mercoledì 24 aprile 2013

YouTube compie 8 anni: ecco il primo video caricato

Il Messaggero


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Esattamente otto anni fa, alle 8 di sera del 23 aprile del 2005, veniva caricato il primo video sul neonato sito web Youtube. Si trattava di una clip di 20 secondi appena, dal titolo "Me at the Zoo", in cui si vede il co-fondatore di questo nuovo strumento che avrebbe stravolto la rete, il giovane Jawed Karim, davanti ad alcuni elefanti nello zoo di San Diego. Quel video (qua sotto) è stato visto da 10 milioni di persone. Ma da quel giorno è cambiata radicalmente in tutto il mondo il rapporto di ognuno con la tv e il computer. Youtube, accattivante sin dal nome, era stato creato un mese prima, a febbraio, da tre giovani amici, ex impiegati di PayPal, Chad Hurley, Steve Chen e appunto Jawed Karim, tutti e tre di San Bruno, in California.

Da quel momento è stato un boom che non ha mai conosciuto un momento di crisi: il sito è stato lanciato ufficialmente nel novembre 2005 e già nel luglio 2006 la compagnia annunciò che erano stati scaricati 65 mila nuovi video al giorno e che tutto il sito era stato cliccato da circa 100 milioni di utenti, sempre nell'arco di 24 ore. Nel novembre del 2006, la Youtube, L.L.C. venne comprata da Google per 1.26 miliardi di euro. E ora il marchio Youtube opera come affiliato a quello di Google con numeri da capogiro: in questi otto anni sono stati caricati milioni di video, visti da oltre un trilione di utenti.




E si calcola che nel 2007 abbia assorbito per numero di contatti l'intera gamma di 'navigantì di tutta la rete, esistente nel 2000. Del resto, vedere un video su Youtube è diventato un'azione comune per quasi tutti nella vita di ogni giorno. Si calcola che in un solo mese da questo sito di video-sharing passano più contenuti visuali di quanti l'industria cinematografica, con i suoi studios miliardari, ne abbia prodotti negli ultimi 60 anni della sua storia. Dal famosissimo video del neonato che morde il dito al fratello (Charlie bit my finger con oltre 500 milioni di clic) a quello dedicato a Kony2012 (97 milioni di contatti), passando dalla clip di Gangnam Style (che detiene il record con 1,5 miliardi di visioni), Youtube ha informato, divertito, emozionato tutta quella parte del mondo industrializzato che ha a disposizione un computer o un tablet.

Ingroia, il nuovo ufficio è pronto

La Stampa

I tecnici hanno completato l’allestimento della stanza che dovrebbe ospitare il pm trasferito da Palermo ad Aosta dopo l’avventura elettorale.

aosta

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È tutto pronto alla procura della Repubblica di Aosta per accogliere il pm Antonio Ingroia, trasferito nel capoluogo valdostano con un decreto ministeriale - firmato dal ministro Paola Severino - che dispone la reimmissione in ruolo dell’ex procuratore aggiunto di Palermo. Oggi i tecnici hanno completato l’allestimento dell’ufficio, al piano rialzato del secondo piano del palazzo di Giustizia. All’esterno della stanza è stata piazzata la targa «Sostituto procuratore della Repubblica dr. Antonio Ingroia». 

Il caffè a 50 centesimi Arriva la tazzina anti-crisi

La Stampa

In giro per l’Italia si moltiplicano i bar che offrono delle promozioni: «Ci guadagniamo di meno subito, ma alla fine ne vendiamo di più. La clientela è quasi raddoppiata»

anna martellato
verona


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Rinunciare alla cara, italianissima tazzulill’ e’ caffè al bar? Se non si può, a volte si deve: in molte città il caffè supera di parecchio il costo di 1 euro, e in tempo di crisi è diventato per molti un lusso, portando gli italiani a rinunciarvi, o a servirsi della macchinetta in ufficio. Ma se i tempi duri fanno cambiare agli italiani le loro abitudini preferite, c’è anche chi la crisi la sfida servendo il caffè a 50 centesimi e arrivando così nel giro di qualche mese a quadrublicare le vendite. Una vera e propria tazzina anti-crisi, insomma: sia per gli avventori, sia per i gestori. Succede nel cuore di Verona, a due passi dall’Arena, dove Frank Sambo, titolare del bar “Come Sinatra Caffè”, insieme alla moglie Marika ha deciso di servire l’espresso ai suoi clienti al “prezzo di realizzo” abbassandolo quindi da 1 euro a 50 centesimi (contando che in qualche luogo più chic della città il caffè si paga anche 1 euro e 20 centesimi).

Non una promozione, non un ritocco “dimostrativo” di qualche centesimo, ma un vero e proprio dimezzamento. “Normalmente nel giro di poche ore ne consumiamo un chilo o più, il che significa che vanno via almeno 120 tazzine”, dice Frank Sambo in un’intervista rilasciata al Corriere di Verona. Una bella differenza per un piccolo bar. E infatti, guarda un po’, i conti tornano (per una buona volta nelle tasche di tutti): “con il caffè normale (quello d’orzo e decaffeinato in partenza costano di più, ndr) ci stiamo tranquillamente dentro - spiega Fank-. Noi lo compriamo a 25 euro al chilogrammo, il che significa che abbiamo un costo di 20 centesimi a tazzina. Pur tenendo conto delle spese, quindi, a 50 centesimi ad espresso un guadagno riusciamo ad averlo. E questo garantendo qualità di prodotto e di servizio”.

In tempi in cui la gente sta attenta a tutto “ha un valore anche l’avere la possibilità di far bella figura offrendo l’espresso ma pagandolo la metà. Anzi, devo dire che da quando qui costa 50 centesimi capita anche che ci sia chi invece di prendere il resto preferisce lasciare un caffé pagato ad altri, chiunque essi siano. Per quanto mi riguarda sono convinto che in questo particolare momento sia quanto mai necessario inventarsi delle novità per continuare a fare commercio”. Un’idea che a Frank è venuta in mente nel novembre scorso: allora era solo una promozione, ma nel tempo è diventata una caratteristica apprezzata. Non è l’unico in Italia: anche in un noto bar su Corso Vittorio Emanuele, a Campobasso, il titolare ha deciso di abbassare il prezzo del caffè a 50 centesimi per “venire incontro ai clienti sempre più imbarazzati al momento di tirare fuori il portafogli e pagare anche per l’amico o il collega”.

Anche in questo caso, come riporta il sito locale Primonumero, i risultati sono stati positivi: “Ci guadagno di meno nell’immediato, ma ne vendo di più e la mia clientela è praticamente raddoppiata”. Anche a Treviso Marcello Bassetto, 39 anni, titolare dell’ Insomnia Cafè ha deciso di abbassare il costo del caffè nel suo locale: 80 centesimi per un liscio in tazzina. E a Reggio Emilia? Ancora l’anno scorso in un bar in via Emilia San Pietro, il caffè viene 70 centesimi, e i clienti sono tornati a frequentare il locale, che da poco aveva cambiato gestione. “Non si vedevano clienti, così ho deciso di abbassare il costo della tazzina e ora davanti al mio bancone c’è la fila”.

Mia figlia derubata, aggredita e derisa dal rapinatore»

Il Messaggero

L'imprenditrice denuncia in una lettera: «Il malvivente è tornato per farci vedere che era libero»


LATINA - Daniela Claretti, titolare del negozio Benetton di Latina, e rappresentante del Comitato Negozianti Centro Storico di Latina ha scritto una lettera aperta, dopo che sua figlia è stata vittima di una rapina, con la quale intende sottolineare la difficoltà di fare il proprio mestiere, i rischi che si corrono dato l’imbarbarimento della società e, con amarezza, la non certezza di una sanzione nei confronti di chi commette azioni delittuose.

Cattura«Scrivo questa lettera sfogo non in qualità di imprenditrice ma di mamma e di cittadina, che ha a cuore famiglia e la città dove lavora. I fatti: venerdì pomeriggio un ragazzo romeno si aggira per gli scaffali del negozio di via Diaz, prova diversi capi d’abbigliamento fin quando mia figlia, Simona, gli chiede gentilmente se può essergli utile.

Questi reagisce in malo modo e le getta addosso il vestiario che stava provando, rovinato per via dell’antitaccheggio strappato e fatto sparire. Nasce un’animata discussione tra i due, poi il ragazzo afferra alcune magliette e scappa, mia figlia lo rincorre e lo raggiunge fuori dal negozio e lì il ragazzo colpisce con un violento pugno mia figlia che cade sull’asfalto svenuta. Poi arrivano dei ragazzi che lo bloccano e lo consegnano alla Polizia. Ma la gravità maggiore dei fatti secondo me, arriva dopo l’arresto del ragazzo.

La procura ne chiede i domiciliari, il gip gli infligge soltanto l’obbligo di firma, fino al giorno dell’eventuale processo in programma a fine maggio. La delusione per questa palese ingiustizia si consolida il giorno dopo quando il ragazzo con i suoi amici si ritrova sotto i portici di via Diaz, di fronte al nostro negozio a bighellonare con l’intento di sbeffeggiare chi ha aggredito appena due giorni prima. Se questa è la punizione per chi trasgredisce che senso hanno le leggi? Se chi punisce sa perfettamente che la pena non arriverà mai se non attraverso una semplice forma di rimbrotto, non siamo forse davanti a uno stimolo a delinquere? La domanda che adesso vorrei porre al gip è: se lui avesse una figlia che rincasando sorprendesse i ladri e questi per fuggire la colpissero violentemente, come si comporterebbe?».

