sabato 13 aprile 2013

Apple Wallet: pagheremo con l'iPhone?

Corriere della sera

Secondo Morgan Stanley la «killer app» arriverebbe a bordo del pacchetto iOS7, firmato da Ive e atteso per giugno

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MILANO - La prossima sfida di Apple? I pagamenti mobili con una sorta di applicazione Wallet da utilizzare su iPhone (ed eventualmente anche su iPad). Lo ha fatto presente con una nota agli investitori l'analista di Morgan Stanley Katy Huberty. La novità dovrebbe vedere la luce in giugno, nel corso della prossima Worldwide Developers Conference. L'appuntamento annuale dedicato agli sviluppatori sarà occasione per presentare al mondo iOs 7: la nuova versione del sistema operativo mobile di Apple (qui come l'ha immaginata un programmatore italiano) che porta per la prima volta la firma del vice presidente del design Jonathan Ive.

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L'ipotesi di Huberty torna sulla previsione di un altro analista di Morgan Stanley, Gene Munster, secondo cui la casa della Mela dirà la sua nel settore dei pagamenti mobili nel corso del prossimo anno, due al massimo. Nessuna indiscrezione, però, sulla tecnologia che dovrà necessariamente salire a bordo dei prossimi melafonini per consentire il perfezionamento degli acquisti. E il vero tema è questo: la Apple si rassegnerà a sfruttare i chip NFC, già a bordo dei dispositivi della concorrenza, dal Samsung Galaxy S4 all'HTC One passando per il Nokia Lumia 920? O, al contrario, sfiderà il mondo intero con una soluzione differente e forte dei 500 milioni di utenti che hanno già consegnato a iTunes i dati della loro carta di credito? La scelta è destinata a condizionare il mercato in una direzione o nell'altra.

iOS 7 immaginato in Italia iOS 7 immaginato in Italia iOS 7 immaginato in Italia iOS 7 immaginato in Italia iOS 7 immaginato in Italia


Apple si è già timidamente mossa nel settembre del 2012 con l'introduzione dell'applicazione Passbook in iOs 6. Non si tratta, come nel caso dell'NFC, di una soluzione che consente di acquistare beni fisici nei negozi, ma di un raccoglitore digitale di carte fedeltà o abbonamenti. Nella sua nota, Huberty si è limitata a fare riferimento a una «killer application» che segnerà il definitivo ingresso di Tim Cook e company nel settore: qualcosa, quindi, destinato a lasciare il segno. In cantiere ci sarebbe anche «servizio di musica in streaming basato sul modello freemium», andando a invadere il campo di Spotify, e una «radio online chiamata iRadio», con cui si andrebbe infastidire Pandora. Apple si starebbe già accordando con le case discografiche Warner Music e Universal. L'analista conferma inoltre (ne avevamo già parlato qui) che dovrebbero vedere la luce l'iPhone 5S e un melafonino a basso costo. All'orizzonte anche un nuovo iPad.

Martina Pennisi
@martinapennisi13 aprile 2013 | 16:57

Il crollo del vecchio pc. Un miliardo di smartphone nel 2013

Corriere della sera


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Il più grande crollo nella storia delle vendite di pc. L’hanno raccontato in numeri gli analisti della Idc: con una perdita di quasi il 14% nel primo trimestre del 2013 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, siamo di fronte al punto più basso degli ultimi vent’anni, da quando cioè l’istituzione americana analizza il mercato dei computer fissi.

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Malgrado la crisi, che senz’altro in parte spiega questo declino, i numeri assoluti rimangono di tutto rispetto: nei primi tre mesi dell’anno sono stati venduti 76,3 milioni di pc. Ma è il confronto con i dispositivi mobili che illustra meglio la situazione del mercato: nel corso dell’anno si stima verranno venduti poco meno di 200 milioni di tablet e poco meno di un miliardo (!) di smartphone. Ossia quei dispositivi che non a caso vengono chiamati «post-Pc devices».

La definizione era stata data da Steve Jobs nel 2007. Ma lo stesso concetto, in termini meno definitivi, era stato coniato 8 anni prima da Bill Gates e tutt’e due i guru della rivoluzione informatica concordavano su un punto: i pc sono destinati a ridimensionare il proprio ruolo nel mondo digitale, ma non scompariranno mai del tutto. Magari in termini più defilati, con un ruolo di «main frame» dove saranno depositati i dati residenti nel «cloud», rimarranno però come centro produttivo di contenuti che vengono poi fruiti attraverso i dispositivi mobili. Straordinari come terminali di consumo di informazioni e servizi attraverso le app, smartphone e tablet sono destinati a rimanere insufficienti per le attività professionali e di creazione di contenuti.

Ritrova il computer (in Iran) grazie a un'App

Corriere della sera

Il graphic designer londinese Dom Del Torto riesce a vedere le immagini dei nuovi proprietari e li rintraccia

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Ricevere una mail dove ti avvisano che il computer che ti hanno rubato è stato finalmente localizzato è certamente una bella notizia, ma se scopri che il portatile in questione si trova a quasi 5 mila chilometri da dove sei e che proprio per questo la polizia non può fare nulla per restituirtelo, allora è tutta un’altra storia.

LA VICENDA - Di certo, meno felice, come ha sperimentato in prima persona il graphic designer londinese Dom Del Torto, che il 4 febbraio scorso ha ricevuto la visita dei ladri nella sua abitazione londinese di Islington: nel raid, sono spariti un MacBookPro e un iPad. Fatta la denuncia di rito, l’uomo era convinto che la questione sarebbe finita lì, ma sei settimane dopo il furto ha ricevuto la mail con l’avvenuta localizzazione: merito del software Hidden App installato nel suo Mac che, utilizzando la webcam del computer, invia di nascosto foto in tempo reale di chi sta usando il dispositivo, dando anche le nuove coordinate di dove si trova. Ed è stato a questo punto che il povero Dom ha scoperto che i nuovi proprietari vivevano a Teheran ed erano del tutto ignari di venire immortalati ad ogni utilizzo del Mac (in uno scatto si vede una donna con un bavaglino in testa, mentre un secondo la ritrae in casa sua con un uomo seduto sul divano sullo sfondo e un terzo durante un viaggio).

LA POLIZIA - Peccato però che quando il signor Del Torto ha comunicato la notizia del ritrovamento del suo computer alla polizia, gli agenti lo abbiamo liquidato con una risata, spiegandogli di non poter fare nulla al riguardo. «L’intera storia è davvero surreale, anche se lo ammetto pure un tantino divertente – ha raccontato l’uomo al tabloid – perché non c’è modo di contattare i nuovi “proprietari” attraverso il software e dirgli “ehi, amico, scusami ma questo è il mio computer” e così finisci per sentirti quasi un voyeur».

CONTATTI - Malgrado il due di picche delle forze dell’ordine, però, il graphic designer non si è dato per vinto e venerdì ha aperto il blog «Dom’s laptop is in Iran», raccontando quanto successo e caricando online le foto della famiglia iraniana, nel tentativo di riuscire a rintracciarla. Cosa che in effetti gli è riuscita grazie al tam-tam della Rete, che ha diffuso il sito in maniera virale: i nuovi proprietari hanno così contattato Dom, assicurandogli di non essere i ladri del suo portatile e spiegandogli di averlo regolarmente acquistato a Teheran. «Erano molto turbati e posso capirli – ha raccontato l’uomo al Daily Mail perché non hanno preso loro il mio computer ma si sono ritrovati coinvolti loro malgrado in tutta questa storia ed erano talmente mortificati che si sono offerti di restituirmelo subito, ma sebbene il portatile mi manchi, visto oltretutto che c’erano caricati dei documenti di lavoro, gli ho detto di tenerselo e ho anche levato le loro foto dal blog».


Simona Marchetti
13 aprile 2013 | 11:57

Il mito di Babele rivive in Lexifone, l’app israeliana che traduce in 8 lingue

La Stampa

Consente a ognuno di dialogare nella propria lingua con traduzione simultanea: «Adesso puntiamo ai mille dialetti cinesi»

francesca paci
roma


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“Ormai in Israele se non hai l’Iphone non puoi più neppure chiamare un taxi” si lagnava un collega di Tel Aviv durante l’ultima maratona elettorale, rendendosi improvvisamente conto che per correre da un comizio di Netanyahu a una conferenza di Yair Lapid non c’era alternativa possibile alla gettonatissima applicazione per Iphone con cui s’incrociano miracolosamente le coordinate del taxi meno distante e quelle dell’aspirante passeggero (con buona pace dell’obsoleto numero telefonico). 

Al di là della battuta, è vero che gli israeliani hanno letteralmente delegato alcune mansioni pratiche alle meraviglie degli smart phone, capaci di intercettare il miglior ristorante della zona, pagare il parcheggio evitando la scocciante ricerca del parcometro, segnalare le strade congestionate dal traffico e suggerire un sempre efficace piano B. L’ultima trovata del genio high tech israeliano è una sorta di traduttore simultaneo che permette di far dialogare, ciascuno nella propria lingua, persone provenienti dagli angoli più disparati del pianeta.

Si chiama Lexifone come il ramo dell’azienda Itay Sagie che lo produce, è un’applicazione per Android utilizzabile anche senza internet o dal telefono fisso e se non ambisce all’altezza poliglotta dello Spirito Santo si propone quantomeno di agevolare al massimo la comunicazione nel villaggio globale del XXI secolo, sempre più integrato economicamente ma anche sempre più tentato da rigurgiti nazionalisti. 

Certo, Israele è abituato a gestire la babele degli ebrei che ogni anno tornano a casa (aliya) da mezzo mondo e come prima cosa s’iscrivono alla scuola popolare Ulpan per imparare il comune idioma ebraico. Ma Lexifone fa un passo avanti consentendo agli utenti inglesi, francesi, italiani, spagnoli, portoghesi, tedeschi, russi e cinesi, di chiacchierare (per telefono, internet o vis-a-vis) senza interprete.

