venerdì 26 aprile 2013

Morto Jerry, il cane sepolto vivo dal suo padrone

Corriere della sera

l Bretone di 14 anni era stato affidato ad una ragazza Bedizzole, che ha dato la notizia su Facebook


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«Tutto ciò che mi rimane è un pacchettino con due ciuffetti di pelo chiaro scuro, un guinzaglio, una pettorina rossa, mille foto fatte insieme e 535 giorni circa indimenticabili». Questo il messaggio postato su Facebook da Sara per l'addio al suo amato cane Jerry, il bretone di 14 anni diventato tristemente famoso nel novembre 2011 per essere stato seppellito vivo dal suo padrone. Jerry affidato a Sara

                              
                                                                                          «Addio Jerry» (26/04/2013)

JERRY, DALLA NUOVA VITA ALLA MORTE - Jerry fu ritrovato dalla polizia locale di Desenzano a fine ottobre di due anni fa sotto un cumulo di detriti e laterizi. Lì l'aveva sepolto il suo padrone, un pensionato 65enne con la passione per la caccia. «Addio Jerry» il video di Sara «Credevo fosse morto» dirà poi alle forze dell'ordine che lo interrogarono. Perché Jerry riuscì a sopravvivere per 40 ore e una giovane coppia a passeggio, sentendo i guaiti provenire da quel cumulo di massi, avvisarono appunto i vigili. Il cane venne salvato, affidato al canile di Desenzano dove piovvero centinaia di richieste d'adozione, tra cui quella di Rosita Celentano. La spuntò su tutti Sara, la ragazza di Bedizzole, che ha passato con lui appunto 535 giorni.

Jerry affidato a Sara Jerry affidato a Sara Jerry affidato a Sara Jerry affidato a Sara Jerry affidato a Sara

«JERRY VIVRA' NEL MIO CUORE»- «Quell'essere così dolce dal cuore tanto fragile continuerà a vivere nel mio cuore - scrive addolorata la sua nuova padrona -. Un cane così straordinario per ciò che gli è capitato, credeva che la sua vita fosse finita un anno e mezzo fa ma quello che pensiamo quasi tutti dopo averlo conosciuto è che la sua voglia di vivere gli abbia dato un'altra occasione». Purtroppo nell'ultimo mese il suo cuore si è aggravato, «abbiamo provato molte terapie ma il suo cuore era ormai stanco. Grazie a tutti quelli che si sono interessati a lui».

Pietro Gorlani
26 aprile 2013 | 16:37

Churchill spodesta la regina sulla banconota da cinque sterline

Corriere della sera

Entreranno in circolazione nel 2016

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Il volto di Winston Churchill comparirà sulle nuove banconote da cinque sterline che entreranno in circolazione nel 2016 (guarda). Lo ha annunciato oggi il governatore della banca d'Inghilterra Mervyn King. È il primo politico a comparire sulla moneta britannica nella storia moderna del Paese, spodestando l'immagine della regina.

IL RITRATTO - L'immagine scelta riproduce un noto ritratto dell'ex primo ministro su una fotografia scattata da Yousuf Karsh nel dicembre 1941. Sullo sfondo il palazzo del Parlamento con il Big Ben e il suo orologio ben visibile che segna le 15, l'orario approssimativo in cui Churchill pronunciò ai comuni la celebre frase«Non ho altro da offrire che sangue, fatica, lacrime e sudore» il 13 maggio 1940: frase riportata anche sulla nuova banconota. In filigrana inoltre il premio Nobel per la letteratura di cui Churchill fu insignito nel 1953. Mervyn King ha svelato la nuova banconota in una cerimonia nella ex casa dello statista, a Chartwell. nel Kent, presenti alcuni componenti della famiglia. Churchill era già comparso su una moneta coniata nel 1965.

Redazione Online26 aprile 2013 | 15:20

Il segreto dell'ispettore Derrick Era un soldato dell'esercito nazista

Corriere della sera

Arruolato nelle Waffen SS. L'attore tedesco Horst Tappert nel 1943 era impegnato in Russia come granatiere
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È morto cinque anni fa portandosi nella tomba un segreto impossibile da confessare, ma oggi sono i documenti a fare luce su quel buco oscuro del suo passato. Horst Tappert, il famoso ispettore Derrick, durante la Seconda guerra mondiale ha fatto parte delle Waffen Ss. Lo rivela il Frankfurter Allgemeine Zeitung secondo cui, almeno a partire dal 1943, quando aveva vent'anni, Horst Tappert è stato un membro delle Ss.

SOLDATO DELLA WEHRMACHT - È stato un sociologo tedesco Joerg Becker a scoprire, per caso durante le ricerche per un libro, che Tappert da giovane aveva avuto contatti con una compagnia teatrale in cui avevano fatto parte diversi attori che erano stati vicini al regime nazista. Becker ha indagato scoprendo che negli archivi della Wast, l'associazione tedesca che dal 1939 raccoglie le informazioni sui soldati appartenuti alla Wehrmacht, l'esercito nazista, che Tappert era entrato a far parte di una divisione di riserva della contraerea ad Arolsen. La prima data certa di appartenenza di Tappert nell'esercito nazista risale al 22 marzo del 1943 quando il primo reggimento granatieri «Testa di morto», allora impegnato in Russia, ha segnalato la sua appartenenza come semplice granatiere.

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IL SEGRETO SULLA SCENA - L'attore tedesco nelle sue memorie non ha mai fatto cenno a quella macchia nel suo passato. In alcune interviste aveva detto di essere stato impiegato come sanitario e di essere stato imprigionato alla fine della guerra. Nel ruolo dell'ispettore Stephan Derrick l'attore Horst Tappert è diventato famoso in tutto il mondo. In Germania il telefilm omonimo è stato trasmesso dalla Zdf dal 1974 al 1998. In tutto 281 puntate, che negli anni sono state acquistate in 102 Paesi.



                               Nazista in Russia nel 1943


Redazione Online 25 aprile 2013 (modifica il 26 aprile 2013)

Censurata la brigata ebraica» Polemiche al corteo dell’Anpi

Il Messaggero
di Marco Pasqua

Esponenti della comunità ebraica insultati da ragazzi con bandiere palestinesi: «Andatevene via, siete peggio delle SS»


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ROMA - Sul palco, a ricordare il ruolo degli oltre novemila ebrei che combatterono per la liberazione dal nazifascismo, doveva esserci anche chi, ieri, ha sfilato con la bandiera della Brigata ebraica. Uno spezzone formato da un centinaio di giovani e meno giovani, alcuni della comunità ebraica, e dai simpatizzanti dell'associazione romana Amici di Israele. Ma sin dall'inizio del corteo, partito dal Colosseo alla volta di Porta San Paolo, la bandiera della Brigata, sulla quale campeggiava la stella di David, è stata oggetto di critiche e contestazioni. «Un rappresentante dell’Anpi, organizzatore del corteo, si è avvicinato dicendoci che le bandiere con la stella di David andavano abbassate», racconta uno dei testimoni. Una richiesta che, però, non è stata accolta. Il vice presidente della comunità ebraica di Roma, Giacomo Moscati, su tutte le furie, è stato addirittura tentato di andarsene. Alla fine, però, è prevalsa la voglia di ricordare cosa hanno rappresentato fascismo e nazismo.

INSULTI

Quando, però, il corteo ha raggiunto Porta San Paolo, allo spezzone della Brigata ebraica si sono avvicinati alcuni ragazzi – una decina in tutto, in prevalenza stranieri – che sventolavano bandiere della Palestina. Su una era stampato il volto di Arafat. «Noi abbiamo partecipato alla Resistenza, ma quelle bandiere cosa c'entrano?», si sono chiesti in molti della comunità ebraica. E’ allora che sono partite le provocazioni.

