giovedì 25 aprile 2013

L’ispettore Derrick era nelle file delle SS

La Stampa

La stampa tedesca: Horst Tappert lavorò coi nazisti, ecco le prove


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È morto cinque anni fa portandosi nella tomba un segreto impossibile da confessare, ma oggi sono i documenti a fare luce su quel buco oscuro del suo passato. Horst Tappert, l’arcinoto ispettore Derrick, durante la Seconda guerra mondiale ha fatto parte delle Waffen Ss. Lo rivela il Frankfurter Allgemeine Zeitung secondo cui, almeno a partire dal 1943, quando aveva vent’anni, Horst Tappert è stato un membro delle Ss.

L’attore tedesco, uno dei più conosciuti al mondo, nelle sue memorie non ha mai fatto cenno a quella macchia oscura nel suo passato. In alcune interviste aveva detto di essere stato impiegato come sanitario e di essere stato imprigionato alla fine della guerra. È stato un sociologo tedesco Joerg Becker a scoprire per caso, durante le ricerche per un libro, che Tappert da giovane aveva gravitato in una compagnia teatrale di cui avevano fatto parte diversi attori in passato vicini al regime nazista.

Becker ha dunque fatto richiesta all’Associazione tedesca che dal 1939 informa i parenti dei caduti della Wehrmacht, l’esercito nazista, dove si trovano documenti sull’appartenenza alle diverse truppe. Secondo quanto rinvenuto negli archivi di tale associazione (Wast), Tappert era entrato a far parte di una divisione di riserva della contraerea ad Arolsen. La prima data certa risale per l’appunto al 22 marzo del 1943, quando il primo reggimento granatieri «Testa di morto», allora impegnato in Russia, ha segnalato la sua appartenenza come semplice granatiere.

Nel ruolo dell’ispettore Stephan Derrick l’attore Horst Tappert è diventato famoso in tutto il mondo. In Germania il telefilm omonimo è stato trasmesso dalla Zdf dal 1974 al 1998. In tutto 281 puntate, che negli anni sono state acquistate ben 102 Paesi in tutto il mondo.

Come beffare TripAdvisor: rifugio per senzatetto diventa 5 stelle. Boom di prenotazioni

Il Messaggero

ROMA - Il Bellgrove hotel di Glasgow, un vero e proprio rifugio per poveri clochard, trasformato (almeno virtualmente) in un hotel di lusso. Tutto “merito” di alcuni utenti di Google e TripAdvisor, uno dei più famosi portali di recensioni social della rete, dove i consumatori possono commentare, dare consigli e assegnare voti alle strutture che visitano. 


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Un potere di controllo da parte dei cittadini che a volte nasconde un effetto boomerang. Nei giorni scorsi sulla pagina del fatiscente edificio scozzese, un palazzo anonimo con sbarre di acciaio alle finestre, sono comparse una pioggia di recensioni entusiastiche, con tanto di foto di una presunta area benessere super lusso all'interno e pavimenti in marmo.

La beffa social. Lo “sgarrupato” Bellgrove è addirittura balzato nella top 100 dei migliori alloggi di tutto il Regno Unito, iniziando ovviamente a ricevere una miriade di prenotazioni. E' quindi toccato all'allibito proprierario spiegare la vera destinazione del Bellgrove ai clienti ingannati, mentre TripAdvisor ha provveduto a rimuovere le recensioni-civetta, con tante grazie allo Scottish Sun che ha segnalato il giochetto di questi Totò e Peppino 2.0.

Troppo bello per le donne saudite Ecco chi è l'uomo cacciato dall'Arabia

Corriere della sera

Originario degli Emirati è stato espulso da un festival

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Ecco l’uomo cacciato dall’Arabia Saudita perché «troppo bello» La vicenda aveva fatto il giro del mondo: a inizio mese tre uomini degli Emirati Arabi Uniti, che partecipavano a un festival culturale a Riyad, erano stati allontanati con la forza dalla polizia religiosa ed espulsi dall'Arabia Saudita perché considerati «troppo belli». Non c’erano foto che provassero la fondatezza delle accuse. Finché i tabloid si sono messi alla ricerca dei protagonisti.

 L'uomo cacciato dall'Arabia perché troppo bello L'uomo cacciato dall'Arabia perché troppo bello L'uomo cacciato dall'Arabia perché troppo bello L'uomo cacciato dall'Arabia perché troppo bello L'uomo cacciato dall'Arabia perché troppo bello

ATTORE E POETA - Si chiama Omar Borkan Al Gala. Sarebbe lui uno dei tre uomini «irresistibili» sui quali la famigerata «commissione per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio» dell’Arabia aveva messo gli occhi qualche settimana fa, cacciandolo da un festival nella capitale saudita. «Gli uomini dagli Emirati hanno distratto e fatto innamorare troppe donne», era stata la motivazione fornita dalle autorità religiose. E, come provano le prime foto che sono emerse ora sul web: è effettivamente un ragazzo di bell’aspetto. Come si evince dal suo profilo su Facebook, è di Dubai, fotografo di moda, attore e poeta. Ovvio che la sua pagina sul social network è stata subita presa d'assalto e invasa con messaggi provenienti da una parte all'altra del globo: proposte galanti, di matrimonio, ma anche frasi poco felici di uomini invidiosi. Il padiglione alla manifestazione culturale che i tre uomini stavano allestendo, era stato preso d'assalto dai funzionari della polizia religiosa, che li aveva infine costretti a fare ritorno negli Emirati Arabi Uniti.

Elmar Burchia
25 aprile 2013 | 16:07

Chi paga la sistemazione del lastrico solare?

La Stampa

L’art. 1126 del codice civile, regolando la ripartizione tra condomini delle spese di riparazione del lastrico solare di uso esclusivo di uno di essi, non si riferisce alle riparazioni riconducibili a difetti originari di progettazione o esecuzione dell’opera indebitamente tollerati dal singolo proprietario: in questa ipotesi, infatti, l’onere economico grava in via esclusiva sul proprietario del lastrico stesso. Lo ha ribadito la Cassazione con la sentenza 2840/13.


