venerdì 12 aprile 2013

Con un'app posso dirottare un aereo in volo»

Corriere della sera

L'esperto di sicurezza informatica Hugo Teso ha fatto una dimostrazione in tempo reale su un Boeing con un simulatore
MILANO - Ci sono conferenze e relatori che non passano inosservati. Tra questi va annoverato l'intervento di Hugo Teso al convegno dedicato alla sicurezza informatica Hack in the Box che si è tenuto in questi giorni ad Amsterdam. Lo specialista tedesco ha infatti dimostrato praticamente agli astanti come dirottare un aereo commerciale tramite una app sviluppata per sistema operativo Android.

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DIROTTAMENTO - Teso, che oltre ad essere un esperto di sicurezza è anche un pilota con anni di esperienza, tramite l'app si è introdotto nel sistema di comunicazione di una plancia virtuale di un Boeing ed è riuscito a modificare il piano di volo, la traiettoria, la velocità e ad azionare le mascherine per l'ossigeno. Il tutto effettuato quando il velivolo virtuale era in modalità pilota-automatico. È stato sufficiente aprire l'app, entrare nel sistema di comunicazione e impartire gli ordini desiderati.

PANICO - Non fosse stato abbastanza per scatenare il panico tra gli astanti, Teso oltre alla dimostrazione pratica ha aggiunto che il sistema per le comunicazioni tra l'aereo e la torre di controllo (l'Aircraft Communication Addressing and Reporting System o ACARS) non è provvisto di alcun sistema di sicurezza ed è facilmente penetrabile. Inoltre anche il sistema per monitorare i velivoli in volo (l'Automated Dependent Surveillance-Broadcast o ADS-B) versa nelle stesse condizioni di rischio.

NIENTE PANICO - A tranquillizzare i passeggeri ci stanno provando le aziende del settore, come Honeywell, Rockwell Collins e Thales, indirettamente accusate dalla dimostrazione di Teso. La difesa sostiene che il sistema di gestione di volo hackerato da Teso è un simulatore pubblicamente disponibile che non è dotato dei sistemi di cifratura e protezione delle comunicazioni in dotazione al sistema proprietario installato sugli aerei commerciali.

CONNESSI IN VOLO - In ogni caso Honeywell ha confermato di essersi subito messa in contatto col ricercatore tedesco per chiarire meglio i contorni delle vulnerabilità del sistema. E lo stesso hanno fatto la FAA e la EASA, le agenzie americana ed europea preposte alla sicurezza nei cieli. Proprio la FAA, non più tardi di due settimane fa, si era espressa favorevolmente sulla possibilità di alleviare le restrizioni che inibiscono l'uso di dispositivi elettronici durante il volo. I colloqui con Teso potrebbero farle cambiare idea.

Gabriele De Palma
@gabrieledepalma12 aprile 2013 | 16:26

Cosa succede ai nostri dati dopo la morte? Il testamento digitale di Google

Corriere della sera

Il servizio della Big G, rinominato Death Manager, permette di decidere il destino di quello che Moutain View ha e sa di noi
MILANO – Cosa succederà ai nostri dati digitali quando non ci saremo più? Il problema, non piacevole da affrontare ma non per questo meno importante, riguarda non solo gli utenti ma anche i gestori delle piattaforme online, a cui questi dati di fatto restano. Google ha approntato un servizio, annunciato sul blog ufficiale, per permettere agli utenti di decidere del futuro post-mortem della nostra vita digitale.


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GOOGLE DEATH - Si chiama Inactive account manager ma è già stato ribattezzato Google Death Manager e fornisce ai detentori dei dati archiviati sui server di Google due possibilità: cancellare tutto oppure permettere a parenti e amici di accedere ai propri contenuti. Per quanto riguarda la prima opzione viene data la possibilità di scegliere l'arco temporale entro cui i dati dovranno essere eliminati. Per la seconda c'è invece la possibilità di indicare fino a dieci persone fidate a cui Google invierà via e-mail le credenziali per accedere all'account del dipartito. Il sistema non attende il certificato di morte e si attiva automaticamente dopo un certo periodo di inattività di tutti i servizi che fanno capo a un account Google. Prima che questo avvenga, all'utente viene recapitato un sms per accertarsi che non si tratti di un'assenza dovuta a motivi meno definitivi.


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TESTAMENTO
- Il testamento digitale, al di là delle facili ironie, è uno strumento di cui obiettivamente si sente la necessità. Le leggi che riguardano la successione dei beni digitali non ci sono e in più di un'occasione i famigliari di un defunto non sono riusciti ad accedere al suo account Facebook, ostacolati dall'applicazione pedissequa della legge sulla privacy del deceduto. Sempre più dati personali, ricordi e testimonianze della nostra vita restano conservate esclusivamente in forma di bit e spesso rimangono per sempre celate dietro a password imperscrutabili e protette a volte da legislazioni che non hanno ancora contemplato il problema dell'eredità digitale.