Daniela Claretti (commerciante di Latina)

Mercoledì 24 Aprile 2013 - 12:35
Ultimo aggiornamento: 12:36

I Tunes, ricariche al bancomat: iniziativa Bnl in tutta Italia

Il Messaggero


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ROMA - Bnl gruppo Bnp Paribas renderà disponibile a breve, per clienti e non clienti, il servizio “ricarica iTunes” dai circa 2000 sportelli bancomat della Banca presenti in tutta Italia. Sarà possibile scegliere tra diversi tagli -15, 25 e 50 euro- da utilizzare per l'acquisto di musica, libri e film dal famoso negozio online iTunes Store. Per servirsi della nuova modalità di ricarica iTunes, che non prevede alcun costo o commissione, sarà sufficiente accedere, con carta bancomat, alla sezione «ricariche e pagamenti di un Atm Bnl; una schermata dedicata guiderà agevolmente l'acquirente nell'operazione fino al suo termine .

Il servizio sarà inizialmente disponibile presso gli sportelli Atm Bnl di Roma, Milano e zone limitrofe, per poi essere progressivamente attivato, nel corso del prossimo mese, su tutta la rete bancomat della Banca a livello nazionale. «Siamo convinti -sottolinea Marco Tarantola, Vice Direttore Generale di Bnl e Responsabile della Divisione Retail e Private- che fare banca oggi significhi innanzitutto diventare per il cliente un punto di riferimento, sia per la soluzione delle sue esigenze quotidiane sia per la realizzazione dei suoi piccoli e grandi progetti di vita. È nell'equilibrio fra l'essere banca tradizionale e banca moderna, nel saper combinare la relazione personale con le nuove tecnologie, che si può concretamente operare come azienda al servizio delle persone, siano esse privati o imprenditori. L'accordo siglato con Apple è parte di questa strategia di Bnl, che, ancor più nell'anno del suo centenario, vuole confermare il proprio ruolo di banca attenta e vicina alla società».

La nuova iniziativa, in collaborazione con epay, divisione di Euronet Worldwide (distributore leader mondiale di contenuti digitali prepagati), testimonia, infatti, l'attenzione della Banca all'innovazione tecnologica come fattore distintivo di un'azienda moderna, sempre più in grado di interpretare le evoluzioni di un mondo in continuo cambiamento.

Partecipai al sequestro di Emanuela Io ero uno dei telefonisti»

Corriere della sera

Parla l'uomo che ha fatto ritrovare il flauto: «A fine '83 fu portata all'estero. Anche Mirella Gregori nel complotto»


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ROMA -Prima ha fatto ritrovare un vecchio flauto in un ex stabilimento cinematografico, dicendosi certo: fidatevi, è appartenuto alla «ragazza con la fascetta», sotto quella scenografia mitologica l'ho messo io. Poi ha iniziato a parlare. Nell'ultimo mese, in cinque interrogatori, ha delineato per ore la sua verità: sia su Emanuela Orlandi, la figlia del messo pontificio scomparsa il 22 giugno 1983, sia su Mirella Gregori, sparita un mese e mezzo prima.

E' una deposizione molto inclinata verso l'autodenuncia, la sua: M.F.A., il superteste che ha messo in conto di finire sotto accusa per uno dei gialli più inquietanti del dopoguerra, è andato ben oltre le prime ammissioni sul flauto. Al procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e al pm Simona Maisto, ha raccontato di essere stato «uno dei principali telefonisti» del sequestro Orlandi, che sarebbe stato organizzato «dal nucleo di intelligence di cui facevo parte per esercitare pressioni sulla Santa Sede». E non basta: quel 22 giugno a corso Rinascimento, dove la quindicenne sparì, lui sarebbe stato «appostato per scattare fotografie alla Bmw su cui c'era De Pedis», e nei mesi successivi avrebbe incontrato «moltissime volte Emanuela, che restò a Roma fino al dicembre del 1983».

Sono dichiarazioni esplosive, sulle quali però la Procura si mantiene cauta. Se fondate, il giallo sarebbe a una svolta definitiva. Il primo dubbio è scontato: perché parla 30 anni dopo? La risposta è che confida nel «nuovo clima» in Vaticano dopo l'avvento di papa Francesco e nel fatto che altri, «soprattutto le ragazze coinvolte in quello che è stato un sequestro-bluff», seguano il suo esempio. Il teste precisa che il «primo impulso» gli è venuto dall'essere stato «coinvolto in un omicidio, sempre nell'83, in una pineta vicino la villa di un magistrato che seguiva la pista bulgara sull'attentato a Wojtyla». All'episodio, a suo dire, fece riferimento un falso dossier del Sisde.

Ciò che più conta, comunque,sono le rivelazioni su Emanuela e Mirella, le cui sparizioni andrebbero spiegate a partire da fine 1981, mesi dopo l'attentato a San Pietro, «quando i servizi segreti dissero ad Agca che se avesse collaborato avrebbe avuto la grazia sia del Papa che del presidente della Repubblica». In questo schema, ecco dunque il doppio sequestro: Emanuela in quanto cittadina vaticana, Mirella italiana.

L'uomo, ex collegiale, appassionato di cinema, ha spiegato che fu contattato da ecclesiastici che «in virtù della mia creatività mi proposero di collaborare con sacerdoti un po' peccatori per creare situazioni da usare contro certi paesi dell'Est». Il gruppo sarebbe intervenuto come «una lobby di controspionaggio», nell'ambito di presunti contrasti tra opposte fazioni vaticane, con foto e intimidazioni su temi caldi come «la gestione dello Ior, la revisione del codice di diritto canonico, i finanziamenti a Solidarnosc, le nomine».

Obiettivo: condizionare la Curia. Solo con Emanuela e Mirella, però, si arrivò al sequestro, anche se «per entrambe all'inizio fu allontanamento volontario, in quanto creammo una trama di amiche con cui si allontanarono». Per la Orlandi, davanti al Senato, avrebbe agito «una compagna di scuola, che salì con lei su un'auto assieme a un finto prete», mentre con la Gregori «successe l'imprevisto: si innamorò di un nostro operatore, andò all'estero e tornò una sola volta a Roma, nel 1994, per incontrare sua madre in un caravan in corso d'Italia». Antonietta Gregori, la sorella, replica stizzita: «L'avrei saputo, è una falsità assoluta». Quanto a Emanuela, l'idea era di liberarla presto, «il tempo di avere in mano la denuncia di scomparsa per esercitare pressioni», ma il piano fallì «soprattutto per l'appello del Papa all'Angelus, il 3 luglio, che diede risalto mondiale al caso».

La ragazza «non subì violenze, visse in due appartamenti e in due camper, le procurammo un pianoforte e la rassicuravamo dicendole che la famiglia era al corrente». Questo fino a dicembre 1983. Poi, avrebbe detto l'uomo ai magistrati, «il gruppo la trasferì all'estero, nei sobborghi di Parigi», «dove potrebbe essere ancora viva, così come Mirella, ma non so dove». Farneticazioni? Ennesimo depistaggio? Mezze verità? La risposta dipende da indizi e riscontri, ammesso che l'enigmatico personaggio li abbia forniti.


Fabrizio Peronaci
fperonaci@rcs.it
24 aprile 2013 | 9:08

Hacker violano le mail dei parlamentari 5 Stelle

La Stampa

I «pirati», che si autodefiniscono «vicini al Pd, minacciano di rendere pubblico il contenuto dei messaggi

roma

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Le caselle di posta elettronica di una trentina di parlamentari del Movimento 5 Stelle sono state «bucate» per mesi e il loro contenuto letto e «salvato». I «pirati», che si autodefiniscono «Gli hacker del Pd», in un messaggio sul loro sito (http://glihackerdelpd.bitbucket.org/) pubblicato anche su youtube, minacciano M5S di rendere noto il contenuto integrale delle mail dei parlamentari se non verranno esaudite le loro richieste: la «pubblicazione immediata» dei «Redditi e patrimoni di “Giuseppe Grillo” e “Gianroberto Casaleggio”», nonché il «dettaglio dei ricavi derivanti dal sito `www.beppegrillo.it´ e correlati».

A dare notizia del presunto `ricatto´ è il sito de l’Espresso. Nell’articolo si afferma che i giornalisti del settimanale hanno parlato con i responsabili dell’azione. Nel video si legge, mentre scorrono immagini di esponenti del movimento di Grillo: «Vi abbiamo osservato per lungo tempo. Abbiamo studiato ogni vostra mossa.... E siamo rimasti delusi. Un movimento che poteva portare una speranza è finito per arricchire pochi. Promuovete la trasparenza... ma non la praticate in casa. È venuto il momento della resa dei conti. Abbiamo una copia di tutte le vostre email. Se non le volete vedere pubblicate dovete soddisfare alle nostre richieste».

Gli hacker minacciano di pubblicare ogni settimana il contenuto della casella email di un parlamentare `stellato´ diverso. Si tratta, sempre, di caselle che i parlamentari hanno presso provider privati e non di quelle di Camera e Senato: l’operazione sarebbe cominciata infatti nel novembre dello scorso anno, quando gli esponenti `spiati´ non erano ancora stati nemmeno candidati.
La prima casella `pubblicata´, annunciano, è quella di Giulia Sarti, deputata ventiseienne del M5S, capolista grillina per l’Emilia-Romagna. Si tratta di una casella di Hotmail. Il link fornito dagli hacker, almeno al momento, non sembra funzionare e risulta impossibile scaricare il file `zippato´ che dovrebbe contenere le mail `rubate´. 




