giovedì 18 aprile 2013

Dal Conte Mascetti a Valeria Marini, nel segreto dell'urna regnano l'ironia e la burla

Corriere della sera

Qualche grande elettore si è rivelato un nostalgico di «Amici miei» e così ha votato per il personaggio della «Supercazzola»


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Nel segreto dell'urna regna l'ironia. Così capita che una preferenza per il Quirinale la raccoglie anche un nome che più che provenire dalla società civile viene da quella cinematografica. Peccato che non sia eleggibile, perchè «Raffello Mascetti» è un personaggio della fantasia di Mario Monicelli ed altri: è, per la precisione, il conte Lello impersonato da Ugo Tognazzi nella saga cinematografica di «Amici miei». Si tratta del nobile decaduto che tutti ricordano per la celebre «supercazzola».

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ALTRI - Chi sa che messaggio voleva lanciare l'anonimo grande elettore che ha infilato quel nome nell'urna. Forse di protesta o di sbeffeggio. Messaggio non molto diverso da quel grande elettore che ha votato sì Marini, ma Valeria l'attrice e show girl. Poi c'è chi ha pensato che per sbrogliare l'attuale matassa politica serva uno storico, e così ha puntato su Franco Cardini. C'è infine a chi doveva stare a cuore il tema del divorzio o forse non è un ammiratore del leader Pdl Silvio Berlusconi, così ha scritto sulla scheda il nome di Veronica Lario. Insomma la fantasia del grande elettore non ha confini.




La celebre gag della supercazzola in «Amici Miei»


Marco Letizia
18 aprile 2013 | 14:07

Camp: l’antivirus è incorporato nel browser

La Stampa

Google al lavoro per rendere più potente Chrome

roma


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Rendere più potente il browser Chrome, colmare i deficit che hanno gli antivirus tradizionali e combattere la cyberciminalità: questi gli obiettivi di Google Camp, acronimo di Content Agnostic Malware Protection, il progetto di Big G che ha l’obiettivo di bloccare fino al 99% delle minacce in rete. 

Camp può analizzare sia i file in esecuzione che quelli che scarichiamo e se rileva una minaccia chiede aiuto ai potenti datacenter dell’azienda di Mountain View. Nel caso in cui gli «archivi» online di Big G danno risposta affermativa l’utente viene informato e il file sospetto viene bloccato. Oltre ai documenti, Camp può anche analizzare gli indirizzi web per capire se ne esistono di pericolosi.

In commercio già ci sono antivirus che si appoggiano al patrimonio dei datacenter, la novità in questo caso è rappresentata dalla sconfinata possibilità di Google di incamerare e analizzare dati web. A curare il progetto di antivirus incorporato in Chrome ci sono ingegneri di Google e ricercatori universitari che ne hanno parlato nel corso dell’Annual Network & Distributed System Security Symposium che si e svolto a San Diego, in California, a fine febbraio. 
(Ansa) 

A Gorizia la cicogna non passa più il punto nascita si sposta in Slovenia

La Stampa

L’Asl esporta le partorienti all’estero «E’ un modo per razionalizzare, il bimbo avrà nazionalità italiana».

anna martellato
verona


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A Gorizia, nell’estremo Nordest, la cicogna latita. E allora l’Als isontina «esporta» le partorienti italiane oltre confine in quello che sarà il punto nascita transfrontaliero. Succede nell’estremo Nordest del Paese, in quella linea di confine negoziata nel trattato di Parigi del 1947, il trattato di pace che alla fine della seconda guerra mondiale ha ridisegnato, tra le altre cose, anche i confini tra Italia e Slovenia. La firma porta la data di oggi: è stata sottoscritta dall’Azienda sanitaria e da Informest una convenzione dedicata al percorso nascita, nell’ambito delle azioni previste dal «Gect» tra Gorizia, Sempeter-Vrtoiba e Nova Gorica. I bimbi (con almeno un genitore italiano), che verranno alla luce nel punto nascita transfrontaliero, anche se geograficamente nasceranno in Slovenia, sul certificato di nascita saranno al 100% italiani: verrà scritto «nati a Gorizia». 

La decisione di mettere in piedi il primo punto nascita italo-sloveno è stata presa dopo un semplice dato di fatto: di bambini, a Gorizia, ne nascono pochi. I dati parlano chiaro: nell’ultimo anno hanno visto la luce nel capoluogo isontino appena 344 bambini, contro i 500 che le linee guida ministeriali fissano come soglia minima per la sicurezza dei reparti, come riporta il Gazzettino Nordest nell’edizione di Gorizia. A Monfalcone, altro ospedale della provincia, la cicogna (sempre nel 2012) ha portato invece qualche bambino in più: siamo a 504 bebè. 

Diversi motivi hanno portato al punto nascita transfrontaliero: in primis il piano riordino firmato dalla Regione Friuli Venezia Giulia, che comprende la soppressione di alcuni reparti neonatologici attivi nelle sei Aziende sanitarie locali, ma anche l’esigenza di unire le forze in tempo di crisi e razionalizzazione, mettendo in piedi una struttura all’avanguardia. Altra volontà di fondo era non privare del tutto la provincia di Gorizia di un Punto nascita, e la convinzione tra le varie parti politiche in campo era ed è quella di sfruttare al massimo la vicinanza tra il capoluogo isontino e le strutture sanitarie di oltreconfine, che vantano eccellenze riconosciute a livello europeo.

La Asl isontina e il Dipartimento ospedaliero di Sempeter –Vrtoiba (Slovenia), hanno in un certo senso ridisegnato la geografia (almeno in sala parto). «L’idea è di attivare un processo di cogestione del reparto con equipe mista italiana e slovena che possa accogliere anche le gestanti italiane» spiega Marco Bertoli direttore generale dell’Asl 2 Isontina, in un’intervista pubblicata dal Gazzettino, nell’edizione di Gorizia. Intanto nel mese prossimo sono già in calendario quattro giorni di formazione per il personale delle due strutture neonatologiche. Poi, con il nuovo anno, si avvierà la fase sperimentale e dove sorgerà il punto nascita «senza confini».

Fitness e traffico, TomTom prova a reinventare il Gps

Corriere della sera

Il miglior navigatore è mia moglie. Non solo mi ha sempre, inappuntabilmente, portato alla meta. In ogni parte del mondo. Ma è anche comprensiva quando non prendo la tangenziale Ovest e finisco a Melegnano. Non si mette a berciare “Se possibile effettuare inversione a U! Se possibile effettuare inversione a U!”. Ho anche valutato di incorporare mia moglie nella plancia ma ci sono alcune controindicazioni (la moglie ha anche altre funzioni utili). La conseguenza è che faccio parte del 39% degli automobilisti che, a detta di TomTom, usa almeno ogni tanto un navigatore in auto.

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CatturaVisto che il 74% di loro pare non avere alcuna intenzione di comprare un nuovo navigatore in futuro, è un bel guaio per chi li produce. E allora TomTom ad Amsterdam ha spiegato che cosa intende fare per scuotere il settore e per riposizionare il suo business.

Si parte da un’esperienza utente completamente ridisegnata e sull’integrazione sempre più decisa con i servizi di analisi del traffico, di cui avevamo raccontato l’efficacia già tre anni fa. E poi va all’abbordaggio dell’emergente mercato degli orologi-gps per il fitness e lo sport, un settore in cui al momento domina la rivale Garmin.

Un movimentismo reso indispensabile dalla caduta del mercato dei Pnd,  ”Portable navigation device”. Quelli che tutti chiamano “il Gps”, “il navigatore” o, per antonomasia, proprio “il tomtom”. In Italia, complice la crisi, si è passati dai quasi 2 milioni di pezzi del 2009 ai 750 mila dell’anno scorso. Il mercato è saturo (non lo si cambia tutti gli anni e spesso neppure dopo due o tre), molti hanno già una soluzione fissa in auto o su smartphone, il nuovi prodotti sono percepiti come poco innovativi.

Con la sua nuova linea Go, la multinazionale olandese ha studiato un’interfaccia completamente ridisegnata e (finalmente) moderna. Con le mappe al centro delle scelte dell’utente. Pensionato il menu iniziale, non sempre facile da maneggiare. Dalle mappe si può scegliere la destinazione ma anche indicare tappe intermedie, cercare punti di interesse (il database con distributori, parcheggi, risorse turistiche, ristoranti, hotel, etc. è molto ricco e sviluppato in proprio da TomTom), aggiungere luoghi preferiti e così via. Associato a schermi multitouch che permettono di “navigare” le mappe come su uno smartphone, tutto diventa più semplice che in passato. Potete vedere meglio quello che intendiamo nella seconda parte del video girato ad Amsterdam.

Il vero asso nella manica resta il servizio di traffico in tempo reale. Non solo TomTom ha una collezione di dati aggiornati senza eguali, ma negli ultimi anni ha sviluppato la capacità di analizzare questi dati in tempo reale e di rimandarli all’utente a richiesta. Suggerendo, minuto per minuto e con un’accuratezza sorprendente, quanto tempo impiegheremo realmente per il percorso, quali ingorghi ci aspettano più avanti e soprattutto quali strade alternative possiamo prendere. Questo tipo di servizio (Hd Traffic) finora erano offerti solo su alcuni modelli e con la formula di un abbonamento annuale da sottoscrivere e rinnovare. Un aspetto “respingente” per gli utenti, a maggior ragione di questi tempi.