FINE DELLA MUSICA – Curiosamente tra tutto quel che di digitale si può lasciare ai nostri cari dopo la nostra dipartita ci sono email, foto, post pubblicati sul social network Plus, i contenuti del blog personale e i video su YouTube. Restano però esclusi dal lascito la musica e i film acquistati sul negozio Google Play, a cui i successori non potranno accedere in alcun caso. Il motivo? Semplice: i file musicali e video non sono di proprietà dell'utente perché questi ne ha acquisito solo la licenza d'uso. «I diritti di licenza scadono con la morte dell'utente che li ha acquistati e non c'è modo di assegnarli agli eredi», ha spiegato un portavoce di Google. Se quindi si vuole lasciare ai posteri la propria collezione audio-video conviene farne un po' di copie su cd o chiavetta.

Gabriele De Palma
@gabrieledepalma12 aprile 2013 | 12:38

Il braccialetto «Natalia» per proteggere chi difende i diritti umani nel mondo

Corriere della sera

In caso di pericolo o rapimento lancia un allarme che segnala il luogo dove l'operatore o il volontario si trova
 
ROMA – Ogni giorno, nel mondo, migliaia di operatori e volontari per i diritti civili o l’assistenza umanitaria rischiano di essere rapiti o sono in pericolo di vita. Ma qualcosa potrebbe cambiare con il Progetto Natalia, lanciato in questi giorni dal gruppo svedese dei Civil Rights Defenders: un futuristico braccialetto, che usa tecnologia satellitare e Internet consentirà infatti nel giro di pochi secondi di lanciare un allarme globale a ogni operatore, che si trovasse in una situazione di emergenza ovunque nel Pianeta, mobilitando governi, organizzazioni internazionali e umanitarie, opinione pubblica, attraverso i social media.

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Il progetto prende nome da Natalia Estemirova, attivista dei diritti umani in Cecenia, rapita e assassinata nel 2009, per aver documentato abusi e torture delle milizie del dittatore caucasico Ramzan Kadyrov contro i dissidenti. I primi 50 braccialetti sono stati distribuiti nel corso della recente Defenders’ Days Conference, organizzata dal gruppo scandinavo a Stoccolma. Ma l’ambizione è di produrne migliaia, man mano che contributi e donazioni arriveranno dagli sponsor e da privati cittadini. Ogni congegno funziona allo stesso tempo come cellulare e come Gps. Quando chi lo indossa è in pericolo, può essere azionato manualmente o automaticamente (se viene rimosso con la forza) e invia in tempo reale sia un messaggio predefinito via telefonia mobile, sia un segnale satellitare, che dà l’esatta posizione della vittima.

Possono essere così mobilitati in primo luogo gli operatori più vicini, per organizzare un eventuale salvataggio, quindi il quartier generale di Civil Rights Defenders, che può verificare l’attacco e ritrasmettere l’allarme attraverso Facebook e Twitter. Secondo Robert Hardh, direttore dell’organizzazione svedese, il vero valore del braccialetto è nel suo potere di deterrenza e nella «possibilità di esercitare una pressione immediata sui responsabili: il fatto che tutto il mondo possa essere immediatamente a conoscenza di queste violazioni, permette di formare una sorta di spazio difensivo virtuale intorno a chi difende i diritti umani, poiché quei regimi non amano l’attenzione internazionale e le critiche».

Paolo Valentino
12 aprile 2013 | 16:46

Il disgelo Mosca-Tbilisi nella diplomazia delle bollicine

La Stampa

Dopo sette anni, Putin leva il divieto di importare l’acqua minerale georgiana Borjomi. E sulle tavole russe si festeggia il ritorno di un’icona dell’Unione Sovietica

anna zafesova


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La si trovava a tutti i tavoli delle decisioni che contavano, alle riunioni altolocate, con la bottiglia verde che si specchiava nella superficie lucida. La si vedeva a tutti i banchetti, dai ricevimenti al Cremlino ai matrimoni di campagna, intruppata tra le bottiglie di vodka e champagne, indispensabile e rassicurante presenza. La si teneva di riserva in frigorifero, per quella mattina che arriva dopo una serata difficile, da scolarsi direttamente dalla bottiglia, fresca e ristoratrice. La Borzhomi, l’acqua minerale georgiana scoperta dai militari dello zar dopo la conquista del Caucaso nell’800 e diventata il “brand” più famoso dell’Urss insieme all’Aeroflot e al kalashnikov, è stata al centro della politica da sempre: il Gran duca Mikhail Romanov è stato il primo a imbottigliarla, Stalin da bravo georgiano se ne faceva portare scorte, e Vladimir Putin l’ha bandita dai frigoriferi dei russi come presenza nemica.

Ora, dopo sette anni di bando, ritorna in Russia come simbolo della distensione con il nuovo premier Bidzhina Ivanishvili, dopo che la ribellione di Mikhail Saakashvili aveva reso, agli occhi di Mosca, il consumo di Borzhomi un atto come minimo poco patriottico. A conferma di quanto ha sempre sostenuto Tbilisi, che il divieto di importazione dell’acqua minerale fosse soltanto politico, e non perché contenesse “sostanze nocive”. Anche perché, agli occhi sia dei russi che dei georgiani, la Borzhomi non può nuocere, anzi, le vengono attribuite delle qualità taumaturgiche nella cura di disturbi gastrici ed epatici, soprattutto quando si tratta di smaltire una sbornia.

