martedì 16 aprile 2013

Bloccati in Italia 27 siti di file sharing

Corriere della sera

Il provvedimento della procura di Roma a seguito della denuncia dei distributori del film «Un mostro a Parigi»

Cattura
MILANO - Un mostro a Parigi si è trasformato in Un mostro a Roma. Il film d'animazione francese uscito nelle sale nel novembre scorso ha messo sotto scacco 27 siti di streaming e file sharing come Nowvideo, Nowdownload, Videopremium, Rapidgator, autentici punti di riferimento per la comunità di file sharing mondiale (ecco la lista completa).

LA RICHIESTA - La vicenda nasce dalla denuncia alla Procura della Repubblica di Roma da parte della società di distribuzione italiana del film per violazione del copyright. Le indagini condotte dalla polizia postale capitolina sono partite il 27 febbraio e dopo un mese sono sfociate nella richiesta del Pubblico Ministero (accettata dal gip Massimo Di Lauro) di oscurare alcuni domini o i loro DNS, il servizio che converte i nomi delle macchine collegate in Rete in indirizzi IP.

NON C'È DISCRIMINE - Il sito TorrentFreak, centro pulsante della comunità di scambio file mondiale, ha infiammato la polemica parlando del più grande sequestro dopo il blocco di più di 70 siti effettuato dall’Homeland Security statunitense il 26 novembre 2010. Sul web ci si chiede per quale motivo i 27 siti siano stati bloccati per intero, visto che al loro interno si trovano blog che condividono link al file incriminato ma anche i cosiddetti file locker, ovvero siti dove si depositano file. In questo secondo caso infatti il blocco del sito per intero lede anche chi vi ha postato file privati che nulla hanno a che vedere con lo scambio illegale.

ALCUNI LO AGGIRANO - Il blocco poi non sembra insormontabile. «Gli interessati a vedere i film in streaming hanno facilmente imparato come aggirare la censura e i siti specializzati lo spiegano ogni volta che succede una cosa del genere. Si fa in 30 secondi scarsi», racconta a Corriere.it Marco d'Itri, consulente Internet e autore del sito Osservatorio sulla censura di Internet in Italia. «Sospetto che il problema più grande sarà per chi usa questi file locker per motivi legittimi e non ha particolari conoscenze tecniche», continua d'Itri. «L'unica cosa che vede è che i siti non funzionano e non seguendo forum/blog sull'argomento non ha idea di cosa è successo e di come rimediare. Ne consegue poi che sono danneggiati anche i gestori dei siti, che perdono clienti legittimi».

METODI ALTERNATIVI - D'Itri giudica “sproporzionata” la reazione da parte del GIP, e propone una sua ricetta: «Il distributore sicuramente avrebbe potuto segnalare ai gestori dei siti che sono stati violati i suoi diritti e mi aspetto che alcuni di questi siti (che non hanno come principale target d'utenza chi si interessa di violazioni di copyright) avrebbero cancellato i file caricati. Non so se lo abbia fatto, ma dal decreto di sequestro non risulta». Quindi, è la sua opinione, «vale la pena di chiedersi fino a che punto un giudice è disposto a censurare un sito perché contiene un film distribuito illecitamente: questi li ha censurati solo perché non ne ha mai sentito parlare nessuno? Se fosse stato su Dropbox (uno dei più noti file locker) lo avrebbe censurato? E Google Drive?».

NON SONO TUTTI CENSURATI - Tra l'altro i siti censurati non sono 27 ma 25, a seconda dell'ISP, l'internet service provider, utilizzato. Per esempio vediamo che da Fastweb non si può entrare in nessun sito ma da Telecom Italia nowdownload.co e uploadjet.net sono accessibili. Questo perché, come rileva d'Itri, «quasi mai si sa quando un sito viene dissequestrato in quanto i relativi decreti non sempre sono inviati agli ISP, e quindi spesso rimangono bloccati all'infinito».

Alessio Lana
@alessiolana16 aprile 2013 | 14:04






I siti di file sharing e streaming oscurati in Italia

Corriere della sera


bitshare.com
cineblog01.org
clipshouse.com
cyberlocker.ch
ddl-fantasy.org
filmfreestream.org
filmnuovistreaming.com
filmpertutti.tv
flashdrive.it
flashstream.in
freakshare.com
gatestreaming.com
italiafilm2.com
likeupload.net
megaload.it
nowdownload.co
nowvideo.co
panicmovie.altervista.org
queenshare.com
rapidgator.net
robin-film.net
speedvid.tv
streamingworld.forumcommunity.net
uploaded.net
uploadjet.net
videopremium.net
yourlifeupdated.it



16 aprile 2013 | 14:02

Manifesto funebre beffa: venuto a mancare all'affetto di nessuno

Il Mattino

di Peppino Muoio


Cattura
Chissà quanto ci avrà pensato Mario Pisani, nato ad Atrani ma da tempo cittadino di Cava de’ Tirreni. Certamente ci avrà riflettuto non poco, considerato che la sua esistenza terrena è stata quantomeno congrua: 94 anni. Ma al momento del distacco ha voluto chiudere, a modo suo, tutti i conti. E così, alla badante che lo assistito fino alla morte, ha dato incarico di far affiggere un manifesto che annuncia sì la morte, ma anche si fa beffa di parenti e conoscenti. «È venuto a mancare - è scritto - all’affetto di nessuno, per il gaudio di parenti e conoscenti. Coloro che in Vita non mi hanno accolto nella più atroce sciagura della mia esistenza, io non li voglio neppure da morto. Volevo non essere mai nato per mai soffrire e mai morire. La morte - è la chiosa finale - è più forte della vita».


lunedì 15 aprile 2013 - 23:11   Ultimo aggiornamento: martedì 16 aprile 2013 09:09

Valle dei Re, trovata la tomba di una cantante dei faraoni

La Stampa

Risale a più di 3 mila anni fa. Scoperta in Egitto da ricercatori dell’Università di Basilea


Cattura
Una tomba di una cantante della corte dei faraoni, vissuta oltre 3.000 anni fa, al tempo della XXII dinastia, è stata scoperta nella Valle dei Re. È una delle scoperte più importanti avvenute in Egitto negli ultimi decenni: non hanno dubbi gli archeologi dell’Università svizzera di Basilea impegnati nella Valle dei Re, dove ha sede la celebre necropoli sulla riva occidentale del Nilo. Laddove, durante il Nuovo Regno (1550-1075 a.C.), trovarono riposo faraoni e aristocratici, questa volta i riflettori si sono accesi su una donna. 

A otto metri di profondità, il rinvenimento di una porta sigillata con enormi pietre celava una tomba e una storia ancora tutta da raccontare. La piccola camera custodiva un sarcofago intatto, scolpito in legno di sicomoro e decorato con svariati geroglifici di colore giallo. «Dopo aver tradotto l’iscrizione - afferma l’archeologa svizzera Susanne Bickel alla rivista “Archeologia Viva” - siamo rimasti senza parole. La tomba apparteneva a Nehemes Bastet, una donna di classe agiata che aveva la qualifica di ’Cantante di Amon’, vissuta intorno alla metà del IX sec. a.C., al tempo della XXII dinastia. Uno status assolutamente rispettabile dato che, assieme ad altre eleganti e ricche signore dell’epoca, le era stato concesso l’onore di intonare canti durante le celebrazioni di una delle principali divinità egizie». 

«Abbiamo rinvenuto in situ anche una stele di legno, piuttosto piccola, ma recante un’immagine che raffigura proprio la titolare della tomba di fronte ad Amon, il suo Dio», aggiunge l’archeologa Bickel. La stele, così come il sarcofago, appartiene a un periodo più tardo rispetto alla camera sepolcrale, che era stata costruita circa cinquecento anni prima per l’entourage faraonico. Molto probabilmente si tratta di uno dei tanti esempi di riuso di tombe occupate in precedenza da un altro defunto, saccheggiate già in antico e riutilizzate in epoche successive.

