domenica 14 aprile 2013

Napoli, l'auto blocca i ladri: la spostano sul tetto. Colpo da 100mila euro ad Arzano

Il Mattino

La vettura impediva l'avvicinamento dei camion al deposito di medicinali: con un "muletto" è stata parcheggiata sul tetto


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La foto che vedete allegata a questa notizia potrebbe raccontare tutto. Una automobile parcheggiata sul tetto, una semplice vicenda curiosa e assurda. Invece la fotografia non racconta una vicenda allegra ma il dramma di un furto da oltre centomila euro subito da una azienda di distruibuzione di farmaci di Arzano. Depositi svuotati in maniera "scientifica". Prodotti di marchi importanti e facilmente smerciabili: tutti spariti in una sola notte.

Al termine della quale c'è stata anche l'amara sorpresa dell'auto sul tetto. La vicenda si è svolta ad Arzano. I ladri sono arrivati, nottetempo, davanti al deposito della Gerfarma: hanno segato le sbarre di protezione delle finestre, hanno saccheggiato gli uffici prendendo assegni da incassare, computer portatili e, perfino, una etichettatrice. Poi sono passati al deposito: hanno aperto dall'interno, hanno caricato un camion. Poi siccome la merce era troppa, hanno rubato il camion di una ditta vicina e hanno caricato anche quello.

Ma siccome quell'automobile impediva il movimento dei grossi mezzi, i ladri si sono fatti spazio a modo loro. L'hanno sollevata con il muletto e l'hanno piazzata sul tetto. Sul posto sono intervenuti i carabinieri che hanno avviato le indagini. L'azienda è sprofondata in un drammatico baratro: se non riuscirà a riprendersi immediatamente, questo furto potrebbe far perdere il lavoro a tutti gli otto dipendenti. E allora il sorriso per l'auto sul tetto si spegne e diventa tristezza.


pa. bar.
giovedì 11 aprile 2013 - 18:06   Ultimo aggiornamento: sabato 13 aprile 2013 11:11

Nord Corea, gaffe nel video-minaccia agli Usa

Corriere della sera

Errore della propaganda di regime su Colorado Springs. Il missile (immaginario) finisce in Louisiana

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«Morte e distruzione per Colorado Springs!» Questo è il messaggio diffuso nell'ultimo video di propaganda della Corea del Nord. Nel filmato piuttosto bizzarro si vedono i razzi di Kim Jong-un colpire diverse città americane, tra queste anche la cittadina nelle Rocky Mountains. Peccato che i registi di Pyongyang non avessero una cartina geografica a portata di mano al momento di montare le immagini: il missile destinato alla località del Colorado finisce in realtà sulla cittadina di Shreveport, in Louisiana - a 1500 km dal bersaglio.

CAMPAGNA - Al momento è una guerra di nervi quella che Kim Jong-un sta combattendo contro il resto del mondo. Non passa giorno infatti che il regime lanci minacce all’Occidente, in particolare ai «nemici americani». Minacce fatte a suon di filmati propagandistici. Tanto è vero che è un periodo di grande lavoro per gli esperti video di Pyongyang: nei mesi scorsi avevano mostrato «il sogno di un giovane nordcoreano» che, a bordo di un razzo lanciato in orbita, distruggeva New York. In un altro filmato le truppe del Nord invadevano i vicini del Sud. In un altro ancora facevano bruciare Obama.
Certo, con tutto questo lavoro, e lo stress che si accumula, un errore può capitare. Come quello che si è infilato nell’ultimo videoclip. Dura quattro (interminabili) minuti. È stato diffuso da Uriminzokkiri (che significa «il nostro popolo»), l’oramai noto sito gestito dall’agenzia di stampa governativa della Corea del Nord. Cosa si vede? L’ennesimo (e ipotetico) attacco nucleare contro l’America. Di più: delle frecce su un mappamondo marcano la presunta portata dei missili. Gli obiettivi colpiti nell’animazione di Kim sono Washington, Los Angeles, Honolulu, le Hawaii. E anche Colorado Springs. Nella cittadina delle Rocky Mountains si trovano infatti numerose strutture militari.



Nord Corea, gaffe nel video di minacce agli Usa (14/04/2013)


BERSAGLIO MANCATO - Il problema: Colorado Springs è da tutt’altra parte. Il missile nel filmato (a 1 minuto e 20 secondi) colpisce in verità Shreveport, in Louisiana, spiega il Washington Post. E tra le due città la distanza è di ben 1469 chilometri. I cittadini di Colorado Springs e Shreveport non devono in ogni caso preoccuparsi. Pare sicuro infatti che nessun razzo nordcoreano a lunga gittata sia effettivamente in grado di raggiungere gli Usa. A difesa dei videomaker (stressati) di Pyongyang va detto: anche a Shreveport c'è una struttura militare. Da qui sono partiti per l’Iraq e l’Afghanistan i grossi bombardieri B-52.



Corea: a un passo dalla guerra (31/03/2013)


Nord Corea: «Ecco come (22/03/2013)


Elmar Burchia
14 aprile 2013 | 13:18

Wi-fi su tutta Italia attraverso le antenne Rai

Corriere della sera

Il progetto del giornalista del Tg1 Leonardo Metalli su un documento del 2006 stilato dagli ingegneri di Ray Way
 
MILANO - La Rai è onnipresente sul territorio italiano. Invia il segnale televisivo praticamente ovunque e da lì è nata un'idea: diffondere attraverso quelle stesse antenne il segnale wi-fi. A promuovere l'iniziativa è Leonardo Metalli, redattore del TG1 che il 5 aprile l'ha postata sul forum del Movimento 5 Stelle.



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NATA DAL BLOG DI GRILLO - «L'idea è nata dopo l'uscita di Grillo di vendere i due canali Rai», spiega Metalli a Corriere.it. «Gli ingegneri di Rai Way - la società che possiede la rete di diffusione del segnale radiotelevisivo - tempo fa avevano studiato la possibilità di trasformare i 2200 ponti di trasmissione che punteggiano tutto il Paese per distribuire non solo il segnale televisivo ma anche il wi-fi. Cosa peraltro che già stiamo facendo dando i ripetitori in uso alla Polizia e alle compagnie telefoniche private come Telecom e Vodafone».

IL DOCUMENTO DI RAI WAY - Corriere.it è riuscito ad entrare in possesso di quel documento riservato, datato 2006, in cui si rileva come la diffusione della banda non sia solo fattibile ma «si potrebbero raggiungere alcune aree del nostro Paese dove la conformazione orografica del territorio e/o la scarsa densita abitativa rendono economicamente proibitive soluzioni wired». Nelle zone a scarsa concorrenza «favorirebbe la concorrenza e consentirebbe l’incremento di offerta dei servizi offerti dalla banda larga» mentre per la Pubblica Amministrazione contribuirebbe a «collegare le diverse sedi locali tra di loro con l’utilizzo di reti intranet e la Pubblica Amministrazione stessa con il cittadino attraverso internet».

NON SI SOSTITUISCE ALLE TLC - La proposta di Metalli non è di sostituire la Rai alle compagnie telefoniche ma di offrire «un segnale base, con una banda limitata, per le applicazioni più leggere» mentre «per le applicazioni più pesanti in termini di traffico dati si ricorrerebbe comunque alle compagnie telefoniche tradizionali».


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SI PAGA CON IL CANONE
- Il tutto sarebbe pagato tramite il canone, senza aggiungere costi, il cui pagamento risulterebbe anche «meno indigesto». «L'azienda beneficerebbe di un abbonamento che interessa tutti e godrebbe di un'operazione simpatia», afferma Metalli. «Aumenteranno gli abbonati e pagheranno con maggiore felicità visto che chi non vede Rai comunque avrebbe la connettività».

