lunedì 22 aprile 2013

Sta bene solo al canile, non vuole essere adottato". La storia di Brutus commuove il web

La Stampa

Da undici anni è ospite del rifugio di Galliate. La presidente della struttura: "Impossibile darlo in adozione". Ma gli animalisti protestano su Facebook

simona marchetti


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Brutus è seduto sulle zampe posteriori con l’aria un po’ triste. La sua foto ha fatto il giro del web e su Facebook è stata condivisa più di 14 mila volte. Brutus è uno degli ospiti del canile di Galliate da 11 anni e la sua storia di lunga permanenza nella struttura, insieme a quella della sua compagna Akira, è all’origine di questo contagio «virale» in rete, che ha portato anche un centinaio di persone da tutta Italia a scrivere al sindaco Davide Ferrari invitandolo a fare pressioni sulla direzione affinché conceda l’adozione di uno o di entrambi i quattrozampe, che vogliono stare possibilmente insieme.

«Non vogliono dare in adozione Brutus, un cane da 11 anni in canile; meriterebbe di trovare una casa per i suoi ultimi anni»: anche l’associazione nazionale Animal Liberation, per voce della sua vicepresidente nazionale Serena Sartini, entra nella querelle che vede opposti alcuni animalisti e la direzione della struttura La Cuccia di Galliate, a cui fanno riferimento anche Cerano, Romentino, Trecate, Cameri e Sozzago. «Lo abbiamo richiesto, insieme alla sua amica Akira da cui dicono che non voglia essere separato – afferma Sartini - e oltre a noi la proposta è arrivata anche da persone che risiedono a circa 50 chilometri, ma la risposta è sempre stata no. Perché?». Il canile, sostengono, non è una prigione.

«Ha le sue abitudini – risponde la presidente del canile Elia Manco –. Sta bene qui con Akira. E’ come una persona anziana, se la sposti da casa sua per mandarla in un ospizio non ce la fa». Racconta i vari tentativi: «Abbiamo provato di recente a portarlo in una nuova sistemazione, da solo o con Akira, ma dopo un giorno o due in cui non mangiava, non beveva, non faceva neanche i bisogni, ci è sembrato giusto riportarlo qui e si è ripreso». E’ intervenuta anche una veterinaria: «Anche lei ha verificato la sua situazione. Meglio tenerlo con noi». Ribadisce anche le ragioni del «no» a Serena Sartini: «Abita lontano, non si potevano fare i consueti controlli post adozione». L’animalista ribatte: «Dopo opportune verifiche sul richiedente, nulla può ostare la sua adozione.

Neppure aspetti problematici del carattere possono essere considerati un impedimento: veterinari comportamentalisti o educatori cinofili possono e devono accompagnarlo nell’inserimento – sostiene - Il canile di Galliate ospita cani che sono diventati anziani al suo interno, per i quali le amministrazioni pagano rette giornaliere per cibo e cure mediche. La drammatica situazione economica forse non sfiora neppure i cittadini dei Comuni associati?». La replica:«Non riceviamo una diaria, ma un contributo annuale dai municipi consorziati. E se siamo passati dai 93 agli attuali 34 ospiti, senza usare i social network, significa che non abbiamo mai avuto problemi a trovare nuove famiglie. Tutti i controlli fatti dalle autorità sanitarie hanno poi confermato la correttezza della nostra gestione».

Usa, piani per il riarmo nucleare Guardian: interessate basi italiane

Il Messaggero

La denuncia del giornale inglese: sarebbe la smentita del piano di dismissione lanciato da Obama nel 2010


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ROMA - Il Pentagono si appresterebbe a spendere 11 miliardi di dollari per ammodernare 200 ordigni nucleari B61, di cui 70 si trovano in Italia nelle basi di Aviano e di Ghedi. Si tratta - secondo quanto riporta il Guardian - di ordigni che potranno essere trasportati ed utilizzati come armi teleguidate dai cacciabombardieri F35.
Se la notizia venisse confermata - spiega al giornale britannico l'esperto Hans Kristensen - sarebbe la smentita di quanto dichiarato da Obama nel 2010, quando ribadì che non avrebbe più sviluppato nuove armi.

«Le notizie provenienti dagli Usa confermano che i caccia F-35 avranno capacità nucleari» - denuncia la campagna “Taglia le ali alle armi”, promossa da varie associazioni pacifiste, che da tempo si batte contro l'acquisto da parte dell'Italia di questo tipo di aereo. «Che ci sia una presenza in Italia, pur se in basi Nato, di bombe nucleari ormai è un fatto acquisito da diverso tempo sulla base di numerosa documentazione - sottolinea Lisa Clark di “Beati i costruttori di Pace” e referente in Italia dei movimenti anti-nucleari - una problematicità già nota e che oggi acquista ancora più forza, perché la combinazione letale tra F-35 e ordigni nucleari potrà essere concretizzata senza doversi allontanare dall'Italia».

Oltre che per il possibile uso futuro dei caccia F-35, il problema - sottolineano - si pone anche per il Trattato di Non Proliferazione nucleare, che l'Italia ha ratificato e che impedisce al nostro paese di dotarsi di armi nucleari. Un'eventuale violazione degli accordi internazionali non si ferma oltretutto a questo: le associazioni ricordano come in tutta la documentazione tecnica ufficiale dell'F-35 risulti l'evenienza di dotazione anche con bombe a grappolo. “Taglia le ali alle armi” chiede dunque al Parlamento un'immediata presa di posizione su questo «preoccupante scenario».

Le conversazioni con Siri durano 2 anni

Corriere della sera

Cupertino ha chiarito che i dati sono conservati 6 mesi associati all’utente, e poi altri 18 anonimi

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MILANO - Parlare con Siri è comodo, efficace e fa risparmiare tempo. Ma come spesso accade con le tecnologie, la tendenza delle persone è di usarla senza porsi troppe domande. E questo capita non solo all'utente medio ma anche agli addetti ai lavori, come la redazione di Wired che, sollecitata da un difensore dei diritti civili, la settimana scorsa si è chiesta, senza sapersi dare risposta, che fine fanno le conversazioni con l'assistente vocale. L'articolo ha sollecitato la risposta di Apple che ha dichiarato che quel che chiediamo a Siri viene conservato due anni nei server della mela morsicata. Perché parlare con Siri è come parlare con Apple.

DOMANDA - A sollevare il problema è stato Nicole Ozer, avvocato dell'American Civil Liberties Union, associazione a tutela dei diritti dei cittadini, che ha lamentato la scarsa chiarezza sulla conservazione dei dati personali da parte di Apple. Nelle FAQ del servizio non si fa menzione della cosa e nella policy sulla privacy viene indicato che in caso di sospensione dei servigi di Siri le conversazioni recenti vengono cancellate, mentre quelle più vecchie mantenute per qualche tempo ma rese anonime.

RISPOSTA - La richiesta di chiarimenti, raccolta da Wired, è giunta fino a Cupertino da dove la risposta, evento raro da quelle parti, non è tardata ad arrivare. La portavoce Trudy Muller ha chiarito che le domande poste all'assistente vocale vengono conservate nei server aziendali per ventiquattro mesi: per i primi sei mesi le registrazioni sono identificate tramite un numero (che sostituisce l'identità dell'utente ma è ad essa riconducibile), mentre per gli altri diciotto mesi il numero identificativo viene distrutto e i dati usati per migliorare il servizio. Soddisfatta della risposta Ozer ha invitato a includere le informazioni nella policy sulla privacy e possibilmente anche nelle FAQ.