L’ambizione è allargarsi fino a lambire il sogno della mitologia Babele in cui, prima che Dio sparigliasse le carte, gli uomini parlavano tutti allo stesso modo (oggi nel mondo si parlano circa 6500 lingue). Così, spiega al quotidiano Times of Israel il direttore marketing dell’azienda Itay Sagie, la prossima tappa includerà il giapponese, l’arabo, il coreano e l’ebraico mentre la successiva punterà ai mille dialetti cinesi (già oggi vengono riconosciuti gli accenti regionali dell’inglese britannico, americano e australiano).

’’La nostra macchina interagisce con l’utente ascoltando ciò che dice e traducendo per chi ascolta grazie ad altoparlanti posizionati davanti e dietro per rendere comprensibile ciò che viene detto’’ insiste Itay Sagie. Il sistema - pensato per rendere più economiche le relazioni commerciali - si basa su una “ricognizione vocale” accresciuta con un meccanismo di traduzione chiamato in inglese “computational linguistics” (prende le frasi usate da chi parla e le traduce simultaneamente in un’altra lingua).

Una lingua e la sua traduzione riguardano i suoni ma anche e soprattutto la cultura. Per questo la comprensione reciproca è materia complessissima. Ma nella terra del conflitto dei conflitti, dove il nodo più ostico è l’inconciliabilità della narrativa israeliana e di quella palestinese, la comunicazione pesa, internamente e esternamente. Nel caso di Lexifone il target è economico, ma spesso l’economia funge da apripista per sentieri più ardui da battere: prima di capirsi è fondamentale parlare. 

Il sesso sicuro diventa un’app. E rappresenterà l’Italia all’Imagine Cup 2013

Corriere della sera

di Alessandro Sala


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Italians do it better. Le battute si sprecheranno all’ombra del Palazzo d’Inverno e i ragazzi del team Ats – Andrea Cesaro, Giuseppe Russo, Paolo Tagliaferri e Flavio Lambiase – che rappresenteranno l’Italia alle finali mondiali dell’Imagine Cup 2013 il prossimo luglio a San Pietroburgo, dovranno affrontare una sfida forse più impegnativa rispetto a tutti gli altri partecipanti a quella che negli anni è diventata la principale competizione di information technology a livello mondiale (più di 300 mila partecipanti ogni anno in rappresentanza di oltre 190 Paesi): non solo dovranno confrontarsi con studenti universitari e progetti software che hanno superato le selezioni in ogni angolo del pianeta e che quindi rappresentano un’elite ad altissimo livello; dovranno anche parlare di un tema, quello del sesso sicuro, che in molte aree del mondo è ancora tabù.

L’applicazione con cui sfideranno i loro coetanei si chiama «Safe Sex» ed è un portale gestibile da mobile che consente in ogni momento di avere a disposizione consulenti medici, informazioni sulle malattie a trasmissione venerea, consigli e suggerimenti, ma anche dei database che in tempo reale forniscono la posizione di ospedali con pronto soccorso, farmacie di turno e persino l’ubicazione dei distributori di preservativi più vicini, perché la passione potrebbe chiamare anche quando non si è adeguatamente attrezzati. «E a quel punto – commentano i ragazzi – meglio perdere due minuti per fare una ricerca sullo smartphone piuttosto che correre inutili rischi».

SESSO, QUESTO SCONOSCIUTO - Il database non è però il punto centrale dell’applicazione. «Anche se siamo nel 2013 – spiega Andrea Cesaro – ci siamo resi conto che di sesso sicuro si parla ancora troppo poco. In rete si possono trovare molte informazioni sparse in diversi siti. Noi abbiamo voluto raccoglierle in un unico portale abbinando  l’aspetto informativo ad un aiuto di tipo pratico. Abbiamo messo insieme tutto il materiale utile a far capire quali possono essere le conseguenze di un’attività sessuale scriteriata, con una spiegazione dettagliata delle malattie che possono insorgere con rapporti non protetti. Ma per le situazioni più complesse ci  saranno medici che potranno rispondere in tempo reale a dubbi e domande e che potranno dare il consiglio più adatto per ogni situazione». Che in alcuni casi può essere quello di recarsi al più vicino ospedale per parlare di persona con un ginecologo che possa, ad esempio, prescrivere la pillola del giorno dopo qualora il “danno”, per così dire, sia già stato fatto.

A quel punto occorre trovare la farmacia di turno che l’applicazione mette subito a disposizione. «Safe Sex» consente anche di superare certi imbarazzi che anche dalle nostre parti ancora ci sono attorno al sesso: perfino fare domande ai medici per qualcuno può essere un problema. Il filtro del web consente però di superare le barriere e di azzardare ad esempio richieste sull’ubicazione dei centri dove si svolgono i test gratuiti dell’hiv. Non mancherà una parte interattiva dove gli utenti potranno parlare delle loro esperienze e anche scambiarsi feedback sui distributori dove i preservativi costano meno. Tutto il ricavato della vendita dell’applicazione a Asl, enti pubblici o istituzioni private i ragazzi del team Ats lo devolveranno ad un’associazione no profit che si occupa dei bambini malati di aids.

LA COMPETIZIONE Alla finale italiana, disputata nell’ambito di una due giorni tecnologica  all’università Roma 3 che comprende anche il .NetCampus, hanno preso parte 12 team provenienti da università di tutta Italia, divisi in due categorie, «Innovation» e «World Citizenship»: la prima destinata alle app in grado di rivoluzionare la user experience in ambiti quali i social network, la ricerca web o lo shopping online; la seconda che punta a individuare soluzioni per migliorare la qualità della vita dei cittadini dal punto di vista sociale e culturale ma anche l’ambiente in cui sono inseriti. Alle finali mondiali del 2012, svoltesi a Sydney, un team italiano misto, l’Italian Ingenium Team  composto da ragazzi provenienti da diverse città italiane,  riuscì a conquistare uno dei premi speciali, quello per la categoria salute, grazie ad un software che permetteva la cura a distanza dei bambini autistici.

E nel 2006 un altro team italiano, del politecnico di Torino,  vinse il primo premio assoluto per la categoria del software design, la più importante tra quelle in cui è suddivisa la manifestazione promossa da Microsoft. Che quest’anno punterà l’attenzione in particolare anche sulle donne e sui giovanissimi, con delle sezioni appositamente dedicate alle tecnologie declinate al feminile (Women’s Empowerment Award e Women’s Athletics App Challenge) e un a sfida riservata ai baby sviluppatori dai 9 ai 18 anni, il Kodu Challenge, per la creazione di videogame sul tema dell’acqua. «Negli ultimi dieci anni quasi due milioni di studenti hanno partecipato all’iniziativa – sottolinea con orgoglio Anders Nilsson, direttore della divisione  Developer and Platform Evangelism di Microsoft Italia -. Occasioni come questa, anche e soprattutto in periodi di crisi, promuovono una sana competizione che stimola la creatività e l’imprenditorialità tra i giovani»

LE ALTRE APPLICAZIONI Altre due tra le applicazioni arrivate alla finale italiana hanno affrontato l’aspetto medico: la gestione via smartphone della cassetta dei medicinali della famiglia con alert sulle scadenze dei farmaci e sui tempi di attuazione delle terapie (progetto «Medical Box» del team Amz composto da studenti di Bari e Milano); e un sistema integrato per annullare la burocrazia negli ospedali e mettere in rete tutte le informazioni relative ai pazienti e agli esami da loro effettuati (progetto «Digital Doctor» dell’Italian innovation team del Politecnico di Milano). Interessanti anche il sistema «Daimon» (promosso da un team misto di studenti di Milano Roma-Napoli), che georeferenzia gli utenti grazie ai device che portano in tasca e adatta alle loro

esigenze le informazioni che compaiono ad esempio sui maxi schermi di aeroporti e altri luoghi pubblici (consultabili anche senza tastiera utilizzando la tecnologia Kinect, la stessa della xBox360)e il progetto «Qmc» del team milanese 4-Appy per rendere interattive sottoforma di quiz gestito da smartphone le lezioni e le gite scolastiche. Tra i progetti più social, da segnalare lo «ShopAround» del team M3, ovvero una piattaforma basata sul rating degli utenti che possono valutare convenienza e specificità dei negozi, sul modello di TripAdvisor o Foursquare; e «PeterLand», un social per ragazzini che consente loro di vivere tutte le esperienze di scambio e di condivisione previste dalle piattaforme consolidate ma all’interno di un sistema protetto che eviti loro incontro con pedofili o malintenzionati.

Twitter: @lex_sala

CuorePrecario Stefania che a 24 anni sta con un 65enne

Corriere della sera

Ecco una nuova lettera arrivata alla nostra rubrica, ce la scrive Stefania, una ragazza di 24 anni.


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Ciao a tutti,

ho 24 anni e ho deciso di scrivere alla posta del cuore perché da qualche mese mi sono innamorata di un uomo sposato e molto più grande di me. Non è la solita storia della ragazza che si innamora del 40enne ma il problema e’ che provo attrazione fisica per un uomo di 65 anni che abita nel mio palazzo. Lo incontro sulle scale, in ascensore sul pianerottolo e l’attrazione fisica è irresistibile. Lui è sposato, ha figli e una bellissima famiglia. Dopo le prime settimane in cui ero sconvolta l’attrazione ha preso il sopravvento e ho fatto il primo passo. 