E gli insulti. «Siete peggio delle SS», «andatevene», hanno urlato all’indirizzo di chi teneva la bandiera con la stella di David. Gli animi si sono presto surriscaldati, tanto che è dovuto intervenire il servizio di sicurezza. Le due opposte fazioni, grazie anche alla mediazione dell’Anpi, non sono arrivate alle mani. Ma è mancato davvero poco. La grande delusione, però, doveva ancora arrivare. Da programma, secondo quanto riferisce Alberto Tancredi, presidente dell'associazione romana Amici di Israele, tra gli invitati a parlare sul palco, a Porta San Paolo, ci sarebbero anche dovuti essere i rappresentanti della Brigata ebraica:

«Ma quando mi sono avvicinato al moderatore, mi ha detto che non potevo salire sul palco perché altrimenti si sarebbero potuti verificare dei disordini». Una ricostruzione che non trova d'accordo Francesco Polcaro, presidente Anpi Roma: «Nell’ultima riunione organizzativa si era stabilito che la Brigata ebraica non avrebbe parlato, anche perché al corteo hanno preso parte più di 20 associazioni: impossibile prevedere un intervento per tutti». La comunità ebraica non nasconde la sua delusione. Moscati attacca gli organizzatori: «In nessuno dei discorsi è stato ricordato il sacrificio degli ebrei partigiani antifascisti. Sono state ricordate le Fosse Ardeatine, ma nessuno si è degnato di rammentare che lì sono stati massacrati anche 75 nostri fratelli. Ci siamo sentiti dimenticati, perché anche noi ci siamo sacrificati per l’Italia».


Venerdì 26 Aprile 2013 - 11:43
Ultimo aggiornamento: 11:46

Berlusconi e lo schianto in 500 In Austria si vota e si pensa all'Italia

Corriere della sera

Il manifesto pubblicato dai Popolari in Tirolo «Non vogliamo finire come Roma»



Domenica si terranno le consultazioni in Tirolo, Austria, per leggere la nuova giunta del Land. A far parecchio discutere, da una parte all’altra del confine italo-austriaco del Brennero, è il manifesto elettorale scelto dal Partito popolare austriaco ÖVP del Tirolo e che campeggia nelle principali città e sui giornali: Silvio Berlusconi che si schianta con una Fiat 500.

L'AMBASCIATORE PROTESTA - Il fotomontaggio è accompagnato da uno slogan a caratteri cubitali: «Nessuna situazione italiana». Una scelta che non è affatto piaciuta, scrive il giornale Kleine Zeitung. Tanto che l’ambasciatore italiano a Vienna, Eugenio d’Auria, ha protestato ufficialmente esprimendo tutto il suo disappunto. Preoccupazione anche a Innsbruck, dove i responsabili turistici temono un boicottaggio dei visitatori dal Belpaese.

E.B.26 aprile 2013 | 13:01

Spagna, contro l’assenteismo arriva il “delatore di Stato”

La Stampa

Una circolare del governo impone che nei ministeri ci siano due funzionari preposti al controllo degli orari di lavoro dei colleghi. Il sindacato si ribella:no alla delazione

gian antonio orighi
Madrid


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Che fare per combattere l’assenteismo degli impiegati pubblici, ben 2.845.800? Il governo conservatore del premier Mariano Rajoy, stando ad una circolare approvata già in 5 ministeri di Madrid e presto operativa in tutto il Paese, ha trovato la soluzione: il delatore. In ogni dipartimento ci saranno due funzionari che stileranno settimanalmente, ai capi del Personale, un rendiconto delle entrate e delle uscite dei loro colleghi.

Con la riforma del dicembre scorso, gli impiegati pubblici lavorano 37,5 ore alla settimana ( 2, 5 ore in più senza aumento di stipendio ) e sono obbligati ad usare un tesserino elettronico. Ma le telecamere piazzate all’entrata dei ministeri hanno rivelato i trucchi più in voga per gabbare i controlli: ci sono impiegati che timbrano il cartellino per un collega o che escono senza usare la card per poi rientrare e registrare un orario di lavoro che non hanno fatto. La misura ha suscitato l’indignazione sia dei sindacati che dei lavoratori. “Con i delatori tra di noi sarà più difficile lavorare e far funzionare al meglio la macchina dell’Amministrazione”, denuncia un portavoce del Csif, il sindacato maggioritario.

A Google sempre più richieste governative di rimuovere contenuti

La Stampa

Record nel secondo semestre 2012: protagonisti Russia e Brasile. E il film «L’innocenza dei musulmani»

claudio leonardi


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Governi sempre più attenti a quel che si pubblica online: Google ha dichiarato che le richieste di rimuovere contenuti dai servizi del motore di ricerca, da parte delle autorità di tutto il mondo, hanno toccato un picco senza precedenti. Il Transparency report della società, pubblicato ormai da tre anni, segnala che tra luglio e dicembre 2012 ci sono state 2.285 richieste governative di rimozione, che hanno coinvolto 24.179 porzioni di contenuti, raggiungendo la cifra più alta mai registrata. Quasi il doppio rispetto al primo semestre del 2012, in cui Google ha contato 1.811 richieste di cancellare più di 18.000 elementi.

Il dato non stupisce: tutti i numeri che riguardano la Rete sono in crescita, dal numero di utenti connessi agli iscritti alle reti sociali su cui si pubblica ogni tipo di commento e di documento. A questo, si aggiunga il peso sempre più consistente di Internet, a cui si attribuì (esagerando) un ruolo decisivo nella stagione delle cosiddette primavere arabe, e su cui anche in Italia si sta discutendo nei partiti e nelle istituzioni dopo i fatti che hanno riguardato l’elezione del Presidente della Repubblica. Giorgio Napolitano, nel discorso di insediamento per il suo secondo mandato alla presidenza, ha esplicitamente chiesto di scongiurare uno scontro tra Rete e istituzioni.

Ma uno scontro, evidentemente, già c’è, in tutto il mondo. Google sostiene che molte delle richieste pervenutele sono state ordinanze di tribunali che chiedevano la rimozione di opinioni negative su uomini e donne di governo. “In questo particolare periodo di tempo - scrive Google -, abbiamo ricevuto mandati da diversi paesi per rimuovere post critici su funzionari di governo o loro collaboratori”. 

La topografia di queste richieste è inevitabilmente influenzata dall’attualità. Le elezioni comunali consumate quest’autunno in Brasile, per esempio, spiegano il drastico aumento di richieste (607) dal Paese Sudamericano. La Russia sembra confermare una vocazione censoria, con un salto da sei a 114 tra il primo e il secondo trimestre del 2012, diretta emanazione dell’introduzione di una nuova legge in materia. Su YouTube ha pesato la vicenda, per certi versi tragica, del controverso film “L’innocenza dei musulmani”, di cui hanno chiesto la cancellazione ben 20 nazioni, concentrate nelle aree di religione islamica. 

L’Italia non sembra far ricorso in modo significativo a questo tipo di richieste, tanto che nel rapporto si cita sostanzialmente la richiesta di un sindaco, a proposito di contenuti diffamatori. I numeri delle richieste ricevute, tuttavia, non corrispondono necessariamente alle rimozioni realmente effettuate dal motore di ricerca. David Drummond, uno dei manager processato e assolto in un processo a Milano a causa di un video pubblicato su Google video, ha chiarito con un post a inizio anno le procedure seguite dall’azienda. 

“Google - si legge - valuta attentamente la richiesta per assicurarsi che sia legale e conforme alle norme di Google. Per considerarsi tale, una richiesta in genere deve essere fatta in forma scritta, firmata da un funzionario autorizzato e rilasciata ai sensi di una legge adeguata”. Ma il motore di ricerca misura anche peso e portata della richiesta: “se è troppo ampia, si può rifiutare di fornire le informazioni o cercare di limitare la richiesta”. Nel caso citato del film “L’innocenza dei musulmani”, Google ha spiegato di avere impedito la visione del film in Libia ed Egitto, a causa della particolare situazione creatasi in quei luoghi. Il video, infatti, provocò l’assalto al consolato statunitense a Bengasi, in cui fu ucciso l’ambasciatore Cristopher Stevens, insieme a due marines e un funzionario. 