Secondo alcuni esperti scettici, si tratta di una normalissima acqua minerale molto salata, che i turisti occidentali faticavano a mandare giù soprattutto come accompagnamento dei pasti. Non è un caso che, dopo il collasso dell’Urss e il quasi fallimento di un’azienda che alla fine degli anni ’80 produceva 400 miliodi di bottiglie l’anno, il mercato è stato invaso da Borzhomi false, con gli intenditori che si passavano i segreti per distinguere quella taroccata da quella autentica (tastando la bottiglia per trovare la figurina della renna impressa in rilievo sul collo, per esempio). 

Ma notoriamente l’effetto placebo può essere terapeutico e a generazioni di consumatori bastava guardare la bottiglia da 0.33 l, di quel caratteristico verde che è stato addirittura brevettato come “verde georgiano”, con sull’etichetta le cime innevate del Caucaso e la scritta in arzigogolati caratteri georgiani, afferrarla per sentirne il piacevole freddo, togliere il tappo rigorosamente a corona e sentirsi meglio ancora prima del primo sorso. Come dice un vecchio detto russo, “è troppo tardi bere la Borzhomi quando il fegato non funziona più”, per descrivere una situazione ormai troppo trascurata per essere rimediata. Una definizione che fino a pochi mesi fa si poteva applicare anche al rapporto tra Mosca e Tbilisi, poco meno di una guerra (dopo quella vera del 2008 in Ossezia). La nuova diplomazia potrebbe passare dalle bollicine della Borzhomi.

Nella carne islamica scarti da macello

Enrico Silvestri - Ven, 12/04/2013 - 09:32

Su 300 macellerie controllate a Milano, 220 avrebbero venduto polpa spacciata per «halal»

Milano - La crisi economica che morde indiscriminatamente tutti i settori non ha lasciato indenni neppure le macellerie islamiche.


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Un'indagine condotta in città nell'ultimo anno e mezzo ha prodotto lo sconfortante risultato: due su tre non rispettano i precetti Halal. La carne «lecita» infatti richiede un rituale più lungo e complesso e dunque più costoso. Molto meglio acquistare quel che capita e se in mezzo ci sono anche animali decisamente «impuri» pazienza. Per questo ora la Halal International Authority chiede aiuto alle autorità sanitarie locali per poter tracciare i prodotti e poterli classificare «sicuri» per i consumatori che in Italia sono ormai quasi due milioni.
«Noi partiamo dal principio che non deve esserci sangue nel corpo dell'animale, perché è proprio attraverso il sangue che viene trasmessa la maggior parte delle malattie» spiega il presidente di Hia Sharif Lorenzini.

E per questo, come del resto nella religione ebraica, l'animale deve essere sgozzato attraverso il taglio netto che di fatto provochi l'immediata perdita dei sensi e quindi una morte priva di sofferenza. «Se soffre l'animale contrae i muscoli e quindi trattiene il sangue. Per questo dobbiamo evitare anche che la bestia veda altre macellazione e si spaventarsi. E deve morire con un colpo netto: due o più tagli significherebbero altra sofferenza. Quindi carne non halal, non “lecita”. Le macellazioni avvengono tuttavia nelle strutture tradizionali, cambia solo l'addetto all'uccisione che deve essere necessariamente un musulmano scrupoloso per poter rispettare tutte queste complesse prescrizioni».

Ma al momento dei controlli, 220 macellerie islamiche sulle 300 ispezionate a Milano presentavano irregolarità. In alcuni casi si è scoperto nei macinati o negli insaccati carne «impura», vale a dire asino, maiale o altri carnivori. Oppure, attraverso banali controlli sulle bolle di accompagnamento, la presenza di carne macellata in maniera «tradizionale».

«Diciamo che tale irregolarità possono essere motivate con la crisi perché la carne halal è più costosa - prosegue Lorenzini -. E se anche fosse “lecita” magari è prossima alla scadenza e dunque per noi ugualmente proibita sotto il profilo religioso prima che sanitario. Una scelta assurda, come se un buon musulmano dovesse far caso ai cinquanta centesimi in più o in meno. Per questo chiediamo alle autorità sanitarie maggiore collaborazione per aumentare i controlli. Da parte nostra continueremo a vigilare sui commercianti stilando una lista di quelli “sicuri”. E infine lanciamo una proposta: i praticanti in Italia sono ormai un paio di milioni. Credo che la grande distribuzione potrebbe aprirsi a questo settore: sarebbe un affare anche per loro, poter offrire ai loro clienti un settore halal».

Controllo sui video, ricorso contro Google

Luca Fazzo - Ven, 12/04/2013 - 12:08
Ecco perché Google non può chiamarsi fuori dal controllo del materiale che mette a disposizione dei suoi utenti, soprattutto quando questo materiale va attocare tasti delicati come la privacy, in particolare dei soggetti deboli.

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È il processo scaturito dalla querela di un giovane disabile torinese, vittima di bullismo all'interbno della sua scuola, che si era visto filmato in un video dai suoi compagni e postato dagli stessi su Google Video. In un ricorso di quindici pagine, la Procura generale di Milano spiega perché l'assoluzione dei tre manager di Google accusati di violazione della privacy - disposta dalla Corte d'appello annullando le condanne inflitte in primo grado - è un macroscopico errore. È un errore cui, secondo la Procura, i giudici d'appello arrivano sulla base di errori di fatto e a volte addirittura di termini, confondendo tra Ip (Internet provider) e Isp (Internet service provider, e tra host provider e content provider.