Da allora, da dicembre ad oggi lo vedo regolarmente, di nascosto da tutti, dal mio ragazzo e da sua moglie. Il problema è che mi vergogno. Mi vergogno di parlarne anche alle amiche più intime. E ora mi sento in colpa con il mio ragazzo. Con Luca, il mio ex compagno di banco, il ragazzo perfetto, quello che tutti (a partire dai miei genitori) pensano che sarà il padre dei miei figli e l’uomo con il quale dividere la vita. E invece io, appena posso, mi vedo con G. che è anche più vecchio di mio padre. E che non ho la forza di lasciare. Cosa dovrei fare? Non posso andare avanti così.

Chiara: …Con tuo papà? Tutto bene?
Luca: benedetti ragazzi perfetti e amori nati sui banchi di scuola…
Benedetta: io, fossi in te, uscirei di casa, andrei a vivere con delle amiche e cercherei di divertirmi il più possibile. Il resto verrà da sé.
Maria Serena: Trasloca.

Non solo santi o menefreghisti. Sorelle e fratelli di chi ha disabilità

Corriere della sera

di Simone Fanti


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Mi chiamo «Ida e sono la sorella di una ragazza con paralisi cerebrale». Leggendo il post di di Claudio Arrigoni, Conner e Cayden, due fratelli, una storia di (stra)ordinario amore «dico povero Conner! Quando hai un fratello disabile i ruoli spesso si estremizzano, diventi il fratello cattivo menefreghista o il santo. Conner si è calato – è stato calato – nella parte del fratello bravo… credo che un comportamento cosi esasperato a quell’età nasconda una grande sofferenza e penso che ne risentirà molto tra qualche anno». Crudo? Realista?

Figlio dell’esasperazione? Questo non è il luogo del giudizio ma quello della riflessione. Il tema dei fratelli delle persone con disabilità si offre a numerose spigolature. Piccole tessere di un puzzle troppo ampio, troppo personale, che spero mi aiuterete con le vostre storie e riflessioni a completare.
E il mio primo pensiero va ai genitori perennemente combattuti tra le esigenze del fratello con disabilità e il tentativo di non perdere per strada l’altro. Protesi con il pensiero verso un futuro che li vede preoccupati del destino del più debole, nel momento in cui non saranno più loro a prendersi cura del figlio, e la volontà di non lasciare il peso su chi resta (LEGGI Maria Carla ha trovato una famiglia… gli altri nemmeno una legge e I miei e gli altri genitori coraggio).

E in mezzo a questa tempesta ci sono loro i fratelli e le sorelle, figli cresciuti troppo in fretta sotto il peso di responsabilità spesso poco comprensibili dall’intelletto e dal cuore. E’ così difficile comprendere – sarebbe veramente troppo dire accettare – le ragioni di una disabilità per un adulto, figurarsi per un ragazzo o un bambino che vede nell’altro l’oggetto delle attenzioni dei propri genitori.

Certo si potrebbero scomodare molte teorie psicoanalitiche per valutare come quel “furto di affetto” poi sviluppi la personalità, ma poco importa. Importa invece sottolineare il contributo che i fratelli danno come caregiver d’eccellenza, accanto o succedendo ai genitori, in un Paese dove le persone con disabilità, soprattutto chi non è autonomo, sembra non abbiano il diritto ad avere un futuro. Eppure ci sono e sono molti. Per chi fosse interessato il 20 e 21 aprile a Torino la Fondazione Paideia, in collaborazione con Andrea Dondi (psicologo e psicoterapeuta del Centro di psicologia e analisi transazionale di Milano), organizza un incontro di confronto e di formazione con Don Meyer (direttore del Siblings Support Project) sul tema dei siblings, ovvero fratelli e sorelle di persone con disabilità.

Preferisco quindi raccontare le impressioni e le emozioni dei protagonisti come Marco Dell’Olio, 26 anni, di Roma. Autore di un nascente blog che vuole raccogliere le storie dei fratelli e delle sorelle delle persone con disabilità. «Ho un fratello di 23 anni con Sindrome di Smith Magenis dalla nascita, una grave forma di ritardo intellettivo», spiega Marco, «ricordo che verso i nove o dieci anni le differenze di relazione e di possibilità di interagire con l’esterno non erano molto differenti, onestamente il mio comportamento è sempre stato molto egoista in merito, non mi preoccupavo della sua felicità (tutto ciò che sapevo era che lui era malato e che i miei genitori si sarebbero occupati di lui) quindi ho continuato a vivere tutta la mia età preadolescenziale in un rapporto normale verso l’esterno».

«I veri problemi sono cominciati intorno ai 13-14 anni quando, insieme al comune senso di disorientamento adolescenziale, mi sono ritrovato con due forti emozioni contrastanti: senso di responsabilità verso mio fratello e i miei genitori – mi sentivo in dovere di fare qualcosa che contribuisse alla loro felicità e quando questo non poteva avvenire sopraggiungevano i sensi di colpa ed il senso di impotenza per non poter cambiare la situazione -; e vergogna che provavo verso i miei coetanei per via di mio fratello e la mia voglia di unificarmi alla loro visione del mondo. Il risultato finale è stata una giovinezza dove ti ritrovi inadeguato sia in famiglia sia all’esterno».

Ma ora si tratta per il ventiseienne Marco anche di guardare al futuro, il futuro, «cosa accadrà quando sarà mia totale responsabilità prendermi cura di lui? Sarò in grado? Dove vivremo? Insieme o separati? La persona che avrò accanto capirà? E così via una serie di domande e risposte senza fine» s’interroga Dell’Olio «Ora sto imparando a convivere con questo problema (non certo risolverlo) e dedicare tempo soprattutto a me stesso, dall’esterno può sembrare un atteggiamento egoista e menefreghista, ma so che devo dedicarmi a me stesso ed al mio sviluppo professionale se un giorno vorrò garantire un certo benessere a mio fratello.

«Ho vissuto e vivo una vita parallelamente da santo e da menefreghista» conclude l’autore del blog, «dibattendomi tra due estremi: Povero Gianluca (il nome di mio fratello) e Povero Marco. Questi sentimenti li avrò con me per sempre, quindi cercare di nasconderli, curarli è sbagliato e soprattutto impossibile, l’importante per me è coccolare queste emozioni e queste paure, farle mie, perché tanto la strada sarà sempre in salita come la vita di ognuno, l’importante è arrivare in cima con forza e lucidità».

Un rapporto complesso fatto di gelosia e complicità – sentimenti più che comuni in qualsiasi rapporto fraterno – lo vive Giulia Moretto (LEGGI Due Lauree, il cavallo e quel sogno: fare la ricercatrice) «Mia sorella da piccola era molto gelosa, aveva sei anni quando sono nata! Il primo cavallo che papà ha comprato era per instaurare un rapporto con lei che “escludeva” me. Per fortuna ha trovato un marito d’oro, che sa che in futuro andrò a vivere con loro (salvo che non trovi un compagno anch’io), che ha già disegnato una casa con uno spazio mio».

«E poi la fortuna di avere fratelli o sorelle sono i nipoti», prosegue Giulia «I miei sono già nell’ordine delle idee che la zia va aiutata: hanno solo 6 e 3 anni, però loro sanno tutti i passaggi per farmi salire in macchina o per mettermi in poltrona! Mia sorella gli ha spiegato che la zia è normale ma non cammina e non parla. Ovviamente se hai fratelli pessimi avrai anche nipoti pessimi che non ci pensano due volte a chiuderti in istituto! A volte la gelosia di mia sorella torna in superficie e litighiamo… di brutto! Ma penso sia normale fra fratelli o sorelle».

Elezioni presidenziali in Venezuela, cosa deve cambiare per i diritti umani

Corriere della sera

di Riccardo Noury


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Chi vincerà le elezioni presidenziali di domani avrà davanti a sé un gravoso compito: cambiare molte leggi e prassi in materia di diritti umani, per garantire il loro rispetto per tutti i cittadini venezuelani.

L’era di Hugo Chávez, conclusasi con la sua morte avvenuta il 5 marzo, sebbene verrà ricordata per alcuni importanti progressi nel campo del godimento dei diritti economici e sociali per i settori più vulnerabili della società venezuelana, è stata segnata da violazioni dei diritti umani e da una decisione sciagurata, quella del ritiro dalla Convenzione americana dei diritti umani e, di conseguenza, dalla giurisdizione della Corte interamericana dei diritti umani.

Una decisione non priva di conseguenze per tutti coloro cui è stata negata la possibilità di chiedere protezione, attraverso una sentenza giudiziaria, all’organismo interregionale. Uno dei primi provvedimenti che Amnesty International chiederà al nuovo presidente venezuelano sarà l’annullamento di quella decisione.

Secondo Amnesty International, sarà inoltre importante che il nuovo governo affronti la continua assenza di sicurezza nelle principali città del paese. Le autorità, comprese le forze di polizia, dovrebbero adottare politiche basate sul controllo delle armi, indagare sulle numerose denunce di violazioni dei diritti umani che chiamano in causa le forze di sicurezza e istituire programmi di assistenza per le famiglie delle vittime e per i sopravvissuti alla violenza.

Un altro grande problema è costituito dai centri di detenzione, le cui condizioni sono generalmente precarie. Molte prigioni sono sovraffollate e vi sono frequenti scontri tra bande di detenuti. Tra le prime cose da fare, sottolinea l’organizzazione per i diritti umani, c’è una riforma del sistema giudiziario che accorci i tempi delle indagini e dei processi, riducendo in questo modo il sovraffollamento.

Non meno importante sarà finalmente l’adozione dei regolamenti attuativi e la costruzione dei rifugi previsti dalla Legge organica sul diritto delle donne a una vita libera dalla violenza, approvata sei anni fa.
Infine, un ulteriore gesto di grande importanza, da parte del nuovo presidente, dovrebbe essere un segnale ufficiale di rispetto della libertà d’espressione e d’associazione: le minacce e le intimidazioni contro chi osasse esprimere un pensiero critico nei confronti del governo sono state all’ordine del giorno sotto la presidenza di Chávez.