La nuova linea Go arriverà invece con servizi di traffico incluso e di aggiornamenti mappe “a vita”, senza abbonamenti da sottoscrivere. Da giugno, verranno introdotti 5 modelli (prezzi non comunicati ma a partire dai 200 euro). Tre di questi 5 TomTom Go (i Go 400, 500 e 600 con schermi di grandezza crescente fino ai 6 pollici) saranno modelli di fascia media: sarà lo smartphone (via Bluetooth) a fornire connettività al Gps per ricevere e inviare dati (in forma anonima) sullo stato del traffico. Altri due modelli (Go 6000 e un altro, non presente ad Amsterdam) sarannoi top di gamma con la sim card integrata: utili per chi va spesso all’estero e vuole avere sempre servizi “live” ovviando ai problemi di roaming.

D’altronde anche Garmin si è mossa in questa direzione, offrendo servizi di mappe aggiornate “lifetime” e con il traffico live offerto attraverso la connessione con lo smartphone. Nella nuova serie nüvi 2xx7 il sistema di analisi 3D Traffic si associa alla funzionalità Real Directions in cui il navigatore parla come un passeggero, dicendo “Gira a destra al semaforo” invece di “gira alla prima a destra” (come mia moglie! Dovrei prenderli in considerazione…). E anche l’azienda americana, con Smartphone Link per iPhone, offre servizi live ai suoi nüvi attraverso un app per il telefono Apple.
Tornando alla presentazione di TomTom, giocando  un po’ con i modelli nell’area demo l’impressione è di un salto quantico rispetto ai vecchi prodotti. In termini di facilità d’uso, di chiarezza e di reattività dei dispositivi, anche nei modelli meno costosi. Certo, il concetto base del Pnd resta quello: un oggetto che fa una cosa sola, bene ma una cosa sola. E che se la deve vedere con oggetti (gli smartphone con app di navigazione) che fanno molte cose.

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Un passo avanti verso un’idea diversa sta invece in un “concept” che però arriverà realmente sul mercato, già quest’anno in alcuni Paesi e forse l’anno prossimo in Italia. Un “commuter device“, un dispositivo per pendolari. Non un vero Gps con mappe, ma piuttosto un assistente anti-traffico. Pensato appunto per i pendolari che tutti i giorni fanno un solo o pochi percorsi: casa-lavoro, lavoro-casa oppure casa-scuoladeibimbi-lavoro e viceversa. Un aggeggino dalla forma tonda che suggerisce in tempo reale se il percorso consueto (es: la tangenziale) è quello realmente migliore oppure se, per un giorno, non è meglio deviare su strade secondarie.

Il design è davvero futuribile e se piazzato al prezzo giusto potrebbe aprire un mercato: quello di chi non compra un Gps perché in fin dei conti fa in auto pochi percorsi che conosce a menadito (io sono così, ad esempio) ma che sarebbe interessato a svicolare dal traffico in modo efficace. Anche alcuni produttori di auto potrebbero essere della partita.

Il settore degli orologi per il fitness è l’altra gamba su cui TomTom vuole reggersi. L’anno scorso, con un prodotto in collaborazione con Nike, ha preso circa un quarto di quello che è a tutti gli effetti un mercato emergente: a livello mondiale gli “sports watch” supereranno quest’anno il miliardo di dollari in termini di fatturato. E l’attenzione sugli smartwatch (che pure sono una categoria ancora diversa di prodotti) è altissima come confermano le indiscrezioni che si susseguono su Apple, Samsung e ora anche Microsoft.

TomTom arriverà nella seconda metà dell’anno con due orologi, il Runner (per chi corre) e il Multi-Sport (anche ciclismo e nuoto). Le direttrici su cui l’azienda olandese si è mossa per aggredire la concorrenza sono chiare. Prodotti belli da vedere, con un display grande, con un’interfaccia chiara, comandabile con un unico bottone, capaci di offrire all’utente-atleta sfide con se stesso per migliorare i tempi o i metri percorsi. “Partiremo (anche in Italia, ndr) dai negozi specializzati per i runner – ci ha detto Corinne Vigreux, direttore della divisione consumer e co-fondatrice di TomTom insieme al marito Harold Goddijn - ma poi arriveremo anche ai negozi di elettronica e alla grande distribuzione”.

Niente gratifica per i dipendenti vaticani

La Stampa

Papa Francesco avrebbe deciso di destinare la somma prevista a un’opera di beneficienza

Antoine-Marie Izoard
Citta’ del Vaticano


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Papa Francesco ha scelto di rompere la tradizione... Infatti, ha deciso di non attribuire a i quasi 4000 dipendenti vaticani la gratifica abitualmente offerta per l'elezione di un nuovo pontefice. Già in occasione delle dimissioni di Papa Benedetto, si era deciso di non attribuire la gratifica offerta dalla Sede vacante, dopo la morte di un papa.

Nel aprile 2005, pochi giorni dopo la morte di Papa Giovanni Paolo II, il Camerlengo aveva approvato che fosse versata ad ogni dipendente vaticano una tantum di 1000 euro. Poi, una volta eletto, Benedetto XVI scelse di non dare 1000 ma 500 euro di gratifica a ciascun dipendente.

Questa volta, anche di fronte alla situazione finanziaria del Vaticano, il nuovo Papa non darà al personale la gratifica. Sicuramente questa scelta provocherà un po’ di dispiacere, innanzitutto fra i laici a carico delle proprie famiglie.

In passato, i dipendenti percepivano ogni volta due stipendi in più, uno per la Sede vacante e l’altro per l’elezione del nuovo Papa. Nell’anno dei tre papi, 1978, Giovanni Paolo II aveva pensato, saggiamente, di versare una gratifica meno consistente. In Vaticano si dice che papa Bergoglio avrebbe deciso di attribuire una parte della somma prevista per i dipendenti a un’opera di beneficienza. A breve, comunque, il Vaticano potrebbe esprimersi ufficialmente al riguardo.



«Papa Francesco chiude Porta Pia»

La Stampa

Intervista al direttore dell'Osservatore Romano, Giovanni Maria Vian: «Ha la dimensione pastorale da vescovo di Roma»

GIACOMO GALEAZZI
CITTA'DEL VATICANO


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«Con papa Francesco si può dire superata una delle conseguenze del tramonto del potere temporale del papato». La frase, un po’ a sorpresa, è del professor Giovanni Maria Vian, storico del cristianesimo e direttore dell’Osservatore Romano. «Naturalmente non per l’impensabile recupero di una qualsivoglia sovranità mondana, più che anacronistica, ma per l’accentuazione quotidiana e chiarissima della dimensione pastorale propria del papa come vescovo di Roma», spiega in questa intervista a “Vatican Insider”.

Professor Vian, cosa hanno in comune Francesco e i papi re?
“Dal punto di vista della prassi pastorale, con questo pontificato si può dire superata per alcuni aspetti una delle conseguenze del tramonto del potere temporale del papato. È noto che la fine dello Stato pontificio venne vissuta da Pio IX e da Leone XIII come un trauma e come una reclusione. Ma anche per un aspetto a cui in genere non si riserva attenzione: non fu infatti più possibile l’esercizio, per così dire nella quotidianità, del loro ufficio pastorale come vescovi di Roma. I pontefici della fine dell’età moderna e degli albori di quella contemporanea, cioè tra gli ultimi anni del Settecento e fin oltre la metà

dell’Ottocento, pur secondo la mentalità paternalistica tipica dei sovrani dell’Ancien Régime, vivevano anche una dimensione di prossimità nei confronti dei fedeli, che erano loro sudditi: per esempio, visitando in non poche occasioni luoghi della città e dello Stato, chiese, ospedali, carceri. Tutto questo dopo il 1870 inevitabilmente cessò, al punto che i papi rinunciarono persino ad affacciarsi dalla loggia di San Pietro. Poi con Pio X, che non aveva certo nostalgie temporaliste, la situazione cominciò lentamente a cambiare, finché nel 1929, al momento della Conciliazione, lo stesso Pio XI riconoscerà che con la perdita del potere temporale in realtà ai pontefici era stato tolto un incomodo, e che incomodo”.

Trauma o sollievo?
“Entrambi. Ogni pontefice reagì, anche sul piano pastorale, in modo diverso. Così Pio X riceveva in Vaticano, nel cortile di San Damaso, i bambini e i fedeli delle parrocchie romane e spiegava il catechismo. Fu poi con Pio XI che cominciarono i pellegrinaggi di massa, favoriti dalla maggiore facilità dei trasporti e, insieme, dalla necessità di reagire alla propaganda dei totalitarismi e in Italia alle adunate del regime fascista. Papa Ratti, che torna a benedire la folla dalla loggia di San Pietro e a prendere possesso della cattedrale di San Giovanni in Laterano, riempie Roma di pellegrini: beatificazioni e canonizzazioni che si moltiplicano a dismisura, e ben tre giubilei in meno di un decennio.

Pio XI riceveva di continuo in Vaticano gruppi di fedeli e s’intratteneva con loro nelle sale del Palazzo apostolico, a volte fino a tarda sera. Addirittura, come scrisse poi il cardinale Confalonieri che era stato suo segretario, fece costruire grandi armadi per conservare i loro doni, quasi sempre di poco valore, per avere sotto gli occhi quelle ‘carabattole’ che erano l’ingenuo segno dell’affetto dei suoi figli. Poi venne l’ultimo papa romano, Pio XII, e fu il primo vero pontefice mediatico: grazie alla radio e al cinema già durante la seconda guerra mondiale e ai primi esperimenti televisivi agli inizi degli anni Cinquanta”.