IL RUOLO DEI COMUNI - Ma cosa manca per attivare questo ipotetico sistema? Ad un primo sguardo il giornalista del TG1 prevede la necessità di un'accordo con l'ANCI, l'associazione italiana dei comuni italiani, «affinché i comuni installino degli hot spot per potenziare il segnale. La parte più costosa a livello effettivo l'abbiamo già pagata realizzando le strutture che ripetono i segnali». Strutture che fanno gola visto che nel lontano 2001 il gruppo texano Crown Castle, secondo operatore mondiale del settore, aveva tentato di acquistare il 49% di RaiWay per sviluppare assieme il business della Tv digitale, terrestre e, guarda caso, delle telecomunicazioni.

L'ITALIA HA BISOGNO DELLA RETE - Insomma, l'idea di Metalli sembra non fare una grinza ma per avere maggiori delucidazioni ci siamo rivolti a Filippo Renga, coordinatore dell'Osservatorio Mobile del Politecnico di Milano. «Tecnicamente si può fare e ben venga se una struttura del genere possa abilitare la banda larga», esordisce l'ingegnere. «Porterebbe benefici al sistema Paese come accaduto in passato con il telefono e tanto più che la struttura sarebbe pubblica».

CAPIRE CHI PAGA - Certo, ci sono anche delle problematiche. «Prima di tutto si dovrebbe capire chi paga quella banda», afferma Renga. «Offrire connettività è come come costruire strade o fornire energia. Ha costi più bassi delle infrastrutture fisiche ma comunque ha dei costi. Però lo stato potrebbe farsene carico come accade per le autostrade tedesche. Non basta mettere delle antennine perché il sistema funzioni e comunque anche quelle vanno pagate».

MISURARE I COSTI - Seconda problematica: la gestione. «Le antenne sono una risorsa di proprietà della Rai e vanno pagate, la Rai non è un fornitore di connettività», osserva Renga. E dal punto di vista tecnico «gli sforzi da sostenere vanno commisurati al beneficio. Bisogna capire se vale la pena drenare risorse da altre applicazioni più performanti per trasformare le antenne».

MAGGIORE COMPETIZIONE - Terzo punto, già riscontrato nel documento di Rai Way, è la competitività. «Un sistema del genere, se offerto a costo zero, porterebbe una forte spinta competitiva nel settore», afferma Renga. «Nei Paesi in cui viene offerto gratuitamente il wi-fi non sostituisce la necessità di una banda in casa, semplicemente dà una pressione competitiva. E se non sono i costi ad abbassarsi allora è la qualità a migliorare». La chiusura poi non lascia dubbi: «La disponibilità di maggiore banda in Italia è solo che positivo».


Alessio Lana
@alessiolana14 aprile 2013 | 13:19

L'uomo col buco nello stomaco che «svelò» la digestione

Corriere della sera

Una ferita accidentale che non voleva guarire servì a confermare l’esistenza dei succhi gastrici

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Il 6 giugno 1822 in un villaggio dell'isola di Mackinac, sul lago Huron, in Michigan, si sentì uno sparo nel magazzino dell'American Fur Company. Il medico dell'esercito di stanza presso il forte di Mackinac, William Beaumont, si precipitò a vedere che cosa fosse accaduto, incontrando per la prima volta l'uomo del suo destino. Era un ragazzo di circa 20 anni, un cacciatore di pelli, immobile sul pavimento in una pozza di sangue: da un fucile era partito accidentalmente un colpo che lo aveva raggiunto all'addome, sul lato sinistro. «Una ferita orribile, grande quanto il palmo di una mano. Dalla camicia bruciacchiata sbucavano pezzi di costole, cartilagini e frammenti di cibo della colazione. Quando il ragazzo tossì fu chiaro da dove venissero: l'esplosione gli aveva perforato lo stomaco».

Inizia così la storia che legherà Beaumont e Alexis St. Martin, che di lì a poco sarà noto come «l'uomo con il buco nello stomaco»: la racconta Jason Karlawish, medico dell'Università di Philadelphia, nel suo libro Open Wound: the tragic obsession of Dr. William Beaumont. Una cronaca romanzata che si concede qualche digressione dalla realtà restituendo però il senso di un caso singolare nella storia della medicina, tramite cui è stato possibile imparare molto sui processi digestivi. Beaumont, dopo i primi giorni, in cui disperava di salvare la vita del ragazzo, comprese che quella ferita poteva essere il suo trampolino per la fama.

Nato 37 anni prima nel Connecticut da una famiglia di contadini, Beaumont non aveva ricevuto un’educazione standard in medicina: a 24 anni aveva iniziato il praticantato presso un medico a Champlain, al confine con il Canada, e a 26 era entrato nell'esercito come assistente chirurgo. Durante la guerra anglo-britannica del 1812 Beaumont si era fatto le ossa sul campo trattando pazienti di ogni genere e diventando esperto nella cura delle ferite; terminato il conflitto, rimase nell'esercito come medico presso i forti sparsi nel territorio americano. Anche grazie alla sua esperienza riuscì a strappare Alexis a quella che pareva una morte certa: nonostante le febbri e il dolore, il ragazzo continuava a vivere e Beaumont lo aveva preso sotto la sua ala, proponendosi di pagare anche le spese per le cure che nessuno, a parte una temporanea carità dei compaesani, voleva accollarsi.

A ottobre del 1822, durante il cambio delle fasciature che consentivano allo stomaco di Alexis di trattenere il cibo, il medico si accorse che un pezzetto di carne semidigerita assieme a una piccola quantità di fluido era uscita del buco sul fianco, ormai divenuto una fistola che non dava segno di volersi rimarginare. Osservando il cibo ebbe una intuizione: la digestione forse non era il processo di fermentazione e macinatura che molti credevano, dovevano avere un ruolo sostanze chimiche che scioglievano poco a poco gli alimenti. Da quel momento, Alexis divenne «la maledizione e la fortuna» di William Beaumont: deciso a non lasciarsi scappare l'occasione di guardare dove nessuno mai aveva potuto, il medico fece di tutto per tenere con sé il ragazzo e studiarlo.

Alexis, analfabeta e povero, non ebbe scelta: Beaumont gli propose di vivere come aiutante assieme a lui, sua moglie Deborah e la figlia Sarah, pagando i suoi debiti ed elargendogli un piccolo stipendio in cambio della disponibilità a sottoporsi a esperimenti sulla digestione. Beaumont era autodidatta: osservando un bimbo che succhiava tè con una cannuccia ebbe l'idea di raccogliere provette di succo gastrico servendosi di un tubicino di gomma; mettendo le fiale nella sabbia mantenuta calda sul fuoco ottenne la giusta temperatura per la «digestione artificiale» e osservò ora dopo ora come i succhi gastrici digerivano gli alimenti più svariati; con un filo di seta inseriva direttamente nello stomaco pezzi di cibo e li estraeva per vedere quanto e come venivano elaborati.

Alexis collaborava, anche se rischiava di svenire ogni volta che Beaumont trafficava con il suo stomaco, ma scalpitava: si chiedeva perché la ferita non si chiudesse e aveva un temperamento poco incline alla morigeratezza (fu coinvolto in un accoltellamento, si ubriacava spesso). Per Beaumont era difficile tenerlo a freno e giustificare la sua presenza di fronte alla comunità e alla moglie, infastidita dalle intemperanze del ragazzo e preoccupata per l'esborso di soldi.