Il pentimento dei grillini di destra “M5S estremista, non lo rivoteremo”
La Stampa

michele brambilla
milano

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«Dario Fo? Gino Strada? Stefano Rodotà? Ma per l’amor di Dio!!!». Graziano Brenna, imprenditore, vicepresidente di Confindustria Como, una vita a votare a destra, due mesi fa s’era fatto sedurre da Beppe Grillo e l’aveva votato. Oggi dice che non lo rifarà più e invoca l’amore dell’Altissimo quasi a chiedere perdono per essersi lasciato ingannare da un diavolo: «Quello non è il mio mondo. Troppo di sinistra».

Come Graziano Brenna, nel Nord già leghista e berlusconiano ce ne sono molti. «Quando ho detto che avrei votato Grillo, io che per vent’anni ho votato il Cavaliere, nel mio mondo mi sono attirato qualche simpatia e soprattutto molte antipatie. Però le garantisco», mi dice Brenna, «che sono tanti i miei colleghi che hanno lasciato la Lega e il Pdl per votare il MoVimento Cinque Stelle. Oggi non lo rivoterebbero più. Sa che cosa diciamo, noi che nel giro di soli due mesi siamo passati da neogrillini a ex grillini? Che quel movimento lì ha un’anima da sinistra antagonista, radicale. Altro che trasversali...».

Forse il dimezzamento dei voti del M5S in Friuli dipende soprattutto da questo. Grillo, due mesi fa, era stato abile ad attrarre a sé universi opposti. I No Tav, la sinistra delusa, gli ambientalisti anti-inceneritori e i teorici della «decrescita felice» da una parte; ma anche, dall’altra, tutto un popolo di piccoli imprenditori, di partite Iva, di commercianti vessati da fisco e burocrazia. Grillo tuonava contro Equitalia, urlava che le piccole imprese sono la nostra prima ricchezza e vanno aiutate, scomunicava perfino i sindacati: e tutto questo a un elettorato deluso dalle promesse mancate di Berlusconi e della Lega piaceva, e molto. Invano «il Giornale» avvertiva: attenti, la vera radice di Grillo è quella della sinistra dei centri sociali, con il consueto pizzico di radical chic a dare «spessore» intellettuale, perché in Italia, si sa, gli intellettuali possono essere solo di sinistra. Invano, perché in cabina elettorale molti di centrodestra hanno commesso adulterio.

Ma sono bastati due mesi per convincere questi «grillini di destra» di aver sbagliato indirizzo. Il risultato del Friuli – dal 27 al 14 per cento – non può essere spiegato solo con la fisiologica discrepanza tra voto per le politiche e voto amministrativo. «La croce sul simbolo delle cinque stelle è servita», dice ancora Brenna, «a mandare a casa buona parte dei vecchi politici. Ma Grillo non lo voterò più. Le sue ultime uscite sono state penose. Il colpo di Stato, la marcia su Roma... Ma per favore». Una che ha il polso della rabbia dei piccoli imprenditori del Nord contro Equitalia e le banche (due dei bersagli preferiti di Grillo) è Wally Bonvicini, che a Parma ha messo in piedi un’associazione, Federitalia, che assiste appunto «i tartassati». «Sento centinaia di piccoli imprenditori», mi racconta, «che due mesi fa hanno abbandonato Lega e Pdl per votare Grillo. Tutti mi dicono che oggi col piffero che lo rivoterebbero». Perché troppo di sinistra?

Anche, ma non solo: «Hanno capito che il MoVimento Cinque Stelle non ha fatto nulla per loro. Sa perché? Perché non hanno la cultura della piccola impresa. Sono bravi ragazzi, simpatici, ma – come posso dire? – privi di robustezza psicologica. Sono quasi tutti ex lavoratori dipendenti e per carità, non c’è niente di male: ma voglio dire che non hanno la consuetudine alla trattativa, al cercare di cavarsela da sé. E questa, nei contenziosi con Equitalia e con le banche, è una lacuna che pesa». In più, per una di Parma, pesa anche l’esperienza della giunta grillina: «Non hanno fatto niente. Provi a girare in città: le strade sono piene di buche», è la sentenza impietosa di Wally Bonvicini.
Ma poi. Perfino da sinistra dicono che quelli di Grillo sono troppo di sinistra. Nel senso di estremisti. Racconta Patrizia Maestri, deputata Pd di Parma:

«L’altro ieri ho fatto un appello al sindaco Federico Pizzarotti, che è una persona moderata, affinché Grillo prendesse le distanze dalla caccia all’uomo per le vie di Roma seguita all’elezione di Napolitano. Pensi che lui ha risposto dicendo di trovare “gravi” le mie “insinuazioni”, e il consigliere comunale grillino Mauro Nuzzo mi ha intimato di “non oltrepassare il limite del ridicolo”. Mah».
Torneranno, i delusi da Grillo, ai vecchi amori? «Per quanto mi riguarda no», dice Graziano Brenna: «Non ne possiamo più né di Berlusconi né di Bersani o Franceschini. Spero nei giovani, da Renzi alla Meloni». Il boom grillino appena cominciato è già finito? Troppo presto, comunque, per dirlo: i partiti sono ancora capaci di rianimarlo, suicidandosi. Dipende da loro.

Basta con i Giovani Turchi'!

La Stampa
Flavia Amabile

Lo chiede la Comunità Armena in occasione del 98mo anniversario del Genocidio

Due anni e mezzo fa si iniziò a parlare di Giovani Turchi del Pd. Scrissi un post per spiegare l'inganno di questa definizione. I Giovani Turchi sono stati un imbroglio, e purtroppo un imbroglio che ha dato vita al primo genocidio della storia, quello degli armeni. Dietro questa definizione e le loro promesse di rinnovamento si nascondeva  un movimento di giovani assetati di potere che con la scusa di cambiare la classe politica dell'impero ottomano presero il comando e commesso crimini di una ferocia inaudita, un milione e mezzo di armeni uccisi e un intero popolo deportato. 

Oggi, 24 aprile, è il 98° anniversario del Genocidio armeno, è il giorno in cui 98 anni fa iniziarono i primi arresti tra gli intellettuali armeni di quella che allora era Costantinopoli. In questo giorno il Consiglio per la comunità armena di Roma ha scelto di lanciare un appello alla stampa italiana che raccogliamo e diffondiamo perché tutti sappiano. 

'Come forse noto, da qualche tempo le organizzazioni armene in Italia hanno espresso la loro contrarietà all’uso dell’espressione “Giovani Turchi” per etichettare una corrente politica in seno al Partito Democratico. Anche gli esponenti direttamente interessati, accogliendo la richiesta avanzata, hanno declinato qualsiasi responsabilità per l’uso di tale denominazione che richiama la terribile storia del genocidio di un milione e mezzo di armeni nel 1915 perpetrato proprio da quel partito turco. 

Tuttavia, ancora oggi, molti esponenti del mondo dell’informazione – per superficialità o vezzo stilistico – continuano ad usare tale espressione. Chiediamo ai giornalisti italiani di avere la sensibilità di non usare più tale etichetta politica; per gli armeni in Italia leggere o ascoltare dei “Giovani Turchi” proprio a ridosso dell’anniversario del Genocidio è motivo di ulteriore dolore in una ricorrenza già di per se stessa tragica.

Siamo certi che tutti i giornalisti italiani sapranno comprenderci e capire le motivazioni di questo appello che viene indirizzato alle principali associazioni di categoria ed alle principali agenzie stampa e testate. 

Un grazie in anticipo.

Consiglio per la comunità armena di Roma'

Gay francesi, a giugno i primi sì

La Stampa

Fra i sindaci di gauche è scattata la corsa per essere i primi a celebrare le nozze: Montpellier favorita

alberto mattioli
CORRISPONDENTE DA PARIGI


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E adesso? Nel gay after della scontata approvazione all’Assemblée nationale del «matrimonio per tutti» (331 sì e 225 no, con uno dei tenori dei «no», Henri Guaino, che si sbaglia e vota sì scatenando i lazzi della rete), la domanda è: quando si potranno celebrare i primi matrimoni fra due uomini o due donne?

I tempi saranno anche maturi, ma non sono rapidi. L’opposizione di destra ha già presentato un ricorso al Consiglio costituzionale, che ha un mese per esaminarlo, anche se è molto improbabile che bocci una legge discussa e analizzata per mesi. Poi toccherà a François Hollande promulgarla e ci vorrà qualche settimana per gli adempimenti tecnici, benché molti comuni si stiano già attrezzando per modificare moduli e libretti di famiglia. Infine, da non dimenticare, le pubblicazioni, che la legge fissa in dieci giorni. Rebus sic stantibus, la ministra della Famiglia, Dominique Bertinotti, annuncia che i primi «sì» potranno essere pronunciati in giugno.

Dove e da chi, è l’altra grande questione. Fra i sindaci di gauche è scattata una specie di corsa per essere i primi a celebrare le nozze, diciamo così, di nuovo conio. Favorita è Montpellier, stando almeno a quel che aveva annunciato la ministra della Parità e portavoce del Governo, Najat Vallaud-Belkacem. Peraltro, ci sono almeno 20 mila sindaci che hanno firmato una protesta contro la legge e 15 mila che annunciano che non sposeranno due persone dello stesso sesso anche quando sarà una possibilità garantita dalla legge.