Oltre a questi papi, chi le ricorda Francesco?
“Innanzi tutto, Giovanni XXIII, il ‘papa buono’: è molto significativo in questo senso che nell’ultima udienza generale in piazza San Pietro su un cartello si sia letto ‘viva papa Francesco, il papa dei poveri’. Con lui è evidente il ritorno a una dimensione più quotidiana del pontificato, come dimostrano con lampante chiarezza le messe mattutine alle quali invita i dipendenti vaticani e altri fedeli. Ma non va dimenticata la cura che Paolo VI riservava alla preparazione dei discorsi, da lui scritti personalmente ogni martedì, per le udienze generali del mercoledì, che iniziano proprio con lui.

Restano poi indimenticabili le parole delle quattro settimane di Giovanni Paolo I e la presenza mondiale di Giovanni Paolo II. Come prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, il cardinale Joseph Ratzinger celebrava messa ogni settimana nella cappella dell’antico Sant’Uffizio per gruppi di fedeli che gli facevano visita. E resterà esemplare la predicazione liturgica di Benedetto XVI: limpida pur nella complessità di un pensiero radicato nella grande tradizione, soprattutto patristica, e caratteristica di un papa capace, a quasi ottantasei anni, di improvvisare a braccio con trasparente lucidità anche per tre quarti d’ora d’orologio, come ha fatto nell’ultimo incontro con i preti di Roma”.

La dimensione pastorale è quella tipica di Francesco?
“Sì, è una dimensione che papa Francesco, in continuità con i predecessori, sa esprimere e comunicare con efficacia immediata, attraverso gesti e parole semplici, quotidianamente. In questo modo sta suscitando interesse e simpatia tra credenti e non credenti. Questa cifra del suo pontificato appena iniziato è con evidenza collegata a una dimensione di prossimità alla gente che segna la storia personale del gesuita Bergoglio e del suo episcopato a Buenos Aires. Questo rapporto antichissimo tra vescovo e popolo rilancia decisamente la dimensione più autentica del papato, quella pastorale. Una dimensione che è legata indissolubilmente all’essere vescovo di Roma, successore di Pietro, il primo degli apostoli”.

Le batterie del futuro 10 volte più piccole e potenti

La Stampa

Le stanno sperimentando allUniversità dell’Illinois. Si caricano in tempi mille volte inferiori

claudio leonardi


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La tecnologia galoppa nella direzione della miniaturizzazione, ma le batterie non stanno al passo : pile più piccole significa quasi sempre poca potenza e scarsa autonomia. A questo limite sostengono d’aver trovato rimedio i ricercatori della University of Illinois, grazie all’uso di 3D-elettrodi. I numeri promessi dal team universitario sono importanti: batterie con dimensioni 10 volte inferiori a parità di potenza e, soprattutto, ricaricabili in tempi mille volte più veloci. 

Come questo sia possibile è stato dettagliatamente descritto sulla rivista Nature Communications . Le batterie comuni si basano sulla produzione di elettroni garantita da una reazione chimica che avviene tra due elementi chiamati elettrodi. 

Da un lato c’è l’anodo, l’elettrodo che rilascia elettroni come risultato di un processo chiamato ossidazione, dall’altro il catodo, posto sul lato della batteria verso cui gli elettroni devono fluire ed essere assorbiti, fenomeno detto riduzione. Se però si parla di batterie ricaricabili, i ruoli si possono invertire nelle fasi di carica e di scarica. In ogni caso, c’è un terzo fondamentale elemento, l’elettrolita, che funge da conduttore e permette di trasmettere la carica elettrica.

Quando la batteria è collegato a un dispositivo gli elettroni scorrono attraverso i suoi circuiti da un elettrodo all’altro. Quando questo accade, gli ioni, vale a dire particelle elettricamente cariche coinvolte nel processo di ossidazione dell’anodo, viaggiano attraverso l’elettrolita. Quando raggiungono il catodo reagiscono con gli elettroni che hanno viaggiato dal percorso opposto. Tutto ciò succede quando il polo negativo viene collegato a quello positivo, le due estremità delle pile che siamo abituati a riconoscere tramite il segno ’+’ e il segno ’-’.

Questo “viaggio” continuo di elettroni da un polo all’altro produce a sua volta una nuova reazione chimica per produrre ancora elettroni. Gli scienziati avrebbero proprio trovato un nuovo modo per collegare l’anodo e il catodo. “Gli elettrodi delle batterie - ha spiegato il docente William King al sito della Bbc - hanno piccole dita intrecciate che si connettono l’uno nell’altro”. In tal modo è possibile dare alla batteria una superficie ampia in cui effettuare la reazione chimica, anche se le dimensioni dell’oggetto sono in sé sono ridotte. In pratica è stata limitata “la distanza in cui scorrono ioni e elettroni” in modo da “ottenere l’energia in modo molto più veloce”.

Interessante, ma quale sarà l’applicazione reale? Attualmente la fabbricazione di queste celle per le batterie rivoluzionarie sono state realizzate “artigianalmente”, ma il docente confida che questa tecnologia “sia scalabile a tutti i livelli, fino all’elettronica e ai veicoli” e, tanto per essere chiari “Si potrebbe sostituire la batteria auto con una delle nostre batterie e sarebbe 10 volte più piccola, o 10 volte più potente” tanto che “si potrebbe avviare rapidamente una macchina con la batteria del telefono cellulare”. 

Attenzione, però, a farsi prendere dalla speranza. Moltissime università e staff di ricerca stanno lavorando sull’efficienza delle batterie, elemento chiave in un mondo sempre più dipendente dall’energia e sempre più pressato dal bisogno di produrla a basso costo.  La strada percorsa in Illinois raccoglie interesse e consensi, ma prima di vederla sul mercato dovrà superare un po’ di ostacoli: riuscire a creare microbatterie abbastanza solide da non incorrere in cortocircuiti ma producibili a costi contenuti, semplificarne quindi la realizzazione e garantirne la sicurezza, per esempio dai rischi di autocombustione che hanno afflitto in passato le pile all’ossido di litio-cobalto.

Almeno su questo fronte, il professor King ritiene che il rischio sia trascurabile sui piccoli dispositivi. Le batterie usavano un elettrolita composto da liquido infiammabile, che nella nuova tecnologia miniaturizzata sarebbe usato in quantità minima. Altro discorso varrebbe per batterie da automobile. In tal caso la soluzione potrebbe consistere in un più sicuro elettrolita a base polimerica. E tuttavia, King spera di vedere le sue batterie disponibili per il mercato entro fine anno. Speriamo che entusiasmo accademico ed efficienza trovino efficace coniugazione. 

Boom di “Drunkoressia” tra le ragazze Allarme per gli “energy drink” ai bimbi

La Stampa

Si mescolano alcol e digiuno: 300 mila giovani tra i 14 e i 17 anni, 8 volte su 10 ragazze. E i genitori danno bevande energizzanti persino ai bambini di 3 anni


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Un mix micidiale. Alcol e digiuno, dipendenza dagli alcolici e anoressia. Un disastro che ha meritato la nascita di una nuova parola, “drunkoressia” , e che riguarda sempre più adolescenti, soprattutto le ragazze.

Gli specialisti lanciano l’allarme: da un lato, il consumo di alcol ha registrato una progressiva anticipazione a fasce di età inferiori: i primi “assaggi” – in particolare di birra, più che di vino e superalcolici – avvengono durante gli anni della scuola media. Dall’altro, c’è maggiore consapevolezza negli adolescenti degli effetti dell’alcol che, quindi, vengono appositamente ricercati in particolari circostanze, come la discoteca.

«Un esempio concreto ed eloquente delle nuove tendenze tra gli adolescenti - sostiene Giuseppe Di Mauro, Pediatra e Presidente della Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale (SIPPS) - è rappresentato dalla drunkoressia o “anoressia da happy hour” che consiste nell’abitudine di digiunare per poi consumare alcolici sia per ridurre l’apporto energetico in modo da compensare le calorie dell’alcol con il “guadagno” ottenuto dal digiuno, sia per potenziarne gli effetti inebrianti».

Un caso di anoressia su 15 si declina nella drunkoressia: la voluta e sistematica assunzione di alcol al di fuori dei pasti. Nata negli Stati Uniti, si sta diffondendo largamente anche in Italia dove si stimano 300 mila casi di ragazzi tra i 14 e i 17 anni, casi che 8 volte su 10 riguardano il sesso femminile e, in generale, presentano una tendenza ad un preoccupante aumento. 

Gli effetti organici della drunkoressia possono essere davvero dannosi, soprattutto sugli adolescenti: ai tradizionali danni provocati dall’alcol al fegato e alle cellule nervose si sommano, con effetto moltiplicativo più che semplicemente additivo, pericolosi sbalzi di peso, scomparsa del ciclo mestruale nelle ragazze, osteoporosi, aritmie cardiache e steatosi epatica (cioè infarcimento di grassi nel fegato, primo passo verso la cirrosi).

Oltre all’abuso di alcol, a destare un grande allarme sono anche le bevande energizzanti, i cosiddetti “energy drink”, che contengono sostanze stimolanti come caffeina, taurina, guaranà, ginseng e niacina. «Sono finalizzate a dare carica, sensazione di forza, instancabilità, resistenza e potenza e quando vengono mescolate agli alcolici contribuiscono a promuovere gli effetti di disinibizione comportamentale».