Nei limiti del possibile, inoltre, Google informa nei tempi opportuni gli utenti coinvolti dalla richiesta di rimozione, purché non ci siano ostacoli legali o manchino i contatti. Naturalmente, se la richiesta delle autorità prevede l’accesso a dati personali quali la cronologia delle ricerche o la posta elettronica, occorrono i mandati di perquisizione necessari per le indagini penali. In tutto questo non si può fare a meno di apprezzare la politica di trasparenza di Google: un deterrente per eventuali abusi, ma anche un termometro del delicato equilibrio tra diritto di critica e diritto di tutela da diffamazioni e insulti. Quando potremo festeggiare il record negativo di richieste di rimozione di contenuti, forse Internet avrà trovato un equilibrio tra la sua grande libertà e la maturità nell’usarla. E i potenti si saranno adeguati al potere di critica del web. 

Parroco ricorda Mussolini tra i defunti durante la messa, è polemica

Corriere della sera

Loreggia, la decisione di don Leone Cecchetto. «Lo ha chiesto un fedele, per me è segno di una possibile riconciliazione»


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LOREGGIA (Padova) - Benito Mussolini, nell'anniversario della sua morte, sarà ricordato, tra gli altri defunti, nel corso della messa delle 11 di domenica prossima a Loreggia (Padova). A chiedere che venga ricordato - come riferiscono i quotidiani locali e conferma all'agenzia Ansa il parroco don Leone Cecchetto - è stato un fedele. «Non mettiamo sullo stesso piano l'uomo Mussolini - dice don Cecchetto - e le sue azioni e vittime, c'è una legittima richiesta che assecondo, e che io interpreto, da cristiano, come un possibile momento di riconciliazione».

«Voglio sperare - aggiunge - che un momento simile all'interno di una liturgia, che non è assolutamente dedicata a Mussolini ma è una semplice messa, che la preghiera e la fede facciano superare le barriere politiche e storiche». «Non capisco tanto clamore - sottolinea - viene ricordato, assieme ad altri, un defunto e mi sarei aspettato meno attenzione mediatica e un profilo più basso su questa storia». «Questo perchè per i cattolici - conclude don Cecchetto - è giusto che qualsiasi peccatore, anche uno come Mussolini, possa redimersi anche dopo la morte».

(Ansa)

Privacy, i gestori Tlc e Isp dovranno segnalare le violazioni dei dati personali

La Stampa

Entro 24 ore dalla scoperta dell’evento, devono fornire al Garante le informazioni necessarie a consentire una prima valutazione dell’entità del «data breach»

roma

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Scatta l’obbligo per società telefoniche e Internet provider di avvisare il Garante privacy e gli utenti quando i dati trattati per fornire i servizi subiscono gravi violazioni a seguito di attacchi informatici o di eventi avversi, come incendi o altre calamità, che possano comportare perdita, distruzione o diffusione indebita di dati. Il Garante per la privacy ha infatti adottato, all’esito di una consultazione pubblica, un provvedimento generale che fissa, in attuazione della direttiva europea sulla privacy nel settore delle comunicazioni elettroniche, gli adempimenti per i casi in cui si dovessero verificare i cosiddetti «data breach». 

Il provvedimento, pubblicato oggi nella Gazzetta Ufficiale, stabilisce che l’obbligo di comunicare le violazioni di dati personali, contenuti in particolare in data base elettronici o cartacei, spetta esclusivamente ai fornitori di servizi telefonici e di accesso a Internet (e non, ad esempio, ai siti internet che diffondono contenuti, ai motori di ricerca, agli internet point, alle reti aziendali). Entro 24 ore dalla scoperta dell’evento, società di Tlc e Isp devono fornire al Garante le informazioni necessarie a consentire una prima valutazione dell’entità della violazione (ad esempio, tipologia dei dati coinvolti, descrizione dei sistemi di elaborazione, indicazione del luogo dove è avvenuta la violazione). Per agevolare questo adempimento il Garante ha predisposto un modello di comunicazione disponibile sul suo sito (www.garanteprivacy.it ). 

Nei casi più gravi di violazione, però, oltre che l’Authority, le società telefoniche e gli Isp dovranno informare entro tre giorni anche ciascun utente coinvolto, facendo riferimento a alcuni parametri fondamentali: il grado di pregiudizio che la perdita o la distruzione dei dati può comportare (furto di identità, danno fisico, danno alla reputazione); l’ “attualità” dei dati (quelli più recenti possono rivelarsi più interessanti per i malintenzionati); la qualità (finanziari, sanitari, giudiziari etc.) e la quantità dei dati coinvolti. 

La comunicazione agli utenti non è dovuta se si dimostra di aver utilizzato misure di sicurezza e sistemi di cifratura e di anonimizzazione che rendono inintelligibili i dati, ma il Garante può comunque imporla nei casi più gravi. Per consentire l’attività di accertamento del Garante, le società telefoniche e i provider dovranno tenere un inventario costantemente aggiornato delle violazioni subite che dia conto delle circostanze in cui queste si sono verificate, le conseguenze che hanno avuto e i provvedimenti adottati a seguito del loro verificarsi. 

La mancata o ritardata comunicazione al Garante espone le società telefoniche e gli Internet provider a una sanzione amministrativa che va da 25mila a 150mila euro. Sanzioni previste anche per la omessa o mancata comunicazione agli utenti che vanno da 150 euro a 1000 euro per ogni società, ente o persona interessata. La mancata tenuta dell’inventario aggiornato è punita con la sanzione da 20mila a 120mila euro. 

(TMNews)

Napoli. Inail, la scritta sul palazzo cambia a seconda dell'angolazione

Il Mattino

Un lettore ci ha scritto e ci ha inviato la foto. Abbiamo verificato: a seconda dell'angolazione la scritta si modifica


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Sono un assiduo lettore del vostro giornale on line, lunedi 22 Aprile mi trovavo sulla sopraelevata che parte dalla tangenziale di Corso Malta verso i paesi vesuviani, e sulla sinistra mi è caduto l'occhio sul palazzo dell'INAIL .
Sono rimasto senza parole, non ho resistito alla tentazione di fotografarne l'insegna.
Ma secondo voi, cosa si legge?  Allego foto.

Cordiali saluti
Francesco Limone


Lo ammettiamo, inizialmente abbiamo pensato a una fotografia "taroccata" per fare uno scherzo. Invece siamo andati a controllare di persona e lo strano effetto ottico corrisponde a realtà. Se anche voi lettori avete voglia di arrivare con un clic alla scritta incriminata, potete provare a raggiungere la zona con google maps (ecco un fermo immagine) e scoprirete che anche lì la scritta si presta a una lettura... alternativa.


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Salvate il cagnolino Pippo" La battaglia di un quartiere lo strappa a mendicante violento

Il Giorno

Milano, usava il meticcio per le elemosine e lo picchiava con la stampella. Ora il cucciolo aspetta un'adozione

di Marianna Vazzana
Milano, 25 aprile 2013


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Si chiama Pippo ed è un piccolo meticcio tipo jack-russel di neanche un anno, col pelo bianco a macchie nere. E’ al canile sanitario, non sa che oltre 600 milanesi si stanno mobilitando per chiedere a Comune e Asl di «non restituirlo al suo aguzzino». L’aguzzino, secondo i volontari di alcune onlus, è un rom che gravita nella zona di piazza Wagner. «Teneva la bestiola legata a una catena doppia e la percuoteva con una stampella. Se ne serviva per fare accattonaggio, senza darle né da mangiare e né da bere», raccontano mostrando foto scattate in due giorni di appostamenti. Hanno chiesto l’intervento della polizia di Stato, dei vigili e dell’Asl. E ora il cagnolino, che non aveva microchip né era mai stato vaccinato, è sotto sequestro sanitario.