CatturaIl proprietario di un appartamento con soprastante lastrico solare cita in giudizio il Condominio, chiedendone la condanna all’eliminazione del dissesto delle proprie strutture causato dall’omessa manutenzione o alla rifusione delle spese sostenute a tal fine, oltre al risarcimento dei danni. La Cassazione rileva che la decisione della Corte territoriale non valorizza la distinzione tra spese di manutenzione e ricostruzione necessarie per vetustà o cattiva manutenzione e spese necessarie per carenze o vizi costruttivi dell’opera. Poiché le infiltrazioni avevano più cause, era onere dell’attore dimostrare il suo credito in relazione alle presunte responsabilità del Condominio. La pronuncia di merito, pur affermando che la sopraelevazione non aveva arrecato alcun danno alla stabilità del fabbricato, ha poi stabilito che il Condominio stesso sarebbe tenuto a sostenere la spesa del rifacimento delle mura perimetrali e del lastrico solare prescindendo dall’indagine sulle cause origine dei danni.

La Corte d’Appello, insomma, non ha indicato univocamente natura e origine dei vizi effettivamente afferenti alle parti condominiali e quindi quale fosse la reale ragione dell’onere economico posto a carico del Condominio: tali spese, infatti, avrebbero potuto essere impiegate anche per l’eliminazione di vizi costruttivi del lastrico di esclusiva proprietà del condomino. In conclusione, gli Ermellini ribadiscono che l’art. 1126 c.c. si riferisce alle riparazioni dovute a vetustà e non a quelle riconducibili a difetti originari di progettazione o esecuzione dell’opera indebitamente tollerati dal singolo proprietario: in questa ipotesi, infatti, l’onere economico grava in via esclusiva sul proprietario del lastrico stesso ed è esclusa la compartecipazione del Condominio. Poiché la Corte di merito non ha individuato adeguatamente origine e natura dei danni lamentati dal condomino, la Cassazione accoglie il motivo di ricorso e cancella con rinvio la sentenza impugnata.


Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Il cibo per cani si vende se piace al padrone

La Stampa

La scelta comincia dalla confezione, praticamente identica a quella usata per il cibo umano, poi dal colore e dall’aspetto dell’alimento, incluso l’odore che deve essere “buono”


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La sostenibilità non ha confini e si può applicare ad ogni aspetto e comportamento della nostra vita, anche quello che riguarda il nostro rapporto con gli animali domestici. A sostenerlo è uno studio dell’Università dell’Illinois condotto da Kelly Swanson, ricercatrice di Scienze Animali in collaborazione con la Nutro Company, azienda produttrice di cibo per animali, dove si sostiene che l’attuale produzione di cibo per animali brucia energia e produce emissioni agli stessi livelli della produzione degli alimenti per gli esseri umani.

La sostenibilità è la capacità di soddisfare i bisogni presenti senza compromettere il futuro e se al centro dell’attenzione è soprattutto l’impronta di Co2 rilasciata dalle attività umane, va egualmente tenuta in considerazione, come si afferma nello studio, anche per quanto riguarda gli aspetti nutrizionali. Nei cibi per animali l’attività di produzione è fortemente connessa con l’allevamento del bestiame ed il sistema alimentare dell’uomo, questo avviene anche perché i proprietari considerano i propri animali domestici come dei veri e propri componenti della famiglia e come tali devono godere delle cure e delle attenzioni che a questi ultimi devono essere riservate.

Un atteggiamento culturale che fa sì che il cibo per animali prima di tutto deve piacere al padrone, a cominciare dalla confezione, praticamente identica a quella usata per il cibo umano, al colore ed all’aspetto dell’alimento, incluso l’odore che deve essere “buono”, secondo i parametri umani, naturalmente. Ed è così che il cibo per gli animali domestici, stiamo parlando in primo luogo di cani e gatti, secondo lo studio è diventato praticamente simile a quello per gli umani. Si producono per l’alimentazione animale cibi ricchi di proteine, poveri di grassi, nutrienti e addirittura coloranti: una serie completa di ingredienti in concorrenza diretta con quelli necessari all’alimentazione umana e che per questo motivo proprio all’alimentazione umana vengono sottratti.

Entro il 2050 la terra arriverà a 9 miliardi di abitanti ed i problemi di sottoalimentazione e denutrizione assumeranno dimensioni catastrofiche, milioni di persone avranno a disposizione meno cibo e di qualità inferiore a quello che viene garantito agli animali domestici che vivono nel Nord del Pianeta. Secondo lo studio è arrivata l’ora di cambiare le cose, sostituire gli ingredienti attuali con nutrienti specifici la cui composizione base preveda l’uso di proteine vegetali e non animali. Ad esempio, sostiene lo studio, se si utilizzassero le proteine di soia, si userebbero meno acqua ed energia con un fabbisogno di combustibile fossile da 6 a 20 volte inferiore rispetto a quanto richiesto per quelle animali.

L’industria mondiale degli alimenti per animali fattura 55 miliardi di dollari l’anno, se si convertisse verso produzioni più sostenibili, l’impatto sull’ambiente sarebbe significativo e addirittura porterebbe ad un miglioramento delle condizioni di vita degli animali domestici per i quali verrebbero prodotti alimenti più in linea con le loro esigenze nutrizionali. Un esempio per tutti, continua lo studio, è il cibo per gatti. I felini non si autoregolano e sono attratti maggiormente da cibi con alto contenuto di grassi e proteine, da qui il problema dell’obesità dei gatti domestici (ma anche i cani non ne sono immuni) che mangiano più di quanto dovrebbero cibi con contenuti proteici enormemente superiori alle loro capacità di smaltimento. L’umanità ricca ha nell’obesità una delle sue principali cause di danni alla salute, cani e gatti non sono da meno.

Caso Orlandi, il superteste in Procura: «Risolto il rebus dei messaggi in codice»

Corriere della sera

«Noi lavoravamo per l'Est. La linea telefonica 158 per il Vaticano stava per 5-81, mese e anno dell'attentato al Papa»


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ROMA - Si è presentato a Palazzo di giustizia per continuare a collaborare. Intende chiarire fino in fondo ilsuo ruolo all'epoca della scomparsa di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori, in quella torrida estate del 1983, ma senza chiamare nessuno in correità. Per oltre due ore, mercoledì pomeriggio, è stato interrogato dal procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo. Ancora nella sola veste di testimone, nonostante abbia raccontato di essere stato uno dei telefonisti del caso Orlandi.

Marco Fassoni Accetti, 57 anni, autore di arte cinematografica indipendente, è uscito dal grande cancello di Piazzale Clodio verso le 18. Teneva in mano una valigetta celeste piena di documenti e calato sul capo (forte la sua somiglianza con Roberto Benigni) un cappello nero. Qui ha pronunciato quelle che, promette, saranno le sue ultime parole per qualche tempo: «Al fine di tutelare il lavoro degli inquirenti e dare loro modo di accertare il contenuto delle mie audizioni, non rilascerò dichiarazioni per trenta giorni». Una sola postilla: «Desidero sia chiaro che ho fatto ritrovare il flauto di Emanuela per alzare l'attenzione e indurre le altre persone a parlare». E se ne è andato.