A livello europeo, dal recente rapporto Efsa (Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare), emergono dati preoccupanti sull’uso di bevande energizzanti sia negli adulti che nei bambini: in generale, il consumo combinato con l’alcol arriva al 56% negli adulti e al 53% negli adolescenti. In particolare, se tra i primi circa il 30% dichiara di consumare abitualmente energy drink, tra gli adolescenti dai 10 ai 18 anni le percentuali salgono al 68% con un 12% di bevitori “cronici”, con un consumo medio di 7 litri al mese e un altro 12% di consumatori “acuti”.

Tra gli adolescenti spesso questa moda trae spunto dal mondo dello sport con l’obiettivo perseguito sin dai ragazzi alle prime armi che mirano a raggiungere migliori risultati se non a diventare veri atleti professionisti. Il dato più allarmante è, poi, quello che riguarda i bambini dai 3 ai 10 anni: il 18% circa consuma energy drink e tra di essi il 16% ne consuma in media 0,95 litri a settimana (almeno 4 litri al mese), complici in questo caso certamente contesti familiari in cui i genitori o i fratelli maggiori sono i primi consumatori di tali bevande.

«Soft ed energy drink, dunque, sono rappresentativi – afferma il dottor Piercarlo Salari, Pediatra Consultoriale a Milano e membro SIPPS - di due fenomeni paralleli e non complementari, che non devono essere sottovalutati». E’ fondamentale per i genitori saper cogliere nei propri figli alcuni sintomi e segnali premonitori come la difficoltà di concentrazione e memoria, con impatto sulla resa scolastica; l’aggressività immotivata e le alterazioni del tono dell’umore; i cambiamenti nel ritmo sonno/veglia con eccessiva sonnolenza diurna; la tendenza all’isolamento; il desiderio ossessivo di migliorare le performance sportive; la ‘dipendenza’ da abitudini che tendono a ripetersi in alcuni momenti o circostanze, come per esempio il digiuno volontario in previsione di una festa o di una serata con gli amici. 

La vera preoccupazione riguarda, però, la mancanza di conoscenza degli effetti da parte degli adolescenti. «In caso di eccessivo consumo di bevande energizzanti si possono identificare due ordini di rischi - prosegue il dottor Salari -. Sono conseguenze immediate l’accelerazione del battito cardiaco e la comparsa di episodi di tachicardia e ipertensione, nausea e/o vomito, malessere psicofisico, calo dell’attenzione e della vigilanza (ancora più pericolosa se il ragazzo è alla guida) ». Coinseguenze nel più lungo termine: « dipendenza, riduzione della memoria e delle capacità cognitive , erosione dello smalto dentario. Va da sé che i rischi si amplificano se agli energy drink vengono associati alcol e sostanze stupefacenti». 

Per limitare i danni provocati dall’abuso di bevande energizzanti, i pediatri della SIPPS raccomandano una sempre maggiore informazione non soltanto rivolta ai ragazzi ma anche alle loro famiglie. «Vale, forse, la pena di ricordare che il “mito del ricostituente” non è poi culturalmente molto distante dal doping sportivo come pure dall’energy drink. Il concetto di demandare il compito di risolvere un problema o migliorare una condizione a un prodotto, qualunque esso sia, può essere trasmesso al bambino molto precocemente, facendogli credere che sia sufficiente un integratore per guarire più in fretta o per non riammalarsi». 

In fondo «anche l’energy drink può essere considerato erroneamente una soluzione simile per vincere la stanchezza e affrontare gli impegni quotidiani in una maniera semplice, rapida, efficace e perfino piacevole e accattivante». 

Balla alla fermata del bus ignara di essere vista: il video è già cult

Il Messaggero


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Il nuovo idolo della rete indossa una lunga maglia azzurro pallido, ha i capelli scarduffati e a tracolla porta un'anonima borsa nera. Però balla. E lo fa con contagiosa spensieratezza mentre aspetta l'autobus. Ignara (fino a prova contraria) di essere nel mirino di una telecamera. Il video, caricato su Youtube pochi giorni fa, sta accumulando centinaia di migliaia di clic. E come per altri fenomeni del web (tra gli ultimi la cup song) ha già cominciato a generare emulazioni e parodie. 

Della simpatica protagonista del filmato non si sa nulla, tranne che si trova a una fermata del bus di Eastleigh, città inglese dell’Hampshire, e che ha un innato senso del ritmo. Morbida e rotonda, molleggia sulle note di ”Dancing Queen” (ma chissà quale canzone suona davvero nella sua testa). Piace perché fa sorridere e ridere, piace perché qualcuno ci si rivede e piace perché qualcun altro sotto sotto la invidia quasi, così apparentemente libera da stress e tabù.


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Gli squadroni della morte a caccia di senzatetto in Brasile

Corriere della sera

di Monica Ricci Sargentini


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Agiscono nella notte e senza pietà.  L’obiettivo sono i senzatetto di  Goiania, la capitale dello Stato brasiliano di Goias. Negli ultimi nove mesi sarebbero già state 29 le vittime. 

Una sorta di pulizia etnica attuata da un gruppo di sterminio organizzato secondo quanto hanno sostenuto ieri la sottosegretaria ai Diritti Umani, Maria do Rosario,  e il Presidente della Commissione Nazionale per i Diritti Umani dell’Ordine degli Avvocati del Brasile (OAB), Wadih Damous. Il governo ha chiesto l’apertura di un’indagine federale e il gesto non è piaciuto alle autorità locali che gettano acqua sul fuoco.

E tra il migliaio di homeless che vive nella città si sta diffondendo il terrore.  Gli assassini non risparmiano nemmeno i ragazzini: tra le vittime c’è anche un tredicenne ucciso a bastonate. Tuttavia non è ancora veramente chiaro cosa scateni la strage:  tra le ipotesi degli inquirenti locali c’è anche quella una resa dei conti con alcuni trafficanti di droga della zona.  Una tesi che ha preso più corpo ieri dopo l’arresto di cinque sospetti tra cui almeno tre piccoli trafficanti. A far scattare il blitz è stato domenica scorsa il ferimento di un giovane tossicodipendente che ha ammesso di vendere droga per procurarsi la roba.

In tempo di crisi torna la cambiale

La Stampa

Molto usati negli anni del boom economico, i “pagherò” sono aumentati del 40% dal 2009

mauro pianta


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Quando il vento della crisi non si placa le «farfalle» tornano a volare. Le chiamavano così, le cambiali, negli anni Cinquanta perché in fondo questo erano: promesse un po’ svolazzanti di pagamenti “spostati” nel tempo. Farfalle, appunto. La cambiale, in realtà, è un vero e proprio titolo di credito: un documento (si trova nelle tabaccherie) contenente l’ordine di pagare una certa somma a una scadenza stabilita. Voglio acquistare un bene e adesso non ho il gruzzolo necessario? Firmo una cambiale dove dichiaro che pagherò tra uno, due, tre mesi. Il “pagherò” può anche essere girato da un creditore a un altro. Come gli assegni. Alla scadenza non onoro il debito? Il creditore potrà rivalersi sui miei beni. Se ne ho, beninteso.

Negli anni del boom economico, mirabilmente innervati di speranza e fiducia, si fece un largo uso di questo strumento. Il grande Totò dedicò pure un film all’argomento. «L’Italia – ricorda Giuseppe Di Chio, professore di diritto commerciale dell’Università di Torino - attraversava una fase di crescita robusta, la ricchezza circolava, le famiglie risparmiavano ed erano solvibili». Adesso la cambiali sono tornate, ma la speranza e la fiducia c’entrano poco. È che in giro ci sono sempre meno soldi. E le banche si guardano bene dal concedere credito. 

Lo studio condotto da Unirec (unione nazionale Imprese a Tutela del Credito) parla chiaro: nel periodo 2009-2011 il numero di cambiali siglate per saldare debiti con banche, società di servizi e società di credito al consumo è aumentato del 40 per cento. Tra il 2010 e il 2011 la variazione è stata dell’11’%. Dati confermati dall’Agenzia delle Entrate: nel 2011 sono state emesse 530mila marche da bollo per cambiali (chi firma un pagherò versa un’imposta di bollo pari al 12 per mille dell’importo) che sono arrivate a quota 550mila l’anno scorso. Sempre nel 2012, se è aumentato il numero delle cambiali è però diminuito l’importo complessivo passando dai 140 milioni del 2011 ai 135 dell’anno successivo.

Ma chi sono gli italiani che tornano a firmare e onorare le promesse di pagamento? «Si tratta – spiega Gianni Amprino, presidente di Unirec – per lo più di famiglie che avevano ottenuto prestiti per l’acquisto di beni di consumo: dalla tv alle vacanze, dall’arredamento alla ristrutturazione degli immobili. O magari avevano strappato un finanziamento per spese mediche. Poi, ed è il caso più frequente - prosegue Amprino – succede che uno dei due coniugi, a motivo della crisi, perda il lavoro».

A quel punto la rata o il canone di leasing diventano troppo pesanti e i pagamenti cominciano a saltare. Spiega ancora Amprino: «Le società finanziarie piuttosto che perdere tutto o avventurarsi in azioni legali dai tempi dilatati preferiscono concordare con i clienti un piano di rientro che preveda il rilascio di cambiali, con un importo più basso, da pagare regolarmente in banca». Importi che, sempre secondo il Centro studi Unirec, nel 2012 si sono aggirati introno a un valore medio di 220-230 euro a fronte di un ticket medio di 260 euro del 2011. 