All’interno del sarcofago gli archeologi hanno trovato anche frammenti di vasellame, pezzetti di legno e parti della mummia. Senza dubbio, per gli archeologi, il ritrovamento sottolinea ancora una volta l’esistenza di una sorta di par condicio tra uomini e donne al tempo dei faraoni. Al gentil sesso la legge egizia concedeva di avere beni in proprietà, condurre affari, sposarsi e anche d’iniziare le procedure di divorzio. Se i ruoli più elevati all’interno del tempio erano riservati ai sacerdoti, durante le cerimonie le donne svolgevano comunque un ruolo ben retribuito e tenuto in alta considerazione. Il fatto che a Nehemes Bastet sia stato concesso il riposo nella Valle dei Re è una prova.

I sovietici primi su Marte Ora la Nasa ha le prove

La Stampa

La missione Usa scopre i resti dalla sonda Urss del ’71: ma il mistero rimane


maurizio molinari
corrispondente da new york


Cattura
La Nasa ha trovato su Marte i resti della sonda sovietica che nel 1971 fece il primo, storico, atterraggio sul Pianeta Rosso e le immagini scattate potrebbero ora aiutare a svelare il mistero di cosa le avvenne. Nel 1971 il mondo era in piena Guerra Fredda, la corsa allo spazio era parte integrante della sfida fra superpotenze e Mosca mise a segno un colpo a sorpresa su Washington facendo atterrare per prima una sonda su Marte. Poiché gli Stati Uniti erano riusciti a portare il primo uomo sulla Luna con Apollo 11 nel 1969, il blitz sovietico sul Pianeta Rosso puntava a riproporre il mito dello Sputnik - la prima sonda entrata in orbita, nel 1957 - ribadendo la capacità dell’Urss di restare all’avanguardia nel cosmo. 

In realtà Mosca era riuscita a far arrivare su Marte ben due sonde, il 2 dicembre 1971, ognuna delle quali aveva anche un piccolo modulo per l’atterraggio, ma Mars 2 e Mars 3 quando arrivarono a destinazione vennero oscurate da una tempesta di detriti che avvolgeva il Pianeta. La discesa verso il luogo dell’atterraggio durò 4 ore e 35 minuti, ma ebbe esiti assai diversi perché Mars 2 precipitò mentre Mars 3 riuscì nello storico risultato di atterrare. Nei 14,5 secondi seguenti trasmise segnali al centro di controllo sovietico scatenando reazioni di gioia al Cremlino ma poi si fermò, all’improvviso, per ragioni che non sono mai state del tutto chiarite. 

I tecnici russi all’epoca attribuirono la brusca fine delle comunicazioni alla medesima tempesta di detriti che aveva abbattuto Mars 2, eppure la prova certa non vi fu mai e, trattandosi del Pianeta Rosso, nulla poteva essere escluso, neanche un intervento degli extraterrestri. Tanto più che Mosca si rifiutò anche di dare una lettura ufficiale del risultato della trasmissione dati, che sembrava essere una quasi-immagine di un terreno e un orizzonte notturno. 

Da allora il mistero ha celato quanto avvenuto sul luogo dell’atterraggio - latitudine 45 gradi Sud, longitudine 202 gradi Est - nel cratere Ptolemaeus fino allo scorso 31 dicembre, quando il Mars Reconnaissance Orbiter, che segue dall’alto i movimenti dei due rover della Nasa su Marte, ha fotografato dei resti meccanici che successive analisi hanno portato a identificare come parti della sonda sovietica. Nella foto si vedono con chiarezza il paracadute, il retrorazzo, il veicolo di atterraggio e lo schermo di alimentazione del calore del Mars 3 disseminati sul terreno.

La qualità dell’immagine della Nasa è tale che servirebbero 2.500 schermi di computer tradizionali per vederla a risoluzione totale, ma consente di impossessarsi di alcuni preziosi dettagli. Si scopre così che il paracadute ha un diametro di 7,5 metri rispetto agli 11 totali, il retrorazzo che consentì a Mars 3 di atterrare mostra un prolungamento lineare che assomiglia alla catena che li teneva attaccati, il modulo di atterraggio ha le dimensioni originali con tutti e quattro i petali meccanici aperti, mentre lo schermo per l’alimentazione del calore è l’unico oggetto a essere in parte sotterrato dai detriti. 

Il risultato della scoperta è che adesso la Nasa sta condividendo tali informazioni - assieme a ulteriore materiale raccolto negli ultimi mesi - con Arnold Selivanov, uno dei creatori di Mars 3, e Vladimir Molodtsov, ex ingegnere spaziale russo, per compararli con i dati conservati negli archivi dell’agenzia spaziale di Mosca e per riuscire in qualche maniera a dare una spiegazione alla domanda su cosa avvenne di preciso alle 13:52:25 del 2 dicembre 1971. Quando Mars 3 cessò di comunicare, deludendo le attese di riscatto di Mosca dopo lo smacco subito da Apollo 11.

Quando creammo il Mulino Bianco tra le Brigate rosse"

Maurizio Caverzan - Mar, 16/04/2013 - 08:03

Francesco Alberoni è l'ideologo della "filosofia Barilla" e consigliere di Pietro, il nipote del fondatore. "Fra Br e crisi del petrolio abbiamo creato il Mulino Bianco"

«C'erano le Brigate rosse, la crisi del petrolio e le lotte sindacali. L'Italia attraversava un momento difficile, forse ancor più di quello attuale e noi creammo il marchio del Mulino Bianco.


Cattura
Un marchio ispirato a principi positivi, alla fiducia e all'ottimismo. Principi che oggi i politici non sanno trasmettere». Anche se il termine non gli piacerà, Francesco Alberoni è l'ideologo della filosofia Barilla, eminenza grigia di tanti successi e consigliere di Pietro, il nipote del fondatore. Al punto che, oggi che compirebbe un secolo, ha pubblicato con Rizzoli una biografia del grande imprenditore scomparso il 16 settembre 1993.

Più che una biografia la sua è un'intervista non troppo immaginaria.
«È un libro che ha la struttura del dialogo tra due vecchi amici. Gli faccio raccontare degli episodi, cominciando dagli anni '50, quando lo conobbi. O quando andò in Germania per comprare tre macchinari e tornò che ne aveva comprati sette. Poi andò in America...».

Come definirebbe il vostro rapporto?
«Sono stato un loro consigliere in tante vicende. L'ho fatto anche con altri, ma nel caso di Pietro si è stabilito un rapporto sincero e affettuoso. Infatti il libro è dedicato “a un amico”».

La Barilla era un'azienda d'impronta familiare. Come divenne un marchio mondiale?
«La Barilla era importante già negli anni '30. Pietro considerava la pasta il cuore della cucina italiana. A Pedrignano c'era il più grande pastificio del mondo. Poi venne la svolta della comunicazione».

Si decise di coinvolgere Mina.
«Lei portò un'immagine di essenzialità e qualità: la pasta era la regina della nostra cucina. “Dove c'è Barilla c'è casa”: in fondo comunicavano loro stessi. Diventò un marchio inconfondibile che esprimeva il nostro essere italiani. Un po' come la Ferrari. Infatti, si frequentavano molto».

Chi ideava gli slogan?
«Pietro ha sempre avuto ottime agenzie. Ricordo una volta che non era convinto di una campagna, telefonò a Fellini che gli mandò un film in cui una raffinata signora entrava in un elegante ristorante con uno chef che magnificava una serie di piatti parlando francese. Ma alla fine la sofisticata signora ordinava degli italianissimi rigatoni. La pasta era un cibo nobile. Poi arrivò Gavino Sanna, la bambina con l'impermeabile giallo salvava il gattino...».

Un successo basato su slogan sentimentali?
«Pietro non era solo un uomo di comunicazione, anzi. Seguiva personalmente tutte le linee di produzione. Sceglieva i macchinari, si consultava con gli ingegneri tedeschi. Credeva molto nella tecnologia, consapevole che risparmiava fatica e migliorava le condizioni dei lavoratori. Ne aveva visti troppi ammalarsi di polmonite negli essiccatoi...».

