nata all'estero, in Germania, anche Josefa Idem, ministro delle Pari opportunità e dello Sport.

 Il governo  Letta: tutti i ministri Il governo  Letta: tutti i ministri Il governo  Letta: tutti i ministri Il governo  Letta: tutti i ministri Il governo  Letta: tutti i ministri

I PRIMI PASSI - I primi passi dell'esecutivo di Letta, 46 anni, saranno il giuramento davanti al Capo dello Stato, domenica mattina, e la presentazione per la fiducia davanti alle due Camere.

SOBRIA SODDISFAZIONE - «Voglio premettere alla lettura della lista ancora una profonda gratitudine nei confronti del presidente della Repubblica per questa fiducia - ha esordito Letta alle 17.20 -, e aggiungere parole di sobria soddisfazione per la squadra che siamo riusciti a comporre, per la disponibilità dimostrata, per le competenze che si sono messe al servizio del Paese, per il record di presenza femminile e per il ringiovanimento complessivo della compagine di governo».

Cattura«È GOVERNO POLITICO» - Subito dopo Letta ha preso la parola Napolitano, che ha commentato: «Vorrei aggiungere solo semplicissime parole a commento della presentazione della squadra di governo effettuata dall'onorevole, dal presidente Letta - ha annunciato - Innanzitutto non c'è bisogno di alcuna formula speciale per definire la natura di questo governo. È un governo politico formato nella cornice istituzionale e secondo la prassi della nostra democrazia parlamentare. È un governo nato dall'intesa delle forze politiche che insieme garantiranno la fiducia nelle due Camere. Era ed è l'unico governo possibile in un momento in cui non si poteva più aspettare oltre per le sorti del nostro Paese».


multimedia



Il governo Letta: tutti i ministri (26/04/2013)

Governo, Letta : «Restano dei nodi da sciogliere» (25/04/2013)

Letta dopo l'incarico va alla (24/04/2013)

Maria Strada
mstrada@corriere.it27 aprile 2013 | 18:09


 

 

Governo Letta, l'elenco dei ministri


Corriere della sera

Ecco i nomi e gli incarichi dei ministri che fanno parte del governo guidato dal presidente del Consiglio Enrico Letta.

Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio - Filippo Patroni Griffi
Interni e Vicepremier- Angelino Alfano
Difesa - Mario Mauro
Esteri - Emma Bonino
Giustizia - Anna Maria Cancellieri
Economia - Fabrizio Saccomanni
Riforme istituzionali - Gaetano Quagliariello
Sviluppo - Flavio Zanonato
Trasporti Infrastrutture - Maurizio Lupi
Poliche Agricole - Nunzia Di Girolamo
Istruzione, Università e ricerca- Maria Chiara Carrozza
Salute - Beatrice Lorenzin
Lavoro e Politiche sociali - Enrico Giovannini
Ambiente - Andrea Orlando
Beni culturali e Turismo- Massimo Bray
Coesione territoriale - Carlo Trigilia
Affari europei - Enzo Moavero Milanesi
Affari regionali - Graziano Delrio
Pari opportunità, sport, politiche giovanili - Josefa Idem
Rapporti con il Parlamento - Dario Franceschini
Integrazione - Cecile Kyenge
Pubblica Amministrazione- Giampiero D'Alia

27 aprile 2013 | 17:55

Amazzonia e Bezos in lotta per «.amazon»

Corriere della sera

Alcuni Paesi sudamericani contro il colosso dell'e-commerce sulla richiesta, e i diritti, per il nuovo dominio
 
MILANO – Amazon, Amazzonia: cosa ricorda di più questo termine? Una destinazione geografica – la foresta pluviale più ricca di biodiversità al mondo, oppure il fiume più lungo al mondo che lo attraversa? O forse il gigante del commercio elettronico con sede a Seattle? Su chi abbia più diritto a usare il nome “Amazon” (la Amazon.com Inc. stessa dunque, la Foresta Amazzonica o il Rio delle Amazzoni), si gioca ora una partita che coinvolge internet e i suoi indirizzi. O meglio, i suffissi, le lettere che seguono il punto in ogni sito digitato nel browser, dove al momento ancora un ".amazon" non esiste, ma qualcuno sta cercando i n tutti i modi di ottenerne la paternità.

Cattura
LA RICHIESTA DI BEZOS – Per il colosso dell’e-commerce guidato da Jeff Bezos infatti la registrazione di nuovi "gtld", generic top level domain, domini di primo livello generici (in tutto al momento sono 22, a partire dal più diffuso ".com") differenti da quelli geografici (i vari ".it", ".fr", ".de" e così via che descrivono il Paese di provenienza) è una priorità: negli anni ha cercato di registrarne per descrivere meglio i suoi ambiti commerciali più volte. Tra i suoi interessi vi è quello di un dominio ".shop", ma anche ".book" (il core business dell’azienda restano i libri, nonostante l’apertura ad altre categorie merceologiche), ".kindle" (per via del suo lettore di libri elettronici), ".song" e altri ancora. D’altronde, tra i domini di questa categoria già esistono nomi che richiamano determinate aree: il ".jobs" per il lavoro, il ".travel" per il turismo. E le richieste di Amazon.com, che forse possono far arrabbiare altre aziende produttrici e venditrici di determinati beni, hanno aizzato contro il colosso dei libri soprattutto alcuni governi sudamericani che ospitano nei loro territori proprio la Foresta Amazzonica e il Rio delle Amazzoni.

LE RIMOSTRANZE – Amazon.com avrebbe depositato richieste ufficiali e fatto già le sue offerte per avere il gtld .amazon per sé all’Icann, l’organizzazione americana che si occupa della gestione dei domini, ognuna delle quali avrebbe un valore che si aggira intorno ai 200mila dollari, oltre 150mila euro. Non è la sola ad aver avanzato, nell’ultimo anno, richieste di questo tipo: anche Google per esempio ha richiesto all’Icann la registrazione del dominio ".google" per i suoi affari, mentre in ben 13 aziende hanno chiesto di registrare il ".app", per il ghiotto settore delle applicazioni per smartphone e tablet. Per tutta risposta, sono arrivate le rimostranze ufficiali dei Paesi sudamericani

più strettamente coinvolti: Perù e Brasile infatti hanno depositato all’Icann le loro lamentele in cui si legge la preoccupazione e il dissenso rispetto a un nome che invece dovrebbe aiutare a proteggere uno degli ambienti più a rischio al mondo, a tutelare cultura e benessere delle popolazioni indigene e a promuovere semmai una cultura ambientale e del territorio amazzonico, piuttosto che l’interesse di un’azienda privata. Tale dissenso, peraltro, è supportato anche da altri Paesi sudamericani come Argentina, Bolivia, Guyana ed Ecuador.

STATI VS AZIENDE – Non è la prima volta nella battaglia sui domini Internet che un Paese si oppone alle richieste di aziende private. Sullo stesso tema infatti si era già pronunciata l’Argentina stessa, cercando di tenere per sé il dominio ".patagonia" e impedendo così all’azienda di abbigliamento omonima di appropriarsi di un marchio geografico. Ma anche il Giappone aveva avuto da ridire all’azienda che tentava di registrare come gtld il ".date", riservato ai siti di appuntamenti online, perché "Date" corrisponde anche al nome di due diverse città giapponesi, una nella regione di Hokkaido e una in quella di Fukushima.

Eva Perasso
@evapear27 aprile 2013 | 13:27

L'addio alla donna «computer-umano»

Corriere della sera

Shakuntala Devi aveva straordinarie capacità di conteggio matematico, superava anche i calcolatori elettronici

1
Una vita spesa a dimostrare pubblicamente, prima nel circo del padre o per le strade di Bangalore e infine nelle più prestigiose università, un talento inusuale nel calcolare a mente risultati di operazioni e problemi che la maggior parte di noi avrebbe difficoltà persino a comprendere. E' stata questa la vita di Shakuntala Devi, che ha chiuso gli occhi il 21 aprile scorso nella città nella quale era nata, lasciando una figlia e due nipoti e una fondazione a suo nome (la Shakuntala Devi Educational Foundation Public Trust) che si occupa di fornire un'istruzione ai bambini delle famiglie più povere)

LA NASCITA DI UNA STELLA - Nata il 4 novembre 1929 da una famiglia di bramini (la casta sacerdotale hindu), a soli tre anni la piccola Shakuntala iniziò a mostrare una sorprendente abilità mnemonica per quanto riguardava i numeri. Suo padre, che aveva rifiutato la carriera sacerdotale, preferendo andare a lavorare in un circo come trapezista e uomo-cannone, intuì che il talento della figlia era fuori dalla norma e la coinvolse immediatamente nella sua attività circense.