Peraltro, proseguono anche dopo Chávez, come testimonia la vicenda di Rayma Suprani (nella foto), giornalista e autrice di vignette del quotidiano “El Universal”. Il 18 marzo, nel giro di sette ore, tra le 17 e le 24, ha ricevuto decine di minacce, a voce e via sms, da almeno 30 telefoni cellulari, di questo tenore: “maledetta golpista, ti faremo a pezzi”, “puttana, lesbica, te la faremo pagare”. Era successo lo stesso nel 2012, dopo che un presentatore televisivo l’aveva additata come autrice di una vignetta non gradita, e nel 2011 quando aveva disegnato un cavo telefonico e una corda che tenevano in contatto Venezuela e Cuba. “Useremo quella corda addosso a te, donna sleale, amante degli yankee, traditrice del Venezuela!”

Queste e altre richieste di un cambiamento in favore dei diritti umani sono contenute in una lettera inviata il 30 marzo da Amnesty International a tutti i candidati alla presidenza del Venezuela.
www.amnesty.org/es/library/info/AMR53/004/2013/es

Un articolo del 1962 immaginava i cellulari multimediali

La Stampa

Ma la previsione sembra fin troppo azzeccata e dettagliata. Agli scrittori di fantascienza la profezia non è riuscita

luigi grassia

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Questa è una notizia da prendere con le molle: sembra una bufala ma offre lo spunto per qualche riflessioni non peregrina. Qualcuno ha ripescato un ritaglio di un giornale di Trapani, data 26 giugno 1962, in cui «tre esperti americani» prevedono che «nel 2000 i telefoni faranno tutto loro». Fra le altre cose «leggeremo i giornali attraverso la rete telefonica e potremo anche servircene per le operazioni di banca». Inoltre «in viaggio la gente potrà disporre del telefono sulle autovetture, sugli aerei e in qualsiasi altro mezzo» e «le conversazioni assorbiranno soltanto una piccola parte del traffico sulle linee telefoniche» perché saranno sopravanzate dal traffico dati. 

Nell’articolo non compaiono anacronismi. Lo stile è quello dell’epoca, i tic giornalistici anche.
La cosa che lascia perplessi è che questa previsione sia stata ripresa a suo tempo da un giornale di Trapani ma non, per esempio, dalla Stampa né dal Washington Post. Noi abbiamo fatto una ricerca veloce negli archivi elettronici di questi due quotidiani (scegliendone uno in Italia e uno in America) e non abbiamo trovato niente, ma forse con più tempo e attenzione qualcuno potrà trovare riscontri negli stessi archivi in cui abbiamo sbirciato noi, oppure in quelli di altri giornali. Questo confermerebbe la veridicità della previsione e sarebbe una bella cosa.

Perché una bella cosa? Perché i «tre esperti americani» avrebbero azzeccato un vaticinio che gli scrittori di fantascienza hanno mancato. Qualche scrittore o sceneggiatore di film, per esempio, ha immaginato in anticipo l’esistenza dei telefoni mobili (la cosa in sé non era difficile) però li ha concepiti come oggetti di nicchia, di lusso, oppure da usare per il trekking o per le operazioni militari. Guardate in Blade Runner il protagonista che nel XXI secolo telefona dalla cabina coi gettoni, come fanno tutti i suoi contemporanei. 

Ma notare questo non basta. Gli scrittori non hanno immaginato la multimedialità, la pervasività dei telefonini, la possibilità che diventassero dei computer mobili da usare per il traffico dati oltre che per la voce. In una sola frase, gli autori di fantascienza anche se hanno immaginato i cellulari non ne hanno concepito l’impatto sociale. Invece questo articolo del 1962 ci sarebbe riuscito. Troppo bello per essere vero? 

La foto tessera è troppo osè no al rinnovo della carta d'identià

Il Mattino


La foto tessera non era proprio consona al tipo di documento e così le hanno negato la carta d'identità: è accaduto a Montignoso, comune in provincia di Massa Carrara, dove una signora matura si è recata questa mattina all'ufficio anagrafe per rinnovare il documento.

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La signora ha consegnato all'addetto una foto tessera in cui appariva piuttosto scollata e in una posa provocante e un pò osè. Insomma una fotografia non certo adatta a finire sul documento di riconoscimento. Il dipendente comunale ha cercato di far capire alla donna che non poteva utilizzare quella foto, ma inutilmente. La donna ha minacciato di chiamare le forze dell'ordine se non gli fosse stata rinnovata la carta d'identità, gridando alla discriminazione. Solo l'intervento del primo cittadino ha permesso di calmare gli animi e convinto la signora a farsi un'altra fotografia per ottenere finalmente il rinnovo del documento.

 
sabato 13 aprile 2013 - 09:09

Stuprata a 15 anni, la foto finisce su Facebook. La ragazza si suicida

Il Mattino


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Vendicatori della rete, parte seconda: Anonymous, il collettivo di hacker che l'anno scorso mise in piazza l'identità di un cyber-bullo che aveva spinto una teenager al suicidio, si prepara a fare altrettanto con un banda di ragazzi accusati d'aver stuprato in branco una adolescente inducendola a togliersi la vita per la disperazione. Anche stavolta è il Canada il teatro della giustizia privata di Anonymous. Retaeh Parsons, che aveva 15 anni al tempo dell'aggressione nel 2011, era entrata in profonda depressione dopo lo stupro e dopo che foto della vicenda erano state postate attorno alla scuola. L'adolescente si è impiccata nel bagno di casa sua in Nova Scotia ed è morta in ospedale domenica scorsa. Nessuno è mai stato arrestato o incriminato per lo stupro.

Adesso Anonymous sostiene di aver identificato due dei presunti aggressori e di «star confermando» l'identità del terzo: «È solo questione di tempo per trovare il quarto», ha avvertito il collettivo in un video sul web in cui si chiede giustizia per Rehtaeh e la sua famiglia. La polizia della Nova Scotia ha condannato tuttavia la giustizia privata di Anonymous: «Diamo il benvenuto al dibattito ma non perdoniamo quando c'è gente che vuole risolvere casi da sola», ha detto il portavoce delle 'giubbe rossè locali, Scott McRae. È il secondo caso in pochi mesi di una vendetta privata di Anonymous: gli "hacktivisti", che due anni fa avevano messo in ginocchio i siti online di MasterCard, Paypal e Visa in appoggio a Wikileaks, lo scorso ottobre avevano rivelato l'identità del cyber-bullo che avrebbe spinto la liceale canadese Amanda Todd al suicidio diffondendo sul web sue foto in topless.


venerdì 12 aprile 2013 - 09:09   Ultimo aggiornamento: 12:12

Offese ad Anna Frank, è bufera su Facebook

La Stampa


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Una foto di Anna Frank con la frase «Gente che scrive “doccia time” e poi non si collega più», macabro riferimento alle camere a gas - è apparsa su Facebook, ricevendo centinaia di «condivisioni». Molti hanno chiesto a Facebook, attraverso il sistema automatico, la rimozione, ma la risposta è stata che la foto «non è risultata violare gli standard della comunità di Facebook sui contenuti che incitano all’odio, che includono foto o post che attaccano una persona sulla base della sua razza, etnia, nazionalità, religione, sesso, orientamento sessuale, disabilità o malattia».

«Ci appelliamo a Facebook per la rimozione, altrimenti non ci tireremo indietro e presenteremo una denuncia», ha annunciato Riccardo Pacifici, presidente della Comunità Ebraica di Roma.

La relazione platonica sul web non è causa di addebito nella separazione

La Stampa


L’amore platonico tenuto in vita con e-mail e lettere non è causa di addebito se non è connotato da «reciproco coinvolgimento» e non viene sbandierato ai quattro venti. Lo ha sancito la Cassazione che ha convalidato la separazione senza addebito nei confronti di una coppia di Forlì che si era separata nel 2006 e che in prima battuta aveva visto assegnare la colpa del crac nuziale alla moglie M.P. B. per infedeltà.

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La consorte, come ricostruisce la sentenza 8929 della Prima sezione civile, per un certo tempo aveva ricevuto mail e telefonate «di tenore amoroso» da un uomo, distante peraltro geograficamente. La Cassazione ha ritenuto legittima la decisione dei giudici della Corte d’appello di Bologna che, nel 2007, avevano dichiarato la separazione senza addebito di L.B. da M.P. B. sulla base del fatto che «le circostanze emerse (telefonate e contatti via internet) erano state ritenute non decisive ai fini della prova dell’adulterio». Di diverso avviso era stato il Tribunale di Forlì che, nel maggio 2006, aveva addebitato la separazione alla moglie per infedeltà, condannando il marito a versare alla ex un assegno di 700 euro al mese per il mantenimento del figlio minorenne affidato ad entrambi ma residente presso la madre. Giudizio ribaltato in appello dalla Corte di Bologna che revocava l’addebito, condannando il marito a versare alla consorte altri 300 euro mensili di alimenti. 

Niente addebito, dunque, per la moglie che, per sua stessa ammissione, oltre che per le denunce della consorte dell’innamorato platonico, per un certo periodo aveva ricevuto lettere ed e-mail dalle quali emergeva che c’erano stati «molti contatti virtuali a mezzo telefono o via internet ma senza rapporti sessuali». Tra l’altro non era nemmeno emerso che la donna ricambiasse le attenzioni mentre per consolidata giurisprudenza, si ricorda nella sentenza, «la relazione platonica di un coniuge con estranei rende addebitabile la separazione solo quando in considerazione degli aspetti esteriori con cui era coltivata e dell’ambiente in cui i coniugi vivevano, abbia dato luogo a plausibili sospetti di infedeltà e si sostanzi in adulterio». Insomma, se l’amore resta platonico non crea problemi davanti alla legge. Respinto così il ricorso dell’ex marito che insisteva nell’addebitare il fallimento nuziale alla ex. L.R. dovrà anche rifonderla con 3200 euro per le spese processuali (oltre a mille euro al mese per il mantenimento suo e del figlio). 