Credeva anche nell'alleanza tra cultura ed economia. Una rarità...
«Per lui un fatto naturale. A Parma ci fu il primo convegno sul neorealismo. Poi ispirò La Palatina, la rivista dove scrivevano i migliori autori. Diceva che bisognava prendere sempre i numeri uno, così non si sbaglia. Frequentava scrittori, registi come Valerio Zurlini. Ma senza snobismi».

Come si comportava in azienda?
«Aveva grande rispetto dei dirigenti: anche se era un'azienda familiare, il proprietario non interveniva a piedi uniti. Tranne quando andava a rotoli e bisognava cambiare rotta».

Come avvenne negli anni '70 quando fu venduta agli americani.
«Non fu lui a volerla vendere, ma il fratello Gianni che aveva la mentalità del finanziere. Per Pietro l'azienda era il proseguimento della famiglia, una realtà radicata nella città. Ma erano gli anni degli autunni caldi e cedette».

Poi però la ricomprò.
«Andando controcorrente. I banchieri, Cuccia compreso, lo sconsigliavano. Creò una società in cui aveva la presidenza e reinvestendo il profitto tornò proprietario della sua azienda. Eravamo all'inizio degli anni Ottanta e la Barilla ebbe il suo massimo sviluppo».

I banchieri erano scettici anche allora nei confronti dell'economia reale? «Non credo si possa generalizzare. Cuccia non credeva che la pasta potesse essere un affare. Suo fratello da finanziere l'aveva venduta, lui da imprenditore l'ha ricomprata. Conosceva le attrezzature e sapeva che con una spiga di grano si poteva fare fortuna».

Così ho ucciso 400 pazienti” Il libro choc dell’infermiere-killer

La Stampa

Esce negli Usa la storia di Charles Cullen: in 16 anni ha lasciato una scia di morte in decine di ospedali tra Pennsylvania e New Jersey

francesco semprini
new york


Cattura
Nel 2003 il mondo ha scoperto quello che un infermiere di notte, di nome Charles Cullen, ha fatto nei precedenti sedici anni. Protetto dal camice che indossava tra le corsie d’ospedale l’uomo ha ucciso un giudice, un sacerdote, un impiegato, un attore, una madre di famiglia, un anziano pensionato e tanti altre vittime colpevoli di essere state ricoverate nella decina di strutture dove Cullen ha lavorato tra Pennsylvania e New Jersey. Circa 400 le persone di cui ha causato la morte, un vero e proprio sterminio che fa di lui l’omicida seriale più prolifico della storia. Abile e spietato, Cullen è stato in grado di operare nell’ombra mantenendo assolutamente occulto, per almeno tre lustri, il suo volto assassino, e sfruttando, come lui stesso spiegherà agli inquirenti dopo l’arresto, i problemi strutturali degli ospedali in cui lavorava. 

La sua storia è diventata un libro «The good nurse», (il buon infermiere), di cui è autore Charles Graeber, il giornalista che più di ogni altro si è interessato a Cullen. Sia l’autore che il protagonista della storia, come spiega il New York Times, hanno deciso di dedicarsi al progetto, convinti che si trattasse di un lavoro dai molteplici aspetti di interesse. Non tanto per quanto riguarda la parte «patologica», ovvero la propensione attitudinale che ha spinto il serial killer a compiere così tanti gesti efferati.

Quanto piuttosto nella scaltrezza di alcuni alti funzionari degli ospedali che tutto hanno fatto per nascondere i misfatti del «buon infermiere» pur di salvare la reputazione dell’ospedale e la propria poltrona. Avvincente anche l’iter delle indagini che hanno portato all’arresto di Cullen, «da solo un thriller nel vero senso della parola», riferisce il quotidiano newyorkese. La prima parte del libro, una sorta di «litania dei crimini», è una prefazione raccontata, con alcuni cenni sull’infanzia del giovane Charles, spesso tormentata, per proiettarsi subito in quella fase di crescita troppo veloce e cruenta che ha portato alla sua formazione di killer. 

Nella parte successiva c’è la cronaca dei suoi omicidi, descritti con dovizia nella preparazione, inizialmente alterando le sacche di composti che servivano per flebo o iniezioni, con lo choc di insulina eletto a metodo prediletto per spedire l’inconsapevole vittima a miglior vita. Viene descritto, inoltre, come Cullen usava il sistema di banca dati degli ospedali per cercare e tenere sotto osservazione i pazienti che aveva avvelenato, e un volta terminato il lavoro, individuare nuove vittime. O il metodo con cui poteva procurarsi medicinali e droghe mortali senza lasciare nessuna traccia, manipolando il sistema di consegna automatica chiamato Pyxis. E in ognuno di questi casi vengono messi a nudo i punti deboli del sistema che governava le strutture sanitarie, e le leggerezze dei suoi operatori, complici più o meno consapevoli, del carnefice travestito da «infermiere buono».

Una marcia contro i rom «Pisapia? Non ci ascolta»

Paola Fucilieri - Mar, 16/04/2013 - 07:16

Manifestazione di 250 abitanti del quartiere di viale Ungheria «Furti e aggressioni, dal Comune nessuna risposta ai nostri appelli»


Viale Ungheria non è certo il salotto buono della città, una di quelle zone che si mette in cartolina per mostrare la Milano da bere. La dignità dei milanesi, però, non ha quartiere. E ieri circa 250 residenti di questa strada e di questa zona notoriamente difficile, dopo un braccio di ferro con l'ufficio di gabinetto della questura che non aveva dato l'ok alla manifestazione contro il degrado, sono riusciti a dimostrare tutto il loro malessere, con coraggio e forza ma anche rispetto verso chi, invece, per loro non ce l'ha. Nel mirino della protesta organizzata dall'associazione culturale «Domenico Leccisi» e iniziata alle 18 dentro il cortile di un'abitazione privata (le palazzine di viale Ungheria 5), i nomadi bulgari e romeni che dal novembre 2011 occupano l'area dismessa della società di trasporti e logistica Dione Cassio e verso i quali i residenti sono stati accusati ingiustamente di aver lanciato delle moltov.
Giovanissimi hanno bloccato la strada, sono arrivati fino all'incrocio con via Salomone e all'urlo di «via i rom!» sono tornati correndo a perdifiato verso viale Ungheria 5.

Dove hanno provocatoriamente scavalcato le inferriate e, con le forze dell'ordine armate di scudi che li inseguivano con la lingua di fuori, hanno raggiunto i giardinetti che confinano con l'accampamento, forse il punto più degradato di tutta la zona. Altri giovanissimi, invece, sono arrivati fino ai binari del tram all'angolo tra viale Ungheria e via Mecenate, verso la tangenziale est, e ci si sono stesi sopra, facendo esplodere poi anche qualche petardo. Tutto è durato fino alle 21, senza mai arrivare a scontri con gli uomini in divisa. Da queste parti tutti dicono di aver scritto almeno una volta al sindaco Giuliano Pisapia o all'assessore alla Sicurezza Marco Granelli senza mai ricevere risposta. «Ci sentiamo abbandonati - spiega Oscar N., un operaio di 51 anni che ha raccolto e fatto protocollare 780 firme di residenti e poi le ha mandate in Comune -.

Furti, vetri rotti delle auto anche solo per dispetto, uomini e donne che fanno i propri bisogni fisiologici per strada con la più totale nonchalance, mezzi pubblici sporcati senza ritegno, volgarità gratuite contro le nostre figlie sono all'ordine del giorno». «Il sindaco aveva detto in campagna elettorale che la gente ruba perché ha bisogno. Allora l'anno scorso, quando due rom mi hanno bloccata e aggredita ai bordi della strada sulla mia carrozzina da invalida per portarmi via anelli e collane d'oro mentre andavo al centro cardiologico “Monzino“ per una visita, gli ho scritto - spiega con enfasi Adriana Bolchini, 67 anni, psicologa e direttore responsabile della rivista on line Lisistrata (www.lisistrata.com) -.