I «SUPER POTERI» - Per dare un'idea della straordinarietà dei «poteri» della bambina indiana è sufficiente ricordare che a tre anni era in grado di risolvere problemi matematici di livello universitario e che a sei ottenne un master's degree in matematica presso l'Università di Mysore. Infine, a otto anni, raggiunse il dottorato sempre in matematica all'Annamalai University. Questi risultati potrebbero far pensare a una bambina supportata da insegnanti e continuamente immersa nello studio, ma la stessa Shakuntala smentì in un'intervista (http://www.huffingtonpost.com/2013/04/26/shakuntala-devi-human-computer-math-prodigy-dies-india_n_3164180.html) questo quadro

educativo, raccontando che "a 10 anni venni ammessa alla prima classe del Convento di S.Teresa a Chamarajpet, ma i miei genitori non potevano permettersi la retta mensile di 2 rupie, così dopo tre mesi venni sbattuta fuori" (http://global.christianpost.com/news/human-computer-dies-shakuntala-devi-indian-math-genius-passes-at-83-94820/). Estromessa dalla scuola, la bambina continuò a esibirsi nei circhi e per le strade, alternando a questo una lunga sequela di test matematici in università e programmi televisivi e radiofonici di mezzo mondo. "Ero diventata l'unica fonte di sostentamento per la mia famiglia e questa è una grossa responsabilità per una bambina". I

Cattura
IL COMPUTER UMANO - Negli anni Cinquanta Shakuntala Devi compì un vero e proprio tour europeo nel corso del quale mostrò tutto il proprio talento arrivando persino in due casi a correggere coloro che la esaminavano. Avvenne nel corso di due esibizioni (una alla Bbc e l'altra all'Università di Roma) al termine delle quali vennero contestati degli errori di calcolo alla ragazza indiana che però dimostrò che a sbagliare erano stati i matematici che avevano approntato i problemi. Il soprannome di Computer Umano le derivò da un'altra dimostrazione, tenutasi nel 1977 presso la Southern Methodist University di Dallas, durante la quale calcolò la radice ventitreesima di un numero composto da 201 cifre in soli 50 secondi, dieci in meno di quelli impiegati da un computer Univac (http://www.nytimes.com/2013/04/24/world/asia/shakuntala-devi-human-computer-dies-in-india-at-83.html?_r=0).

CAPACITA' DI CALCOLO - Ma non è stata certo questa l'unica volta che le capacità di calcolo di Shakuntala Devi hanno impressionato il mondo scientifico. Nel 1980 infatti, nel corso di una sua performance all'Imperial College di Londra, riuscì a moltiplicare due numeri di 13 cifre scelti casualmente da un computer in 28 secondi. I numeri erano 7.686.369.774.870 e 2.465.099.745.779 e il chilometrico risultato 18.947.668.177.995.426.462.773.730 e grazie a questa prestazione la donna entrò nell'edizione del 1982 del Guinness Book of World Records (è da rimarcare che nei ventotto secondi impiegati, è compreso anche il tempo utilizzato da Shakuntala per leggere interamente il risultato della moltiplicazione).

UN LINGUAGGIO INNATO - In un articolo scientifico (http://stepanov.lk.net/mnemo/jensen.html) pubblicato nel 1990, Arthur R.Jensen studioso di intelligenza umana della University of California - Berkeley, raccontò di avere seguito da vicino una performance di Shakuntala Devi alla Stanford University, rimanendo esterefatto dalla sua velocità e accuratezza di calcolo. Il ricercatore armato di computer portatile si accorse di impiegare più tempo a trascrivere sul proprio pc i problemi scritti alla lavagna di quanto ne servisse a Shakuntala per risolverli. La signora Devi (che era anche astrologa, autrice di libri di cucina e romanziera) aveva inoltre una facilità straordinaria a calcolare giorni e date, caratteristica comune ai cosiddetti idiot savant (o sindrome dell'idiota sapiente, una condizione che riguarda generalmente chi soffre di autismo, che pur avendo gravi deficit mentali è dotato di capacità mnemoniche prodigiose).

RISPOSTA PRONTA - Era sufficiente infatti dirle una data del XX secolo per ottenere immediatamente la risposta di quale giorno della settimana si trattasse (un problema propostole in un test a New York recitava: “In quali giorno della settimana sono caduti i 14 del mese nel 1935?”. A onore di cronaca bisogna ricordare che in quella circostanza Shakuntala sbagliò due risposte). Ma secondo Arthur R.Jensen il Computer Umano non assomigliava per niente al personaggio interpretato da Dustin Hoffman in "Rain Man" (anch’egli dotato di capacità matematiche al limite dell'umano, ma decisamente carente in altre facoltà) poiché era una donna "attenta, estroversa, affabile e loquace". Lo studioso californiano ha inoltre ipotizzato che "la manipolazione dei numeri sembrava un linguaggio innato in Shakuntala Devi, mentre per la maggior parte di noi il calcolo aritmetico è una sorta di lingua straniera appresa a scuola".

Emanuela Di Pasqua
27 aprile 2013 | 13:46

Usa, via libera ai salumi italiani: stop ai tarocchi

Corriere della sera

Salami, pancette, coppe, culatello e altri salumi potranno arrivare sulle tavole dei 250 milioni di cittadini americani

Cattura
Finalmente salami, pancette, coppe, culatello e altri salumi Made in Italy potranno arrivare sulle tavole dei 250 milioni di cittadini americani che fino ad ora sono stati costretti ad acquistare imitazioni di bassa qualità realizzate fuori dall'Italia. È la Coldiretti a commentare il passo storico compiuto con il superamento del blocco durato 15 anni delle esportazioni nazionali di salumi dal prossimo 28 maggio grazie alla pubblicazione del provvedimento con cui le autorità statunitensi di Aphis (Animal and Plant Health Inspection Service) hanno ufficialmente riconosciuto l'indennità dalla malattia vescicolare del suino di Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto, Piemonte e delle Province autonome di Trento e Bolzano.

LA NOTA - Si tratta di Regioni dove - precisa la Coldiretti - si concentra la stragrande maggioranza degli allevamenti di maiali e degli stabilimenti di lavorazione delle carni in Italia. In questo difficile momento di crisi - sottolinea la Coldiretti - si tratta di un passo importante per l'economia del sistema agroalimentare nazionale che ha ora l'opportunità di crescere nel ricco mercato americano dove le esportazioni di cibo e bevande italiane sono cresciute in valore del 10 per cento ad un livello record di 2,7 miliardi. Il provvedimento non riguarda il prosciutto che se stagionato oltre i 14 mesi può già essere esportato negli Usa.

GLI ALIMENTI - Dal culatello uruguaiano alla soppressata calabrese Made in Usa, dal salame veneto canadese al Parma salami del Messico, i consumatori statunitensi - sostiene la Coldiretti - sono stati fino ad ora una facile preda di salumi taroccati che purtroppo è imbarazzante notare a volte vedono coinvolte all'estero imprese industriali italiane. Se l'abbattimento di questa anacronistica barriera commerciale, che ha fatto perdere all'Italia un importo stimato in 250 milioni di euro all'anno, sarà accompagnato a livello internazionale da una più decisa tutela delle denominazione di origine dei nostri salumi si aprono enormi spazi di crescita. La Coldiretti ricorda ad esempio che in Canada vengono venduti salumi locali con il marchio San Daniele e che non può essere esportato il prosciutto di Parma perché il marchio è stato registrato da una azienda privata.

Redazione Online27 aprile 2013 | 13:18

Con le app salva soldi ho risparmiato 168 euro in un mese

Corriere della sera
di Marta Serafini

Al supermercato, dal benzinaio,dall’assicuratore, o durante il weekend all’estero.


Cattura
Sempre con il telefono in mano cercando di spendere meno grazie alle applicazioni salva soldi. A spulciare bene negli store di Apple, Android e Windows, si scopre un mondo su misura per tempi in cui anche 10 euro fanno la differenza sul bilancio mensile.

«L’industria delle app è simile a quella delle auto all’alba del secolo scorso», ha spiegato qualche tempo fa Simon Khalaf al Wall Street Journal. «Si vede la crescita delle strade e si percepisce che sarà un grande mercato».
Venticinque miliardi di dollari. Tanto vale il mercato delle app, secondo la società di consulenza americana Gartner. Cifre da capogiro, che stanno assistendo a un incremento del 62 per cento, solo in quest’ultimo anno. E con gli utenti che arrivano a trascorrere anche due ore al giorno con gli occhi sullo schermo. In questo mare di download c’è un filone d’oro che sta conquistando la classifica delle più scaricate. Ed è quello delle app anticrisi, complice il periodo non esattamente felice.

Provare per credere
A testarle infatti si scopre che davvero convengono. E che in un mese si può arrivare a risparmiare anche decine di euro: nella nostra prova il risparmio è stato di 168 euro. Per far sì che l’affare non sia conveniente solo per i colossi di Cupertino e Mountain View bisogna però fare attenzione. Se infatti l’applicazione è a pagamento già si cade nel controsenso.
Meglio allora optare per quelle gratuite, in ogni ambito. Si inizia proprio dal telefono. Dimenticata WhatsApp con i suoi 0,89 centesimi di canone tanto discussi, una valida alternativa è Viber, servizio di messaggistica che include anche chat testuale, invio di immagini e condivisione della posizione e che ha il vantaggio di essere diffuso bene in Italia. Se poi si scarica Skype sul telefono, il risparmio sale perché via WiFi si può telefonare gratis. Risultato, in un mese, tra l’uno e l’altro servizio, si risparmiano 15 euro.