Nel giro di un anno e mezzo dall'incidente, sul buco nello stomaco si creò una sorta di "coperchio": quando Alexis stava in piedi un piccolo lembo di tessuto di nuova formazione copriva la cavità gastrica e non consentiva al cibo di uscire, ma bastava premerlo per poter accedere allo stomaco. Fino al 1825 Alexis visse con Beaumont, che lo sottoponeva ai suoi esperimenti per capire quanto tempo occorresse a digerire ogni tipo di alimento; nel settembre di quell'anno però il ragazzo se ne andò, lasciando disperato il medico che, negli anni successivi, non pensò che a tornare ai suoi esperimenti per scrivere il libro sulla digestione che a suo dire gli avrebbe dato gloria perenne.

Ma aveva bisogno che Alexis tornasse da lui. Accadde solo quattro anni dopo, quando Beaumont lavorava al forte di Prairie du Chien, in Wisconsin: qui Beaumont scoprì l'importanza della temperatura per far sì che il succo gastrico digerisse il cibo, si accorse che per distruggere le verdure occorreva più tempo che per la carne e che il latte coagulava appena arrivato nello stomaco.

Ma Alexis se ne andò ancora una volta, nel 1831, per poi essere ritrovato da Beaumont un anno dopo. Il medico trascinò allora Alexis a Washington dove poté dedicarsi totalmente ai suoi esperimenti per sei mesi: non riuscì a far analizzare il succo per scoprirne la composizione chimica, ma aggiunse altre osservazioni sulla digestione e nel 1833 pubblicò il libro Experiments and Observations on the Gastric Juice and the Physiology of Digestion.

Alexis nel frattempo era di nuovo tornato in Canada dalla sua famiglia e Beaumont non lo vide più: non ebbe più modo di rispondere con i fatti alle critiche dei molti detrattori che lo accusavano di aver condotto esperimenti poco rigorosi, ma guadagnò un po' della fama che aveva sempre inseguito. Lasciò l'esercito e si stabilì a St. Louis, in Missouri, dove aprì uno studio privato. Morì nel 1853 dopo essere scivolato sul ghiaccio e aver battuto la testa. Alexis gli sopravvisse e morì nel 1880, a 86 anni, dopo aver vissuto 58 anni con la sua inusuale ferita. I parenti lasciarono che la sua salma si decomponesse per quattro giorni e poi lo seppellirono in una tomba senza nome: nessuno poté fargli un'autopsia o esaminare il suo stomaco.

Francesca Gori
14 aprile 2013 | 10:50

Donna cadde dalla barella e morì, è omicidio colposo

La Stampa


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È omicidio colposo quello commesso nel 2003 da un barelliere del Cardarelli, che mentre trasportava una donna da un reparto all’altro l’ha fatta cadere: la barella era finita in un buco nel pavimento, e la paziente era stata sbalzata e in conseguenza della violenta caduta era morta per «grave trauma encefalico». La Cassazione ha reso definitiva la condanna inflitta dalla Corte d’Appello di Napoli al portantino, oggi sessantottenne, sostenendo che l’uomo, nonostante fosse a conoscenza delle cattive condizioni di manutenzione dell’ospedale, non ha posto la dovuta attenzione nel svolgere il suo lavoro, «una grave inosservanza, atta a integrare la colpa».

La sentenza d’Appello nel 2011, tra l’altro meno severa che quella di prima grado per la concessione delle attenuanti generiche, ravvisava la colpa dell’imputato nel non aver prestato «adeguata attenzione alla sconnessione del terreno» (per la mancanza di una mattonella), pur essendo l’attenzione richiesta «in ragione del generale ed evidente cattivo stato manutentivo dell’ospedale e della zona in cui è avvenuto l’incidente», e ne rilevava «l’imprudenza della manovra consistita nel tirare la barella tenendola alla proprie spalle», anziché spingerla. Una cautela dovuta alla pendenza del pavimento, secondo l’uomo che, in sua difesa - si legge nella sentenza della Cassazione depositata oggi - ha sostenuto di aver agito «confidando sul rispetto da parte di altri soggetti, garanti della sicurezza, dell’obbligo di rendere privo di rischio l’ambiente lavorativo».

Secondo i giudici della Quarta sezione penale della Cassazione, il dipendente «non può ritenersi esonerato dalla particolare attenzione richiestagli in relazione ai compiti affidatigli, in ragione dell’obbligo di manutenzione strutturale dell’immobile gravante su altri». Anzi, proprio perché a conoscenza delle cattive condizioni dell’ospedale avrebbe dovuto essere più prudente. 

Fonte: Ansa

Anziani al volante, quanto sono «pericolosi»?

Corriere della sera

Alla guida della propria auto sono più capaci che nei test in autoscuola. Ma un over 75 su due non ha i riflessi adeguati

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I nonni al volante sono un rischio, per sé e per gli altri? A leggere le statistiche qualche dubbio viene, visto che secondo le stime della Commissione Europea il tasso di incidenti mortali fra gli over 75 è cinque volte superiore alla media ed è doppia l'eventualità di lesioni gravi. Così, mentre uno studio americano sul Journal of the American Geriatric Society richiama alla necessità di test più adeguati per valutare chi fra gli anziani non corre rischi alla guida, la Società Italiana di Gerontologia e Geriatria avverte: un ultrasettantacinquenne su due ha i riflessi appannati e non dovrebbe stare al volante, anche se nella gran parte dei casi i nonni guidano nei dintorni di casa e tenendosi alla larga dagli orari di punta.

LO STUDIO – Lo studio italiano, condotto nei primi sei mesi del 2012 da un gruppo di ricercatori delle università di Milano-Bicocca e Roma-Tor Vergata, ha coinvolto alcune decine di over 75 valutandone la capacità di attenzione, i riflessi, il grado di autonomia nei gesti quotidiani, i deficit visivi e uditivi, i disturbi del sonno, il numero di farmaci assunti e l'eventuale abuso di sostanze alcoliche. I familiari sono stati quindi intervistati per avere un giudizio sulle qualità di guida dell'anziano e si è inoltre analizzata la cronologia delle multe eventualmente prese nei tre anni precedenti e i chilometri percorsi in media ogni settimana. Chiari i risultati: uno su cinque ha i segni di un decadimento cognitivo o scarsa capacità di attenzione, uno su due deficit dei riflessi, il 15 per cento difetti visivi e poco più di uno su dieci un disturbo del sonno. Così, anche se la maggioranza prende l'auto di rado e per tragitti brevi (uno su cinque non fa più di 40 chilometri a settimana), è inevitabile che il rischio di incidenti aumenti.

E visto che in Italia gli over 75 con patente di guida sono circa un milione e mezzo e le vittime stimate circa 400 ogni anno, si comprende perché gli esperti SIGG richiamino a una maggiore attenzione nel valutare l'opportunità di un rinnovo della patente a un anziano. «Per guidare sicuri è importante essere certi che vista e udito siano a posto, ma anche fare maggiore attenzione se si assumono farmaci che possono modificare in qualche modo percezioni e tempi di reazione – spiega .Giuseppe Paolisso, presidente SIGG –. I dati più recenti però indicano che forse tutto questo non basta, perché anche i piccoli deficit cognitivi possono aumentare il rischio di incidenti. Al rinnovo della patente negli over 75 sarebbe opportuno prevedere piccoli test che possano dare almeno un'idea del grado di funzionalità dell'anziano, eseguiti da medici specialisti qualificati con esperienza in questo settore e non da un medico inesperto. Questo consentirebbe di avere una valutazione complessiva più realistica e veritiera delle condizioni del guidatore».