Fonte: Adnkronos

Musica “dolce” durante il sonno migliora la memoria

La Stampa

Approccio sfruttabili per migliorare la qualità del sonno

roma


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Una dolce e ritmata stimolazione sonora durante il sonno può migliorare la memoria. È quanto stabilito dallo studio dell’università di Tubingen (Germania) pubblicato sulla rivista Neuron. I ricercatori hanno verificato come le oscillazioni elettriche lente presenti nella corteccia cerebrale durante il riposo notturno sono responsabili dei ricordi al risveglio. 
Hanno poi verificato che riproducendo durante il sonno dei suoni “ad hoc” sincronizzati con il ritmo di queste oscillazioni, si otteneva un miglioramento della capacità della memoria al mattino. Ad esempio, si ricordavano meglio le associazioni tra parole. La ricerca, quindi, dimostra come, in modo semplice e non invasivo, sia possibile influenzare l’attività del cervello anche per migliorare la qualità del sonno che le capacità mnemonico. 

Per arrivare a queste conclusioni gli scienziati hanno condotto test su 11 persone in diversi giorni: i partecipanti sono stati esposti a stimoli sonori mentre riposavano. Quando i soggetti sono stati esposti a musiche sincronizzate con il ritmo lento delle oscillazione del cervello, erano poi in grado di ricordare meglio le associazioni tra parole che avevano imparato la sera prima. Mentre una stimolazione fuori fase con lo stesso ritmo lento delle oscillazione era inefficace.
Secondo i ricercatori «questo approccio potrebbe essere utilizzato per aiutare chi ha problemi di insonnia o a ristabilire anche i ritmi circadiani alterati». 

Altro che bellezza... La storia dell'arte è incantata dal brutto

Luigi Mascheroni - Sab, 13/04/2013 - 08:40

Jean Clair rilegge il mito di Medusa: ecco come (e perché) l'uomo da sempre tenta di vincere il mostruoso, raffigurandolo

Purtroppo la psicanalisi ha pochissimo da dire sulla bellezza, scrisse Sigmund Freud, nel 1929, ne Il disagio della civiltà.


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E sulla bruttezza, invece? E l'arte, cos'ha da dire sull'antitesi del Bello, cioè l'orrido? Ad ascoltare Jean Clair - critico d'arte fra i più importanti d'Europa - moltissimo. Intellettuale polemico e dissacrante, spietato stroncatore dell'arte contemporanea e dell'industria delle «patacche milionarie» come Hirst, Fabre e Cattelan, Jean Clair ha dedicato alla vera bellezza dell'arte, cioè la rappresentazione del Brutto, un saggio straordinario, difficile, ricchissimo di suggestioni e paralleli fra mondi lontani: letteratura, antropologia, religione, ottica e fotografia, archeologia, magia... Un saggio la cui complessità (e fascinazione) è difficilmente riassumibile che indaga le forme e le motivazioni del «brutto» nella storia dell'arte. Uscito nel 1989 da Gallimard, s'intitola Medusa (ora tradotto da Abscondita).

Un libro-mondo in cui entrano e escono, come in un enorme labirinto dagli infiniti percorsi culturali, le diverse «facce» del mostruoso, rappresentato da Medusa, figura ambigua e ambivalente, mostro spaventoso e femmina irresistibile, che nei millenni ha attirato lo sguardo degli uomini (e degli artisti). Eroi o pittori che per non rimanere pietrificati dal suo volto irresistibile, l'hanno combattuta e uccisa, con la spada o l'equivalente intellettuale, il pennello.

Tanto spaventosa quanto seducente, fonte d'attrazione e insieme di repulsione (come tutto ciò che riguarda lo sguardo e il sesso, ossia ciò che ci ricorda che siamo nati e dobbiamo morire), simbolo del terrore ma anche arma contro i poteri del Male, la maschera di Medusa si manifesta nella storia delle società e della mentalità, e assilla le rappresentazioni artistiche, dalle Gorgoni che decorano le anfore protoattiche del VII secolo a.C. fino al sangue gocciolante della testa mozzata nel dripping di Jackson Pollock.

Caravaggio, Rubens, Füssli, Klimt, Van Gogh, Giacometti, Magritte. Simili a Perseo, gli artisti (ma anche romanzieri, filosofi, musicisti) hanno saputo scongiurare, dominandone lo sguardo, il terrore di Medusa, creatura mostruosa e allo stesso tempo femmina bellissima che trasforma in pietra gli uomini che non riescono a trattenersi dal guardarla. Simbolo, anche, della perversione intellettuale. Dea, mostro, angelo. «Il mito di Medusa - scrive Jean Clair - si lega indissolubilmente alla storia dello sviluppo delle forme plastiche, a quella che un po' frettolosamente chiamiamo “storia dell'arte”, poiché, nel fare dello sguardo la posta in gioco decisiva di un passo mortale, esso pone anche il processo di identificazione omeomorfica all'origine della cosiddetta “bellezza”».

Nata nell'Asia minore, variante ellenizzata di un demone mesopotanico, Medusa in origine incarna l'orrore (discendente dei giganti, è «madre» di Chimera, la Sfinge e tutte le creature infernali), poi progressivamente si umanizza, trasformandosi in creatura seducente, simbolo di follia e morte, allegoria dell'Invidia e della pazzia, generatrice di Caos. Decapitarla significa per l'uomo ritornare alla Ragione. E per spiegare come l'arte e la cultura hanno affrontato e vinto Medusa, Jean Clair scomoda la sessualità nella statuaria greca, le illusioni ottiche della pittura, i bestiari medievali, l'arte dei parrucchieri nella Rivoluzione francese, il pisciatoio-femmina di Duchamp, il realismo magico di De Chirico (e se l'avesse visto, ci avrebbe messo anche il kolossal-kitsch Scontro tra titani...).

È un mito la cui forza dura da ventisette secoli, e ancora assilla l'immaginazione degli uomini. «Incarnazione dell'esasperato desiderio di vedere e della sua sanzione, dalla Medusa non si possono distogliere gli occhi. Mostro ributtante o adorabile divinità, strega o fata, può presentarsi con qualsiasi travestimento: nello stesso tempo attira il nostro sguardo e lo paralizza, affascina e ci respinge». È l'orrore. L'altra faccia - la più incantevole - del Bello.

Sioux, Wounded Knee rischia di finire all'asta

Corriere della sera

In vendita l'area dell'ultimo massacro ai danni dei Sioux. Appello sul New York Times perché Obama salvi il monumento
Dal nostro corrispondente Massimo Gaggi 



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NEW YORK – Wounded Knee, il luogo del brutale massacro di Sioux che fu anche l’ultimo episodio delle guerre tra pellerossa e i «visi pallidi» mandati da Washington, rischia di andare all’asta tra pochi giorni e di essere acquistato da qualche speculatore edilizio. L’area nella quale nel 1890 furono uccisi quasi a freddo 150 indiani (ma alla fine degli scontri verranno contate circa 300 vittime) è stata dichiarata dal governo National Historic Landmark, ma è rimasta in mani private.

4 MILIONI - E ora i Czywczynski, famiglia di origine polacca dal nome impronunciabile che aveva acquistato l’appezzamento nel 1968 pensando di costruire un motel e aprire dei negozi vicino al monumento che doveva sorgere sul luogo del massacro, ha deciso di disfarsi della proprietà. L’ha offerta al popolo Lakota, del quale fanno parte i Sioux, i cui capi, però, sostengono di non avere i quasi 4 milioni di dollari chiesti dai proprietari.

IL NYT E L'APPELLO A OBAMA - Oggi il New York Times ospita un editoriale nel quale Joseph Brings Plenty, un professore di cultura Lakota nato e cresciuto nella riserva indiana di Pine Ridge, a pochi chilometri da Wounded Knee, chiede a Barack Obama di intervenire facendo acquistare il sito dal governo federale e preservandolo come monumento nazionale.

L'OPPOSIZIONE AI FEDERALI - Ma la questione ha aspetti controversi da almeno due punti di vista. Molti sostengono che le tribù locali, che hanno ricevuto vari indennizzi da Washington mentre altri soldi sono in arrivo, non sono così povere come vorrebbero far credere. In secondo luogo, quando, qualche anno fa, i politici democratici del South Dakota guidati dal senatore Tom Daschle, provarono a «pubblicizzare» il sito del massacro, furono proprio le tribù indiane a far naufragare il progetto di legge, temendo che i federali avrebbero avuto più potere sul loro sito sacro.

LE FERITE DEL 1973 - Quello di Wounded Knee è, in America, un nervo doppiamente scoperto: per la strage del 1890 (un’autentica carneficina con un’intera tribù circondata e sterminata a raffiche di mitragliatrice quando un pellerossa sordo, Coyote Nero, tardò a consegnare il suo fucile: una tragedia entrata nella cultura popolare per le tante canzoni, i libri e i film che le sono stati dedicati), ma anche per una ribellione di 40 anni fa. Nel 1973, in un periodo di nuove tensioni con le tribù che accusavano il governo di averle condannate alla povertà, sostanzialmente imprigionandole dentro le riserve, 200 sioux del gruppo Oglala Lakota, tutti aderenti all’American Indian Movement, occuparono per qualche mese il villaggio di Wounded Knee. Ci furono vari scontri a fuoco e diversi morti, tra i pellerossa e anche tra gli agenti dell’FBI.