«Quella persona orribile potrebbe riprendersi il cane perché non è scattato il sequestro penale», spiegano i volontari. E su Facebook è nata una pagina ad hoc: «Salviamo Pippo. Tutti insieme dai!!! Basta una mail». Finora hanno aderito 634 persone. I volontari sono entrati in azione l’11 aprile, dopo la segnalazione di una mamma. Messo alle strette, lo zingaro avrebbe mostrato documenti sanitari che non corrispondevano al cane (perché riferiti a una femmina) e cercato di fuggire in metrò. A quel punto sono intervenuti polizia di Stato, vigili e Asl. E Pippo è stato trasportato al canile e sottoposto a sequestro sanitario. Il 17 aprile è stata sporta denuncia per maltrattamenti al comando dei carabinieri di via Moscova. Adesso?

«La bestiola ha bisogno di qualcuno che possa volergli bene e curarlo. Il presunto proprietario non può dimostrare che sia suo e soprattutto lo maltrattava. Quella persona non merita di tenere animali», sbottano i volontari.

Altra doccia fredda: il nomade è stato visto nel quartiere con un cane. «Rifaremo gli appostamenti, interverremo per togliergli anche questo, finché non si stancherà», concludono. Intanto, Pippo è un simbolo delle bestiole maltrattate per l’accattonaggio: al Comune e all’Asl stanno arrivando centinaia di mail per salvarlo. «Il regolamento comunale – dice Valerio Pocar, garante degli animali – parla chiaro: non si può elemosinare con un animale per suscitare pietà . Auspico che Pippo rimanga al canile in attesa di adozione, lo auspico perché non ho titolo per sequestrare la bestiola».
Claudio Maria Rossi, direttore del Servizio sanità animale dell’Asl, spiega come stanno le cose: «Il cane ci è stato affidato dalla polizia locale.

Alla magistratura non è giunta notizia di reato, dunque l’animale non è sotto sequestro giudiziario ma solo sotto sequestro sanitario, al canile. Qui è stato microchippato e sottoposto a vaccinazione antirabbica. E’ vero che a richiesta di colui che ci è stato indicato come proprietario (il rom, ndr) potrà essere restituito, ma è altrettanto vero che per altri tre mesi il cane dovrà essere protetto e sottoporsi a visite periodiche. E questa persona non ha i requisiti per tenere con sé il cane, non avendo fissa dimora e non potendo garantire di ottemperare a obblighi e prescrizioni. Senza contare che dovrebbe pagare tutte le spese sanitarie sostenute dall’Asl. Con ogni probabilità, non si presenterà nessuno a ritirare l’animale». E’ quello che sperano i volontari. Il desiderio è poter dare Pippo in adozione.

Claps, la mamma di Elisa: «La Chiesa dica la verità. Ho sempre saputo dov'era»

Il Messaggero
di Antonio Manzo

«Ora la Chiesa potentina mi dica tutta la verità su quel cadavere di Elisa «nascosto» per diciassette anni nel sottotetto della Trinità, la parrocchia che Elisa frequentava e dove entrò, in quella domenica di settembre di venti anni fa, e non sarebbe mai più uscita. Danilo Restivo è l’assassino di mia figlia, ma dietro di lui ci sono i complici morali: quelli che lo hanno ”coperto”, quelli che hanno consentito che lui, in giro per il mondo continuasse a seminare morte...»


Cattura Filomena Jemma resterà l’icona della sofferenza e della tenacia nella storia della cronaca italiana. La mamma di Elisa Claps da due decenni cammina accompagnata dalla solitudine della morte della figlia, uscita di casa una domenica mattina di venti anni fa e mai più tornata. Di storia ne è passata, da quei giorni. Vedi Filomena che entra nel cimitero di Potenza, il giorno dopo la condanna bis per Danilo Restivo a 30 anni di carcere e sembra che da un momento all’altro debba cadere, tanto appare fragile con quel corpo esile, rimpicciolito dagli anni e segnato dalla sofferenza che ha trovato finalmente riscatto. Danilo Restivo è l’assassino di Elisa.

Lo hanno sentenziato anche i giudici di appello di Salerno. Ma la passione della notte non finisce , neppure di fronte ad una sentenza che illumina la tragedia. Ora non ci sono più dubbi, Danilo ha assassinato Elisa in quella domenica di settembre del 1993. «Io non ne ho mai avuti. Era stato Danilo ad uccidere Elisa, lo dicevo dal primo momento, con quel sentimento di tragica premonizione che solo una mamma conosce e non sa spiegare. Più parlavo e più rischiavo di non essere creduta, perchè il dolore non sempre conosce le parole giuste per esprimersi. Oggi (ieri per chi legge; ndr) sono stata sulla tomba di Elisa. Ho pregato, ho sfiorato con la mano la foto, si quella con il maglione bianco dell’ultima domenica della sua vita, quel maglione che avevo fatto con le mie mani. E, in silenzio guardandola, le ho fatto l’ultima promessa...»

Giustizia è fatta... «È stato condannato l’assassino. Ora non mi fermerò, finchè sono invita perchè vengano scoperti tutti i complici morali di Danilo Restivo, quelli che pensavano di poterci annullare perchè si credevano forti, noi povera gente affranta dal dolore».

Chi ha coperto Danilo Restivo? «Ma le pare che nelle prime ore delle indagini, in una città come Potenza, che non è New York, non si venisse subito a conoscenza che Danilo era stato l’ultimo a vedere in vita Elisa nella Chiesa della Trinità?»

Chi ha mentito? «Io so solo che Restivo è stato condannato per false informazioni nell’inchiesta per la scomparsa di Elisa. Cioè un bugiardo, per la Legge».

Chi lo ha aiutato a mentire? «Chi, all’epoca, non fece il suo dovere di indagare a fondo. Scompare una ragazza e la prima cosa che si disse: è una scappatella. Ma quale scappatella, mia figlia era stata ammazzata...».

Per poi ritrovare il cadavere di Elisa diciassette anni nella Chiesa della Trinità, al centro di Potenza. «Io ho sempre sospettato che il cadavere di Elisa fosse lì, sepolto e «nascosto» per coprire le responsabiltà di Danilo Restivo».

Ma nella chiesa, in diciassette anni, sono stati anche fatti numerosi sopralluoghi. «Ma quali sopralluoghi, si fermavano al primo piano. E io che dicevo: guardate che dovete andare ovunque. Pensi che io, all’epoca, lavoravo al Catasto e procurai alla polizia una mappa della chiesa per far capire dove erano tutti i locali della parrocchia...Se avessero ritrovato prima, molto prima, il cadavere di mia figlia, lo avrei toccato, sfiorato per l’ultima volta...L’avrei baciata...»

La commozione è forte. Ma come ha retto questi lunghi anni? Forza incredibile. «Ho pregato, ma non mi sono fermata mai, un lungo cammino per verità, sono stata dura, ostinata. Ora, prima che muoia, voglio le ultime verità: i complici di Restivo».

Ci sono anche nella Chiesa? «Ma le pare che il corpo di una ragazza, massacrato, possa rimanere nel sottotetto della Trinità per diciassette anni e nessuno se ne accorge? E poi, dopo la scomparsa di Elisa, nelle settimane e nei mesi successivi venivo guardata con sospetto, manco avessi chiesto qualcosa di grave, indicibile. Io ero e
sono la mamma di Elisa».

È stata contattata dalla Chiesa potentina? «No, da nessuno».

Cosa si aspetta che le dicano? «Loro sapevano che il corpo di Elisa era lì, mi hanno mentito. Ora vengano fuori i complici di Danilo. E non continuino con queste storie del ritrovamento occasionale, le perdite d’acqua, i lavori nel sottotetto, le bugie anche su questo, tra chi aveva visto e non aveva capito e chi aveva capito e faceva finta di non vedere».