Non l'ho insultato, sono stata gentile e corretta, ma Pisapia non mi ha degnato di alcuna attenzione, come se non esistessi». «L'anno scorso a Pasqua mia figlia è stata picchiata da un giovane rom che lei si ostinava a ignorare nei giardini di via Sordello - racconta Patrizia Maiolino, 54 anni, mamma della 17enne Alice -. Le ha massacrato la faccia. Al commissariato “Mecenate“ ci hanno mostrato che il ragazzo, nonostante avesse allora non più di 16 anni, aveva una lunga sfilza di precedenti anche perché soffre di disturbi psichici...Non dico di metterlo dietro le sbarre, ma come madre penso che una comunità di recupero potrebbe aiutarlo. Cosa aspettano a portarcelo?».

Smartwatch: è tempo di Microsoft

Corriere della sera

Dopo Apple e Samsung anche Redmond avrebbe in serbo un orologio intelligente

Cattura
Il gadget del 2013 sarà l'orologio. Dopo essere entrata in ogni aspetto della nostra vita, la tecnologia si prepara a rivoluzionare il più personale dei nostri oggetti. Questa volta sarebbe Microsoft ad avere in serbo il suo smartwatch, un piccolo monitor touch da 1,5 pollici da portare al polso. Come riportato dal Wall Street Journal, che cita fornitori anonimi, l'azienda di Bill Gates avrebbe ordinato a ditte asiatiche alcuni componenti per un device simile a un orologio mentre un manager afferma addirittura di aver incontrato i responsabili della ricerca e sviluppo di Redmond.

ESISTEVA GIÀ - Per molti questa notizia è solo una mezza novità. Già nel 2008 Microsoft aveva sviluppato SPOT, acronimo di Smart Personal Object Technology, tecnologia che consentiva a diversi elettrodomestici di connettersi via radio a Msn Direct o via cavo al computer per ricevere informazioni sul tempo, il traffico e la borsa. Inizialmente fu salutata come una rivoluzione (un po' come accade oggi) e la tecnologia fu adottata da produttori di orologi come Fossil, Suunto, Tissot e Swatch per poi essere definitivamente abbandonata nel 2008.

 I vecchi smartwatch di Microsoft I vecchi smartwatch di Microsoft I vecchi smartwatch di Microsoft I vecchi smartwatch di Microsoft

ANCHE APPLE - Ora però i tempi sembrano maturi. Gli analisti di Gartner prevedono un giro d'affari per la tecnologia indossabile di 10 miliardi di dollari entro il 2016 e tanti grandi marchi si stanno affacciando su questo nuovo mercato. Tra i futuri protagonisti troviamo gli occhiali intelligenti di Google, i Glass, ma si attende anche iWatch, l'orologio di Apple. Anticipato dai soliti "rumor" già a febbraio, si presenterebbe come una fascia in “vetro flessibile e trasparente” adattabile al polso e mosso dal sistema iOs, lo stesso di iPhone e iPad. Ancora non si hanno conferme ma diverse fonti affermano che oltre cento progettisti stanno lavorando al progetto e che sarà pronto a fine anno.

LA RISPOSTA DI SAMSUNG – Come prevedibile non si è fatta attendere la risposta di Samsung. A metà marzo il vice presidente del business mobile di Samsung Lee Young Hee ha confermato che fra i prodotti del futuro ci sarà «sicuramente uno smartwatch». Aleggia ancora la nebbia intorno a prezzo e data di uscita ma Lee ha confermato la necessità di sfruttare questo nuovo segmento di mercato per superare la saturazione nel mercato degli smartphone.

L'OROLOGIO ITALIANO - Qui da noi invece abbiamo i'm Watch, progetto vicentino già sbarcato sul mercato che si presenta come “Il primo vero smartwatch al mondo”. A partire da 299 euro offre un monitor da 1,5 pollici che si connette allo smartphone via Bluetooth e permette di ricevere chiamate, SMS, email e di visualizzare qualsiasi app direttamente sul polso.

L'OPINIONE DI ADAMS – Mentre ci prepariamo a questa nuova (supposta) rivoluzione ritornano in mente le parole di Douglas Adams, il geniale autore di Guida galattica per gli autostoppisti, che nell'introduzione alla sua opera definì gli umani così incredibilmente primitivi “che credono ancora che gli orologi da polso digitali siano un'ottima invenzione”.

Alessio Lana
16 aprile 2013 | 10:06

Una 883 «black beauty» per gli harleysti italiani

Corriere della sera

La nuova edizione speciale della piccola di Milwaukee, tutta nera, ha il tricolore sul coprivalvole e sul parafango posteriore

Cattura
MILANO - Una Harley all’italiana. «Ma, certo, non costruita in Italia: le nostre moto arrivano tutte dagli Stati Uniti!», tiene a precisare Olivier Allamagny, responsabile della filiale italiana della Casa di Milwaukee. Un apparente paradosso, escogitato per presentare la nuova Iron 883 Special Edition S, un allestimento della «baby Harley», richiesto, progettato e realizzato apposta per il nostro Paese.

L'IDEA NASCE A MILANO - L'idea non è nuova. Una versione speciale era già stata lanciata, con discreto seguito, alla fine del 2012: la Iron Special Edition, su base Sportster 883 cc. Una bellezza tutta nera e sportiveggiante, che aveva conquistato un proprio spazio al salone delle moto di Milano, nel novembre dello scorso anno. Il pubblico aveva apprezzato l’idea. Anzi, sollecitato, aveva anche proposto modifiche e consigli. Da lì sono partiti gli uomini e le donne di Harley Italia per una nuova edizione. Arrivata adesso.

«BLACK BEAUTY» - La Iron 883 Spcial Edition S mantiene le stesse caratteristiche, ma si differenzia per alcuni sapienti tocchi estetici. Per esempio: gli specchietti rovesciati verso il basso (un'idea ripresa dalle caffè racer, moto che si ispirano allo stile inglese anni Settanta), il cupolino minimalista, la sella monoposto e i paracalore neri come il re resto della moto. Non a caso i ragazzi di Harley Italia l’hanno ribattezzata «black beauty»: bellezza nera. La finezza in più è rappresentata dai coprivalvole con il logo tricolore, l’unico elemento cromatico che risalta. Lo stesso logo è ripreso sul parafango posteriore. Una caratterizzazione troppo italiana? «In America hanno capito e apprezzato. Le filiali locali devono adeguarsi alla realtà in cui operano», risponde Allamagny.

 La Harley Davidson Iron 883 Special Edition S La Harley Davidson Iron 883 Special Edition S La Harley Davidson Iron 883 Special Edition S La Harley Davidson Iron 883 Special Edition S La Harley Davidson Iron 883 Special Edition S


ACQUISTO AGEVOLATO - La «black beauty» costa 9.800 euro. Tutto finanziabile con la nuova formula che prevede l’opzione del riacquisto da parte del concessionario (un’idea presa dal settore auto). Si paga un anticipo pari al 20% (vale anche l’eventuale usato da permutare) e il resto viene finanziato a 24 o 36 mesi. Resta fuori la maxi rata finale, che può essere rifinanziata a sua volta, saldata oppure non se ne fa nulla e il venditore si riprende la moto. L’altra opzione è restituire la Harley in permuta per un modello nuovo. «Magari più bello - spiega Allamagny -. Noi garantiamo un valore minimo al momento del contratto, pari a quello della maxi rata finale». Questa formula di finanziamento scade il 15 giugno.

Paolo Lorenzi
15 aprile 2013 (modifica il 16 aprile 2013)

Testimone del pestaggio del tassista «Rovinato, ha avuto lo sfratto»

Corriere della sera

Problemi per la famiglia Ricotti, che ebbe il coraggio di denunciare gli aggressori di Luca Massari


È stato «l'unico ad aver collaborato con le forze dell'ordine» sul caso dell'omicidio di Luca Massari, il tassista picchiato e ucciso a Milano nell'ottobre 2010, «assicurandone i colpevoli alla giustizia». Ma la famiglia di Gianluigi Ricotti «per questo ha pagato e sta pagando un prezzo altissimo». È una richiesta d'aiuto per l'uomo quella rivolta in una lettera al sindaco Giuliano Pisapia da uno dei consiglieri della sua maggioranza, Raffaele Grassi di «Valori per Milano» (ex Idv) e dall'ex vicesindaco Riccardo De Corato (Fratelli d'Italia). Per l'omicidio di Massari sono stati condannati a 16 anni di carcere Morris Ciavarella, a 14 Pietro Citterio e soltanto a 10 mesi la sorella di quest'ultimo, Stefania Citterio.