Stesso discorso per il weekend all’estero. Grazie alle centinaia di applicazioni legate ai portali di alberghi e ristoranti è un attimo trovare posti dove dormire e mangiare con poco. A Barcellona un hotel tre stelle arriva a costare anche 60 euro in meno grazie a prenotazioni via smartphone e con servizi come Foodspotting si trovano locali più convenienti di quelli indicati sulle guide turistiche. Attenzione, però, a farsi prendere dall’entusiasmo. Mentre si smanetta con lo smartphone alla ricerca del miglior rapporto qualità prezzo è un attimo che la bolletta salga. Da tenere d’occhio, con Onavo, è allora il collegamento. Se, ad esempio, si tenta di aprire una pagina web che pesa 1MB l’applicazione la ridurrà a 0,5MB così da farci consumare meno. Inoltre si può bloccare il traffico dati di applicazioni che rimangono aperte una volta messo in standby il telefono. Un affare, se si pensa che in un fine settimana all’estero si arrivano a risparmiare 5 euro.

A caccia di offerte
Ottime sono anche le applicazioni per trovare le offerte per il tech e per gli elettrodomestici. Una è Idealo, con cui in meno di tre minuti si scopre che lo stesso modello di lavatrice costa 70 euro in meno se lo si acquista da un rivenditore piuttosto che da un altro. Idem anche sul fronte automobile. Per trovare il distributore più conveniente e vicino esistono applicazioni aggiornate dagli utenti (e dunque non sponsorizzate da terzi), come iNeedFuel. Poi, scaricando iAssicurazioni, si possono confrontare i piani tariffari per le polizze.Per usarle ci vuole pazienza ma ci si può ritrovare con 1 euro in più nel portafoglio per ogni pieno di carburante e con 30 euro in più dopo aver firmato il contratto meno oneroso.

Tra cibi e bevande
Meno facile è fare la spesa affidandosi alle app anticrisi. Con Super Risparmio, ad esempio, si trovano i punti vendita dove un singolo prodotto è più conveniente, tra le catene di distribuzione più diffuse. Ma difficilmente andremo a comprare le uova in un supermercato e i pomodori in un altro. Meglio, allora, usare servizi come «La mia spesa» (applicazione per Android), che permettedi creare la versione moderna della vecchia lista, comprensiva dei prezzi.Si arriva alla cassa sapendo già esattamente quanto abbiamo speso, si salvano e si aggiornano gli elenchi per risparmiare tempo la volta successiva e per capire quanto convenienti siano le offerte. E si esce dal supermercato con 3 euro in più.
Insomma, l’app salva crisi aiuta e fa risparmiare parecchio. Ma resta il dubbio che passare il tempo attaccati allo schermo dello smartphone anche mentre si parcheggia e si fanno acquisti non sia poi così una grande idea.

La «qwerty» non va bene per gli schermi touch

Corriere della sera

Lo sancisce un gruppo di ricercatori che propone la tastiera «Kalq» che organizza meglio il lavoro delle due mani

1
MILANO - Per leggere questo articolo avrete appena digitato l'indirizzo di Corriere.it sulla barra dedicata o cercato il nome del portale sul motore di ricerca. E i vostri polpastrelli avranno compiuto sulla tastiera fisica del computer o sullo schermo touch dello smartphone o del tablet quella sequenza di movimenti ormai rodata da una lettera all'altra con un discreta velocità. Secondo un gruppo di ricercatori del Max Planck Institute e degli atenei Montana Tech e St Andrews, se state utilizzando una cellulare intelligente o una tavoletta, si può fare meglio, del 34% per la precisione. La novità si chiama Kalq e nasce per rimpiazzare la tradizionale "qwerty" che, secondo il responsabile del progetto Ola Kristensson, mal si adatta ai dispositivi mobili di nuova generazione.

«Prima di abbandonare la tastiera "qwerty" gli utenti vogliono giustamente una valida alternativa. La nostra soluzione garantisce una digitazione più veloce e confortevole», ha spiegato Kristensson. Il presupposto di partenza è la posizione diversa che assumiamo quando ci accingiamo a scrivere su uno schermo touch: le uniche dita coinvolte nell'azione sono i due pollici. Per agevolare il loro compito, le lettere sono state divise in due blocchi separati così da «ridurre le lunghe sequenze in cui si usa un solo dito». Termini come «on, see, you, read, dear, based vengono utilizzati frequentemente nei testi e rendono difficoltosa la digitazione con un pollice», si legge nella presentazione della soluzione. L'obiettivo della doppia griglia è quello di aumentare la velocità di scrittura e consentire un'alternanza ottimale fra le due parti coinvolte.

Tutte le vocali, a «eccezione della y che può essere considerata sia una vocale sia una consonante (a parlare sono degli anglofoni, nda)», sono state messe a disposizione del pollice destro, mentre il pollice sinistro può affidarsi esclusivamente a consonanti. Le lettere utilizzate più frequentemente sono state raggruppate ed equamente divise, così da sottoporre le due mani allo stesso sforzo. I ricercatori hanno previsto che la sinistra si occupi delle prime lettere delle parole e la destra intervenga immediatamente con le vocali, i mancini devono evidentemente invertire. Il tutto è ovviamente ottimizzato per la lingua inglese. Lo spazio bianco per inserire lo spazio è presente sia a destra sia a sinistra. L'esperimento sembra aver sortito gli effetti sperati e, dopo dieci ore di esercizio, gli utenti coinvolti nel test sono riusciti a digitare 37 parole al minuto, rispetto al record di 20 raggiunto con la "qwerty".

CatturaKalq verrà presentata ufficialmente il 1° maggio e sarà successivamente disponibile come applicazione per Android. Non si tratta del primo tentativo di rimpiazzare la stoica sequenza tradizionale che risale addirittura al 1870: negli anni '30 ci ha provato August Dvorak e nel 2006 Shai Coleman ha buttato nella mischia la sua Colemak. In questo caso ci si concentra sulle nuove abitudini di digitazione più che sul miglioramento delle prestazioni dell'originale: che sia la volta buona?

Martina Pennisi
@martinapennisi27 aprile 2013 | 12:37

Dal computer alla vanga Un orto per «rinascere»

Corriere della sera

Da tre anni in cassa integrazione, in 20 ex Eutelia hanno preso in gestione un terreno all'Ardeatino



ROMA - Le braccia rubate all'informatica si sono date alla terra, con la giusta dose di cervello: così nella jungla della crisi, tra scatole cinesi e quasi duemila lavoratori trattati come biglie, in venti tra i 45 e i 55 anni - tre anni dopo l'arrivo della cassa integrazione - raccontano un'altra storia, piccola piccola, e con un buon sapore.

Antico come la terra, e nuovo come tutte le idee che si sono fatti venire da quando, di colpo lasciati senza soldi e lavoro, hanno preso a diserbare, piantare, innaffiare: così, una stagione dopo l'altra, hanno capito che, oltre a sfamare le famiglie, potevano avere qualcosa d'altro, non solo cibo. Per fare solo un esempio, a capitare all'orto di venerdì si può incontrare uno psicologo. Ma perché è qui? «Per fare il mio lavoro, hanno bisogno di sostegno, parliamo di persone che sì, si sono reinventate, ma comunque non hanno risolto tutto...». Sì. ma scusi, come la pagano? «In questa stagione con broccoletti, carote, finocchi. Ma d'estate pagano meglio, e di più...».

Per raggiungere questa storia e vederla con i propri occhi, per annusarla, bisogna superare le Fosse Ardeatine, proseguire per un chilometro, domandare dell'istituto agrario. Lì, dentro una tenuta di 80 ettari - sullo sfondo, da una parte Roma 70 e dall'altra Fonte Meravigliosa - ecco i tremila metri quadrati dell'Eutorto, l'orto realizzato dai lavoratori (ingegneri, matematici, amministrativi) che dopo essere stati «venduti» dalla Bull (francese) e dall'Eutronics (olandese) all'Eutelia (italianissima...), e aver realizzato le commesse di Banca d'Italia, ministero dell'Interno, Camera, Campidoglio, ed essere stati ancora «venduti» a un'altra società, la «Agile» - 96 mila euro di capitale sociale per 1.800

lavoratori... - e insomma dopo aver eseguito commesse di una lista di istituzioni lunga così, «siccome lo Stato è cattivo pagatore», e siccome qualcuno pare essersi arricchito - i responsabili delle truffe, almeno alcuni, hanno conosciuto il carcere ma la storia giudiziaria è ancora da scrivere - alla fine i lavoratori, dopo mesi senza stipendi, si sono ritrovati in cassa integrazione, senza lavoro. Sì certo hanno occupato la fabbrica per sei mesi e poi per altri due sono stati (in camper) in piazza Montecitorio: ma è chiaro che, sacra protesta a parte, mica era vita. Ecco, la storia dell'Eutorto comincia in quel momento. Quando hanno deciso, raccontano oggi, di reagire al disordine con la creatività.

Galeotto fu un piccolo articolo di giornale dedicato all'orto della Garbatella: dopo averlo letto il gruppo di lavoratori ex Eutelia si è fatto avanti, ha bussato alla Provincia di Nicola Zingaretti, domandato, inviato progetti, chiesto chiarimenti. E, alla fine, queste venti persone hanno ottenuto questo spazio: basta metterci un piede per capire che ha un orizzonte ampio, libero, quasi senza palazzi attorno. Certo, spiegano loro, non bisogna mai guardare il conto in banca né alle ingiustizie subite. Però qualcosa - oltre alla terra - si può pure coltivare. Basta leggere il loro diario on line: «Domenica mattina, finalmente un po' di sole. Si va all'orto. La terra è ancora bagnata e si può fare poco se non diserbare. Le colture piantate a novembre sono ferme, soddisfazioni dai broccoli romaneschi e dalle verze.