L’opposizione, comunque, non molla. Ormai è definitivamente scissa in due. Una maggioranza tutt’altro che silenziosa, anzi molto rumorosa, che però manifesta pacificamente e rifiuta ogni omofobia. E una minoranza che preferisce usare le mani. Dopo il voto di ieri ci sono stati i temuti incidenti. Meno gravi di quel che si paventava, si sono comunque conclusi con 12 arresti a Parigi e 44 a Lione. L’allerta resta alta. Gli antinozze, almeno quelli che preferiscono manifestare che picchiare, annunciano nuovi cortei a Parigi, il 5 e il 26 maggio. Anche se, a questo punto, l’obiettivo diventa dichiaratamente politico: mettere in difficoltà la maggioranza socialista e il Presidente Hollande (che in difficoltà è già per conto suo, e pure molto). La legge ormai è legge e non resta che applicarla. 




Francia, sì alle nozze gay. Cattolici in rivolta

la Stampa
  
E' il 14esimo paese ad aver istituito il matrimonio omosessuale con la possibilità di adozioni. Mobilitazioni per il no

GIACOMO GALEAZZI
CITTA' DEL VATICANO


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Sì alle nozze gay malgrado il mondo cattolico si fosse mobilitato per scongiurare la "deriva". La Francia è il 14° paese al mondo (il 9° in Europa) ad aver istituito il matrimonio tra persone dello stesso sesso e le adozioni per le coppie omosessuali. Durante il pontificato di Benedetto XVI la battaglia della Chiesa a salvaguardia dei valori bioetici non negoziabili è stata incessante. E la Francia ne è stato l'epicentro.

Dopo diverse settimane di acceso dibattito parlamentare, l'Assemblea nazionale si e' pronunciata oggi con voto solenne a favore del provvedimento, approvato con 331 sì e 225 no.«Il presidente Hollande ha creato un clima da caccia alle streghe: arresti di pacifici manifestanti, violenze, persino deputati a cui la polizia ha impedito di entrare in Parlamento- sottolinea Eugenia Roccella, parlamentare Pdl ex portavoce del "Family day" organizzato dalle sigle cattoliche italiane-. Le forze dell'ordine si sono scatenate persino contro chiunque indossasse la maglietta dei manifestanti con il disegno di una famiglia composta da padre e madre" Perciò "oggi, con i giovani del Pdl, davanti all'Ambasciata di Francia a Roma, in piazza Farnese, indossiamo la maglietta incriminata per chiedere, in nome della libertà, che si tolleri anche questa estrema "trasgressione", aggiunge.

All'interno del pacchetto di misure varato dall'Eliseo sarà il nuovo articolo 143 del codice civile a disciplinare la libertà di unirsi nel sacro vincolo tra persone dello stesso sesso: ''Il matrimonio  e' contratto tra due persone di sesso opposto o dello stesso sesso''. Le disposizioni che ne derivano, come l'età degli sposi o alcuni impedimenti, rimangono gli stessi della precedente legislazione. Con l'atteso via libera di oggi dell'Assemblea nazionale di Parigi al progetto di legge sui matrimoni e le adozioni gay, diventano 14 i Paesi a consentire le nozze tra persone dello stesso sesso, a cui si aggiungono 9 Stati degli Usa: Danimarca, Olanda, Belgio, Spagna, Canada, Sudafrica, Norvegia, Svezia, Portogallo, Islanda, Argentina, Uruguay, Nuova Zelanda, Finlandia.

L'Ump, il principale partito di opposizione, ha gia' annunciato che presentera' ricorso davanti alla Corte costituzionale. Il leader dei deputati Christian Jacob ha fatto sapere che il partito lo depositera' stasera o al piu' tardi domani e l'impugnazione si concentrera' su ''alcuni punti procedurali'' (e ''naturalmente sulla base del provvedimento''), come la paternita', l'adozione, la discriminazione sull'accesso alle origini, i contorni dei principi di legge sulla bioetica e il diritto al lavoro presente nell'articolo 16 del progetto di legge che impedisce ogni sanzione o licenziamento contro un impiegato che, in ragione del suo orientamento sessuale, rifiuti il trasferimento in un paese che discrimina gli omosessuali. 

Intanto, centinaia di persone dei movimenti cattolici si sono riversate nelle principali piazze di Parigi per protestare contro l'adozione del disegno di legge, fortemente voluto dal presidente Francois Hollande e suo cavallo di battaglia durante le presidenziali 2012. Parallelamente, nel Paese si registrano pero' anche diversi cortei di sostegno organizzati contro l'omofobia, mentre ieri il presidente socialista dell'Assemblea Nazionale, Claude Bartolone, ha ricevuto una busta contenente della polvere da sparo.   




Matrimoni e adozioni gay. I 14 Paesi che hanno detto sì
La Stampa


Con il voto finale all’Assemblea nazionale, dopo il via libera del Senato del 12 aprile scorso, la Francia diventa il 14/o Paese a legalizzare i matrimoni omosessuali e le adozioni gay. Ecco come funziona nel resto del mondo.


NUOVA ZELANDA 
Il 17 aprile scorso il parlamento ha approvato la legge sui matrimoni gay, diventando il primo paese dell’Asia-Pacifico a legalizzarli. La legge apre la strada all’adozione. Nel Paese l’omosessualità era stata depenalizzata solo nel 1986.

URUGUAY
L’11 aprile 2013 è diventato il secondo Paese latinoamericano a permettere le nozze tra omosessuali. La nuova legge prevede l’eliminazione di ogni riferimento al sesso delle persone negli articoli del Codice Civile sul matrimonio.

OLANDA 
È stato il primo Paese, nell’aprile del 2001, ad aprire al matrimonio civile per le coppie gay con stessi diritti e doveri delle coppie etero, tra cui l’adozione.

BELGIO 
Il matrimonio omosessuale è in vigore dal 2003, mentre il via libera alle adozioni gay è arrivato nel 2006.

SPAGNA
Le nozze gay sono in vigore da luglio 2005. E le coppie gay, sposate o no, possono adottare bambini.

CANADA 
La legge sul matrimonio gay è del luglio 2005.

SUDAFRICA 
Nel novembre 2006 il Sudafrica è diventato il primo Paese africano a legalizzare le unioni gay attraverso «matrimonio» o «partenariato civile». Le coppie possono anche adottare.

NORVEGIA 
Da gennaio 2009 omosessuali ed eterosessuali sono equiparati davanti alla legge in materia di matrimonio, di adozione e di fecondazione assistita.

SVEZIA
Le coppie gay possono sposarsi con matrimonio civile o religioso da maggio 2009. L’adozione era già legale dal 2003.

PORTOGALLO
Una legge del 2010 ha abolito il riferimento a «sesso diverso» nella definizione di matrimonio. Ma è esclusa la possibilità di adottare.

ISLANDA
Le nozze gay sono legalizzate dal 2010. Le adozioni sono legali dal 2006.

ARGENTINA 
Il 15 luglio 2010 l’Argentina è diventato il primo Paese sudamericano ad autorizzare il matrimonio gay e le adozioni da parte di omosessuali.

DANIMARCA
Primo Paese al mondo ad aver autorizzato le unioni civili tra omosessuali nel 1989, la Danimarca ha autorizzato nel giugno 2012 le coppie gay a sposarsi davanti alla Chiesa luterana di Stato.

MESSICO
Le nozze gay sono possibili sono nella capitale, Città del Messico. Negli STATI UNITI solo in 9 Stati e a Washington Dc.

Germania, Finlandia, Repubblica ceca, Svizzera, Colombia e Irlanda riconoscono le unioni civili. 

Un totem nella Loggia dei partigiani

Corriere della sera

Restyling in piazza Mercanti: nuovi faretti per l'illuminazione delle lapidi e un calendario di incontri pubblici


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Fare luce sulla Resistenza, rileggere i «nomi gloriosi» dei milanesi che hanno dato la vita «in supremo anelito di libertà», riscoprire il sacrificio dei partigiani, dei prigionieri politici e dei deportati, rischiarare le storie e recuperarne i valori. Tecnicamente: sono bastate 19 lampade a led , dispositivi piccoli e a basso consumo energetico. I faretti - assicurati alle volte della Loggia dei Mercanti, puntati sulle lapidi e accesi sulle vittime e gli eroi della guerra di Liberazione - sono il primo risultato del piano di riqualificazione fortemente voluto dall'Anpi per «restituire decoro e dignità» al sacrario ricavato nel cuore medievale della città. Il significato dell'operazione sarà espresso domani su un totem posizionato al centro del porticato (una lastra di plexiglass rettangolare, due metri di base per tre metri e mezzo d'altezza); il messaggio, luminoso anch'esso: «Milano per la Resistenza».

La pulizia dei bronzi arriverà tardi, dopo il 25 Aprile, la giunta Pisapia non l'ha approvata per tempo: gli scarabocchi dei graffitari Weis, Momo e Toto resisteranno per qualche giorno ancora, intrusi nella memoria di Milano. «Per noi è importante dare un segnale d'attenzione a un luogo fortemente simbolico - riflette a voce alta Roberto Cenati, presidente dell'Anpi provinciale -. Milano, città Medaglia d'Oro per la Resistenza, non può tollerare l'incuria che circonda le lapidi dei caduti. È doveroso consegnare a questo spazio un significato identificabile, storico ed educativo, che lo strappi a un degrado assurdo, per non dire colpevole». L'obiettivo dell'associazione dei partigiani (la più numerosa d'Italia) è assegnare alla Loggia dei Mercanti un ruolo «attivo», farne «un punto di riferimento per la città che non dimentica la sua storia».