IL TERRITORIO FRAZIONATO - Ora questa disputa sul destino di un pezzo di terra brulla scopre un terzo nervo: quello della privatizzazione forzata di alcune parti della nazione indiana. Nei primi decenni del Novecento, infatti, il governo di Washington, nel tentativo di infondere nelle tribù indiane la cultura occidentale dell’individualismo e della proprietà privata, divise le proprietà di molti territori indiani trasferendole dalla comunità ai singoli individui. Quella dei terreni intorno Wounded Knee finì a un’indiana che poi sposò un bianco. I cui eredi a loro volta vendettero alla famiglia Czywczynski che ora vuole liberarsi della proprietà.


«L'ultimo pellerossa», il trailer del film sul massacro del 1890


Massimo Gaggi
12 aprile 2013 | 23:20

Ingroia razzista contro i valdostani (e i calabresi)

Felice Manti - Sab, 13/04/2013 - 08:03

Rifiuta il trasferimento ad Aosta. Dove il cognome più diffuso è Mammoliti

Antonio Ingroia si deve essere fatto una brutta idea su Aosta. Come di un posto dove non succede niente, dove si parla una lingua incomprensibile, dove i «terroni» sono visti male.


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La sensazione è che un siculo purosangue come lui sia un po' diffidente, e diciamo anche un filino razzista: «Ci andrò solo in villeggiatura, per fare passeggiate in montagna», sibilava ancora ieri l'ex pm di Palermo che sognava di scalare Palazzo Chigi, non certo il Monte Bianco. La cosa terribile è però la freddezza degli amici di un tempo che lo hanno scaricato. Francesco Merlo, su Repubblica, dice che Ingroia sta causando «un sacco di guai all'Antimafia», dice che è «inadeguato» e che «ha usato le indagini antimafia per uscire dalla magistratura», cosa che il Giornale sostiene da sempre.

Ma se il problema di Ingroia è l'ambientamento, non c'è problema. Aosta da decenni è una colonia di calabresi per bene. In particolare di una comunità proveniente da un paese che si chiama San Giorgio Morgeto, in provincia di Reggio Calabria, che conta almeno 25mila persone, tanto che il cognome più diffuso in città è Mammoliti. Ma ad Aosta c'è anche la 'ndrangheta («È qui dagli anni Ottanta», dice il questore Maurizio Celia, «È una minaccia incombente sulla Valle», replica Beppe Pisanu, ex presidente dell'Antimafia), che ormai ha scalzato la mafia per potere, denaro e controllo dei traffici di cocaina, tanto che il Consiglio regionale ha istituito una Commissione ad hoc.

Nel 2011 l'operazione Tempus venit ha smantellato una cosca calabrese che chiedeva il pizzo del 3% sulle opere pubbliche. Dicono che sia colpa della legge sul «soggiorno obbligato», che ha spedito ad Aosta boss come Gaetano Neri da Taurianova, ucciso nel 1991 a Pont Saint Martin, e dove i rampolli delle famiglie Facchineri, Nirta e Iamonte si davano alla macchia, con un occhio al Casinò di Saint Vincent, oggi blindato da una normativa antiriciclaggio molto severa, anche se qualche anno fa un'operazione della Dda di Milano scoprì qualche soldino dei calabresi di Cirò e della famiglia Mandalà vicina a Bernardo Provenzano, personaggio che Ingroia conosce bene.

Se il pm siciliano è fortunato potrebbe arrivare ad Aosta a metà luglio, proprio nei giorni della festa di San Giorgio e San Giacomo e finire tra le bancarelle che vendono la nduja. Il lavoro c'è, il pericolo di sentirsi un «terrone» no. A meno che Ingroia non appenda la toga al chiodo come fece Antonio Di Pietro e non si accomodi sulla comoda poltrona di velluto rosso che il suo amico Rosario Crocetta gli ha messo in caldo, laggiù a Palermo. O a meno che il problema, per un siciliano, siano i calabresi.

di Felice Manti

Il monumento al fascista e il falso mito degli italiani brava gente

Corriere della sera

di Igiaba Scego



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Il 12 Agosto 2012 è stato inaugurato ad Affile, in provincia di Roma, un monumento (per essere esatti un sacrario militare) al gerarca fascista Rodolfo Graziani, uno dei criminali di guerra italiani più efferati e crudeli che il fascismo abbia mai avuto. Monumento, è bene ricordarlo, costruito con denaro pubblico e costato 130mila euro che la regione Lazio, Giunta Polverini, aveva precedentemente stanziato per il completamento del parco di Radimonte. Hailè Sellassiè, imperatore d’Etiopia, nell’immediato dopoguerra ha chiesto più volte che il suddetto Graziani fosse processato per i suoi crimini efferati, ma questo di fatto non è mai avvenuto. Crimini orrendi, feroci, insensati i suoi. Graziani ha usato agenti tossici contro popolazioni inermi, ha fatto bombardare la sede della Croce Rossa, ha ordinato numerose rappresaglie contro tutti quelli che considerava sospetti, si è macchiato insomma delle più grandi stragi in Africa Orientale. Adis Abeba, Harar, Debra Libanos sono solo alcuni dei luoghi che sono stati colpiti dalla furia omicida di Rodolfo Graziani.

Ora, in pieno 2013, abbiamo in Italia un monumento che lo celebra. E come se la Germania improvvisamente dedicasse un monumento o una statua a Himmler e alla SS.

Questo monumento è di fatto un’offesa all’Italia intera, un Paese il nostro che all’antifascismo deve la sua rinascita.
Di fatto si può dire che il monumento di Affile è anche un’offesa alla nostra democrazia che vieta espressamente la formazione di organismi/partiti fascisti. Le leggi su questo sono molto chiare e trasparenti. Non ci sono dubbi o interpretazioni. Purtroppo la legge da sola spesso non può fare nulla. Servono anche buone pratiche, lavoro culturale e amore per la sorte della patria. Questo di fatto manca in Italia. Se da una parte il No al fascismo è stato sancito per legge, nelle pratiche quotidiane questo non è così scontato. Anzi in Italia possiamo parlare di una sorta di omissione storica per tutto quello che ha riguardato quel ventennio sciagurato nel quale Mussolini ha mandato il paese alla malora. Si scrivono libri certo, se ne parla, ma non abbastanza.
A scuola per esempio le giovani generazioni ignorano quasi tutto di quel periodo. Non gli viene quasi tramandato.
Il fascismo di fatto è qualcosa che è esistito, ma se non se ne parla troppo è meglio. E questo diventa eclatante quando si passa a discutere di colonialismo e in particolare del colonialismo mussoliniano.
Lì anche i più insospettabili dicono “siamo stati bravi in Africa. Il nostro in fondo non è stato un vero colonialismo. Le popolazioni ci hanno voluto bene. Noi abbiamo costruito case, ponti, strade, palazzi. Abbiamo modernizzato l’Africa. Mica come gli inglesi e i francesi”.
Poi però chi studia la storia e approfondisce la materia scopre che il colonialismo buono è di fatto una balla colossale e che gli italiani brava gente non ci sono mai stati. Gli italiani in colonia si sono comportati esattamente uguale agli inglesi, ai francesi, ai tedeschi. Hanno stuprato, represso, ucciso, imprigionato, seviziato, torturato le popolazioni che dovevano, secondo la loro vulgata, civilizzare. La civiltà è arrivata a suon di fruste, spranghe, aggressioni, impiccagioni. Nelle città colonizzate dall’Italia vigeva l’apartheid, zone per bianchi e zone per neri.
E le donne erano tra le prime vittime del nuovo padrone italico.
Il corpo della donna è diventato, non a caso, un campo di battaglia. L’immaginario descriveva una terra vergine che l’uomo europeo doveva civilizzare, la pratica si trasformava in stupro o asservimento sistematico di donne che venivano “penetrate” e poi abbandonate al loro infame destino. In Italia non è un caso che la canzonetta più famosa del fascismo, faccetta nera, sia legata a questo desiderio di conquista che vede la donna come bottino da conquistare e poi spartire. E altre canzonette dell’epoca, penso ad africanina, sono addirittura più esplicite nel loro inneggiare alla violenza. Quando vien detto che “con legionario liberatore, imparerai ad amare il tricolore” è già un atto di prevaricazione. Liberare la donna da cosa? E qui si nota che le parole cambiano significato e si capisce subito che liberare qui significa aggredire, conquistare, assoggettare.
La storia del colonialismo è stata feroce.

La strega è morta”: vecchia canzone anti-Thatcher imbarazza il Regno Unito

Il Messaggero
di Luca Lippera


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ROMA - “La strega è morta”. Subito dopo la notizia della scomparsa di Margaret Thatcher, una canzone tratta dalla colonna sonora del film “Il mago di Oz” (King Vidor, 1939) è prepotentemente balzata in testa alla hit parade britannica creando grossi imbarazzi alla Bbc e in fondo a tutto il Regno Unito. Non c'è ovviamente bisogno di dire a chi sia riferito il termine “strega” - witch, in inglese – ma vale la pena di capire come si sia arrivati a tanto e come si è deciso di uscirne. Alcuni oppositori dell'ex primo ministro, quando è stata annunciata la morte della donna che somministrò alla Gran Bretagna cure da cavallo per uscire dal declino degli Anni Settanta, hanno lanciato una campagna via internet per spingere a votare il brano “Ding-Dong: the witch is dead!” come il più ascoltato del momento. Le parole del ritornello descrivono meravigliosamente bene lo stato d'animo – ma forse anche la pochezza d'animo – di alcuni detrattori della Lady di Ferro: “Ding Dong – canta il coro - Lasciate con giubilo che la notizia si diffonda: la vecchia strega malvagia è morta!”.