I TEST – L'appello è condiviso dagli esperti americani: di recente uno studio dell'Alzheimer's Disease and Memory Disorders Center del Rhode Island Hospital ha dimostrato che i test attuali falliscono nel valutare con precisione le capacità di un anziano alla guida dell'auto. In questo caso però parrebbe giustificato un cauto ottimismo: Jennifer Davis, la ricercatrice responsabile dello studio, ha piazzato per due settimane una telecamera nell'auto di un centinaio di anziani, che poi sono stati sottoposti a un test di guida standard. «Quando i partecipanti erano al volante della loro auto guidavano molto meglio – dice Davis –. Accade perché gli anziani non amano guidare lontano da casa propria, dalla propria “zona sicura”; se li valutiamo in una condizione non familiare come quella del classico test di guida su un auto diversa dalla loro, con l'aggravante della consapevolezza che

fallire l'esame può portare al ritiro della patente, l'ansia che li assale può portarli a fare errori più numerosi e gravi del normale. L'esame è cognitivamente “pesante” per un anziano, perciò anche un soggetto con lievi deficit cognitivi potrebbe, almeno inizialmente, guidare senza costituire un pericolo per sé e per gli altri». Che i test siano troppo “light”, come denunciano i geriatri italiani, o al contrario troppo severi come sostengono gli statunitensi, un dato è certo: dovendo decidere se prorogare o meno la patente a un nonnino, è bene che gli esami, qualsiasi essi siano, li esegua un esperto geriatra che sappia quali possono essere i punti deboli di un anziano.


Elena Meli
14 aprile 2013 | 10:52

Curriculum in 140 caratteri Twitter serve per trovare lavoro?

Corriere della sera

di Olga Mascolo *


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La lunghezza di un tweet. Né più né meno di 140 caratteri per descrivere brevemente chi siamo, da dove veniamo, quali sono i nostri punti di forza e se abbiamo o non abbiamo senso dell’umorismo. Oppure i 6 secondi video di Vine per girare un microfilmato che racconti di noi e richiami l’attenzione delle risorse umane. Il fine? Chiedere, ma soprattutto ottenere il tanto agognato posto fisso. Quando si diceva che il curriculum non doveva superare le due pagine, o che la brevitas è un canone estetico a cui puntare sempre e comunque, non si pensava certo che saremmo arrivati a una frase striminzita condita di hashtag da portare come biglietto da visita.

Ma se la tendenza è quella di raccontare tutto di noi in una breve bio – la frasetta che è sotto la foto profilo del nostro account twitter – anche le risorse umane si adeguano e cominciano ad andare ben al di là di LinkedIn (il social network professionale) alla ricerca di talenti. La novità è sottolineata da un articolo del Wall Street Journal, seguito da una tweetchat sull’argomento, cui hanno preso parte i social media producer di testata (quelli che scrivono i contenuti per i profili del giornale, tra cui Liz Heron ed Elana Zak), alcuni social media guru americani, giovani in cerca di lavoro e spettatori.
Alla domanda se sia giusto o no utilizzare i social media a livello professionale, la risposta più condivisa è che siano strumenti importanti per stabilire connessioni, e per farsi notare da chi ci interessa. Twitter risulta il miglior social perché permette di a raggiungere tutti, e di spostare la conversazione offline.




Come fare a raggiungere chi ci interessa? E poi, una volta stabilita la connessione, come farsi notare?

“Cominciando una conversazione su Twitter, connettendosi su Linkedin. Descrivendosi brevemente. A volte basta solo chiedere.”


Oppure
“Seguendo chi ci interessa e condividendo i loro contenuti. Le persone amano essere seguite! Creando dei contenuti o pubblicando post del proprio blog”.

Resta un grande dilemma. Linkedin, Twitter e Facebook. Quale il migliore social media per stabilire contatti professionali?
Facebook non sembra essere quello con maggiore successo di tweet, nella chat. Ma c’è anche chi pensa che tutti vadano bene.



“Non c’è necessariamente un canale migliore di un altro. Dipende dal campo in cui si sta cercando lavoro e con cosa ci si sente più  proprio agio.” O chi, di fatto, preferisce LinkedIn perché è il social professionale per eccellenza.

C’è un’etichetta da osservare per raggiungere i contatti su Facebook, Twitter e LinkedIn? Qual è?
Tutti consigliano di essere simpatici, amichevoli, di chiedere feedback sui propri contenuti, di cominciare conversazioni. Per le richieste su LinkedIn, si raccomanda di personalizzare i messaggi, “senza dilungarsi a scrivere le vostre biografie”. Altre dritte: bisogna sempre stabilire una conversazione a due, qualunque sia il mezzo prescelto “Non promuovete solo voi stessi, i social media sono fatti per la conversazione fra persone, non monologhi”, consiglia Elana Zak.

Da evitare  troppi status personali: “oggi alle 10 ho visto Jack”, “Sono stanco della pioggia”, “dopo vado a spinning”: “se volete che chi assume sia interessato a voi, siate interessanti e condividete informazioni utili”



Poi, vietato lo stalking: va bene cercare di contattare chi ci interessa, ma non inseguire. Provarci una, due volte al massimo. E se il contatto non risponde, si deve incassare il colpo e passare al prossimo obiettivo. Infine, fondamentale è non postare contenuti compromettenti, e non lamentarsi del proprio lavoro o della compagnia per cui si lavora o si vorrebbe lavorare, qualunque sia il canale prescelto.



Questo negli States. E in Italia I social sono un utile strumento nella ricerca del lavoro?


* Sono giornalista freelance, con un blogue simpatico. Sono specializzata in social media, nel loro utilizzo e nella loro critica. Ho studiato a Londra. Scrivo da un po’ (ho cominciato con le pagine di “a” alle elementari). Ho iniziato a collaborare con il Corriere per le Olimpiadi di Londra 2012.

Twitter @OlgaMascolo

Due giorni su sette curavo negli altri cinque uccidevo"

Stefano Lorenzetto - Dom, 14/04/2013 - 08:41

Il chirurgo cacciatore dall'età di 3 anni: metà della vita col fucile, 16mila prede. "Il mio record: cinque cinghiali, uno di 186 chili, abbattuti con tre sole cartucce"

 

La braccata? Il solengo? Lo scaccione? La tesa? Il padule? Il cosciale? Ma come diavolo parla questo benedetto uomo che non si rade dal 1959, da quand'era studente universitario, e ora si ritrova col volto foderato da una barba alla Nicola Bombacci, bianca anziché nera per via dei 76 anni? Il professor Piero Cilotti, nato a Pisa, laureato in medicina nel 1961 con 110 e lode, tesi pubblicata e borsa di studio per il miglior lavoro sul liposarcoma dell'orbita oculare, poteva diventare il più famoso chirurgo oculista d'Italia, come Rosario Brancato, professore emerito del San Raffaele di Milano, luminare dell'oftalmologia che mosse i primi passi con lui.

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Ma non ha mai voluto entrare in ruolo. La cattedra universitaria lo avrebbe distolto dalla sua vocazione primigenia, quella cui ha dedicato l'intera esistenza: la caccia.
Nei 45 anni di professione medica, s'era perciò organizzato la settimana lavorativa nel modo seguente: due giorni in ospedale, «il martedì e il venerdì, quando vige il silenzio venatorio»; i rimanenti cinque per boschi, campi e paludi a sparare. Fanno 5.600 giornate trascorse a braccare il cinghiale e ad abbattere selvaggina di pelo e di penna in tutta Italia, isole comprese, con i suoi 36 fucili, incluso quello ad avancarica laminato in oro ereditato dal trisnonno Giovacchino, morto nel 1870.

Certo, come latifondista ha sempre potuto permetterselo: tenuta di 96 ettari a Santo Pietro Belvedere, la fattoria di Piedivilla, che produce il Colombano cantato nel Seicento da Francesco Redi nel ditirambo Bacco in Toscana; altri 20 ettari a Montecchio di Peccioli, il podere Villa, dove vive da quando s'è separato dalla moglie Fina Cionini Ciardi, che gli ha dato tre figli («la misi incinta la prima notte di nozze, sono sempre andato a colpo sicuro») e che è rimasta a vivere nella loro dimora di Firenze.