L'AMBROGINO - La famiglia Ricotti è stata fondamentale nella raccolta di testimonianze sul pestaggio. A dicembre 2010 Stefania Berti, la compagna di Andrea Ricotti (il padre di Gianluigi) era stata premiata con l'Ambrogino d'oro per il suo coraggio nel testimoniare contro gli aggressori del tassista. La platea del Teatro Del Verme aveva tributato un fragoroso applauso alla donna, che aveva ricevuto la civica benemerenza con la motivazione: «Si è distinta per il coraggio e il senso civico testimoniando con il marito Andrea la brutale aggressione al tassista Luca Massari. Insieme si sono esposti a rischi e intimidazioni senza piegarsi alle minacce. La macchina bruciata dopo la denuncia in Questura non li ha fermati è anche grazie a loro che si è fatta luce sulla morte di Luca Massari».

IL TRASLOCO FORZATO - Ma a parte quella serata di festeggiamenti, per la famiglia la vita è diventata sempre più difficile. Andrea e Stefania hanno cambiato quartiere, e Pierluigi è andato a stare a Torre d'Isola, nel Pavese- «Da subito - si legge nella lettera - il quartiere» dove è avvenuto l'omicidio «si è rivoltato contro con pesanti minacce, intimidazioni e vandalismi che lo hanno costretto a lasciare l'abitazione milanese, l'azienda di impianti elettrici e la città per un paesino della provincia pavese che ha ridimensionato drasticamente le sue opportunità di lavoro e con ciò la possibilità di pagare l'affitto della nuova casa».

LO SFRATTO - Tanto che «a luglio è previsto lo sfratto esecutivo». «Occorre una soluzione abitativa per lui e la sua famiglia», si chiede nella lettera. Al riguardo, l'assessore alle Politiche sociali Pierfrancesco Majorino ha risposto in aula, comunicando di aver incontrato la famiglia e annunciando che si sta cercando di trovare una soluzione per la loro vicenda.

Redazione Milano online15 aprile 2013 | 21:06

Fanna, le tre facce dello scudetto

Corriere della sera

Pietro Fanna era un ala classica, ma alla Juventus, dove arriva dall'Atalanta nel 1977, può rivestire ruoli diversi


Cattura
Ho incontrato Pietro Fanna qualche sera fa in una calda osteria della Val Squaranto, uno dei luoghi del Valpolicella «allargato». Sembra più giovane dei quasi 55 anni che ha. Fisico asciutto, stesso volto sincero da ragazzo di provincia. È nato a Grimacco, comune montano della provincia di Udine, ma per molti anni si è scritto che fosse di Moimacco. Questa confusione sul luogo di nascita è una metafora di quella calcistica. Fanna era un ala classica, ma alla Juventus, dove arriva dall'Atalanta nel 1977, a parte l'opposizione del titolare (il barone Franco Causio), incappa nell'idea del Trap secondo cui può rivestire ruoli diversi. Fa anche la seconda punta. È felice a sprazzi, malgrado tre scudetti. A proposito, con Giovanni Ferrari, Sergio Gori, Aldo Serena e Attilio Lombardo, è riuscito a conquistato il campionato con tre squadre diverse.

È a Verona, nel triennio 1982-85 che Fanna trova la sua collocazione, grazie a Osvaldo Bagnoli che non ha mai sbagliato il ruolo di un giocatore. Fanna torna a fare l'ala, ma non solo palla al piede. Con i suoi movimenti apre la strada agli inserimenti del libero Tricella, una delle mosse vincenti per lo scudetto 1985. Nell'estate di quell'anno Fanna passa all'Inter per 5,2 miliardi di lire. Ma la magia veronese non c'è più e lui fa fatica in una squadra che arranca. Comunque, nel 1989, firma anche lui lo scudetto con 13 presenze. Poi torna a Verona, in tutti i sensi. Lì ha messo su casa, come il suo mentore Osvaldo Bagnoli. Smette nel 1992. Si occupa del settore giovanile dell'Hellas e fa da vice a Prandelli che segue anche al Venezia. Poi basta. L'abbiamo trovato attento, ma poco incline a cimentarsi con i maneggi che, nel calcio odierno, sono il pane quotidiano. Meglio quello dell'Osteria le Piere, da farci la scarpetta ai bigoli col musso.

Roberto Perrone
16 aprile 2013 | 11:29

I compagni dimenticati del partigiano Primo Levi

Corriere della sera

La banda dello scrittore fucilò due dei propri membri
DI PAOLO MIELI


Cattura
C' è un'«alba di neve» che è entrata nella storia della letteratura italiana: quella del 13 dicembre 1943. Una «spettrale alba di neve» (così viene definita nella seconda edizione di Se questo è un uomo , pubblicata da Einaudi nel 1958), nel corso della quale Primo Levi fu arrestato in Val d'Aosta assieme a Luciana Nissim, Vanda Maestro e ad alcuni partigiani ai quali si era unito da pochi giorni. Nell'edizione di Se questo è un uomo del '58 (nella prima, del 1947, queste pagine non comparivano), Levi, a sorpresa, lascia cadere che il suo arresto, da cui sarebbe per lui iniziato il viaggio alla volta di Auschwitz, fu «conforme a giustizia». «Conforme a giustizia»? In che senso? È da un tentativo di dare spiegazione a quelle tre parole che prende l'avvio uno straordinario libro di Sergio Luzzatto che sta per essere dato alle stampe da Mondadori: Partigia. Una storia della Resistenza .

Sfoglia l'anteprima del libro di Sergio Luzzatto: «Partigia, una storia della resistenza»

Vediamo come andarono i fatti. Lì tra i partigiani di Col de Joux, raccontava Levi, «mancavano gli uomini capaci, ed eravamo invece sommersi da un diluvio di gente squalificata, in buona fede e in malafede, che arrivava lassù dalla pianura in cerca di una organizzazione inesistente». Così si spiega come mai lui e altri ribelli della prima ora caddero quasi subito in mano ai fascisti. Ma perché definire quella cattura «conforme a giustizia»? «Giustizia», osserva Luzzatto, «non è una parola qualunque, meno che mai nel vocabolario di Primo Levi». E cosa può spiegare poi «una rappresentazione della Resistenza delle origini tanto dissacrante, o comunque tanto dissonante rispetto alla mitologia antifascista sui primi partigiani della montagna»?

Una traccia utile a chiarire il mistero, Luzzatto l'ha trovata in un altro libro di Levi, scritto nel 1975: Il sistema periodico (Einaudi). Qui lo storico resta colpito dal fatto che, sulle 238 pagine del volume, la Resistenza non ne occupi più di quattro. Nel capitolo intitolato «Oro» pochi capoversi sono dedicati alla salita in montagna, alle settimane «d'attesa più che d'azione», alla caduta della banda del Col de Joux, all'arresto dell'autore e di alcuni suoi compagni.

E solo due pagine evocano «il trasporto a valle, gli interrogatori subiti nella prigione di Aosta, la decisione del catturato di ammettersi ebreo piuttosto che partigiano, cioè di votarsi alla deportazione verso chissà dove piuttosto che al deferimento al Tribunale militare speciale della Repubblica di Salò». Perché, continua a domandarsi Luzzatto, questa «avarizia narrativa riguardo alla Resistenza»? Ed ecco che in altre righe Luzzatto trova una seconda traccia utile alla sua ricerca. Queste: «Fra noi, in ognuna delle nostre menti pesava un segreto brutto: lo stesso segreto che ci aveva esposti alla cattura, spegnendo in noi, pochi giorni prima, ogni volontà di resistere, anzi di vivere».