IBM - Parlare con Siri e con gli altri assistenti vocali è come parlare con le aziende che offrono il servizio ed è bene ricordare che la memoria di queste aziende abbastanza è lunga. In genere gli utenti abbassano la guardia quando interagiscono con Siri e tendono a rivelare più di quanto fanno effettuando una ricerca digitandone i termini. Già l'anno scorso il management IBM, da sempre molto geloso dei propri segreti, ha imposto la disattivazione di Siri e successivamente degli altri assistenti vocali per timore che possano spifferare i segreti industriali ai concorrenti.


Gabriele De Palma
22 aprile 2013 | 15:31

Guardia ai rifiuti per 4 mila euro al giorno Scandalo ecoballe: ci sono 56 vigilantes

Il Mattino
di Daniela De Crescenzo


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NAPOLI - A diciannove anni dal suo avvio l’emergenza rifiuti continua a essere un ottimo affare: per spostarli si spendono cento milioni all’anno. Ma anche conservarli costa caro. Lo smaltimento delle cosiddette ecoballe, se mai comincerà, durerà venti anni e fino ad allora per guardarli in armi avremo speso 31 milioni e duecentomila euro. Intanto la Sapna ha organizzato una gara triennale per il servizio di sorveglianza delle balle, ma anche degli stir e delle discariche dismesse. I cinquantasei vigilantes della spazzatura che sorvegliano le ecoballe. Ci costano un milione e 560 mila euro all’anno, 4 mila 200 euro al giorno.


lunedì 22 aprile 2013 - 08:08   Ultimo aggiornamento: 12:12

3-4 tazzine al giorno di caffè non fanno male alla salute»

Il Mattino

NAPOLI - Nelle persone sane il caffè, a dosi moderate di 3-4 tazzine al giorno, non fa male alla salute, anzi potrebbe avere alcuni effetti benefici. Lo si afferma in "Caffè e Salute", l'ultimo booklet scaturito dalle ricerche dell'IRCCS Istituto di Ricerche Farmacologiche 'Mario Negrì di Milano.


CatturaNei Paesi del Nord Europa, dove il consumo di frutta e verdura è scarso e quello di caffè alto – vi si legge - il caffè è l' alimento che fornisce all'organismo la maggior parte degli antiossidanti; in Italia, dove frutta e verdura fanno parte della comune dieta, 3-4 tazzine di caffè ne raddoppiano l'apporto. «Bisogna non fare confusione tra effetti della caffeina e del caffè - dice Alessandra Tavani, capo del Laboratorio di Epidemiologia delle Malattie Croniche presso il Mario Negri - La caffeina della tazzina di caffè è ritenuta responsabile della diminuzione del senso di fatica, dell'aumento della vigilanza e dell' aumento della motilità intestinale. Inoltre, a dosi appropriate, potenzia gli effetti antidolorifici dell' aspirina».

Altri componenti del caffè (fra cui i polifenoli) potrebbero avere – secondo la ricercatrice - effetti favorevoli prevenendo l'insorgenza di malattie cardiovascolari, cirrosi epatica, e dei tumori del cavo orale, del fegato, dell'endometrio e forse del colon-retto. Dati recenti mostrano che il caffè sembra essere associato a una diminuzione di mortalità totale, anche se i risultati devono essere confermati. Tornando alla caffeina, davanti ad essa non tutti gli individui sono uguali: una volta ingerita, alcuni la eliminano velocemente, altri lentamente.

Questi ultimi sono coloro che sostengono di non dormire se prendono il caffè dopo le 17. Altri riferiscono tachicardia. «È bene che chi non tollera la caffeina – avverte Tavani - si astenga dal consumo di caffè oppure utilizzi caffè decaffeinato». Quanto all'interazione coi farmaci, l'unica sostanza per cui quella col caffè è pericolosa è l'efedra e i suoi derivati, efedrina e pseudo-efedrina, che può provocare, in qualche caso, tachicardia, ipertensione, aritmia cardiaca ed emorragie intracraniche, eventi talvolta gravi, anche mortali.

 
sabato 20 aprile 2013 - 10:10   Ultimo aggiornamento: domenica 21 aprile 2013 20:08

Stato-mafia, distrutti i file delle intercettazioni di Napolitano

Corriere della sera

Cancellate le conversazioni tra il capo dello Stato e Mancino

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Distrutti. Tutti i file delle conversazioni tra il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e l'ex ministro dell'Interno Nicola Mancino, registrate nell'ambito dell'inchiesta sulla trattativa Stato-mafia, sono stati cancellati. Lo ha disposto il giudice per le indagini preliminari di Palermo, Riccardo Ricciardi.

I FILE - La distruzione dei file audio è avvenuta, lunedì mattina, nel carcere Ucciardone, dove si trova il server in cui i file erano conservati. Alle operazioni ha partecipato il tecnico della Rcs, la società che gestisce gli impianti di intercettazioni per conto della Procura di Palermo.


Redazione Online 22 aprile 2013 | 13:38

Papa Francesco tolga gli omissis sul caso Orlandi"

La Stampa

Intervista a Vatican Insider dello scrittore Tommaso Nelli sugli ultimi sviluppi delle indagini

Giacomo Galeazzi
Città del Vaticano


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Il 22 giugno una fiaccolata organizzata dai familiari si svolgerà a Roma per Emanuela Orladi, la giovane scomparsa 30 anni fa e mai ritrovata. Il corteo percorrerà la strada fra la scuola di musica frequentata dalla ragazza e la sua abitazione. In questa intervista a "Vatican Insider" lo scrittore Tommaso Nelli (che ha dedicato vari saggi alla vicenda) anticipa i risultati delle sue ultime indagini su uno dei misteri più inquietanti della storia d'Italia e lancia un appello a Papa Grancesco:"Tolga gli omissis".

Quali novità sono emersi dai suoi studi sul caso Orlandi?

"In primis, le forti responsabilità del Vaticano. Evidenti fin dal 3 luglio 1983, quando nell’Angelus Wojtyla accese l’attenzione mediatica sulla sparizione della giovane Orlandi. La sala stampa della Santa Sede, però, nei suoi comunicati ufficiali derubricò la vicenda a “sequestro di persona” quando invece nessuno aveva ancora rivendicato il rapimento della ragazza.  Da ultimo, la presenza, quasi certa, di un’unica regia dietro le tre telefonate fatte, seppur con voci e in tempi differenti, dai gestori della scomparsa alle uniche amiche di Emanuela contattate in trent’anni: Laura, Carla, Gabriella. Ovvero gli stessi nomi presenti sullo spartito con esercizi di flauto che Emanuela aveva con sé il giorno della scomparsa".

Quale ruolo ha la basilica di Sant'Apollinare?
"La basilica di sant’Apollinare è divenuta suo malgrado famigerata, più che famosa, per aver ospitato dal 24 aprile 1990 fino al 14 maggio 2012 la salma di Enrico De Pedis, boss della fazione “testaccina” della banda della Magliana. Una sepoltura ancora oggi circondata dal mistero dato che il Vaticano non ne ha mai spiegati i motivi e si ignorano i “favori” resi da De Pedis alla parrocchia.
Inoltre, dalle testimonianze raccolte, quando la scuola “Ludovico Da Victoria” arrivò nel palazzo di sant’Apollinare, fine anni Settanta del secolo scorso, la basilica, sotto la titolarità del cardinale Felici, appariva quasi sconsacrata poiché era un edificio ecclesiastico dal culto limitato".

De Pedis frequentava don Vergari?

"Don Vergari ha scritto sul suo sito internet che si conobbero quando De Pedis era detenuto nel carcere di Rebibbia, intorno alla fine degli anni Settanta. Il sacerdote poi ne celebrò il matrimonio, ne officiò i funerali e a un mese dalla morte dello stesso De Pedis inoltrò richiesta al cardinale Poletti, vicario di Roma, per la traslazione della salma dal Verano a sant’Apollinare con la motivazione che De Pedis era stato un benefattore e lo aveva aiutato ad allestire mense per i poveri. Però, a sant’Apollinare, né prima e né dopo il 1983, in base a testimonianze raccolte, non ci sono mai state mense per i poveri".