Poco importa che certi sentimenti siano quantomeno non maggioritari. Il quotidiano The Guardian, giornale di ispirazione laburista, da sempre critico con i conservatori, tre giorni fa ha onestamente pubblicato un sondaggio secondo cui oggi – il tempo forse fa riflettere - il 50 per cento degli inglesi approva le politiche scelte trent'anni fa dalla donna che ha segnato un'epoca. Sul web, però, conta solo chi si fa sentire e quelli che si sono fatti sentire, in questo caso, sono stati una valanga. Almeno lo sono stati i “clic” a favore della canzoncina, anche se i clic possono rispecchiare la realtà ma anche rappresentarla in modo abnorme. Fatto sta che ora “The witch is dead!!” guida tutte le classifiche e la Bbc avrebbe dovuto trasmetterla alla radio durante un programma che ogni sabato fa ascoltare al pubblico i successi della settimana.




Brutta rogna, per l'emittente britannica. Mandare in onda il motivetto, avrebbe potuto suonare come un'offesa profonda ai familiari della baronessa Thatcher e ai tanti (più del previsto, stando ai sondaggi) che tuttora la stimano. Non farlo, però, sarebbe stata una censura. Così se ne è usciti all'inglese, prendendo una decisione, ma definendola contemporaneamente “scomoda, discutibile, teoricamente migliorabile”. Il nuovo direttore generale della Bbc, Tony Hall, ha definito «priva di gusto» la campagna. Un minuto dopo il capo di Bbc Radio 1, Ben Cooper, ha annunciato che invece di far sentire la canzone per intero durante il programma si è scelto di trasmetterne un clip audio – solo poche strofe - inserendolo all'interno di una notizia. «È un compromesso – ha detto - ed è un compromesso difficile da raggiungere. Ci sono argomenti molto delicati e di grande impatto emotivo per tutte le parti. Non bisogna dimenticare il dolore di una famiglia per una persona che deve ancora essere sepolta». Ma soprattutto, si sente, si percepisce, l'Inghilterra – fiera di sé - non vuole permettere alcuno “sfregio” a un personaggio che comunque la si veda figurerà nella galleria dei grandi della Storia.


Venerdì 12 Aprile 2013 - 21:54
Ultimo aggiornamento: Sabato 13 Aprile - 01:03

Il tramonto dell’sms (e dell’attesa in amore)

Corriere della sera

di Francesco Longo


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Mia adorata, prova a scrivere d’amore adesso, ai tempi di WhatsApp. Da quando dilaga l’applicazione che permette di scambiarsi messaggi gratuitamente, ricevere un sms è diventato una rarità. Per l’innovazione tecnologica è un piccolo passo ma per il codice del corteggiamento amoroso è una svolta epocale. Gli innamorati di tutto il mondo hanno trascorso gli ultimi quindici anni in attesa che sul display del telefonino lampeggiasse una bustina, segnale, o almeno illusione, di una frase spedita da un «lui» o una «lei» di cui si era invaghiti.

Col tramonto degli sms si dissolve un mondo intero. Sparisce la grande liturgia del messaggio come mezzo di conquista e si archiviano i riti privati dei sedotti. Ore, a volte giorni interi, per comporre la frase esatta soppesando una parola alla volta sulla bilancia, prima di inviare. «M’ama o non m’ama?», serate intere tra circoli di amici con la lente d’ingrandimento per decifrare il contenuto di un sms. Sibillini, inesorabilmente sfuggenti, impercettibilmente allusivi e sempre ellittici, gli sms sono stati il rebus di una generazione di spasimanti che si è arrovellata giorno e notte con la più inespugnabile delle figure retoriche: la reticenza.

Dentro un messaggio sul cellulare si poteva nascondere tutto e il contrario di tutto. Semplice educazione, un principio di batticuore, una passione malcelata. Interpretarli è stato un’arte, almeno come il forgiarli. Tutto aveva rilevanza in un sms: l’orario di invio, il lasso di tempo della risposta, la punteggiatura e perfino il luogo da cui partiva (un sms di banalissimi saluti se inviato da un continente di distanza era garanzia di un sentimento ormai sul punto di dichiararsi). Tutto è stato travolto dall’ingresso di WhatsApp.
Se gli sms avevano un tono lapidario, richiedevano frasi elaborate e scolpite, implicavano una strategia e chiedevano poi abili ermeneuti, la messaggistica istantanea ha polverizzato il mistero e il gusto dell’attesa. «L’avrà già letto?», «Sarà arrivato?», «Se l’ha ricevuto, perché non risponde?» sono domande ormai remote, di una sospensione che non esiste più. Con la app per messaggi istantanei si sgretolano dubbi e ambiguità, si sa sempre se l’utente è online, se ha ricevuto o meno ciò che si è appena inviato. Si legge tutto e subito. Si risponde all’istante o si tace per sempre. Per la passione romantica è un colpo al cuore.

L’ardore sentimentale viene così diluito, miseramente annacquato in un botta e risposta balbettante, quotidiano, costruito con parole prive di ombre e cadenzato da ironiche «faccette» che scherzano sulla questione più delicata del pianeta: mettersi nei panni del Cyrano de Bergerac e corteggiare l’amata col solo uso delle parole. Il discorso amoroso, insomma, non è mai stato così frammentato. E mai come oggi, davanti a WhatsApp, viene da rileggere proprio Roland Barthes, e la sua pietra miliare, Frammenti di un discorso amoroso, che appare non solo attualissimo ma addirittura profetico.

Suona folle rimpiangere gli sms. Quando si sono affacciati nel mondo delle relazioni scritte, fecero un falò di secoli di lettere e cartoline che grondavano slanci e tormenti. Il loro uso sembrava avrebbe impedito la nascita di nuove Eloise, e che chiusi gli epistolari d’amore non ci sarebbe stato più spazio per future liaisons dangereuses. Eppure oggi, nell’epoca della nostalgia in presa diretta, c’è nell’aria un diffuso desiderio di salvaguardare proprio l’utilizzo dei vecchi «messaggini», percepiti come ultima testimonianza dell’intensità dei sentimenti.

Gli sms si leggevano e ruminavano a mesi di distanza. Venivano salvati nella memoria per anni — in casi estremi persino trascritti a penna — fino all’esaurirsi della storia d’amore, quando il gesto di cancellare un sms era considerato un atto più radicale e irreversibile di stracciare una foto della coppia felice. In dieci sms era contenuta l’intera parabola d’amore, dai primi palpiti fino all’addio. Defunta la forma breve, Abelardi ed Eloise comunicano a tutte le ore con WhatsApp, da ogni angolo del pianeta. E del talento poetico sembra rimanere solo la chiacchiera amorosa. Il blabla. Il «Ciao, come va?», «Ciao, bene, tu?», «Ho visto che eri online», «Ah», «Stai bene?», «Sì, ciao, e tu?».

Evaso della gabbia dei 160 caratteri, chi digita pare ormai assuefatto all’idea che l’istinto abbia vinto sulle metafore. Non resta nulla da trattenere in memoria se nello scorrere delle frasi non c’è più niente da interpretare. Nel sublime romanzo di Jeffrey Eugenides La trama del matrimonio (Mondadori) la protagonista vive un’avventura amorosa (reale) e viene catturata proprio dal saggio di Roland Barthes sul linguaggio d’amore. Ma quando lei si accorge dell’inganno, dell’abisso tra la naturalezza dell’amore e le sue cervellotiche teorizzazioni linguistiche, Eugenides scrive una delle più belle frasi sulla passione degli ultimi anni che denuncia proprio questa distanza: «Le magnolie non avevano letto Roland Barthes».

Come uscire dallo scacco? Da dove partire per non perdere l’incanto della frase perfetta? C’è una crepa nel sistema di WhatsApp. Uno spiraglio in cui può soffiare ancora la corrente tempestosa del romanticismo. Coi suoi desideri, i suoi nascondimenti e la trepidante dedizione per le parole.
Ogni utente che usa l’applicazione, oltre alla foto, può inserire un «messaggio di stato». È lì che qualcuno tiene scritto: «Per frasi d’amore, ricorrete agli sms».

La Nasa a caccia degli asteroidi minacciosi

Corriere della sera

Al piano Asteroid Initiative ha collaborato anche un giovane ingegnere italiano

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La coppia di asteroidi del 15 febbraio ha lasciato il segno. Uno, previsto, è transitato più vicino dei satelliti di telecomunicazioni che ruotano intorno alla Terra a 36 mila chilometri d’altezza; un altro, completamente imprevisto, è caduto in Russia facendo 1.300 feriti. Risultato: nel bilancio della Nasa per il 2014 appena presentato alla discussione c’è un primo finanziamento di 105 milioni di dollari per incominciare a studiare una missione automatica capace di catturare un asteroide di quelli pericolosi perché incrociano l’orbita della Terra, portarlo vicino alla Terra, magari in orbita lunare, così da consentire agli astronauti un'esplorazione diretta sbarcandoci sopra.

LA MISSIONE - La missione potrebbe costare 2,6 miliardi di dollari (circa 2 miliardi di euro): una cifra non esagerata ed equivalente a quella spesa dalla Nasa per spedire su Marte il rover Curiosity. Il piano battezzato Asteorid Initiative prevede ora l’identificazione dell’asteroide «minaccioso» e il perfezionamento del sistema di propulsione elettrica che dovrebbe spingere la sonda verso l’obiettivo da raggiungere. Nel contempo si cerca di finalizzare meglio l’impiego del nuovo grande vettore spaziale Space Launch System (Sls) e la capsula Orion realizzata con l’Esa europea, che già nel 2021 potrebbe portare degli astronauti verso uno di questi piccoli corpi vaganti nel sistema solare.