Ma soprattutto sottovalutando le capacità che la tecnologia informatica offre di filtrare i contenuti.
"La mancanza di motivazione della sentenza - scrive il pg Laura Bertolè Viale - è evidente dove sostiene da un lato che la normativa esistente non impone agli imputati l'obbligo di controllo dei video trasmessi e dall'altro che comunque il controllo sarebbe reso impossibile 'visto l'enorme afflusso di dati'". Per sostenere la possibilità del controllo, la Procura cita una dichiarazione di Giorgia Abeltino, policy counsel di Google Italia, che "in una recente audizione davanti alla commissione parlamentare di inchiesta sulla pirateria" ha affermato che "ulteriore elemento è una attività preventiva, ossia con un sistema tecnologico direi abbastanza avanzato facciamo - su tutti quanti i siti che chiedono di essere nei link sponsorizzati e quindi chiedono di fare pubblicità - una attività non manuale ma di controllo tecnologico e riusciamo a rintracciare una enorme quantità di

siti che fanno una attività illecita (...) lo faccianmo sicuramente con la ricerca di parole chiave ma anche con altri parametri (...) non so bene come funzioni tecnicamente questa attività ma è una attività preventiva (...) nel 2001 abbiano chiuso centomila account adword". Commenta la procura: "Analoga tipologia di controllo testuale avrebbe sicuramente impedito l'evento", ossia la pubblicazione del video del giovane disabile, visto che "questa semplice operazione avrebbe consentito di bloccare immediatamente ed automaticamente in ingresso un video che era stato ignobilmente titolati 'in classe con sensibilizziamo i culi diversi', 'l'andicappato a cagato', con un commento degli autori del download 'lotta tra umano e andicappato'". Il ruolo di Google, secondo la procura, "si caratterizza più in una posizione di protezione che in una di controllo", in base al codice della privacy, che impone "un principio generale di protezione dei dati personali che preclude il conseguimento di illeciti profitti".

D'altronde, ricorda il ricorso, è la stessa Costituzione a sancire che "la libertà di iniziativa economica non può svlgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana". Google Video, sostiene l'accusa, svolge una funzione di , e questo - anche in base alla sentenza della Corte Europea del marzo 2010 - le imponeva precise responsabilità. E Google sarebbe venuto meno al suo dovere . Essendo Google Italy un hoster provider, i responsabili del trattamento dei dati privati erano tre dei manager finiti sotto processo e assolti. E l'unico a poter fornire il consenso all'utilizzo dei dati sensibili contenuti nel video sarebbe stato il giovane disabile, in nome della . Al centro del processo, scrive il pg, c'era . Un rapporto di causa-effetto che la procura considera ampiamente dimostrato. Per questo chiede alla Cassazione di annullare le assoluzioni dei manager David Drummond, Peter Fleischer e George De Los Reyes (difesi da Giulia Bongiorno, Giuseppe Vaciago, Tomaso Pisapia, Carlo Blengino e Luca Luparia) e ordinare un nuovo processo.

Trova un topo fritto nelle patatine: 20enne finisce in ospedale

Il Messaggero

Il pm Roberti chiede un decreto penale per i responsabili della ditta "Bag Snacs", produttori dello snack "Country Pizza"


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PADOVA - Era un topo locale, di Galliera Veneta. Nel capo d’imputazione il pubblico ministero Benedetto Roberti lo definisce "tipo mus musculus". Era un topolino di cinque centimetri con la codina lunga. Ebbene, il topolino aveva mandato all’ospedale di Mirano una ragazza di Spinea, che se l’era trovato nel sacchetto delle patatine che stava mangiando con il fidanzato.

Certamente, il topolino era riuscito ad infilarsi tra le fette delle patate da friggere della ditta "Bag Snacs srl" di Galliera Veneta, era finito nell’olio bollente della friggitrice, e poi era stato confezionato in una busta di "Country Pizza" da 60 grammi. Incredibile, solo a pensarlo. In che condizioni igieniche si lavorava un anno fa nell’azienda alimentare di Galliera? Il pubblico ministero Roberti accusa Italo Girolimetto, residente a Fontaniva, amministratore della società a responsabilità limitata, e Nicoletta Gagliardi, domiciliata a Galliera Veneta, che ha la responsabilità del controllo dei prodotti che vengono posti in commercio, entrambi difesi dall’avvocato Giuseppe Pavan.

Ebbene, l’inchiesta è conclusa e il magistrato ha inviato gli atti al giudice delle indagini preliminari con la richiesta di emissione di un decreto penale di condanna. I due imputati potrebbero cavarsela con una pena pecuniaria di 3 mila 500 euro a testa. È il 6 maggio dello scorso anno quando una ventenne di Spinea va a fare la spesa al "Prix Quality" vicino a casa. E mette nel carrello anche una confezione di "Country pizza" da sessanta grammi. Sono patatine fritte della "Bag". La giovane non mangia da sola le patatine. Le porta a casa del suo ragazzo, un coetaneo di Mirano. Insieme mangiano le patatine croccanti.