Non un museo, né un mausoleo: «Ma un centro culturale "propositivo", frequentato dalle scuole e vissuto dai cittadini». Testimonianze. Reading. Proiezioni. L'Anpi sta studiando un fitto calendario di appuntamenti per il colonnato del Palazzo della Ragione: di sicuro saranno organizzati dibattiti e incontri il 25 luglio (settantesimo anniversario della caduta del fascismo) e l'8 settembre (inizio della lotta armata dopo l'armistizio del '43).

La rinascita della Loggia dei Mercanti è stata un parto faticoso e polemico. La Soprintendenza aveva respinto il primo progetto di restauro firmato per l'Anpi dall'architetto Cini Boeri: troppo invasive le vetrate a chiudere gli archi, avrebbero «snaturato» l'identità del monumento e ostacolato l'ingresso al porticato. Il presidente Cenati e l'architetto Boeri hanno riesaminato lo schema e presentato alle Belle arti un'ipotesi soft, senza cristalli, in attesa di un confronto a tre con il sindaco Giuliano Pisapia e il soprintendente Alberto Artioli: «Vorremmo posizionare più totem con citazioni di Piero Calamandrei, mettere delle panche in pietra per i visitatori e uno schermo "a scomparsa" per proiettare documentari e film - spiega Cenati -. Mi auguro che al tavolo si possano fare dei passi avanti sul progetto».

I partigiani, dopo i mercanti. Il Broletto del 1223 - ufficio di giustizia e laboratorio di ragione illuminista - venne indicato dopo la guerra dal comitato per le onoranze ai caduti presieduto da Antonio Greppi. Le lapidi vennero affisse dal sindaco socialdemocratico Virgilio Ferrari e scoperte nel 1955 da Ferruccio Parri: «Abbiamo chiesto al Comune di rafforzare il presidio della polizia locale - conclude il presidente dell'Anpi -. La Loggia va protetta e rispettata. Altrimenti, davvero, tutti gli sforzi per riqualificarla sarebbero inutili».


Armando Stella
23 aprile 2013 | 19:27

Quando a Torino c’erano le case chiuse

La Stampa

Un libro dell’antropologo Massimo Centini alla scoperta dei bordelli. Tariffe, servizi, promozioni nelle alcove frequentate anche da vip

bruno quaranta
TORINO


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Le rare volte che si disponeva a uscir di casa, Italo Cremona, pittore e scrittore di «armi improprie», si dilettava a ripercorrere sul taxiistanta i torinesi indirizzi «proibiti». Ovvero le «fu» case chiuse, che onorò di una pagina meditatamente scanzonata, infine rammaricandosi: «De Amicis avrebbe potuto scrivere un libro magnifico sull’argomento che probabilmente conosceva assai bene come tutte le persone di cuore e di fantasia...».

Quattordici indirizzi
Di oasi in oasi dell’amor profano. I Bordelli torinesi dell’antropologo Massimo Centini (Editrice Il Punto-Piemonte in Bancarella) è un viaggio alla ricerca delle perdute alcove. Una mappa di veneree isole del tesoro: dalle quattro stelle al «meublé», via Cellini, via Conte Verde, via Feletto, via Fratelli Calandra, via Principe Amedeo, corso Raffaello, per un totale, sotto la Mole, di quattordici indirizzi.  Magari da appuntare, evitando così di inscenare una commedia degli equivoci, per esempio Totò in Arrangiatevi!, le peripezie di una famiglia che affitta un appartamento ignara del casino appena sfumato.

Quando Torino tollerava, riecheggiando il monumento di Gian Carlo Fusco all’istituzione che in Italia, auspice Alfonso D’Aragona, ufficialmente esordì nel 1432, quando l’Italia tollerava. Tra gli aedi della «marchetta», l’indigeno Mario Soldati: «Non ricordo di avere mai sospinto senza batticuore l’uscio vetrato e luminoso di una casa. Non ricordo di avere ascoltato mai senza turbamento il ticchettio dei tacchi delle ragazze che scendevano e che tra poco sarebbero apparse, dono meraviglioso, nel salotto dove le attendevo».

Da «Madama Renata»
Storia, anedottica, lessico, istantanee seppiate, escursioni nell’arte, nella musica, nella letteratura, nel cinema (da Belle de jour a Pretty woman»), indi valutando le prosaiche tariffe (da Madama Renata, correva il 1923, i prezzi più bassi d’Italia: sveltina lire 1,10, normale lire 1,90, mezza ora lire 2,90..., sconti per giovanotti, studenti e militari)...Massimo Centini ha confezionato un’«enciclopedia» del cielo in una stanza. Non enfatizzando, non rimpiangendo, non bistrattando il sipario calato sullo «statalizzato», più antico, mestiere di vivere, 20 febbraio 1958, entra in vigore la legge Merlin (art. 1: «E’ vietato l’esercizio di case di prostituzione nel territorio dello Stato e nei territori sottoposti all’amministrazione di autorità italiane»).

Mezzo secolo e oltre. Eppure è ancora nitida la voce della tenutaria: «Su su avanti, ma cos’avete oggi?...andiamo andiamo, c’è qui la Creola, andiamo andiamo, fuori i flanellisti, lo dico ancora una volta e poi spengo la luce...». Torino che era - ulteriore testimonianza di Mario Soldati - «la scuola delle padrone delle case: in tutte le città d’Italia, le padrone erano, in grande maggioranza, torinesi: e l’accento e la cadenza, il garbo paziente e insinuante, la dolcezza, la famigliarità, il senso di sicurezza e protezione, che sono propri del dialetto più civile d’Italia, accoglievano i clienti nel salotto con la voce sapiente e complice della vecchia nutrice».

Meretrici in chiesa
Di curiosità in curiosità: le meretrici che adescano i clienti in chiesa, alla Consolata (lo denuncia il prefetto del Santuario, 1841); il profumo mai svanito delle case d’appuntamento, asperso con il flit; le memorie delle bocche di rosa (da Marta la Spagnola, con l’hobby della fotografia, a Paola - via Calandra come quartier generale - in ansia per il fidanzato volontario nella guerra d’Africa, a cui inviava «impermeabili di caucciù purissimo»). Un girotondo intorno all’«origine del mondo» (come non riandare a Courbet), i bordelli, e, quindi, i bordelli torinesi. Ancorché Pavese prediligesse gli «esterni», «le donne maliziose, vestite per gli occhi, che camminano sole», le donne che «ci si trova la sera e abbandona il mattino al caffè, come amici».

Giordano a Mughini: caro Giampiero, nulla giustifica l'amaro Giuliano

Libero

Il Dottor Sottile prende 31mila euro di pensione al mese. Ci spieghi cos'ha fatto di straordinario per prendere tutti quei soldi

di Mario Giordano

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Caro Mughini, sarà che la ormai certa  vittoria dello scudetto da parte della tua Juventus ti ha inebriato, ma su Amato hai preso una serie di sfondoni che credo facciano arrabbiare coloro che in queste ore si  augurano che non sia lui l’incaricato. Cominciamo dalla questione del suo vitalizio da 31mila euro? L’ho tirata fuori io e non mi sento per niente «miserevole», come dici tu. Anzi sono orgoglioso di aver fatto sapere agli italiani la verità sulla doppia pensione d’oro di colui che ha tagliato le pensioni a tutti gli italiani: 22mila euro come professore universitario e 9mila euro come ex parlamentare, totale 31mila euro.  Sono dati certificati, documentati, veri, si possono ripetere finché si vuole senza rischio di denuncia e di querela: lo dico perché ancora ieri il Dottor Sottile ha provato a confondere le acque, parlando di azioni legali che non riguardano e non possono riguardare una verità assoluta.



Mughini: vorrei Amato premier anche se ci rapinerà con le tasse

I prelievi del Dottor sottile meglio della crisi economica senza fine. Ecco perchè sparare sull'ex socialista è sbagliato

|di Giampiero Mughini



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Cari amici di Libero, l’Italia ha bisogno di un governo possibile come e più dell’aria che respiriamo. Ho detto governo possibile non «governo del cambiamento»,  espressione che va bene per gli allocchi plaudenti. Un governo  che ci aiuti a reggere la bufera della crisi economica. La rielezione di Giorgio Napolitano a capo dello Stato aiuta enormemente questa ipotesi. Perché un governo possibile nasca, occorre dunque la fine del «tiro a bersaglio» sui candidati possibili, sport che noi italiani degli ultimi mesi sappiamo praticare alla grande, e non faccio nomi e casi perché altrimenti questo articolo diventerebbe un tomo da enciclopedia.
Le risorse della Repubblica in questo momento non sono molte. I nomi possibili sono pochi.

Giuliano Amato, di cui sono stato amico e complice intellettuale in quel laboratorio del “riformismo” italiano che era stato il Mondoperaio degli anni Settanta-Ottanta, è uno di questi. E sempre che il partito in questo momento più lacerato d’Italia, quel Pd che un tempo era marchiato da Palmiro Togliatti e poi da Enrico Berlinguer e che è oggi è marchiato solo dai clan fratricidi, gli perdoni la sua macchia genetica, di essere stato a lungo il braccio destro di Bettino Craxi. Io stimo come pochi Giuliano, e quei suoi libri scritti assieme al mio maestro Luciano Cafagna fanno parte dello scaffale essenziale della mia biblioteca. Ecco perché mi spiacciono molto i toni che su Libero sono molto avversi nei suoi confronti, Un tiro a bersaglio vero e proprio. Un atteggiamento che in questo momento io giudico esiziale.