Il fenomeno, in ogni caso, non riguarda soltanto le famiglie. 

«Pur se in misura minore – conferma Amprino – anche le imprese, soprattutto quelle piccole e soprattutto, a quanto ci risulta, quelle del settore trasporti, sono in difficoltà a causa del calo degli ordinativi o dei ritardi nei pagamenti da parte delle pubbliche amministrazioni». Anche le piccole aziende, dunque, concordano piani di rientro facendo riscorso alle cambiali. Certo, ci sono poi situazioni come quelle segnalate dalla Federazione Italiana Tabaccai di Parma riguardanti un pensionato che ha rilasciato una cambiale da 120 euro per pagare la spesa al supermercato, ma si tratta di casi-limite. 

«Resta la sensazione – conclude Amprino – che oggi la cambiale rappresenti un male minore, uno strumento rispolverato dal passato per arginare i danni di una cultura del “credito facile” che ha indotto molti italiani a costruire stili di vita lontani dalle loro effettive capacità di reddito». Perché basta poco per ritrovarsi a collezionar farfalle. 

Omesso versamento di contributi previdenziali: è una truffa?

La Stampa


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Un uomo è indagato per associazione per delinquere finalizzata alla commissione di reati fiscali, di omesso versamento di contributi previdenziali relativi alle ritenute operate sulle retribuzioni corrisposte ai lavoratori dipendenti, falso, truffa aggravata ai danni dello Stato. I suoi beni sono sottoposti a sequestro preventivo. Il delitto di truffa aggravata è assorbito in quello di frode fiscale?

La questione, affrontata una prima volta dalla Cassazione, è rinviata ai giudici di merito che ritenevano ampiamente sussistente il fumus commissi delicti, ma solo in merito ai reati fiscali. Risultato: «limitazione del decreto preventivo per equivalente fino alla concorrenza dell’importo di euro 2.033.867 per le imposte dovute per l’anno 2007». In pratica, il decreto di sequestro è stato emesso, ai fini della determinazione della somma da attingere, con riferimento esclusivo ai reati di violazione finanziaria, senza alcun riferimento agli ulteriori elementi di profitto e danno oggetto del delitto di truffa. I giudici della Cassazione, tuttavia, si trovano nuovamente ad affrontare la faccenda (sentenza 5477/13) dopo che il PM ha proposto ricorso.

Il procuratore chiede alla Cassazione di rivedere il caso. Nel caso  – sostiene il procuratore ricorrente - «l’indagato, omettendo il versamento dei contributi previdenziali e delle imposte, oltre ad avere indotto in errore i lavoratori, l’Agenzia delle Entrate e l’INPS, si è procurato l’ingiusto profitto dell’evasione previdenziale, oltre a quello di acquisire appalti battendo ogni concorrenza sul mercato». La Suprema Corte ha invece rigettato il ricorso, sottolineando che i giudici del rinvio avevano già affermato la sussistenza del fumus commissi delicti con riferimento ai capi 9, 11 e 13 della rubrica (reati fiscali) e, allo stesso tempo, avevano sostenuto l’inesistenza, in conseguenza della condotta truffaldina ipotizzata, di profitti ulteriori e diversi rispetto all’evasione fiscale.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Spesometro" rimandato

La Stampa


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L'Agenzia delle Entrate, con un comunicato del 15 aprile, proroga i termini per la trasmissione dei dati delle operazioni rilevanti ai fini IVA relative al 2012. Spesometro rimandato, dunque, ma a data da destinarsi. La scadenza del 30 aprile non è più valida. Il D.L. n. 16/2012 ha, infatti, stabilito che, per le operazioni effettuate dall’1 gennaio 2012 tra operatori economici (business to business), l’obbligo di comunicazione all’Agenzia delle Entrate riguarda tutte le operazioni IVA rilevanti ai fini dell’imposta sul valore aggiunto e non più soltanto quelle pari o superiori ai 3.000 euro, pur mantenendo a  3.600 euro la soglia per le comunicazioni relative alle operazioni per le quali non è previsto l’obbligo di emissione della fattura (business to consumer).

Con un “successivo provvedimento del direttore dell’Agenzia, che terrà conto delle numerose proposte formulate dalle associazioni di categoria, sarà approvato il nuovo modello di comunicazione con le relative specifiche tecniche e fissata una nuova scadenza, per inviare i dati relativi al 2012, che sarà definita tenendo in considerazione i tempi tecnici necessari per effettuare gli adempimenti richiesti”. Il nuovo testo dovrà prevedere, tra le varie misure di semplificazione dell'adempimento, anche la facoltà, per gli operatori commerciali che svolgono attività di locazione e/o noleggio, di optare per la comunicazione dei dati utilizzando il nuovo modello di comunicazione ed effettuando l’adempimento nei termini previsti per il “nuovo spesometro”.


Fonte:
http://fiscopiu.it/news/comunicata-la-proroga

Pulitzer 2013 della fotografia, vince lo scatto realizzato in Siria

Il Mattino


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Il fotoreporter Javier Manzano ha vinto con uno scatto realizzato in Siria il Feature Photography Pulitzer 2013. La fotografia mostra due cecchini in azione ad Aleppo il 18
ottobre 2012.

La memoria negata di un martire per caso

Matteo Sacchi - Gio, 18/04/2013 - 09:00

Nel paese di una vittima della banda partigiana di Primo Levi, Fulvio Oppezzo è un pallido ricordo. E chi cerca di indagare sbatte contro un muro di silenzio

Ci sono vicende che si snodano nel tempo. E altre a strati verticali. Per comprenderle è meglio ragionare nei termini di «sopra» e «sotto». Può essere così anche per la vita e la morte del tenente Fulvio Oppezzo.


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Primo Levi (disegno di Dariush)

Il «sotto», il basso lo si può indagare a Cerrina, piccolo borgo del Monferrato. Fulvio era nipote del podestà del paese, il rampollo di una di quelle famiglie che nel loro piccolo contano. Erano arrivati a Cerrina nel 1935 al seguito del patriarca e subito Fulvio venne inviato a studiare al collegio «Trevisio» di Casale.

Qualche anziano un ricordo del ragazzo, anche se sbiadito, lo conserva. Dice Maria Cerruti: «Era gentile, allegro, giocava con tutti. La sua famiglia era un po' appartata, forse si davano anche qualche aria. Lui no... Un ragazzo buono e uno dei primi a partire partigiano». Nel 1940, all'entrata in guerra dell'Italia viene subito inviato al liceo della scuola militare di Milano. Del resto Ugo Oppezzo, suo padre, era un decorato della Grande guerra. Un ragazzino con la faccia pulita e le spalle piccole che sorride in una divisa troppo larga, un ufficiale bambino. Così appare nella foto nella scuola media di Cerrina che oggi a lui è dedicata, anche se alla targa manca una «p», quindi la scuola si chiama «Fulvio Opezzo». Nel 1943 fa appena in tempo a ricevere i gradi, poi arriva l'8 settembre.

Il tenente bambino riesce a tenersi le armi e scappa in montagna con dei coetanei: sceglie i partigiani e parte per la Val d'Ayas. Non tornerà più. E ora il «sopra», la parte di storia che ha indagato Sergio Luzzatto in Partigia (Mondadori). Perché Fulvio Oppezzo e Luciano Zabaldano, i due ragazzini ammazzati dai loro compagni partigiani che li accusavano di furti nella valle, vengono fucilati «alla sovietica», quindi senza processi o spiegazioni. E tra di essi, anche se per Luzzatto non premette il grilletto, c'era anche Primo Levi. Di quel fatto restano sporadiche e addolorate tracce nei suoi libri, ma nessun racconto chiaro, esplicito. Il mistero, il motivo di quella fucilazione, resta lassù nella baita di Frumy per decenni. E ora, con l'uscita del libro di Luzzatto, rimbalza tra le pagine dei maggiori quotidiani.

Ma torniamo al «sotto». Che cosa succede a Cerrina, in casa Oppezzo? Questo lo sappiamo, lo racconta in sintesi anche Luzzatto. A Cerrina c'è una madre disperata, Idalia. Qualcuno ricorda ancora il suo lutto permanente, le sue richieste di memoria. Quello che si sa è che suo figlio è morto in montagna, e tanto basti. Fulvio diventa un eroe, anche per il parroco. Il 10 giugno 1950 viene inaugurata e benedetta la scuola a mezza collina che ancora porta il suo nome. La dedica è lapidaria, minimale: «Giovane cerrinese caduto per la liberazione». Il resto venne da sé, lo fece il tempo. La dedica di una piazza cui manca la targa, una memoria sbiadita e stereotipata da 25 aprile. Così oggi se ti aggiri per queste belle casette di collina e chiedi «questa è piazza Oppezzo?» di risposte ne ottieni pochine. Per quasi tutti vale un «non lo so, qui è così piccolo il paese che i nomi delle vie chi se li ricorda?».

E anche se si chiamano le Anpi locali si ricava soprattutto stupore. Oppezzo non se lo ricordano nemmeno a Casale: iscritti di Cerrina non ne hanno. Alla scuola dedicata a Oppezzo cascano quasi tutti dalle nuvole. Il dirigente scolastico Mauro Bonelli: «Guardi, sono qui solo da un anno e confesso che di Oppezzo non so quasi nulla... Io mi sono interessato di ricerche storiche sulla Resistenza, non ne ho affatto una visione oleografica e buonista. Ho studiato avvenimenti relativi ad altre zone del Monferrato. Ma davvero sulla vicenda Oppezzo qui nessuno ha mai saputo nullla... Ci stiamo attivando adesso dopo aver letto i giornali». Poi arriva di rincalzo il professore di storia che è stato contatto da un ricercatore di storia locale, Claudio Borio, il quale si è messo ora al lavoro sulla vicenda ma non ne aveva mai sentito parlare.