Una alla volta. Le patate stanno finendo e la ventenne mette ancora la mano nel sacchetto per prendersi le ultime. E tocca qualcosa di morbido e di consistente. C’è una sopresa? Lo prende in mano e urla. È un topolino fritto con la coda lunga. La ragazza viene colta da malore e il fidanzato l’accompagna all’ospedale di Mirano. Entrambi si fanno visitare. Cosa hanno mangiato?Le indagini le hanno fatte i carabinieri del Nas. Come è finito il topo nelle patatine? È entrato mentre venivano confezionate? Roberti ha ordinato una consulenza all’Istituto zoopofilattico. No, il topolino è stato fritto e la cottura, almeno, lo ha reso innocuo per la salute.


Venerdì 12 Aprile 2013 - 12:41
Ultimo aggiornamento: 12:48

Il mistero della strana pietra sul fondo del lago di Tiberiade

La Stampa

Pesa 60 mila tonnellate ed è a forma di cono. Nessuno riesce a spiegare con certezza la sua origine

maurizio molinari


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C’è un mistero in fondo al Lago di Tiberiade: si tratta di una pietra da 60 mila tonnellate a forma di cono di cui nessuno archeologo riesce a spiegare con certezza l’origine. Rilevata per la prima volta dai sonar di un gruppo di ricercatori israeliani nel sud-est del Lago nel 2003, la gigantesca pietra è oggetto di un lungo e dettagliato studio pubblicato sull’ultimo numero dell’”International Journal of Nautical Archeology”.
La misteriosa struttura anzitutto è grezza, a forma di cono, composta da pietre e sassi di basalto, misura 7 metri di altezza e 70 di diametro ovvero oltre il doppio della cornice esterna della pietra di Stonehenge.

Strutture simili in pietra sono in genere note per essere, in altre regioni, delle tombe ma nessuno degli archeologi e ricercatori che ha esaminato le immagini dei fondali è giunto a simili conclusioni. I sommozzatori che l’hanno esaminata da vicino, riporta l’articolo, affermano di non aver visto alcun segno di lavorazione della pietra, confermando però che si tratta di un cumulo di pietre che solo l’intervento dell’uomo può aver messo le une sulle altre. L’ipotesi avanzata dal “Journal” è che il “mucchio di pietre” sia stato creato da esseri umani sulla terraferma e dunque prima che il Lago di Tiberiade la ricoprisse.

Da qui lo scenario avanzato da Yitzhak Paz, del reparto di Antichità dell’Università Ben Gurion in Israele, secondo il quale “risale a 4000 anni fa” e fa parte di “fortificazioni di città” risalenti all’antichità. Per appurarlo in maniera definitiva servirà tuttavia l’intervento di una task force di archeologi, che dovrà riuscire a scavale sul fondale per di trovare conferme sull’origine del “cumulo di pietre”. Un’ipotesi, ma ancora tutta da verificare, è che fosse una struttura difensiva della città di Bet Yerah che 4000 anni fa era una delle più fortificate della regione e di Israele, ospitando circa 5000 abitanti.

5 Stelle, Grillo colpito dagli hacker «Gravi violazioni, Quirinarie da rifare»

Corriere della sera

Sospese le votazioni online per scegliere il candidato al Quirinale. Il comico sul blog: «Abbiate pazienza»

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Le «Quirinarie» del M5S sono state annullate per un attacco hacker al sito di Beppe Grillo. Lo annuncia lo stesso leader «cinque stelle» sul suo sito. «Le votazioni per il Presidente della Repubblica di giovedì sono state oggetto di attacco di hacker. Abbiamo deciso di annullare quindi le votazioni di ieri e ripeterle oggi», si legge.

HACKER - «Le votazioni per il Presidente della Repubblica di ieri sono state oggetto di attacco di hacker. In presenza dell'ente di certificazione è stata riscontrata una intrusione esterna durante il voto e siamo riusciti a determinare le modalità con cui è avvenuto l'attacco. Abbiamo deciso di annullare quindi le votazioni di ieri e ripeterle oggi con nuovi livelli di sicurezza. Ci scusiamo per questo inconveniente e chiediamo di ripetere le votazioni. Grazie per la vostra pazienza», si legge nel blog di Beppe Grillo. «Le indicazioni per il voto sono le stesse di ieri, gli iscritti al MoVimento 5 Stelle al 31 dicembre 2012, a cui abbiano inviato i documenti digitalizzati, potranno proporre il loro candidato per la Presidenza della Repubblica fino alle ore 21 - prosegue - I primi dieci candidati saranno in seguito, il giorno lunedì 15 aprile, votati per scegliere il nome che sarà indicato dal gruppo parlamentare del M5S. Coloro che hanno il diritto di proporre il prossimo Presidente della Repubblica riceveranno una email con le istruzioni dopo le ore 11 di questa mattina. Gli abilitati al voto possono votare qui».