Naturalmente la premessa del mio ragionamento, del resto nota ai dieci-quindici lettori che su Libero scorrono le mie righe, è che un governo possibile nell’Italia dell’aprile 2013 sia quello cui dicano sì le forze politiche capitali del nostro Parlamento. Di certo il Pd, e ci mancherebbe altro; e poi il largo seguito elettorale rappresentato da chi ha votato il nome di Silvio Berlusconi; e poi i centristi attigui a Mario Monti. Questo l’unico governo possibile. E poi tutto dipenderà dalle poche cose imprescindibili che metterà nel suo programma nonché dai nomi dei ministri – tecnici e politici – responsabili di ciascun comparto dell’azione governativa. Se Napolitano indicasse Amato come il direttore d’orchestra di questa operazione, ne sarei felice.

Perché alcuni di voi ce l’hanno a morte con il «Dottor Sottile»? L’argomento dei 31mila euro lordi mensili di pensione è risibile. La pensione o le pensioni di ciascuno di noi non sono donativi, sono dei calcoli. Se uno ha fatto più lavori e s’è pagato i contributi relativi a ciascuno di questi lavori, è ovvio che abbia una pensione per ciascuno di questi lavori. Io ho una pensione dell’Inpgi e una dell’Enpals perché ho fatto nella mia vita due lavori ben diversi, e ricevo in proporzione dei contributi che ho pagato. Amato è stato eccellente nei suoi lavori, da cui l’importo alto delle sue pensioni e senza dire che lui ne ha destinato in beneficenza una parte e usufruisce in realtà solo della metà di quei famosi 31mila euro lordi. Lo ripeto, è una discussione miserevole.

Decisiva è invece quell’altra discussione, quell’altra ghigliottina mediatica che pende sul capo di Amato. Quella sua decisione repentina da capo del governo, e mentre le condizioni del bilancio pubblico del nostro Paese erano molto vicine a quelle di Cipro 2013, di prelevare lo 0,6 per cento dai conti correnti privati depositati nelle banche. Decisione che colpiva ciascuno di noi nel portafoglio, e che io approvai allora e approvo a tutt’oggi. E resto stupefatto che in un Paese come il nostro, dove il lavoro vivo e reale – e dunque la fatica e il talento reali – viene tassato al 52 per cento, e nel caso delle imprese ancora di più, diventi un’arma polemica la volta che il governo i soldi li prese alla disperata da chi li aveva in banca e magari ne aveva tanti. Soldi suoi e sacrosantemente suoi, beninteso. Soldi guadagnati, messi da parte, risparmiati. Tutto sacrosanto.

Con un piccolissimo particolare. Il fatto che non c’è alcuna connessione in Italia tra le dichiarazioni dei redditi e la quantità di conti correnti privati il cui ammontare supera spesso i 500mila euro e talvolta sfiora il milione di euro. Un eventuale prelievo odierno dello 0,6 per cento su quelle sommette vi parrebbe scandaloso se paragonato al 52 per cento che lo Stato si porta via dal reddito di chi ha lavorato e meritato una domenica? Speriamo che di tutto questo non ci sia bisogno. Facciamo le corna. Solo che di qualcosa di doloroso ci sarà bisogno. Qualcuno si illude se a forza di togliere qualche centinaio di auto blu, di far pagare di più il caffè alla buvette di Montecitorio e fucilare sul posto tutti coloro che ricevono uno stipendio dall’ente pubblico chiamato Provincia, i conti italiani andranno a posto. Non è così. Abbiamo di fronte mesi e anni di pene, e le pene vanno chiamate col loro nome.

Qualcuno mi obietterà che se sbagliare è umano (ed è ovvio che nella sua carriera politica Amato ha sbagliato più volte, ad esempio quando tardò a svalutare la lira), perseverare è diabolico. E questo mio ipotetico interlocutore farà riferimento alla volta, un anno e passa fa, in cui Amato propose di tassare di 30mila euro a cranio gli italiani più abbienti. Da brividi, sono d’accordo con voi. Solo che vi faccio una piccola obiezione. Sì o no la crisi economica sta distruggendo patrimoni e redditi di ciascuno di noi in misura ben maggiore di quei 30mila euro a cranio? Se avete una casa che vale 400 o 500mila euro e provate a venderla, non è che la vendete a 30mila euro in meno, non la vendete proprio.

Non ci fate un euro. Perché non si muove foglia, perché questa è la crisi. E se non si muove foglia nell’edilizia, cadono posti di lavoro a centinaia di migliaia e chi guadagnava 30mila euro lordi l’anno non vede più un euro e non sa come arrivare a fine mese. Questa è l’Italia di oggi, questa è l’Italia in cui abbiamo bisogno di un governo come dell’aria che respiriamo. E in questa Italia vale di più il linguaggio di un Amato che chiama pane il pane, o le parole a vanvera di chi predica «il cambiamento» o di quel pagliaccio che ha definito «un golpe istituzionale» il fatto che 700 e passa parlamentari abbiano rivotato il nome di Napolitano quale presidente della Repubblica?

L’attimo prima di morire, Gino Ventura, scampato alla strage racconta

Il Messaggero
di Pier Vittorio Buffa


Cattura
ROMA - Gino Ventura il 7 giugno 1944 aveva vent’anni. Era alle Pratarelle, Vicovaro, Roma. Venticinque morti tra cui due bambini di tre anni e uno di quattro. Lo sento avvicinarsi perché i suoi scarponi si muovono nell’erba alta di giugno con ritmo cadenzato, da soldato senza fretta che sa cosa deve fare. Lo vedo vicino a me perché sono sdraiato, prono, ma la faccia è girata, la guancia destra nell’erba, gli occhi a cercare di guardare più alto che possono. Non vedo il suo volto, arrivo appena a immaginare il cinturone. Non mi muovo perché un istante prima avevo deciso di fare il morto. Deciso così, come un ragazzo di vent’anni può decidere cosa lo avvicina alla vita e cosa lo allontana. Nell’impulso di un attimo, nell’intuizione che quella è la cosa migliore che posso fare. Il tedesco non crede che io sia davvero morto. Altrimenti non impugnerebbe la pistola come si fa quando si vuole uccidere. So che ha fatto così perché da quando si è fermato sopra di me a quando ho visto la fiammata è passato del tempo, tanto, un pugno di secondi che non conto ma che sembrano non finire mai.

IL COLPO DI GRAZIA
Sono le otto e mezza di una bella serata di giugno, è quasi buio. La fiammata è violenta e breve. C’è solo lei a dirmi che il colpo di grazia è partito verso la mia testa. Non ricordo nessun rumore di grilletto. Solo la fiammata. Non so cosa pensa un uomo negli attimi nei quali sa che sta per morire. Non lo so perché in quegli attimi non si pensa niente. Non lo so perché non sono morto. Il sangue scende sugli occhi, il dolore è come di una bruciatura intensa. Forse ho il sussulto di un uomo colpito a morte. O forse riesco a fare come avevo deciso, non muovermi per niente, come fossi già morto. Chiudo gli occhi, o è il sangue a chiuderli. Comunque non vedo il tedesco andarsene, né sento i suoi passi nell’erba. Ho dolore alla gamba, alla spalla, adesso anche alla testa. Ma resto immobile. Devo convincerli che mi hanno ucciso come volevano.

LA BANDA PARTIGIANA
Io ero arrivato alle Pratarelle verso sera. È una bella zona a monte del paese. La gente di Vicovaro vi aveva costruito delle capanne per stare più al sicuro, lontano dalla guerra. Noi che stavamo in montagna scendevamo giù per dormire e per rifornirci. Io ero nella banda partigiana Ziantoni e quella sera ero sceso per incontrare la mia fidanzata, Celeste Ziantoni. Ci sentivamo più sicuri, Roma era già stata liberata, i tedeschi si ritiravano verso nord e noi aspettavamo da un momento all’altro l’arrivo degli alleati. Nella capanna di Celeste ci sono almeno una ventina di persone. Sono arrivato da poco quando sentiamo le urla dei tedeschi. Torno dentro di corsa, una ragazza, Romana Febi, mi indica il retro della capanna.

«Ti faccio un buco con la roncola, scappa di qua». Appena il varco è sufficiente salto fuori. Scavalco un cancello e via di corsa verso la grotta, dov’è più difficile che i tedeschi ci trovino. Ci sono già donne e bambini e altri tre uomini, un mio zio con suo figlio e un carabiniere. Ci infiliamo nella grotta mentre le donne, insieme ai bambini, si mettono davanti all’ingresso per cercare di nasconderlo alla vista. I tedeschi arrivano in pochi minuti. Forse hanno seguito delle tracce, oppure i fascisti del paese gli hanno detto della grotta. Non si curano di chi cerca di proteggerci, entrano e quando ci vedono ci puntano addosso i fucili.

MANI IN ALTO
Usciamo dalla grotta con le mani in alto e vediamo gli altri, altri sei tedeschi con le armi pronte a sparare. Ci fanno un cenno brusco che vuol dire «camminate» e uno di loro ci fa capire, con parole che proprio non ricordo, che andiamo a cercare un posto dove fucilarci. Ci siamo allontanati di poco dalla grotta quando, a lato del viottolo, c’è una donna uccisa. La conosco bene, è Maria Ventura. Accanto a lei, in piedi, gli occhi sbarrati, suo suocero, Giuseppe Carboni, che ha più di ottant’anni. Non lo lasciano stare, lo spingono verso di noi e anche lui viene a cercare il posto adatto alla fucilazione. Ho fatto il soldato e anche se non ho mai combattuto so che non bisogna mai rinunciare a salvarsi, anche quando sembra che non ci sia più nessuna speranza.