Basta entrare nella casa di caccia diventata dal 1998 la sua solitaria residenza per capire di che pasta sia fatto Cilotti. Niente riscaldamento: solo un tronco d'albero che arde lento nell'immenso camino. Appesi al muro, 11 teste e 112 denti di cinghiale e decine di corna strappate a mufloni, caprioli, daini. Sullo scrittoio persino il portapenne è ricavato da una zampa di cinghiale che si regge sullo zoccolo fesso. In una vetrina, esemplari imbalsamati di falco pescatore, coturnice appenninica e mignattaio, «quest'ultimo ha più di mezzo secolo, oggi è specie protetta e quasi estinta».

Alle 10 del mattino ha già apparecchiato in tavola per giornalista e fotografo, costretti tre ore dopo a obbedire ai suoi ordini e ad adattarsi a un menù sibaritico che avrebbe stroncato persino Edoardo Raspelli: crostini con fegato di fagiano, pappardelle al sugo di cinghiale, capriolo in umido con le olive gremignole e contorno di patate arrosto, composta di pesche e susine aromatizzata con melangolo, roba che ti tocca consultare lo Zingarelli per capire che cosa stai assaporando.

Cantuccini intinti nel vin santo per finire. Il tutto prodotto con le proprie mani, da signore medievale chiuso nella sua splendida autarchia: «Non vo al supermercato e non sparo per hobby. Tutto quello che ammazzo, mangio. Le bestie le eviscero e le squarto da me. Ho cinque congelatori sempre pieni. Gli scarti sono per la pappa di Roby, il mio setter». La prima foto della sua vita, che funge da copertina del libro Dalle starne ai cinghiali, memorie di un cacciatore (Sarnus), lo ritrae all'età di 11 mesi, sulle ginocchia della madre, con due starne morte intorno al collo a mo' di stola.

Cacciatore era il padre Mario, docente di anatomia patologica all'Università di Pisa e specialista in malattie infettive, che si trasferì a Pontedera per essere più vicino alle aree venatorie. Cacciatrice era la madre Luisa Sbrana, segretaria nel rettorato del medesimo ateneo. Cacciatori, in linea paterna, furono i nonni Antonio, pretore a San Miniato, e il bisnonno Leopoldo, ingegnere. Cacciatore il trisnonno Giovacchino, astronomo e giurista.

Cacciatore era il padre del trisavolo, Antonio, notaio, che aveva sposato Teresa di Rinaldo Amidei, discendente dalla famiglia che nel XIII secolo scatenò a Firenze la contesa fra guelfi e ghibellini. Cacciatore era Giovambattista, padre del trisnonno, vicario criminale a Marradi e riformatore del Codice leopoldino. La famiglia Cilotti nel 1512 fu la prima a riottenere dai fiorentini le patenti di caccia dopo oltre un secolo di dominazione medicea su Pisa.

Non ha avuto scelta.
«Era un amico di caccia financo il mio maestro, il professor Marcello Focosi, direttore della clinica oculistica dell'Università di Pisa, che mi portò con sé a Firenze quando ebbe la cattedra all'ospedale di Careggi. Rimasi al suo fianco per più di tre lustri. Poi preferii operare alla casa di cura Suore dell'Addolorata di Pisa e infine all'ospedale Serristori di Figline Valdarno perché lì potevo organizzarmi in base alle mie insopprimibili esigenze venatorie».

Non si sentiva in colpa nel dedicare ai malati solo due giorni su sette? «No. Pur curandoli con la massima perizia, ero sicuro che in vecchiaia non avrei mai rimpianto abbastanza di aver sgobbato troppo e cacciato poco. Ho seguito l'insegnamento di mio nonno: il lavoro è un mezzo, e non un fine. Votarsi totalmente a esso debilita l'uomo e lo rende simile alla bestia».

Il suo primo ricordo d'infanzia?
«Risale al 1940. Avevo poco più di 3 anni. Fui ammesso alla tavola dei “grandi”. Durante i pasti i miei nonni e i miei genitori parlavano unicamente di caccia: “Ho trovato le fatte della lepre nella piaggia vicino al cimitero. Ho visto tantissime quaglie al Pian del Roglio”. A 4 anni già facevo lo scaccione».

M'illumini.
«Col tamburo di latta, seguivo un vecchietto e battevo furiosamente la mia bacchettina di ferro per indirizzare i cinghiali verso la filata dei cacciatori».

Rammenta la sua prima caccia?
«Sì, diamine! Con papà e mamma nella pineta del Tombolo, 22 febbraio 1939. Ammazzammo un cardellino, un fringuello e un rampichino, un uccellino oggi quasi estinto».

Come fa a ricordarsi la data?
«Ho buona memoria. E comunque dal 1947 sul mio diario di caccia ho scrupolosamente annotato tutte le giornate nelle quali ho incarnierato anche solo una pispola: data, località, partecipanti alla battuta, prede. Il che mi fa dire che, tra uscite fruttuose e infruttuose, ho trascorso metà della vita a caccia».

Di quante prede stiamo parlando?
«Oltre 16.000».

La più ambita?
«Il solengo di macchia buia. Lo ribattezzai così. È il cinghiale che non sta in branco. Pesava 186 chili. Ero con i principi fiorentini Filippo e Giorgiana Corsini nella loro tenuta di Marsiliana. Giornata memorabile. Una femmina e un porcastro uccisi con un solo colpo, d'infilata. Un'altra femmina e un altro porcastro uccisi con un secondo colpo. Dopo mezz'ora il solengo. Tre cartucce a palla per cinque cinghiali. Due centrati al cuore e tre alla testa».

Poveri cinghiali. «Qui sono una mezza calamità: aumentano del 200 per cento l'anno».

Non ne ha mai risparmiato uno?
«Quando mi compare una troia seguita dai piccoli striati, non tiro mai, la lascio passare. Idem se è pregna, con la pancia che struscia per terra».

Ma lei sparerebbe a un cavallo che vive allo stato brado? «E come potrei? Domavo una decina di puledri l'anno. In gioventù fui reclutato come cavallerizzo generico per i film negli stabilimenti cinematografici Pisorno di Tirrenia, fondati dal regista Giovacchino Forzano, mio lontano parente, poi ceduti a Carlo Ponti. Andai pure a cena con Sophia Loren».

Cerco una logica: il cinghiale sì, il cavallo no. «Senta, solo nella Giara di Gesturi, in Sardegna, i bracconieri ammazzano i cavalli bradi per la carne. Ma questa è barbarie. Io ho sempre rispettato le specie in pericolo».

Per esempio?
«I granivori e gli insettivori: cince, luì, pettirossi, capinere, sterpazzole, magnanine, occhiocotti. E poi gli usignoli di padule, dal canto melodioso, gli aironi, i fenicotteri. Invece, se non fosse proibito, tirerei volentieri ai gabbiani, specie immonda. Mangiano tutto: nidi, lucertole, rospi. Atterrano con un colpo d'ala gli uccelli migratori e poi li sbranano».

Ha mai provato pena davanti a una preda agonizzante?
«Se pensassi di provare pena, mi guarderei bene dall'ucciderla. Porto sempre con me il pugnale d'accoro».

Traduca.
«Accorare, trafiggere il cuore. Me n'è rimasto uno di famiglia che apparteneva ai Navajo. Una coltellata e via».

A che ora parte per la caccia?
«D'estate alle 5».

E torna?
«Quando ho finito, a notte fonda».