Quale ruolo ha avuto la Banda della Magliana nel caso Orlandi'

"Il ruolo esatto dovranno appurarlo gli inquirenti. Al momento, si possono fare ipotesi relazionandoci alla caratura di quella che Otello Lupacchini, giudice istruttore del processo alla banda della Magliana, definì una vera e propria holding politico-criminale. Se fu lei a operare il sequestro, occorre approfondire chi prelevò Emanuela quel 22 giugno 1983. De Pedis? Significherebbe che il mandante è qualcuno ancor più potente del boss dei “testaccini”. I suoi sgherri? Allora si entra nel campo del ricatto. Verso chi e perché? Il Vaticano per storie di soldi prestati e non restituiti? Ma allora perché rapire una quindicenne figlia di un postino? Opinione personale che la banda della Magliana abbia svolto un ruolo di manovalanza nell’occultamento del corpo di Emanuela".

A Sant'Apollinare aveva uno studio Scalfaro?
"Certo. Scalfaro aveva uno studio al quarto piano del palazzo di sant’Apollinare, gli allievi e gli insegnanti della “Da Victoria” mi hanno raccontato di averlo incontrato più volte in ascensore, specificando che era in ottimi rapporti con la direttrice dell’istituto, suor Dolores Salsano, e seguiva con interesse l’attività canora come dimostra una foto dove i due, vicini di posto, assistono a un saggio della scuola a inizio anni Ottanta. Ma il punto fondamentale è un altro: Scalfaro, il 4 agosto 1983, quarantatré giorni dopo la sparizione di Emanuela Orlandi, fu nominato ministro degli Interni dell’allora governo Craxi. All’epoca, al Viminale facevano capo i servizi segreti, presenze oltremodo ombrose in questo enigma trentennale".

Quali sono i lati più oscuri della vicenda?
"Gli omissis del caso Orlandi fanno invidia a quelli di Cossiga nel rapporto Manes. Fra questi: quale è stato l’effettivo contributo dell’intelligence italiana – Sisde e Sismi – alle indagini? Perché non furono subito interrogati tutti gli iscritti alla scuola di musica per sapere se qualcuno, quel giorno, avesse visto qualcosa? Chi era l’amica presente, stando ai verbali, con Emanuela quando ricevette l’offerta di lavoro dal fasullo rappresentante di cosmetici mentre andava a lezione quel 22 giugno 1983? E, soprattutto, perché gli inquirenti non hanno mai individuato la ragazza dai capelli scuri e ricci – che non è Fabiana Valsecchi come azzardato da alcuni rotocalchi nell’agosto 2010 (allieva anch’essa della “Da Victoria"), ultima persona ad aver visto Emanuela poiché con lei alla fermata dell’autobus, su corso Rinascimento, una volta uscite dalla lezione di musica?"

Il beato che viene dalla Controriforma

La Stampa

Oggi la proclamazione di don Rusca (1563-1618), arciprete di Sondrio cresciuto alla scuola di san Carlo Borromeo

Giorgio Bernardelli
Milano

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Sondrio e la vicina Valmalenco avranno da oggi un nuovo beato. Un martire di un tempo in cui in questa zona di confine tra la Valtellina e la Svizzera i cristiani di confessioni diverse arrivavano a uccidersi in nome della fede. È infatti questa la storia di don Nicolò Rusca (1563-1618), arciprete di Sondrio e della Valmalenco che - in un'epoca di tormentati scontri politici e religiosi in questa zona allora di confine tra gli spagnoli e il mondo della Riforma - venne arrestato da un gruppo di giovani pastori di tendenza radicale e ucciso a Thusis, nel Canton Grigioni, al termine di un processo sommario.

A 450 anni dalla nascita viene dunque proclamato beato un sacerdote simbolo degli anni della Controriforma: non a caso don Rusca era cresciuto alla scuola di san Carlo Borromeo. Domenica pomeriggio a presiedere il rito - che si terrà in piazza Garibaldi, la piazza centrale di Sondrio -  sarà presente il cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei santi, insieme a monsignor Diego Coletti, vescovo di Como, sotto la cui giurisdizione ecclesiastica Sondrio e le sue valli ricadono. Don Rusca è una figura alla cui memoria la Chiesa locale è molto legata e la sua beatificazione si inserisce a pieno titolo nell'Anno della fede: «Va riscoperta - ha spiegato Coletti - con l'impegno di cogliere la forza dirompente e liberante del suo messaggio: ricercare il dialogo e proclamare il Vangelo con coraggio, anche quando questo richieda di donare la propria vita».

Non sfugge, però, anche la delicatezza di una memoria storica del genere: quando nel dicembre 2011 venne annunciata la firma del decreto sul martirio che apriva la strada alla beatificazione, da parte degli evangelici elvetici vi furono voci perplesse. Di un «martire e beato di un'epoca violenta» parlò il sito della Conferenza delle Chiese evangeliche in Svizzera, ricordando come anche i riformati furono vittime di eccidi in quegli anni in Valtellina. E pur definendo inaccettabile la morte dell'arciprete di Sondrio, definì don Rusca «un uomo prigioniero del suo tempo, che vedeva i fratelli cristiani riformati non come fratelli, ma solamente come avversari che era giusto combattere».

Per questo motivo è stata importante l'impronta molto attenta alla dimensione ecumenica che la diocesi di Como ha voluto dare al cammino verso la beatificazione. C'è stato anche un pellegrinaggio comune lungo il sentiero che don Rusca percorse prigioniero verso la Svizzera, con l'intento di guardare a tutte le ferite di quell'epoca. E una delle frasi del sacerdote martire riproposte con maggiore forza è stata: «Odiate l'errore, amate gli erranti». «Questa beatificazione - ha precisato ancora il vescovo Coletti alla vigilia della beatificazione in una lettera inviata alla diocesi - è un momento da vivere come linfa per un cammino ecumenico di reciproca e rispettosa conoscenza, guardando insieme all'unica verità che è Cristo».

Operazione ghost car della Stradale Diecimila auto di morti e clochard

La Stampa

Scoperte in tutta Italia centinaia di vetture fantasma usate dalla criminalità per commettere reati: senza assicurazione, non pagavano mai né pedaggi né multe ed erano intestate a defunti e prestanome


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Un `esercito´ di quindicimila veicoli intestati a persone inesistenti o prestanome e utilizzati dalla criminalità per commettere reati. È quanto emerso dalla maxi operazione della polizia stradale che in tutta Italia ha portato alla radiazione di oltre diecimila veicoli. Si tratta di auto di grossa e piccola cilindrata, tra cui Rolls Royce e Ferrari, oltre a veicoli commerciali. 

Alcuni dei veicoli individuati dalla polizia stradale e intestati a prestanome, secondo quanto emerso dalla maxi operazione della polizia, risultano coinvolti in gravissimi incidenti stradali avvenuti in passato, come quello dell’ottobre 2011 in cui tre giovani persero la vita schiacciati contro il pullman del Torino calcio. Tra gli intestatari, alcuni risultano essere nomadi, persone morte o senzatetto. Altri intestatari sono pregiudicati e affiliati alla criminalità organizzata

I veicoli `fantasma´ potevano circolare senza pagare i pedaggi autostradali, le contravvenzioni e soprattutto potevano eludere i controlli delle forze dell’ordine quando venivano utilizzati per commettere gravi reati. L’operazione `ghost car´ ha messo in evidenza come nel 2012 oltre il 70% dei veicoli intestati a prestanome fosse privo di copertura assicurativa

L'Europa contro Scotland Yard

La Stampa

Il parlamento  Ue vuole togliere la Scuola di Polizia agli inglesi. Sherlock Holmes sorride..