Chiede un’ammissione pubblica di responsabilità della Chiesa potentina? «No, mi basta che dicano a me, mamma di Elisa, quel che è accaduto. Me lo dicano con gli stessi sentimenti di chi confessa qualcosa ad una madre. E, ripeto, è l’ultima cosa che chiedo prima che muoia e raggiunga Elisa».

Nei giorni del processo lei ha mostrato la foto di Elisa a Danilo Restivo che era dietro le sbarre. Ha colto qualche reazione? «Impassibile. E poi quelle lettere lette in pubblico, nell’aula del processo, dove chiede di cercare l’assassino di Elisa, inquietante. Io mi sarei accontentata di una reazione semplice, umana».

Quale? «Che lui passando vicino a me, di fronte alla foto di Elisa, avesse pronunciato semplicemente due parole: ”Elisa, perdonami”»

Nessuna reazione? «Pretendevo troppo da chi non è stato fermato in tempo e non ha ucciso solo Elisa. Gli è stato consentito di uccidere ancora dopo aver massacrato Elisa...Eppure gli investigatori avevano avvertito anche la polizia inglese che in giro c’era un macellaio...»

Prova più pena o più rabbia? «Pena per Danilo e rabbia per le complicità ancora inesplorate. Anche nella Chiesa. La Chiesa parli, Restivo si penta, come ha detto l’avvocato Scarpetta e ci aiuti lui a scoprire i complici morali. Tnto noi ce la faremo anche su questo argomento grazie all’impegno degli straordinari magistrati salernitani».

Venerdì 26 Aprile 2013 - 10:15
Ultimo aggiornamento: 11:02

Censura le scrittrici” Bufera su Wikipedia

La Stampa

L’enciclopedia libera accusata di sessismo in Usa. Le autrici attaccano: “Relegate in un ghetto”


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Ci sono romanzieri americani e ci sono donne romanziere americane: una distinzione operata da Wikipedia che ha provocato accuse di sessismo da parte delle interessate che si sono sentite confinate in un ghetto.

La polemica è esplosa sul New York Times: Amanda Filipacchi e Elissa Schappell, due autrici di discreta fama, hanno scoperto che nomi celebri come Harper Lee (Il Buio oltre la Siepe), Donna Tartt(Dio di Illusioni) e Ann Rice (Intervista col Vampiro) erano state sfrattate dalla lista generale e collocate nella più ristretta categoria, separate da altre firme più o meno celebri soltanto in ragione del loro sesso. La protesta ha provocato contraccolpi nell’enciclopedia libera i cui redattori hanno cominciato il laborioso processo di riportare le donne nella categoria più vasta. «È un imbarazzo a livello globale», ha scritto uno di loro.

Tutto è nato perché, come spiega Wikipedia, la voce `American Novelists´ era diventata troppo lunga e il sito aveva consigliato i suoi estensori di «muovere alcuni nomi in sottocategorie se possibile». La Filipacchi e la Schappell hanno notato che i redattori di Wikipedia, passati dalle parole ai fatti, avevano cominciato a far pulizia spostando le donne «una per una, alfabeticamente, nella sottocategorie donne romanziere», ha scritto Amaanda sul New York Timnes. «Se vai a cercare nella `storia´ di queste autrici scopri che prima apparivano nella categoria più generale, ma di recente sono state degradate. Gli scrittori, non importa quanto oscuri o minori siano, restano invece tra gli American Novelists».

La Filipacchi era una delle sfrattate. «Ci sono attualmente 3.904 nomi nella voce American Novelist e le prime centinaia sono uomini», ha proseguito Amanda in un op-ed sul New York Times. «A quanto pare, per far posto ad altri nomi di autori maschi minori, scrittrici come la Lee o la Tartt e altre 300 sono state messe da parte», le ha fatto eco la Schappel: «Non esattamente il dietro dell’autobus o la tavola dei bambini se non che, quando su Google cerchi `romanzieri americani´ la lista che appare è composta solo da uomini».

La polemica è dilagata sul web. Condanne sono piovute su Wikipedia sui social network costringendo alla marcia indietro: «Le donne scrittrici sono costantemente sotto rappresentate e il loro lavoro riceve meno attenzione e meno recensioni dei colleghi maschi», ha scritto Abigail Grace Murdy sul blog della casa editrice Melville House: «La sottocategoria donne romanziere esiste già nella realtà e riflette una percezione, ma rifettendo questa percezione Wikipedia non ha fatto che propagarla». 

Fece sussultare Mandela sfiorando lo stadio con un Jumbo in Sud Africa: morto il pilota Laurie Kay

Il Messaggero
di Paolo Ricci Bitti


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Terrorizzò, nella realtà, Nelson Mandela e, sul grande schermo, i milioni di spettatori del film Invictus di Clint Eastwood. E’ morto a 67 anni Laurie Kay, il comandante della South African Airways che il 24 giugno 1995 spettinò con la paura i 48mila tifosi nello stadio Ellis Park di Johannesburg pochi minuti prima della finale della coppa del mondo di rugby, primo evento a riunire bianchi e neri nel Sud Africa che l’anno prima aveva eletto presidente Nelson Mandela.

Ex pilota della Raf, Laurie Key, nel massimo segreto si prese la responsabilità di pilotare un Jumbo jet, il mastodontico 747, a poco più di 100 metri di altezza sul prato dello stadio “sold out”. Un’impresa, avvenuta in mondovisione, che ha segnato la storia dell’aviazione contemporanea. L’idea degli organizzatori del match era quella di choccare gli spettatori arrivando di sorpresa a ridosso dello stadio alla velocità minima e quindi, una volta sopra le tribune alte quasi 50metri, cabrare (tirare su il muso) dando tutta la potenza ai motori. Una manovra ad altissimo rischio: lo stadio sorge in un avvallamento di una zona della città densamente abitata. E la legge prescrive almeno 600 metri di quota per ogni sorvolo. Il più piccolo errore poteva costare una strage e Key effettuò diverse prove con un piccolo velivolo e con il simulatore di volo che pure, ci si accorse, non poteva essere programmato per manovre di quella temerarietà con un aereo di tali dimensioni e pesante 300 tonnellate.

Chi era allo stadio quel pomeriggio, compreso il piccolo gruppo di cronisti italiani, non lo dimenticherà mai: l’emozione era già al limite dopo l’arrivo del presidente Mandela che indossava la maglia verde oro della nazionale Springboks e tutta la nazione Arcobaleno si era fermata per la sfida agli arcirivali All Blacks di Jonah Lomu che finalmente vedeva tutto il paese unito come aveva architettato il presidente Madiba con una delle sue più importanti e azzardate mosse politiche: utilizzare il rugby, sport emblema della minoranza bianca (4,5 milioni di abitanti) fino ad allora al potere, per coinvolgere anche la maggioranza nera e coloured (45 milioni). Fino a quella Coppa del Mondo i neri tifavano contro la nazionale di rugby. E nemmeno lo stesso presidente Mandela era stato informato di quella folle idea del Jumbo dagli organizzatori della finale, anche perché fino all’ultimo secondo il volo poteva essere annullato per motivi meteorologici.

Prima il sibilo inimmaginabile e poi, senza avere il tempo di capire che cosa stesse accadendo, il boato terrificante dei quattro motori al massimo del gigante che passava poco sopra le tribune: l’effetto sorpresa fu totale e lo stadio tremò letteralmente fino alle fondamenta con le onde d’urto del rumore nel cielo terso di quel pomeriggio. Il panico da infarto passò in un istante quando tutti videro la scritta Good Luck Bokke (Buona fortuna antilopi, l’animale che dà il nome alla nazionale sudafricana) dipinta sulla “pancia” e sotto le ali del Jumbo, come raccontano Edwards Griffith nel magistrale libro One team one country. E anche John Carlin in Ama il tuo Amico, libro da cui nel 2008 è stato tratto Invictus da Clint Eastwood che ha aggiunto però per questo episodio (unica incongruenza con la realtà in quel memorabile film) un’assurda atmosfera da presunto attentato da 11 settembre che con un evento del 1995 non c’entra ovviamente nulla.