Esce da solo?
«Quasi sempre. Ho la disgrazia di tre figli che hanno tradito la vocazione di famiglia. Peccato, soprattutto per Antonio: a 12 anni uccideva merli e tordi al volo. Oggi è medico, insegna endocrinologia all'Università di Firenze. Ho trovato un'erede adottiva in Silvia Chiarugi, figlia di un mio amico. Gran tiratrice, mira infallibile. Ha fatto secco con un solo colpo un cinghiale da 160 chili e poi l'ha sbuzzato da sé».

«La caccia è una passione intensissima che nasce tra l'uomo e l'animale e che si appaga nel possederlo totalmente. Io sparo soltanto quando sono certa che il mio colpo è mortale», ha dichiarato all'Adige la contessa trentina Maria Luisa Pompeati. «Bella codesta frase. Ma esagerata. Ho visto cinghiali col cuore squarciato come un garofano correre per altri 200 metri e più. Tu non sai mai se un animale morirà sul colpo».

La nobildonna ha reazioni sconcertanti: «Corro da lui, prendo tra le mani la sua testa, l'accarezzo, arrivo fino a baciarlo, in certi casi lacrimo di gioia». Capita anche a lei? «Mai. I tedeschi hanno queste tradizioni antichissime: mettono il pasto in bocca alla preda, oppure una frasca di abete o di quercia tra le fauci. Poi suonano il corno da caccia. C'è anche nella Chanson de Roland». (Si mette a recitarla in francese). «Molto più civili di questi bastardi di cacciatori italiani».

Perché dice così?
«Hanno completamente distrutto la fauna ornitica, dando poi la colpa ai diserbanti. Almeno 300 specie sparite».

Avevo capito che lei è cacciatore.
«Ero nel movimento anticaccia, abbiamo fatto togliere la licenza a 700.000 sciagurati. Purtroppo i Verdi sono come i pomodori: poi diventano rossi. Ne sono uscito».

Ha mai impallinato nessuno?
«Se sparassi alla garibaldina, potrei abbattere 30 cinghiali in un giorno. Ma sono sempre stato molto prudente, anche perché, da medico, m'è toccato veder morire cinque compagni di battuta senza poter far nulla».

Lei ha rischiato di lasciarci la pelle?
«Sì, nel 2007, ma per un volo di 15 metri nel dirupo con la mia jeep. Sette vertebre fratturate, altre otto ossa rotte. Dovrei essere tetraplegico. Dopo 40 giorni ero già su una seggiola a fare la posta ai cinghiali. Mi hanno aggredito tre volte. Da una femmina di 90 chili, che mi aveva azzannato, mi sono salvato infilandole in gola il fucile scarico».

La caccia è uno sport? «Nooo! Lo sport è triviale».

Allora che cos'è?
«Istinto. L'uomo nasce cacciatore. La caccia ha fatto progredire la civiltà».

È giusto che voi possiate entrare nei terreni altrui? «È vergognoso. Si tratta di una legge voluta con finalità belliche dal Duce, il quale sosteneva che un cacciatore vale 10 soldati. Palmiro Togliatti, ministro della Giustizia dal 1945 al 1946, la mantenne in odio alla proprietà privata. La caccia deve essere riservata solo ai possidenti terrieri. È dal 1956 che rimbosco le mie tenute con essenze gradite ai cinghiali e ai caprioli. Le pare che abbia speso un capitale per favorire gentaglia che spara a qualsiasi cosa le capiti a tiro? Includo nella categoria dei bracconieri molte guardie giurate volontarie che ammazzano volentieri anche gli istrici».

Fate strage in riserva. Bella fatica. «È una caccia che disdegno. Su animali allevati... Puah, è tiro a segno».

Mi sa che il Movimento 5 Stelle vi toglie la licenza. «Me ne frego. Beppe Grillo è un bischeraccio».

stefano.lorenzetto@ilgiornale.it

Crimi, l'ultrà che predica No Tav e poi razzola sul Frecciarossa

Redazione - Dom, 14/04/2013 - 07:58

Dopo il comizio in Val Susa il capogruppo M5S al Senato ha scelto un posto sul treno ad alta velocità in classe Premium

Roma - Con i moralizzatori del web il web sa essere impietoso. Non si contano, ormai, gli scivoloni dei nuovi rivoluzionari del costume italiano immortalati su internet.


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Di quei «cittadini», per intenderci, che propongono un drastico cambio di passo della politica italiana, attraverso uno stile di vita sobrio e una gestione austera della cosa pubblica. L'ultima vittima di questa legge è il senatore (pardon, cittadino) Vito Crimi. Su Twitter sta spopolando un'immagine (diffusa da @PacoHunter) che lo ritrae comodamente seduto su una delle poltroncine categoria Premium del treno Frecciarossa. Da qui all'ironia, moneta di scambio molto diffusa su Twitter, il passo è più che breve: è istantaneo. E così, in tempo reale, si diffonde lo scatto di Crimi con una lunga teoria di commenti. E in tanti si chiedono: ma non erano contro l'alta velocità? Non erano per la gestione sobria delle risorse e dei mezzi economici?

E ora, sempre citando maliziosi cinguettii della rete, Crimi viaggia in Premium sul Frecciarossa, mentre dieci giorni fa partecipava alle manifestazioni per bloccare i cantieri della Tav in Val Susa! Gli internauti, poi, sono impietosi soprattutto sugli aspetti economici. Ma la Premium, dicono, non è certo la tariffa più economica offerta da Trenitalia! Cosa fa ora il senatore Crimi? Spende con larghezza? Non era proprio il cittadino Vito Crimi quello che esortava a dare l'esempio?

Non più tardi di tre giorni fa, infatti, il Crimi senatore movimentista esortava tutti i suoi colleghi (grillini e non) a dare il buon esempio. «In uno Stato dove miliardi di euro - spiegava Crimi - sono dilapidati in pensioni d'oro, stipendi di manager pubblici elevatissimi e immorali, inutili grandi opere come la Tav Torino-Lione, finanziamento pubblico ai partiti, se si agisse subito su queste voci di spesa, senza se e senza ma, potremmo recuperare le risorse necessarie per introdurre immediatamente il reddito di cittadinanza».

Pensando alla mail spedita dalla deputata Lombardi ai colleghi grillini nella quale riportava le lamentele puntute di Casaleggio sulla sua poco opportuna facondia, adesso ci si potrebbe aspettare un'altra missiva telematica all'indirizzo dello stesso senatore Crimi, nella quale catechizzarlo a dovere su quali treni prendere (i più lenti ovviamente) e soprattutto su quali tariffe affrontare (le più economiche, ça va sans dire).

Comune in rosso? Non per il Leonka

Chiara Campo - Dom, 14/04/2013 - 08:29

Il bilancio prevede tagli su tutto ma per spostare il centro sociale i soldi ci sono. E scoppiano le polemiche

Giuliano Pisapia se l'è cantata. «Ho ricevuto il primo sondaggio istituzionale che abbiamo commissionato e ho scoperto che le domeniche a piedi e Area C hanno un consenso estremamente rilevante» e «la qualità della vita a Milano è considerata a un livello altissimo».


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Citando un altro sondaggio ha ricordato che «è cresciuto il consenso del sindaco, soprattutto il consenso elettorale». Autopromozione due sere fa, davanti all'assemblea pubblica del Pd che ha accompagnato con un minuto di applausi il discorso dell'ex assessore alla Cultura Stefano Boeri («la partecipazione promessa due anni fa in piazza Duomo è una lontana parente di quella applicata in questi mesi» uno dei passaggi più critici nei confronti del sindaco e del partito) ed era mezza vuota - diciamo pure per due terzi - quando è stato il turno di Pisapia. Ma la freddezza del partito nei confronti di Pisapia va oltre se a fargli il tagliando sono i renziani. Gabriele Messina, membro della direzione regionale Pd, in una pausa fuori dall'auditorium commenta una delle notizie pubblicate su Repubblica negli ultimi giorni.