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Dopo aver riempito molte pagine di verbali, dunque, il supertestimone dei casi Orlandi e Gregori, che ha ammesso di aver fatto parte di un gruppo di «intelligence e controspionaggio» per conto di ambienti vaticani, rispetterà le consegne: un mese è il tempo stimato per le analisi sullo strumento che, grazie alle indicazioni di Fassoni Accetti, è stato recuperato nell'ex stabilimento cinematografico De Laurentis.
Ma intanto i magistrati sono chiamati anche a trovare riscontri all'enorme mole di informazioni ricevute: il fotografo e regista ha riferito di aver partecipato all'ideazione e all'organizzazione logistica del «sequestro simulato» della Orlandi, il cui obiettivo sarebbe stato fare pressioni sulla Santa Sede in chiave filo-sovietica.

La ragazza cadde in un tranello (la proposta di distribuire volantini della Avon) e quindi «fu portata via senza violenza»: sarebbe stata liberata entro poco tempo - è la versione acquisita dalla Procura - ma «la situazione precipitò» e l'azione «dimostrativa», mirata a «proteggere il dialogo tra la Curia romana e i Paesi del Patto di Varsavia», si tramutò in un incubo per la famiglia: l'attesa infinita del ritorno a casa della «ragazza con la fascetta». «Emanuela Orlandi e Mirella Gregori si sono allontanate spontaneamente e potrebbero essere ancora vive: la prima da quel che ho saputo fino a due anni fa vive forse a Parigi, la seconda tornò a Roma nel 1994 per incontrare la madre», ha ribadito mercoledì il testimone. Con un dettaglio in più: la località in cui cercare la figlia del messo pontificio sarebbe Neauphle-le-Château, paese di tremila abitanti a 40 chilometri dalla capitale francese.

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L'esame delle dichiarazioni dei precedenti interrogatori, intanto, ha consentito di gettare luce su uno dei misteri più inquietanti dei primi mesi di indagini: cosa significavano i numerosi messaggi criptati inviati alle due famiglie e ai giornali? Bastino due esempi. Il codice 158, utilizzato per ottenere colloqui diretti con l'allora Segretario di Stato cardinal Casaroli, alludeva a qualcosa: con un semplice traslazione, diventa 5-81, vale a dire maggio 1981, mese dell'attentato a papa Wojtyla. Anche le 375 mila lire che furono offerte a Emanuela per un lavoro di una sola giornata (troppe, si è sempre detto) avevano, ha spiegato Fassoni Accetti, una valenza precisa agli occhi degli «interlocutori» dei sequestratori: aggiungendo due volte il numero 1, si ottiene 13-5-17, giorno dell'apparizione della Madonna di Fatima in Portogallo.


Fabrizio Peronaci
fperonaci@rcs.it25 aprile 2013 | 12:32

Se McDonald's dura per sempre 14 anni dopo il panino è uguale

Corriere della sera

Un uomo americano ha acquistato un panino nel 1999 per una «lezione» ai suoi nipoti

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Cosa accadrebbe se conservassimo un succulento panino farcito per qualche settimana nelle nostre tasche? Sicuramente ammuffirebbe ed emanerebbe un cattivo odore. Ciò non capita ai panini di McDonald's. Lo sa bene David Whipple, un cittadino americano dello Utah che ha mostrato come un sandwich acquistato 14 anni fa in un ristorante della famosa catena di fast food sia rimasto intatto e abbia conservato lo stesso aspetto nonostante il trascorrere del tempo

L'ESPERIMENTO - Wipple ha raccontato durante il programma televisivo della Cbs «The Doctors» di aver acquistato l’hamburger nel lontano 1999. Il cittadino statunitense inizialmente avrebbe voluto conservarlo un paio di mesi per dimostrare ai suoi amici che nel panino c'erano talmente tanti conservanti capaci di mantenere il sandwich immutato. Tuttavia Wipple ha dimenticato l'oggetto del suo esperimento in un vecchio cappotto e lo ha ritrovato con tanto di scontrino solo dopo due anni. Nel 2001 il risultato già appariva stupefacente: i conservanti e gli enzimi avevano mantenuto intatto il sandwich e quest'ultimo non emanava né un cattivo odore né mostrava segni di muffa. Solo i cetriolini all'interno del panino si erano completamente disintegrati. Ma anche ora che sono passati ben 14 anni dall'acquisto l'immagine dell'hamburger non è affatto cambiata: il panino conserva il solito aspetto e non vi sono segni di deterioramento.

ESEMPIO PER I NIPOTINI - In un primo momento Whipple ha pensato di vendere «l'hamburger più vecchio del mondo» su eBay. Le offerte non sono mancate e alcuni utenti erano disposti a offrire fino a 2000 dollari pur di appropriarsi della «reliquia». Tuttavia il cittadino statunitense ha preferito tenerlo con sé e mostrarlo ai suoi nipoti ogni qual volta gli chiedono di andare a mangiare da McDonald's: «è qualcosa di fantastico da far vedere ai nipotini - ha spiegato Whipple durante lo show televisivo - Guardando questo sandwich capiranno cosa significa mangiare nei fast food».

Francesco Tortora
25 aprile 2013 | 14:23

La Orlandi? Macché rapita, è a Parigi"

Patricia Tagliaferri - Gio, 25/04/2013 - 09:41

L'uomo che ha fatto ritrovare il flauto (forse) di Emanuela, ora parla di "allontanamento volontario"


È stato lui a far ritrovare il flauto di Emanuela Orlandi e ai magistrati ha raccontato molte cose sulla sua scomparsa. Quando però ieri ha letto su un giornale che avrebbe anche ammesso di essere stato uno dei telefonisti del sequestro della quindicenne si è precipitato in Procura per rettificare: «Non c'è stato nessun sequestro: Emanuela Orlandi e Mirella Gregori si sono allontanate spontaneamente». L'ultima strampalata versione sulla scomparsa della cittadina vaticana sulla quale i magistrati romani indagano da 30 anni arriva da questo cinquantenne che gli inquirenti hanno interrogato più di una volta. L'ennesimo depistaggio? O qualcosa di credibile c'è?