Solo un sacerdote originario di Cerrina, Ermenegildo Gonella - questo lo racconta Luzzatto - ha cercato di indagare in Val d'Aosta, trovandosi di fronte a un muro di gomma. Però aveva solo sospetti che dovevano fare a pugni con una leggenda assolutoria che andava bene a tutti. Il Paese aveva un eroe, i partigiani erano tutti buoni, le montagne lontane e perfette per nascondere i segreti. E là in alto resta il mistero di una sentenza di morte feroce a cui partecipò portandone il peso anche il mite Primo Levi.

Sapremo mai davvero perché i due ragazzi vennero uccisi a sangue freddo? Quali colpe vere e presunte abbiano portato a un gesto così brutale? La risposta non sta «sotto», a Cerrina. Il borgo ha semplicemente messo Oppezzo tra i suoi morti di guerra, accettato la verità che veniva fornita, consolato una madre con un ricordo che sembrava il più adeguato. La verità, invece, quella rimasta in montagna, non è quasi mai adeguata ed è quasi sempre dolorosa.

Lasciando Cerrina, così tranquilla e primaverile, tutta raccolta attorno alla sua piazza Martiri Internati (neanche quella però ha la targa) viene in mente quella frase proprio di Levi: «La facoltà umana di scavarsi una nicchia, di secernere un guscio, di erigersi intorno una tenue barriera di difesa, anche in circostanze apparentemente disperate, è stupefacente, e meriterebbe uno studio approfondito. Si tratta di un prezioso lavorio di adattamento, in parte passivo e inconscio, e in parte attivo (...)». E questo modella anche la nostra memoria, purtroppo.

La memoria diI Milano

Corriere della sera

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Quanta memoria c'è in una vecchia foto ingiallita, disseppellita dal fondo di un cassetto, che racconta di noi, della nostra famiglia, dei nonni, ma che può anche aprire una finestra sulla memoria collettiva?
Come può accadere, per esempio, se ad essere immortalata in uno scatto è la propria mamma e oggi nonna in Vespa nel '57, in via Larga. O se riconosciamo in quel ragazzino che tirava calci al pallone sul sagrato dell'Incoronata l'amico oggi divenuto una star dello spettacolo. Iniziamo qui un filo diretto con i lettori del Corriere della Sera, che invitiamo a cercare e recuperare le fotografie, in bianco e nero (o a colori quelle più recenti), i ricordi di famiglia, gli scatti che hanno congelato giornate memorabili della loro vita.

 Le foto dell'archivio Chierichetti Le foto dell'archivio Chierichetti Le foto dell'archivio Chierichetti Le foto dell'archivio Chierichetti Le foto dell'archivio Chierichetti

Rispolverare gli album delle fotografie potrà farci sorridere, aiutarci a ricomporre un capitolo archiviato della nostra vita, attraverso un dettaglio riportare dalla memoria profonda un tassello indispensabile per ricomporre un puzzle, destinato a restare altrimenti incompiuto. In questa rubrica pubblicheremo una delle vostre fotografie. Scrivete all'indirizzo mail cormil@corriere.it; oppure via posta alla redazione Cronaca di Milano, Corriere della Sera, via Solferino 28, 20121 Milano.

Paola D'Amico
15 aprile 2013 | 14:53


 

Il Gamba de legn e la Bianchi. Simboli di una grande città

 



Una suggestiva immagine del «Gamba de legn», il tram a vapore che dal 1878 al 1957 ha collegato Milano con i principali centri della provincia e fu uno dei simboli della città. Il tram, nella fotografia inviataci da Mario Passera, corre lungo il Naviglio Pavese, in via Chiesa Rossa.


I riflettori, poi, si spostano in via Gaudenzio Fantoli, negli ex capannoni della Caproni. L'immagine fu scattata per ricordare la visita dei dirigenti e, probabilmente, dei clienti ad un reparto della «Bianchi», famosa fabbrica di biciclette. Era il 1967 e l'operaia che tiene in mano il telaio di una bicicletta, immortalata in quest'immagine, è la signora Rosa Gaggi, la mamma di Giancarlo Villa.

Inviateci le fotografie a: cormil@corriere.it.
Paola D'Amico
17 aprile 2013 | 16:41



In bici durante la guerra e barche davanti alla Fiera

 



Ci sono attimi felici, nonostante Milano sia sotto le bombe e manchino ancora tre anni al 25 aprile del 1945. Una passeggiata in bici in corso Buenos Aires, una donna e un uomo in divisa sorridono. Sono marito e moglie e la guerra sembra lontana. Sono le immagini di una memoria che Milano rischia di perdere. Foto nascoste in un cassetto che conservano ricordi privati ma insieme una memoria collettiva. Sono le fotografie inviate dai lettori del Corriere della Sera che hanno risposto all'invito di cercare e recuperare le foto, in bianco e nero (o a colori quelle più recenti), i ricordi di famiglia, gli scatti che hanno congelato giornate memorabili della loro vita. Rispolverare gli album delle fotografie potrà farci sorridere, aiutarci a ricomporre un capitolo archiviato della nostra vita, attraverso un dettaglio riportare dalla memoria profonda un tassello indispensabile per ricomporre un puzzle, destinato a restare altrimenti incompiuto.


   Le foto d'epoca    Le foto d'epoca    Le foto d'epoca    Le foto d'epoca    Le foto d'epoca





Ricordi semplici, magari come una partita di pallone al Parco Forlanini. Le squadre composte da genitori contro figli, i sorrisi che testimoniano una giornata di festa. Come le quelle passate nei prati davanti alle ex Varesine dove oggi ci sono i grattacieli e la città del futuro. O magari l'immagine delle maestre dell'Istituto Immacolata di via Amadeo, ritratte tutte insieme l'ultimo giorno di scuola. E come non pensare alla Fiera Campionaria? Chi ricorda le barche ormeggiate in esposizione nel centro di Milano?

Continuate a mandarci le vostre fotografie, le pubblicheremo in questa rubrica. Per inviare il vostro
 materiale scrivete all'indirizzo mail: cormil@corriere.it.
Redazione Cronaca

14 aprile 2013 (modifica il 15 aprile 2013)


Le sorelline sul carretto e il negozio di 90 anni fa

La prima immagine, scattata al Parco Sempione, risale al 1937. L'altra è di un negozio avviato nel 1919

 



Ecco i primi ricordi da condividere inviati dai lettori del Corriere della Sera per l'iniziativa «La memoria di Milano»: fotogrammi sopravvissuti al tempo, che ci raccontano come cambia la città, non la passione dei bambini che ancora oggi sono in fila in via Palestro per un giro nel parco sulla carrozza trainata dai pony. Nel 1937, quando è stata scattata la prima immagine, era un asinello a trainare il carretto.



Ed ecco, poi, il ritratto di Oreste Angelino davanti al negozio di famiglia, Ceratina, avviato dal padre nel 1919. Tutto per la casa, cominciando dalla cera pregiata per mobili e pavimenti prodotti dal laboratorio aperto in via delle Asole. Nel 1931 il negoziosi trasferì in via Santa Maria Segreta 2 e dal 1966 è in via Meravigli.



Paola D'Amico
13 aprile 2013 (modifica il 15 aprile 2013)

L'Annunziata ci ricasca Ora aspetta la morte del Cav

Lucia Annunziata - Gio, 18/04/2013 - 08:01

Nuovo scivolone della giornalista mentre commenta le esequie della Thatcher in diretta: "Da noi dobbiamo attendere la scomparsa di un leader che divide"

Le ossessioni sono tiranniche e totalizzanti. Non vanno tanto per il sottile, si prendono il campo e passano sopra tutto senza troppe sfumature.

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Magnifiche o no, le ossessioni sono assolute. A costo di causare sgradevoli infortuni a chi ne soffre. Di portare a commettere gaffe e inciampi difficilmente perdonabili. Lucia Annunziata, per dire, è recidiva. E se due indizi non fanno ancora una prova, tre possono essere sintomo di una piccola patologia politica. Prendete quello che la conduttrice di Raitre ha detto ieri mattina: una situazione analoga a quella creatasi in Gran Bretagna con la scomparsa di Margaret Thatcher da noi potrebbe verificarsi solo con la morte del nostro leader politico «più divisivo».

Il direttore dell'Huffington Post era ospite dello Speciale TgLa7 di Enrico Mentana per commentare i funerali della Lady di ferro. Seppur non nominato esplicitamente, il riferimento al leader «più divisivo» era chiaramente rivolto a Berlusconi. Durante tutta la cronaca della cerimonia Annunziata era parsa corrucciata. Fino a scivolare nel periglioso paragone. Le ossessioni sono così: il loro protagonista spunta a sorpresa dal fiume carsico che attraversa la psicologia di chi le patisce.