«La vicenda Leoncavallo sta per chiudersi», il capannone occupato abusivamente da vent'anni sarà assegnato al Comune che lo affitterà al centro sociale. La famiglia Cabassi, proprietaria dell'area, riceveranno in cambio un'ex scuola in via Zama. «Intanto - attacca Messina - prima di assumere scelte andrebbe fatto un discorso complessivo su spazi sfitti, problemi generali dei centri aggregativi, non ci sono corsie preferenziali. Spero che soprattutto il Pd apra una discussione perchè è un tema delicato e su cui il partito non ha una posizione condivisa sarebbe ancora più grave se ci fossero anche spese da parte del Comune, se si dovessero spendere soldi e non incamerare affitti o fare favori a qualche imprenditore, mentre nel Bilancio 2013 si dovrà tagliare l'impossibile e chiedere sacrifici ai milanesi».

Evita «ogni commento» su una sequenza singolare: esce la notizia sul Leonka e il giorno successivo, sul sito Affaritaliani.it, un'intervista al deputato di Sel e storico portavoce del centro sociale Daniele Farina in cui invita Pisapia a sfidare Matteo Renzi alle prossime primarie nazionali per conquistare la leadership del centrosinistra. «Non ha fatto una bella figura, spero che le due cose non siano legate» puntualizza l'esponente Pd. Mala tempora currunt per il sindaco. C'è il rischio - parliamo pure di certezza - che i renziani inizino a manifestare qualche distanza plateale dalla sinistra radicale. Con le dichiarazioni o sulle delibere che approderanno in aula, magari già domani sulla vicenda della scuola-modello di San Giusto che la giunta vorrebbe scaricare allo Stato come se fosse un peso.

Poi verrà il tempo del bilancio dove una fetta dei Democratici non è così convinta di massacrare i ceti medi in nome dell'equità. Tempo al tempo. All'assemblea del Pd Pisapia ha esordito con una gaffe: pensando che Boeri non fosse più in sala ha sottolineato che «partecipazione vuol dire anche assistere a tutto il dibattito, non solo intervenire e andarsene». E ha attaccato senza citarlo il sindaco di Firenze: «É rafforzando l'unità tra Pd e Sel che rafforziamo la coalizione, non con la rottamazione» più o meno le sue parole. «Piuttosto che saldare l'alleanza, meglio pensare di allargare il centrosinistra ai moderati» è la replica di Gabriele Messina. Che ha condiviso «al 100% il discorso di Boeri».

Nel suo intervento ha invitato Pd e giunta a «rivolgersi sempre, quando si tratta di fare scelte e bilanci, a tutti i tipi di cittadini e non solo a quelli già fidelizzati perchè iscritti a partiti di maggioranza o promotori di comitati». E a proposito di Comitati, quelli arancioni sono radunati per tutto il weekend nei «2 Giorni X Milano», una sorta di stati generali con gruppi di lavoro su progetti da presentare ad assessori e referenti dell'amministrazione. Questa mattina interviene Pisapia. Ma ieri anche Paolo Limonta, uno dei fedelissimi e il coordinatore del comitati arancioni, ha dovuto ammettere in apertura che «l movimento chiede più partecipazione ai progetti, non solo il coinvolgimento su quelli già realizzati come Pgt o Area C». La domenica del sindaco si chiuderà con un lungo vertice di giunta a partire dalle 19, il tema clou è ovvi«mente il buco di 437 milioni nel Bilancio 2013.

Vittima" di De Magistris, ex giudice si toglie la vita

Gian Marco Chiocci e Simone Di Meo - Dom, 14/04/2013 - 07:47

Era pg di Catanzaro, fu prosciolto dalle accuse ma non si è più ripreso. Si è fatto praticare la dolce morte a Basilea, forse fingendosi malato

L'ultimo viaggio sola andata l'ex procuratore generale aggiunto di Catanzaro Pietro D'Amico l'ha fatto da solo. È andato a togliersi la vita a Basilea, in una clinica che somministra la «dolce morte», il suicidio assistito.

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D'Amico era un magistrato per bene, una «toga buona» e fuori dai giochi di potere. Ma era diventato un altro dopo esser stato indagato eppoi prosciolto per una storia partorita da quel mostro giudiziario che va sotto il nome di «Poseidone». Una delle fallimentari inchieste-spettacolo condotte da Luigi de Magistris ai tempi in cui, vestendo la toga di pm d'assalto in Calabria, dava la caccia ai fantasmi dei poteri forti e della massoneria deviata. D'Amico rimase imbrigliato nella rete a strascico lanciata dall'attuale sindaco di Napoli e dal suo consulente Gioacchino Genchi per catturare le immaginarie talpe che si muovevano nei sotterranei della Procura calabrese.

C'è una strana «forza» che interviene nelle mie inchieste, andava ripetendo in quei mesi de Magistris, convinto di essere inviso a forze occulte. Oltre a D'Amico, finirono sott'inchiesta a Salerno l'ex pg Domenico Pudia, il capo dei gip Antonio Baudi, il carabiniere Mario Russo e l'ex procuratore Mariano Lombardi, scomparso un paio di anni fa. Furono tutti prosciolti. «Insussistenza della notizia di reato», insostenibile «fattispecie associativa» e «lacunoso impianto accusatorio» furono i termini usati dal giudice per demolire il teorema della fuga di notizie orchestrata dai massimi vertici del distretto giudiziario di Catanzaro. Eppure, nonostante la riabilitazione da quell'infamia subita dopo oltre trent'anni di onorata carriera, Pietro D'Amico non si è più ripreso.

È entrato in depressione. Tra il disgusto e la rabbia agli amici aveva confidato: «Questa magistratura non mi merita», e si era dimesso. Era stato massacrato, ai tempi delle Grandi Inchieste di Giggino. Messo in croce sui giornali per un sospetto suffragato da indizi labili. Era finito nel tritacarne investigativo di de Magistris e Genchi (entrambi oggi sotto processo a Roma per l'acquisizione illegale dei tabulati telefonici di otto parlamentari) per aver fatto due telefonate. Una al presidente della Regione Calabria Giuseppe Chiaravalloti (suo collega magistrato) della durata di venti secondi. Cronometrati. E l'altra all'allora deputato-avvocato Giancarlo Pittelli. Ecco, i sospetti su D'Amico nacquero così: per aver chiamato due futuri indagati di de Magistris.

Il nome del procuratore generale aggiunto fece capolino anche nella vicenda che vide coinvolto l'allora capitano dei carabinieri Attilio Auricchio, braccio destro di de Magistris ai tempi di Catanzaro e oggi suo fedele capo di Gabinetto al Comune di Napoli. Fu D'Amico, infatti, a ottenere che l'ufficiale dell'Arma fosse punito per aver sbagliato a trascrivere una intercettazione telefonica in cui, al posto della parola «provveditore», era stato annotato «procuratore», con l'aggiunta (che nella conversazione originale non esisteva) del nome Chiaravalloti. D'Amico impugnò l'assoluzione nel procedimento disciplinare di primo grado e trascinò Auricchio davanti al gran giurì del ministero della Giustizia che ribaltò l'assoluzione e gli inflisse la censura.

Ai pm che lo sentirono qualche tempo dopo, Auricchio rivelò che il ricorso di D'Amico era animato da «uno zelo “sospetto”». «Per l'allucinante inchiesta di Salerno, era entrato in una depressione nerissima», dice al Giornale l'ex governatore Chiaravalloti. «Era un buono, un uomo dolcissimo. Uno studioso, lontano dai giochi di potere. Visse quell'indagine come un torto personale che non è riuscito a superare». L'ex pg Domenico Pudia ricorda che D'Amico «da tempo, in seguito a quelle accuse, aveva perso il sorriso». Quell'indagine «finì come doveva finire, ma nonostante tutto lui non si è più ripreso. Ebbe una sorta di rigetto della magistratura e forse dei magistrati». «Finì nei guai perché parlava con me», sottolinea Giancarlo Pittelli.