Certo, se fosse vero quello che il testimone ha raccontato sulla sparizione della Orlandi, avvenuta nel giugno del 1983, e di Mirella Gregori, nel maggio dello stesso anno, l'inchiesta che cerca di fare luce su questo giallo infinito farebbe un bel balzo in avanti. Ma i pm sono molto cauti, come anche Massimo Krogh, il legale che da sempre assiste la famiglia Orlandi e che, abituato com'è a rivelazioni e farneticazioni di ogni genere, bolla come «inverosimili» le ultime novità. Comunque eccola la versione di M.F.A., così come la raccontava il Corriere della Sera di ieri. Parte tutto dal ritrovamento di un flauto, avvolto in alcuni fogli di giornale, uno dei quali del 29 maggio 1985 riportava un articolo sul sequestro.

La segnalazione della presenza dello strumento musicale suonato da Emanuela sotto una formella raffigurante una stazione della via Crucis è arrivata più di un mese fa con una telefonata alla trasmissione Chi l'ha visto. La magistratura ha acquisito il flauto sul quale ha disposto una consulenza tecnica alla ricerca di aventuali tracce organiche da comparare con il Dna della giovane o di impronte digitali, intanto è risalita all'uomo e lo ha interrogato. Lui non si è tirato indietro, anzi ha riempito pagine di verbali in cui avrebbe raccontato di aver fatto parte di un «nucleo di intelligence» che esercitava pressioni sulla Santa Sede.

Sarebbe stato lui, rivela, uno dei telefonisti del sequestro e sempre lui, il 22 giugno 1983, sarebbe stato appostato in corso Rinascimento, a Roma, per scattare fotografie alla Bmw a bordo della quale ci sarebbe stato il boss della banda della Magliana Renatino De Pedis e sulla quale sarebbe stata fatta salire Emanuela. Non sarebbe stata quella l'unica occasione in cui avrebbe visto la ragazza. Nei mesi successivi l'avrebbe incontrata tantissime altre volte, fino al dicembre del 1983, quando sarebbe stata trasferita all'estero, «nei sobborghi di Parigi». Emanuela, sostiene, non avrebbe subito violenze, avrebbe vissuto in due appartamenti e in due camper e potrebbe essere ancora viva, chissà dove, così come Mirella Gregori.

M.F.A. avrebbe fatto parte di una «lobby di controspionaggio» che avrebbe ordito una trama per condizionare la Curia nella quale si inserirebbe la scomparsa delle due quindicenni. Scomparsa che all'inizio fu «allontanamento volontario». «Creammo una trama di amiche con cui si allontanarono», dice. Una compagna di scuola, per la Orlandi, «che salì con lei su un'auto assieme a un finto prete». La Gregori, invece, si sarebbe innamorata di un membro dell'organizzazione e sarebbe fuggita all'estero per tornare a Roma nel 1994 quando avrebbe incontrato di nascosto la madre.

Insomma, un racconto a tratti inverosimile e che infatti gli inquirenti valutano con molta cautela, soprattutto alla luce della catena di depistaggi che hanno scandito le inchieste giudiziarie sulla sparizione delle due giovani. Certo se la consulenza tecnica sul flauto dovesse confermare che era proprio quello di Emanuela l'attendibilità del testimone dovrebbe essere rivalutata.

Se le storie lacrimevoli sui cani nascondono truffe

Oscar Grazioli - Gio, 25/04/2013 - 13:07

Il caso del pastore tedesco che non è stato né rapito né avvelenato


Sembrava lo avessero avvelenato, sembrava avere passato giornate in stato comatoso, insomma la classica notizia sulla crudeltà umana che ogni giorno si sfoga sui nostri più fedeli amici.
 

Questo almeno il tam tam che rimbalzava in questi giorni sulla Rete e anche su numerosi quotidiani. «È gente cattiva» mi dice al telefono il proprietario di Rocky, un siriano da anni residente a Carrara. «Gente cattiva che lo ha anche picchiato per strada». Per fortuna, lo scriviamo subito, Rocky oggi sta bene. Dopo essere stato male per alcuni giorni, è stato inviato dal suo «medico di base» alla Clinica Veterinaria Borghetti di Carrara, struttura ben attrezzata per affrontare emergenze.

Il proprietario di Rocky è assolutamente convinto che sia stato avvelenato da qualcuno geloso della sua fama. In realtà i veterinari che lo hanno visitato e hanno eseguito le opportune analisi, lo escludono. Rocky dovrà essere operato fra qualche giorno, ma per altri problemi emersi durante le indagini cliniche del sospetto avvelenamento. Nulla di grave: un piccolo nodulo al testicolo, molto frequente in cani anzianotti come lui (10 anni).

La storia di Rocky, un bel Pastore Tedesco maschio, è piena d'avventure. Sei anni fa, mentre il padrone fa il bagno, un gruppo di nomadi (pare) rapisce il cane. Il padrone, disperato a causa della perdita, incomincia a cercarlo per tutto lo Stivale e in tutti i modi. Forse spaventato dal «rumore», chi lo aveva rubato lo lascia andare ed è una famiglia di Salerno che lo adotta.

Vista la sua propensione a scappare, stranamente invece di controllare se porta un tatuaggio (in fin dei conti è un bel Pastore Tedesco giovane) gli applica una medaglietta col numero di telefono. Il cane viene poi ritrovato a Pisa dove finalmente qualcuno si accorge che ha un tatuaggio con tanto di numero d'identificazione del proprietario. Resta comunque il fatto straordinario che Rocky ha camminato verso Nord per oltre 600 chilometri alla ricerca del suo padrone.

Rocky e il suo padrone sono figure abbastanza note localmente, un po' per quell'episodio e un po' per qualche stravaganza di troppo. Il giovane infatti ama viaggiare sul suo scooter con il cane. I vigili del posto qualche volta chiudono, un occhio qualche volta lo sanzionano. Ma dove Rocky torna alla ribalta della cronaca è quando, a Forte dei Marmi, il suo padrone lo fa viaggiare con il casco e gli occhiali da sole. Lì scherzano poco e la sanzione pesante viene pagata da alcuni cittadini di Carrara, impietositi soprattutto da un cane che si presenta in centro, durante le feste, vestito da Babbo Natale.
Per fortuna, questa volta, la crudeltà umana sembra non c'entri proprio nulla. D'altronde, soprattutto nel campo degli animali, la Rete è piena di bestie che si chiamano «bufale» che non meritano protezione.