Mi guardo intorno, studio come si muovono i soldati tedeschi, cerco possibili vie di fuga. Niente, siamo praticamente circondati dai dodici soldati. «Voi partigiani, kaput», dice quello che sembra il comandante, giovanissimo. Si allontanano, il momento sta per arrivare. Alla mia destra c’è un pendio ripido. Ecco, alzano i mitra. Mi butto sulla destra, nel burrone, proprio mentre parte la raffica. Rotolo giù ma mi hanno colpito. Alla spalla e alla gamba sinistra mi troveranno i fori di quattordici proiettili. Cerco di muovere la gamba ferita, non risponde, saprò poi che si è spezzata in quattro punti. Striscio facendo forza sul braccio destro. Quando sento il tedesco venire verso di me, mi blocco, mi fingo morto.

Il colpo di grazia non mi uccide. Il proiettile arriva alla mia testa, nella parte sinistra della fronte e scivola via. In quelle ore il mio cervello gira come su sé stesso. Non pensi a nulla quando sei solo, ferito e immobile in un posto dove sai che non passa mai nessuno. Provi una solitudine totale, come non ho mai più provato nella vita. Della notte del 7 giugno ricordo solo quattro colpi di cannone passati sopra le Pratarelle. E la convinzione, più forte ora dopo ora, che sarei morto lì. Poi la voce di una donna. «Armandooo… Nandooooo». Cerca mio zio Armando Duvalli e suo figlio Nando, catturati insieme a me. Cerco di tirar fuori un po’ di voce. Esce un sibilo. Respiro più profondamente che posso. Il sibilo diventa un po’ più alto e al terzo tentativo si trasforma in un grido di aiuto.

LA SALVEZZA Rosalia Riccetelli, moglie di Duvalli, è vicina a me. Dice che sopra ci sono Armando e Nando, morti, e anche Luigi Cubello e Carboni. Con una piccola carezza mi rassicura, corre via. Tornano in cinque o sei con una scala a pioli, mi ci mettono sopra, mi portano giù al paese. Non importano i dolori degli scossoni, la testa che gira, il cielo che si confonde con gli alberi ai bordi del sentiero. Adesso sono salvo davvero. Quello che è successo alle Pratarelle dopo che sono scappato dalla capanna me lo hanno raccontato. Della capanna dalla quale sono fuggito attraverso il buco fatto da Romana non c’è più nessuno, questo mi hanno detto. Sono entrati e hanno mitragliato uccidendoli tutti. Nessun uomo, solo donne e bambini, anche Celeste, la mia fidanzata di diciassette anni. Sul monumento, in paese, ci sono tutti i loro nomi, anche quelli dei bambini. Io per loro, non per me, per loro, li ammazzerei i tedeschi. Quello non è stato un atto di guerra. Nemmeno di guerra ai partigiani, come volevano far credere. Soltanto crudeltà e vendetta.


Marcellina, Roma, 10 gennaio 2013

Mercoledì 24 Aprile 2013 - 09:12
Ultimo aggiornamento: 09:16

Certificati di malattia consultabili con un click

La Stampa


Cattura
L'INPS ha pubblicato una guida per la consultazione dei certificati di malattia che i medici della mutua devono inviare online. La nuova sezione informativa, raggiungibile seguendo il percorso Menu Informazioni - Prestazioni a sostegno del reddito - Certificati medici online, è stata creata per integrare i canali di comunicazione su una materia particolarmente complessa, che interessa un’ampia platea.

La guida “Come fare per consultare i certificati di malattia” fornisce informazioni di carattere generale sui certificati telematici e sulla normativa che li ha introdotti e ne regola la gestione, consente di utilizzare i servizi offerti dall’INPS, permettendo a datori di lavoro e lavoratori dipendenti di consultare dal portale dell'Istituto attestati e certificati di malattia. Nella guida c'è inoltre una sezione dedicata alle domande più frequenti rivolte all’INPS, classificate per tipologia di utente (lavoratori, datori di lavoro, medici) ed è possibile accedere alle informazioni sul sistema che gestisce i certificati telematici di malattia pubblicate nel sito dedicato del Ministero dell’Economia e delle Finanze.

http://fiscopiu.it/news/certificati-di-malattia-consultabili-con-un-click

Eclissi di Luna del 25 aprile partito il conto alla rovescia

La Stampa

I culmine del fenomeno sarà alle 22,07
roma


Cattura
Conto alla rovescia per l’eclissi parziale di Luna di giovedì 25 aprile. «Anche se sarà una eclissi parziale, in ogni caso vale la pena vederla perché, tempo permettendo, si riuscirà lo stesso a scorgere il bordo lunare più prossimo all’ombra della Terra oscurarsi» osserva l’astrofisico Gianluca Masi, curatore scientifico del Planetario di Roma e responsabile del Virtual Telescope.

A rendere particolare l’evento sarà la luminosità della Luna, che il 25 aprile sarà piena. Visibile da tutta Europa, Italia compresa, l’eclissi sarà simile a quella parziale del 31 dicembre 2009, particolarmente spettacolare. Un’eclissi, rileva Masi, si verifica quando la Luna entra nel cono d’ombra proiettato dalla Terra nello spazio, in questo caso l’eclissi è parziale perché il disco della Luna non entra completamente, ma solo parzialmente, nell’ombra della Terra. 

«Vale la pena non perdere lo spettacolo - sottolinea Masi - anche perché avverrà in un orario comodo». La Luna entrerà nel cono d’ombra della Terra alle 21,54 del 25 aprile e ne uscirà alle 20,21, il culmine del fenomeno sarà alle 22,07. 

Chi ha meno di 21 anni non potrà acquistare sigarette»

Il Mattino

NEW YORK - Nessuna pausa nella lotta anti-fumo. Dopo aver vietato le sigarette nei ristoranti e nei parchi, e dopo aver proposto che siano "nascoste" al pubblico nei punti vendita, il sindaco di New York Michael Bloomberg ha lanciato un nuovo attacco: chi ha meno di 21 anni non potrà acquistare sigarette e altri prodotti legati al tabacco.
 

Cattura La misura proposta segna un'inversione di tendenza per Bloomberg che, solo qualche anno fa, aveva respinto un'iniziativa analoga reputandola inefficace. «Abbiamo rivisto la proposta, anche alla luce dei nuovi dati giunti dalla Gran Bretagna e abbiamo decretato che può aver un impatto», ha affermato la portavoce di Bloomberg, Samantha Levine, spiegando perchè il sindaco sia tornato sui propri passi. In ogni caso nel corso della conferenza stampa in cui la misura è stata annunciata, proprio Bloomberg è stato il grande assente. Al suo posto c'era Thomas Farley, commissario del Dipartimento di Sanità, che ha testimoniato l'appoggio dell'amministrazione della città alla misura.

Aumentando l'età legale per acquistare le sigarette, New York diventerà la prima città americana ad alzare tale limite. «Più rendiamo difficile per gli studenti l'accesso ai prodotti a base di tabacco, minore è la probabilità che inizino a fumare» ha affermato la speaker del consiglio comunale, Christine Quinn. «Abbiamo fiducia nel fatto che l'iniziativa si tradurrà in una città più salutare - ha aggiunto - e che così apriremo la strada a nuovi target a livello nazionale». Secondo alcune stime, sono circa 20.000 i liceali newyorkesi che fumano e l'80% del totale dei tabagisti ha iniziato prima dei 21 anni. Ma l'annuncio è stato subito accompagnato da forti polemiche.

Le statistiche citate dalle autorità sono «discutibili e contestabili» ha criticato Audrey Silk, fondatrice di "Citizen Lobbying Against Smoker Harassment", associazione a tutela dei diritti dei fumatori. «Chi ha 18 anni o più è un adulto e le sigarette sono quindi legali. A 18 anni si è ritenuti abbastanza adulti per effettuare scelte responsabili, quali fare il militare, che di questi tempi significa mettere immediatamente a rischio la salute». «La misura rischia solo di aumentare il mercato nero delle sigarette» ha replicato Brad Gerstman, portavoce dell'associazione dei 'Grocery Stores' della città, mettendo in evidenza come la norma «non riuscirà a mettere fine al fumo» e costerà ai negozianti solo più multe.

 
martedì 23 aprile 2013 - 20:08   Ultimo aggiornamento: 20:08

Roma, arriva Google Transit: linee, percorsi e orari dei mezzi pubblici sulle mappe di Big G

Il Messaggero


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ROMA - Spostarsi nella Capitale sui mezzi pubblici con alcuni semplici clic. Arriva anche a Roma Google Transit, strumento di Google Maps attraverso cui turisti e romani potranno pianificare i loro spostamenti. Grazie a questa funzione, in collaborazione con l'Agenzia Roma Servizi per la Mobilità e al suo partner tecnologico MAIOR, Google rende disponibili tutte le informazioni sugli itinerari del trasporto pubblico gratuitamente. Percorsi, tempi di percorrenza e dettagli su oltre 500 linee di superficie, tre linee della metropolitana (A, B e B1), tre ferrovie regionali, che complessivamente servono un'area di 1285 kmq e una rete che si estende per circa 3510 km, per un totale di oltre 1,5 miliardi di passeggeri all'anno.