E ancora: «Eravamo stati costretti dalla nostra coscienza ad eseguire una condanna, e l'avevamo eseguita, ma ne eravamo usciti distrutti, destituiti, desiderosi che tutto finisse e di finire noi stessi; ma desiderosi anche di vederci fra noi, di parlarci, di aiutarci a vicenda ad esorcizzare quella memoria ancora così recente... Adesso eravamo finiti e lo sapevamo: eravamo in trappola, ognuno nella sua trappola, non c'era uscita se non all'in giù». Così il Levi del 1975 indicava in un episodio del suo partigianato l'origine diretta della sua «caduta negli inferi del Lager».


«Faccio lo storico da trent'anni, ma nessuna ricerca mi ha mai interpellato, appassionato, travagliato come la ricerca su questa storia di resistenza», scrive l'autore. Travaglio che ha implicato un'indagine «sino in fondo» sul «segreto brutto» della banda del Col de Joux. Il «segreto brutto» di Primo Levi. Leggendo tra le righe i libri di Levi, Luzzatto si è imbattuto in una precedente «alba di neve» che, scrive, «non è entrata nella storia della nostra letteratura, o che ci è entrata (più esattamente) in una forma criptata, nel 1975, attraverso le dodici righe del Sistema periodico ». Sono le prime luci del mattino del 9 dicembre 1943, appena sei giorni prima dell'arresto di Levi e degli altri «partigia» (questo era il nome che si davano tra loro uomini e donne della Resistenza in Piemonte e Val d'Aosta, di qui il titolo del libro) della banda di Amay, capitanata da Guido Bachi e da Aldo Piacenza. Quel giorno, il diciottenne Fulvio Oppezzo di Cerrina Monferrato (nome di battaglia «Furio») e il diciassettenne Luciano Zabaldano di Torino (nome di battaglia «Mare») vengono fatti uscire da una baita di Frumy e uccisi dai loro compagni con il «metodo sovietico», cioè a freddo, senza annunciar loro la morte imminente.

L'imputazione - assai generica per quel che è dato ricostruire - è di essersi comportati male con i valligiani e di aver rubato. «Non c'è un processo istruttorio che li accusi di un reato preciso, non ci sono documenti che rimandino alla condanna, e allora l'accusa che li riguardava poteva essere anche diversa, in ogni caso aveva a che fare con l'indisciplina e con azioni che mettevano a rischio l'incolumità degli altri componenti della banda, intaccando la possibilità di guadagnare fiducia presso gli abitanti del luogo, di cui si aveva un bisogno estremo», ha raccontato recentemente Frediano Sessi in Il lungo viaggio di Primo Levi (Marsilio), dove si parla di quella «storia taciuta» della Resistenza. Si tratta in ogni caso di una «punizione» inflitta ai due giovani che, prosegue Sessi, «le fonti storiche disponibili autorizzano a ritenere smisurata rispetto all'entità delle colpe di cui Oppezzo e Zabaldano potevano essersi macchiati».

1
Per Levi quello dell'uccisione a freddo di Oppezzo e Zabaldano è un evento traumatico. «Fra le due albe», scrive Luzzatto, «si consuma l'intero destino della banda del Col de Joux, perché l'esecuzione della sentenza lascia Levi e i compagni distrutti, desiderosi che tutto finisca e di finire essi stessi». Spegne in loro, secondo il Levi di oltre trent'anni dopo, «ogni volontà di resistere, anzi di vivere». Nessuno sa se Primo Levi il 9 dicembre 1943 «fosse salito dall'albergo Ristoro verso il Col de Joux, se avesse contribuito a scavare le due fosse»:

«Immagino di sì», afferma Luzzatto, «perché risulta che le due donne di Amay, Luciana Nissim e Vanda Maestro, fossero state fatte allontanare dal luogo dell'esecuzione; il che induce a credere che gli uomini fossero presenti... Immagino di sì anche perché il numero dei componenti della banda era talmente ridotto (Levi ne conterà dodici in totale, donne comprese) da suggerire che tutti gli uomini abbiano dovuto spalare la neve abbondante e scavare la terra ghiacciata dove tumulare senza bara i corpi dei due uccisi». E poi c'è una spiegazione che Luzzatto deriva dall'esegesi di una poesia di Levi, «Epigrafe», scritta nel 1952, e inclusa nella raccolta del 1975 Ad ora incerta , in cui lo scrittore torna ad alludere all'episodio con i toni di chi ne ha avuto esperienza diretta.

È questo il «cuore di tenebra» della storia: la banda del Col de Joux - che fino al 9 dicembre non aveva compiuto «alcuna azione resistenziale di rilievo» e che di lì a quattro giorni, il 13, sarebbe stata facilmente sgominata dai rastrellatori di Salò - «poté risolversi a far scorrere il sangue di due compagni come un atto dovuto di giustizia», scrive Luzzatto. «La necessità in cui i partigiani si trovarono durante la Resistenza di sopprimere uomini entro le loro stesse file, per le ragioni più diverse e variamente gravi», prosegue, «ha rappresentato a lungo un tabù della storiografia».

Tabù violato solo dalla letteratura, con i personaggi, ad esempio, del Vecchio Blister di Beppe Fenoglio o di Morti male di Saverio Tutino. Ma la nostra storia è ancora più complicata. Finita la guerra, Oppezzo e Zabaldano furono «risarciti» con la loro trasformazione in «eroi trucidati dai fascisti». Nell'Albo d'oro della Resistenza valdostana, su un totale di 186 caduti durante i venti mesi della guerra civile, solo tre sono i nomi dei partigiani uccisi nel 1943. E due di questi tre sono quelli di Fulvio Oppezzo e Luciano Zabaldano, che la pubblicazione presenta pudicamente come «deceduti». A guerra appena conclusa, aveva provveduto il capo partigiano Guido Bachi a far ricadere in qualche modo sulla spia fascista Edilio Cagni la responsabilità della loro morte.

Nel suo «Verbale di denunzia» contro Cagni, Bachi sostiene che era stato il traditore a suggerire di far fuori nel modo «più sbrigativo» i refrattari alla disciplina. L'antifascista Bachi ne parlava come se i brutali sistemi suggeriti dal fascista Cagni «non fossero stati diligentemente applicati, almeno quella volta, dai partigiani del Col de Joux». «Da storico dei partigia», denuncia Luzzatto, «leggo e rileggo la denuncia di Bachi e mi dico che il dopoguerra di una guerra civile è pure questo: un redde rationem in cui si può imputare ai vinti anche quanto commesso dai vincitori».

Quanto ai due partigiani uccisi, la «riparazione» procedette nel dopoguerra per vie separate. Zabaldano già nel maggio del 1946 fu riconosciuto dalla Commissione regionale piemontese per la Resistenza come un «partigiano caduto valorosamente con onore e gloria nella Lotta di Liberazione per l'onore d'Italia, per la Libertà e per una migliore Giustizia sociale nel Mondo» (le maiuscole sono nel documento), senza che si avvertisse l'obbligo di specificare chi l'avesse ucciso. Ma, scrive Luzzatto, «a me che dopo aver tanto studiato gli eventi del Col de Joux guardo oggi la foto del monumento a quei caduti sullo schermo del computer, il silenzio della lapide intorno al segreto brutto non sembra corrispondere - in ultima istanza - a una forma di occultamento, e meno che mai a una bugia...

Non va forse considerato anche lui, il diciassettenne che nell'ultima sera della sua vita, all'albergo Ristoro di Amay, aveva manifestato idee comuniste, un martire della Resistenza?». E qui sono particolarmente intense le pagine di Partigia dedicate al racconto di un recente incontro tra l'autore e un nipote di Zabaldano, Davide, il quale spiega perché, pur avendo intuito cosa accadde a Col de Joux in quelle prime ore del 9 dicembre del '43, non ha voluto riaprire il caso: «Vorrei soltanto capire che cosa è successo e perché», gli dice. Per il resto, niente scandali postumi, è sufficiente il risarcimento del 1946. Più complicata la storia post mortem di Fulvio Oppezzo, che deve il suo recupero a un prete del suo paese, don Ferrando, e alla madre («una specie di professionista del lutto», scrive Luzzatto, che «insisteva con tutti, batteva a tutte le porte affinché al figlio venisse intitolato un qualche luogo di memoria»).