 Catturare gli asteroidi minacciosi Catturare gli asteroidi minacciosi Catturare gli asteroidi minacciosi Catturare gli asteroidi minacciosi Catturare gli asteroidi minacciosi

STRATEGIA - Il presidente Obama ha genericamente indicato una simile meta una volta sviluppate le tecnologie necessarie; ma un vero programma non esiste e non è mai stato formalmente approvato. Comunque alla Nasa cercano di lavorare su questa possibilità anche per dare un senso all’attività dell’ente spaziale che vaga nell’incertezza di un’assenza di strategia politica che dovrebbe giungere, appunto, dalla Casa Bianca.

CACCIA ALL'ASTEROIDE - La caccia all’asteroide riveste tuttavia importanza non solo per la spedizione, ma perché significa finalmente affrontare un problema che la doppia visita del 15 febbraio scorso ha dimostrato essere reale e urgente. L’idea di catturare un asteroide è vecchia di decenni ma ora è possibile affrontarla date le tecnologie a disposizione. Tra i sostenitori che hanno fatto lievitare il programma c’è soprattutto la Planetary Society americana, un’associazione che sostiene l’esplorazione cosmica. Il suo direttore emerito, Louis D. Friedman, assieme al giovane ingegnere Marco Tantardini, avevano infatti elaborato un piano che poi nell’aprile del 2012 diventava un articolato progetto presentato dal Keck Institute for Space Studies, del quale erano autori, oltre i due citati, anche altri 32 specialisti di svariate università e istituzioni compresa l’Esa europea con Marcello Coradini. Ora quello studio è diventato un piano in discussione alla Nasa e quindi ha buone probabilità di essere concretizzato, magari con una collaborazione internazionale.

LA «SPINTA» ITALIANA - Bisogna dare merito che una spinta a questo risultato l’ha esercitata proprio Tantardini (29 anni) che, muovendosi tra i centri Nasa e coinvolgendo altri esperti dell’argomento, ha agito da catalizzatore favorendone la maturazione. A tal scopo Friedman e Tantardini ricevevano pure un piccolo contratto di ricerca da parte dell’Esa. «Tutto cominciò con uno stage alla Planetary Society negli Usa», racconta Tantardini, «dopo che in Italia Silvano Casini, ex commissario Asi e manager di una grande società, mi aveva indirizzato verso questo tipo di indagine. E il primo risultato fu uno studio battezzato Sisifo vittorioso, riguardante l’asteroide Apophys. Poi l’obiettivo cambiò, proseguendo e approfondendo il progetto che ora sono felice di vedere accolto e trasformato in un piano della Nasa».

SFRUTTAMENTO MINERARIO - L’anno scorso un obiettivo analogo, ma finalizzato soprattutto allo sfruttamento delle risorse minerarie degli asteroidi, era stato presentato dalla società privata Planetary Resources, creata a tale scopo dal regista James Cameron, il «papà»di Avatar, e altri finanziatori tra cui il co-fondatore di Google.



La Nasa a caccia degli asteroidi minacciosi (12/04/2013)


Catturare gli asteroidi minacciosi (12/04/2013)


Spazio: il passaggio ravvicinato dell'asteroide nelle immagini della Nasa (15/02/2013)

Giovanni Caprara
12 aprile 2013 | 18:06

Quel fantasma del caso Moro che incombe su Prodi al Colle

Gian Marco Chiocci - Sab, 13/04/2013 - 08:06

Spunta il carteggio del 1981 tra la commissione d'inchiesta e il Prof sulla seduta spiritica da cui trapelò "Gradoli". L'ex premier fu evasivo, ecco tutto quello che non convince

Palazzo del Quirinale, angolo via Gradoli. La strada che conduce Romano Prodi al Colle incrocia ancora una volta il mistero buffo della famosa seduta spiritica del Professore da dove uscì l'indicazione della via (Gradoli) del covo romano delle Br con Aldo Moro sequestrato.


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Ciclicamente se ne riparla, di questa farsa medianica che avrebbe potuto salvare l'ex presidente Dc. Nessuno ha mai creduto fino in fondo alle versioni di Prodi e degli amici di seduta presi per mano dagli spiriti di La Pira e don Sturzo eppoi condotti con un piattino a formare le lettere G-r-a-d-o-l-i. Se nessuno crede alla soffiata dall'aldilà, è anche perché l'aspirante successore di Napolitano non è che abbia poi collaborato tanto.

E così, a 35 anni dall'agguato in via Fani, escono nuovi dettagli di quell'esperienza soprannaturale che avrebbe potuto cambiare la storia d'Italia se solo il Professore l'avesse raccontata tutta. «In data 2 aprile 1978 in località Zappolino, sita in provincia di Bologna, fummo invitati dal professor Clò a trascorrere una giornata nella sua casa di campagna, insieme alle nostre famiglie – scrive nel 1981 Prodi (insieme ai presenti alla seduta) alla commissione d'inchiesta sulla strage di via Fani nel carteggio recuperato dal sito affaritaliani.it.

Nel pomeriggio, dopo aver pranzato, e a causa del sopravvenuto maltempo, lo stesso Clò suggerì di fare il gioco del piattino (su cui tutti i presenti poggiano il dito dopo aver evocato uno spirito guida sottoponendogli alcune domande)». A qualcuno viene in mente di chiedere dove si trova la prigione di Moro. Insieme ad altre indicazioni, spunta il nome Gradoli. Località che «risultava tuttavia a noi ignota... da un successivo riscontro su una cartina geografica, individuammo la effettiva esistenza di tale località proprio nei pressi di Viterbo». Come va a finire è scritto nei libri di storia e nelle pagine delle commissioni di inchiesta.

Prodi, dopo aver tentato di spedire il criminologo Augusto Balloni dai magistrati con quest'informazione, chiedendo di non essere citato, due giorni dopo la scampagnata (4 aprile 1978) gira la notizia a Umberto Cavina, portavoce del segretario della Dc, Benigno Zaccagnini. Che, a sua volta, la inoltra a Cossiga, ministro dell'Interno. Prodi non rivela allora, e non lo farà nei successivi tre decenni, la fonte di quella delazione. In «Via Gradoli», e non a «Gradoli vicino Viterbo» infatti, vivevano i carcerieri di Moro, Mario Moretti e Barbara Balzerani. Il covo sarà scoperto solo il 18 aprile a causa di una sospetta infiltrazione d'acqua che allerterà i vicini, tra i quali Lucia Mokbel, che racconterà ai magistrati di uno strano ticchettio notturno, simile a segnali morse, provenire dalla tana dei bierre.

Al Viminale (dove nel frattempo è arrivata un'altra segnalazione su Gradoli) pensano bene di perlustrare l'omonimo paesino in provincia di Viterbo invece di aprire lo stradario, come inutilmente suggerito pure dalla moglie del presidente della Dc, Eleonora Moro, a cui viene risposto che non esiste alcuna via Gradoli a Roma. Falso. Via Gradoli è una traversa di via Cassia, la strada che si trova esattamente sulla “strada per Viterbo”. La messinscena è palese, come denunciano sia il Ds Giovanni Pellegrino sia l'ex Dc Giovanni Galloni. Per Andreotti «lo spiritismo è una invenzione per coprire una fonte dell'Autonomia».

L'ex presidente della commissione Mitrokhin, Paolo Guzzanti, incalzò il Professore: «Non solo mentì sulla fonte dell'informazione ma volle personalmente trasmettere alla segreteria della Dc e non alle autorità competenti, provocando un'operazione di polizia nell'Alto Lazio. Questa notizia permise ai brigatisti nel covo di via Gradoli di eclissarsi. È evidente che uno solo dei partecipanti alla danza del piattino da caffè fra le lettere dell'alfabeto, possedeva fin dall'inizio l'informazione e manovrò per farla apparire opera di un piattino che si comportava come un computer azionato dai fantasmi di don Sturzo e La Pira».

Ma da dov'è arrivata la dritta? Francesco Cossiga individuerà la fonte negli ambienti dell'eversione bolognese, città in cui Prodi è docente di Economia, parlando di un «professore universitario» forse in contatto con le Br. Un'altra tesi, rimasta tale, è che i servizi segreti russi del Kgb avrebbero fatto filtrare la notizia su via Gradoli per averla appresa da un loro agente sotto copertura in Italia, tale Giorgio Conforto, nome in codice Dario, amico dell'affittuaria dell'appartamento di via Gradoli, padre di quella Giuliana Conforto nel cui appartamento vennero arrestati Morucci e Faranda. Solo una volta Prodi si è seduto davanti a una commissione per riferire della seduta spiritica e di questa Gradoli («visto che nessuno ne sapeva niente ho ritenuto mio dovere, anche a costo di sembrare ridicolo, di riferire la cosa»). Da allora, non ha più risposto ai numerosi inviti a chiarire.

Lo hanno fatto, invece, altri due collaboratori del Prof presenti: Mario Baldassarri e Alberto Clò. Il «piattino» di Prodi, per Baldassarri, diventa un «bicchierino» («prima che arrivassi avevano chiamato La Pira. Il gioco funziona che uno mette il piattino e chiama un personaggio»), che si trasforma in un «piattino da caffè» nella versione di Clò. Per Fabio Gobbo, allievo di Prodi, si trattava invece di un «posacenere». E se Prodi ricorda che quel giorno «pioveva», e Baldassarri parla di «giornata uggiosa», il giornalista Antonio Selvatici dimostrò - carte del servizio idrografico alla mano - che a Zappolino quel pomeriggio non cadde una goccia. Dopo anni di silenzi fregnacce ultraterrene, i fantasmi di La Pira e di don Sturzo potrebbero essere invocati nuovamente da Prodi per capire chi andrà al «Colle». Inteso come Colle Quirinale, non Colle Val D'Elsa, Colle Brianza, Colle d'Anchise (Campobasso) o Gioia del Colle.