I cavoletti di Bruxelles stanno iniziando a germogliare. Poi, all'improvviso, il grumolo rosso di Verona». Gioie così, commestibili: «Arrivi all'orto e trovi meraviglie. Lo scorso anno sono spuntati due fichi - si legge ancora nel diario on line - che abbiamo deciso di mantenere lungo il vialetto. Oggi li abbiamo trovati pieni di gemme e di frutti». Certo, non sarà mai una tredicesima, ferie, giorni di malattia pagati: «Ma è stato un modo per lavorare - racconta Gloria Salvatori, 56 anni - per non perdere la socialità del lavoro, qui non crescono solo pomodori».

Dal diario on line: «Cosa ci auguriamo se non di uscire dal precariato? Una stabilità per far di questo EutOrto il nostro luogo, per sempre». Il futuro è tutto da immaginare ma le braccia rubate all'informatica, almeno, hanno un presente: «Ci ha consentito di conservare la coesione tra noi, l'identità di essere lavoratori cassintegrati, e credo - sorride Gloria Salvatori - che siamo riuscito a realizzare ciò che avevamo sperato, reagire al disordine con una risposta creativa, il nostro orto urbano. Certo facevamo altro, eravamo altro, ma siamo stati capaci di trasformarci». Da ingegneri informatici ad agricoltori, quasi una rivoluzione.

Alessandro Capponi
acapponi@rcs.it27 aprile 2013 | 12:37

Santoro e le lezioni di democrazia

Corriere della sera

L'aneddoto su Nilde Iotti raccontato per «bastonare» D'alema e lo streaming dell'incontro tra Letta, Crimi e Lombardi

Cattura
A lle volte mi sfugge il nesso tra tv e democrazia, colpa mia. Per esempio, l'altra sera, nel suo editoriale di apertura, Michele Santoro si è inerpicato in un ragionamento ostico. Ha raccontato un aneddoto per bastonare Massimo D'Alema, e fin qui.

Una volta, Nilde Jotti gli avrebbe confessato che la simpatia di D'Alema non dipendeva dai baffi, inutile tagliarseli: «A una certa età il carattere delle persone non cambia». Anche mia nonna, senza essere Presidente della Camera, diceva: «Chi non ne ha di quindici non ne ha di trenta», sottinteso «di giudizio» (che in piemontese significa anche carattere), sottintesi «anni». Sistemato lo spigoloso D'Alema, detto «baffino», Santoro è passato a Giorgio Napolitano, con un salto logico che lasciava molto a desiderare. L'accusa? Il presidente, pur senza baffi, è un uomo forte e, di fatto, ha instaurato una repubblica presidenziale: «Democrazia non vuol dire governo di un presidente ma di un popolo».

Mi è venuto da ribattere: «Talk show non vuol dire governo di un conduttore ma di un pubblico». Mi sono trattenuto, di fronte a una simile sciocchezza. Eppure se esiste una forma di governo forte, di regime, in cui chi conduce ha potere illimitato, è proprio il talk show, dove il conduttore è «sovrano irresponsabile».

Va bene tutto, ma uno come Santoro è proprio la persona giusta per dare lezioni di democrazia? Di fatto, s'intende. Altro nesso. Seguendo in streaming l'incontro tra Enrico Letta e la delegazione del Movimento 5 Stelle, mi ero fatto l'idea che il duo Crimi & Lombardi, pur fra mille incertezze, bofonchi, ondeggiamenti e silenzi imbarazzati, qualche apertura l'avesse fatta. A questo serve la diretta tv, a questo serve la mistica dello streaming! Poi, in serata, il «sovrano irresponsabile» Beppe Grillo ha dettato la linea. Sì, alle volte mi sfugge il nesso tra tv e democrazia.


Aldo Grasso
27 aprile 2013 | 8:19

Gli scheletri per mano, quando l’amore è eterno

La Stampa

Gli scheletri di un uomo e una donna sepolti sono stati ritrovati nel cimitero di Cluj-Nepoca, in Romania.

La particolarità di questa scoperta è dovuta alla posizione in cui si trovano i resti dei due: uno affianco all’altra, nell’atto di guardarsi e di tenersi per mano. Sono quindi stati subito ribattezzati ’Romeo e Giulietta’. Pare che lui sia morto in un incidente, mentre si ritiene che la donna possa essere deceduta poco dopo per un attacco di cuore. Si pensa che i due innamorati siano vissuti tra il 1450 e il 1550, in base alla vicinanza dei resti a monasteri romeni tipici di quel periodo.


321

Mahmoud Wael, il baby genio egiziano dell’informatica

La Stampa

A tre anni sapeva le tabelline, ora ne ha 14 e lavora per Microsoft e insegna nei master universitari

francesca paci


Cattura
Una leggenda egiziana contemporanea vuole che i bimbi nati sulle rive del Nilo abbiano un quoziente d’intelligenza altissimo ma che le difficili condizioni economiche e sociali del paese gli impediscano poi di emergere e affermarsi sul palcoscenico internazionale. Chissà se nell’era rivoluzionaria iniziata a piazza Tahrir la sorte sorriderà al quattordicenne Mahmoud Wael, fenomeno dell’informatica capace d’istruire studenti universitari al linguaggio C++. Secondo il quotidiano Egypt Independent il dotatissimo Mahmoud - QI 155 - sarebbe al momento il più giovane istruttore-programmatore del mondo.

L’inizio è promettente. Mahmoud nato nel quartiere cairota di hadyeq al-qobba nel 1999 - mentre l’allora presidentissimo Hosni Mubarak veniva rieletto per il quarto mandato e visitava il Libano, primo capo di stato egiziano accolto a Beirut dal 1952 - comincia quasi subito a far parlare di se, e non solo i genitori. A 3 anni, racconta il padre di professione pediatra, seguiva la sorellina di sei anni alle prese con le tabelline e, diligentemente, la anticipava con le risposte esatte. Qualità eccezionali che, sebbene ridimensionate dalla mamma biologa (un po’ perchè convinta si trattasse di una coincidenza e un po’ per paura di marchiare il futuro del piccolo genio), vengono presto notate dagli insegnati, dai genitori dei compagni e dai media (entrati nel nuovo millennio internettiano prima di piazza Tahrir). 

All’età di 7 anni Mahmoud riceve l’invito della prestigiosa American University del Cairo - dove nel 2006 studiano e fanno politica i blogger in seguito protagonisti della rivolta contro il Faraone - e frequenta corsi gratuiti di teoria e pratica matematica. Nel frattempo, come ogni coetaneo, impara a leggere e scrivere: tre mesi per l’egiziano e poco più per l’inglese (prima di passare al francese). Poi, mentre gli altri giocano con la playstation, lui si appassiona alla programmazione.

Gli ultimi anni sono un susseguirsi di scoperte da parte dei genitori e dei docenti ormai attentissimi alle abilità di Mahmoud. Il computer, la rete, l’high tech, sono pane quotidiano per l’Egitto dove invece manca il pane vero (saranno proprio gli scioperi per il caro-pane ad accendere la miccia della primavera egiziana agevolata poi dall’estrema alfabetizzazione informatica dei giovani). 
Il ragazzino apprende qua e là e mette in pratica. Lo notano in molti, a cominciare dalla Microsoft, che poco tempo fa gli ha offerto dei corsi per ottenere certificati di programmazione. Il Nobel per la Chimica, il connazionale Ahmed Zewail, gli suggerisce gli studi da effettuare. 

Le università egiziane lo convocano per insegnare programmazione agli iscritti ai master. I genitori lo spronano a fare una vita normale. Lui giura che vuole restare in Egitto e investire le sue capacità nel futuro del paese. Chissà che la primavera di Tahrir parzialmente sfiorita nella lunga e complicata transizione alla democrazia non torvi nuova vita nella smentita di una triste leggenda contemporanea. 

Francia: il «muro dei cretini» che imbarazza la magistratura

Corriere della sera

In bacheca le foto dei «nemici» di destra:da Sarkozy agli intellettuali. Esplode la polemica sulla giustizia «politicizzata»
Dal nostro corrispondente Stefano Montefiori


PARIGI - Il più amareggiato è Philippe Schmitt, generale in pensione e padre di Anne-Lorraine, studentessa 23enne che nel 2007 venne uccisa nel metrò con 34 coltellate da un violentatore uscito di galera grazie a uno sconto di pena. Il generale Schmitt da allora si batte perché vengano limitati i benefici ai delinquenti, e questo è bastato perché anche lui finisse sul «muro dei cretini». «È come se un giudice avesse sputato sulla tomba di mia figlia, sono disgustato», ha commentato Schmitt.

Cattura
LA BACHECA CHE IMBARAZZA - Il «muro dei cretini» è una bacheca piena di fotografie e insulti scoperta nella sede parigina del «Syndicat de la magistrature», la seconda più grande associazione di categoria (dietro l'Union syndicale des magistrats), che rappresenta circa il 30 per cento dei magistrati francesi e che dal 1968, anno della fondazione, è apertamente schierata a sinistra.