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Sfida a Scotland Yard e a tutti i "Bobby" della Regina, contesa doppiamente velenosa perché europea e perché costruita con l’intento più caro al governo britannico, ovvero risparmiare i soldi dei contribuenti. L’Europarlamento ha chiesto alla Commissione Ue di «approfondire» l’ipotesi di trasferire l'Accademia europea di polizia dal Regno Unito all’Olanda, così che possa condividere strutture e servizi con l’Europol. Gli eurodeputati ritengono che congiungere i due organismi sarebbe logico e consentirebbe chiari risparmi. A partire dai 173.500 euro l’anno per l’affitto dei nobilissimi locali di Bramshill House, residenza costruita da Edward la Zouche, undicesimo barone di Harringworth, all’inizio del Seicento. 

L'Accademia europea di polizia (Cepol) è stata creata nel 2001 e quattro anni più tardi è diventata agenzia Ue. Deve formare e rendere sintonici i poliziotti europei, organizzando corsi e conferenze per facilitare la cooperazione nelle attività contro il crimine. Nel risiko delle sedi comunitarie in cui i governi europei si spartiscono il potere, il Cepol è finita a Bramshill, nell’Hampshire. Una concessione a Londra e a una tradizione antica. Scotland Yard, in effetti, è nata dal 1829, con qualche mese di ritardo sui francesi che, grazie ai loro "sergents de ville", reclamano il titolo della prima Polizia moderna. 

Il Cepol ha un bilancio relativamente modesto. Nel 2011 il contributo dell’Ue è stato di 8,3 milioni, la metà dei quali è spesa per gli stipendi dei 25 funzionari, temporanei e no. Visto che l'Accademia lascerà i locali che occupa a Bramshill nel marzo 2014, il Parlamento Ue ritiene che la Commissione debba «presentare una proposta per il trasferimento all'Aia, dove è ubicato l'Ufficio di polizia, affinché le due agenzie possano condividere strutture e servizi e beneficiare delle sinergie». 

L’ufficio di Polizia, o Europol, è un’agenzia da 83,4 milioni l’anno. Coordina gli ispettori comunitari e, secondo il Parlamento, potrebbe anche formarli. Ufficialmente, gli inglesi non sono contrari a un passo che potrebbe avvenire entro un anno. «Studieremo la proposta e consulteremo il Parlamento», spiega un portavoce britannica. In realtà pare che non siano per nulla contenti. Temono l’autogol del rigore del bilancio per il quale il premier Cameron s’è battuto con forza, e ancora di perdere la scuola di Polizia sarebbe quasi come dare ancora ragione a Sherlock Holmes. Per il quale, sebbene «prima al mondo per tenacia e metodo», Scotland yard mancava «di capacità di immaginazione intuitiva», dote di cui nessun formatore può fare a meno. 

Con la circoncisione: sesso più sicuro!

La Stampa

Diversi studi randomizzati sembrano dimostrare che la circoncisione riduce del 50-60% le possibilità di contrarre un’infezione sostenuta dall’HIV.


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Una nuova conferma, di quanto detto, sembra arrivare da un lavoro condotto in Rakai, Uganda, dal Translational Genomics Research Institute e dalla George Washington University e recentemente pubblicato sulla rivista mBio dell’American Society For Microbiology. In sintesi sembra che la circoncisione modifichi in modo drastico la flora batterica che caratterizza il glande, cioè la punta del pene, e questo potrebbe essere la ragione del perché questo trattamento chirurgico permetta una migliore difesa e protezione contro l’HIV.

I ricercatori hanno analizzato la flora batterica che vive sotto il prepuzio, cioè la pelle che ricopre il glande, la struttura anatomica che viene rimossa quando si pratica una circoncisione, e hanno visto che le popolazioni di batteri, che lì vivono e si moltiplicano cambiano in modo drastico dopo l’intervento. Dopo un anno dalla circoncisione si osserva che la carica batterica complessiva sul glande si riduce in modo significativo e che gli organismi anaerobi (quelli che vivono in ambienti con poco o senza ossigeno) diminuiscono mentre aumentano, anche se di poco, quelli aerobi, cioè quelli che hanno bisogno di ossigeno per vivere e moltiplicarsi.
Molto semplicemente sembra che questo “antico intervento”, che prevede la rimozione del prepuzio, aumenta la presenza di ossigeno e riduce i livelli di umidità in questa zona anatomica creando forse maggiori opportunità di difesa contro le aggressioni di vari microrganismi, HIV compreso. Ci sono ancora molte cose da verificare ma per il momento i dati raccolti danno queste indicazioni.



Fonte:
http://mbio.asm.org/content/4/2/e00076-13.abstract?sid=14aec24e-41e4-4cf3-af2f-e7b52f30c49e

L’astronomia delle piramidi

La Stampa
piero bianucci


Oggi le isole Canarie ospitano due grandi osservatori astronomici internazionali: uno, diciamo così, per il giorno, e uno per la notte. Sull’isola di Tenerife, ai piedi del vulcano Teide, svettano alcune tra le più moderne torri solari; sull’isola di La Palma, presso la caldera di Taburiente, sono sparse molte cupole che proteggono, tra gli altri, il telescopio “Herschel” inglese, il super-telescopio da 10 metri spagnolo e il telescopio nazionale italiano “Galileo”. 


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Entrambi gli Osservatori traggono grande vantaggio dal minimo inquinamento luminoso, dall’alta quota e da un flusso di vento laminare che tiene le nubi al di sotto delle località dove si trovano gli strumenti. Bene: il primo astronomo a segnalare le isole Canarie, e in particolare l’isola di Tenerife, come un luogo ideale per installarvi un osservatorio astronomico fu, nel 1856, Charles Piazzi Smyth (ritratto). Di lui ci parla Silvano Fuso nel libro “La falsa scienza”, Carocci editore (300 pagine 21 euro) fresco di stampa.

Charles Piazzi Smyth, se non proprio un generale, fu almeno un buon soldato dell’astronomia. Come mai compare in un libro che analizza casi di “falsa scienza”? La risposta è che nessuno è perfetto: arrivato a metà della sua vita, Piazzi Smyth rimase affascinato dalle piramidi egizie e si irretì in un gioco numerologico basato sulle misure delle piramidi privo di ogni fondamento scientifico. Così l’astronomo si trasformò in un ciarlatano cultori di pseudoscienze, aprendo un filone tuttora florido, come sa chi segue programmi come “Voyager”. 

Incominciamo dall’astronomo. Le sue origini sono scozzesi. La prima cosa da spiegare quindi è il suo nome. Charles Piazzi Smyth nacque il 3 gennaio 1819 a Napoli dal capitano (poi promosso ammiraglio) nonché geografo William Henry Smyth e da sua moglie Annarella. Il secondo cognome lo acquisì in quanto fu suo padrino di battesimo Giuseppe Piazzi, astronomo nativo di Ponte in Valtellina ma al servizio dei Borboni, per i quali aveva fondato l’Osservatorio di Palermo. Nel 1819 Giuseppe Piazzi era famoso nel mondo per avere scoperto nel 1801 Cerere, il primo pianetino. Senza dubbio faceva piacere ed era di buon auspicio affiancare al proprio cognome il suo.

Dopo aver girato mezzo mondo, l’ammiraglio William Smyth andò ad abitare a Bedford e vi costruì un osservatorio privato. Qui l’adolescente Charles prese confidenza con il cielo, tanto che a 16 anni, ormai avviato alla carriera astronomica, poté diventare assistente di Sir Thomas Maclear, per il quale fece osservazioni della cometa di Halley al Capo di Buona Speranza, e della cosiddetta “grande cometa del 1841”. Nel 1846 fu nominato Astronomo Reale per la Scozia, incarico prestigioso. Divenne quindi direttore del Calton Hill Observatory e professore di astronomia all’Università di Edimburgo. Nel 1888 polemicamente si dimise dalla carica di Astronomo Reale per protesta contro gli scarsi finanziamenti concessi all’Osservatorio e si ritirò a vita privata.