In quel momento il Cav era lontanissimo dai pensieri di tutti gli altri presenti, l'editorialista de La Stampa Marcello Sorgi, l'economista Alberto Mingardi e Mentana che ha cambiato rapidamente discorso. Nello studio di La7 è calato un silenzio di gelo. L'inopinata incursione nelle divisioni politiche di casa nostra era più che pretestuosa. Tracciare un parallelo tra la Thatcher e il Cavaliere un azzardo maldestro. Ancor peggio disegnare uno scenario apocalittico di divisione del nostro Paese evocando la scomparsa di Berlusconi. Maliziosamente, si potrebbe intravedervi un malcelato augurio di morte. Non sarà stato certamente così. Ma la scivolata rimane clamorosa.

Verrebbe quasi da dire che Miss Gaffe ci ha preso disgusto. Nonostante pochi giorni fa sia stata svelata la sua richiesta di sanatoria di un abuso edilizio nel comune di Anacapri, la conduttrice di In mezz'ora insiste nel voler impartire lezioni di etica politica. Incorrendo tuttavia in questi sgradevoli svarioni. Anzi, forse è proprio un eccessivo nervosismo a far perdere la misura di certi confronti. Il centrodestra tutto è fumo negli occhi per il direttore del prestigioso Huffington.

Qualche mese fa, era il 7 novembre, durante uno Speciale di La7 sulle elezioni americane diede del «perfetto cretino» a Giuliano Ferrara che l'aveva sollecitata ad un commento. A metà marzo in diretta tv Annunziata timbrò i politici del Pdl con l'appellativo di «impresentabili» sparato in faccia al segretario Angelino Alfano. Da allora lo scontro è a tutto campo. Qualche giorno fa Emilio Fede ha dichiarato che Lucia Annunziata «non sa fare televisione perché non è spontanea». Forse lo è solo quando deve colpire la parte politica che non le aggrada. Ma da una giornalista di lungo corso come lei ci si aspetterebbero doti maggiori di controllo delle proprie ossessioni.

Così i furbetti in toga beffano il Csm

Anna Maria Greco - Gio, 18/04/2013 - 08:31

Il trucco dei magistrati in aspettativa per non tornare a lavorare: ostacolare la firma del ministro della Giustizia

Tornare in ruolo, per un magistrato che per anni ha messo da parte la toga per occupare una poltrona politica o ministeriale o magari un incarico internazionale, è sempre dura.


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Così, i più furbi hanno ideato una tattica precisa. Dopo aver ostacolato al massimo la decisione del Csm, con una serie di trucchi, quando finalmente il plenum fissa la nuova sede si aggrappano all'ultima chance: ritardare la firma del ministro della Giustizia, cioè l'ok definitivo. Basterebbero 24 ore, perché non serve alcun accertamento. E infatti, senza raccomandazioni, in meno di una settimana si viene spediti al nuovo ufficio. Ma se si hanno le conoscenze giuste, nelle stanze di via Arenula o in generale nel Palazzo, passano spesso 2 mesi, anche 4, addirittura 6. Nel frattempo il posto rimane vuoto e non può essere coperto da altri.

Questo tempo può essere prezioso. Soprattutto dopo che, 2 mesi fa, il Csm ha cambiato la sua circolare prevedendo che dopo il rientro in ruolo per 3 anni non si possano richiedere altri incarichi extragiudiziari. Una vera jattura, per i professionisti delle «carriere parallele». E dei mesi regalati, possono servire molto. Uno come Antonio Ingroia, ultimo illustre fuori ruolo destinato alla procura di Aosta l'11 aprile (aspettativa elettorale scaduta l'11 marzo), può trovare un'alternativa, dopo lo stop al posto di esattore del governatore Crocetta. O anche ricandidarsi sperando in un risultato migliore.

In caso degli «imboscati» è scoppiato ieri nel plenum del Csm, quando il laico Pdl, Bartolomeo Romano, ha denunciato la clamorosa «anomalia» dei ritardi ingiustificati al ministero, suscitando le proteste di diversi colleghi e consegnando al vicepresidente Vietti una lista di casi da verificare.
Sembra, ad esempio, che Francesco Marinaro dal 19 dicembre abbia una nuova sede a Roma, ma non abbia ancora preso possesso. Massimo Russo, ex pm palermitano tuffatosi come Ingroia in politica, da assessore nella giunta siciliana di Lombardo dopo un passaggio al ministero con Mastella, è atteso al tribunale di Sorveglianza di Napoli, dove serve come il pane, ma il suo fascicolo uscito dal plenum del Csm il 20 febbraio si è perso in qualche cassetto.

Ogni scusa è buona. Ex parlamentari come Lanfranco Tenaglia e Roberto Centaro sostengono che non possono lasciare le loro commissioni prima che si siano insediate quelle nuove. Nel plenum di ieri, iniziato con il messaggio di congedo del presidente Giorgio Napolitano, il togato Nappi (ex Area, oggi indipendente) ha parlato del mai nato Albo dei magistrati fuori ruolo, che doveva essere istituito in due mesi, mentre ne sono passati inutilmente quattro. Relatore della pratica era proprio Romano, che aveva insistito perché si garantisse trasparenza pubblicando l'Albo sul sito Internet del Consiglio. Il consigliere ieri ha segnalato che diversi magistrati invece di rientrare in ruolo non hanno, dopo mesi, preso possesso dell'ufficio. Pina Casella (Unicost) ha protestato: «Non esiste nessuna tabella del genere». «Esiste, ma provvisoria», ha precisato Roberto Rossi (Area). Romano la lista l'ha tirata fuori e consegnata a Vietti. «Non si può dare l'impressione - ha detto- che per qualcuno i tempi si allunghino a dismisura».

La municipalità dei record: ogni consigliere ha almeno due falsi invalidi tra i parenti più stretti

Corriere della sera

di Amalia De Simone

Il caso clamoroso a Napoli: tolte 60 pensioni di invalidità. Ecco come funzionava il trucco


Se non è sospetto è almeno curioso che i politici eletti nella IV municipalità di Napoli, (quasi 10 mila residenti) abbiano complessivamente in famiglia 60 invalidi destinatari di pensioni e in molti casi anche con indennità di accompagnamento. Soprattutto perché secondo i controlli della commissione medica superiore dell'Inps, quasi nessuna di quelle pensioni sembra essere regolare.

LO STRANO CASO - I carabinieri di Posillipo, guidati dal comandante Tommaso Fiorentino e coordinati dal pm del pool mani pulite della procura di Napoli Giancarlo Novelli, avevano segnalato lo strano caso all'Inps che immediatamente ha avviato i controlli. Ecco il risultato: su 60 si sono presentate a visita solo 35 persone che secondo la commissione medica non soffrivano le patologie indicate nella documentazione relativa alla pensione, dunque l'indennità (si tratta di pensioni che si aggirano intorno agli 800 euro) gli è stata revocata. A tutti gli altri la pensione è stata sospesa in attesa che decidano di recarsi a visita. Gli inquirenti stanno indagando per capire se ci siano profili di responsabilità incontrando difficoltà di ogni tipo, da fascicoli spariti o comunque introvabili in alcuni enti a roghi in uffici delle municipalità, senza contare che spesso le date relative all'invalidità sono così lontane nel tempo che è quasi impossibile ricostruirne i percorsi.


TUTTI CIECHI - Carabinieri del comando provinciale di Napoli e pm della procura hanno già dato un colpo importante al fenomeno dei falsi invalidi, con decine di arresti soprattutto nei quartieri della IV municipalità e nella zona del Pallonetto di Santa Lucia, santa protettrice dei non vedenti dove, come nelle più classiche parodie napoletane i falsi invalidi erano tutti ciechi. Le indagini condotte da tre anni a questa parte hanno evidenziato che le pensioni di invalidità false sono spesso oggetto di «trattativa clientelare», un dato che diventa inquietante se intrecciato con una serie di rilievi fatti dall'Inps: «Abbiamo riscontrato che con l'avvicinarsi delle consultazioni elettorali – spiega Maria Grazia Sampietro, direttore Inps Campania – aumenta anche il riconoscimento di benefici da parte di alcune commissioni in determinate aree della città e aumenta anche il numero di visite».

COME SI FA - Come si diventa falsi invalidi? Secondo una signora intervistata nella videoinchiesta, che per anni si è finta cieca per prendere pensione e accompagnamento e che fu la prima ad essere arrestata, bastava portare i propri documenti al «procacciatore – intermediario» e aspettare l'arrivo della pensione e degli arretrati che venivano consegnati all'organizzazione che si occupava della pratica taroccata. «Il metodo è semplice e geniale perché impedisce i controlli a ritroso. - spiega il capitano Federico Scarabello dei carabinieri del comando provinciale di Napoli - La maggior parte dei falsi invalidi sono stati creati in questo modo: si fa all'interno della municipalità un falso decreto di commissione medica che riconosce le invalidità e che viene sistemato nel fascicolo a cura della stessa municipalità. In questo caso la commissione medica che non ha mai visitato il paziente non lo chiamerà mai a visita di controllo perché non sa che quella persona è un falso invalido, quindi non può convocarlo perché non risulta mi sui elenchi. Le pratiche sono formalmente tutte vecchie perché più era vecchia la data di riconoscimento di invalidità e più arretrati erano assicurati al falso invalido, ossia alla organizzazione. Quindi, se io oggi faccio una falsa pensione di invalidità, non mi conviene farla risultare da oggi ma farla risultare risalente a 10 anni fa in modo tale che ho assicurati 10 anni di arretrati».