Pochi giorni fa una troupe televisiva di France 3 è entrata nei locali del «Sm» per intervistare la sua presidente, Françoise Martres. Mentre i tecnici sistemavano la telecamera, il giornalista ha notato la parete, tappezzata di immagini dei nemici politici - quasi tutti di destra - ribattezzata «muro dei cretini»: oltre al generale Schmitt ci sono l'ex presidente Nicolas Sarkozy, l'ex premier Édouard Balladur, ministri del precedente governo come Brice Hortefeux o Nadine Morano, l'attuale capogruppo dell'Ump all'Assemblea nazionale Christian Jacob, e poi i giornalisti Éric Zemmour, Étienne Mougeotte (ex direttore del Figaro ) e molti altri; alcuni definiti «uomini di Vichy», altri marchiati con un adesivo del Front National sulla fronte. «Prima di aggiungere altri cretini controllate che non ci siano già», dicono le istruzioni attaccate sulla bacheca.

«TOGHE IMPARZIALI?» - Il video, girato con il telefonino, è finito sul sito di informazione (di destra) Atlantico . È così che i magistrati dimostrano la loro imparzialità? Quando Sarkozy accusa il procuratore Jean-Michel Gentil di perseguitarlo per pregiudizio ideologico a proposito dell'affare Bettencourt, e Henri Guaino difende l'ex presidente scagliandosi contro la magistratura politicizzata (con accenti sentiti per decenni in Italia, ma inediti finora in Francia), è possibile quindi che non abbiano tutti i torti? Per il governo di sinistra «il muro dei cretini» è una fonte di enorme imbarazzo, tanto che la ministra della Giustizia Christiane Taubira si è sentita in dovere di ricorrere al Consiglio superiore della magistratura: «Si tratta di un atto insopportabile, stupido e malsano, una mancanza grave di deontologia professionale».

LA REAZIONE DELL'UMP? - Il presidente del partito Ump, Jean-François Copé, è scatenato: «Provano a darci lezioni sulla separazione dei poteri, dovrebbero giudicare tutti con equidistanza, e poi stilano una lista nera. È uno scandalo indegno, devono chiedere scusa».
Ma la presidente Françoise Martres a scusarsi non ci pensa affatto, anzi, ha scritto una lettera durissima alla ministra Taubira: in sostanza, quel che fanno o dicono i magistrati nella sede sindacale, e non in pubblico, è affar loro. Il caso poi si allarga perché Atlantico ha diffuso il video sostenendo all'inizio che l'autore era «un magistrato apolitico»; ieri sera, quando ormai la polemica infuriava, si è scoperto invece che a girarlo sarebbe stato Clément Weill-Raynal, giornalista di France 3 , a sua volta accusato in passato di faziosità a danno della sinistra. L'imparzialità della magistratura, ma a questo punto anche della stampa francese, sono di nuovo messe in discussione.

Stefano Montefiori
27 aprile 2013 | 11:08

Fare i centesimi costa un patrimonio Così l'Italia ha bruciato 188 milioni di euro

Quotidiano.net

di Luca Bolognini


Sono inutili. E per coniare una monetina se ne spendono quattro
Bologna, 27 aprile 2013


UN BUCO nero da quasi 188 milioni accumulato in dieci anni. E solo per quanto riguarda l’Italia. Se infatti si allarga lo sguardo all’Europa, la voragine è di oltre 1,7 miliardi. Più o meno la somma stanziata per le grandi opere dal 2001 a oggi nel nostro Paese, secondo Legambiente, o l’equivalente di 8.903 Ferrari 458 Italia Dct appena uscite dalla concessionaria. Una piccola parte dell’abisso, senza saperlo, la portiamo quotidianamente nelle nostre tasche. Le monete da 1, 2 e 5 centesimi di euro — quelle che secondo il Codacons nove italiani su dieci vorrebbero eliminare — costano infatti allo Stato, o meglio ai suoi contribuenti, più di quanto valgono.

Per fabbricare un centesimo ce ne vogliono 4,5. Per la moneta su cui è impressa la Mole Antonelliana ne servono 5,2. Mentre per coniare 5 centesimi ne sono necessari 5,7. Un paradosso che non ha però impedito ai governi europei di ordinare la produzione, secondo gli ultimi dati della Bce, di oltre 63,9 miliardi di esemplari negli ultimi dieci anni. Solo in Italia, la Zecca ha fuso dall’introduzione dell’euro oltre 2,8 miliardi di monete da un centesimo. Di due centesimi ne sono stati fabbricati più di 2,3 miliardi di pezzi, mentre per i 5 ci si è fermati a quasi 2 miliardi.

GLI SPICCIOLI che il più delle volte finiamo per perdere sono costituiti da una base di acciaio al carbonio, ricoperta di rame. Il costo di produzione, almeno in Italia, è custodito gelosamente. «Non abbiamo — ha spiegato la Zecca, dopo aver ‘riflettuto’ per 45 giorni — un prezzo unitario definito da poter condividere». In Francia, invece, è tutto alla luce del sole a partire dal 2005. Già otto anni fa la Zecca transalpina, così si scopre nella risposta a un’interrogazione posta al ministero dell’Economia dal senatore Jean Louis Masson, disponeva di un sistema in grado di quantificare le spese necessarie alla fabbricazione delle monetine rosse.

Nel conteggio sono compresi «il costo del metallo, dei macchinari e tutti i costi diretti e indiretti». Su Internet è ancora disponibile e liberamente consultabile il documento originale. E così bastano pochi clic per scoprire che il prezzo delle monete da un centesimo (compreso un margine del 10% a favore del produttore) è di 4,5 e che i fabbricare due centesimi ne servano 5,2. Siccome i materiali e il procedimento per la coniazione delle monete sono gli stessi, non è difficile ipotizzare che i costi sostenuti dalla Zecca italiana e quella francese siano simili.

DAL 2002 sono stati prodotti a Roma 7,1 miliardi di monete da 1, 2 e 5 centesimi per un costo complessivo di 362 milioni di euro. Ma il valore reale (quello che gli economisti definiscono nominale) di questi pezzi era di appena 174 milioni. Questo significa che lo Stato (ovvero i contribuenti) ha bruciato 187,8 milioni di euro pur di mettere in circolazione i famigerati cent. Nel 2012 sono stati buttati 10,7 milioni di eur. Già undici anni fa, a pochi mesi dall’introduzione dell’euro, la Finlandia decise di fermare la produzione delle monete da 1 e 2 centesimi. L’Olanda ha abbandonato gli spiccioli nel 2004.

Il Canada, visti gli eccessivi costi di produzione, ha deciso a gennaio di abbandonare il penny al suo destino. E Barack Obama un mese più tardi ha definito «obsoleta» la piccola moneta di zinco laminata in rame. Nel 2012 la Commissione europea è stata incaricata di stilare un’analisi costi-benefici sulle monete da 1 e 2 centesimi. A distanza di mesi tutto tace. L’unica certezza è che anche nel 2013 quasi tutta l’Europa continuerà a scavare con solerzia per allargare la voragine da 1,7 miliardi di euro.

di Luca Bolognini

Brasile: ecco la caxirola, l'erede della vuvuzela che sarà il suono dei Mondiali 2014

Il Messaggero


Cattura
ROMA - La presidente del Brasile, Dilma Rousseff, ha presentato ufficialmente lo strumento che farà da colonna sonora negli stadi ai prossimi Mondiali del 2014: l'erede della vuvuzela si chiama caxirola ed è uno strumento di percussione creato specificatamente per l'occasione dal musicista Carlinhos Brown.

Chiasso da stadio. Costruita in plastica totalmente riciclabile, la caxirola viene proposta nella versione verde-oro, colori simbolo del Paese sudamericano. Secondo la Rousseff - che ha battezzato lo strumento durante un'esposizione a Brasilia - la caxirola è «molto più bella della vuvuzela», usata dai tifosi durante la Coppa in Sudafrica del 2010. Speriamo che negli stadi il rumore non sia assordante come in terra sudafricana.

Marò, processate Monti per tradimento

Riccardo Pelliccetti - Sab, 27/04/2013 - 08:21

La Corte suprema indiana stabilisce che Latorre e Girone siano indagati dall'antiterrorismo: pena di morte non esclusa

Quante bugie ci hanno raccontato. E quanto pressappochismo. Monti e compagnia scadente (presto ci sarà un nuovo governo, per fortuna) sono stati i protagonisti di un fallimento politico-giuridico-diplomatico senza precedenti.

Cattura
Dopo 14 mesi, i fucilieri di Marina, Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, sono ancora prigionieri in India. Ma non basta. La Corte suprema di New Delhi ha deciso che le indagini sulla vicenda siano affidate alla Nia, cioè l'agenzia antiterrorismo indiana. Quindi, tutte le richieste italiane ai giudici sono state respinte, soprattutto quella sulla competenza della Nia, che procedeva contro i marò in base a una legge che prevede la pena di morte per atti terroristici o di pirateria. Ci sarebbe da ridere se non fossimo davanti a una vera tragedia: i nostri militari in missione anti pirateria accusati di pirateria. Ma qui non si scherza, c'è il patibolo di mezzo.