Operazione riuscita. Tant'è che oggi anche a lui sono intitolate - sia pure con un nome sbagliato, «Opezzo» (senza una p) - una piazza e una scuola di Cerrina Monferrato. Ma torniamo al protagonista di questo racconto. Una storia particolare, quella del ventiquattrenne ebreo Primo Levi, dalla Resistenza ad Auschwitz. Nell'agosto del 1943, Levi era stato in vacanza a Cogne. Poi aveva deciso di prolungare la sua permanenza in montagna, all'albergo Ristoro di Amay assieme alla madre e alla sorella, in attesa che le cose, dopo l'armistizio dell'8 settembre, si chiarissero. Allora non c'era la percezione di quel che sarebbe potuto accadere: «Pare che la situazione ebraica continui a migliorare», scrive in quei giorni sul suo diario Emanuele Artom, sulla base del fatto che il governo Badoglio aveva abrogato il divieto agli israeliti di pubblicare necrologi, di tenere a servizio «domestici ariani», di frequentare le stazioni di villeggiatura.

In quel momento i pericoli corsi dagli ebrei erano qualcosa di «assolutamente evidente, ma anche di amministrativamente impreciso», scrive Luzzatto. Almeno fino al 30 novembre, quando il ministero dell'Interno della Repubblica sociale italiana diramò l'ordine di polizia numero 5, che ne disponeva l'arresto. Certo, già a metà settembre, il suo zio paterno e suo cugino, Mario e Riccardo Levi, erano stati (assieme ad altri loro correligionari) arrestati e uccisi dai tedeschi sulle rive del Lago Maggiore. Ma lì in montagna, fino al 30 novembre, ci si sentiva quasi al sicuro. Anche se le persone del luogo avevano individuato in quelli come Levi «un'insperata opportunità economica, essendo gli ebrei tanto più disposti a pagare per il vitto e l'alloggio in quanto non facevano turismo ma lottavano per la sopravvivenza». Sicché quei valligiani imposero loro quelle che Luzzatto definisce «tariffe di ospitalità indistinguibili dallo strozzinaggio». Poi, dopo l'ordine di polizia numero 5, per gli ebrei «il problema della scelta si restrinse a un'alternativa secca: o nascondersi da qualche parte, o diventare partigiani... e la secchezza dell' aut aut contribuisce a spiegare perché gli italiani di origine israelita infoltirono i ranghi della Resistenza ben al di là della loro proporzione numerica sul totale della popolazione nazionale».

Va dunque chiarito che Primo Levi, pur essendo già schierato da almeno un anno contro il fascismo, «non era salito in montagna per votarsi senza indugio alla macchia e alla guerriglia, poiché sarebbe stato illogico farlo portandosi appresso la sorella minore e la madre cinquantenne; né era salito per rispondere alla chiamata ideale di una resistenza antifascista, poiché una chiamata del genere si era a malapena sentita all'indomani immediato dell'8 settembre, la resistenza degli uni o degli altri non era divenuta da subito una Resistenza con la lettera maiuscola». Ed è, dunque, in conseguenza all'ordine di polizia numero 5 che, ai primi di dicembre, Levi si unì alla banda partigiana. Per un'esperienza durata pochi giorni, quelli che intercorsero prima che fosse preso dai soldati della Rsi e tornasse a essere soltanto un ebreo.

Ma perché, una volta catturato, si dichiarò ebreo? Aldo Piacenza (arrestato con Levi, poi fuggito e tornato a combattere nella Resistenza) -, un uomo che pure, osserva Luzzatto, «durante la campagna di Russia aveva assistito con i suoi occhi a terribili scene di Soluzione finale del problema ebraico» - poteva ancora ritenere che Primo Levi rischiasse conseguenze più gravi da partigiano attivo che da ebreo nascosto, «da ribelle più che da imbelle». Da ebreo «imbelle», in altre parole, pensava di correre rischi minori. Non poteva credere che «l'occupazione tedesca avesse reso l'Italia di Salò un territorio di caccia analogo all'Europa orientale, un luogo come un altro della geografia continentale dello sterminio». Sicché Piacenza «poteva illudersi di far cosa generosa insistendo sulla condizione di israelita dell'amico, e presentandolo ai saloini come totalmente innocuo dal punto di vista politico e militare». E gli uomini stessi della Repubblica sociale «potevano, al limite, accomodarsi nell'ambiguità della situazione... Potevano non farsi troppe domande sul destino degli ebrei arrestati e avviati al campo di concentramento di Fossoli di Carpi». Così il 20 gennaio del 1944, Primo Levi, Luciana Nissim e Vanda Maestro - per volontà anche e soprattutto del prefetto Cesare Augusto Carnazzi - partirono da Aosta alla volta di Fossoli, tappa intermedia sulla via di Auschwitz. 

Per gli altri, rimasti in montagna, la guerra continuava. Quello del 1944 fu un inverno di azioni militari. Nell'estate, dopo la liberazione di Firenze in Italia, di Parigi e Marsiglia in Francia, da noi a Nord si continua a combattere. La piega che ha preso la guerra nel mondo infonde «nuova energia agli uomini delle bande», però maschera appena «la debolezza di zone libere, sì, ma isolate»: sono «enclaves antifasciste in una Valle d'Aosta che resta saloina e germanica lungo l'asse principale». Va detto che «la libertà dei partigiani non coincide necessariamente con quella dei valligiani». Come potrebbero questi ultimi «ritenere libere zone dove i viveri sono prelevati forzosamente, gli animali vengono requisiti, i beni più preziosi (i grassi, il sale, la legna per l'inverno) vengono gestiti dai ribelli nemmeno fossero roba loro»? E come potrebbero guardare con favore a guerriglieri i quali, attaccando i tedeschi e i fascisti, ne provocano le sanguinose rappresaglie?

L'estate del 1944 «segna così un massimo di espansione territoriale del movimento partigiano, ma anche un contrasto sempre più acuto fra il grosso delle popolazioni montanare e quanti un professore ribelle in Valtournenche, Ettore Passerin d'Entrèves, prima ancora della Liberazione definirà (mettendoci lui le virgolette) gli "idealisti", i "pochi eletti"». Passerin d'Entrèves descriveva quella del «partigia», soprattutto nel «tragico autunno» del 1944, come una «tragica figura» alla Don Chisciotte. «Il vile buon senso dei più», scriveva, «tende decisamente a disapprovare la "follia" dei pochi che impegnano la gioventù in disperate avventure». Questo per mesi e mesi di combattimenti.
Finché arriva il 25 aprile del 1945, la Liberazione. Finita la guerra, si è costretti a registrare, scrive Luzzatto, «il sovrappiù di rabbia, di odio, di brutalità documentato dalle cronache di quella primavera italiana, il dantesco contrappasso che venne inflitto dagli antifascisti a tanti fascisti». Queste le parole che usa Luzzatto: «contrappasso inflitto dagli antifascisti a tanti fascisti».

Nell'Italia della Liberazione, prosegue, «la vendetta era tanto assaporata quanto per un quarto di secolo era stata sospirata la giustizia». E a essere brutalmente passati per le armi non furono solo coloro che avevano aderito alla Repubblica di Salò. La liberazione di Casale, ricorda Luzzatto, costò cara, per esempio, a Mario Acquaviva, «un antifascista di lungo corso - da comunista si era fatto anni di galera sotto il regime di Mussolini - che pagò con la vita la sua dissidenza dal partito di Togliatti, e il suo ruolo di dirigente in una piccola compagine trockijsta, il Partito comunista internazionalista». L'11 luglio del 1945, Acquaviva fu raggiunto per strada, vicino alla stazione ferroviaria di Casale, da due killer a volto scoperto che gli spararono al torace e all'addome. Gli assassini non vennero mai identificati, ma, scrive Luzzatto, «si ha ragione di ritenerli sicari operanti per conto del Pci astigiano».