Un espediente, quello di Eastwood, con cui si è tentato di replicare, sullo schermo, l’effetto sorpresa di quel volo che segnò la scala delle emozioni per quella finale che avrebbe poi incoronato (contro ogni pronistico) il Sud Africa campione del mondo. Una volta lasciata la compagnia di bandiera sudafricana, Laurie Key, nato nel 1945 a Joannesburgh, era entrato a far parte dei piloti di elicottero che proteggono i rinoceronti del Kruger Park dai cacciatori di frodo che uccidono i pachidermi per strappare loro il corno. Key è morto per un infarto nella sede delle squadre antibracconieri.



Giovedì 25 Aprile 2013 - 19:10
Ultimo aggiornamento: Venerdì 26 Aprile - 09:30

Emanuela, Mirella e altri due misteri: il delitto di Katy Skerl, la morte di Josè

Corriere della sera

Nuovi particolari dagli interrogatori in Procura di Marco Fassoni Accetti. Il superteste: la studentessa fu strangolata per vendetta nel gennaio 1984


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ROMA - Spunta un'altra «ragazza con la fascetta» nell'intrigo che da 30 anni ha inghiottito Emanuela Orlandi e Mirella Gregori. Si chiamava Caterina Skerl, detta Katy, aveva 17 anni e frequentava il liceo artistico in via Giulio Romano, a Ponte Milvio. Figlia di un regista americano, abitava a Montesacro e il 22 gennaio 1984 fu trovata strangolata in una vigna, a Grottaferrata.

Il giorno prima, nel pomeriggio, Katy era attesa da un'amica sulla Tuscolana, dove non arrivò mai: in quel lasso di tempo incontrò la belva che inghiottì anche lei. Mantello nero, pantaloni di velluto e stivaletti bordeaux ; viso pulito, capelli lunghi e lisci: sul collo i segni della cinta e del fil di ferro usati dal killer. Un enigma: un altro cold case lasciato in eredità agli investigatori romani dal milieu affaristico-criminale del secolo scorso. Ma anche un giallo che ora, a sorpresa, torna d'attualità.

Emanuela, Mirella. E Katy. E' stato Marco Fassoni Accetti, autore cinematografico indipendente, l'uomo che nei recenti interrogatori in Procura si è autoaccusato di essere stato uno dei telefonisti del caso Orlandi, a legare il delitto di Grottaferrata alle quindicenni. Il regista, che all'epoca sostiene di aver militato in un «nucleo di controspionaggio» incaricato di svolgere «azioni di pressione» nell'ambito di presunte lotte di potere all'interno del Vaticano, avrebbe attribuito l'omicidio della Skerl alla «fazione opposta» alla sua. Scenario inquietante, da Guerra fredda: ragazze a spasso per Roma pedinate, «agganciate» con l'inganno, usate per foto e filmati utili a ricattare, distruggere i «nemici». Quelli della Orlandi e della Gregori, secondo il telefonista, furono gli unici «sequestri simulati» attuati per «proteggere il dialogo tra Santa Sede e Paesi del Patto di Varsavia»: dovevano durare poco, ma le «trattative» fallirono. A Katy, invece, il destino ha riservato la morte tra filari di vite rinsecchiti dal gelo.

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La Procura, su questa concatenazione di eventi degna di un sofisticatissimo thriller , è cauta. Preso atto della risposta del superteste sul perché solo ora abbia consegnato il presunto flauto di Emanuela e raccontato la sua verità («confido nel nuovo corso in Vaticano»), restano molte le domande sospese. Quali prove? Quali mandanti? Sul binomio Orlandi-Gregori i riscontri per ora sono deduttivi: Fassoni Accetti è di certo a conoscenza dell'infinita serie di rivendicazioni «firmate» dai sequestratori, tanto che ha consentito di decrittare i messaggi. Su Katy neanche questo. Anche se, giorni fa, un «richiamo» inatteso è giunto. Nella lettera anonima ricevuta da una compagna di Emanuela e dalla sorella di Mirella c'è scritto: «Non cantino le due belle more per non apparire come la baronessa e come il 21 gennaio martirio di Sant'Agnese con biondi capelli nella vigna del signore». Alt. Attenzione: «belle more» (le quindicenni), 21 gennaio (morte di Katy), «biondi capelli» (Katy) e «vigna» (luogo criminis ). Questi 4 rimandi qualche brivido lo fanno correre.

Un altro «indizio» sta nel vezzo comune della fascetta sulla fronte? O nel fatto che la Skerl fosse iscritta alla Fgci, e ciò avrebbe una logica se si accettasse l'idea della «vendetta» armata da blocchi contrapposti? Ancora. Il teste afferma che Emanuela e Mirella oggi sono vive: da qui l'invito a «non cantare»? Domande, suggestioni, misteri. Come quello della morte di Josè Garramon, 12 anni, figlio di un funzionario uruguayano dell'Onu, che il 20 dicembre 1983 fu ucciso da un furgone nella pineta di Castel Porziano. Al volante c'era proprio Fassoni Accetti, che si allontanò e fu rintracciato dalla scorta di Severino Santiapichi, il magistrato che si occupava dell'attentato al Papa e aveva la villa poco distante. Il regista finì in carcere per un anno.

Nei giorni scorsi, al Corriere , ha dichiarato: «Era buio, c'erano delle ombre. Quel bambino mi fu gettato sotto la macchina, fu un incidente provocato. In seguito sono stato assolto. La prova è in un comunicato sul caso Orlandi in cui si parla di una pineta: era un messaggio in codice indirizzato a me, è lampante». Il 27 settembre 1983, effettivamente, arrivò al giornalista Joe Marrazzo del Tg2 una lettera firmata «Phoenix», sigla usata allora dal Sisde per incastrare i sequestratori. «Vogliamo generosamente ricordare a "Mario" che nella pineta c'è tanto posto per aumentare la vegetazione...», diceva il testo. Allusioni, torve minacce: era davvero un avvertimento? Tre ragazze, il piccolo Josè. E un giallo intricatissimo, in queste ore a una svolta.




  • Orlandi, superteste: risolto il rebus dei messaggi in codice
  • Caso Orlandi, la svolta: «Ho sequestrato io Emanuela»



  • Fabrizio Peronaci
    fperonaci@rcs.it
    26 aprile 2013 | 10:04

    Sono Bell», la voce dello scienziato nel 1885

    Corriere della sera

    Il ritrovamento negli archivi del National Museum of American History



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    Numeri e cifre per una durata di oltre quattro minuti e in coda un messaggio: "Questa registrazione è stata fatta da Alexander Graham Bell, alla presenza del dottor Chichester A. Bell, il 15 aprile 1885 al Volta Laboratory, 1221 Connecticut Avenue, Washington D.C.. Ascoltate la mia voce, Alexander Graham Bell". Trovata negli archivi del National Museum of American History una registrazione definita "una scoperta storica" dagli esperti. Su un disco di cera è impressa la voce, a anche se molto disturbata da rumori di fondo, di Alexander Bell, colui che nel 1876 depositò il brevetto del telefono, scippando di fatto l'invenzione all'italiano Antonio Meucci. L'ascolto di questa registrazione è stato possibile grazie a una speciale tecnologia di scansione ottica che riesce a leggere la traccia audio impressa sul disco senza alcun contatto con la superficie.