Il governo ha sempre mentito agli italiani e Monti ha continuato a farlo anche recentemente, quando è andato da Fazio in tv ad affermare che non sarebbe mai stata comminata la pena capitale: c'erano le garanzie indiane. Tutte balle, che sono venute a galla facendo emergere anche la condotta, a dir poco criminale, di chi ha deciso di rimandare Latorre e Girone in India. Massì, diciamola tutta: alla sbarra non dovrebbero esserci i marò ma il governo dei professori. Qualcuno ha dei dubbi? Fughiamoli subito. La nostra Costituzione (art. 27) non ammette la pena di morte e il nostro diritto (art. 698 cpp) vieta espressamente la consegna di un imputato a uno Stato estero nel caso sia prevista la pena di morte. Che cosa hanno fatto invece Monti e compagnia?

L'esatto contrario, violando i diritti fondamentali e i principi ispiratori della nostra Carta. Non basta. L'India ha violato due volte il diritto internazionale: 1) la convenzione Onu sul diritto del mare, sottoscritta anche da New Delhi, che definisce i diritti degli Stati costieri: l'incidente non è avvenuto in acque territoriali indiane, ma a 20,5 miglia dalla costa, come ammette la stessa Corte suprema, quindi l'India non ha giurisdizione sulla vicenda; 2) l'immunità funzionale, cioè il principio internazionale in base al quale il militare in missione non risponde in prima persona, ma le sue azioni saranno imputate allo Stato di provenienza, in questo caso l'Italia che, a sua volta, ha il diritto di processarli. L'India ha goduto recentemente di questo diritto, rimpatriando i suoi soldati, in Congo per conto dell'Onu, accusati di stupri e traffico d'oro.

Bene, di fronte a queste gravissime violazioni del diritto internazionale, il governo che ha fatto? È ricorso all'Onu? Ha chiesto un arbitrato internazionale? Macché, l'Italia ha permesso all'India di calpestare leggi, convenzioni e le vite di due militari senza muovere un dito. Allora, chi dovrebbe essere processato oggi, Monti e compagnia oppure i due marò?

Il cane lupo che piange sulla tomba della nonna

La Stampa

Le toccanti immagini del tenero Wiley che singhiozza al cimitero hanno fatto il giro del mondo commuovendo milioni di persone

claudia audi grivetta (agb)


Cattura
Chiunque ritenga che gli animali non abbiano sentimenti, con la visione di questo video è destinato a ricredersi. E per tutti un avvertimento: non potrete non commuovervi. Quello che si trova allegato a questo articolo è infatti un documento filmato che mostra lo splendido cane lupo di nome Wiley mentre piange disperato sulla tomba della sua ’nonna’ Gladys. 
Il video è stato postato su YouTube dall’utente sarahvarley13 il 14 aprile e ha già ricevuto più di 79.000 visite. È stato anche pubblicato sul sito web della Lockwood Animal Rescue Center (Larc), a Ventura County, in California, un rifugio specializzato nella cura di cani lupo e cavalli in cui Wiley si offre per la pet-therapy.

Wiley è infatti un cane guida scampato alla morte che si occupa da anni di aiutare i veterani di guerra che fanno ritorno in patria con significativi traumi fisici ed emotivi. Wiley fornisce loro la terapia e la cura attraverso Larc e un programma chiamato “Warriors and Wolves” (guerrieri e lupi) e, a detta dei volontari del centro, sa interagire in modo del tutto unico. 

Inserendo il video nel mare di Youtube, sarahvarley13 ha aggiunto una didascalia che non lascia dubbi: «Il mio lupo, Wiley, piange sulla tomba di mia nonna al cimitero, 04/14/2013». E sul sito della Larc si legge: «Wiley dice addio a Gladys, un membro della famiglia e sostenitrice della Larc. Mancherà a tutti, specialmente a Wiley». «Posso dirvi che non lo ha mai fatto prima e non lo ha più fatto da allora»ha precisato sarahvarley13 nella descrizione del suo filmato. «Può darsi che io stia antropomorfizzando le sue azioni, ma è il modo in cui ho scelto di fare i conti con la perdita».


E a tutti coloro che, vedendo il filmato, hanno insinuato che si tratti di un animale malato o addirittura in fin di vita e che hanno ricondotto i ’gemiti’ di Wiley a problemi respiratori, la padrona ha risposto perentoriamente: «Il cane è in perfetta salute», così come confermato anche dal centro Lars per cui Wiley ’lavora’ oramai da molto tempo offrendo il suo prezioso aiuto. 
Non resta altro da fare quindi che lasciare da parte i pregiudizi e godere delle immagini proposte in questo video, del puro e semplice atto d’amore di un animale verso il suo compagno di cammino.

Emanuela Orlandi, il giallo del teschio ritrovato sotto il Colonnato a S. Pietro

Il Messaggero
di Cristiana Mangani

Il testimone Marco Fassoni Accetti che contattò Chi l'ha visto? intercettato in una strana conversazione


Cattura
Un teschio lasciato accanto a un colonnato di San Pietro, una vecchia intercettazione telefonica e una nuova strampalata testimonianza. Nel giallo della scomparsa di Emanuela Orlandi i misteri non finiscono mai. E così, con un rituale già visto più volte, c’è chi ciclicamente tenta di orientare le indagini o di depistare. L’ultima «grande rivelazione» arriva da un autore cinematografico indipendente, Marco Fassoni Accetti, che ha consegnato alla trasmissione televisiva Chi l’ha visto? un flauto che potrebbe essere quello che Emanuela aveva con sé al momento della scomparsa. Se sia realmente appartenuto alla ragazza forse potrà dirlo l’accertamento tecnico che comincerà nei prossimi giorni. Intanto, però, tra racconti che appaiono fantasiosi, contraddizioni, e presunti «nuclei di controspionaggio», qualcosa di strano intorno a questa vicenda continua ad accadere.

L’ALLARME È il 21 dicembre scorso quando un turista segnala una busta sospetta lasciata dietro a un colonnato di San Pietro. C’è scritto in inglese «non toccare». Sul posto arrivano gli investigatori e scoprono che contiene un teschio. Il medico legale al quale viene consegnato, fa una prima indagine e conclude che si tratta di ossa abbastanza vecchie. I risultati finali delle analisi, però, non sono ancora completi. Quello che salta all’occhio è la scritta, eseguita con una calligrafia particolare.Circa quattro mesi dopo, a casa di Antonietta Gregori, sorella di Mirella, l’altra ragazza scomparsa misteriosamente, e di Raffaella Monzi, amica di Emanuela, vengono recapitate due lettere. Contengono ritagli di giornali scritti in tedesco che parlano del corpo delle guardie svizzere, una ciocca di capelli, e la foto di un altro teschio con uno strano marchio inciso.

Una breve indagine permetterà di accertare che si tratta di un teschio conservato in una chiesa di via Giulia, e che risale ad epoca medioevale. Il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e il sostituto Simona Maisto noteranno, però, una certa somiglianza tra la calligrafia del biglietto che accompagna il pacco recuperato sotto al colonnato e quella del messaggio contenuto nelle lettere. Già dodici anni fa un teschio lasciato nella chiesa di San Gregorio VII aveva fatto riaprire le indagini. I periti, all’epoca, non si trovarono d’accordo: per qualcuno poteva essere di una donna giovane, per altri di un uomo. E non se ne fece nulla.

LA CONVERSAZIONE Si arriva ora a metà aprile, al ritrovamento del flauto e alla comparsa sulla scena di Marco Fassoni Accetti. L’uomo si autodenuncia, racconta di una strana operazione per mettere sotto pressione il Vaticano, di un nucleo di controspionaggio del quale lui stesso avrebbe fatto parte. La procura è molto scettica, anche perché Fassoni sostiene che Emanuela Orlandi e Mirella Gregori sono ancora vive e che si sono allontanate da casa volontariamente.

I primi interrogatori si svolgono tra mille perplessità, poi però, qualche giorno fa la squadra mobile consegna ai pm il contenuto di una intercettazione recuperata dagli atti di una vecchia indagine. Fassoni parla al telefono con la sua fidanzata. Lei è molto arrabbiata e gli dice: «Ora basta, ne hai fatte di tutti i colori, persino in quella storia di Emanuela Orlandi». Avrà millantato? Oppure potrebbe sapere veramente qualcosa che riguarda la scomparsa della ragazza? A piazzale Clodio stanno cercando di capire fino a che punto l’uomo conosca la verità. O anche se dietro la sua autodenuncia ci possa essere il tentativo di smuovere le acque.


Sabato 27 Aprile 2013 - 08:34
Ultimo aggiornamento: 08:38

Mettereste la vostra vita nelle zampe di un cane?

Oscar Grazioli - Sab, 27/04/2013 - 08:31

Molti guidano i non vedenti. Ma ci sono quelli che indovinano malattie, preannunciano crisi, lanciano allarmi. La scienza non si fida. Però...

C'è chi affida la propria vita alla fede religiosa, chi l'affida al destino, chi alla fortuna. Pochi si accorgono che la loro vita oggi è affidata a un cane.