Curiosity disegna un pene su Marte: imbarazzo alla Nasa

Il Messaggero


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NEW YORK - Imbarazzo e facce rosse alla Nasa: come scrivono i tabloid americani l'ente spaziale americano è stato scoperto con «le brache calate» quando il robottino Curiosity, atterrato lo scorso agosto su Marte in cerca di tracce di vita, ha tracciato sulla superficie del pianeta l'inconfondibile sagoma di un organo sessuale maschile. Disegnino in tutto e per tutto simile a quelli che adornano tanti bagni pubblici e che le fotocamere della Nasa hanno ripreso e postato sul sito. L'immagine è immediatamante diventata popolare in rete con milioni di clic (e le inevitabili battute) dopo che è stata scoperta dal sito di condivisione Reddit.

L’inglese che vendeva finti rivelatori di bombe

La Stampa

Un ex poliziotto per anni ha venduto apparecchi falsi anche in Iraq. Centinaia i morti causati dai mancati controlli

claudio gallo
corrispondente da londra


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Potrebbe essere una comica invece è una tragedia. James McCormick, 57 anni, ex poliziotto diventato businessman ha venduto per anni apparecchi per rintracciare esplosivi e droga che erano soltanto una scatola vuota, fatta con un aggeggio per ritrovare le palline da golf da 25 sterline. Peccato che poi i miracolosi apparecchi erano venduti a 7000 sterline. Farebbe ridere, se non fosse che buona parte delle vendite sono finite in Iraq, dove le autobomba non sono uno scherzo. Si calcola che i morti provocati dai mancati controlli siano centinaia. Arrestato nel 2010, l’inventore è oggi sotto processo a Londra.

McCormick, che si era comprato la casa di Nicolas Cage a Bath, millantava di avere 4 laboratori in Romania, due in Gran Bretagna e alle spalle un genio «tipo Mr Q di James Bond». Ovviamente al mondo non sono tutti cretini, le Giubbe Rosse canadesi ad esempio non comprarono l’apparecchio perché alla loro domanda: «Come funziona?», il truffatore rispose: «Funziona e basta».

Il problema è che McCormick vendeva nelle fiere autorizzate dal governo inglese e usava abusivamente marchi di varie associazioni di categoria. Aveva insomma un’apparenza di credibilità. E, nonostante varie segnalazioni, Londra ci mise più di un anno a intervenire. D’altra parte, neanche gli iracheni che comprarono 6mila esemplari di Advanced Detecting Equipment erano cretini,
semplicemente erano corrotti. Ma dopo che a Baghdad un camion con dei razzi aveva passato 23 check-point, qualcuno cominciò a farsi delle domande.

Il capo degli artificieri di Baghdad, generale Jihad al Jabiri è finito in prigione con altri due. E la lista di quelli che stanno per raggiungerli si sta allungando. Il cercapalline da golf taroccato è stato venduto in Libano, a una agenzia Onu, ad alberghi di lusso, in Iran, Cina, Usa, Canada e Belgio. Neppure Gheddafi se li era fatti mancare. Si ritiene che McCormick abbia guadagnato almeno 50 milioni di sterline. È incredibile come, al di la delle bustarelle, un mondo ossessionato dalla tecnologia onnipotente si faccia poi fregare da una scatola vuota.

Quel «difetto» nel cosmo che ci ha salvato dall'annientamento

Antonino Zichichi - Gio, 25/04/2013 - 13:03

Ricercatori italiani scoprono un'asimmetria dell'universo che spiega perché la materia ha "vinto" sull'antimateria

Un antigelato di fragola sarebbe esattamente eguale al nostro gelato di fragola: stessa forma stesso sapore. Ad assaggiarlo però dovrebbe essere un nostro fratello cosmico fatto di antimateria.

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Basterebbero infatti appena un grammo e mezzo di antigelato di fragola e un grammo e mezzo della nostra lingua per produrre la stessa energia della bomba che distrusse Hiroshima. E infatti quando materia e antimateria sono in contatto si annichilano trasformando la loro massa in Energia. È incredibile che nessun pensatore di qualsiasi epoca e civiltà abbia mai avuto l'idea che potesse esistere questo fenomeno fisico - l'annichilazione - scoperto nel 1929 da un gigante della Scienza Moderna, Paul Dirac. L'annichilazione esige l'esistenza di particelle e antiparticelle, di Materia e di Antimateria, di Stelle e Galassie e di anti-Stelle e anti-Galassie.

Supponiamo che ci sia nell'universo un sistema planetario-solare simile al nostro, con miliardi di abitanti alcuni dei quali impegnati a studiare se esistono altre stelle con satelliti in cui possa esserci la vita come quella a loro familiare. Supponiamo che questi nostri fratelli del cosmo abbiano scoperto cose che noi ancora non abbiamo saputo scoprire. E supponiamo che essi abbiamo saputo inventare tecnologie tali da potere viaggiare con navicelle spaziali in grado di superare difficoltà dinanzi alle quali noi dobbiamo arrenderci.

Essendo questi nostri fratelli cosmici in grado di partire con le loro astronavi e sapendo molto più di tutto quello che noi sappiamo, dovrebbero sapere che alle origini dell'Universo, ai tempi del Big Bang, c'erano quantità eguali di particelle e di antiparticelle. Attraverso una serie di processi a loro ben noti, le particelle si sono trasformate in materia e le antiparticelle in antimateria fino a potere avere gelati e antigelati. Però osservando l'universo - come sappiamo fare noi, quindi anche loro - viene fuori che esso sembra sia fatto soltanto di materia. Appare quindi che di antimateria non ce ne sia più.

Noi però abbiamo sulla Iss (Stazione Spaziale Internazionale) un esperimento progettato per darci certezza che non ci siano zone nell'universo in cui possa esserci una realtà fatta di antimateria. Essendo loro più bravi di noi, sanno che per essere sicuri è necessaria una prova sperimentale. E questa non esiste. Potrebbero quindi esserci nel mondo galassie e anti-galassie, stelle e anti-stelle. I nostri fratelli cosmici dovrebbero mettersi in contatto radio con noi per sapere se la materia di cui siamo fatti ha le cariche elettriche e nucleari opposte a quelle della loro materia che in questo caso sarebbe antimateria. Vediamolo in modo più esatto.

Le stelle sono fatte di materia, le anti-stelle di antimateria. Per avere la materia non basta avere antiparticelle. Sono necessarie ben altre due cose. La prima è la forza nucleare, la seconda è la forza elettromagnetica. La forza nucleare serve per incollare le particelle con cariche nucleari creando così i nuclei atomici. La forza elettromagnetica serve per incollare gli elettroni ai nuclei per fare gli atomi. Per avere un gelato sono necessarie tre particelle (protoni, neutroni ed elettroni) e due forze (nucleari ed elettromagnetiche).