Siamo dunque a Casale Monferrato, che è un po' la retrovia di questa storia. Da Casale a fine ottobre del 1943 si erano mossi i fratelli Francesco e Italo Rossi, che, assieme a Guido ed Emilio Bachi, avrebbero acceso la miccia della Resistenza nell'intera regione. Da Casale il comandante della piazzaforte germanica, Wilhelm Meyer, aveva ordinato l'8 ottobre del 1944 l'eccidio di Villadeati, in Valcerrina. A Casale, a metà gennaio del 1945, sarebbe stata sgominata e trucidata dai nazisti la banda partigiana di Antonio Olearo (nome di battaglia, «Tom»). A Casale nel settembre del 1947 un gruppo di ex partigiani avrebbe occupato la città per protesta contro la mancata condanna a morte degli uccisori di «Tom». «Indomiti o ingenui, risoluti o patetici, i casalesi provarono a fare come se la Resistenza non fosse ancora finita», scrive Luzzatto recuperando le vivide descrizioni dei fatti del '47 di Giovanni Giovannini sulla «Stampa». E da Casale viene quel Giampaolo Pansa (che ha raccontato come da bambino vide l'ingresso in città del capo partigiano Pompeo Colajanni, «aspetto fiero e splendidi baffi», talché lo scambiò per uno dei moschettieri, Porthos) con le cui tesi Sergio Luzzatto si misura in modo sorprendentemente aperto. Sorprendentemente perché Luzzatto, che ha sempre duramente contrastato l'autore del Sangue dei vinti , tratta adesso Pansa con grande rispetto e considerazione.

A ridosso della Liberazione, scrive Luzzatto, tutto finì, secondo la «vulgata revisionista», in «un calderone di vendette individuali e collettive, punizioni infamanti, esecuzioni sommarie, stragi nascoste dove nulla si inventa (almeno sotto la penna di Pansa, che ha rispetto per la storia), ma dove tutto si somiglia, senza considerare la specificità dei contesti che resero ciascun episodio della primavera 1945 diverso da ogni altro». Laddove è evidente che si opera una distinzione tra la «vulgata» e gli scritti di Pansa, ai quali va un riconoscimento che più esplicito non si potrebbe. Dunque, scrive uno studioso animato in partenza da devozione alla «vulgata resistenziale», negli scritti di Pansa «nulla si inventa» e, soprattutto, c'è «rispetto per la storia». Una mano tesa. Un modo di (provare a) superare gli schieramenti che da oltre dieci anni si sono creati sui modi di raccontare quel che accadde dopo il 25 aprile.

È lo stesso Luzzatto a riferire di essersi a lungo interrogato sul «fenomeno Pansa» come «sintomo di una crisi dell'antifascismo». Sintomo di cui ha rinvenuto traccia «insegnando all'università, trovandomi di fronte studenti sempre più equidistanti, estranei ai valori dell'antifascismo quasi altrettanto che ai disvalori del fascismo». È stato il «fenomeno Pansa» a determinare in lui «l'intenzione di misurarmi - da figlio e da padre, da cittadino e da insegnante - con questo snodo della moderna storia d'Italia, con il dramma della nostra guerra civile». E lo ha fatto andando, proprio, a scavare in quelle pieghe della storia che negli ultimi venti anni hanno attirato l'attenzione di Giampaolo Pansa. Interessanti, in questo quadro, sono le pagine dedicate ai processi del dopoguerra contro l'ex prefetto Cesare Augusto Carnazzi, che trovò, disposte a difenderlo, molte persone insospettabili di connivenza con i nazifascisti. Come Guido Usseglio, primario alle Molinette, capo partigiano in val Sangone, che, quando gli avevano arrestato il fratello Sebastiano, era andato da Carnazzi per farlo liberare (ciò che aveva ottenuto), trovandolo «una figura aperta, leale, buona», e avendo la sensazione di potersi «fidare di lui».

Ancor più colpito è l'autore di Partigia dall'aver rinvenuto in archivio, «dopo aver maturato una mia idea di Carnazzi come funzionario antisemita se non come antisemita militante», una lettera del 7 agosto 1945 di sette componenti della famiglia ebraica Gerber, che attestavano «con cuore commosso» la loro «perenne gratitudine» a Carnazzi per aver ottenuto la revoca della condanna a morte di uno dei figli, il ventiduenne Ladislao, atto che definivano «la sua opera buona e generosa con la quale ha salvato la vita di un giovane e ciò senza alcun interesse ma solo per grande bontà». «Il partigiano ebreo salvato dal prefetto antisemita: sembra una storia inventata, ma non lo è (o non lo è del tutto)», quasi si sorprende Luzzatto.

Curiose furono anche le condizioni in cui il 4 maggio del 1946 si svolse il processo a Cagni, l'uomo che aveva tradito Primo Levi e lo aveva fatto arrestare. Processo a dir poco frettoloso: i testimoni, riepiloga Luzzatto, «deposero a un ritmo tale che non sempre i cancellieri ebbero il tempo di registrarne correttamente le generalità». Giuseppe Barbesino, che accusava Cagni di averlo torturato, figura negli atti del dibattimento come «Barbesino Vincenzo», sindaco di Gerolamo d'Alba, un paese che non esiste. L'avvocato Camillo Reynaud, che aveva creato la banda di Col de Joux, fu identificato come «Reynaud avv. Vincenzo». Luciana Nissim, figlia di Davide, divenne «Nissi Luciana di Domenico», e le furono attribuiti 33 anni invece dei 26 che aveva. Anche a Primo Levi, all'epoca ventiseienne, l'età fu aumentata a 32 anni e il suo mestiere di chimico fu trasformato in quello di «ingegnere». «Decisamente la storia aveva fretta, nell'aula del Tribunale di Aosta, fra il mattino e il pomeriggio di quel sabato primaverile», scrive Luzzatto. Fretta di punire in un primo tempo, di dimenticare poi. In mezzo c'era stata, il 22 giugno del 1946, l'amnistia voluta dal guardasigilli, nonché leader del Pci, Palmiro Togliatti.

Profondamente diverso è il paesaggio dei dieci anni successivi alla Liberazione. «Un decennio abbondante», scrive Luzzatto, «durante il quale l'aver combattuto per la Resistenza poté sembrare, allo sguardo di un numero imprecisato di italiani, un titolo di demerito piuttosto che di merito... Anche perché la scommessa azzardata dal segretario comunista Togliatti attraverso l'amnistia - competere con la Democrazia cristiana sul terreno di un'integrazione politica degli ex fascisti - si ritorse contro il movimento resistenziale, avendo suggerito una forma di equiparazione giudiziaria tra collaborazionisti di Salò e partigiani delle montagne, cosa che legittimò presso l'opinione pubblica moderata un'immagine della guerra civile quale scontro fra due fazioni analoghe per natura, se non comparabili per sistemi di valori».

Così Cagni viene condannato una prima volta (1946) a morte, una seconda (1947) a trent'anni, una terza (1949) a venti, e poco dopo (1950) può uscire di galera. Luzzatto dimostra che, però, anche quando avrebbe dovuto essere in prigione, nella seconda metà degli anni Quaranta, in realtà Cagni si muoveva da uomo libero, con il nome di «Sognatore italico», per riorganizzare i fascisti, in combutta con i servizi segreti alleati. Dopodiché, «maestro consumato del doppio o del triplo gioco, mostro romanzesco di bravura e di perfidia», Cagni riesce a eclissarsi, pur se qualche sua traccia si rinviene ancora negli anni Settanta. È una storia a un tempo normale ed eccezionale di un «collaborazionista scampato alla giustizia dei fucili e consegnato alla giustizia delle toghe». E da queste messo in condizioni di tornare in libertà, sparire e farsi arruolare, come ai tempi del «Sognatore italico», da nuovi padroni.

paolo.mieli@rcs.it
16 aprile 2013 | 12:22