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    Attentato a Boston, nel 2011 fu segnalata anche la madre dei fratelli Tsarnaev

    Corriere della sera

    L'Fbi interrogò la donna indicata dai russi come estremista. Lei dice: «I miei figli innocenti»

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    WASHINGTON – L’indagine sulle bombe di Boston riserva ogni giorno sorprese, sempre da accogliere con riserva visto che molte notizie si sono poi rivelate inaccurate o infondate. Partiamo dalla «fine. Nella notte la Cnn ha rivelato che nel 2011 i russi avevano segnalato agli americani non solo uno dei futuri attentatori, Tamerlan Tsarnaev, ma anche la madre perché ritenuta su posizioni estremiste. E l’Fbi l’avrebbe interrogata. Una rivelazione, attribuita a funzionari di intelligence, che deve trovare conferme. In alcune interviste la donna, Zubeidat, aveva confermato di aver abbracciato insieme al figlio la svolta religiosa. Un mutamento che i parenti hanno attribuito all’intervento di un misterioso convertito, Misha, che avrebbe fatto il «lavaggio del cervello» in chiave oltranzista a Tamerlan attorno al 2009.

    «I MIEI FIGLI INNOCENTI» - Zubeidat, da parte sua, ha tenuto una conferenza stampa in Daghestan dove ha negato il ruolo negativo di Misha ed ha rilanciato le teorie cospirative a lei tanto care. Secondo la donna i figli sono innocenti, vittime di una manovra per incastrarli. Citando quanto raccontato da siti cospirativi occidentali e russi ha aggiunto che il sangue visto sulla scena dell’attentato era realtà pittura sparsa ad hoc da qualcuno. «Era tutto uno show», è stata la sua verità.

    L'ATTACCO A TIMES SQUARE - Sul fronte indagini molte novità. La prima riguarda il possibile attentato a Times Square. Per le autorità di New York i due terroristi erano pronti a muoversi per colpire nel centro della città. Altre fonti hanno frenato sostenendo che in realtà Tamerlan e il fratello Dzhokhar avrebbero pensato all’attacco durante la fuga. Un'idea improvvisa e non un vero piano. Tanto è vero che non avevano denaro, la loro auto era senza benzina. Chi crede alla pericolosità del progetto ricorda almeno due visite dei Tsarnaev a New York e il loro arsenale rudimentale ma letale di 6 bombe.

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    I DUE STUDENTI FERMATI - La polizia non è completamente convinta che i due abbiano fatto tutto da soli. Sono stati fermati due studenti d’origine kazaka che erano amici degli attentatori. Uno di loro condivideva il cellulare con Dzhokhar ed era insieme al ragazzo durante il viaggio a New York. Per il momento il provvedimento, però, sembra legato a problemi di visto. Altri universitari sono stati interrogati in queste ore alla ricerca di prove. Gli investigatori sono poi ansiosi di ascoltare la moglie di Tamerlan, Katherine. Sembra strano che non si sia accorta di nulla.

    IL VIAGGIO IN DAGHESTAN - Infine resta aperto il dossier caucasico. Il viaggio dell’attentatore nel Daghestan continua a destare interesse e tornano i sospetti di un suo contatto con personaggi (magari minori) con un passato ed un presente jihadista. Aspetti che si sommano agli allarmi arrivati da Mosca che hanno spinto gli americani a inserire il nome di Tamerlan in tre database sul terrorismo. Una schedatura non perfetta: il nome non era scritto nello stesso modo, c’erano discrepanze sulla data di nascita. Inoltre le informazioni non sarebbe circolate in modo adeguato attraverso i vari uffici dell’antiterrorismo, compreso quello di Boston. Infine, stando ad un senatore che seguito uno dei briefing sulla sicurezza, è emerso un collegamento tra il telefono dell’attentatore ucciso e quelli di due persone oggetto di un’indagine sul terrorismo. Penultimo capitolo di una storia che non trova il suo epilogo.

    Guarda il video



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    Strage di Boston: arrestati in Spagna due terroristi collegati all'attentato (23/04/2013)


    Preso il secondo attentatore, festa a Boston (20/04/2013)


    I sospetti attentatori della maratona di Boston (19/04/2013)

    Guido Olimpio
    guidoolimpio26 aprile 2013 | 10:30

    E il M5S fa autogol con lo streaming

    Corriere della sera

    Letta sembra un giovane cattedratico e i grillini studenti fuoricorso: giornata nera per Grillo e Casaleggio associati

    Una giornata nera per la Grillo & Casaleggio Associati. Enrico Letta, i grillini, se li è mangiati in un solo boccone. Sembrava il giovane cattedratico che interroga i fuori corso e usa l'esame per spiegare ancora una volta, con santa pazienza, il programma del corso. I ripetenti implorano il diciotto politico e il professore, per bontà, glielo concede, non prima di avergli chiarito per l'ennesima volta come funziona l'università: bisogna studiare.

    La differenza con il precedente incontro in streaming con Pier Luigi Bersani è stata impressionante: Bersani sembrava intimorito e i portavoce del M5S se ne sono approfittati per umiliarlo. Letta, per quanto stanco e scoraggiato di incontrare un muro di gomma, ha mostrato subito di essere di un'altra pasta, di conoscere bene l'arte della mediazione, di essere assertivo quando occorre: «In questi sessanta giorni la forza che voi rappresentate, sia numerica che reale nel Paese, è entrata in Parlamento e non ha voluto partecipare alle decisioni assunte. Sarebbe frustrante se questa indisponibilità a mescolare idee e voti si protraesse». I portavoce del M5S (questa volta in formazione quattro più quattro, tipo Nora Orlandi) erano in seria difficoltà, non sapevano cosa rispondere, si rifugiavano nel politichese, s'impantanavano in formule astratte.

    Certo che i grillini sembrano non avere alcuna strategia, alcun fiuto politico, tanto da consegnarsi alle stoccate del professore, come quando hanno tirato fuori la questione dell'elezione a presidente della Repubblica di Rodotà e prontamente Letta ha fatto loro notare che se avessero votato Prodi avrebbero cambiato lo scenario della politica italiana. Si fa presto a parlare di streaming, di Web, di comunicazione globale, ma a un certo punto è saltata fuori la parola «incomunicabilità», che non si sentiva più dai tempi dei film di Michelangelo Antonioni. Letta ha accusato i grillini di incomunicabilità, temeva di vivere in diretta il dramma della frustrazione espressiva (la scena sembrava tratta da «Le sedie» di Ionesco, 1952), di essere di fronte a una sorta di nevrosi espressiva che corrode il linguaggio e le speranze, di vedere in Vito Crimi e in Roberta Lombardi il sigillo dell'incapacità di comunicare.

    E invece, prese le misure, li ha sovrastati, ha mostrato la pochezza dei quattro più quattro (gli altri che hanno parlato facevano quasi tenerezza per impreparazione e incapacità di esprimersi). Tra l'altro, in termini puramente retorici, il peso delle metafore questa volta ha schiacciato i grillini e Letta è stato ben attento a pascolare nel concreto. Per i grillini senza streaming non c'è democrazia, tutto deve avvenire in diretta davanti a una telecamera. Lo streaming è l'unica garanzia contro i sotterfugi.

    Diversamente dal passato, questa volta però lo streaming non ha funzionato come caricatura della democrazia e della comunicazione: limitarsi ad avvolgere ogni rapporto sociale, a mantenere vivo il contatto fra le parti, ad accorciare le distanze, senza preoccuparsi troppo dei messaggi. Questa volta lo streaming è servito per conoscere meglio il programma di Letta, senza le fantasie dei retroscenisti e senza complessi di inferiorità nei confronti della presunzione. La politica ha vinto sul velleitarismo.