Morì il 21 febbraio del 1900 quando ormai era più noto (o famigerato) come egittologo che come astronomo. Già, perché Charles Piazzi Smyth si era imbattuto nella lettura di un libro di John Taylor sulle piramidi e i loro misteri pubblicato nel 1859. Tra i due iniziò uno scambio di lettere, finché Piazzi Smyth, che nel frattempo si era convinto di uno stretto intreccio tra piramidi e conoscenze astronomiche, organizzò una spedizione di ricerca in Egitto. Qui eseguì una lunga serie di misure sulle piramidi, cercando poi di estrarre da quei numeri indicazioni sulle grandezze astronomiche, sull’esodo degli ebrei e sulla cronologia dell’umanità. 

Tutto partiva dalla fantasiosa certezza di aver individuato due unità di misura usate dagli antichi egizi nella costruzione delle piramidi: il pollice piramidale, che sarebbe stato suggerito direttamente da Dio e tramandato fin dalla comparsa del popolo di Israele, e il suo multiplo, il cubito piramidale. In nome di queste sacre unità di misura, Smyth si opporrà tenacemente all’introduzione del sistema metrico decimale e alla sua unità di misura della lunghezza, il metro, un sistema per lui deprecabile in quanto figlio della rivoluzione francese.

Secondo i calcoli di Piazzi Smyth il perimetro della base della grande piramide di Cheope, espresso in pollici piramidali, risultava pari a mille volte il numero di giorni di un anno; l’altezza moltiplicata per 10 milioni corrisponderebbe “esattamente” alla distanza tra la Terra e il Sole; dividendo il perimetro della piramide per il doppio della sua altezza si ottiene il valore di Pi greco (circa 3,14); inoltre il doppio del perimetro di base corrisponderebbe a un sessantesimo di grado all’equatore (1843 metri), mentre la somma delle diagonali della base fornirebbe il periodo della precessione degli equinozi. (25.826 anni).

Come è facile intuire, siamo in pieno delirio, suffragato però dal fatto che in qualche caso le corrispondenze non erano casuali ma dovute ai criteri geometrici seguiti dai progettisti delle piramidi, per esempio quello di far sì che la superficie delle facce fosse uguale al quadrato dell’altezza.
Silvano Fuso si occupa più volte di astronomia in rapporto alla “falsa scienza” ma distingue tra innocenti abbagli individuali e collettivi, frodi volontarie, invenzioni folli, scoperte “metafisiche”, teorie rivoluzionarie e il genere “medicine e miracoli”.

Nelle storie di abbagli troviamo quella notissima dei “canali” di Marte osservati da Giovanni Virginio Schiaparelli e immaginati da Percival Lowell come opere artificiali di una civiltà intelligente. Classificata come abbaglio in buona fede è anche l’astrochimica di Giorgio Piccardi, che suppose un rapporto tra l’attività solare e certi fenomeni “fluttuanti”, chimici e fisici. Vaghi legami con temi astrofisici si possono trovare poi nel “cronovisore” di padre Ernetti, nella interpretazione di certi “oggetti fuori del tempo”, nella teoria del ghiaccio cosmico di Hanns Hoerbiger (dai sinistri riverberi nazisti) e nella fanta-archeologia di Peter Kolosimo e Erich von Daniken. 

Ma non si creda che l’aneddotica della pseudoscienza sia un capitolo chiuso. La fissione nucleare piezoelettrica sostenuta da Alberto Carpinteri è sotto i nostri occhi. Di lui ricordiamo che fu nominato alla presidenza dell’Istituto nazionale di Ricerca Metrologica (Torino) dal ministro dell’Università e della ricerca Mariastella Gelmini (detta anche Neutrini per la nota vicenda dell’immaginario tunnel dal Cern al Gran Sasso). Nonostante l’appoggio dell’on. Domenico Scilipoti, è stato sostituito da un Commissario straordinario nominato dal ministro Francesco Profumo.

La strada che piace ai Gps Era deserta, ora c’è la coda

La Stampa

Mappe dei telefonini e i navigatori satellitari consigliano agli automobilisti di usare la strada che passa per Pancalieri per raggiungere il Cuneese, e i residenti protestano

massimomassenzio
pancalieri


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«I navigatori satellitari ci hanno scoperto. E ci hanno rovinato». I residenti dei borghi agricoli alle porte di Pancalieri, Lombriasco e Osasio non hanno dubbi. 

Prima del Gps
Fino a qualche anno fa la strada provinciale 147, che collega l’ultimo avamposto torinese con provincia Granda, era solo una tortuosa lingua d’asfalto in mezzo a sterminate distese di mais. La frequentavano i contadini e qualche automobilista a caccia di scorciatoie e le macchine dei «forestieri» erano rarissime. Con l’avvento degli smartphone superaccessoriati è cambiato tutto.

Il Gps ha scovato sulle mappe elettroniche la «Pancalera» e adesso la consiglia come comoda alternativa alla sovraffollata statale 663, sulla tratta Torino-Cuneo. Senza contare che anche chi si sposta a None o a Castagnole è invogliato ad avventurarsi per pochi chilometri sulla stretta carreggiata della provinciale 141 per raggiungere Pancalieri. E così il traffico sul territorio dei tre comuni «di frontiera» è più che raddoppiato, perfino i Tir sono disposti a un po’ di slalom fra le pannocchie e, inevitabilmente, sono aumentati anche gli incidenti.

Il punto più pericoloso è l’incrocio della «Pancalera» con la diramazione del sp 147 che collega Osasio a Lombriasco. Sull’asfalto a stento si intravede un vecchio «stop», sbiadito da anni, che nessuno rispetta più. Siamo in aperta campagna, ma nelle ore di punta sembra di essere su un’autostrada. Eppure non c’è un cartello che avverte del pericolo, nessun segnale luminoso.

L’assessore provinciale
Gli abitanti delle piccole frazioni della zona, assieme ai tre sindaci, hanno chiesto e ottenuto un incontro con l’assessore provinciale alla viabilità, Alberto Avetta. Era presente anche Enza Barra, 41 anni, l’ultima «vittima» della Pancalera. Pochi giorni fa stava ritornando a Osasio, assieme al figlio 13enne, quando la sua Toyota è stata centrata da un’Opel Antara che non si è fermata all’incrocio.

Spalla rotta per lei, frattura del femore e parecchi giorni in sedia a rotelle per il ragazzino. «Questa strada è diventata troppo pericolosa», protesta la donna. «Chi la conosce va veloce, ma adesso il traffico è aumentato e basta una distrazione per causare incidenti gravissimi»
La pensano allo stesso modo anche i sindaci di Pancalieri, Lombriasco e Osasio, che chiedono la realizzazione di una rotonda: «In questa stagione la visibilità è ancora buona, il granoturco è basso, ma proprio per questo le auto corrono ancora di più - spiega Silvio Cerutti, primo cittadino di Osasio -. Finora non c’è scappato il morto, ma è il momento di fare qualcosa».

Le proposte
Qualcuno dei residenti propone di installare un semaforo dotato di telecamera, altri suggeriscono le bande rumorose. «Studieremo la tipologia di intervento più adatta», tranquillizza tutti Avetta. Che conclude: «Sicuramente l’inserimento di una rotatoria non è una soluzione a breve termine, ma nel frattempo provvederemo a migliorare la segnaletica orizzontale e verticale. Magari con l’aggiunta di una cartellonistica luminosa».