La certificazione dell'ente che controlla le votazioni

LA CERTIFICAZIONE - L'Ente che ha certificato le violazioni nel sistema di votazione online nelle «Quirinarie» grilline si chiama DNV business assurance: un ente (come si legge su Internet) «accreditato per la certificazione dei sistemi di gestione aziendale per qualità, ambiente, sicurezza e certificazione di prodotto». Il nome dell'Ente certificatore, che giovedì il deputato 5 Stelle Roberto Fico non aveva voluto rivelare alla stampa, lo svela Claudio Messora, responsabile comunicazione del gruppo grillino al Senato. Messora, sentito telefonicamente, spiega che nell'ambito della certificazione, l'ente non è riuscito a identificare l'origine di alcune votazioni. Una sorta di «troll» che si sarebbero insinuati nel sistema di votazione: insomma, dei veri attacchi hackers. A questo punto, spiega ancora Messora, la votazione si ripeterà oggi (con le stesse modalità di ieri) ma «saranno innalzati i livelli di sicurezza».

IRONIA DELLA RETE: VINCEVA PRODI? -La reazione della rete è tra l'incredulo («È uno scherzo?») e lo sfottò. Su Twitter i commenti sono scatenati: c'è chi scrive «forse a beppe_grillo e a #Casaleggio non erano piaciuti i risultati? Smentire il #popolodellarete come si fa con vitocrimi?». E ancora: «Me fate ridere, se non ci fosse da piangere #vergogna». In tanti mettono in dubbio che l'annullamento sia dovuto veramente a violazioni informatiche e ipotizzano che i risultati fossero poco graditi ai vertici del movimento. Tra i commenti: «Mi sa che aveva vinto #Prodi», oppure «Tra i primi c'era il Gabibbo????». E poi «Siamo alle comiche», «Evviva la democrazia in rete de noantri».

Redazione Online12 aprile 2013 | 11:42

Il mistero della Testa di Cristo

Corriere della sera

Di scuola leonardesca, è una donazione di Bernardo Caprotti Attribuito a Salaino in base a una firma «rifatta»


Un dipinto, un mistero. Da ieri la Pinacoteca Ambrosiana espone un nuovo capolavoro di scuola leonardesca: una splendida tavola del XVI secolo con «Testa di Cristo», dono generoso di Bernardo Caprotti, patron di Esselunga. In basso a destra è dipinta in oro la scritta «Fe Salai 1511 Dino», che fino a oggi ne fa l'unica opera firmata e datata di un altro Caprotti lontano nel tempo: Gian Giacomo, detto Salaì o Salaino. Un'attribuzione riconosciuta dallo storico dell'arte Willem Suida già negli anni Venti del '900. Salaì era uno degli allievi prediletti di Leonardo da Vinci, presenza documentata accanto al maestro fin dal 1494: prima garzone, poi collaboratore, poi compagno di vita, come racconta la tradizione.

 La Testa di Cristo La Testa di Cristo La Testa di Cristo La Testa di Cristo La Testa di Cristo

Il caso ha voluto che a 500 anni dalla creazione dell'opera i due omonimi si siano incontrati a un'asta di Sotheby's, anno 2007, New York: «Sono stato colpito soprattutto dallo sguardo, così intenso da essere quasi inquietante». Dopo l'acquisto un lungo restauro, messo in atto da Ezio Buzzegoli, ha rivelato una ricchezza chiaroscurale che si avvicina agli effetti dello sfumato leonardesco. E leonardesca è la fisionomia del personaggio, prossima al «San Giovanni Battista» sempre dell'Ambrosiana (già attribuito al Salaì) e addirittura alla «Gioconda».

Qui arriva il colpo di scena. «Dalle analisi la firma risulta abrasa e riscritta in epoca coeva al dipinto», racconta Maurizio Zecchini, l'esperto che ha studiato la tavola riportando le sue considerazioni nel volume «Il Caprotti di Caprotti» (Marsilio). E ne deduce che potrebbe trattarsi non di firma ma di dedica: il volto del Cristo in questo caso sarebbe un ritratto dello stesso Salaì. Tutte affascinanti ipotesi, il condizionale è d'obbligo: la parola agli specialisti, che si esprimeranno anche su un'eventuale attribuzione alternativa più alta. Nel frattempo, Milano ringrazia.

Chiara Vanzetto
12 aprile 2013 | 11:48

L'Etiopia e la rivoluzione verde di bambù A forte rischio di «land grabbing»

Corriere della sera

Una risorsa sostenibile, ideale per aiutare lo sviluppo industriale e commerciale eco-compatibile

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La rivoluzione industriale verde dell’Africa potrebbe essere costruita con il bambù. E parte dell’Etiopia. Con la più vasta area di bambù sfruttabile commercialmente di tutta l’Africa orientale, il Paese sta guidando il lancio dell’industria di questa risorsa naturale considerata sostenibile, e dagli sbocchi commerciali potenzialmente enormi.

RISORSA SOSTENIBILE - Sono un milione di ettari in Etiopia le terre non ancora sfruttate ricoperte da foreste del vigoroso sempreverde – un terzo di tutto quello presente in Africa subsahariana (che corrisponde al 4% circa di tutte le foreste del continente). A differenza del legno di conifera, che impiega trent’anni a crescere, il bambù ne impiega solo tre: in alcuni climi, la pianta può arrivare ad allungarsi fino a un metro al giorno – anche se il ciclo delle piantagioni deve essere mantenuto sostenibile sul lungo termine. Inoltre, per la sua coltivazione non sono necessari pesticidi né erbicidi, ed è molto leggero da trasportare.