Inoltre, sui dispositivi mobili, Google Transit userà automaticamente la posizione corrente del telefono cellulare per suggerire il modo migliore per arrivare a destinazione, e con l'ausilio del navigatore sarà in grado di generare avvisi all'utente durante il tragitto (quando scendere ad esempio dalla metro o dal tram). «Google Maps cerca di aiutare gli utenti a esplorare il mondo che li circonda - ha spiegato Aldo Spivach, Strategic Partnerships Development Manager per l'Italia di Google - Fornire non solo le informazioni riguardanti la mappa geografica ma anche quelle sul trasporto pubblico, rappresenta un aiuto importante per vivere il proprio territorio in modo smart e semplice». «Google Transit rappresenta uno strumento che consente, come nelle più importanti capitali europee, di accedere alle informazioni per spostarsi con i mezzi pubblici - ha commentato il presidente di Agenzia per la Mobilità di Roma Massimo Tabacchiera.

Abbiamo scelto i servizi del motore di ricerca Google per l'affidabilità, la diffusione e l'accessibilità ormai universale che questo rappresenta. Google e Agenzia hanno mappato circa 10.000 punti di fermata, più di 500 linee articolate in circa 1.600 percorsi distinti per un totale di circa 45.000 corse giornaliere. Con pochi clic e in pochi secondi si otterrà il percorso più rapido e un piano di viaggio dettagliato».


Martedì 23 Aprile 2013 - 20:17
Ultimo aggiornamento: 21:59

L'eterno derby italiano: pastasciutta contro caffè

Luciano Gulli - Mer, 24/04/2013 - 08:51

La disputa tra Guido Barilla e Luigi Zecchini (Istituto nazionale espresso) riaccende il dibattito. Ma il popolo del Belpaese non vuole rinunciare a nulla

Ma noi italiani siamo più per la pasta o per il caffè? Messo così, il quesito è ovviamente irrisolvibile. Come se ci si chiedesse se dalla classica torre saremmo più propensi a gettare un fratello o una sorella, o come se ci si proponesse, così a freddo e senza motivo, di liberarci di una necessaria, innocua dipendenza.


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Così irrinunciabili, la pasta e il caffè, che non si capisce proprio la querelle che ha ultimamente visto opporsi Guido Barilla, patron della rinomata azienda alimentare secondo cui dove c'è Barilla c'è casa e Luigi Zecchini, presidente dell'Istituto Nazionale Espresso Italiano.

Ospite di Fabio Fazio a Che Tempo Che Fa di domenica scorsa, Barilla ha sostenuto che un caffè costa quanto cinque piatti di pasta; sollevando con ciò l'ira di Zecchini e dei caffettieri italiani i quali hanno opinato che si stavano confrontando in modo inopportuno due prodotti distribuiti su canali diversi: il caffè al bar, col suo corredo di affitto del locale, bollette, personale, e la pasta acquistata al super e consumata a casa. Disputa destinata a finire in niente, come ognuno capisce, quantomeno vista dalla sponda dei consumatori, per i quali i due argomenti sono tabù. Nel senso che è sacrilegio anche solo metterli in discussione.

Dicono le statistiche che gli italiani mangiano circa 26 chili di pasta all'anno, più o meno 4 volte la media di francesi e tedeschi. Ma più dei numeri soccorre la letteratura, il cinema, il costume. Maccheroni e «raviuoli» fanno già la loro bella figura nel Decamerone di Boccaccio, e arrivano ai giorni nostri passando per il grande cinema di Totò (Miseria e nobiltà) Alberto Sordi (Un americano a Roma) Gassman-Totò (I soliti ignoti). Per non dire della musica, che vede in Gioacchino Rossini un grande «pastaro». Così «dipendente» dai fusilli e dagli spaghetti di Gragnano era questo «pianista di terza classe ma primo gastronomo dell'universo», secondo la sua definizione, da farsi spedire ziti e maccheroni direttamente da Napoli.

L'unica volta in cui gli spaghetti sono stati messi in discussione (ma poi si vide che era una polemica di cartone) fu nel 1930, quando Filippo Tommaso Marinetti, nel Manifesto della cucina futurista auspicò una vera e propria crociata contro gli spaghetti, accusando la pasta di uccidere l'animo nobile dei napoletani. Incoraggiato da Benito Mussolini, che era il vero ispiratore della polemica, ne propone addirittura l'abolizione sostenendo che l'abolizione della pasta avrebbe liberato l'Italia dal costoso grano straniero e favorito l'industria italiana del riso. Come finì? Finì con una bella fotografia di Marinetti immortalato nel ristorante «Biffi», a Milano nell'atto di mangiare un bel piatto di spaghetti.

Da cui l'immediata, fulminante canzonatura che fece polpette di Marinetti e della sua «crociata», deflagrando fra i tavolini di tutti i caffè d'Italia. Diceva la corbellatura: «Marinetti dice basta, messa al bando sia la pasta. Poi si scopre Marinetti che divora gli spaghetti». Quanto al caffè, che dire? A colazione, a metà mattinata, dopo pranzo, al coffee break, in tazza grande, corretto, macchiato caldo, macchiato freddo, espresso o moka, normale,lungo o ristretto, il caffè marca la vita quotidiana degli italiani, la quale appunto non è vita se non comincia con un caffè.

E siccome i campanili non stanno lì solo per marcare lo skyline, ecco che a Trieste il caffè si beve «nel bicchierin»; a Roma un «genovese» è un caffè macchiato con una spruzzata di cacao, mentre a Napoli, ancor oggi, resiste la magnifica, baronale usanza del «sospeso», secondo cui chi consuma un caffè ne paga due, lasciando il secondo «in sospeso» per il viandante che non può permettersi di pagarlo. Disputa inutile, dunque, quella tra i pastai e i caffettieri. Perché se ci mettiamo a discutere davvero sugli spaghetti e soprattutto sul caffè vuol dire che siamo veramente alla frutta.

Professione divorziata: per diventare ricca fai l'ex

Eleonora Barbieri - Mer, 24/04/2013 - 08:55

Nella lista dei Paperoni appaiono le "separate" più danarose. E gli avvocati ammettono: "È il modo più facile per avere soldi"

Non è proprio la professione più antica del mondo, ma è comunque un mestiere antico, e più o meno si muove sullo stesso terreno: trarre profitto dalle relazioni, con persone di sesso opposto.


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Tipicamente maschi. Possibilmente straricchi. È di quelle professioni, è chiaro, che si perseguono (con lucro) ma non si dichiarano (solo nella denuncia dei redditi, al limite, ma si sa: il fisco è clemente, con chi molto gli elargisce); o almeno non si dichiaravano, fino a oggi. Ora che il filo dell'ironia è diventato un cavo di rame, beh: ora si può confessare. Si può dire chiaro e tondo: sposare un miliardario e poi divorziare, senza neanche averlo sopportato per troppo tempo, è un lavoro. Redditizio, rodato, consolidato.

Non importa se sia faticoso o meno, non importano eventuali considerazioni morali o moralistiche, non importa l'amore, figuriamoci, non importano neanche i figli (se ci sono, meglio: il giudice concederà più soldi): quello che conta è l'esito. Le professioniste del divorzio milionario potrebbero appropriarsi dello slogan delle top model, in quella pubblicità: «Io guardo il risultato». E non si intendono i capelli luccicanti.

I soldi non puzzano, del resto. Anzi in questo caso è la legge a porre il suo sigillo: le signore ottengono milioni, perché quei milioni spettano. Per esempio nel 2009 Slavica Ecclestone ha divorziato da Bernie, il patron della Formula Uno, per il suo «comportamento irragionevole». Lei gli era stata accanto per ventitré anni e un tribunale le ha assegnato 740 milioni di sterline, che in euro è qualcosina in più, 860 milioni.

Così ora Slavica compare nella lista delle mille persone più ricche del Regno, la famosa Rich List compilata ogni anno dal Times. Ma non è l'unica divorziata ricca e famosa: è come - notava il Daily Mail - se si fosse creata una specializzazione, un settore a parte nella classifica. E non sono soltanto i milioni in cui si misurano i patrimoni delle signore (o ex signore) a dirlo, lo confermano pure gli avvocati divorzisti, come Ayesha Vardag:

«Oggi in Inghilterra il modo più semplice di fare fortuna per una donna attraente è sposare un uomo molto ricco e poi divorziare qualche anno più tardi, meglio ancora dopo aver avuto un figlio». Quando si dice lucidità di pensiero. Non è ormai luogo comune, d'altra parte, che si è artefici del proprio destino? E quale destino è più immediato, più quantificabile, di quello del conto in banca?

Così nella lista delle divorziate di lusso appaiono altre cifre esorbitanti: Irina Malandina (non malandrina, Malandina) nel 2007 si è separata da Roman Abramovich dopo 16 anni di matrimonio e cinque figli. Lui è uno degli uomini più ricchi del mondo, lei ha avuto 180 milioni di euro. A tallonarla, al terzo posto in classifica c'è Diana Jenkins, imprenditrice e filantropa bosniaca, ex moglie del superconsulente di Barclays Roger Jenkins: quando si sono divisi, nel 2011, lei ha ottenuto 175 milioni.

La coppia l'ha definito «il divorzio più felice di sempre». Come non gioire per loro. Ma anche per Galina Besharova, che nel 2011 si è separata dall'oligarca russo Boris Berezovsky stabilendo un record assoluto: ha guadagnato centosedici milioni in 45 secondi. Perché se il mestiere si fa, va fatto bene.

Anche la persona più giovane nella lista dei Paperoni d'Inghilterra è una donna, la ventunenne India Rose James, che con la sorella Fawn ha un patrimonio di 384 milioni: più ricca della Regina. Tutto grazie al nonno Paul Raymond, che nel testamento ha lasciato quasi tutti i suoi milioni alle nipotine. Il nonno, nello specifico, era il re del porno d'Oltremanica.


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