Il dilemma dei giudici Usa: si può brevettare il Dna?

Enza Cusmai - Lun, 22/04/2013 - 08:35

La Corte suprema chiamata a decidere su una questione epocale. Con gli occhi addosso dell'intero mondo scientifico

Negli Usa i brevetti sulle molecole del Dna umano fanno discutere. Qualcuno grida allo scandalo, altri pensano che sia una cosa normale per stimolare la ricerca.

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Professor Angelo vescovi, lei da che parte sta? «È un argomento talmente complesso che non si può dire bianco o nero. Bisogna stabilire un equilibrio e fissare delle regole che attualmente mancano in questa materia».

D'accordo, partiamo dai geni. Brevettarli ha un senso?
«No, perché è una violazione dei diritti umani. I geni vivono dentro di noi, quindi non si deve brevettare qualcosa che fa parte della nostra essenza».

Dunque per lei il problema è di natura squisitamente etica.
«Certo, sequenza e gene non possono diventare proprietà di nessuno, appartengono alla specie umana. Se si permettesse questo, ogni componente del nostro corpo potrebbe essere blindata da un brevetto».

Fin qui lei ha visto solo nero.
«Per forza, il gene è stato già brevettato dalla natura, ed è il risultato di un'evoluzione naturale».

E allora dove sta il lato bianco della questione?
«Nella forma della regola brevettuale. Il discorso cambia nel momento in cui il brevetto copre l'utilizzo di un gene o di prodotto genico. In questo caso va garantito allo scopritore il nuovo utilizzo».

Ci fa un esempio? «Prendiamo un gene trasportatore. Se uno scienziato scopre una proteina o una sostanza che migliora una patologia allora ha tutto il diritto di brevettare un gene modificato che normalmente non esiste in natura».

In questo modo la ricerca va a braccetto con il guadagno.
«Ma è ovvio che sia così. Da una parte si protegge il diritto del ricercatore, dall'altra si garantisce alla collettività il benessere frutto di quella determinata ricerca».

Ma se un team lavora su un gene, altri scienziati possono comunque lavorare sullo stesso senza pestarsi i piedi?
«Certo che possono farlo. Il brevetto protegge solo il risultato di una ricerca, non il gene in quanto tale».

Allora lo sfruttamento commerciale delle industrie farmaceutiche non la scandalizza.
«Non ci vedo nulla di strano. Ognuno ha il proprio tornaconto ma di una nuova scoperta ne beneficiano tutti. E non dimentichiamo che un brevetto è tutelato solo per vent'anni».

Belgrado, la nuova Mecca low cost degli islamici che vogliono cambiare sesso

Corriere della sera

Grazie a una nuova legge che stabilisce che cambiare sesso dev’essere un diritto gratuito per i cittadini
Dal nostro inviato  FRANCESCO BATTISTINI



CatturaBELGRADO – C’è qualcosa di peggio che essere donna in Arabia Saudita. è l’esserlo stata. Emigrare chiamandosi Fatima e rimpatriare col nome di Mohammed. Andarsene velata e tornare a viso aperto. Aver vissuto da femmina segregata, sperando in un transito facile, e ritrovarsi una second life maschia e segreta. La seconda chance, alla portata di pochissime, costa i soldi che ci s’immagina, sofferenze solo intuibili, omertà inaudite, la paura della pena di morte. Perché nella terra dei Luoghi Sacri e del wahabismo si tollera molto meno che altrove: «L’unico vantaggio, se mai un giorno m’accettassero, sarebbe di poter guidare finalmente la macchina. P

erò servirebbe la patente col nome nuovo, la mia foto di uomo, l’indicazione del mio nuovo sesso. E la patente, a uno come me, non la danno…». Uno come lui, ancora una lei, è una mosca bianca fra le moschee: J. non si sente più J. da un pezzo, non porta più l’hijab, non vuole vivere silenziosa e sottomessa nelle strade di Gedda, la sua città. Adesso è in una divisione d’endocrinologia del Kuwait, per l’anno di terapia ormonale. Sta lì ad aspettare il via libera dello psicologo. E poi il volo per la Serbia, il bisturi, la liberazione dalle ovaie. Non tornerà mai in Arabia, dopo l’operazione che ne farà un maschio: per la famiglia è come se non esistesse più, lavoro e amici neanche da dire. «è sempre stato un posto complicato. Da quel giorno, sarà un posto impossibile».

L’OK DELLA CHIESA ORTODOSSA - Sono i trans dell’Islam. Arrivano dal Golfo, dall’Iran, dal Pakistan, dal Maghreb dove impiccagione o ergastolo terrorizzano gli omosessuali, figurarsi gli altri. Scendono le scale d’uno stretto corridoio sotterraneo dell’università di Belgrado, clinica di Urologia, poche sedie per l’attesa fra bambini nefritici e vecchietti con la prostata. Trovano la Mecca d’un nuovo sesso, la Casablanca di chiunque voglia cambiare. F2M, come s’abbrevia sulla cartella medica: female to male, da donna a uomo. Tutti in Serbia. Si paga poco, dai due ai diecimila euro, cinque volte meno che in qualunque clinica europea o americana.

Si fa prima, sei ore sotto i ferri, tre settimane dalle pratiche burocratiche alla convalescenza. E soprattutto non si fanno troppe domande: i serbi, talmente presi dall’identità etnica, non s’interessano granché a quella sessuale. Sotto la Jugoslavia di Tito, certo, la transessualità era un reato. E anche l’attuale governo nazionalista ha il suo daffare, a placare gli omofobi che scendono in piazza contro i Gay Pride. Gli affari sono affari, però, e nemmeno la Chiesa ortodossa ormai ci mette becco: ospite a novembre d’un talk-show della tv di Stato, un pope ha detto chiaro che la disforia di genere è un problema, non un peccato (gente flessibile: fino a qualche anno fa, Belgrado era una delle poche capitali al mondo che non vietava gli esperimenti di clonazione umana).

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UNA QUINDICINA D’ITALIANI - Ora, una nuova legge stabilisce che cambiare sesso dev’essere un diritto gratuito per i cittadini, ragionevolmente accessibile a tutti gli stranieri. Un’équipe tra le migliori al mondo, quella del professore Miroslav Djordjevic, garantisce interventi sicuri di metoidioplastica, falloplastica, distruzione d’ovaie-utero-vagina, costruzione del pene… «Da quando c’è stata la liberalizzazione – spiega la dottoressa Marta Bizic, 35 anni -, andiamo al ritmo di almeno dieci stranieri al mese.

Hanno cominciato gli americani, i canadesi, i russi, i brasiliani. Anche gl’italiani: ne abbiamo operati una quindicina. Da un po’ di tempo, siamo passati a persone da luoghi più problematici: Teheran, Islamabad, la Libia. Sono Paesi dove il disturbo dell’identità di genere non è riconosciuto come malattia. Dove le pressioni culturali e religiose sono molto forti. E quindi non è consentito alcun tipo d’intervento. Il problema principale è burocratico. Un libico, che aveva preparato tutte le carte in Germania, dopo l’intervento è tornato a Tripoli coi documenti nuovi: non volevano farlo entrare. E se comunque decidesse di restare là, nessuno accetterebbe di dargli lavoro».