Per avere un anti-gelato sono necessarie tre antiparticelle (antiprotoni, antineutroni e antielettroni) e le stesse due forze. Se tutte queste cose obbedissero alle Leggi di simmetria C e P su cui sorvoliamo non sarebbe possibile capire come mai il mondo è fatto solo ed esclusivamente di stelle e galassie senza che ci sia alcuna evidenza per l'esistenza delle anti-stelle e delle anti-galassie. La via d'uscita è la simultanea violazione delle due Leggi di simmetria C e P, quindi di CP, come ci dicono i risultati dei ricercatori italiani al Cern e resi noti ieri.

Osservando la luce che viene dalle stelle e dalle galassie non è possibile stabilire se sono fatte di materia o di antimateria. Motivo: luce e anti-luce sono equivalenti. Ecco perché non è possibile per gli astronomi distinguere una stella da un'anti-stella. Né una galassia da un'anti-galassia. Se sapessimo costruire astronavi in grado di andare su un'altra galassia dovremmo prima di tutto riuscire a comunicare con qualche nostro fratello cosmico. A lui chiederemmo di ripetere lo stesso esperimento fatto al Cern con la macchina Lhc.

Otterrebbe gli stessi risultati. A questo punto gli chiederemmo di fare una verifica. L'anomalia nelle particelle ottenute con l'esperimento è legata a un segno della carica elettrica. Se questa carica elettrica è il contrario del segno delle cariche elettriche delle particelle leggere che fanno i suoi atomi allora lui è fatto di materia come siamo fatti noi. Se il segno è lo stesso allora lui è fatto di antimateria. In questo caso non sarà mai possibile pensare a un abbraccio. Possiamo parlare via radio, scambiarci qualsiasi segno di cordialità e anche di affetto, ma restare sempre lontani, lontanissimi. Il prezzo da pagare se volessimo abbracciarli sarebbe l'annichilazione.

S. Anna di Stazzema l’ultimo carnefice non vuole ricordare

La Stampa

Karl Gropler vive in un paesino tedesco. Lo abbiamo rintracciato: “Io non ero lì”

niccolò zancan
inviato a Wollin (Germania)


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L’ultima speranza è dietro questo portone di legno giallo. «Attenti al cane», c’è scritto. In via Haupstrasse tira vento. Passa il camioncino dell’immondizia a raccogliere i sacchetti lasciati sul ciglio della strada. Una signora con i capelli bianchi ricci accelera le sue pedalate per diffidenza. Siamo degli intrusi. È un paese perso nelle foreste. Settanta chilometri da Berlino. Oblio in terra. Rumore di zappe, cinguettio di uccelli. E dietro al portone, c’è un uomo di novant’anni che può dire per la prima volta quello che nessuno ha mai detto.

Karl Gropler è uno dei dieci ufficiali delle SS condannati all’ergastolo per l’eccidio di Sant’Anna di Stazzema. Otto sono morti. Gli ultimi due, quest’anno. Il nono è il comandante Gerhard Sommer. Non si è mai fatto interrogare. È ricoverato in una casa di riposo di Amburgo. Neppure viene a rispondere al telefono. E comunque, per il procuratore militare Marco De Paolis: «È sempre rimasto fedele all’ideologia nazista». Resta il sergente Gropler. L’ultimo carnefice. L’ultimo testimone. L’ultimo che può dire una parola di comprensione e pietà sulla prima strage di civili in Italia, alla fine della Seconda guerra mondiale. 

Il sergente ha firmato due verbali. Il primo in qualità di testimone: «Siamo saliti in cima al monte. Io e altri soldati tedeschi abbiamo accompagnato un gruppo di civili che dovevano riunirsi sulla piazza davanti alla chiesa...». Ricorda di essere stato a Sant’Anna di Stazzema la mattina del 12 agosto 1944. Ma nel verbale successivo, quello da indagato, non ricorda più nulla. Al punto che il procuratore De Paolis sbotta: «Ho l’impressione che lei ci stia prendendo in giro». Suoniamo al campanello. 

Per primo esce il nipote. È un ragazzo di 28 anni già stempiato, si chiama Conrad: «Mio nonno è un uomo molto anziano e malato. Ha sempre sostenuto di non aver partecipato al massacro. Ogni volta che pensa a quel periodo, cade in un incubo. Non voleva arruolarsi». Anche su questo punto, per la verità, la procura militare italiana eccepisce. Secondo i documenti ufficiali, Karl Gropler si arruola nella gioventù hitleriana nel 1937, quando la leva era ancora su base volontaria.

Nel 1942 entra nelle SS. Diventa un membro delle famigerate «Totenkopf». Responsabile della disciplina e della sicurezza nei campi di concentramento. Va sul fronte russo, a Karkow. Dove si ricorda una delle stragi naziste più sanguinose. È ancora sul fronte in Polonia, Ungheria, Prussia, Italia. La sua artiglieria è a Sant’Anna di Stazzema nell’agosto del 1944. Come risulta da diversi documenti d’epoca, oltre che dalla testimonianza di un soldato: «Gropler era capopezzo».

Il sergente torna a casa nel 1945. Non si allontana più da Wollin. Da questo paese dell’ex Germania Est, antinazista per costituzione. Il signor Gropler si mette a lavorare nella cooperativa agricola Lpg. Coltiva patate e mais. Produce mangimi per animali. Fa quattro figli. Non parla del passato. Soltanto l’ex collega Kahl Udeke, attuale vicino di casa, ha un ricordo che lo inquieta: «Una volta, tanto tempo fa, mi ha fatto vedere il tatuaggio delle SS sul braccio». Per il resto, il sergente Gropler sta al riparo dai suoi incubi. «Mai una parola su quel periodo», dice l’amico Fritz Lenz. La figlia Ingrid è impiegata all’Ufficio delle Entrate: «Io credo a mio padre.

Era in Toscana, ma non ha partecipato al massacro. Se fosse stato colpevole, non sarebbe mai andato in vacanza in Italia sul lago di Garda». Non ci sono foto di Karl Gropler. Né all’epoca delle SS, né attuali. La figlia e il nipote lo proteggono. Vogliono che resti chiuso in casa. «Abbiamo già avuto molti problemi, pagato 120 mila euro di spese processuali. Hanno fatto una manifestazione antifascista qui davanti. Due omonimi Karl Gropler, che non c’entrano, hanno avuto dei problemi». Alla fine, però, accettano di andare a parlare con il Gropler che c’entra. Aprono il portone di casa. In cortile c’è una vecchia Opel senza targa. Un gatto grasso. Attrezzi da lavoro.