Si tratta dunque di una risorsa facilmente rinnovabile e sostenibile dal punto di vista ambientale. Il bambù è un materiale presente nella vita quotidiana di un miliardo di persone al mondo, usato principalmente come materiale da costruzione, come combustibile e nell’artigianato. Il governo etiope è ora deciso a lanciare un’economia del bambù nel Paese – finora assente, almeno formalmente - e raddoppiare la quantità di terreno dedicato al bambù entro i prossimi cinque anni: l’Etiopia diverrebbe così l’avanguardia africana di un’industria che potrebbe aiutare persone e ambiente allo stesso tempo.

MERCATO RICCHISSIMO - «Se gestita in maniera corretta, questa risorsa altamente versatile può spronare la crescita di un mercato d’esportazione mondiale valutato a 2 miliardi di dollari nel 2011, ridurre la deforestazione e tagliare le emissioni di anidride carbonica», ha dichiarato al GuardianCoosje Hoogendoorn, direttore generale dell’International Network for Bamboo and Rattan (Inbar), organizzazione intergovernativa nata nel 1997 per aiutare governi, società e comunità locali a beneficiare dei potenziali del bambù come volano di crescita economica e nello stesso tempo strumento di sfruttamento sostenibile delle risorse naturali.

INVESTITORI - Gli investitori stranieri sono pronti. E il mercato europeo è maturo per accogliere il bambù, soprattutto nel settore della pavimentazione d’interni ed esterni. Una partnership pubblico-privata tra operatori etiopi e stranieri, sostenuta dalla Cooperazione tedesca allo sviluppo, investirà 10 milioni di euro nell’arco dei prossimi cinque anni per sviluppare un’industria manifatturiera locale ed esportare poi in Europa e Stati Uniti. Come sempre in questi casi, dove il potenziale per uno sviluppo forte è concreto, dipenderà dalla gestione se quest’ultimo sarà davvero sostenibile.

SFRUTTAMENTO DEL SUOLO - L’utilizzazione delle foreste di bambù rientra infatti nella delicata e drammatica questione dello sfruttamento del suolo – che anche nel caso delle canne può diventare insostenibile, come succede in alcuni Paesi asiatici - e potenzialmente del land grabbing. La crescente domanda globale di cibo e biocarburanti sprona la deforestazione selvaggia e le conseguenti emissioni che alimentano il cambiamento climatico. L’Unione europea «importa» 1.250.050 chilometri quadrati di terreno agricolo per i suoi fabbisogni.

LAND GRABBING - E alcuni Paesi ricchi e senza scrupoli acquistano e affittano a prezzi irrisori la terra di quelli poveri, che cedono il proprio suolo senza alcuna tutela ambientale e sociale in contropartita. Ma solo sfruttamento. L’Etiopia ha uno dei più alti tassi di deforestazione del continente, ma si sta impegnando a invertire la rotta: nell’ultima decade le foreste (che un tempo ricoprivano il 40% del Paese) sono passate dal tre al 7%. Ha inoltre proibito l’uso di legname per il carbone venduto al dettaglio come combustibile. I piccoli produttori locali, che per ora operano solo per un modesto mercato interno, ripongono le speranze nei nuovi piani governativi. E non solo loro.


Carola Traverso Saibante
11 aprile 2013 (modifica il 12 aprile 2013)

Il ladro-eremita: da 27 anni ruba cibo per sopravvivere

La Stampa

Christopher Knight scoperto dopo l’ennesimo blitz in un deposito di cibo, questa volta in un campeggio.Ora rischia una pena detentiva

maurizio molinari
corrispondente da new york


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Dopo 27 anni di misteriosi furti di cibo la polizia di Rome, nello Stato del Maine, è riuscita ad appurare che non erano frutto dell’appetito di animali selvatici o bande di trafficanti ma di un eremita: Christopher Knight. La scoperta è stata fortuita. Knight ha tentato l’ennesimo blitz in un deposito di cibo, questa volta in un campeggio per disabili, ma l’eccesso di sicurezza lo ha tradito ed è stato preso. 

Non ha opposto resistenza e quando la polizia dello Stato lo ha interrogato, ha risposto ricostruendo con lucidità quanto ha fatto dal 1986, rivendicando la necessità di appropriarsi di cibo altrui per poter sopravvivere in condizioni estreme. Fu l’incidente alla centrale atomica di Chernobyl, nell’Ucraina ancora parte dell’Urss, a spingerlo a volersi rifugiare nei boschi, forse nel timore di una catastrofe nucleare di vaste dimensioni, alimentandosi con quanto riusciva a trovare. Da allora ha sommato oltre mille furti, tutti di cibo, nelle località più disparate attorno a Rome, parlando solo con una persona: un ciclista che incontrò per caso durante una passeggiata. 

Ha vissuto da autentico eremita: mangiava di più in autunno, per essere obbligato a cibarsi di meno in inverno come gli animali selvatici, rifiutando di cacciare ma pescando spesso, per dedicare la maggior parte del tempo a razziare cibo che portava nel suo accampamento, costruito in mezzo ai boschi sulle montagne. Per tenersi informato sui fatti del mondo ha usato solo una radio, collegata ad un’antenna molto alta e potente, ascoltando - per sua personale ammissione - i programmi del conduttore ultraconservatore Rush Limbaugh, forse per i suoi frequenti riferimenti ai tempi dell’Apocalisse. Non ha mai preso in considerazione l’ipotesi di abbandonare le montagne ma ora dovrà rispondere in tribunale di oltre 30 anni di furti, rischiando una pesante pena detentiva.