BALLANDO PER CAMBIARE - Chi passa per Belgrado, chiede discrezione. L’unico testimonial dichiarato del professor Djordjevic è Chastity Bono, oggi Chaz, 44 anni, un tempo figlia e oggi figlio del cantante Sonny Bono (vi ricordate «Bang Bang», cantata negli anni ’60 anche dall’Equipe 84 e da Mina?) e di Cher, l’Oscar di «Stregata dalla luna». Per pagarsi l’intervento, Chaz Bono ha partecipato all’edizione americana di «Ballando con le stelle» e venduto l’esclusiva della sua storia in un corpo sbagliato: «La mia identità maschile stava già nello spazio compreso fra le mie orecchie, anche se non lo era fra le gambe – ha spiegato -. Però non sono mai stato più felice di adesso». Gli altri pazienti non hanno la stessa ansia di pubblicità: «Mi sono mantenuto a distanza per avere più libertà – racconta T., una lunga lotta per il cambio di sesso cominciata nel 1990 in Francia e in Belgio, passata per Belgrado e finalmente conclusa con una nuova vita in Sardegna -.

Quando sono arrivato in Italia, avevo già finalizzato i cambi legali e, tra ormone e operazioni, la mia apparenza non poteva lasciar pensare che io non fossi nato maschio. Certo, vari spostamenti nella mia vita mi hanno protetto, tranne un periodo a Parigi in cui i miei studi all’università erano piuttosto complicati. Nell’insieme, ho avuto problemi soprattutto prima d’iniziare i cambi, quando dovevo mostrare dei documenti da femmina ai quali nessuno credeva… Ancora oggi, anche se ormai il mio percorso è stato accettato da quasi tutti, nessuno qui sa come s’è sviluppato. E ignorano che operazione ho fatto, dove e quando».

«NON TI SPOSO PIU'» - A volte, è meglio così. «Non posso dimenticare il caso d’un ragazzo americano – dice la dottoressa Bizic -. Un tipo simpatico, che voleva l’operazione subito perché aveva fretta di sposare la sua fidanzata. Non voleva parlare con medici maschi: solo con me. L’abbiamo operato, è andato tutto bene. E’ rimasto in una casa d’affitto a Belgrado una settimana soltanto, per il decorso. E’ ripartito subito. Ma forse sarebbe stato preferibile aspettare…». E perché? «Appena prima del matrimonio, la fidanzata l’ha lasciato. L’aveva accettato come compagna lesbica, non lo voleva più come marito etero». La dottoressa è stata messa in mezzo: «Lui mi ha chiesto di convincere la sua ragazza, di dirle che con l’intervento chirurgico s’era rimediato a uno sbaglio della natura. Niente da fare. Il poveretto ha passato una crisi depressiva terribile. Ora sta meglio, lo vedo su Facebook: ha trovato una nuova fidanzata. Ma non le ha raccontato niente».

21 aprile 2013 | 19:58

La Mussolini: così ho costretto la comunista Boldrini a pronunciare il nome del Duce

Libero

La passionaria Pdl rivela: "Ho convinto qualche onorevole a votare per me". Venerdì il battibecco sulla t-shirt anti-Prodi


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Un regolamento di conti tutto rosa a Montecitorio. La sfida è stata tra Alessandra Mussolini e il presidente della Camera Laura Boldrini. Le due si sono beccate, e non poco, quando la passionaria onorevole Pdl è entrata in Aula venerdì indossando la t-shirt "Il diavolo veste Prodi" contro la candidatura del Mortadella. "E' inaccettabile", aveva sbottato la Boldrini sotto lo sguardo di un divertito Pietro Grasso, collega presidente del Senato. La Mussolini però ha incassato con nonchalance e a bufera passata si lascia andare ad una confessione in Transatlantico, raccolta dal taccuino di Aldo Cazzullo del Corsera. La rivincita è arrivata grazie al voto per il presidente. Accanto ai cadidati ufficiali, ecco spuntare su una manciata di schede il nome Mussolini... "Ho chiesto qualche voto per me - spiega ridacchiando Alessandra - per costringere la Boldrina, come la chiamo io, che è troppo comunista, a pronunciare il nome di mio nonno".

Medjugorie a Milano: diecimila fedeli davanti alla Madonna

Maurizio Caverzan - Lun, 22/04/2013 - 08:39

La giornata di preghiera con i veggenti raduna alla Fiera un popolo semplice e silenzioso. Ma ricco di amore

Non c'è il pienone previsto nell'immensa sala della Fiera Rho di Milano. La Protezione civile stima in diecimila i presenti, eppure l'elenco delle comunità chiamate dal palco una per una è infinito, da quella «di Busto Arsizio» al «gruppo della Calabria», dalla «gente di Padova» al «gruppo della Liguria».


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È un'Italia sommersa, un popolo semplice, lontano dalle mode, in prevalenza donne, ma anche anziani, giovani e bambini. «È quella che, per distinguerla dalla gente dei media, don Giussani chiamava "la gente gente"», racconta Antonio Socci, autore di «Mistero Medjugorje» (Piemme, 2005). «I giornali e le televisioni di sono pieni della manifestazione dei grillini davanti al Parlamento. Ma di queste migliaia di persone scriveranno in pochi. I riflettori sono già tutti occupati da quelli che frequentano il web e i social network, da quelli che protestano nelle piazze».

Socci ha appena terminato la sua struggente testimonianza di fede provata dalla sofferenza per l'arresto cardiaco che il 12 settembre 2009 ha colpito all'improvviso la figlia Caterina. Dopo anni di dolore e tra molti sacrifici Caterina sta sorprendentemente ritornando a una vita più sostenibile. Dopo Socci è il momento di Jakov Colo, uno dei veggenti, padre di tre figli. «Non venite a Medjugorje per parlare con noi, per assistere a fenomeni strani, per provare emozioni - dice Jakov - Venite per convertirvi. Il pellegrinaggio vero comincia quando iniziate la strada del ritorno a casa. Offrite il digiuno e la penitenza per la fine delle guerre e la guarigione dei malati».

La giornata è iniziata alle nove del mattino e si prolunga con un programma fitto di canti, preghiere e testimonianze fino alle nove della sera. Dopo la messa del pomeriggio è attesa l'apparizione della «figura femminile luminosa» che fin dal 24 giugno 1981 i veggenti, allora sei ragazzi, hanno cominciato a riconoscere come la Madonna, «Regina della pace». Da allora, un tempo lunghissimo, continua ad apparire. «È il tempo in cui Dio dimostra la sua pazienza», risponde padre Ljubo Kurtovic. Sopra il palco si legge il testo del messaggio del 25 agosto 2002: «Soltanto nella fede la vostra anima troverà la pace e il mondo la gioia».

Il raduno è organizzato da Mir i Dobro (Pace e bene), una Onlus che opera in Bosnia e chiede di devolvere il 5 per mille per le adozioni a distanza e l'accoglienza agli orfani di guerra. Alle 12, ecco il collegamento con Piazza San Pietro per l'Angelus di Papa Francesco. «La giovinezza bisogna metterla in gioco per i grandi ideali», esorta Bergoglio. «Domanda a Gesù che cosa vuole da te e sii coraggioso», invita parlando dei dieci sacerdoti ordinati in mattinata. Anche alla Fiera Rho di Milano scrosciano gli applausi. «Grazie tante per il saluto, ma salutate Gesù», sembra rispondere Francesco.

Qui si susseguono i canti di una devozione forse ingenua - «Gesù mi ama, Gesù ti ama, Gesù ci ama»; «Non si va in cielo in minigonna, perché in cielo c'è la Madonna» a volte accompagnati da un violino tzigano, altre volte da movimenti ritmati cui non si sottraggono anche persone di terza età. Canti che saranno magari il segno di un cristianesimo semplice e tradizionale. Che però, senza intellettualismi, sa parlare direttamente al cuore delle persone così come avviene nella testimonianza di papa Francesco.