Ed ecco quello che l’ultimo testimone dell’eccidio di Sant’Anna di Stazzema ci tiene a far sapere: «Il diritto tedesco si basa sul fatto che si deve provare la colpa di ogni singola persona. Io non ho niente da temere perché non ero lì». Non una parola di più. Nulla sul soldato che uscì dal massacro suonicchiando un’armonica a bocca. Nulla sul tedesco che giocava a tirassegno con i cadaveri. Nulla sui corpi bruciati insieme agli armadi e le raffiche di mitra a falciare i bambini. Nulla nemmeno sulle parole del soldato semplice Ignaz Lippert: «Erano orgogliosi. Euforici per quello che avevano fatto. Vere SS. Per loro non era mai abbastanza».

Non c’erano partigiani nella zona, solo popolazione inerme. Il sergente Gropler non ricorda più. «Per fortuna non ho dovuto partecipare», dice. Nulla sulla signora Lina Antonucci che corse nella stalla e si salvò sepolta viva dai cadaveri. Nulla di Ennio Navari, nascosto dentro il forno del pane. Nulla per Mario Marsili che aveva sei anni, e la madre lo appese a cavalcioni in alto sulla stalla un attimo prima di essere ammazzata. «Urlavano. Sembravano drogati» disse Elio Toaff che si era rifugiato proprio su quelle montagne, molti anni prima di diventare rabbino. Lasciarono dietro di loro 560 vittime innocenti. 

Sono successe molte cose in questi anni. I pochi sopravvissuti, come Ennio Mancini e Enrico Pieri, hanno testimoniato ogni giorno contro il silenzio. Gli storici Paolo Pezzino e Carlo Gentile hanno ricostruito i fatti. Il procuratore De Paolis ha ottenuto dieci ergastoli. La procura di Stoccarda, invece, ha archiviato. Eppure gruppi di cittadini tedeschi sono venuti a Sant’Anna a piangere. E il 22 marzo scorso anche i presidenti Gauck e Napolitano sono rimasti in silenzio vicini, mano nella mano, davanti alla lapide in memoria dei martiri. Ma i protagonisti di quella mattina di orrore continuano un’inesorabile opera di rimozione. Eccolo, il sergente Gropler, dietro al portone giallo: «Io non volevo andare. Prendetevela con lo Stato tedesco, piuttosto. Non con me». 

Doppia blindatura per Twitter. Contro il furto di account

Corriere della sera


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Contro i continui furti di account – ieri era stata la volta di quello della Associated Press da parte dello stesso gruppo siriano che aveva colpito l’account Bbc – Twitter starebbe lavorando a un sistema di autenticazione che, oltre al “nome utente” – il nome dell’account o la mail – e la password, prevederebbe l’inserimento di un altro codice, generato al momento e inviato a un dispositivo registrato precedentemente. Lo racconta l’Ansa che raccoglie un articolo esclusivo di Wired Usa: la seconda fase di verifica sarebbe in fase di test interno e mira appunto a ridurre le intrusioni nel social network.

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Con la crescita esponenziale dell’importanza di Twitter nel mondo dell’informazione ed economico, nella sede di San Francisco si lavora a una maggiore blindatura dei profili. Oltre a login tradizionale, il sistema prevedrebbe l’inserimento di un codice inviato a un dispositivo precedentemente indicato (il cellulare ad esempio) qualora si effettuasse l’accesso a Twitter da una postazione diversa da quella usuale.

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Twitter, osserva Wired, a febbraio aveva pubblicato un’inserzione di lavoro per cercare ingegneri che lavorassero a questo tipo di soluzioni per la sicurezza. L’ultimo, clamoroso, caso di furto di identità sui social network è appunto quello di ieri: sull’account dell’Associated Press la Syrian Electronic Army (il cui account è stato sospeso) ha pubblicato un tweet con la notizia di esplosioni alla Casa Bianca che avrebbero coinvolto il presidente Obama. Un lancio che ha seminato il panico per qualche momento, con tanto di brusca frenata di Wall Street.

Cina, fallisce il tentativo di importare il «caffè sospeso»

Il Mattino


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PECHINO - I cinesi di Shanghai non sono come i napoletani e un'associazione caritatevole ha dovuto rinunciare al progetto del "caffè sospeso" per aiutare i bisognosi. Lo scorso 16 aprile Chiato Coffee, una caffetteria che si trova in un angolo della biblioteca di Pudong, il quartiere nuovo di Shanghai, ha accolto l'invito di una associazione caritatevole. Ogni cliente che acquistava un caffè, avrebbe avuto la possibilità di comprarne un altro "sospeso" da donare ad uno studente che affolla la biblioteca e non ha le possibilità per acquistare una bevanda, o per un povero che voglia ripararsi dal freddo.

Ma dall'inizio dell'attività benefica, nonostante il caffè sia molto affollato, solo 31 persone hanno acquistato un caffè sospeso, facendo decidere per la cancellazione dell'iniziativa. Lo Shanghai Daily, nel riportare la notizia, ricorda proprio come sia Napoli la città dove questa iniziativa è ormai tradizione. Alcuni giovani intervistati hanno però riconosciuto la bontà dell'iniziativa, chiedendo che venga applicata anche ad altri prodotti.

mercoledì 24 aprile 2013 - 15:03   Ultimo aggiornamento: 16:04

L'uomo che ricava l'oro da quello che si butta

Corriere della sera

La Chimet di Arezzo ha portato il suo fatturato da 500 milioni a 1,2 miliardi. Il metallo prezioso estratto dai computer fuori uso

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È una storia iniziata tremila anni fa ma oggi mostra come l'economia italiana, nella caduta più lunga, a suo modo risponda ai mercati globali. Andrea Squarcialupi, 48 anni, consigliere delegato e azionista di controllo della Chimet, di recente ha più che raddoppiato il fatturato della sua azienda. Nel frattempo fra le colline di Badia al Pino e tutto intorno in Val di Chiana, in un distretto orafo la cui tradizione risale agli etruschi, molte altre imprese chiudono o si affidano alla cassa integrazione.