Ghiaccio fatale: andava troppo forte oppure doveva esserci il sale?

La Stampa


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La fonte del pericolo deve essere eliminata solo se è inevitabile anche usando la normale diligenza. La Pubblica Amministrazione ha l’obbligo di eliminare la fonte di pericolo su una pubblica via o di apprestare adeguate protezioni e segnalazioni quando tale pericolo non sia percepibile con la normale diligenza. Così ha ribadito la Cassazione, con la sentenza 4479/13.

E’ un giorno di gennaio, primo mattino. Un Carabiniere fuori servizio sta guidando la sua auto. C’è ghiaccio, l’auto sbanda in curva e va addosso ad un pulmino che arriva in senso opposto. L’esito è tragico, l’uomo muore. L’incidente si poteva evitare? Inizia un’indagine per omicidio colposo, terminata con una sentenza del Tribunale che assolve, perché il fatto non sussiste, i 5 imputati, che erano tali in qualità di soggetti a vario titolo legati da incarichi istituzionali e di dipendenza con la Provincia.

L’accusa: avrebbero dovuto mantenere in situazione di sicurezza la strada provinciale luogo dell’incidente, con lo spargimento di sale per contrastare i lastroni di ghiaccio. Il Tribunale e la Corte d’Appello sono concordi nel ritenere non prudenziale la velocità tenuta dalla vittima: la responsabilità è sua. C’erano peraltro dei cartelli che segnalavano la possibile presenza di ghiaccio. Le parti civili propongono ricorso per cassazione. Sostengono che sia stata erroneamente valutata la velocità della vittima e che comunque gli imputati avrebbero dovuto provvedere a rimuovere il ghiaccio.

La Cassazione conferma le decisioni di merito. Riguardo alla velocità, non è stata data maggiore attendibilità ad una consulenza tecnica senza motivo. Le consulenze erano tre, ciascuna affermante una velocità diversa: 60 km/h per il PM, 90 km/h per gli imputati e 20 km/h per le parti civili. Il giudice ha correttamente avvalorato la consulenza tecnica del PM tramite la considerazione dei danni riportati dai veicoli a le deposizioni degli occupanti del pulmino, che hanno dichiarato che l'automobile andava a velocità «tutta sparata». Viene quindi riconosciuto che la velocità tenuta dalla vittima non è stata prudenziale.

Riguardo il dovere di mantenere in sicurezza la circolazione stradale, la Corte conferma l’esclusione del dovere di spargere sale per eliminare il ghiaccio. Ricorda, quindi, la propria giurisprudenza: «l’obbligo di eliminare la fonte di pericolo su una pubblica via o di apprestare adeguate protezioni, ripari, cautele ed opportune segnalazioni sorge nel momento in cui la strada presenti situazioni tali da rendere un’insidia o un trabocchetto per gli utenti, sicchè venga a costituire una fonte di pericolo inevitabile con l’uso della normale diligenza; invece, qualora adottando la normale diligenza che si richiede a chi usi una strada pubblica, la situazione di pericolo sia conoscibile e superabile, la causazione di un eventuale infortunio non può che far capo esclusivamente e direttamente a chi non abbia adottato la diligenza imposta».

La Cassazione delinea le finalità di questo principio: «armonizzare l’esigenza della garanzia della sicurezza, con la impossibilità di esigere sempre e comunque l’adempimento di oneri per la PA difficile da realizzare in ragione dell’ampiezza del territorio affidatole, limitando pertanto l’adempimento ai soli casi in cui la fonte di pericolo non sia percepibile con la normale diligenza». La Corte rigetta quindi il ricorso: la fonte del pericolo era conoscibile, vista la segnalazione della curva pericolosa e della possibile presenza di ghiaccio e vista anche la qualifica di guidatore esperto della vittima, quale Carabiniere che percorreva di frequente quel tratto di strada.


Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Circo condannato per aver lasciato gli animali al freddo dell’inverno

La Stampa

La denuncia segnalava un ippopotamo lasciato in mezzo alla neve, dromedari rannicchiati e uno struzzo con la testa in un secchio per non sentire il freddo


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Il giudice del tribunale di Como ha condannato a 7 mesi di reclusione il legale rappresentante del circo Miranda Orfei per maltrattamento di animali. La pena è stata sospesa a condizione che l’imputato risarcisca con cinquemila euro la Lega Antivivisezione (Lav), costituita parte civile.
Il processo è nato su denuncia della stessa Lav, che aveva segnalato in procura le condizioni in cui erano tenuti gli animali durante la permanenza del circo a Como, tra il dicembre 2008 e il gennaio 2009.

La denuncia segnalava in particolare l’ippopotamo lasciato in mezzo alla neve, dromedari rannicchiati e uno struzzo con la testa in un secchio per non sentire il freddo: condizioni ritenute incompatibili con la natura degli animali, abituati a climi caldi. Dello stesso avviso è stato il giudice che ha deciso per la condanna.