    Giovedì sera due case sono state assalite da dubbi e inquietudini. Nella casa della Grillo & Casaleggio Associati si sarà discusso a lungo sulla performance di Crimi e Lombardi (da abbiocco collettivo, «scongelatevi» ripeteva loro Letta) e la voglia di cambiare i portavoce sarà stata grande. Nella casa del Partito democratico le lodi a Letta saranno forse risuonate anche come rimprovero a Bersani. Par di capire che il 25 Aprile non è morto, come vuole Beppe Grillo.

    ALDO GRASSO
    26 aprile 2013 | 7:22



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    Consultazioni, il colloquio tra Letta e l'M56La versione integrale dell'incontro (25/04/2013)


    M5S vs Letta e Bersani: il blob delle consultazioni (25/04/2013)


    Quando i 5 Stelle umiliarono Bersani (04/04/2013)

    Allevamento delle galline in gabbia, l’Italia deferita alla Corte Europea

    La Stampa

    Il nostro paese è ’fuori legge’ perché utilizza strutture troppo piccole che violano il benessere dell’animale


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    L’Italia è finita insieme alla Grecia sul banco degli imputati alla Corte di giustizia dell’Ue, per non essersi completamente adeguata alla messa al bando, dall’inizio dell’anno, delle vecchie gabbie per l’allevamento delle galline da uova di cui l’Italia è un’importante produttrice. Nell’annunciare la decisione, Bruxelles ricorda che gli Stati membri hanno avuto 12 anni per introdurre gabbie più spaziose. Non averle modificate reca danno alle aziende che invece hanno investito in nuove strutture. 

    In Europa restano solo l’Italia e la Grecia - scrivono gli uffici sanitari alla Commissione europea - a non aver ancora «attuato correttamente la direttiva che introduce nuovi criteri sulla dimensione delle gabbie e sulle condizioni di allevamento per garantire il benessere degli animali». Per quanto riguarda l’Italia tuttavia, spiegano fonti comunitarie all’ANSA, il deferimento alla Corte di giustizia dell’Ue è legato «al ritardo per la mancata trasposizione nell’ordinamento italiano dell’impianto sanzionatorio previsto dalla direttiva Ue contro gli operatori inadempienti».

    Per quanto riguarda il benessere animale, la direttiva che doveva essere applicata dal primo gennaio 2012, prevede che tutte le galline ovaiole siano tenute in gabbie spaziose per fare il nido, razzolare e appollaiarsi. Le gabbie devono offrire a ciascuna gallina una superficie di almeno 750 centimetri quadrati, un nido, lettiere, posatoi e dispositivi per accorciare le unghie. Oltre a garantire la qualità di vita degli animali negli allevamenti, la mancata applicazione in tutte le sue disposizioni pone anche - fanno notare esperti del settore - un problema di commercializzazione delle uova prodotte dalle galline allevate ancora nelle vecchie gabbie. Uova che ufficialmente sono sane ma in realtà ’fuori legge’.

    Il 26 gennaio scorso la Commissione europea aveva inviato un ultimatum a 13 Stati membri tra cui l’Italia e la Grecia, ma al momento solo Roma e Atene non hanno potuto ovviare alle carenze legislative segnalate da Bruxelles. 

    In Europa restano solo l’Italia e la Grecia - scrivono gli uffici sanitari alla Commissione europea - a non aver ancora «attuato correttamente la direttiva che introduce nuovi criteri sulla dimensione delle gabbie e sulle condizioni di allevamento per garantire il benessere degli animali». Per quanto riguarda l’Italia tuttavia, spiegano fonti comunitarie all’ANSA, il deferimento alla Corte di giustizia dell’Ue è legato «al ritardo per la mancata trasposizione nell’ordinamento italiano dell’impianto sanzionatorio previsto dalla direttiva Ue contro gli operatori inadempienti».

    Per quanto riguarda il benessere animale, la direttiva che doveva essere applicata dal primo gennaio 2012, prevede che tutte le galline ovaiole siano tenute in gabbie spaziose per fare il nido, razzolare e appollaiarsi. Le gabbie devono offrire a ciascuna gallina una superficie di almeno 750 centimetri quadrati, un nido, lettiere, posatoi e dispositivi per accorciare le unghie. Oltre a garantire la qualità di vita degli animali negli allevamenti, la mancata applicazione in tutte le sue disposizioni pone anche - fanno notare esperti del settore - un problema di commercializzazione delle uova prodotte dalle galline allevate ancora nelle vecchie gabbie. Uova che ufficialmente sono sane ma in realtà ’fuori legge’.

    Il 26 gennaio scorso la Commissione europea aveva inviato un ultimatum a 13 Stati membri tra cui l’Italia e la Grecia, ma al momento solo Roma e Atene non hanno potuto ovviare alle carenze legislative segnalate da Bruxelles. 

    Grande Fratello all’aeroporto in Israele controllano le e-mail

    La Stampa

    Ispezioni sempre più invasive, protestano gli attivisti: violati i diritti civili

    aldo baquis
    tel aviv


    Cattura
    Il nome, Najwa Daughman, suonava non tranquillizzante. Le origini palestinesi della famiglia, costretta ad abbandonare Haifa nella guerra del 1948, accrescevano il senso di disagio. A ciò si aggiungeva la netta sensazione che la giovane architetta appena sbarcata all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv dopo un volo notturno dagli Stati Uniti fosse un’attivista filo-palestinese dell’International Solidarity Movement, possibilmente in procinto di entrare in azione nei Territori. Per cui - era il maggio 2012 - la responsabile dei servizi di sicurezza israeliani all’aeroporto le disse: «Adesso facciamo qualcosa di interessante».

    Le presentò un computer e le disse di entrare nella propria casella postale Gmail. Lo stato di Israele desiderava dare una scorsa alla sua corrispondenza... L’episodio - denunciato con grande evidenza un anno fa da «Haaretz» - ha allarmato l’associazione israeliana per i diritti civili Acri, secondo cui le violazioni della privacy di stranieri in arrivo sono divenute un fenomeno preoccupante. Ieri però queste apprensioni sono state trovate ingiustificate dal consigliere legale del governo israeliano, Yehuda Weinstein, che si sente di poter invece giustificare «in casi straordinari» le intrusioni degli agenti di frontiera nella corrispondenza di quanti suscitino una serie di sospetti. Costoro, precisa, non sono costretti a mostrare le proprie mail. Ma il loro rifiuto potrebbe indurre gli agenti a negare l’ingresso in Israele.

    La Daughman (e come lei altre tre donne statunitensi, di origine araba, citate in quell’occasione da Haaretz) fu sbigottita dalla richiesta e accettò di collaborare. Avrebbe poi riferito che la agente si era interessata ai messaggi che contenevano le parole: Israele, Palestina, Cisgiordania e aveva preso nota dei suoi contatti. Dopo alcune ore la Daughman fu costretta a rientrare negli Stati Uniti. Israele, sottolinea il consigliere Weinstein, non ha alcun obbligo di garantire l’ingresso a cittadini stranieri. Quei controlli sono dunque giustificati per determinare il «background» di chi desideri entrare nel Paese. Parole che non acquietano l’Acri: in Israele, rileva, la ispezione della corrispondenza di un cittadino deve essere autorizzata da un giudice; altrimenti rappresenta una violazione della privacy.

    A ciò le autorità replicano, in via informale, che gli stessi israeliani che chiedono un visto all’ambasciata degli Stati Uniti d’America di Tel Aviv possono essere sottoposti a lunghi e dettagliati interrogatori. Talvolta basta essere nati nel Paese «sbagliato» (come l’Iran) per vedersi negare il permesso di sbarcare negli Stati Uniti. Dove pure capita per altro che computer siano ispezionati alla frontiera. L’Acri comunque non si dà per vinta. Adesso, anticipa, la battaglia passerà alla Knesset. «Vogliamo - spiega l’avvocato Lila Margalit - che in merito si faccia una legge ben chiara. E, cosa più importante, che le pratiche all’aeroporto Ben Gurion siano costantemente controllate dalla magistratura».