La differenza è che quasi tutti comprano oro grezzo dall'estero, in lingotti, per farne gioielli o monili e venderli almeno in parte in Italia. La Chimet di Squarcialupi invece segue la strategia opposta. Dagli Stati Uniti, dalla Germania o dalla Malesia importa avanzi di vecchi computer, pezzi di marmitte catalitiche usate, crogioli bruciati. Poi li fonde in forni elettrici ad altissima temperatura. Infine ne estrae i pochi grammi d'oro, argento, platino, rodio o palladio, ne fa barre o lingotti. E li esporta: da qualche anno soprattutto la Svizzera e la Gran Bretagna sono grandi compratori. Anche l'Italia ha più che decuplicato le sue esportazioni di metallo giallo in pochi anni e la Chemit è l'emblema di questo boom silenzioso.

Dall'inizio di questa crisi il fatturato dell'azienda è salito da mezzo miliardo a 1,2 miliardi di euro. Questa è una delle poche imprese del distretto a non aver perso un solo posto di lavoro e lo stesso accade alle sue concorrenti (più piccole) negli altri distretti dell'oro attorno a Alessandria, Vicenza e a Valenza Po. Perché l'Italia, un Paese così lento ad adattarsi alle trasformazioni globali, questa volta ha fatto presto. Dopo il crac di Lehman, all'esplosione della domanda di metallo giallo fra gli investitori, le famiglie e le imprese italiane hanno dato una risposta da manuale di economia: hanno creato l'offerta. Le imprese come la Chimet di Squarcialupi hanno iniziato a importare rifiuti industriali dal resto del mondo. In questi anni di crollo dei consumi e dell'import di qualunque prodotto, l'acquisto di scarti e rifiuti dall'estero è esploso: secondo l'Istat, valeva circa due miliardi di euro nel 2005 ed è salito a 5,3 miliardi nel 2011.

Molto si deve a imprenditori come Squarcialupi, che hanno capito come l'aumento dell'oro (da 750 dollari l'oncia nell'ottobre 2008 a 1.800 nell'agosto 2011) rendeva convenienti anche certe procedure per cui serve una pazienza da artigiano etrusco: il cuore metallico di un vecchio computer può contenere fra 0,10 e 0,20 grammi d'oro per chilo; l'interno di una marmitta catalitica, se fuso, può liberare platino, radio, palladio. Squarcialupi sa bene perché il prezzo sale tanto. Dal 2009 le banche centrali di Cina, India e Russia hanno aumentato le loro riserve d'oro di circa mille tonnellate, e molti fondi d'investimento hanno venduto certificati di lingotti ai loro clienti. Un po' di quel metallo viene dall'Italia, anche perché l'impennata delle quotazioni internazionali e il crollo dei redditi in Italia ha spinto molte famiglie in difficoltà a vendere braccialetti, collane e posate ai Compro Oro spuntati come funghi in tutte le città.

Il risultato è un nuovo tipo di made in Ital y, quello in lingotti. Nel 2007 l'Italia ha esportato oro grezzo per 727 milioni di euro, nel 2012 il fatturato ha sfiorato gli otto miliardi: oltre dieci volte di più. Solo una parte del balzo si spiega con l'aumento del prezzo, il resto è tutto dovuto al ricorso ai Compro Oro per arrivare a fine mese e al riciclaggio di rifiuti importati. Nel frattempo l'import del metallo della Gran Bretagna è salito da 15,9 a 58,5 miliardi di euro, mentre la Svizzera ha addirittura smesso quasi per pudore di pubblicare i suoi dati. Sono grandezze che cambiano un'economia. Mandando all'estero il loro oro grezzo, gli italiani nel 2012 hanno fatturato molto più che con l'export di tutto il settore agricolo o con quello degli elettrodomestici; con i lingotti hanno incassato non molto meno che con le vendite di auto oltreconfine. «Da noi è un'arte millenaria - dice Squarcialupi -. Alla fine dobbiamo lavorare con quello che c'è».

Federico Fubini
25 aprile 2013 | 9:00

Addio ad Anna Proclemer

Corriere della sera

L'attrice è morta a Roma nella notte: aveva 89 anni



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ROMA - La grande attrice Anna Proclemer è morta serenamente in casa a Roma nella notte. Avrebbe compiuto 90 anni il 30 maggio. Era nata a Trento nel 1923. Ne ha dato notizia la figlia Antonia Brancati.

IL LUTTO - E tutto il mondo dell'arte italiana piange per la scomparsa della grande attrice. Grande interprete di teatro, Anna Proclemer debuttò nel 1942 in Nostra Dea di Massimo Bontempelli con il Teatro dell'Università di Roma. Durante la guerra recita con il Teatro delle Arti di Anton Giulio Bragaglia, in seguito con la compagnia dell'Idi, la compagnia Pagnani-Cervi e quella di Ricci. Lavora con Vittorio Gassman e Luigi Squarzina al Teatro d'Arte e, ancora, al Piccolo Teatro di Milano diretta da Giorgio Strehler.

AL CINEMA - Al cinema è protagonista di circa 15 film, ma ne interpreta diversi altri da comprimaria. Negli ultimi anni era stata voluta da Ferzan Ozpetek per Magnifica presenza (uscito l'anno scorso) e da Vincenzo Salemme in No problem, del 2008. Sul grande schermo è stata anche la voce di Yvonne Sanson, scelta da Alberto Lattuada, in Il delitto di Giovanni Episcopo, di Anne Bancroft in Anna dei miracoli, interpretandone successivamente il ruolo in una famosa riduzione televisiva del 1968, di Greta Garbo nei ridoppiaggi degli anni '50 di Grand Hotel (1932) e Anna Karenina (1935). Nel 1946 sposa lo scrittore Vitaliano Brancati, dal quale avrà la figlia Antonia, che giovedì ha dato notizia della sua scomparsa. Brancati scrive per lei il testo teatrale La governante. Si separano nel 1954, poco prima della morte di lui.

TEATRO - Due anni dopo, con Giorgio Albertazzi darà vita a un lungo sodalizio artistico e sentimentale. Al suo fianco è la sua prima apparizione televisiva, tre anni dopo nello sceneggiato televisivo L'idiota, cui fanno seguito molte altre, soprattutto in riduzioni di spettacoli teatrali. Nel suo repertorio, testi di Pirandello, George Bernard Shaw, Lillian Hellman e D'Annunzio. Nel 2011 le è stato assegnato il premio Alabarda d'oro alla carriera per il teatro.

Redazione Roma Online
@corriereroma25 aprile 2013 | 11:38