VECCHIE PATOLOGIE, NUOVA METODOLOGIA - Le patologie più gettonate per le pratiche false sono la cecità e la pazzia perché sono quelle più facilmente simulabili. In questo hanno fatto scuola i tantissimi malavitosi che per evitare il carcere o ottenere benefici hanno usato gli stessi espedienti. Secondo i carabinieri le falle del sistema erano all'interno di tutti gli enti coinvolti nella predisposizione delle pratiche di invalidità. La novità però è arrivata con l'intervento dell'Inps. «Abbiamo deciso di portare una nuova metodologia medico legale – spiega il vice presidente della commissione medica superiore dell'Inps, Onofrio De Lucia - una metodologia corretta nell'ambito di questa procedura e cioè fondata su l'accertamento clinico, sull'esame obiettivo e sull'evidenza clinica». E perciò non ci sarà più un esame che si basa sulla documentazione prodotta da chi richiede la pensione ma sarà eseguita una visita da parte dei medici sul paziente in modo che possa essere effettivamente verificata la patologia indicata nella documentazione.

E CHI SOFFRE DAVVERO - A volte però può capitare che a fare le spese di un sistema di controlli reso rigido a causa delle truffe siano proprio le persone che veramente soffrono, come la famiglia che ha la sfortuna di abitare nella “zona rossa” dei falsi invalidi e cioè al Pallonetto di Santa Lucia, dove sono stati individuati alcune decine di casi. Solo che nel caso che mostriamo nella videoinchiesta, c'è una donna anziana realmente e gravemente ammalata a cui, secondo quanto spiega il marito, è stata revocata la pensione quando sono scattati i controlli nel quartiere. Entriamo nel “basso”, uno stanzone al di sotto del livello stradale dove una vecchina ci mostra le sue ferite e suo marito sgrana il rosario dei costosi medicinali salvavita. «Qua hanno fatto gli imbrogli e noi ne abbiamo pagato le conseguenze: come si fa a dire che non sia invalida con i tumori e gli ictus che ha patito?». «Un eccesso di rigorismo è sempre possibile – chiarisce De Lucia - ma nel corso di questi ultimi anni noi abbiamo esaminato alcune migliaia di richieste di autotutela e abbiamo ripristinato il diritto lì dove il diritto non era stato adeguatamente valutato».

FENOMENO ITALIANO - Quello dei falsi invalidi è un fenomeno diffuso in tutta Italia e le revoche delle pensioni operate dall'Inps nel 2012 hanno portato ad un risparmio di oltre 213 milioni di euro. Anche in Campania le verifiche stanno dando risultati rilevanti. «Qui da noi le pensioni di invalidità sono di fatto un ammortizzatore sociale non codificato. - conclude MariaGrazia Sampietro - I costi che gravano sulla collettività sono elevatissimi e quindi, una volta intervenuti i controlli e la revoca alle pensioni false avremo anche risparmi consistenti. Nel 2012 sono stati risparmiati in Campania 32 milioni di euro».


Amalia De Simone
17 aprile 2013 (modifica il 18 aprile 2013)

Silvano, il pensionato sfrattato che vive in viaggio sui treni

Corriere della sera

Ha la tessera da invalido. «In 8 mesi ho conosciuto tanta gente»
TORINO

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Conosce gli orari ferroviari a memoria. Le coincidenze, su quali binari partono i treni. Ma Silvano Toniolo, 80 anni, non è un ferroviere, non lo è mai stato. Semplicemente, da otto mesi a questa parte, i vagoni sono diventati la sua dimora. Non quelli fermi sui binari morti, ma quelli in movimento. Lui, infatti, ha la tessera per viaggiare gratis da quando un ictus lo ha reso parzialmente invalido. Ha deciso di utilizzarla per darsi un tetto quando, otto mesi fa, è rimasto senza casa. L'altro ieri, per esempio, era a Cuneo. Ieri mattina è partito per Savona. Oggi andrà a Vercelli. Tra una meta e l'altra conosce gente, incontra il mondo. «Quest'estate - racconta - ero in uno scompartimento con un gruppo di ragazze, una ha preso la chitarra e ci siamo messi a cantare tutti insieme». Come in «The Terminal» è quasi intrappolato nella sua situazione. Ma Silvano, a differenza di Tom Hanks, si muove, passa di stazione in stazione. «Un mese fa ho viaggiato da Torino a Cuneo con gli Alpini, erano tanti, avevano occupato l'intero vagone. Hanno stappato un fiasco di vino, io avevo del salame e abbiamo fatto merenda».

Toniolo è pensionato: «Facevo l'infermiere, sono anche stato volontario in una missione in Uganda». Poi il ritorno a Torino, altri anni di impegno negli ospedali fino a raggiungere l'età del ritiro. «Ho vissuto in un piccolo appartamento del centro città, poi mi hanno sfrattato». Pur non trovando un'alternativa, non si è perso d'animo e si è arrangiato. Ha iniziato a utilizzare quel tesserino che non aveva mai usato prima. «Posso viaggiare in tutta l'Italia - dice -, ma io mi limito al Piemonte e alla Liguria». Le regioni dove lui, che non ha parenti in vita, ha conservato qualche amico. «Li vado a trovare e a volte ci scappa pure un invito a pranzo o a cena, che nelle condizioni in cui mi trovo non guasta. Le mie mete preferite sono gli istituti dei salesiani di Alassio o Imperia, oppure il don Orione di Sanremo. Lì ci sono missionari che ho conosciuto quando stavo in Uganda». Intanto ha fatto richiesta per ottenere un alloggio popolare a canone agevolato, ed è stata accettata, «ma ancora non mi hanno assegnato l'appartamento».

La tessera ferroviaria la usa nel rispetto delle regole: «Non mi sono mai fermato a dormire in stazione, piuttosto viaggio di notte, scendo a fine corsa e risalgo su un altro treno in coincidenza». Un'esistenza anche pericolosa: «Mi hanno derubato due volte. Porto con me solo uno zainetto nero che uso come cuscino, così non me lo portano più via». Dentro tiene una camicia di ricambio, un paio di calzini, spazzolino da denti e schiuma da barba. Il lasciapassare per i treni («la mia unica ricchezza») è nel portafoglio con una manciata di euro, tenuto stretto nella tasca interna del giaccone. «Non sono un barbone - dice -, non mi sono lasciato andare. Quando mi sveglio la mattina, vado nella ritirata del vagone e faccio toeletta. Il resto della mia roba l'ho lasciata in custodia in un istituto religioso. Vado lì ogni tanto per prendere ciò che mi serve e fare il bucato». Toniolo apprezza quest'esistenza «sui generis»: «Viaggiando si conoscono molte persone, ci si apre agli altri. Conosco quasi tutti i controllori, con qualcuno sono diventato amico, a volte la mattina mi portano il caffè. Ma se mi assegneranno la casa credo che non rimpiangerò questa vita. Ho ottant'anni e la notte vorrei dormire nel mio letto».


Marco Bardesono
18 aprile 2013 | 9:35

Facebook Home disponibile anche in Italia

Corriere della sera

L'applicazione Android arriva anche nel nostro Google Play. E arriva (in parte) anche sui dispositivi con sistema iOS

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Finalmente si parla (anche) italiano. Da qualche ora la prepotente applicazione per AndroidFacebook Home (leggi la nostra prova) è disponibile anche sul Google Play nostrano, e nel resto del mondo. Rimane quindi solo la limitazione dei dispositivi su cui può essere scaricata: HTC One e One X e Samsung Galaxy S3, S4 e Note II, per ora. La novità più importante delle ultime ore targata Mark Zuckerberg è però quella che abbraccia i dispositivi con sistema operativo iOs.

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L'aggiornamento dell'applicazione di Facebook alla versione 6.0 introduce le chat heads, nuova gestione della messaggistica privata già vista in Home. Per scrivere a un amico o rispondere a una sua sollecitazione non è più necessario entrare nella sezione dedicata agli scambi: ogni dialogo è rappresentato da un tondino con il volto del vostro interlocutore che vi accompagna all'interno dell'applicazione. Se si vuole interagire bisogna toccare l'immaginetta, mentre per liberarsene è sufficiente farla scorrere verso la parte bassa dello schermo. È effettivamente comodo perché permette di continuare a chattare mentre si sta navigando fra profili e aggiornamenti altrui. Così facendo Zuckerberg prova a fondere l'esperienza dell'applicazione Messenger con quella del social network e spinge con decisione sulla messaggistica istantanea mobile.

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La strategia è in atto da tempo, l'ultima mossa è stata l'intesa con l'operatore 3 per offrire traffico dati gratuitamente, e l'obiettivo è cristallino: rosicchiare quote di mercato a WhatsApp e simili. Il Ceo della popolare applicazione con l'iconcina verde, Jan Koum, ha fra l'altro sbandierato proprio in queste ore il superamento di quota 200 milioni di utenti attivi mensilmente. Ogni giorno, ha affermato Koum durante la AllThingsD Dive Into Mobile conference, le media è di 8 miliardi di messaggi in entrata e 12 miliardi in uscita. Tornando alle novità di Facebook su iOs, è stata ritoccata anche la sezione News. Le modifiche, annunciate lo scorso marzo, consentono di filtrare la visualizzazione degli aggiornamenti. Si può restringere il campo alle notizie musicali, a quelle relative ai giochi, alla pubblicazione di foto, ai post degli amici e delle pagine o persone seguite.




Facebook Home, la prova (15/04/2013)
 

Facebook lancia «Home», il nuovo software per Android (04/04/2013)
 

Zuckerberg presenta le novità di Facebook (08/03/2013)

Martina Pennisi
@martinapennisi17 aprile 2013 | 17:01