Che aggiuge: «De Magistris ha fatto del male a centinaia di persone che ho difeso. A me ha distrutto l'esistenza». Diceva di essere affetto da un male incurabile, D'Amico, così da poter ottenere il via libera al suicidio assistito. Ma più d'uno ne dubita. Il fratello ha saputo tutto solo a cose fatte, con una chiamata dalla clinica. «Se n'è andato un magistrato onesto, una persona perbene», commenta il coordinatore cittadino del Pdl partenopeo, Amedeo Laboccetta. «Tante sono le vittime del de Magistris pubblico ministero, tante sono quelle del de Magistris sindaco di Napoli. Il suo fallimento politico è sotto gli occhi di tutti. Altrimenti, non avremmo raccolto 20mila firme per le dimissioni in poche ore. La città vuole liberarsene. Ormai, deve andare via».

Io ho una Panda, un collega una Punto del '90»

Redazione - Dom, 14/04/2013 - 07:27


A Milano una Panda, anzi più di una, fa il taxi. La crisi può anche questo. Forse il taxista in Panda, che sguizza tra il traffico della metropoli, avrà cliccato su Youtube «Taxi Driver», mitico film di Martin Scorsese, e non si è immedesimato con gli occhi mito più neo su zigomo del giovane Robert De Niro riflessi nello specchietto retrovisore; no, ha visto l'annuncio pubblicitario che scatta sotto il trailer: Fiat Punto a 9.900 euro.

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Una volta in concessionaria ha fatto quattro conti e alla fine ha preferito la Panda. Ancora più economica, più a portata di mano. «Con questi chiari di luna ci orientiamo su automobili che costano poco - conferma il taxista Enzo Tarsia -. A Milano girano anche Fiat 500L e una vecchia Punto gialla degli anni '90. Il proprietario, un sardo, si ostina a non cambiarla». Punto Gialla? «Taxi Driver» al completo, non cult movie anni '70 ma versione 2013: trailer più pubblicità in video.

Se dai una scorsa alla Milano notturna, quando il traffico s'apparta, e sulle strade rimangono quasi solo i taxi, le «berline» che solcano i corsi sono Skoda, Toyota, Mazda. Qualche rara Mercedes sopravvive, come la station wagon di Giuseppe. Bari 84. «L'ho comperata molti anni fa!» esclama il giovane taxista con orecchino di brillante e l'espressione della voce è un tentativo di scuse, come se oggi possedere una macchina importante per un tassista sia un'onta, una colpevole ammissione di ricchezza non accettabile in un'epoca in cui se torni da un lungo viaggio all'aeroporto con valigioni e pacchi rischi di trovarti una Panda ad aspettarti. E il prezzo della corsa rimane invariato: non è che sulla Panda il viaggiatore paghi meno!

«Alcuni clienti si lamentano delle macchine troppo piccole. Ma noi stiamo alle regole. L'automobile deve avere cinque porte, quattro laterali e una dietro per i bagagli. Se la Panda è stata omologata, ben venga. Che problema c'è - spiega Sebastiano Di Lalla -. E' giusto che a causa della crisi noi puntiamo su utilitarie, che ci facciano risparmiare. Ogni quattro anni, in genere cambiamo veicolo. Oggi uno di 8 mila euro va benissimo!». Quindi, già 9.900 euro sono tanti. Anche la pubblicità sotto Robert De Niro si lancia troppo. Esagera anche la Punto: meglio la Panda. Così, mentre continuano le polemiche sulle macchine blu, si rattrappiscono anche i taxi. E se l'adolescente Jodie Foster di «Taxi Driver» salisse su una Panda milanese col suo largo cappello e anche il cappello non ci entrasse, il taxista potrebbe risponderle: «Bambola qui non c'è un euro». E avrebbe ragione.

Trenini, il dettaglio è nella storia

La Stampa

Dieci anni fa l’ultimo modellino della Rivarossi. Como celebra l’azienda che lanciò una passione

alessandro previati
como


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Due fili di lana e quattro scatole di fiammiferi. È nata così la storia della «Rivarossi», la «Ferrari del modellismo ferroviario». Uno dei marchi italiani più famosi al mondo. Sono passati dieci anni da quando l’ultimo trenino elettrico è uscito dalla fabbrica di Sagnino, nord ovest di Como, dove l’ingegner Alessandro Rossi, veneto d’origine, diede vita ai sogni di milioni di appassionati. E proprio Como, in questi giorni, celebra il mito dell’azienda, a quasi vent’anni dall’ultima mostra, con un’esposizione al Palazzo del Broletto.

Dove hanno trovato posto quasi 200 treni originali e il fantastico plastico Rivarossiano. Ieri, al taglio del nastro, Giancarla Rossi, sorella dell’ingegnere, non ha potuto trattenere l’emozione. «È un grande omaggio ad Alessandro. Ha inventato un oggetto che si è diffuso in tutto il mondo. Chi non ha mai avuto in dono un trenino elettrico? L’unico rammarico è che lui non è qui con noi».

I treni elettrici della Rivarossi erano veri capolavori. «Ha sempre vissuto con il treno tra le mani - racconta la sorella Giancarla, 83 anni - nostra madre dipingeva le scatole dei fiammiferi come le carrozze dei treni, poi le faceva correre su due fili di lana. La passione di Alessandro è nata così». Con l’eredità di uno zio sacerdote, il 31 ottobre 1945, Rossi compra le quote dell’Asa di Antonio Riva che cambia ragione sociale e diventa «Rivarossi società in accomandita semplice», con lo scopo di realizzare «elettrominiature ferroviarie». 

L’intuizione di Rossi, accompagnata dal boom economico e dalla qualità dei prodotti, proietta il marchio lariano in tutto il mondo. Per decenni, nessuno costruisce trenini come la Rivarossi. Se ne accorgono persino Oltreoceano. Negli anni ’70, otto treni su dieci prodotti a Como finiscono negli Stati Uniti. «Mio fratello era ordinato e meticoloso. Il primo ad arrivare in fabbrica la mattina e l’ultimo a spegnere le luci la sera. Controllava uno a uno i pezzi da spedire. E se c’era anche solo un dettaglio fuori posto eran dolori. Senza sconti. Io stessa ho preso dei rimproveri epocali davanti alle colleghe». 

Un’azienda in rosa la Rivarossi. Negli anni del boom, lo stabilimento occupava tantissime donne. Più delicate nel montaggio dei treni e più attente alle finiture. Perché proprio la maniacale ricerca della perfezione e del realismo ha contraddistinto, sul mercato internazionale, i trenini della Rivarossi. L’ingegner Rossi si è spento nel 2010. Aveva 89 anni. Nel 2004 ha venduto l’attività, ormai in crisi, all’inglese «Hornby» che ancora oggi, potenza del marchio, produce (in Cina) i treni Rivarossi. 

«La mostra, curata da Paolo Albano, è un viaggio nella passione, figlia di una creatività italiana riconosciuta in tutto il mondo» spiega Vittorio Mottola, presidente del comitato «Alessandro Rossi». Ma è anche il primo passo verso il museo permanente dedicato alla Rivarossi. Un sogno che Como culla da diversi anni e che presto diventerà realtà. Un doveroso omaggio al papà dei trenini elettrici «made in Italy», prossima meta di pellegrinaggio per migliaia di appassionati di tutte le età.