Cattura
Ian Hamilton, un non vedente che lavora per la Bbc ha girato un programma che aveva l'intento di mostrare la sua vita affiancata a quella del suo «nuovo» cane guida Renton, visto che, Moss si stava godendo la straguadagnata pensione. Chiunque possiede un cane e lo ama sinceramente vorrà raccontarvi qualche storia su quanto sia intelligente, su quanto sia bravo, su quella volta che... Mentre Ian girava il documentario si accorgeva vieppiù che i cani sono in grado di fare, per noi, cose che non possiamo quasi immaginare. Racconta Ian che, pur essendo lui un non vedente e quindi abituato ad affidare spesso la propria vita nelle mani di Renton, ci si deve chiedere oggi se affideremmo la nostra vita o la nostra salute ogni giorno nelle «zampe» di un cane.

Ebbene è esattamente quello che Ian ha visto fare a Serena, mamma di un ragazzo diabetico di 10 anni, le cui crisi ipoglicemiche sono preannunciate infallibilmente dal naso di Molly, il cane di famiglia. Questo cane è in grado di fare una cosa sulla quale la scienza è impotente. Ci sono molti altri cani che sono stati testati per questa prevenzione vitale, che permette a Steven, il figlio di Serena, di assumere il suo farmaco quando il glucosio nel sangue scende sotto un certo livello.

Come fanno questi cani? Ancora non lo sappiamo, ma sappiamo che chi è in grado di farlo non sbaglia. Lo ha dimostrato proprio Ian, filmando la vita di Steven: quando Molly «segnalava» un calo della glicemia, Steven veniva sottoposto a un prelievo di sangue da parte di un medico. E la glicemia era bassa. Molly non si è mai sbagliata. Naturalmente i non vedenti, come ben sa Ian, affidano quasi ogni giorno la loro vita nelle mani del loro cane guida.

Lo sapeva anche Michael Hingson, quel maledetto 11 settembre. Ma non lo potevano sapere le altre centinaia di persone che Roselle, il Golden Retriever affidato a Michael come cane guida, trasse in salvo quando il primo aereo impattò sulla Torre. Michael è un non vedente e quel tragico giorno, stava lavorando, come di consueto nel suo ufficio, al 78° piano della prima Torre. Roselle sentì l'aereo avvicinarsi ben prima dell'impatto e prese Michael per un braccio, percepiva che qualcosa di molto grave stava accadendo.

Dopo il crash, Roselle lo guidò fuori dall'ufficio e prese decisamente a scendere le scale tra il buio, il fumo e la gente che gemeva. Michael urlava a quei disperati di seguire il cane. Roselle scese dal 78° piano fino a terra portandosi dietro oltre cento persone, percorrendo 1463 gradini. Tutti coloro che le avevano affidato la vita l'ebbero salva. La storia è raccontata dallo stesso Michael in un libro diventato un best seller in USA: «The Tunder Dog».

Durante il suo documentario. Ian si è imbattuto in Lynn Ratcliff, 14enne affetta da epilessia. Ebbene, Lynn ha cominciato ad accorgersi, da diverso tempo, che Dougle, il suo cane, avvertiva l'arrivo di un attacco ancor prima che la cosiddetta «aura» (la sensazione preventiva di una crisi imminente) fosse percepita dalla giovane. Nonostante lo scetticismo del mondo scientifico Ian ha incontrato cani in grado di diagnosticare il cancro (soprattutto il melanoma, un cancro maligno della pelle), meglio ancora degli strumenti tradizionali. E, una volta spenta la telecamera, molti medici confessavano a Ian, che, dopo aver visto il cane all'opera, erano molto meno scettici.

Yoani Sánchez in Italia “Ai figli va insegnato il Web”

La Stampa

anna masera
inviata a perugia


La blogger cubana arriva al Festival del Giornalismo di Perugia: l’uguaglianza comincia lì



Cattura
Yoani Sánchez arriva oggi in Italia e domani sarà la star del Festival Internazionale di Giornalismo in un evento organizzato con «La Stampa». Non è un caso: il blog «Generación Y» della cubana definita da «Time» una delle cento persone più influenti al mondo, nella versione italiana è in esclusiva su La Stampa (www.lastampa.it/yoani ). Dove spiega: «Generación Y è un Blog ispirato alla gente come me, con nomi che cominciano o contengono una “y greca”... Questo blog non riceve finanziamenti né aiuti da partiti politici, governi e organizzazioni di carattere ideologico... si mantiene grazie alla solidarietà cittadina e alla mia spinta personale».

Un’idea di democrazia che nasce sulla Rete, che il tratto dominante delle sue ultime riflessioni, puntualmente diffuse su Twitter: «Più i nostri figli sapranno dominare i nuovi mezzi digitali più saranno preparati a vivere nel contesto moderno». Tanto che mamme e papà dovrebbero preoccuparsi di «un’educazione digitale a casa», anche giocando, perché «anche così si impara».

Yoani ha 37 anni, ma sembra un’eterna ragazza. Eppure è tosta, temprata da esperienze dure. All’Avana è finita anche in carcere. Adesso si gode la tanto agognata libertà. Il suo tour è scandito da appuntamenti con folle pronte ad accoglierla e sommergerla di domande. Sta facendo il giro del mondo grazie al disgelo del governo di Raul Castro che le ha concesso il passaporto e al suo successo internazionale che le ha dato i mezzi per viaggiare.

Per il governo di Cuba è una mercenaria al soldo degli imperialisti americani, per il mondo libero è il simbolo della lotta per i diritti umani. Partita il 18 febbraio dall’Avana, transitata per America Latina, Canada e Stati Uniti, Olanda e Repubblica ceca, la incontreremo domani a Perugia (Sala dei Notari, ore 19) presentata dal direttore Mario Calabresi. Passerà poi a Torino lunedì 29 maggio, ospite del Circolo dei Lettori, dove il suo traduttore Gordiano Lupi presenta il libro «Yoani Sanchez - In attesa della primavera», sempre in dialogo con Calabresi.

Laureata in filologia ispanica, Yoani pubblica il suo blog dal 2004 grazie a un server della Svizzera tedesca, dove ha studiato. Negli ultimi 5 anni per ben 20 volte le hanno negato l’autorizzazione a lasciare Cuba. Fino alla svolta. «È una magnifica opportunità per raccontare Cuba in presa diretta, rispondere alle domande e offrire il mio punto di vista», spiega. Agli studenti della Columbia University, che le chiedono come sia riuscita a far uscire il suo blog, risponde: «Non è mai stato facile, ho imparato a cavarmela con qualche astuzia. Per esempio, all’inizio mi sono finta una turista tedesca».

Da quando è in giro, invia in continuazione messaggi su Twitter (potete seguirla su @yoanisanchez) per registrare ogni sensazione, a partire dagli odori. «La prima cosa che ho notato è che il profumo nell’aria non è lo stesso». E sotto sotto, sembra quasi di sentire un po’ di nostalgia di casa. 


www.lastampa.it/masera

La rivoluzione Cinque Stelle Il primo stipendio è restituito

La Stampa

La metà ridata indietro, ai grillini 5000 euro lordi. Al mese risparmiati 350 mila euro
andrea malaguti

ROMA


Cattura
Alla fine arrivano i soldi. Prima busta paga per i cittadini-deputati Cinque Stelle. È la retribuzione di un mese e mezzo di lavoro. Aprile e metà marzo. Due fogli intestati «Camera dei Deputati, servizio per le competenze parlamentari». Diaria, rimborsi forfetari, indennità, assistenza sanitaria, previdenza, tutto. Cifra complessiva: diciottomila euro. Un tesoretto. Gli altri (i colleghi di Montecitorio), con distinguo ed eccezioni, lo terranno sostanzialmente per intero. Loro no. Ne restituiscono una parte. Quale? Quanta? Dibattito in corso da settimane. 

Ma alcuni punti fermi ci sono. E sono espressi dal codice di comportamento interno, che alla voce «trattamento economico» dice: «l’indennità percepita dovrà essere di cinquemila euro lordi mensile, il residuo dovrà essere restituito allo Stato assieme all’assegno di solidarietà(detto anche di fine mandato)». Cinquemila euro lordi. Stipendio dimezzato.

A spanne , la cifra complessiva che il Movimento restituirà alle casse repubblicane sarà di 350 mila euro al mese. Oltre quattro milioni l’anno. «A cui vanno aggiunti i 42 milioni di rimborsi elettorali e i trentamila euro a testa del trattamento di fine rapporto ai quali rinunceremo», spiega il deputato Roberto Fico. Obiettivamente un sacco di soldi. Impossibile negare la forza, non solo simbolica, della scelta. In tasca a ciascuno resterà una somma compresa tra i 2.500 euro e i 2.900 euro netti. Fine del dibattito? Magari. Che cosa si fa dei rimborsi (oltre ottomila euro mensili)? 

Il codice di comportamento interno spiega: «I parlamentari avranno comunque diritto a ogni altra voce di rimborso, tra cui diaria a titolo di rimborso per le spese a Roma, rimborso delle spese per l’esercizio del mandato, benefit per le spese di trasporti e di viaggio, somma forfettaria annua per spese telefoniche e sistema pensionistico con sistema di calcolo retributivo». 