Uno dei momenti più coinvolgenti è l'adorazione del Santissimo guidata da padre Ljubo in perfetto italiano, ma con quel tono ieratico conferito dall'accento slavo. Si snodano le ave marie in croato, inglese, francese, spagnolo, tedesco, polacco. Un canto ripete le parole del ladrone crocifisso vicino a Gesù: ricordati di me quando sarai in Paradiso. La Chiesa non ha ancora riconosciuto le apparizioni di Medjugorje. «Ma è decisivo che non abbia condannato questi fenomeni che pure non sono vincolanti per la fede», riprende Socci.

C'è una commissione voluta da Benedetto XVI nel 2010 e presieduta dal cardinal Ruini. Per sua regola la Chiesa non riconosce le apparizioni quando i fenomeni continuano ad avvenire. Ma si pronuncia dopo, quando sono terminati, magari a distanza di secoli. Intanto la «gente gente» partecipa compunta alla meditazione. Ogni volta che viene pronunciato il nome di papa Francesco, si alza spontaneo l'applauso. Quello di Medjugorje è un popolo fatto di «persone provate dalle ferite della vita - osserva Socci - Ferite che spesso siamo portati a rimuovere e a coprire per non soffrirne troppo».

È un cristianesimo dolente quello dei devoti di Medjugorje? «Come la bellezza anche il dolore ci porta alle domande fondamentali dell'esistenza. Ci fa diventare persone più autentiche, più vere. Non è facile che ci lasciamo scovare o scavare nel profondo. Perché, come diceva Rilke, Tutto cospira a tacere di noi/ un po' come si tace un'onta/ un po' come si tace una speranza ineffabile». Al termine della messa la veggente Marija Pavlovic intona la preghiera fino a quando s'interrompe, rapita. I diecimila sprofondano in un silenzio assoluto.

Il giudice di primo grado: "Vi spiego perché ho assolto Alberto Stasi"

La Stampa

Il magistrato: “I tasselli non si incastravano. Il capello mai analizzato? Non ne sapevo nulla”

claudio bressani


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Vigevano, dove ha prestato servizio dal giugno 2008, è ormai fuori dal suo orizzonte da quasi un anno: ora lavora al Tribunale di Torino, sempre all’ufficio gip-gup. Il dottor Stefano Vitelli, 39 anni, viareggino d’origine, ha giudicato in primo grado con rito abbreviato Alberto Stasi e l’ha assolto con formula dubitativa per non aver commesso il fatto. Un processo «abbreviato» per modo di dire: dal 24 febbraio al 17 dicembre 2009), 23 udienze e un’estesissima attività d’integrazione probatoria, con 4 perizie tecniche collegiali e l’audizione di 8 testimoni. La sua sentenza, 159 pagine, giovedì è stata spazzata via dalla Cassazione con quella d’appello, che ne costituiva la fedele fotocopia.

Un giudice non dovrebbe mai «affezionarsi» troppo ai suoi processi. Ma il caso di Garlasco gli è rimasto ben impresso: un po’ perché è stato il primo davvero importante nella sua ancor breve carriera, un po’ per l’impegno dedicato e molto per il coinvolgimento umano. Adesso è restio a parlarne: «C’è un procedimento ancora in corso - dice - e soprattutto non conosciamo le motivazioni della Cassazione». Ma poi offre qualche considerazione: «Bisogna capire se ritengono che il materiale probatorio vada rivalutato per quello che è o se, data l’importanza e la delicatezza del caso, vogliono che siano ulteriormente approfonditi alcuni aspetti.

La Cassazione potrebbe dire che, con una tavola così apparecchiata, cioè con quegli stessi elementi a disposizione, il giudizio finale doveva essere diverso e cioè Stasi andava condannato. In tal caso sarebbe evidente la divergenza con le sentenze di merito, secondo le quali i tasselli del puzzle, comunque li guardavi, non si incastravano fra di loro». A rilevare lacune, si può aggiungere, era stata la stessa pubblica accusa in appello, chiedendo la rinnovazione dell’istruzione dibattimentale: gli elementi non bastavano per condannare.

Ma c’è un’altra possibilità, che il giudice Vitelli accoglierebbe con maggior favore: «La Cassazione potrebbe dire: avete fatto 95, fate 100. Cioè esaminate e approfondite ulteriori aspetti prima di mettere la parola fine a questa vicenda, almeno in relazione a quell’imputato». Tra gli elementi che potrebbero meritare di essere riconsiderati c’è il capello mai analizzato. Ma qui il magistrato non si esprime: «Il processo è ancora aperto. Non sarebbe corretto». La questione è una novità anche per lui: in primo grado nessuno gli aveva chiesto nulla sul capello. Evidentemente le parti hanno individuato quel «buco» nelle indagini solo in seguito, ristudiando gli atti in vista dell’appello.

Una richiesta dalla parte civile era invece arrivata su un altro punto controverso, la bicicletta nera da donna custodita presso il negozio di autoricambi degli Stasi e mai sequestrata. Il giudice Vitelli, pur ritenendo il rilievo «non in astratto privo di fondamento», non aveva accolto l’istanza valutando comunque del tutto inverosimile che Stasi quella mattina potesse essersi servito di quella bici. E resta da capire a che cosa può servire sequestrarla adesso: forse si potrebbe mostrarla alla testimone che ne aveva notata una simile davanti alla casa di Chiara per vedere se la riconosce. Dalle analisi, dopo tanti anni, non si ricaverà sicuramente più nulla.

«Aspetto di leggere le motivazioni conclude il dottor Vitelli - con il massimo e dovuto rispetto. Decisioni così complesse, che incidono così profondamente sulla vita delle persone coinvolte, meritano, proprio per l’enorme peso che grave sulle spalle del giudicante, assoluto rispetto. Negli ultimi tempi non mi era capitato più di ripensare al caso di Garlasco. Ora, apprendendo di questa sentenza, più che sorpresa provo la curiosità umana e professionale di conoscerne i motivi e osservare lo sviluppo delle fasi successive. Un’ultima considerazione: ho letto le reazioni della famiglia Poggi, caratterizzate dal loro consueto equilibrio e sobrietà. Traspare il comprensibile desiderio che si faccia tutto il possibile per capire chi ha ucciso la loro figlia».

A Stoccolma un museo per gli Abba

La Stampa

Apertura prevista per il 7 maggio


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L'attesa dei fan è agli sgoccioli: dopo "Abba The Movie" nel 1977 e la mostra itinerante "Abba World" del 2010 è solo questione di giorni per l'apertura di un vero e proprio museo dedicato al famoso quartetto pop che nel 1970 ha venduto 378 milioni di dischi in tutto il mondo. Naturalmente interattivo, allestito all'interno di un complesso che ospiterà anche un hotel e la Swedish Music Hall, il museo aprirà a Stoccolma il 7 maggio.

«Offriremo ai visitatori un'esperienza unica», assicura alla France Press il direttore Mattias Hansson. Nei cinque piani in cui è organizzato il nuovissimo museo, si troverà tutto il materiale proveniente dalla mostra itinerante Abbaworld, arricchito però da altrettante novità, la più divertente delle quali è forse l'ologramma che permetterà ai visitatori di cantare sul palco con gli Abba. Ma non solo: c'è una stanza dedicata al successo "Ring Ring", dove troneggia un telefono degli anni Settanta del quale solo i mitici componenti della band conoscono il numero: i visitatori più fortunati avranno la possibilità di farsi una chiacchierata con uno dei quattro.

Persino l'audioguida è pensata per far vivere al visitatore «quello che gli Abba hanno vissuto», con le voci di Agnetha Faltskog, Benny Andersson, Bjorn Ulvaeus e Anni-Frid Lyngstad che raccontano in prima persona la loro storia. Il biglietto d'ingresso sarà valido per l'intero edificio, che comprende due mostre permanenti, una dedicata alla "Storia della musica popolare svedese" e un'altra dal titolo «Hall of Fame», e diverse esposizioni temporanee dedicate alla musica contemporanea.


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Abba - video musicali