Morale: si tiene tutto? Confronto aperto e tumultuoso. Due correnti di pensiero, che partono da un assunto condiviso: ogni singola spesa deve essere giustificata e resa pubblica. Quanto si paga per i collaboratori, per l’affitto della casa, per i pranzi, per i taxi. Prima corrente di pensiero: i soldi che non saranno utilizzati saranno fatti confluire nello stesso fondo - da destinare ad esempio al micro-credito per le imprese - predisposto per raccogliere la parte eccedente dello stipendio. Seconda corrente di pensiero: giustifichiamo ogni singola spesa, ma quello che rimane ce lo teniamo e basta. Lo scontro sul tema è furibondo. Impossibile prevederne l’esito. 

Esiste anche un altro problema non secondario. Ogni sparlamentare rinuncerà a metà stipendio, ma il fisco pretenderà le tasse per l’intero ammontare segnato in busta paga facendo sballare le aliquote. Come si evita l’esborso non dovuto? Una risposta non c’è. Quello che è certo, invece, è un documento con tanto di ceralacca rossa, depositato ieri con le firme del Vice Presidente della Camera, Luigi Di Maio, e dei due Segretari di Presidenza, Riccardo Fraccaro e Claudia Mannino, e rivolto alla Presidente Laura Boldrini.

Dice: «Illustrissimo Presidente, nell’ottica intrapresa dal gruppo parlamentare del Movimento 5 Stelle di volere rinunciare ad una parte spettante degli emolumenti, incluse le indennità di funzione dei membri dell’Ufficio di Presidenza SI RICHIEDE al fine di poter depositare tali somme eccedenti su un fondo controllato da ente terzo, in maniera trasparente, con fini da determinare di comune accordo DI APRIRE nel Bilancio della Camera un nuovo capitolo di entrata con denominazione apposita, in cui far confluire, su base volontaria, la quota che ogni Deputato, appartenente a qualsiasi gruppo, riterrà più opportuno destinare». 

Si aspettano risposte. Dalla Boldrini. E dai colleghi degli altri gruppi parlamentari. C’è qualcuno disposto a rinunciare a un po’ del tesoretto? Un test più che una provocazione. Secondo lei quanti seguiranno il vostro esempio? Luigi Di Maio non risponde, ma attraversando il transatlantico dà l’impressione di sentirsi addosso una sensazione tiepida e perfetta.

New York, dopo 12 anni trovato carrello del jet dirottato contro le Torri gemelle

Corriere della sera

Sul relitto, incastrato tra due edifici nell'area del World Trade Center, leggibili i numeri di identificazione dell'aereo

Cattura
Dopo oltre 12 anni dal più grave attentato terroristico della storia, nella zona del World Trade Center, a New York, è stato trovato un frammento di poco meno di due metri che appartiene ad uno dei due aerei che si schiantarono l'11 settembre del 2001 contro le Twin Towers.

1
IL RELITTO - La conferma che si tratti di un pezzo dell'aereo dirottato e lanciato contro le Torri gemelle è arrivata dopo i controlli dei numeri di indentificazione. Lo ha riferito il portavoce della polizia di New York, Paul Browne. Il relitto, un pezzo del carrello del jet sul qualche ancora si legge la scritta «Boeing» è stato trovato incastrato tra due edifici in un vicolo molto stretto. Tutte e due gli aerei dirottati dai terroristi di Al Qaeda e usati per centrare i grattacieli di New York erano Boeing 767.



26 aprile 2013 (modifica il 27

Dieci anni di iTunes, il re dei negozi digitali

La Stampa


Il primo iTunes Music Store aprì il 28 aprile 2003 e da allora ha venduto 25 miliardi di canzoni e distribuito 40 miliardi di applicazioni per iPhone e iPad. Un passato trionfale, un presente da leader, un futuro in bilico sull'orlo dello streaming.



Cattura
Ci sono compleanni che ti ricordano che Internet non è più una ragazzina. Per esempio, quello che si celebrerà domenica: il decimo anniversario dall'apertura dell'iTunes Music Store, il negozio targato Apple che ha di fatto creato il mercato online, musicale e non solo. Una ricorrenza altamente simbolica, a maggior ragione perché arriva in un periodo storico in cui la musica e tutti i contenuti distribuiti su web stanno passando attraverso una nuova trasformazione, sulle ali dello streaming, degli smartphone e dei social network. 

La mattina del 28 aprile 2003, quando l'iTunes Music Store venne presentato da Steve Jobs a San Francisco, il mondo dei media digitali era assai diverso da quello che conosciamo e abitiamo oggi. Non esistevano Facebook, Twitter, YouTube, iPhone, iPad, Kindle. La prima versione di Skype sarebbe stata distribuita solo quattro mesi dopo e Internet e telefonia mobile viaggiavano ancora su binari completamente separati (quando ti riferivi al secondo, parlavi più spesso di Nokia che di Samsung). La Silicon Valley e il Nasdaq stavano ancora riprendendosi dalla botta/bolla della new economy e i due pilastri su cui si sarebbe basata la rivoluzione del social web – mobilità e socialità – non comparivano ancora sui radar (persino il termine 2.0, che oggi suona obsoleto, sarebbe divenuto d'uso comune solo nel 2004). 

Un'altra epoca, insomma. In cui la musica era il laboratorio prediletto per sperimentare il futuro. Quattro anni prima, attraverso la moltiplicazione degli MP3, Napster aveva insegnato alle giovani folle quanto fosse facile scambiarsi contenuti digitali su Internet, in barba al copyright. Due anni prima, l'avvento dell' iPod aveva dimostrato quanto fosse naturale (e cool) portare con sé tutti quei contenuti. Il passo successivo fu creare un mercato virtuale su cui venderli, a partire proprio dalla musica. Sfiancate dal pressing di Steve Jobs e deluse dai flop di progetti come Pressplay e MusicNet, le cinque major discografiche (oltre a Warner, Universal e Sony, c'erano ancora EMI e Bmg) accettarono di fornire il loro repertorio a un nuovo negozio online, battezzato come il software musicale più diffuso in ambiente Mac: iTunes Music Store.

1
Osservata con le lenti del 2013, l'inaugurazione del negozio ha un po' il sapore del jurassic web. Il primo iTunes Music Store era accessibile solo negli Stati Uniti, ai computer della galassia Apple e presentava un catalogo di duecentomila canzoni. Meno dell'1% rispetto a quelle in vendita oggi (oltre 26 milioni).

I brani erano inoltre protetti da codici tecnologici (DRM), che ne limitavano l'uso su un numero definito di computer e lettori portatili. All'epoca, tuttavia, il negozio segnò una piccola grande rivoluzione. Soprattutto per la possibilità di acquistare, al prezzo standard di 99 centesimi di dollaro, i singoli brani. Per la generazione P2P non era una novità, ma per l'industria discografica – che da Sgt.Pepper's in avanti aveva costruito le sue fortune commerciali sul culto dell'album, monolitico, inscindibile e vendibile solo a prezzo pieno – fu un cambiamento non da poco. 

Da quel 28 aprile, la progressione dell'iTunes Music Store è stata inarrestabile e la si può rivivere nella timeline creata da Apple per festeggiare il decimo compleanno e consultabile sulla homepage del negozio : dal primo milione di canzoni vendute (dopo una settimana dall'apertura) al lancio della versione per Windows (16 ottobre 2003); dall'apertura in Italia (26 ottobre 2004), alla distribuzione di podcast (28 giugno 2005), video (12 ottobre 2005), lezioni universitarie (30 maggio 2007), applicazioni per iPhone (11 luglio 2008); dal primo miliardo di canzoni vendute (23 febbraio 2006) al sorpasso a Walmart come primo distributore di musica negli USA (3 aprile 2008); dall'eliminazione dei DRM (9 gennaio 2009) all'arrivo dei Beatles (16 novembre 2010).

Oggi l'iTunes Music Store – che dal 2006 si chiama solo più iTunes Store – è disponibile in oltre 150 paesi, alla fine del 2012 vantava oltre 400 milioni di profili di clienti (e relative carte di credito) e nella sua storia ha distribuito 40 miliardi di applicazioni, 1 miliardo di corsi o lezioni e venduto 25 miliardi di brani. Nel 2013, rimane il leader del mercato musicale su Internet. 

Il decennio del dominio assoluto, però, sarà difficile da ripetere. Soprattutto in questa forma. La mutazione del panorama tecnologico e delle nostre abitudini prosegue e sta portando le reti digitali e i relativi mercati verso destinazioni distanti dal modello in download dell'iTunes Store. Se è vero che Apple non è riuscita a salire sul treno dei social media (con il fallito esperimento del social network Ping), la concorrenza più minacciosa oggi è portata da servizi musicali basati su una fruizione radicalmente diversa rispetto a quello di iTunes: lo streaming.

Realtà come Spotify, Pandora, Deezer, Rdio e YouTube avanzano nelle preferenze degli utenti, con effetti diretti sulle vendite di download (la cui crescita, nei mercati più maturi, è sempre più vicina a zero). Sono diversi i segnali che lasciano pensare che nel periodo 2013-2023 il download occuperà uno spazio molto più marginale rispetto al decennio precedente. Lo sa anche Apple, se sono vere le voci che parlano di un'accelerazione nello sviluppo del nuovo servizio  iRadio, il possibile successore in streaming di iTunes, la cui apertura potrebbe avvenire già entro la fine dell'anno.